UNA VISITABarrès è candidato alla Accademia francese.Riuscirà dove Balzac e Zola fallirono, l'uno avendo pur conquistato alla Francia la sovranità dell'arte moderna sul mondo, l'altro avendo regnato nell'arte del proprio tempo come un tiranno plebeo e massiccio, duro ed onesto, violento sino allo scandalo e novatore più nella volontà che nel pensiero? Ovunque e sempre le accademie non furono un indice sicuro nè del valore negli eletti, nè del giudizio fatto su loro dal pubblico.Maurizio Barrès è oggi in Francia forse l'ingegno più individuale: vi è qualche cosa del suo nome nella sua anima, una sbarra di acciaio, luminosa e sonora. Non saprebbe piegarsi senza rompersi: nulla ha potuto appannare la sua brunitura: è sottile e penetrante, un'arma e un ostacolo: come tutte le armi ha la frenesia di uccidere, come tutti gli ostacoli la superbia di essere infrangibile.Egli è un solitario, sdegnato, insolente, che domanda sempre alla propria superiorità la giustificazione della propria opera: campione dell'individualismo, adora in sè medesimo il più compiuto degli individui: sogna nel passato e ne getta i sogni all'avvenire come una rivelazione.Per lui il mondo non vale la Francia, anche quando nella febbre malarica delle polemiche insulta come un figlio la madre: per lui la salvezza di oggi e di domani è nell'energia della coscienza individualecontro l'incoscienza democratica delle masse, alle quali l'elettorato rimise il comando della politica, prima che la tradizione ne avesse loro appreso la profonda, sovrana abilità.Come molti, troppi forse, Barrès è un ribelle alla piazza: detesta le sue elezioni, i suoi capi, i suoi programmi immediati e voraci, la volgarità delle sue conquiste, la brutalità delle sue negazioni. La sua fede anzi è una negazione del volgo, sul quale vorrebbe regnare come un imperatore e non sa; e vorrebbe forse trattarlo, come già fecero Giulio Cesare e Napoleone, gettandolo all'aria quale un pulviscolo fecondatore, gittandolo nelle fauci della morte quasi un'offa, per guadagnare il passo supremo nella tragedia di un'idea e di un'epoca.Egli è nazionalista e patriota: un vizio e una virtù.Nazionalista, odia la repubblica e non ha una monarchia, perchè la monarchia è così morta da gran tempo nella Francia, che non vi si veggono neppure più i resti del suo cadavere. Patriota, la sua patria è l'individualità della Francia alta sopra sè stessa e contro il mondo: una Francia vibrante di originalità e di creazione, vivente di applausi e d'incensi, rossa di lavoro e di passioni, insaziabilmente capricciosa, e così dama da non volere, non accettare se non ciò che è signorilmente bello nell'idea e nella forma.Dio stesso non poteva passare attraverso l'anima e le pagine di Barrès che come il più alto degli individui: pensiero diventato volontà nella creazione, giustizia di giustiziere nella storia, provvidenza di primogeniture e di elezioni nella vita. Quindi egli ha pensato, scritto, ma non mai operato, in un sogno di grandezza che talvolta arrivava all'empietà: havantato tutto, i fantasmi della potenza, imperatori e gesuiti, i santi e gli eroi; sentinella di confine sempre colla spada nel pugno e la lanterna accesa la notte, cavaliere di torneo coi colori della Francia nella fascia e la frenesia della vittoria negli occhi; poeta nella prosa come pochissimo nel verso; originale non nell'idea ma nel sentimento, vivo ancora più nell'accento che nella parola.I suoi libri hanno lo squillo della diana: sferzano i desti e i dormienti, gridano la battaglia e vantano la morte per passione di vita.L'accetteranno all'Accademia?Ne dubito.Egli non è un grande, ma un vivo: Rostand, invece, non vi è nemmeno un morto, poichè non visse mai in nessuna delle proprie figure e i suoi versi stanno alla poesia come il tamarindo al vino.Ma Barrès ha dato la vita a qualche fantasma: ricordate i paesaggi diAigues-mortes, iDeracinés, quella pagina rovente, lugubre, spaventevole contro Dreyfus, quando condannato gli strapparono i galloni dinanzi ad una compagnia di soldati pallidi di collera e di silenzio: una pagina che è un capolavoro e basta sola all'immortalità di uno scrittore? Quanti in Italia ne hanno scritto una simile? E non parlo dei letterati gloriosi e glorificanti la scuola, ma degli artisti, dei poeti, degli scrittori veri, saliti nella vita e per la vita, rinnovando, creando quello che in Italia non c'era, la lingua, lo stile, la figura, la parola vivente.Adesso i giornali francesi attaccano Barrès: ilMatingli rinfacciava ieri quel magnifico opuscolo.Una visita sopra un campo di battaglia: ed è giusto: nello scorcio di quel libretto vi è tutto Barrès. Eglivanta la guerra, la strage dei soldati morti per difendere la Francia contro la razza tedesca: l'odore della polvere e del sangue lo ubbriaca, le ferite sanguinano eloquentemente, i feriti hanno una maestà che domina la vita e la morte, i morti composti nella eterna bellezza di un quadro trionfano immoti.Eppure Barrès non sa o non vuol sapere che il suo individualismo, così intrattabile ed imperatorio, è cliente di un tedesco ben più altero, e poeta e filosofo originale, Federico Nietzsche. Questi è l'avversario di Carlo Marx; egli solo ha saputo rispondere alla esagerazione del sistema socialista con un'altra esagerazione, che involgeva e sollevava tutta l'anima umana in una religione e in una idolatria dell'individuo in mezzo a tutte le bufere della vita, fra i più vasti orizzonti della storia, fin sulle cime più inaccesse del pensiero.Tale risposta era inevitabile, poichè la legge del binomio domina vita e storia.E dopo Nietzsche pullularono ribelli ed individualisti, la moda vi si mescolò, la ribellione alla piazza fu un nuovo vanto aristocratico, l'originalità di chi non ne aveva un'altra, la volgarità degli ultimi falsi eletti contro il volgo, che saliva scomposto, deforme, informe forse, ma saliva e giustificava colla forza incontrastabile della ascensione il proprio diritto.Non vi è originalità nè verità contro la massa e il ritmo de' suoi periodi: il genio supera la folla e non la nega, l'eroe serve il popolo e non lo schiaccia, l'individuo per diventare grande deve esprimere non sè stesso ma una gente.Che cosa resterà dei libri pur così belli di Barrès?Che cosa resta degli incendi?21 novembre 1905.
Barrès è candidato alla Accademia francese.
Riuscirà dove Balzac e Zola fallirono, l'uno avendo pur conquistato alla Francia la sovranità dell'arte moderna sul mondo, l'altro avendo regnato nell'arte del proprio tempo come un tiranno plebeo e massiccio, duro ed onesto, violento sino allo scandalo e novatore più nella volontà che nel pensiero? Ovunque e sempre le accademie non furono un indice sicuro nè del valore negli eletti, nè del giudizio fatto su loro dal pubblico.
Maurizio Barrès è oggi in Francia forse l'ingegno più individuale: vi è qualche cosa del suo nome nella sua anima, una sbarra di acciaio, luminosa e sonora. Non saprebbe piegarsi senza rompersi: nulla ha potuto appannare la sua brunitura: è sottile e penetrante, un'arma e un ostacolo: come tutte le armi ha la frenesia di uccidere, come tutti gli ostacoli la superbia di essere infrangibile.
Egli è un solitario, sdegnato, insolente, che domanda sempre alla propria superiorità la giustificazione della propria opera: campione dell'individualismo, adora in sè medesimo il più compiuto degli individui: sogna nel passato e ne getta i sogni all'avvenire come una rivelazione.
Per lui il mondo non vale la Francia, anche quando nella febbre malarica delle polemiche insulta come un figlio la madre: per lui la salvezza di oggi e di domani è nell'energia della coscienza individualecontro l'incoscienza democratica delle masse, alle quali l'elettorato rimise il comando della politica, prima che la tradizione ne avesse loro appreso la profonda, sovrana abilità.
Come molti, troppi forse, Barrès è un ribelle alla piazza: detesta le sue elezioni, i suoi capi, i suoi programmi immediati e voraci, la volgarità delle sue conquiste, la brutalità delle sue negazioni. La sua fede anzi è una negazione del volgo, sul quale vorrebbe regnare come un imperatore e non sa; e vorrebbe forse trattarlo, come già fecero Giulio Cesare e Napoleone, gettandolo all'aria quale un pulviscolo fecondatore, gittandolo nelle fauci della morte quasi un'offa, per guadagnare il passo supremo nella tragedia di un'idea e di un'epoca.
Egli è nazionalista e patriota: un vizio e una virtù.
Nazionalista, odia la repubblica e non ha una monarchia, perchè la monarchia è così morta da gran tempo nella Francia, che non vi si veggono neppure più i resti del suo cadavere. Patriota, la sua patria è l'individualità della Francia alta sopra sè stessa e contro il mondo: una Francia vibrante di originalità e di creazione, vivente di applausi e d'incensi, rossa di lavoro e di passioni, insaziabilmente capricciosa, e così dama da non volere, non accettare se non ciò che è signorilmente bello nell'idea e nella forma.
Dio stesso non poteva passare attraverso l'anima e le pagine di Barrès che come il più alto degli individui: pensiero diventato volontà nella creazione, giustizia di giustiziere nella storia, provvidenza di primogeniture e di elezioni nella vita. Quindi egli ha pensato, scritto, ma non mai operato, in un sogno di grandezza che talvolta arrivava all'empietà: havantato tutto, i fantasmi della potenza, imperatori e gesuiti, i santi e gli eroi; sentinella di confine sempre colla spada nel pugno e la lanterna accesa la notte, cavaliere di torneo coi colori della Francia nella fascia e la frenesia della vittoria negli occhi; poeta nella prosa come pochissimo nel verso; originale non nell'idea ma nel sentimento, vivo ancora più nell'accento che nella parola.
I suoi libri hanno lo squillo della diana: sferzano i desti e i dormienti, gridano la battaglia e vantano la morte per passione di vita.
L'accetteranno all'Accademia?
Ne dubito.
Egli non è un grande, ma un vivo: Rostand, invece, non vi è nemmeno un morto, poichè non visse mai in nessuna delle proprie figure e i suoi versi stanno alla poesia come il tamarindo al vino.
Ma Barrès ha dato la vita a qualche fantasma: ricordate i paesaggi diAigues-mortes, iDeracinés, quella pagina rovente, lugubre, spaventevole contro Dreyfus, quando condannato gli strapparono i galloni dinanzi ad una compagnia di soldati pallidi di collera e di silenzio: una pagina che è un capolavoro e basta sola all'immortalità di uno scrittore? Quanti in Italia ne hanno scritto una simile? E non parlo dei letterati gloriosi e glorificanti la scuola, ma degli artisti, dei poeti, degli scrittori veri, saliti nella vita e per la vita, rinnovando, creando quello che in Italia non c'era, la lingua, lo stile, la figura, la parola vivente.
Adesso i giornali francesi attaccano Barrès: ilMatingli rinfacciava ieri quel magnifico opuscolo.Una visita sopra un campo di battaglia: ed è giusto: nello scorcio di quel libretto vi è tutto Barrès. Eglivanta la guerra, la strage dei soldati morti per difendere la Francia contro la razza tedesca: l'odore della polvere e del sangue lo ubbriaca, le ferite sanguinano eloquentemente, i feriti hanno una maestà che domina la vita e la morte, i morti composti nella eterna bellezza di un quadro trionfano immoti.
Eppure Barrès non sa o non vuol sapere che il suo individualismo, così intrattabile ed imperatorio, è cliente di un tedesco ben più altero, e poeta e filosofo originale, Federico Nietzsche. Questi è l'avversario di Carlo Marx; egli solo ha saputo rispondere alla esagerazione del sistema socialista con un'altra esagerazione, che involgeva e sollevava tutta l'anima umana in una religione e in una idolatria dell'individuo in mezzo a tutte le bufere della vita, fra i più vasti orizzonti della storia, fin sulle cime più inaccesse del pensiero.
Tale risposta era inevitabile, poichè la legge del binomio domina vita e storia.
E dopo Nietzsche pullularono ribelli ed individualisti, la moda vi si mescolò, la ribellione alla piazza fu un nuovo vanto aristocratico, l'originalità di chi non ne aveva un'altra, la volgarità degli ultimi falsi eletti contro il volgo, che saliva scomposto, deforme, informe forse, ma saliva e giustificava colla forza incontrastabile della ascensione il proprio diritto.
Non vi è originalità nè verità contro la massa e il ritmo de' suoi periodi: il genio supera la folla e non la nega, l'eroe serve il popolo e non lo schiaccia, l'individuo per diventare grande deve esprimere non sè stesso ma una gente.
Che cosa resterà dei libri pur così belli di Barrès?
Che cosa resta degli incendi?
21 novembre 1905.