SOLE LEVANTE

SOLE LEVANTEMai come adesso l'impero giapponese ha meritato il proprio titolo radioso.A ogni giorno, a ogni ora, da lungi sul vento arrivano grida ed echi di vittoria: la guerra ha battaglie che durano settimane, carneficine che smentono l'adagio moderno, già accettato con tanta unanime lietezza dagli apostoli della pace e dai credenti nell'eterna fatalità della guerra, che la mortalità diminuisce in rapporto sicuro della perfezione nelle armi: eroismi di eserciti e di razza, ai quali il moderno e volgare quietismo industriale non sapeva più credere. E non pare nemmeno si tratti del solito patriottismo, quale nell'esperienza delle storie e nei libri dei poeti eravamo abituati a sentire e ad ammirare: una improvvisa convulsa effervescenza di amore patrio, quando la esistenza di nazione era minacciata all'interno o alle frontiere, una gloria di olocausto, che si alzava nell'anima di qualcuno lanciandolo alla morte nella tragica persuasione di giovare così alla salvezza della propria gente.Pel soldato russo questa guerra all'ultimo confine dell'Asia contro un popolo lontano, piccolo, giallo, sconosciuto ed inconoscibile, non può avere alcuna idea esplicativa: le profonde, tremende ragioni di storia intercontinentale, che la preparavano da mezzo secolo e ne determinarono la sùbita esplosione coll'attacco violento ed imprevisto dei giapponesi, nonsono accessibili a coscienze plebee e rusticane: questo duello fra il solo moderno cavaliere orientale e il colossale campione europeo per la supremazia d'influenza nel rinnovamento dell'Asia, un duello che dovrà durare fatalmente più di un secolo senza che nessuno dei duellatori cada prostrato, non può apparire nella sua epica solennità che all'occhio di un poeta o di un pensatore.Ad aprire nell'Asia un'epoca nuova, riattirandola nell'orbita della nostra storia bianca, nemmeno tutta Europa bastava: bisognò quindi attendere, dopo le scoperte e le conquiste portoghesi, francesi, inglesi e russe, che gli Stati Uniti di America diventassero una seconda Europa più ricca forse ed attiva, mentre con una rapidità fulminea, inintelligibile, l'Australia s'improvvisava quasi nel futuro, esperimentando in sè medesima le teoriche politiche del socialismo. E l'Asia fu aperta, corsa, insanguinata, fecondata dal riverso di tutti i monti, da tutte le spiagge, oltre tutte le barriere, su tutti i fiumi; i suoi imperi più vasti, come la Cina, con un ritmo funebre in pochi anni subirono invasioni russe, francesi, giapponesi, e tutta una crociata bianca, in una guerra che parve una parata e lo era: ma la Cina era ancora come morta, e il suo enorme cadavere, troppo enorme, non poteva essere diviso: i regni dell'Afganistan, del Siam, della Persia, sbattuti da rivoluzioni indigene sollevate dall'invisibile pulviscolo fermentatore della nostra civiltà, si dibattevano nelle strette della nostra diplomazia per salvare ancora qualche apparenza di regalità, e non erano più che uno scenario, sul quale attori muti, bizzarramente vestiti, facevano tratto tratto un gesto stanco, incomprensibile: larve di un passato millenario, fantasmidi una vita morta anche negli inconsumabili monumenti della sua antica grandezza.E sulle alture della sua mitica e mistica rocca, il gran Lama, il sacro fantoccio del buddhismo, questa immensa, profonda religione, che potrà sola resistere alla marcia invaditrice e trionfale del cristianesimo, era recentemente sloggiato da un solo colonnello inglese, fra lo stupore orrifico e sacro dei credenti, in mezzo a un popolo di sacerdoti, fra villaggi formati soltanto di monasteri, dentro un silenzio nel quale da secoli e secoli la vecchia anima asiatica si assopiva obliando la tragedia inconsolabile ed inutile della vita.Adesso non vi è più popolo, non cantone dell'Asia, nel quale il soffio abbruciante dello spirito bianco non sia giunto: i missionari della religione e del commercio, gli avventurieri della scienza e dell'arte, le avanguardie delle industrie e delle diplomazie sono penetrati dovunque: il mercato è immenso, la conquista impossibile, la lotta fra gli invasori inevitabile e senza tregua.Ma che l'Asia possa e debba risorgere è oramai certo nella vittoria del suo cavaliere giapponese: egli reclama il primo posto a questa opera di rinnovamento, e sicuro della propria improvvisata modernità si leva minaccioso e trionfante contro la Russia, sulla Russia, a respingere la sua secolare alluvione, a negarle la primazia del protettorato asiatico.In Europa la Russia soltanto poteva sentire ed arrischiare la stupefacente grandezza di tale opera, calando dall'invasa e già fecondata Siberia sulla Cina a romperle il sonno e l'impero per darle la servitù e la vita. Dall'India la conquista commercialedell'Inghilterra non poteva risalire; e l'Inghilterra, piccola di territorio, esigua di numero, non può essere che un'impresa commerciale, assorbe ancora più che non fecondi e non saprebbe suscitare la vita per inferiorità aritmetica nei propri viventi. La Russia soltanto aveva ed avrà una emigrazione all'interno, un popolo ancora vergine ed agricolo, capace di riversarsi su nuove terre e rinnovarle: essa soltanto ha ancora l'unità di governo, di fede, di sacrificio, d'ignoranza, di genio necessaria alle grandi fondazioni.Ecco forse il motivo oscuro, inconscio del coraggio del soldato russo attraverso tante sconfitte e delusioni di generali e naufragi di ammiragli e morti su tutti i campi, sterminio, in furia d'uragano, in una lontananza di mistero, nella suprema indifferenza del fato. I nihilisti, i nemici dello czarismo uccidono qualche ministro, ma nemmeno fra tanto dolore e tanta rivolta di anime contro l'insufficienza del governo osano il rischio di una rivoluzione anche meno che parziale: la guerra d'Oriente è un'epoca russa, una fatalità della sua storia, il motivo epico più vero della sua superiorità in Europa.Altre sconfitte seguiranno a questa, ma la Russia starà, poichè l'Europa è tutta dentro la sua azione, e le gelosie di governo, le rivalità industriali, gli antagonismi di nazione non contano, non bastano a contraddire, ad arrestare per un minuto soltanto l'impresa.La guerra attuale non ha e non può avere soluzione: l'eroismo è pari nei combattenti e pari la ragione: qualcuno, qualche cosa interromperà la guerra per il riposo indispensabile a riprenderla. Quando?Adesso non siamo che al prologo, le battaglie nesono le battute; la vittoria giapponese prova la risurrezione asiatica, l'impossibilità di scacciare la Russia dall'Asia il diritto al suo immenso carato d'influenza nell'opera del rinnovamento.E i morti? La storia non li conta: alla poesia, se vi sono ancora poeti, il trovare per essi un canto, che uguagli quello di Omero.20 ottobre 1904.

Mai come adesso l'impero giapponese ha meritato il proprio titolo radioso.

A ogni giorno, a ogni ora, da lungi sul vento arrivano grida ed echi di vittoria: la guerra ha battaglie che durano settimane, carneficine che smentono l'adagio moderno, già accettato con tanta unanime lietezza dagli apostoli della pace e dai credenti nell'eterna fatalità della guerra, che la mortalità diminuisce in rapporto sicuro della perfezione nelle armi: eroismi di eserciti e di razza, ai quali il moderno e volgare quietismo industriale non sapeva più credere. E non pare nemmeno si tratti del solito patriottismo, quale nell'esperienza delle storie e nei libri dei poeti eravamo abituati a sentire e ad ammirare: una improvvisa convulsa effervescenza di amore patrio, quando la esistenza di nazione era minacciata all'interno o alle frontiere, una gloria di olocausto, che si alzava nell'anima di qualcuno lanciandolo alla morte nella tragica persuasione di giovare così alla salvezza della propria gente.

Pel soldato russo questa guerra all'ultimo confine dell'Asia contro un popolo lontano, piccolo, giallo, sconosciuto ed inconoscibile, non può avere alcuna idea esplicativa: le profonde, tremende ragioni di storia intercontinentale, che la preparavano da mezzo secolo e ne determinarono la sùbita esplosione coll'attacco violento ed imprevisto dei giapponesi, nonsono accessibili a coscienze plebee e rusticane: questo duello fra il solo moderno cavaliere orientale e il colossale campione europeo per la supremazia d'influenza nel rinnovamento dell'Asia, un duello che dovrà durare fatalmente più di un secolo senza che nessuno dei duellatori cada prostrato, non può apparire nella sua epica solennità che all'occhio di un poeta o di un pensatore.

Ad aprire nell'Asia un'epoca nuova, riattirandola nell'orbita della nostra storia bianca, nemmeno tutta Europa bastava: bisognò quindi attendere, dopo le scoperte e le conquiste portoghesi, francesi, inglesi e russe, che gli Stati Uniti di America diventassero una seconda Europa più ricca forse ed attiva, mentre con una rapidità fulminea, inintelligibile, l'Australia s'improvvisava quasi nel futuro, esperimentando in sè medesima le teoriche politiche del socialismo. E l'Asia fu aperta, corsa, insanguinata, fecondata dal riverso di tutti i monti, da tutte le spiagge, oltre tutte le barriere, su tutti i fiumi; i suoi imperi più vasti, come la Cina, con un ritmo funebre in pochi anni subirono invasioni russe, francesi, giapponesi, e tutta una crociata bianca, in una guerra che parve una parata e lo era: ma la Cina era ancora come morta, e il suo enorme cadavere, troppo enorme, non poteva essere diviso: i regni dell'Afganistan, del Siam, della Persia, sbattuti da rivoluzioni indigene sollevate dall'invisibile pulviscolo fermentatore della nostra civiltà, si dibattevano nelle strette della nostra diplomazia per salvare ancora qualche apparenza di regalità, e non erano più che uno scenario, sul quale attori muti, bizzarramente vestiti, facevano tratto tratto un gesto stanco, incomprensibile: larve di un passato millenario, fantasmidi una vita morta anche negli inconsumabili monumenti della sua antica grandezza.

E sulle alture della sua mitica e mistica rocca, il gran Lama, il sacro fantoccio del buddhismo, questa immensa, profonda religione, che potrà sola resistere alla marcia invaditrice e trionfale del cristianesimo, era recentemente sloggiato da un solo colonnello inglese, fra lo stupore orrifico e sacro dei credenti, in mezzo a un popolo di sacerdoti, fra villaggi formati soltanto di monasteri, dentro un silenzio nel quale da secoli e secoli la vecchia anima asiatica si assopiva obliando la tragedia inconsolabile ed inutile della vita.

Adesso non vi è più popolo, non cantone dell'Asia, nel quale il soffio abbruciante dello spirito bianco non sia giunto: i missionari della religione e del commercio, gli avventurieri della scienza e dell'arte, le avanguardie delle industrie e delle diplomazie sono penetrati dovunque: il mercato è immenso, la conquista impossibile, la lotta fra gli invasori inevitabile e senza tregua.

Ma che l'Asia possa e debba risorgere è oramai certo nella vittoria del suo cavaliere giapponese: egli reclama il primo posto a questa opera di rinnovamento, e sicuro della propria improvvisata modernità si leva minaccioso e trionfante contro la Russia, sulla Russia, a respingere la sua secolare alluvione, a negarle la primazia del protettorato asiatico.

In Europa la Russia soltanto poteva sentire ed arrischiare la stupefacente grandezza di tale opera, calando dall'invasa e già fecondata Siberia sulla Cina a romperle il sonno e l'impero per darle la servitù e la vita. Dall'India la conquista commercialedell'Inghilterra non poteva risalire; e l'Inghilterra, piccola di territorio, esigua di numero, non può essere che un'impresa commerciale, assorbe ancora più che non fecondi e non saprebbe suscitare la vita per inferiorità aritmetica nei propri viventi. La Russia soltanto aveva ed avrà una emigrazione all'interno, un popolo ancora vergine ed agricolo, capace di riversarsi su nuove terre e rinnovarle: essa soltanto ha ancora l'unità di governo, di fede, di sacrificio, d'ignoranza, di genio necessaria alle grandi fondazioni.

Ecco forse il motivo oscuro, inconscio del coraggio del soldato russo attraverso tante sconfitte e delusioni di generali e naufragi di ammiragli e morti su tutti i campi, sterminio, in furia d'uragano, in una lontananza di mistero, nella suprema indifferenza del fato. I nihilisti, i nemici dello czarismo uccidono qualche ministro, ma nemmeno fra tanto dolore e tanta rivolta di anime contro l'insufficienza del governo osano il rischio di una rivoluzione anche meno che parziale: la guerra d'Oriente è un'epoca russa, una fatalità della sua storia, il motivo epico più vero della sua superiorità in Europa.

Altre sconfitte seguiranno a questa, ma la Russia starà, poichè l'Europa è tutta dentro la sua azione, e le gelosie di governo, le rivalità industriali, gli antagonismi di nazione non contano, non bastano a contraddire, ad arrestare per un minuto soltanto l'impresa.

La guerra attuale non ha e non può avere soluzione: l'eroismo è pari nei combattenti e pari la ragione: qualcuno, qualche cosa interromperà la guerra per il riposo indispensabile a riprenderla. Quando?

Adesso non siamo che al prologo, le battaglie nesono le battute; la vittoria giapponese prova la risurrezione asiatica, l'impossibilità di scacciare la Russia dall'Asia il diritto al suo immenso carato d'influenza nell'opera del rinnovamento.

E i morti? La storia non li conta: alla poesia, se vi sono ancora poeti, il trovare per essi un canto, che uguagli quello di Omero.

20 ottobre 1904.


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