E.

E.San Paolo in Malta—Canto ImprovvisatoPoichè l’onda varcai non mai tranquillaOve spiran talor venti insoavi,Fra cui Cariddi freme e latra Scilla,Scilla e Cariddi che le intere naviIngoian nelle viscere petrose,E ne vomitan poi le rotte travi,Oltre l’etnee voragini fumose,A cui perpetuo april le balze infiora,Solcai dell’afro mar le strade ondose.In porpora augural sorgea l’aurora,Quando un’isola apparve al punto istessoA me che meditava in su la prora;Isola che in offrir facile accessoL’Africa con l’Europa in sè marita,A due parti del mondo uscita e ingresso;Isola che bilingue e tripartitaIl passeggier nel suo cammin navaleCon quattro porti a riposarsi invita.Già vi scendea del mio desir sull’ale,Quando dall’alto udii voce tonante:“Scrivi quel che vedrai, scrivi, o mortale!”Levai sorpreso il pallido sembiante,E scender vidi nuvola d’argentoChe agli occhi mi vibrò balen fiammante:E dopo un giro vorticoso e lentoUn cittadin del ciel mi dischiudea,E tal che ancor lo veggio, ancor lo sento.Gran parte delle sfere onde scendeaAvea nel volto, e lunga fluttuandoSfioccata barba al petto suo pendea.Un pallio sinuoso e venerandoLo panneggiava, e avea tra fiero e pioUn libro in una man, nell’altra un brando.All’inspirato suo decor natioRiconobbi il maestro delle genti,Vaso d’elezïon, lingua di Dio,Colui che or con ragioni, or con portenti,Apostolo e filosofo, fu vagoNe’ varj climi illuminar le menti.E poichè offrì la venerata imagoDel Verbo Eterno in Efeso e Corinto,Mostrò l’ignoto Dio nell’Areopago;Ed in Damasco dalla grazia vinto,Da nemico di Dio fattone messo,Ancor vivente al terzo ciel fu spinto.Nel ravvisarlo al vivido riflesso,Di riverenza l’anima ripiena,Mutolo al piè gli caddi e genuflesso.L’accerchiata di rai fronte serenaPaolo abbassando allor: “Sorgi,” mi disse,“O figliuol dell’armonica sirena,Sorgi e respira. Io so quanto soffrisseDi tempeste il tuo cor che un porto chiede,E un porto il fausto ciel già ti prefisse.Quell’isola gentil che là si vedeCurvar flavo e petroso il fianco aprico,Cui basso il mar lambe amoroso il piede,Al tuo vagar fia di ricetto amico.Bella ospitalità pronta ai soccorsiColà si annida, ed io per prova il dico;Chè poichè Saulo caddi e Paolo sorsi,E la spada in gettar presi la penna,Vangelizzando l’Orïente io corsi,E quella Fè ch’anche gli stolti assenna,Fuggendo la tirannide feroce,Meco salì sulla velata antenna;E ovunque alzando l’inspirata voce,In faccia alla fremente Idolatria,Rovesciò l’are e vi piantò la croce.Or mentre trascorrea l’equorea via,E ministra al vagante apostolatoPellegrina la Fè meco venia,Lo spirto delle tenebre sdegnatoContro il mio pin che questo mar fendeaL’onde rimescolò col freddo fiato,E dal nembo mugghiante in cui fremeaStese il braccio nemico, e con furoreNegli scogli spezzò la prora achea.Ma quel che impera ai venti alto SignoreMi guidò fra quei semplici isolaniA dissipar le nebbie dell’errore.E i varj ne fugai sogni profani,Onde impresse vi avean larghe vestigiaFenici, Greci, Punici, e Romani:E la potenza eterea, equorea, e stigia,Dei falsi dei, figli di reo consiglio,Per me disparve da Melita e Ogigia.Nè sol Giove, Nettun, Pluto, in esiglioMandai dall’are, ma Calipso istessaOnde accolti quì furo Ulisse e il figlio.E fin d’Ercole Tirio al suol depressaCadde l’imago, cara al volgo insano,Che nei numismi ancor si vede impressa.Quivi rettile reo mi morse invano,Che dai sarmenti accesi in cui soffiavaSbucò fischiando e m’addentò la mano;E mentre a gonfio collo raddoppiavaIl morso in questa man, da me sospinto,Spense nel foco la maligna bava.Ciascun credea che di pallor dipinto,Quasi iniquo omicida a Dio rubello,Per quel velen cader dovessi estinto.Ma sopra i giorni miei vegliava quelloChe salvi trasse i tre dalla fornace,E dai leoni il giovin Danïello.Ei volle questo suolo asil di pace,Onde fe’ che per me restasse illesoDal tosco d’ogni rettile mordace.Del portento insperato ognun sorpresoMi cadde al piè con supplicanti rai,Come s’io fossi un dio dal ciel disceso.E bene al guardo altrui tal mi mostrai,Chè dalle genti estenuate e grameCento pallidi morbi allor fugai.Di Publio udii le filïali brame,Sì che a suo padre, in preda a morbo ingordo,Dell’egra vita rannodai lo stame.Tolsi a Morte l’acciar di sangue lordo,Sordi e muti guarii, con tal portentoChe il muto lo narrò, l’intese il sordo.Corser d’allor ben cento lustri e centoE sempre questi resi almi confiniAsili dell’industria e del contento.E vigilando ognor sui lor destiniNel successivo imperversar degli anniScacciai Goti, Normanni, e Saracini.Farne una rocca contro agli OttomanniDisegnai poscia, ne parlai nel cielo,E mi fe’ plauso il precursor Giovanni.Ei che a vittoria del divin vangeloProteggeva un equestre ordin d’onoreChe pria regnò fra il Libano e il Carmelo,Per rinnovarne il pristino splendoreMeco discese per le vie del tuonoDel Quinto Carlo a favellarne al core.E Carlo allor dal riverito tronoPer compenso di Rodi (ahi Rodi tristo!)Ai campioni di Dio ne fece un dono.Ed essi intenti a glorïoso acquistoSpinser nautiche flotte all’uopo accolte,Il gran sepolcro a liberar di Cristo:Tal che in fronte alle turbe infide e stolte,Che sparsa avean di sè tremenda fama,L’Ordrisia Luna s’ecclissò più volte;E sì troncata fu l’iniqua tramaChe la città che le scacciò con l’armi‘Città Vittoriosa’ ancor si chiama.Io resi degni di perpetui carmiQue’ Duci ch’al più Sant’Ordine ascrittiAugusti templi ornar di bronzi e marmi,E a render più sicuri i patrii drittiFormar nell’arduo inespugnabil sitoMuniti porti e baluardi invitti.Io resi industre il popolo imperito,Tal che per lui nel freddo e nell’ardenzaLo steril sasso ancor divien fiorito;E sì lo prosperai di mia presenzaChe, mentre Europa avea miseria e guerra,Quì fiorivan la pace e l’opulenza.Io fei cenno da lungi all’Inghilterra,E commisine il freno a quella destraChe lo scettro de’ mari in pugno serra.Ed or che il vizio infetta ogni terrenoMelita che virtù non mai discacciaLa virtù sventurata accoglie in seno.Tu vi discendi: io ti farò la traccia:Vedrai, figlio, vedrai come a te inermeAmorosa accoglienza apra le braccia.Nè l’aspe infausto e il velenoso vermeTemer del vizio all’altrui danno intesi,Ch’io là distrussi d’ogni serpe il germe.”Disse, e su me vibrò più lampi accesiChe in sen mi ravvivâr gli spirti oppressi;Nella nube ei si chiuse, a terra io scesi,E sull’ospite sponda un bacio impressi.12 Agosto 1821.F.Napoleone a Sant’ElenaMira, Ocean, quel principe son ioTemuto in guerra qual fragor del tuono,Che, a sua voglia togliendo e dando il trono,Turba d’imbelli rè spinse all’obblio.Un trono io m’ebbi; e non mel diede in donoLa sognata dai rè grazia di Dio;A un nume de’ miei pari, al brando mio,Terror dell’orbe, debitor ne sono.Il Destin quì mi trasse, e non l’Ispano,Il Prusso, il gel di Scizia, o i rè tremanti,Nè il fulmine temprato in Vaticano.Ma quì pur grande. E dov’è mai chi vantiPer sua prigione aver l’ampio Oceano,E per custodi suoi tutt’i regnanti?1835?

E.San Paolo in Malta—Canto ImprovvisatoPoichè l’onda varcai non mai tranquillaOve spiran talor venti insoavi,Fra cui Cariddi freme e latra Scilla,Scilla e Cariddi che le intere naviIngoian nelle viscere petrose,E ne vomitan poi le rotte travi,Oltre l’etnee voragini fumose,A cui perpetuo april le balze infiora,Solcai dell’afro mar le strade ondose.In porpora augural sorgea l’aurora,Quando un’isola apparve al punto istessoA me che meditava in su la prora;Isola che in offrir facile accessoL’Africa con l’Europa in sè marita,A due parti del mondo uscita e ingresso;Isola che bilingue e tripartitaIl passeggier nel suo cammin navaleCon quattro porti a riposarsi invita.Già vi scendea del mio desir sull’ale,Quando dall’alto udii voce tonante:“Scrivi quel che vedrai, scrivi, o mortale!”Levai sorpreso il pallido sembiante,E scender vidi nuvola d’argentoChe agli occhi mi vibrò balen fiammante:E dopo un giro vorticoso e lentoUn cittadin del ciel mi dischiudea,E tal che ancor lo veggio, ancor lo sento.Gran parte delle sfere onde scendeaAvea nel volto, e lunga fluttuandoSfioccata barba al petto suo pendea.Un pallio sinuoso e venerandoLo panneggiava, e avea tra fiero e pioUn libro in una man, nell’altra un brando.All’inspirato suo decor natioRiconobbi il maestro delle genti,Vaso d’elezïon, lingua di Dio,Colui che or con ragioni, or con portenti,Apostolo e filosofo, fu vagoNe’ varj climi illuminar le menti.E poichè offrì la venerata imagoDel Verbo Eterno in Efeso e Corinto,Mostrò l’ignoto Dio nell’Areopago;Ed in Damasco dalla grazia vinto,Da nemico di Dio fattone messo,Ancor vivente al terzo ciel fu spinto.Nel ravvisarlo al vivido riflesso,Di riverenza l’anima ripiena,Mutolo al piè gli caddi e genuflesso.L’accerchiata di rai fronte serenaPaolo abbassando allor: “Sorgi,” mi disse,“O figliuol dell’armonica sirena,Sorgi e respira. Io so quanto soffrisseDi tempeste il tuo cor che un porto chiede,E un porto il fausto ciel già ti prefisse.Quell’isola gentil che là si vedeCurvar flavo e petroso il fianco aprico,Cui basso il mar lambe amoroso il piede,Al tuo vagar fia di ricetto amico.Bella ospitalità pronta ai soccorsiColà si annida, ed io per prova il dico;Chè poichè Saulo caddi e Paolo sorsi,E la spada in gettar presi la penna,Vangelizzando l’Orïente io corsi,E quella Fè ch’anche gli stolti assenna,Fuggendo la tirannide feroce,Meco salì sulla velata antenna;E ovunque alzando l’inspirata voce,In faccia alla fremente Idolatria,Rovesciò l’are e vi piantò la croce.Or mentre trascorrea l’equorea via,E ministra al vagante apostolatoPellegrina la Fè meco venia,Lo spirto delle tenebre sdegnatoContro il mio pin che questo mar fendeaL’onde rimescolò col freddo fiato,E dal nembo mugghiante in cui fremeaStese il braccio nemico, e con furoreNegli scogli spezzò la prora achea.Ma quel che impera ai venti alto SignoreMi guidò fra quei semplici isolaniA dissipar le nebbie dell’errore.E i varj ne fugai sogni profani,Onde impresse vi avean larghe vestigiaFenici, Greci, Punici, e Romani:E la potenza eterea, equorea, e stigia,Dei falsi dei, figli di reo consiglio,Per me disparve da Melita e Ogigia.Nè sol Giove, Nettun, Pluto, in esiglioMandai dall’are, ma Calipso istessaOnde accolti quì furo Ulisse e il figlio.E fin d’Ercole Tirio al suol depressaCadde l’imago, cara al volgo insano,Che nei numismi ancor si vede impressa.Quivi rettile reo mi morse invano,Che dai sarmenti accesi in cui soffiavaSbucò fischiando e m’addentò la mano;E mentre a gonfio collo raddoppiavaIl morso in questa man, da me sospinto,Spense nel foco la maligna bava.Ciascun credea che di pallor dipinto,Quasi iniquo omicida a Dio rubello,Per quel velen cader dovessi estinto.Ma sopra i giorni miei vegliava quelloChe salvi trasse i tre dalla fornace,E dai leoni il giovin Danïello.Ei volle questo suolo asil di pace,Onde fe’ che per me restasse illesoDal tosco d’ogni rettile mordace.Del portento insperato ognun sorpresoMi cadde al piè con supplicanti rai,Come s’io fossi un dio dal ciel disceso.E bene al guardo altrui tal mi mostrai,Chè dalle genti estenuate e grameCento pallidi morbi allor fugai.Di Publio udii le filïali brame,Sì che a suo padre, in preda a morbo ingordo,Dell’egra vita rannodai lo stame.Tolsi a Morte l’acciar di sangue lordo,Sordi e muti guarii, con tal portentoChe il muto lo narrò, l’intese il sordo.Corser d’allor ben cento lustri e centoE sempre questi resi almi confiniAsili dell’industria e del contento.E vigilando ognor sui lor destiniNel successivo imperversar degli anniScacciai Goti, Normanni, e Saracini.Farne una rocca contro agli OttomanniDisegnai poscia, ne parlai nel cielo,E mi fe’ plauso il precursor Giovanni.Ei che a vittoria del divin vangeloProteggeva un equestre ordin d’onoreChe pria regnò fra il Libano e il Carmelo,Per rinnovarne il pristino splendoreMeco discese per le vie del tuonoDel Quinto Carlo a favellarne al core.E Carlo allor dal riverito tronoPer compenso di Rodi (ahi Rodi tristo!)Ai campioni di Dio ne fece un dono.Ed essi intenti a glorïoso acquistoSpinser nautiche flotte all’uopo accolte,Il gran sepolcro a liberar di Cristo:Tal che in fronte alle turbe infide e stolte,Che sparsa avean di sè tremenda fama,L’Ordrisia Luna s’ecclissò più volte;E sì troncata fu l’iniqua tramaChe la città che le scacciò con l’armi‘Città Vittoriosa’ ancor si chiama.Io resi degni di perpetui carmiQue’ Duci ch’al più Sant’Ordine ascrittiAugusti templi ornar di bronzi e marmi,E a render più sicuri i patrii drittiFormar nell’arduo inespugnabil sitoMuniti porti e baluardi invitti.Io resi industre il popolo imperito,Tal che per lui nel freddo e nell’ardenzaLo steril sasso ancor divien fiorito;E sì lo prosperai di mia presenzaChe, mentre Europa avea miseria e guerra,Quì fiorivan la pace e l’opulenza.Io fei cenno da lungi all’Inghilterra,E commisine il freno a quella destraChe lo scettro de’ mari in pugno serra.Ed or che il vizio infetta ogni terrenoMelita che virtù non mai discacciaLa virtù sventurata accoglie in seno.Tu vi discendi: io ti farò la traccia:Vedrai, figlio, vedrai come a te inermeAmorosa accoglienza apra le braccia.Nè l’aspe infausto e il velenoso vermeTemer del vizio all’altrui danno intesi,Ch’io là distrussi d’ogni serpe il germe.”Disse, e su me vibrò più lampi accesiChe in sen mi ravvivâr gli spirti oppressi;Nella nube ei si chiuse, a terra io scesi,E sull’ospite sponda un bacio impressi.12 Agosto 1821.F.Napoleone a Sant’ElenaMira, Ocean, quel principe son ioTemuto in guerra qual fragor del tuono,Che, a sua voglia togliendo e dando il trono,Turba d’imbelli rè spinse all’obblio.Un trono io m’ebbi; e non mel diede in donoLa sognata dai rè grazia di Dio;A un nume de’ miei pari, al brando mio,Terror dell’orbe, debitor ne sono.Il Destin quì mi trasse, e non l’Ispano,Il Prusso, il gel di Scizia, o i rè tremanti,Nè il fulmine temprato in Vaticano.Ma quì pur grande. E dov’è mai chi vantiPer sua prigione aver l’ampio Oceano,E per custodi suoi tutt’i regnanti?1835?

San Paolo in Malta—Canto Improvvisato

Poichè l’onda varcai non mai tranquillaOve spiran talor venti insoavi,Fra cui Cariddi freme e latra Scilla,

Scilla e Cariddi che le intere naviIngoian nelle viscere petrose,E ne vomitan poi le rotte travi,

Oltre l’etnee voragini fumose,A cui perpetuo april le balze infiora,Solcai dell’afro mar le strade ondose.

In porpora augural sorgea l’aurora,Quando un’isola apparve al punto istessoA me che meditava in su la prora;

Isola che in offrir facile accessoL’Africa con l’Europa in sè marita,A due parti del mondo uscita e ingresso;

Isola che bilingue e tripartitaIl passeggier nel suo cammin navaleCon quattro porti a riposarsi invita.

Già vi scendea del mio desir sull’ale,Quando dall’alto udii voce tonante:“Scrivi quel che vedrai, scrivi, o mortale!”

Levai sorpreso il pallido sembiante,E scender vidi nuvola d’argentoChe agli occhi mi vibrò balen fiammante:

E dopo un giro vorticoso e lentoUn cittadin del ciel mi dischiudea,E tal che ancor lo veggio, ancor lo sento.

Gran parte delle sfere onde scendeaAvea nel volto, e lunga fluttuandoSfioccata barba al petto suo pendea.

Un pallio sinuoso e venerandoLo panneggiava, e avea tra fiero e pioUn libro in una man, nell’altra un brando.

All’inspirato suo decor natioRiconobbi il maestro delle genti,Vaso d’elezïon, lingua di Dio,

Colui che or con ragioni, or con portenti,Apostolo e filosofo, fu vagoNe’ varj climi illuminar le menti.

E poichè offrì la venerata imagoDel Verbo Eterno in Efeso e Corinto,Mostrò l’ignoto Dio nell’Areopago;

Ed in Damasco dalla grazia vinto,Da nemico di Dio fattone messo,Ancor vivente al terzo ciel fu spinto.

Nel ravvisarlo al vivido riflesso,Di riverenza l’anima ripiena,Mutolo al piè gli caddi e genuflesso.

L’accerchiata di rai fronte serenaPaolo abbassando allor: “Sorgi,” mi disse,“O figliuol dell’armonica sirena,

Sorgi e respira. Io so quanto soffrisseDi tempeste il tuo cor che un porto chiede,E un porto il fausto ciel già ti prefisse.

Quell’isola gentil che là si vedeCurvar flavo e petroso il fianco aprico,Cui basso il mar lambe amoroso il piede,

Al tuo vagar fia di ricetto amico.Bella ospitalità pronta ai soccorsiColà si annida, ed io per prova il dico;

Chè poichè Saulo caddi e Paolo sorsi,E la spada in gettar presi la penna,Vangelizzando l’Orïente io corsi,

E quella Fè ch’anche gli stolti assenna,Fuggendo la tirannide feroce,Meco salì sulla velata antenna;

E ovunque alzando l’inspirata voce,In faccia alla fremente Idolatria,Rovesciò l’are e vi piantò la croce.

Or mentre trascorrea l’equorea via,E ministra al vagante apostolatoPellegrina la Fè meco venia,

Lo spirto delle tenebre sdegnatoContro il mio pin che questo mar fendeaL’onde rimescolò col freddo fiato,

E dal nembo mugghiante in cui fremeaStese il braccio nemico, e con furoreNegli scogli spezzò la prora achea.

Ma quel che impera ai venti alto SignoreMi guidò fra quei semplici isolaniA dissipar le nebbie dell’errore.

E i varj ne fugai sogni profani,Onde impresse vi avean larghe vestigiaFenici, Greci, Punici, e Romani:

E la potenza eterea, equorea, e stigia,Dei falsi dei, figli di reo consiglio,Per me disparve da Melita e Ogigia.

Nè sol Giove, Nettun, Pluto, in esiglioMandai dall’are, ma Calipso istessaOnde accolti quì furo Ulisse e il figlio.

E fin d’Ercole Tirio al suol depressaCadde l’imago, cara al volgo insano,Che nei numismi ancor si vede impressa.

Quivi rettile reo mi morse invano,Che dai sarmenti accesi in cui soffiavaSbucò fischiando e m’addentò la mano;

E mentre a gonfio collo raddoppiavaIl morso in questa man, da me sospinto,Spense nel foco la maligna bava.

Ciascun credea che di pallor dipinto,Quasi iniquo omicida a Dio rubello,Per quel velen cader dovessi estinto.

Ma sopra i giorni miei vegliava quelloChe salvi trasse i tre dalla fornace,E dai leoni il giovin Danïello.

Ei volle questo suolo asil di pace,Onde fe’ che per me restasse illesoDal tosco d’ogni rettile mordace.

Del portento insperato ognun sorpresoMi cadde al piè con supplicanti rai,Come s’io fossi un dio dal ciel disceso.

E bene al guardo altrui tal mi mostrai,Chè dalle genti estenuate e grameCento pallidi morbi allor fugai.

Di Publio udii le filïali brame,Sì che a suo padre, in preda a morbo ingordo,Dell’egra vita rannodai lo stame.

Tolsi a Morte l’acciar di sangue lordo,Sordi e muti guarii, con tal portentoChe il muto lo narrò, l’intese il sordo.

Corser d’allor ben cento lustri e centoE sempre questi resi almi confiniAsili dell’industria e del contento.

E vigilando ognor sui lor destiniNel successivo imperversar degli anniScacciai Goti, Normanni, e Saracini.

Farne una rocca contro agli OttomanniDisegnai poscia, ne parlai nel cielo,E mi fe’ plauso il precursor Giovanni.

Ei che a vittoria del divin vangeloProteggeva un equestre ordin d’onoreChe pria regnò fra il Libano e il Carmelo,

Per rinnovarne il pristino splendoreMeco discese per le vie del tuonoDel Quinto Carlo a favellarne al core.

E Carlo allor dal riverito tronoPer compenso di Rodi (ahi Rodi tristo!)Ai campioni di Dio ne fece un dono.

Ed essi intenti a glorïoso acquistoSpinser nautiche flotte all’uopo accolte,Il gran sepolcro a liberar di Cristo:

Tal che in fronte alle turbe infide e stolte,Che sparsa avean di sè tremenda fama,L’Ordrisia Luna s’ecclissò più volte;

E sì troncata fu l’iniqua tramaChe la città che le scacciò con l’armi‘Città Vittoriosa’ ancor si chiama.

Io resi degni di perpetui carmiQue’ Duci ch’al più Sant’Ordine ascrittiAugusti templi ornar di bronzi e marmi,

E a render più sicuri i patrii drittiFormar nell’arduo inespugnabil sitoMuniti porti e baluardi invitti.

Io resi industre il popolo imperito,Tal che per lui nel freddo e nell’ardenzaLo steril sasso ancor divien fiorito;

E sì lo prosperai di mia presenzaChe, mentre Europa avea miseria e guerra,Quì fiorivan la pace e l’opulenza.

Io fei cenno da lungi all’Inghilterra,E commisine il freno a quella destraChe lo scettro de’ mari in pugno serra.

Ed or che il vizio infetta ogni terrenoMelita che virtù non mai discacciaLa virtù sventurata accoglie in seno.

Tu vi discendi: io ti farò la traccia:Vedrai, figlio, vedrai come a te inermeAmorosa accoglienza apra le braccia.

Nè l’aspe infausto e il velenoso vermeTemer del vizio all’altrui danno intesi,Ch’io là distrussi d’ogni serpe il germe.”

Disse, e su me vibrò più lampi accesiChe in sen mi ravvivâr gli spirti oppressi;Nella nube ei si chiuse, a terra io scesi,

E sull’ospite sponda un bacio impressi.

12 Agosto 1821.

Napoleone a Sant’Elena

Mira, Ocean, quel principe son ioTemuto in guerra qual fragor del tuono,Che, a sua voglia togliendo e dando il trono,Turba d’imbelli rè spinse all’obblio.Un trono io m’ebbi; e non mel diede in donoLa sognata dai rè grazia di Dio;A un nume de’ miei pari, al brando mio,Terror dell’orbe, debitor ne sono.Il Destin quì mi trasse, e non l’Ispano,Il Prusso, il gel di Scizia, o i rè tremanti,Nè il fulmine temprato in Vaticano.Ma quì pur grande. E dov’è mai chi vantiPer sua prigione aver l’ampio Oceano,E per custodi suoi tutt’i regnanti?

1835?


Back to IndexNext