VIDEE E FIGURE
L'IMPERO IDEALEIl convegno è a Ravenna, nella città antica e nel nome del più grande fra tutti i poeti.Qualche cosa ricomincia, dalla gloria della città e del poeta, per la coscienza d'Italia, ancora oscura nel lutto di una tragedia regale.Quel re sognato da Dante nella lunga angoscia dell'esilio, attraverso la bufera delle guerre municipali, fu assassinato a Monza fra una festa di popolo dal messo enigmatico di una idea più antica di ogni governo, ma essenzialmente moderna nel processo della sua passione e de' suoi atti. L'Italia sentì tremare il proprio cuore, e nondimeno levandosi in un magnifico slancio d'orgoglio riaffermò quella fede all'impero ideale sulla storia, che anche nelle epoche più basse della decadenza era bastata a salvarle l'opera ed il nome, il privilegio del primato e la speranza dell'unità nazionale.Perchè l'Italia compì due volte l'unità del mondo prima che la propria, strinse in Roma il cattolicismo pagano e quello cristiano, dilatando ai più remoti confini l'impero ideale, mentre fra l'Alpe e idue mari i suoi popoli, ancora stranieri e discordi, proseguivano instancabili nelle ribellioni della loro originalità. E nel medio evo, quando l'impero romano non era più che un pensiero incancellabile nella memoria del mondo, e l'impero del papato pareva appena il riflesso di un altro impero celeste, l'Italia rinnovò un'altra volta la storia colla meravigliosa sovranità dei propri comuni, capaci di lottare soli contro tutti i regni e di preparare in sè stessi tutta la moderna civiltà.Dante è l'eroico poeta del comune italiano, ma ribelle alla sua indomabile autonomia per sottometterla ad un nuovo impero italiano, che riunisca Cesari e pontefici nel dominio del mondo.Così egli supera la propria epoca e la fraintende; vuole ricongiungere passato e avvenire in una formula eterna, imponendola alla originalità del comune, che invece significa nel genio del poeta l'immortale giovinezza dello spirito e la inesauribile superiorità del genio italiano.Il poeta è troppo grande per comprendere sè stesso; le sue passioni sono multiple come le guerre e le tragedie municipali, la sua idea italiana associa tutte le idee della Roma cesarea e della Roma papale, mentre le sue collere devastano e fecondano come gli uragani.Il suo verso ripete l'incanto di tutte le bellezze, quelle rimaste incorruttibili nella tradizione dell'arte e quelle salienti dall'inconscia spontaneità della vita nuova; ha l'impeto pauroso dei torrenti e i murmuri dei rivoli argentei per le valli affollate di case e di fiori, tutte le voci dell'aurora e della notte; come il cielo e come il mare assume ogni forma e colore, come il mare e come il cielo lascia passarequalunque fantasma; improvvisa nella lontananza tutti gli orizzonti, è tempestoso e sereno, suona come una parola e come un'eco; è una musica, un verbo, una rivelazione.Ma che cosa ne sanno quei cittadini, i quali lo dannarono all'esilio, e quei concittadini, che a volta a volta lo accolgono e lo respingono, congiurano, combattono, vivono e muoiono in una tempesta politica, apparentemente senza legge, perchè prepara quella di un altro mondo?In ogni città, in qualsivoglia castello, il poeta rimane ugualmente straniero; il suo genio romano e italiano lo costringe al sogno dell'impero ideale, mentre il suo cuore lo conduce su tutte le orme della vita, dietro le figure più effimere; nella insaziabile avidità del poeta, egli si getta con pari impeto su tutte le gioie e tutti i dolori, si avvelena alla coppa di tutte le false ospitalità, si ubriaca al sorriso di tutte le speranze, finchè con un gesto titanico avventa capovolto nell'inferno tutto il proprio tempo, per lanciarsi poco dopo a volo dietro il fantasma di una fanciulla, intravista appena da fanciullo, superando i cieli di Tolomeo con San Paolo, e ridiscendendone ancora per narrare nel poema trionfante oltre i limiti del genio stesso, la vita divina dei beati e l'ultimo segreto di Dio.Dante appare quindi l'imperatore ideale d'Italia, il poeta della sua anima, il profeta della sua risurrezione.Il Poema fu per noi tutti come il libro della vita, e il nome del Poeta come la parola di riconoscimento attraverso i secoli per i grandi spiriti condottieri della nostra storia.Nella lunga umiliazione della servitù nazionaleegli era sempre il vittorioso, che i vincitori non potevano abbassare: nelle prime ore della nuova speranza fu la fede, e quando l'Italia si levò finalmente al grido di Mazzini, alla parola di Vittorio Emanuele, al lampo della spada di Garibaldi, affidandosi alla mano di Cavour, era ancora il pensiero di Dante, il suo sogno di un'Italia grande sul mondo, che riappariva nelle menti di tutti e trionfava nel sacrificio degli eroi.Così dall'ombra luttuosa delle nostre ultime vicende politiche la sua figura si leva superba e severa a proteggere la nostra debolezza.Non mai si eressero a lui tanti monumenti come in questo scorcio di secolo, perchè in nessun altro forse sembrò più miracolosamente moderno; sulla piazza di Trento, nella quale Garibaldi non potè entrare, egli vigila già coll'occhio fiso a Roma: domani chiamerà. Risponderemo.Ma prima apparirà forse sopra una piazza di Trieste a respingere colla parola italiana gli oscuri barbari dialetti, che cingono d'assedio e battono minacciosi le mura dell'illustre città marinara.La parola non è forse il verbo della vita? non cominciò sempre in essa ogni vittoria? Coloro che non credono alla forza della parola, ignorano anche quella del pensiero, che solamente per essa si fa opera. La parola è il più vero confine della patria, se il confine debba essere una fisonomia. Ogni pensiero non è nazionale che per la parola, nella quale si esprime atteggiando di sè medesimo la vita: ecco perchè la scienza non sarà mai nazionale, mentre nella sua parola astratta la vita spira.Ma finchè il cuore batta, e nelle nostre pupille si specchi il cielo d'Italia, e i nostri orecchi odano lavoce dei nostri fiumi, e la nostra memoria ricordi le sillabe dell'infanzia e rispondiamo con esse ai nostri bambini; finchè il nostro pensiero sia pieno della nostra storia e la nostra anima capace di avvenire, dovremo difendere la nostra parola sul confine di ogni altra e dentro noi stessi, per salvare nella sua pura bellezza la speranza di sopravvivere al nostro breve compito d'individui.Oggi Ravenna, la città del secondo impero e la prima che contese a Roma la gloria di capitale cattolica, accoglie nell'ampio giro della propria idea i rappresentanti di tutta Italia per una più solenne affermazione del pensiero e della parola italiana.Qui, dove Dante compì il divino poema e s'arrestò l'ultima volta nel suo tragico pellegrinaggio di profeta, si rinnoverà il giuramento del nostro patto nazionale; bisogna qui, davanti alla sua ombra d'imperatore, ripetere il grido dell'impero.Dante esule da Firenze, diventò veramente italiano a Ravenna; la sua città era troppo piccola pel suo sepolcro; solamente Ravenna, estrema stazione dell'impero romano, poteva in Italia bastare per la tomba di Dante.L'imperatore volle chinare il gran capo sull'ultimo origliere dell'impero, ma egli aveva già trionfato della morte nella parola del poema.Nessuno può immaginare quali pensieri apparissero ancora all'anima di Dante, mentre l'ombra senza nome gli saliva d'intorno e la fiamma de' suoi occhi, rimasti aperti dentro l'abbacinante candore della luce divina nell'ultimo canto del Paradiso, si spegneva come quella di un astro per le lontananze infinite del cielo; ma se la nostra anima vive ancora del suo spirito, se la sua parola fiammeggiaal di là dei nostri orizzonti, se ci resta una missione nel mondo e una qualche potenza sovra di esso, Dante esule, straniero, perduto nell'ultima tenebra, vide ancora lungi per i secoli il trionfo dell'impero italiano.Levate alta la bandiera d'Italia al saluto di tutte le sue città; levatela più superba e più alta, perchè oltre i monti ed i mari, ovunque suona una parola italiana, si alzi un grido di fede e una promessa di avvenire.La tomba di Dante è l'arca santa d'Italia.29 settembre 1900.
Il convegno è a Ravenna, nella città antica e nel nome del più grande fra tutti i poeti.
Qualche cosa ricomincia, dalla gloria della città e del poeta, per la coscienza d'Italia, ancora oscura nel lutto di una tragedia regale.
Quel re sognato da Dante nella lunga angoscia dell'esilio, attraverso la bufera delle guerre municipali, fu assassinato a Monza fra una festa di popolo dal messo enigmatico di una idea più antica di ogni governo, ma essenzialmente moderna nel processo della sua passione e de' suoi atti. L'Italia sentì tremare il proprio cuore, e nondimeno levandosi in un magnifico slancio d'orgoglio riaffermò quella fede all'impero ideale sulla storia, che anche nelle epoche più basse della decadenza era bastata a salvarle l'opera ed il nome, il privilegio del primato e la speranza dell'unità nazionale.
Perchè l'Italia compì due volte l'unità del mondo prima che la propria, strinse in Roma il cattolicismo pagano e quello cristiano, dilatando ai più remoti confini l'impero ideale, mentre fra l'Alpe e idue mari i suoi popoli, ancora stranieri e discordi, proseguivano instancabili nelle ribellioni della loro originalità. E nel medio evo, quando l'impero romano non era più che un pensiero incancellabile nella memoria del mondo, e l'impero del papato pareva appena il riflesso di un altro impero celeste, l'Italia rinnovò un'altra volta la storia colla meravigliosa sovranità dei propri comuni, capaci di lottare soli contro tutti i regni e di preparare in sè stessi tutta la moderna civiltà.
Dante è l'eroico poeta del comune italiano, ma ribelle alla sua indomabile autonomia per sottometterla ad un nuovo impero italiano, che riunisca Cesari e pontefici nel dominio del mondo.
Così egli supera la propria epoca e la fraintende; vuole ricongiungere passato e avvenire in una formula eterna, imponendola alla originalità del comune, che invece significa nel genio del poeta l'immortale giovinezza dello spirito e la inesauribile superiorità del genio italiano.
Il poeta è troppo grande per comprendere sè stesso; le sue passioni sono multiple come le guerre e le tragedie municipali, la sua idea italiana associa tutte le idee della Roma cesarea e della Roma papale, mentre le sue collere devastano e fecondano come gli uragani.
Il suo verso ripete l'incanto di tutte le bellezze, quelle rimaste incorruttibili nella tradizione dell'arte e quelle salienti dall'inconscia spontaneità della vita nuova; ha l'impeto pauroso dei torrenti e i murmuri dei rivoli argentei per le valli affollate di case e di fiori, tutte le voci dell'aurora e della notte; come il cielo e come il mare assume ogni forma e colore, come il mare e come il cielo lascia passarequalunque fantasma; improvvisa nella lontananza tutti gli orizzonti, è tempestoso e sereno, suona come una parola e come un'eco; è una musica, un verbo, una rivelazione.
Ma che cosa ne sanno quei cittadini, i quali lo dannarono all'esilio, e quei concittadini, che a volta a volta lo accolgono e lo respingono, congiurano, combattono, vivono e muoiono in una tempesta politica, apparentemente senza legge, perchè prepara quella di un altro mondo?
In ogni città, in qualsivoglia castello, il poeta rimane ugualmente straniero; il suo genio romano e italiano lo costringe al sogno dell'impero ideale, mentre il suo cuore lo conduce su tutte le orme della vita, dietro le figure più effimere; nella insaziabile avidità del poeta, egli si getta con pari impeto su tutte le gioie e tutti i dolori, si avvelena alla coppa di tutte le false ospitalità, si ubriaca al sorriso di tutte le speranze, finchè con un gesto titanico avventa capovolto nell'inferno tutto il proprio tempo, per lanciarsi poco dopo a volo dietro il fantasma di una fanciulla, intravista appena da fanciullo, superando i cieli di Tolomeo con San Paolo, e ridiscendendone ancora per narrare nel poema trionfante oltre i limiti del genio stesso, la vita divina dei beati e l'ultimo segreto di Dio.
Dante appare quindi l'imperatore ideale d'Italia, il poeta della sua anima, il profeta della sua risurrezione.
Il Poema fu per noi tutti come il libro della vita, e il nome del Poeta come la parola di riconoscimento attraverso i secoli per i grandi spiriti condottieri della nostra storia.
Nella lunga umiliazione della servitù nazionaleegli era sempre il vittorioso, che i vincitori non potevano abbassare: nelle prime ore della nuova speranza fu la fede, e quando l'Italia si levò finalmente al grido di Mazzini, alla parola di Vittorio Emanuele, al lampo della spada di Garibaldi, affidandosi alla mano di Cavour, era ancora il pensiero di Dante, il suo sogno di un'Italia grande sul mondo, che riappariva nelle menti di tutti e trionfava nel sacrificio degli eroi.
Così dall'ombra luttuosa delle nostre ultime vicende politiche la sua figura si leva superba e severa a proteggere la nostra debolezza.
Non mai si eressero a lui tanti monumenti come in questo scorcio di secolo, perchè in nessun altro forse sembrò più miracolosamente moderno; sulla piazza di Trento, nella quale Garibaldi non potè entrare, egli vigila già coll'occhio fiso a Roma: domani chiamerà. Risponderemo.
Ma prima apparirà forse sopra una piazza di Trieste a respingere colla parola italiana gli oscuri barbari dialetti, che cingono d'assedio e battono minacciosi le mura dell'illustre città marinara.
La parola non è forse il verbo della vita? non cominciò sempre in essa ogni vittoria? Coloro che non credono alla forza della parola, ignorano anche quella del pensiero, che solamente per essa si fa opera. La parola è il più vero confine della patria, se il confine debba essere una fisonomia. Ogni pensiero non è nazionale che per la parola, nella quale si esprime atteggiando di sè medesimo la vita: ecco perchè la scienza non sarà mai nazionale, mentre nella sua parola astratta la vita spira.
Ma finchè il cuore batta, e nelle nostre pupille si specchi il cielo d'Italia, e i nostri orecchi odano lavoce dei nostri fiumi, e la nostra memoria ricordi le sillabe dell'infanzia e rispondiamo con esse ai nostri bambini; finchè il nostro pensiero sia pieno della nostra storia e la nostra anima capace di avvenire, dovremo difendere la nostra parola sul confine di ogni altra e dentro noi stessi, per salvare nella sua pura bellezza la speranza di sopravvivere al nostro breve compito d'individui.
Oggi Ravenna, la città del secondo impero e la prima che contese a Roma la gloria di capitale cattolica, accoglie nell'ampio giro della propria idea i rappresentanti di tutta Italia per una più solenne affermazione del pensiero e della parola italiana.
Qui, dove Dante compì il divino poema e s'arrestò l'ultima volta nel suo tragico pellegrinaggio di profeta, si rinnoverà il giuramento del nostro patto nazionale; bisogna qui, davanti alla sua ombra d'imperatore, ripetere il grido dell'impero.
Dante esule da Firenze, diventò veramente italiano a Ravenna; la sua città era troppo piccola pel suo sepolcro; solamente Ravenna, estrema stazione dell'impero romano, poteva in Italia bastare per la tomba di Dante.
L'imperatore volle chinare il gran capo sull'ultimo origliere dell'impero, ma egli aveva già trionfato della morte nella parola del poema.
Nessuno può immaginare quali pensieri apparissero ancora all'anima di Dante, mentre l'ombra senza nome gli saliva d'intorno e la fiamma de' suoi occhi, rimasti aperti dentro l'abbacinante candore della luce divina nell'ultimo canto del Paradiso, si spegneva come quella di un astro per le lontananze infinite del cielo; ma se la nostra anima vive ancora del suo spirito, se la sua parola fiammeggiaal di là dei nostri orizzonti, se ci resta una missione nel mondo e una qualche potenza sovra di esso, Dante esule, straniero, perduto nell'ultima tenebra, vide ancora lungi per i secoli il trionfo dell'impero italiano.
Levate alta la bandiera d'Italia al saluto di tutte le sue città; levatela più superba e più alta, perchè oltre i monti ed i mari, ovunque suona una parola italiana, si alzi un grido di fede e una promessa di avvenire.
La tomba di Dante è l'arca santa d'Italia.
29 settembre 1900.