VIIPUNTE SECCHE
I DEICIDIMentre per la vasta Russia, nelle città e nelle steppe, attraverso immense distanze di luogo e di civiltà, latra il mostro della guerra spaventando anche coloro che più pensano, giacchè il problema orientale è ugualmente profondo per tutti, un altro rumore più sinistro ricomincia nei paesi, che videro ieri le ultime stragi degli ebrei.La vendetta caduta nella stanchezza e nell'ebrietà del sangue, sembra risollevarsi quasi all'eco degli appelli guerreschi, sferzando la nativa ferocia dei contadini e dei più bassi operai, pei quali l'ebreo rappresenta il nemico della vita, colui che crocifisse Gesù e ancora inchioda sopra una croce invisibile tutti i più miseri.L'ebreo è nel popolo russo un fantasma di odio e di dolore: a lui, più infelice di coloro che lo perseguitano, sale da tutte le anime la maledizione che dispera e urla nello spasimo della propria impotenza. Tutto quanto colpisce e ferisce la vita è opera del l'ebreo venuto non si sa donde, anche se da oltre un secolo la sua gente si sia fermata su quella terra; perchè l'ebreo non è agricoltore, e la sua piccola industria non crea, il suo commercio è un mistero,la sua moneta un'arma, il suo aiuto una morte. Il contadino, senza danaro anche nell'agiatezza, non ne trova che presso gli ebrei: non vi sono banche sufficienti, e quelle aperte non hanno numerario pari al bisogno; poi la banca è in mano ai signori, al governo, ai forti, dei quali il popolo diffida, perchè non amano il popolo e temono magari la sua ascensione. L'ebreo solo è la banca della gente minuta, e osa prestare rifacendosi dei rischi sui frutti: con lui, per lui tutto è pegno: la sua usura insaziabile è condiscendente: egli presta come ad un nemico, che si offre prigioniero, ma il prigioniero, lasciandosi mettere il laccio al collo, serba libere le mani. Che una parola incendii un discorso, una bugia inventi un delitto, una tragedia si riveli improvvisa nella miseria di tutti, e tutte le mani si alzeranno a maledire e a percuotere questo nemico anche di Dio, escluso da tutti gli uffici e non difeso da alcuna legge: egli è solo ovunque fuorchè nella propria casa, non ha parenti, un partito, un'idea, una parola per difendersi. Sarà accusato di tutto, forse appunto per la sua vita da tutti divisa: si dirà che uccise lo czar Alessandro II, che portò il colera dall'oriente, avvelenò l'acqua dei pozzi, propagò le malattie col malocchio, violò i morti e invocò sulla Russia tutte le maledizioni della natura, immolando un bambino in un rito fantasticamente segreto e mostruoso.Ad ogni tumulto contro gli ebrei la folla si avventa, arde e saccheggia botteghe, case, l'opificio, la villa: il governo lascia fare, il clero guarda muto, e il suo silenzio è un'assoluzione: la borghesia gitta ai carnefici un sorriso che li incita e una frase che li diverte, la farsa degrada la tragedia, il delitto si diluisce nella massa, lo stesso anonimo confonde vittime ed assassini.Non sono che ebrei, e basta! Infatti, che cosa è l'ebreo nella Russia, la quale ha una civiltà di gabinetto e una barbarie di paese? Vi è una legislazione contro di lui condensata nei quindici volumi delloSvod Zakanof, che si può riassumere così: tutti sono liberi di fare tutto, meno quanto proibisce la legge; l'ebreo invece può fare soltanto ciò che la legge gli permette esplicitamente; quindi non abitare, non viaggiare dove voglia. È relegato in alcune province, ed anche dentro queste soltanto in luoghi determinati; non può essere ufficiale, impiegato nelle ferrovie, farmacista; gli sono quasi vietate le università, testimone non è creduto, accusato non trova quasi mai testimoni; la politica lo respinge, le professioni lo isolano, lo si crede ricco anche se povero, e ricco è battuto, spremuto, talvolta anche temuto.Perchè il danaro è la più terribile dell'armi, e l'ebreo sa adoperarla. Costretto a chiudersi in sè medesimo e a restringersi coi propri fratelli, la sua religione e la sua vita è di setta; odiato ha imparato a distillare l'odio per farne il più mortale dei veleni; trovando chiuse le scuole, ne ha aperte altre nelle sinagoghe, e l'amara, squallida, invincibile passione del Talmud ha risoffiato sull'anime: escluso dalla politica vi è entrato per lo spiraglio delle congiure, portando fra i nichilisti la potenza della astrazione che dissolve, il fascino di una dialettica che soffoca; circuito, taglieggiato dai funzionari, li compra e trionfa della legge e s'infiltra dovunque, fino al sinodo, fino alla corte.Il danaro, questo eterno libero, secondo la grande parola di un filosofo, diventa per lui una libertà e una sovranità; è impossibile colpire il danaro, sequestrarlo tutto; esso va a chi lo adora, si nasconde conlui, si muta in lui, è passione, idea, conquista, trionfo. Così l'ebreo vinto prepara la vittoria: non emigra, rimane dove la sua famiglia fu percossa, arsa la sua casa: sa che i suoi fratelli non lo abbandoneranno mai del tutto, e ricomincia la sua opera colla pazienza instancabile dell'avarizia, colla muta umiltà dell'odio. Vi è sempre una rivincita per i forti: basta aspettare.L'ebreo è il popolo dell'aspettazione.Non attendono forse ancora il Messia? Non sognano di ricostruire il regno di Sionne?Infrangibili come l'atomo primo della storia, hanno attraversato tutti i tempi e tutti i luoghi senza mutare: erano così, come adesso nella Russia, a Babilonia, a Ninive, nelle loro lunghe cattività: non si sono fusi mai con alcun popolo, nessun clima li ha mutati: nomadi, stranieri, pronti a servire, abili al comando, senza politica, senza arte, senza storia dal giorno supremo della caduta del Tempio. Li hanno battuti, e la loro anima si temprò meglio dell'acciaio; li hanno isolati, e la vita non potè più assorbirli: tutte le religioni li hanno egualmente colpiti d'anatema, e il loro Dio, la sola loro creazione, domina tutte le religioni: senza aristocrazia ne rappresentano la più antica; senza patria inventarono il cosmopolitismo; nemici di tutti hanno imparato tutti i mestieri, sanno assimilarsi tutte le opere, arrivare per tutte le vie, credere, sperare, operare, sempre, dovunque.Ma non possono creare.La loro originalità morì in Palestina: dopo Gesù, gli ebrei non hanno più davvero creato: nella filosofia, nella scienza, nell'arte, nella politica, possono tutto sapere, tutto adoperare: creare no. La creazione è inconsapevole: scaturisce dalla essenza di un popolo destinato ad atteggiare un quadro nella umanità:bisogna che questo popolo viva tutta la vita per esprimere in un dato momento un'idea o una formola essenziale.Il danaro non crea.Questa arme, che li ha difesi sempre, salvati spesso, tolse loro la potenza degli altri strumenti: adesso, nell'attuale periodo di civiltà e di libertà industriale, gli ebrei guadagnarono già e giustamente tutte le cime, coprono tutti gli uffici, e subiscono senza accorgersene la prova suprema.Resisteranno o si trasformeranno?Le estreme persecuzioni russe sono meno pericolose della nostra buona condiscendenza per la loro razza e la loro fisonomia. In Italia, per esempio, non vi è antisemitismo, e ciò basterebbe a far pensare bene del nostro tempo; eppure nella nostra recente rivoluzione gli ebrei non seppero tagliarsi una parte, esprimere un eroismo, significare una poesia.Vennero dopo: e che restino!Il nostro popolo, che non li ha mai odiati davvero, adesso stenterebbe forse a riconoscerli nella uniformità della folla, se un istinto segreto, indefinibile, più sottile di un profumo, più indeterminato di un ricordo non lo avvertisse.Vi è una separazione di razza, una differenza di anime, che tolgono ancora la perfetta fusione: forse l'antica morte di Gesù?Pei credenti; ma per gli altri?La risposta non sarebbe difficile, ma una domanda mi sovviene, udita da gran tempo in un crocchio di giovani artisti: parlavano di ebrei; improvvisamente un poeta, lo chiamavano così, proruppe:— Potete voi immaginare Mazzini e Garibaldi ebrei?31 gennaio 1904.
Mentre per la vasta Russia, nelle città e nelle steppe, attraverso immense distanze di luogo e di civiltà, latra il mostro della guerra spaventando anche coloro che più pensano, giacchè il problema orientale è ugualmente profondo per tutti, un altro rumore più sinistro ricomincia nei paesi, che videro ieri le ultime stragi degli ebrei.
La vendetta caduta nella stanchezza e nell'ebrietà del sangue, sembra risollevarsi quasi all'eco degli appelli guerreschi, sferzando la nativa ferocia dei contadini e dei più bassi operai, pei quali l'ebreo rappresenta il nemico della vita, colui che crocifisse Gesù e ancora inchioda sopra una croce invisibile tutti i più miseri.
L'ebreo è nel popolo russo un fantasma di odio e di dolore: a lui, più infelice di coloro che lo perseguitano, sale da tutte le anime la maledizione che dispera e urla nello spasimo della propria impotenza. Tutto quanto colpisce e ferisce la vita è opera del l'ebreo venuto non si sa donde, anche se da oltre un secolo la sua gente si sia fermata su quella terra; perchè l'ebreo non è agricoltore, e la sua piccola industria non crea, il suo commercio è un mistero,la sua moneta un'arma, il suo aiuto una morte. Il contadino, senza danaro anche nell'agiatezza, non ne trova che presso gli ebrei: non vi sono banche sufficienti, e quelle aperte non hanno numerario pari al bisogno; poi la banca è in mano ai signori, al governo, ai forti, dei quali il popolo diffida, perchè non amano il popolo e temono magari la sua ascensione. L'ebreo solo è la banca della gente minuta, e osa prestare rifacendosi dei rischi sui frutti: con lui, per lui tutto è pegno: la sua usura insaziabile è condiscendente: egli presta come ad un nemico, che si offre prigioniero, ma il prigioniero, lasciandosi mettere il laccio al collo, serba libere le mani. Che una parola incendii un discorso, una bugia inventi un delitto, una tragedia si riveli improvvisa nella miseria di tutti, e tutte le mani si alzeranno a maledire e a percuotere questo nemico anche di Dio, escluso da tutti gli uffici e non difeso da alcuna legge: egli è solo ovunque fuorchè nella propria casa, non ha parenti, un partito, un'idea, una parola per difendersi. Sarà accusato di tutto, forse appunto per la sua vita da tutti divisa: si dirà che uccise lo czar Alessandro II, che portò il colera dall'oriente, avvelenò l'acqua dei pozzi, propagò le malattie col malocchio, violò i morti e invocò sulla Russia tutte le maledizioni della natura, immolando un bambino in un rito fantasticamente segreto e mostruoso.
Ad ogni tumulto contro gli ebrei la folla si avventa, arde e saccheggia botteghe, case, l'opificio, la villa: il governo lascia fare, il clero guarda muto, e il suo silenzio è un'assoluzione: la borghesia gitta ai carnefici un sorriso che li incita e una frase che li diverte, la farsa degrada la tragedia, il delitto si diluisce nella massa, lo stesso anonimo confonde vittime ed assassini.
Non sono che ebrei, e basta! Infatti, che cosa è l'ebreo nella Russia, la quale ha una civiltà di gabinetto e una barbarie di paese? Vi è una legislazione contro di lui condensata nei quindici volumi delloSvod Zakanof, che si può riassumere così: tutti sono liberi di fare tutto, meno quanto proibisce la legge; l'ebreo invece può fare soltanto ciò che la legge gli permette esplicitamente; quindi non abitare, non viaggiare dove voglia. È relegato in alcune province, ed anche dentro queste soltanto in luoghi determinati; non può essere ufficiale, impiegato nelle ferrovie, farmacista; gli sono quasi vietate le università, testimone non è creduto, accusato non trova quasi mai testimoni; la politica lo respinge, le professioni lo isolano, lo si crede ricco anche se povero, e ricco è battuto, spremuto, talvolta anche temuto.
Perchè il danaro è la più terribile dell'armi, e l'ebreo sa adoperarla. Costretto a chiudersi in sè medesimo e a restringersi coi propri fratelli, la sua religione e la sua vita è di setta; odiato ha imparato a distillare l'odio per farne il più mortale dei veleni; trovando chiuse le scuole, ne ha aperte altre nelle sinagoghe, e l'amara, squallida, invincibile passione del Talmud ha risoffiato sull'anime: escluso dalla politica vi è entrato per lo spiraglio delle congiure, portando fra i nichilisti la potenza della astrazione che dissolve, il fascino di una dialettica che soffoca; circuito, taglieggiato dai funzionari, li compra e trionfa della legge e s'infiltra dovunque, fino al sinodo, fino alla corte.
Il danaro, questo eterno libero, secondo la grande parola di un filosofo, diventa per lui una libertà e una sovranità; è impossibile colpire il danaro, sequestrarlo tutto; esso va a chi lo adora, si nasconde conlui, si muta in lui, è passione, idea, conquista, trionfo. Così l'ebreo vinto prepara la vittoria: non emigra, rimane dove la sua famiglia fu percossa, arsa la sua casa: sa che i suoi fratelli non lo abbandoneranno mai del tutto, e ricomincia la sua opera colla pazienza instancabile dell'avarizia, colla muta umiltà dell'odio. Vi è sempre una rivincita per i forti: basta aspettare.
L'ebreo è il popolo dell'aspettazione.
Non attendono forse ancora il Messia? Non sognano di ricostruire il regno di Sionne?
Infrangibili come l'atomo primo della storia, hanno attraversato tutti i tempi e tutti i luoghi senza mutare: erano così, come adesso nella Russia, a Babilonia, a Ninive, nelle loro lunghe cattività: non si sono fusi mai con alcun popolo, nessun clima li ha mutati: nomadi, stranieri, pronti a servire, abili al comando, senza politica, senza arte, senza storia dal giorno supremo della caduta del Tempio. Li hanno battuti, e la loro anima si temprò meglio dell'acciaio; li hanno isolati, e la vita non potè più assorbirli: tutte le religioni li hanno egualmente colpiti d'anatema, e il loro Dio, la sola loro creazione, domina tutte le religioni: senza aristocrazia ne rappresentano la più antica; senza patria inventarono il cosmopolitismo; nemici di tutti hanno imparato tutti i mestieri, sanno assimilarsi tutte le opere, arrivare per tutte le vie, credere, sperare, operare, sempre, dovunque.
Ma non possono creare.
La loro originalità morì in Palestina: dopo Gesù, gli ebrei non hanno più davvero creato: nella filosofia, nella scienza, nell'arte, nella politica, possono tutto sapere, tutto adoperare: creare no. La creazione è inconsapevole: scaturisce dalla essenza di un popolo destinato ad atteggiare un quadro nella umanità:bisogna che questo popolo viva tutta la vita per esprimere in un dato momento un'idea o una formola essenziale.
Il danaro non crea.
Questa arme, che li ha difesi sempre, salvati spesso, tolse loro la potenza degli altri strumenti: adesso, nell'attuale periodo di civiltà e di libertà industriale, gli ebrei guadagnarono già e giustamente tutte le cime, coprono tutti gli uffici, e subiscono senza accorgersene la prova suprema.
Resisteranno o si trasformeranno?
Le estreme persecuzioni russe sono meno pericolose della nostra buona condiscendenza per la loro razza e la loro fisonomia. In Italia, per esempio, non vi è antisemitismo, e ciò basterebbe a far pensare bene del nostro tempo; eppure nella nostra recente rivoluzione gli ebrei non seppero tagliarsi una parte, esprimere un eroismo, significare una poesia.
Vennero dopo: e che restino!
Il nostro popolo, che non li ha mai odiati davvero, adesso stenterebbe forse a riconoscerli nella uniformità della folla, se un istinto segreto, indefinibile, più sottile di un profumo, più indeterminato di un ricordo non lo avvertisse.
Vi è una separazione di razza, una differenza di anime, che tolgono ancora la perfetta fusione: forse l'antica morte di Gesù?
Pei credenti; ma per gli altri?
La risposta non sarebbe difficile, ma una domanda mi sovviene, udita da gran tempo in un crocchio di giovani artisti: parlavano di ebrei; improvvisamente un poeta, lo chiamavano così, proruppe:
— Potete voi immaginare Mazzini e Garibaldi ebrei?
31 gennaio 1904.