XVI.

Mattina e sera.

28 agosto 18..(mattina).

Sono rimasto male, molto male, tanto male, che non ho saputo rispondere quello che andava risposto. "Si vedrà", gli ho detto; ed egli se n'è contentato. Si vedrà…. si vedrà…. Vivaddio, non si vedrà niente, me vivo.

Ma che cosa c'è di vero? che cosa c'è di serio, nell'idea del signor Ferri? com'è nata? come ha potuto formarsi in una testa cavalieresca, sì, ma così poco romantica come la sua? Per amar così forte la signorina Wilson, bisogna che speri di esserne riamato. Per nutrire una speranza simile, è necessario che abbia avuto qualche occasione, qualche appiglio favorevole. Ma quale? in che modo l'ha trovato? Oh bella! come si trovano gli appigli, come si trovano le occasioni. Non avrebbe trovato niente, se fosse rimasto a casa sua; meglio ancora, non si sarebbe neanche avveduto della esistenza di una signorina Wilson sotto la cappa del cielo.

Sciocco io, sciocco io, a farlo capitare in Corsenna. Doveva essere un pericolo, quell'uomo, un pericolo da per tutto e per tutti, con quella sua grand'aria di cavaliere antico. Le donne amano i forti. Quello è un corazziere, all'aspetto, con occhi d'aquila e una bocca di fanciulla. E sono i temibili, questi; non si sfugge all'immagine della forza, quando è accoppiata alla bellezza, alla bontà, alla grazia. È in natura. Ah sciocco, sciocco, tre volte sciocco! Non potevo condurla da me, quella stupida impresa? Senza contare che la mia matta fantasia aveva lavorato sopra una falsa supposizione. Erano tre ragazzacci, e niente più; con una certa voglia di parere impertinenti, ma senza il coraggio di giungere agli estremi.

Ed ora, che si fa? Ho passato una notte d'inferno, dormendo male, e sognando che il corazziere la conduceva all'altare, tutta bianca nella sua nube di merletti e di veli, colla corona di fior d'arancio sul capo. Io ero testimonio; naturalmente, nella mia condizione d'amico…. e di sciocco. Bizzarro episodio di quella cerimonia: prima di rispondere il fatale monosillabo, si è voltata a mezzo dalla parte mia, mi ha gittato un'occhiata birichina attraverso il lembo del suo velo, più tenue, più diafano che mai, ed anche colle sue belle labbra vermiglie mi ha fatto boccuccia. Che ardire! e non pensava che potevano vederla? Il prete, a buon conto, ha notato il suo atto, e levando gli occhi si è volto a guardar me, pensando, intravvedendo in un baleno Dio sa quante cose. Ma lei si era già voltata dalla parte buona, e proferiva il suo sì, un sì tanto acuto, che ne tremò tutta la chiesa, ed io mi sono svegliato coi sudori freddi alle tempia.

Mi sento male, questa mattina, e non parlo di alzarmi. Filippo è venuto in camera mia, ed approva la mia risoluzione di stare in riposo.

—È la grande stanchezza di ieri;—dice egli.—Avrai anche la testa pesante; vedo che hai gli occhi un po' rossi. Ti consiglierei di metterti in corpo un'oncia e mezzo di magnesia effervescente. È la mia cura, quando non mi sento bene. Vedrai che ti passa ogni cosa.—

Non mi passerà niente, colla tua magnesia. Ritira piuttosto, rimangiati quel che mi hai detto iersera, assassino; e vedrai che salti faccio sul letto! Ma è stata un'infamia! Innamorarsi della signorina Wilson! di Kathleen! di Galatea! Per tutti i settemila!… Di tutte le disgrazie che mi potevano capitare, questa è la più grossa; è andato proprio a cercarla nel mazzo.

E quanta cavalleria, per domandarmi, per voler sapere ad ogni costo, se fossi invaghito della contessa! Era perfino diventato noioso, col suo non volersi persuadere. Ora capisco il suo giuoco; mi ci voleva inchiodare, al Roccolo; magari facendomi ingelosire un pochino di sè, per aver poi il merito di ritirarsi davanti a me, di lasciarmi il passo franco. Sì, è così, non altrimenti. Egli non aveva avuto da lei nessuna di quelle lusinghe che mi voleva far credere. Infatti, a chi ha dato ieri il premio di un fiore, la signora contessa? Oh, quel fiore, quel fiore! ci voleva proprio quel fiore del malanno, per meritarmi un altro sgarbo di Galatea.

Galatea, Galatea! Penso che voi abbiate fisso il chiodo di farmi impazzire. Per una passeggiata innocente, per un incontro non potuto prevedere, non potuto evitare, e del quale non avete nemmeno certezza, trattarmi così male, via, è un po' forte. Rizzarmi muso, sfuggir tutte le occasioni di ritrovarvi presso di me, di barattar due parole con me, non vi pare una crudeltà senza esempio? Da che tigre arcana siete voi nata, sia detto col massimo ossequio per la vostra signora madre i Dopo tante belle cose che abbiamo fatte insieme sui monti, dopo tante graziose birichinate per pigliarvi spasso di me, dovevate mutarvi di punto in bianco a quel modo? Si andava così bene d'accordo nelle ragazzate! mi sentivo ritornar così giovane, accanto a voi! La vita con voi sarebbe stata così bella! tanto bella, che per un momento ne ho avuto il capogiro, e mi sono sforzato di scacciarne l'idea. Ah sì, gran sapiente che sono stato! Ero uscito un tratto fuori dalla soglia del mio paradiso, e m'han chiuso l'uscio dietro le spalle.

Che c'è? Una lettera, e larga tanto, col bollo comunale di Corsenna. È il sindaco che scrive, per ringraziarmi. Non han voluto perder tempo. Settecento lire di sussidio all'Asilo, meritavano questa sollecitudine. Ma perchè a me? Perchè son io il personaggio più importante della colonia, l'amico più vecchio di Corsenna, il primo capitato tra questi monti; e finalmente, "vegnendo a dir el merito" son io che ho fatto tutto. Benissimo; sta a vedere che uno di questi giorni mi conferiscono la cittadinanza. Son io, veramente io, che ho fatto tutto, e non ho male che non mi sia meritato! Al diavolo! non ne posso più. Sento che schiatto, se sto ancora cinque minuti qua dentro.

28 agosto 18..(sera).

Volevo levarmi una spina dal cuore. Dove sarà andato il Ferri, che m'è uscito di casa attillato, spalmato, ripicchiato come uno sposo? Dalla contessa, non credo; dalle Berti, meno che mai; dalle Wilson, dunque? Potrebbe darsi; a buon conto, andiamo a vedere. Evitando le strade, per altro; girando dai campi, strisciando tra i boschi. Ho il territorio di Corsenna sulla punta delle dita. E giungo in vista della casina dove stanno le Wilson, e do un'occhiata intorno, prima di uscire dalla macchia. Ho fatto bene a non fidarmi troppo; ecco Filippo, eccolo là che sale dalla strada maestra, avviato per l'appunto alla casina di color rosa, per la quale io diventerò verde, pur troppo! Eccolo là;o, my prophetic soul!presaga anima mia! Come è vero che la gelosia dà sempre nel segno!

Ed ora ch'egli è entrato, andrò io? Bella figura ci vorrei fare! Mi atterrò all'altra, peggiore, più brutta, ma almeno solitaria e non vista, di starmene in sentinella. Per quante ore? Le Wilson fanno la prima colazione, ilbreakfast, alle otto, e oramai sono le nove suonate; la seconda, illunch, al tocco, e ce ne avremo ancora per quattr'ore. Poveri noi, se il signor Ferri s'incanta laggiù fino allunch! Vorrei vedere anche questa, che non sarebbe poi di buon genere. Sediamo. Ma per che fare? Non posso leggere; non vedo neanche le parole. Ah gelosia, brutto male! Che cosa le dirà ora il signor Filippo degnissimo? Parleranno della gran giornata di ieri, della sua valentia, delle sue botte diritte, segnatamente dell'ultima, che m'avrebbe passato fuor fuori come un ranocchio, se il fioretto non avesse avuto il bottone. E lui "tutto umile in tanta gloria"; non è così che va fatto? Un colpo di fortuna, debolezze; parliamo d'altro. Lei, signorina, era bellissima, ieri, con quella sua marinara. Semplicissima, e brillava più di tutte. Ah briccone! gliene dirai tante, che qualcheduna le toccherà il cuore. Ma tu non potrai dirle la meglio, non la potrai chiamar Galatea; non lo sai, tu, il nome arcano della signorina Kathleen.

Che novità è mai questa? Sono passati appena venti minuti, e Filippo ricomparisce nel viale. Se ne va? Certo, e non di gamba malata. Visita breve; perchè? Son curioso di saperlo. Essere al fianco di Galatea, ed alzarsi per prender congedo; ecco due termini contradditorii, strani, insociabili. Ah, non ci reggo più. Filippo è già in fondo al viale; gira il canto, sparisce. Avanti dunque, usciamo dalla macchia, andiamo noi a vedere come ci accoglie Galatea.

—È permesso?

—Avanti. Oh, signor Morelli! che buon vento?…—

È la signora Wilson madre, che mi accoglie con tanta cortesia, levando gli occhi e la mano dal suo telaio da ricamo. Stringo quella mano che ella mi offre, e prendo la sedia che mi addita vicino a lei; una sedia ancor calda delle fiamme di Filippo Ferri. Egli stesso vien subito in ballo.

—Se fosse arrivato cinque minuti prima,—soggiunge la signora,—avrebbe trovato qui il suo amico.

—Oh, davvero? che peccato!

—È stato così gentile,—ripiglia la signora,—da venir da noi, per ringraziarci di ieri. Non c'è veramente di che; noi non abbiam fatto nulla, o al più quello che han Tatto le altre signore, che non prendevano parte all'accademia. Ma che bella festa, non è vero, signor Morelli? e come è bene riuscito in ogni parte il programma! Una giornata indimenticabile; e indimenticabili, prima d'ogni altra cosa, i suoi versi.

—Troppo buona, signora mia, troppo buona. Erano versi tirati un po' giù, per l'urgenza, e certamente avevano bisogno di lima. Ah, perchè la signorina Kitty non ha voluto recitarli?

—Lei sa come è poco sicura di sè, quella cara figliuola. Per giuocare, per camminare, per ridere, non la passa nessuno; ma recitare dei versi, salire sul palco scenico, fosse pure in Corsenna, non è il fatto suo. Del resto, di che cosa si lagna? i suoi versi sono stati recitati benissimo.

—Le pare?

—Sì, con una grazia adorabile.—

Ho capito; la consegna è di trovar tutto bene. E frattanto Galatea non si vede spuntare.

—Ma con un po' di cantilena, non è parso anche a Lei?—ripiglio, non volendo adattarmi.

—Non me ne sono avveduta; e mia figlia nemmeno, che anzi ne è rimasta incantata al pari di me. Ma gli autori sono incontentabili, se lo lascia dire? Ed hanno ragione, vagheggiando essi un ideale, che forse non è possibile raggiungere in terra. Ma Lei, signor Morelli, si lasci anche far complimenti per la sua valentia di schermitore. Il signor Terenzio Spazzòli, che di queste cose se ne intende benissimo, l'ha proclamato uno spadaccino di prima forza.

—Ahimè, non di primissima.

—Ebbene, che vuol dire? C'è sempre qualcuno che in una cosa sola ci può superare: ma è già bello esser forti in molte, non Le pare? Quanto alla scherma, pare che il suo amico Ferri sia ilnon plus ultra. Ma che persona a modo! che perfetto cavaliere! e niente superbo, niente millantatore! Ecco gli uomini come li intendo io, che in verità ne avevo trovato, non meritandolo, uno stupendo esemplare. Ma non parliamo di ciò;—soggiunse la signora Wilson, mandando un sospiro alla buona memoria del padre di Kitty.—È solo, di casa sua, il signor Ferri? Che idea si fa della vita? che disegni vagheggia per il suo avvenire? Gli uomini come lui interessano sempre. Son creature nobili; si vorrebbe saperle egualmente felici.—

To', sarebbe questo il momento buono per dirle…. Ah sì, che idea buffa ci ha avuta il signor Filippo Ferri! Io…. io? fossi matto!

—Chi sa dove veda egli la propria felicità?—rispondo alla signora Wilson.—Alla sua età, che non è più giovanissima, e non è per contro matura abbastanza, idee ne vengono molte, e si dileguano ancora.

—Amore di libertà, intendo benissimo;—conchiuse la signora.—E forse hanno ragione. È così difficile indovinarla!—

Oh sì, molto difficile, vorrei rispondere; ma parli al singolare, e per lui. Quanto a me, l'avrei indovinata benissimo. E frattanto, Galatea non si vede.

—La signorina Kitty studia sempre?—domando.

—Oh no, siamo in campagna, e la mia figliuola in campagna fa sempre il meno che può; sempre in giro, come una libellula, a far provvista d'aria e di sole.

—Buona usanza!—esclamo.—Inglese od americana che sia, è una buona usanza davvero. Le nostre italiane….

—Eccole qui;—disse ridendo la signora Wilson, che è nata per l'appunto italiana, e di Firenze;—le italiane al telaio, nell'angolo più riposto del salottino.—

Si fanno ancora quattro minuti di chiacchiere, e finisco di persuadermi che la signorina non è in casa. Si può egli credere che ci sia, e non voglia farsi vedere da me? In questo caso avrebbe dovuto dir troppe cose a sua madre. Del resto, se ci fosse, sarebbe comparsa prima all'amico Filippo; e Filippo non avrebbe fatto quella sua visita da medico. Egli se n'è cavato colla scusa dei ringraziamenti da presentare alle signore; come se fosse lui…. che ha fatto tutto; ed ora è andato sicuramente dalle Berti, o dalla Quarneri, per passarle in rassegna…. sperando di trovare in un luogo o nell'altro la signorina Wilson. Prendo commiato ancor io, ma non per imitare Filippo. Son sicuro che Galatea non è dalla contessa, nè dalle Berti, nè da alcun'altra delle signore di Corsenna. La compagnia è per l'ora dellawn-tennis, se mai. Ma potrebb'essere andata con le ragazze Berti a passeggio, come altre volte ha già fatto. Sia; ma in questo caso bisogna andarla a cercare all'aperto. Laggiù all'Acqua Ascosa, per esempio? Sì, andiamo da quella parte; ma non prendendo la strada bassa del mulino, che poi, se non la trovassi laggiù, dovrei fare una pettata per risalire a Santa Giustina. Come mi è venuta in mente Santa Giustina? Non so; forse allo stesso modo che m'è venuto in mente di andare dalle Wilson, anzichè dalle Berti, o dalla Quarneri.

Mi avvio, tagliando il monte a mezza costiera, e via via risalendo fino ad afferrarne la vetta, donde mi faccio a guardare d'ogni banda, e a porger l'orecchio. Nessun rumore; il luogo è deserto; deserte le valli all'intorno. Fo il giro del santuario, non aspirando a guadagnare nessuna indulgenza, e non vedo anima nata. È stato dunque un vano presentimento il mio? Scendo, un po' avvilito, giù dalla ripa alta, in mezzo al bosco dei castagni; e di là, fatti un cento di passi, sento un cane che abbaia. Ma è Buci, quello; oh caro Buci! vien qua, Bucino dell'anima mia! Il cane non sente la forza della mia giaculatoria, forse per non essere al vento, mentre io sento benissimo i suoi latrati lontani. Egli abbaia al rumore di qualche sasso in cui ho inciampato io, facendolo ruzzolare dall'alto; abbaia come un cane che sa l'obbligo suo, e conosce il prezzo del tesoro affidato alla sua vigilanza. Scendo ancora un centinaio di passi, e lo vedo finalmente, ritto e fermo sulle quattro zampe, col muso in alto e la gola spalancata. Mi vede ancor egli, mi riconosce, tralascia d'abbaiare e prende il galoppo per venire alla volta del suo legittimo e negletto padrone. Ma io non voglio che si scomodi tanto per me; corro verso di lui come posso, ci avviciniamo, e per poco non caschiamo l'uno nelle braccia o nelle zampe dell'altro. Buci scodinzola, alza le froge, per mostrarmi i suoi denti, più candidi della sua coscienza di cane; e subito, quasi sapesse di aver qualche cosa da farsi perdonare, si avvia per insegnarmi la strada. Ti comprendo, o Buci; a buon intenditor poche parole, e pochissimi gesti.

Riconosco il sentiero dei casali, quello stesso sentiero che ho già fatto una volta, ma risalendo, in compagnia della contessa Adriana. Maledetta passeggiata, donde son nati tutti i miei guai! Laggiù, dove il sentiero si allarga e pianeggia in forma d'aia da batterci il grano, seduta davanti all'uscio d'una casupola, è lei, Galatea, che leva gli occhi curiosi a guardare. Ah, non era dunque vano il mio presentimento! Dovevo trovarla, un po' più in alto, un po' più in basso, ma sempre in quei luoghi, all'ombra di Santa Giustina? Ma che cosa faceva là, seduta, davanti a quella casupola? Cuciva; rammendava una camicia di tela grossolana, per far risparmiare la fatica ad una povera vecchia, che stava seduta accanto a lei, e la guardava cogli occhi istupiditi.

—Lei!—esclamò, ravvisandomi.

—Io, signorina;—risposi.—Venivo a cercarla…. per commissione della mamma.

—Commissione! per me?

—Sì, la mamma ha bisogno di Lei. Non si turbi, la prego. Dev'essere per un consiglio, dovendo scrivere una lettera, da impostare quest'oggi.

—C'era tempo, allora.

—E forse sarà per un'altra ragione. Che ne so io?

—Vengo;—diss'ella, rassegnandosi.—Addio, buona Nunziata. Ritornerò presto.—

Ha proferite le ultime parole a voce bassa, quasi bisbigliandole all'orecchio della contadina. Ma io le ho udite egualmente. Ah, dunque è di qua, a mezza costa, che venite a rimpiattarvi, mentre i poveri cristiani vi vanno cercando per monti e per valli? È bene saperlo, signorina.

È molto impacciata negli atti, venendo con me frettolosa a cercar l'uscita del sentieruolo sulla strada di Santa Giustina. Ella non sa che dire, ed io meno di lei; perciò si va silenziosi, seguendo i passi di Buci. Zitti e buci, si potrebbe ripetere col proverbio.

E ora, come dirle che ho usato d'uno stratagemma per levarla di là? che la mamma non c'entra per niente, ma solo un mio capriccio, una mia follia temeraria? Se la signorina Kitty non ride, se ella non ritorna Galatea, la scherzosa Galatea, capace di fare una burla e di soffrirla, io sono perduto. A mezza strada sento rumoreggiare la cascata del mulino; tra poco saremo in luogo meno solitario, dove potremo imbatterci in qualche persona di conoscenza, ed io non avrò più modo di spiegarle l'arcano, lo stupido arcano. Mi faccio un coraggio da leone; mi fermo in mezzo alla strada, costringendola a voltarsi per lo stupore dell'atto improvviso, e le dico:

—Signorina Kathleen, perdoni il mio ardimento; io l'ho ingannata poc'anzi.

—Che cosa dice?

—Che l'ho ingannata, che non le ho detta la verità. La mamma non aveva punto bisogno di lei.

—Ah, volevo ben dire!—

E in queste parole, la signorina Wilson si voltò risoluta, per ritornare ai casali di Santa Giustina. Bel frutto della mia alzata d'ingegno! bel premio alla sincerità della mia confessione!

—Ah, no;—gridai, attraversandole il passo;—non sarebbe degna di Lei, questa fuga. Che cosa penserebbe la vecchia contadina di me, che faccio di queste burle, e di Lei che può tollerarle?

—Ammette dunque che siano intollerabili?—ribattè ella, severa.

—Sì, e ne porterò quella pena che a Lei piacerà d'infliggermi. Ma ho bisogno di parlarle; ho bisogno ch'ella mi ascolti, e non mi tratti più da nemico, come ha preso a fare da tanti giorni, senza che negli atti miei ci sia stato mai niente da meritarmelo. Mi risponda schietto, com'io Le parlerò, signorina; con durezza, quanto Le piacerà, dovessi pure morirne, ma con altrettanta sincerità. Che cosa pensa Lei…. di Filippo Ferri?—

La signorina Wilson molto probabilmente s'aspettava tutt'altra domanda. Appariva seccata dalla mia insistenza, ma quasi rassegnata a starmi a sentire. Com'ebbi proferito quel nome, e la domanda a cui s'accompagnava quel nome, andò in collera senz'altro. Senza dubbio le ero parso brutale.

—Signor Morelli!—gridò ella con voce alterata.

Capii allora, di aver domandato troppo: ma era tardi per mutar domanda, ad anche per attenuarla.

—Scusi,—ripigliai, inginocchiandomi quasi,—io perdo la testa, non lo vede? Ho bisogno ch'Ella non trovi un'offesa in ciò ch'io Le ho detto, in ciò che sono ancora per dirle. Vorrei cader qui. Le giuro sull'onor mio, cader qui fulminato, in questo momento; e sarebbe fortuna per me, tanto soffro. Risponda alla mia domanda, come se gliela facesse un fratello maggiore. Ama Ella forse il signor Ferri?—

La signorina Wilson fece un gesto di noia suprema, quasi volesse dire: si va di male in peggio, con costui. Ma il gesto non mutava la condizione delle cose. Ella stette un po' dura, sopra di sè, muovendo convulsamente le labbra. Voleva dire di sì? voleva dire di no? Certo, riuscì a non dire nè una cosa nè l'altra, poichè mi guizzò via con questa bottata:

—Come Lei la contessa Adriana. Le son serva.—

E faceva da capo per andarsene; ond'io fui costretto a trattenerla.

—Ma non è vero….—gridai, singhiozzando,—non è vero ciò ch'Ella dice. Le giuro….

—Eh, faccia un piacere a me, per compenso dell'essere stata a sentirla;—rispose ella, mozzandomi le parole in bocca;—non giuri, e non dica bugie. Che cosa ne importa a me, dopo tutto? S'è scherzato un poco, e male. Non tutti gli scherzi son belli; e il suo non merita certo d'essere portato ad esempio. Ma ci vorrà pazienza, non è vero? e un'altra volta farà meglio. Intanto, io ho celiato con Lei, come Lei aveva celiato con me; botta e risposta, come ieri facevano loro sul tavolato, e tutti pari. Buon giorno.

—Ancora una parola, di grazia! S'è celiato, Lei dice? Non vada in collera, allora, e non mi congedi così bruscamente.

—Non La congedo; mi congedo.

—Distinzioni troppo sottili! Le paiono degne di noi? Mi senta, signorina, voglio convincerla, voglio persuaderla. Son sicuro di riuscirvi, solo che si degni d'ascoltarmi. Vuole che scendiamo da questa parte, verso il fiume? È tutta strada per ritornare a casa, ed altre volte l'ha fatta nella medesima compagnia che oggi Le spiace tanto. Si passa dalla prateria e dal viale dei pioppi. Io La precedo a volo, fino al Giardinetto, prendo un libro, un taccuino, e glielo porto da leggere. Da un pezzo ci scrivo tutto quel che mi accade, giorno per giorno, tutto quello che dico. È il mio memoriale; sono effigiato là dentro; e non Le parrà bello, ne sono sicuro, ma Le parrà tanto più vero, ne ho la certezza. Leggerà tutto, vedrà tutto, e mi renderà la sua stima.—

Credevo di averla persuasa, almeno scossa, e di farla scendere verso il viale dei pioppi. Ma Ella non si distolse affatto dalla sua via, e rise d'un riso sardonico, che non avevo mai veduto sulle sue labbra.

—Ella mi propone una cosa, signor Morelli…. una cosa di cui non vede la sconvenienza suprema. E forse in questa ignoranza è la sua scusa. Ma io non ne avrei nessuna, se m'arrendessi al suo desiderio. Posso esserle parsa un po' sventata e leggera; ma ciò non giustifica punto il suo ardimento, o la puerilità della sua trovata, che le par così bella e così vittoriosa. Via, signor Morelli, sia cavaliere, e non domandi ad una ragazza ciò ch'ella non può fare nè dire.—

Ero rimasto atterrato. La signorina Wilson colse il buon momento per andarsene via, non più trattenuta da me, non più leggera e snella come una ninfa birichina; ma diritta e solenne, come una regina sdegnata.

Son venuto io, solo soletto, per il viale dei pioppi; son venuto a rinchiudermi nella mia stanza, ed ho scritto questa dolorosissima istoria. Molto male, perchè la testa mi arde ed ho perso il lume degli occhi.

—Che cos'hai?—mi ha detto Filippo, quando è rientrato per l'ora di desinare.—Sempre stanco?

—Stanchissimo. Ho voluto escire a prender aria, e non m'ha fatto bene.

—Ripòsati, che diamine!—conchiude il signor Ferri, col suo piglio autorevole.

La sera, si capisce, non esco di casa; lo lascio andar solo, dove gli pare. Ma non vado io a riposarmi, tutt'altro. Ho un diavolo per occhio; e non so quale dei due mi faccia nascere un'idea. Ma certo è luminosa, e l'afferro con giubilo, se non è piuttosto da dire ch'ella s'impadronisce di me. Scrivo, scrivo una letteraccia per lui. Quando l'ho scritta, la rileggo, e mi pare che vada; la chiudo nella sua busta, e vado a deporla nella camera del signor Ferri, sul marmo del comodino, accanto al suo candeliere.

Il dado è tratto, e non si torna più indietro. Sarei libero di dormire a mia posta; ma non mi riesce. Ho gli occhi spalancati, che paiono due lanterne. Suonano le undici, e il mio ospite ritorna a casa. Lo sento salire la scala interna, entrare nella sua camera e chiudersi dentro. Ora leggerà…. legge sicuramente…. ha letto…. verrà a bussare al mio uscio. No, niente di ciò; sento in quella vece lo scroscio della poltrona su cui si adagia per ispogliarsi; sento il tonfo dei suoi borzacchini, che saltano sul pavimento, e buona notte, ci siam visti. Cinque minuti dopo, lavora rumorosamente e saporitamente di mantice. Beato lui! Solamente i felici sanno russare così.

A tu per tu.

15 settembre 18…

"Scrivo giorno per giorno tutto quello che mi accade, nel mio memoriale." Ah sì, davvero, me ne sono vantato a tempo, colla signorina Wilson. Ecco qua diciassette giorni che il memoriale non riceve nessuna delle mie confidenze. Pure, la materia c'era, e come! Ne sono ancora tutto intronato; me ne dolgono tutte le giunture; la penna mi sta male tra le dita. Ma voglio, comunque sia, ripigliare. È necessario; farò come potrò; quando la mano ricuserà l'uffizio, mi fermerò, per ricominciare più tardi. Ecco intanto la letteraccia. Non ne avevo tenuto copia, scrivendo confusamente tutto quello che mi veniva alla mente, e dalla mente alla penna. Ma è qui l'originale, che Filippo Ferri non ha voluto conservare, e che mi ha restituito in malo modo, mostrando per giunta di non essere un appassionato raccoglitore d'autografi:

"Amico, nemico, qual più mi vorrai,

"Non ti maravigliare di questo cominciamento, nè di quello che verrà dopo. È del savio non maravigliarsi di nulla. Batti ma ascolta, disse Temistocle ad Euribiade, se crediamo a Plutarco; leggi e poi fa quel che ti pare, dirò io a te. Mi hai messo l'inferno nell'anima: non ne posso più; ho bisogno di sfogarmi, e mi sfogo. Tu sei venuto per mia disgrazia in Corsenna: sotto veste d'amico eri un traditore, e non saprei che altro dirti di peggio. Così si viene a turbar la pace della gente? a profanar l'amicizia?

"Intendi già che io voglio parlare delle tue idee stravaganti, intollerabili, a proposito della signorina Wilson. Non ti ho detto iersera quello che ti meritavi, tanto mi avevi fatto trasecolare colla tua alzata d'ingegno. Io parlare in tuo favore alla mamma di Lei? chiederle la mano di sua figlia per te, io che la voglio per me, ed ho, per volerla, il diritto di precedenza? Lèvati di testa il pensiero che io possa dare un passo per utile tuo; lèvati di testa quell'altro che ella possa mai esser tua. La signorina Wilson l'amo io, e da un pezzo. Chiederai perchè non te l'ho detto prima. Per due ragioni, ti rispondo; la prima è che non ho l'uso di confidare i miei segreti a nessuno; la seconda è che io mi fidavo di veder volgere ad altra parte il tuo cuore infiammato e i tuoi omaggi cavallereschi. È stato un errore di giudizio, il mio; un altro errore il tuo; ma gli errori si voglion correggere, e non è bello che li lasciamo durare.

"Senti, ora; io non so che effetto ti farà questa lettera. Pazza, ti farà ridere di compassione; amara, ti farà torcer la bocca. Amara o pazza che sia, non posso ritenermi di scriverla. Andiamo diritti al fine. Non mi conviene questa tua aria di padronanza in Corsenna. Ti avevo pregato di venirci, per darmi una mano, come mio futuro padrino possibile. L'occasione si è dileguata, ed io dovevo prevedere che non fosse neanche per nascere, avendo da fare con una triade di sciocchi. È stato un altro errore; ma tu vuoi farmelo pagar troppo caro. Non mi conviene, ti ripeto, non mi conviene.

"Ora, io non ho che una cosa a fare; ringraziarti delle tue cure fraterne, e pregarti di andartene. Seisunctus munere. Ti è duro il latino? Hai adempito l'ufficio, e non c'è più bisogno dell'opera tua. Il discorso non ti parrà da ospite, e non è certamente; per contro, è da uomo che non gradisce di sentirsi vogare sul remo. Quella fanciulla è mia, capisci? mia; l'ho sposata io, con un atto della mia volontà, davanti all'altare del mio cuore, dov'io son parroco e scaccino, in un municipio dove son io il sindaco, il segretario e l'usciere; non la sposerà altri fino a tanto che io viva, fino a tanto che io possa far riconoscere l'autenticità de' miei atti. Pel tuo meglio, va, e non se ne parli più.

"Ho fatto un sogno; che tu iersera avessi parlato per celia. Brutta celia, in verità, e che mi ha fatto perdere quel po' di cervello che ancora mi rimaneva. Ma se è così, vieni a dirmelo, e mi parrà di rinascere. Se non puoi darmi questa notizia consolante, se metti il tuo amor proprio in luogo dell'antica amicizia, sai quello che ti resta a fare. Io sarò a tua disposizione. E bada, non per giuocare il possesso di una bella mano su d'un colpo di spada o di pistola. Questo io l'ho fatto una volta sola in vita mia; ma non per la donna, che, poveraccia, poteva forse valere di più, come di meno, ma per la mia dignità, che doveva e voleva avere il di sopra. Qui non mi giuoco nulla, perchè è la mia passione in causa; fino all'ultimo soffio di vita difenderò quello che mi appartiene.

"Pensaci. Se ami quella donna come l'amo io, son sicuro di quello che avverrà. Se non l'ami come l'amo io, non far questione d'amor proprio; vattene.

Inutile raccontar qui la mia notte; nè, volendo, potrei. Facevo e disfacevo continuamente peripezie e catastrofi, intrecci e scioglimenti di una sola tragedia. Mi addormentai, seguitando ad almanaccare nel sogno; mi destai la mattina scontento di me, ma niente pentito di aver scritta la mia letteraccia. Su quel punto ero fermo, e più inviperito che mai.

Erano le otto, ed io stavo misurando per la centesima volta i nove palmi di spazio libero della mia camera da letto, quando mi venne davanti Filippo. Grave nell'aspetto, ma tranquillo, il mio corazziere; certamente più padrone di sè, che io non fossi di me. Aveva in mano la mia lettera; me la fece vedere, e mi chiese:

—Sei tu che hai scritto ciò?

—Io;—risposi.—Non conosci più il mio carattere?

—Lo conosco ancora;—replicò;—ma non ci ho veduto il tuo senno.Questa lettera; mi pare d'un matto.

—Se credi di offendermi!…

—No, dico quello che ne penso, secondo il mio costume. E dirò ancora che per la forma non sarà da mettere tra gli esempi di bello scrivere.

—Certo…. non credo che sia da annoverarsi tra le mie cose migliori.Ma è così, e non si muta.

—Vuol dunque essere una lettera insolente?

—Se tu vuoi sposare la signorina Wilson, sì, vuol essere insolentissima.—

Filippo Ferri si buttò a sedere sulla mia poltrona, e ci rimase un tratto in silenzio, ruotando gli occhi, tormentandosi i baffi.

—Oh, perdio!—-esclamò finalmente.—Non la vuoi capire, che questo è uno sciocco litigio, e mi secca?

—E tu,—replicai,—non la vuoi capire che c'è una donna di mezzo, e che su questo capitolo non si scherza e non si transige? Toccami qui, e sarò una bestia feroce. L'antico uomo non muore.

—Complimenti all'atavismo! Ma io, per tua norma, non dò il passo agl'istinti, e per ragion di donne non mi sono battuto mai.

—Bene! Se ti sentisse quella!…

—E vorrei che mi sentisse; darebbe ragione a me e torto a te. Alle donne, rispetto ed ossequio in ogni occasione; non è ossequio nè rispetto tirarle in questi balli sanguinosi, dove non c'è altro guadagno per loro che di scivolare. Ti rammenti ch'io abbia mai dato indietro d'un passo, e davanti a chicchessia? Sei stato tre volte padrino mio in questioni d'onore; sai che in simili giostre ho toccata la dozzina.

—Non ti dispiaccia troppo di passare al brutto numero;—diss'io di rimando.—E non mi fare il saccente, volendo dimostrarmi il non si può e il non si deve di certe cose, dove ognuno vede e si governa a suo modo. Del resto, senti; con poca letteratura, anzi con nessuna, ti ripeto da amico: lasciala stare.

—Non posso.

—Ah, vedi?

—E se potessi,—ripigliò Filippo,—ti direi ancora: non voglio; tanto m'offende il modo di domandarmi un sacrifizio.

—Ti offende!—esclamai.—Ti offende, e stai qui a disputare? Ma io da nemico ti dirò: voglio il tuo sangue, e non patisco rivali.

—Il che significa,—diss'egli,—che non hai sicurezza dell'amore di lei.

—Non l'ho, e tu me ne darai soddisfazione.—

Filippo si alzò da sedere. Rideva, gli lampeggiavano gli occhi, ed io mi avvidi d'aver commesso un errore.

—Ah!—gridò egli.—E proprio dopo questa tua confessione dovrei far le valigie? Sarei un bel cavaliere, se mi appigliassi al partito della viltà; e per i tuoi belli occhi, ancora! Va là, Rinaldo, va là! Tu hai ancora da studiare un pochino il cuore umano, prima di rimetterti al tuoDon Giovanni. Per intanto, ti consiglierei di far colazione, e di meditare un po' meglio su questa faccenda, che non va trattata con leggerezza. Pensaci; me ne riparlerai dopo mezzogiorno.

—Una proroga!

—Di poche ore.

—E che cosa ne speri?

—Che tu verrai dopo mezzogiorno a dirmi: Filippo, amico mio, avevo fatta ieri una cattiva digestione; ho dimenticata l'amicizia, l'ospitalità, ogni cosa. Ero diventato matto; che ci vuoi fare? Alla passione non sempre si può comandare. Ma ora ho pensato meglio; ho avuto un lucido intervallo, ed ho capito che non è in noi di voltar sempre le cose a nostro beneplacito, quando da noi non dipendono, quando ci sono delle sacre volontà da rispettare. Lasciamo dunque che la signorina abbia la sua volontà e ne usi liberamente. Sceglierà lei, e chi sarà il disgraziato chinerà da galantuomo la testa.

—Non ti dirò queste cose, stanne certo.

—Sarà un error di giudizio e un difetto di cavalleria. Ma io voglio ad ogni modo queste poche ore di tregua, per non aver rimorsi da parte mia.

—Voglio! Ma sai che è una bella pretesa? In casa mia!…

—L'osservazione è crudele;—rispose Filippo.—Io sarei già alloggiato alla prima ed unica osteria di Corsenna, se non fosse stato il timore di uno scandalo…. prima del tempo. Anche questa ti perdono, mettendola sul conto della tua follìa. A mezzogiorno, dunque, ci si rivede.—

Così dicendo fece una girata sui tacchi, e se ne andò, lasciandomi solo, con la mia letteraccia, che aveva gittata sul letto. La levai di là e la deposi sulla scrivania, per restituirgliela più tardi. Ma neanche più tardi l'ha voluta riprendere, quando ci siamo riveduti dopo mezzogiorno, e dopo esserci ritrovati dello stesso umore di prima.

—Se è per l'insolenza, non dubitare, l'ho avuta e me la tengo;—diss'egli.—Ma il documento non mi è necessario; in mano mia potrebbe smarrirsi, e nuocere alla tua riputazione letteraria.

—Lo scherzo è rancido, oramai.

—Allora abbi del nuovo; e non sia più uno scherzo, ma un rimprovero. Non posso, nè voglio tener io, e forse smarrire una lettera come quella, dove si nomina una persona…. la quale non ci ha dato il diritto di servirci del suo cognome con tanta libertà.—

Era una bottata diritta; la ricevevo in pieno petto, e avendola meritata. Però chinai la testa, senza rispondere.

—Che arma vuoi scegliere?—gli dissi.

—Non ho preferenze.

—Ma sei l'offeso.

—Io!

—Sì, tu; non ti ho scritta la lettera, che ti è dispiaciuta?

—Ebbene, che importa? Tu hai voluto offendermi, ed io non mi sento offeso al punto di volerne vendetta. Io rido, per tua norma; rido verde, giallo, pavonazzo, turchino, ma rido. Se vuoi ad ogni costo una lezione, son uomo da dartela, hai capito? Ma non scelgo io l'arma, non la scelgo, non la scelgo.

—Chetati, la scelgo io. La nera, ti va?

—Sia pure la nera: ma in questo caso bisognerà andar lontano sui monti, o tra i monti, ed essendo ben sicuri di non aver gente sulla linea del tiro.

—Non è necessario di andar lontano;—risposi.—Qui nel giardino, è più presto fatto.

—Non è possibile.

—Perchè? se ci si tira al bersaglio, mi pare….

—Sicuro,—disse Filippo,—ci si tira al bersaglio, perchè c'è spazio sufficiente, dalla casa al muro di cinta. Il tuo giardinetto è una tabacchiera, mio caro. Ma qui, nel caso nostro, non sarebbe più un bersaglio; sarebbero due bersagli, uno dalla casa al muro, l'altro dal muro alla casa, col rischio, per colui che fosse dalla parte del muro, di uccidere Argia, la tua cuoca, o Pilade, il tuo servitore; due persone che non ti han fatto niente, ch'io sappia.

—Ebbene, alla spada;—conchiusi io, adattandomi ad un ragionamento che non faceva una grinza.

—Alla spada;—rispose Filippo.

Andai subito a cercare le spade, che avevamo lasciate con le altre armi nel salottino, e postele in croce ne offersi le due impugnature al mio avversario. Egli ne prese una, ed io l'altra, muovendo tosto verso il giardino. Ma egli non pensava a seguirmi; teneva la spada in mano come una croce, ne guardava l'impugnatura e metteva un sospiro.

—Che?—gridai stupefatto.—Ti dispiace?

—Eh sì! pensando che le ho portate io…. È dura, sai!

—Rinunzia…. a lei.

—No;—proruppe egli, dandomi un'occhiata che pareva volesse passarmi fuor fuori.

—Perchè, no? finalmente, che speranze hai?

—E tu?

—Capisco,—ripigliai,—che potremmo leticare così fino al giorno del giudizio.

—All'infinito, dunque;—commentò Filippo.—A te non verrà mai, il giudizio.—

Gli risposi con una spallata, e gli feci cenno di passare in giardino.

—Per che fare?—mi domandò.

—Per cominciare. Io butterò la mia giacca, tu butterai la tua, e saremo subito in arnese di combattimento.

—Capisco. Ma i padrini?

—Che padrini d'Egitto!

—Uno, almeno; e si può averlo in mezz'ora. Ti va lo Spazzòli? Son sicuro che non vorrà ricusarci il favore; almeno per la stranezza del caso.

—Non voglio nessuno;—risposi.

—Ma tu sei più matto che io non credessi;—gridò Filippo spazientito.—Va a fartela mettere da altri, la camicia di forza. Un assassinio? Perchè un duello senza testimoni è un assassinio, mi capisci? Se io fossi sicuro che tu assassinassi me, non protesterei; ma perchè tra due rischi c'è quello ch'io ammazzi te, non intendo di andare in corte d'assise e alla reclusione, per te e per le tue follie. O un testimonio, o niente duello.

—Ma io di quei di laggiù non ne voglio.

—Ed io ti potrei dire che ci sono soltanto quei di laggiù capaci di renderci il servizio, in Corsenna. Ma non voglio parerti desideroso di salvarmi con un sotterfugio dai lampi della tua terribile spada. Mi hai mortalmente seccato, e non vedo l'ora di farla finita. C'è Pilade, in casa? Venga lui ad assisterci; gli diremo in pochi salti e brutti il nostro bisogno, e sotto i suoi occhi c'infilzeremo come due ranocchi. Ti va?

—Mi va. Ohè, Pilade!—

Pilade non indugiò a comparirci davanti.

—Sei stato soldato, non è vero?—gli dissi.

—Tre anni, nei bersaglieri;—rispose, mettendosi involontariamente sull'attenti.

—Bene; e non hai paura?

—No, signor padrone; neanche di tre che scappino—

Filippo ride; ma non rido io, invelenito come sono.

—Benissimo;—ripiglio, e veramente poco in tuono colla risposta di Pilade.—Tu ora ci vedi qui, il signor Ferri e me, desiderosi di sbudellarci. Sì, e non c'è che ridire. Ci siamo offesi; nessuno di noi vuol cedere d'un punto; decidano dunque le armi. Tu resterai qui testimone, per poter dire al bisogno che tutto è passato d'amore e d'accordo tra noi.—

Pilade balena un istante, ed ammicca. Il mio discorso non finisce di piacergli.

—D'accordo, sia, non dico di no; ma d'amore…. signor padrone….

—Eh, intendi per discrezione. Voglio dire che siamo rimasti così tra noi due, e che il duello si fa in piena regola.—

Un momento di riposo sarà necessario. La mano trema; le povere dita intormentite portano la, penna fuori di riga. E poi, si avvicina l'ora di andar laggiù…. anzi no, lassù; bisogna proprio dire lassù…. dove gli angeli stanno di casa.

Teste rotte.

16 settembre 18…

Ripiglio il racconto, lasciato ieri in tronco per cagione di queste povere dita. Pilade era rimasto sbalordito, o fingeva. Sì, credo proprio che fingesse. Quello è un ragazzo che non si sbigottisce di nulla, e fa qualche volta il minchione per non pagar gabella; ma è un furbo trincato. Egli dunque stette un poco sopra di sè, a bocca aperta, come un vero baggeo; poi disse:

—Che discorsi son questi?

—Discorsi da matti;—risposi io.

—E noi siamo due matti;—rincalzò Filippo.—Che ci vuoi fare?

—Scusino;—riprese Pilade, ammiccando;—ma allora… L'ho a dire?

—Parla; hai libertà di parola.

—Allora… perchè non vanno al manicomio?

—Perchè…—risposi io, sconcertato.—Perchè i matti non ci vanno mai colle lor gambe. E tu assisti frattanto al nostro duello.

—Duello!—esclamò Pilade, facendo bocca da ridere, da quello scimunito che voleva parere.—Con quelle spade?

—E con che? con un par di stecchini?

—Eh, a tavola, per esempio… dopo aver ben lavorato di forchetta, perchè no? Ma io volevo dire… volevo proporre… Oh, infine, sentano, poichè m'hanno data libertà di parola… Io sarò un asino, ma ho sempre sentito dire che un asino vivo val più d'un dottore morto… ed anche, se lor signori s'infilzano, di due. Io dunque domando e dico; se hanno delle bizze da sfogare, c'è egli bisogno di spiedi? Se hanno da cavarsi il ruzzo dal capo, a che servono? Per rompersi la testa serviranno meglio i bastoni. Dico a Lei, sor padrone, che na fa uso così spesso e volentieri, di quei così lunghi lunghi; che fanno stupire, ed anche, diciamo tutto, anche rider la gente. Ne taglia Lei, ne taglio io per farle piacere; ce n'è una collezione, in saletta….

—Che dici?—esclama Filippo.—Continua.—

Ma l'altro non approfitta della licenza; si è mosso dal posto, andando via come un lampo e sparendo dall'uscio vicino; come un lampo è ritornato all'aperto, con una bracciatella di bastoni di nocciuolo, ruvidi, rugosi, alti un metro e sessanta; tutti i miei bastoni babilonesi, che a detta di Pilade fanno rider la gente. E rida la gente; quando avrà ben riso schiatterà.

—Mi assaggino un po' questi;—dice il servitore, ammiccando da capo.—Sodi, robusti, maneggevoli, cedono quanto basta, rimbalzano bene, e dove toccano lasciano il segno. Con questi alla mano si sfoghino, se ne diano quante vogliono, fino a tanto che potranno star ritti. Io assisterò, e vedrò di contar giusto.

—È un'idea;—grida Filippo, inuzzolito.

—Le piace?

—A me sì; è semplice e pratica. Ma chiedine piuttosto al tuo padrone; io non comando.

—Piace anche a me;—rispondo allora, incominciando a levarmi di dosso la giacca.

Filippo si affretta ad imitarmi. Levata la sottoveste, deposti gli orologi sopra un sedile, ci troviamo tutt'e due in maniche di camicia, l'uno di fronte all'altro.

Qui poi bisogna veder Pilade, con la sua aria di papa Sisto dopo che ebbe gittata la gruccia; bisogna vederlo raggiante, misurare i bastoni, trovarne due di pari lunghezza, che non ci sia la differenza d'un millimetro, offrirceli con un gesto largo, prenderne un terzo per sè, levarlo in alto e piantarsi davanti a noi come maestro di combattimento.

—Così, come in caserma;—dice egli.—Ma scusino la libertà grande; con tutta la loro arte di scherma, penso che non faranno prodigi. Il bastone è l'arma per eccellenza; lo diceva il nostro professore al battaglione; ma è pure un'arma molto difficile.

—Mastro Raffae', non te ne incaricare;—gli rispondo io.—Vedrai che in caserma non si è mai fatto meglio di qui; e vorrai, spero, esserci largo della tua alta approvazione.—

Volendo dimostrargli che la scherma del bastone non è poi l'arca santa per noi, ci mettiamo in posizione, gli facciamo sotto il naso un mulinello in piena regola; poi caschiamo in guardia, io di terza e Filippo di quarta, invitandoci l'un l'altro coi soliti inganni all'attacco di primo appetito. Ma nessuno dei due si lascia cogliere alla lustra; vogliamo persuader Pilade che non siamo al bastone quei novellini che egli s'immaginava, e procediamo per via di finte, tastandoci, attaccando guardinghi e parando, scaldandoci a grado a grado nel giuoco, accennando alla testa, alla faccia, sui fianchi, facendo insomma tutto quello che è necessario tra schermitori provetti. Intanto, a quel nuovo bisogno di associar le due mani in un solo lavoro, si sciolgono i polsi, brillano i muscoli, guizzano, si stendono e si contraggono i tendini, fulminando imperiosi ogni moto che gli occhi vigilanti avvertano necessario alle membra in orgasmo. Eccoci al punto buono; si colpisce strisciando qua e là, si para un po' meno e si risponde di più, si picchia e si ripicchia, ora alternamente ed ora all'unisono, come due battitori indefessi, quando menano il correggiato sull'aia, e volano i colpi, rombano in alto, calano impetuosi i randelli, nè l'occhio discerne più il manfanile dalla vetta, non vedendo più neanche la gòmbina.

Quello che non si vede, qualche volta si sente; e come! In quella cieca tempesta di bastonate, me n'è calata una sulle nocche delle dita, che mi fa vedere, se non altro, le stelle. Inferocisco; mi caccio sotto al mio avversario, ho la fortuna di guadagnar mezzo tempo e di assestargliene una di sotto in su, che gli fa sgusciar di mano il bastone. Ma non c'è da cantar vittoria; il mio avversario si china rapidamente, abbranca il bastone, sguizza via prima che io passi dal montante al fendente, torna all'assalto più infellonito che mai. Egli a me ed io a lui, si picchia così sodo e così lungo, che i poveri bastoni non ne possono più, gemono, si sfibrano, si sfasciano, a guisa di canne peste.

—Ne hanno abbastanza?—chiede il maestro di combattimento.

—No;—brontolo io.

—No;—rugghia Filippo.

E vorremmo proseguire; ma Pilade ha posto in mezzo il suo bastone di comando.

—Si fermino dunque un minuto secondo; dice egli, a mo' di —conclusione;—e prendano due bastoni nuovi. Questi li hanno —finiti.—

Si buttano i due avanzi miserevoli, si afferrano le due vette nuove che Pilade ci porge con nobilissimo gesto, e giù da capo la gragnuola. Pare che i bastoni nuovi ci abbiano rinnovate le forze. Sicuramente hanno migliore la presa, e i colpi ci vengono più aggiustati. Vedo io doppio come un toro infuriato, o Filippo è gravemente ferito? Certo, è toccato alla guancia, tra l'occhio e l'orecchio destro, e il sangue gli spiccia da uno strappo che mi pare assai lungo. Vorrei fermarmi, e faccio intanto un gesto d'angoscia.

—Niente, niente;—grida egli, che ha capito a volo.—È una graffiatura. Questi bastoni son troppo sottili, cedono troppo, e la parata non serve sempre a sviare la botta.—

La grandinata ripiglia, e spesseggia. Ne busco la parte mia; ma niente paura, son quasi tutte sulle braccia, e i muscoli enfiati le rifiutano. Mi fischiano gli orecchi, dal sangue che mi corre veloce alle tempia; sento confusamente una voce di donna che strilla, e Pilade che grida più alto di lei:

—Tornate alle vostre cazzaruole; qui non è luogo per voi.—

Capisco, è Argia che ha sentito il frastuono ed è accorsa sbigottita sull'uscio. Ma si è subito ritirata, obbedendo alla voce di Pilade, che è per un momento il vero padrone di casa; e là, in un angolo della cucina, pregherà il Signore e la Vergine benedetta per una coppia di matti furiosi. Pilade si è chetato, e bada a noi colla sua solita flemma; io non odo più altro che il respiro affannoso dei miei polmoni e di quelli del mio avversario, in cadenza colla rovina dei colpi. E a poco a poco mi mutan colore le cose; incomincio a veder rosso, sempre più rosso nell'aria, e in mezzo a quel balenio di randellate che paiono tante linee intrecciate nell'aria, gli occhi spalancati di Filippo Ferri, che mi sembrano quelli di un grosso ragno appiattato tra le fila concentriche della sua tela insidiosa. Sento e non sento il suo bastone toccar me; sento e non sento il mio toccar lui. Che importa oramai contare i colpi? Ai lividi si riscontreranno i conti, e si aggiusteran le partite. Non è più un combattimento, è un battibuglio, come alle nozze di Pulcinella. Ah sì, io che amo tanto le legnate dei burattini, ho qui il fatto mio. E ancora io addosso a lui, e lui a me, come due cani rabbiosi, che non ismettono per morsi che tocchino, per brandelli di carne che perdano. Quando siamo troppo sotto misura, balziamo indietro, o io, o lui, per saltarci addosso da capo; nessuno vuol cedere, nessuno si guarda più tanto o quanto; si fa a cozzare per cozzare, a colpire per la voluttà di colpire; vanno dove le vanno, e chi le tocca son sue; è l'inferno scatenato, è il finimondo, è l'ira di Dio. Poi… poi buio pesto e silenzio di tomba; non ho più visto, non ho sentito più nulla.

Quando riebbi coscienza di me, ero nella mia camera, lungo disteso nel mio letto. Mi guardai dattorno istupidito, non sapendo darmi ragione di niente. Adagino adagino, quasi volessi vedere se ero io e non un altro in quella postura, provai a muover la testa, e mi venne fatto; le braccia, e mi sentii dolere dalle spalle alle mani; le gambe, e non mi parve che rispondessero affatto.

Pilade era là, seduto in un angolo, ed io non lo avevo veduto. Si alzò, al primo gesto ch'io feci, e venne a raccomandarmi di star cheto.

—Ma che cos'è?—gli dissi, maravigliandomi un poco di sentir la mia voce.—Perchè sono in letto?

—Oh, c'è da un pezzo, signor padrone. Non si rammenta di sei giorni fa?

—Sei giorni!… Ah, sì, sono dunque passati sei giorni? Dove avevo la testa?

—Nel ghiaccio, signor padrone, nel ghiaccio pesto, e grazie a Dio ce ne siam fatti fuori.

—Bene…—mormorai;—bene! e… il signor Ferri?

—Anche lui, anche lui. Vadano là, se ne son date di buone. Mamma mia!Pareva la gragnuola che avesse dato in un campo di zucche.

—Ti ringrazio….

—Scusi, dicevo così per dire. È il primo paragone che m'è venuto in mente. Ma basta, non si stanchi a parlare, per la prima volta che le è tornato il giudizio.

—Credi?

—Volevo dire il raziocinio, il sentimento, il che so io.—

Lascio correre l'annaspìo del signor Pilade, mio padron riverito, che è dopo tutto un buon ragazzo, e che in questi giorni ha dato prove di aver più giudizio di me. Mi cheto, come egli raccomanda, ed anche mi addormento, dopo aver bevuto un sorso della pozione che mi offre, senza sapermi dire che cosa ci sia. Due o tre ore dopo arriva il dottore, che riconosco benissimo, e che è lieto di sentirmi parlare.

—Animo, via, le cose vanno benissimo.

—Se lo dice Lei…. Ma ci ho dolori da per tutto.

—Si contenti, si contenti. Quelli passeranno in due o tre giorni. Era la testa, la testa, quella che mi teneva in pensiero; ma ora, sia lode al cielo, sono tranquillo. Se lo lasci dire, signor Morelli, Lei ha un cranio a tutta botta.

—E il signor Ferri, come sta?

—Discretamente, dal canto suo.

—Mi par di ricordare che n'avesse toccato una in testa anche lui.

—Dica pure due, con lacerazione cutanea, e non contiamo le ammaccature. Ma non c'è niente di grave. Il suo amico si duole assai più d'un colpo al ginocchio; dice, anzi, che non è stato di buona guerra.

—Ed io, dottore? Che cosa dovrei dir io, che non posso muover le gambe, tanto le ho peste?

—Oh, gliel'ho detto, non dubiti, ed ha dovuto convenire di aver torto. Son colpi alla testa, ha osservato lui molto giudiziosamente, colpi alla testa, ma che non hanno trovato il bersaglio, e son calati giù a battere dove hanno potuto. Ma che pazzie, signori miei belli, che pazzie!

—Ha ragione, dottore; ma almeno ci siamo sfogati. S'era fatta una scommessa; ci eravamo dette delle male parole; capirà….

—Capisco, sì, capisco che hanno la gioventù nel sangue; ed anche, aiutando il caldo della stagione, sono montati in furore. Ma non lo facciano più; è insalubre.—

Ci son voluti dieci giorni a rimettermi in gambe, quanto bastava per scender da letto. Filippo è venuto al settimo giorno in camera mia. Evidentemente io ho avuta la peggio, se egli ha potuto alzarsi tre giorni prima di me. Ma io, con una lacerazione al cuoio capelluto, non ho segni in faccia; egli porta uno sfregio alla guancia destra, fra l'orecchio e lo zigomo, con una sfumatura di livido. Deve essere stata una brutta legnata, e ne porterà per un po' di tempo l'insegna.

Gli ho offerta la mano, ed egli l'ha stretta, ma subito pentendosi d'aver fatto troppo forte. Infatti, mi ha veduto torcer le labbra, per trattenere un grido di dolore. Queste povere dita, ancor oggi mi dolgono, e fanno molto a tenere la penna. Il mio scritto è raspatura di gallina.

Non sì è parlato di niente, come se niente fosse avvenuto tra noi. Perchè tornare sul passato? Non è storia da dover tramandare ai posteri, ed è già troppo che l'abbiano a ricordare i presenti. Soltanto al decimo giorno, quando ho cominciato a muovermi per casa, gli ho chiesto:

—Ebbene, che cosa si dice in Corsenna?

—Capirai,—mi ha risposto,—sono rimasti tutti un po' male; specie per il fatto di non saperne abbastanza. Tutti domandano, prendono lingua dove possono. Io ho inventato qualche cosa, che bastasse ad appagare la curiosità dei più discreti; quanto agli indiscreti, vadano a farsi impiccare. Pilade, da quell'uomo di giudizio che è, aveva incominciato a creare la leggenda d'un nostro alterco, nato da una questione di scherma; ed io, felicissimo della trovata, ho abbondato in quel senso. Per tua norma, tu sei partigiano della scuola lombarda, ed io della napoletana; ci sono queste due scuole, infatti, per la sciabola, come per il mandolino, e tutt'e due la pretendono ad insegnarci il miglior modo di romper la testa al prossimo. Cosicchè, caro mio, se tu anteponi la napoletana alla lombarda, abbi oramai la compiacenza di tenerti in corpo la tua opinione, perchè sarebbe tardi, e mi faresti bugiardo senza alcun sugo. T'avverto ancora che non s'è parlato di bastoni, chè tutt'e due ci saremmo diventati ridicoli, e questo poi, senza rimedio. Ci siamo invece picchiati ed ammaccati colle sciabole da sala, nella furia dell'alterco, ed anche un po' per ismargiassata, non mettendo la maschera. Con questo ho giustificata la mia graffiatura; quella che si vede, naturalmente. L'altra, che "interessa il cuoio capelluto", come dice il dottore, è fortunatamente nascosta, e il mio cuoio capelluto non ha nessun interesse a metterla in piazza.

—Sei dunque uscito?—gli ho chiesto.

—Sì, ho fatto le mie visite, e per me e per te. Non mi crederai mica un egoista!—

Sorrido e ringrazio; ma non ardisco chiedergli altro. Frattanto si affaccia Pilade sull'uscio, e gli fa cenno.

—Che vuoi?—dice Filippo.—Ah, sì, ho capito; vengo subito.

—Segreti?—domando io.

—No, si tratta di una commissione. Vado e ritorno.—

Così dicendo, Filippo esce, e si richiude l'uscio dietro. Potrei andare ancor io; ma non sono curioso, e rimango. Per altro, il Giardinetto non è una caserma; è una palazzina di due piani; una persona di più dell'ordinario si fa sentire, non può passare inavvertita; ed io odo una voce d'uomo, voce nuova ed insolita, che si alterna con quella di Filippo. Chi sarà mai? Mi affaccio alla finestra, e la voce mi vien più distinta all'orecchio. "Si degni di venir fuori, discorreremo più comodamente" ha detto Filippo; ed esce infatti, e un signore lo segue borbottando. Chi sarà mai? torno a dire; chi sarà mai? e che necessità di condurlo fuori?

Chiamo il servitore, e lo interrogo. Voglio sapere chi sia quel signore, che è venuto a cercare il mio ospite, ed è uscito da casa mia brontolando.

—Non faccia caso;—risponde Pilade;-è il suo fare, e credo che non possa parlare altrimenti. Par sempre di sentire un rumor di tuono in lontananza, quando sembra che voglia far burrasca, e la burrasca non si decide. Quello è il signor conte Quarneri. Ma per carità, sor padrone, non mi tradisca; se no, il suo amico mi accarezza la schiena col bastone. Specie ora che gli ho insegnato a maneggiare quest'arma!

—Il conte Quarneri! il marito della contessa? Che cosa vuole egli da noi?

—Che ne so io? Dev'essere un altro che ha i nervi.

—È venuto altre volte?

—Sì, a cercare di Lei, e gli ha risposto il signor Filippo che Lei era ammalato, perciò volesse parlare con lui, che faceva lo stesso; tanto erano amici. Non gli è parso che fosse la medesima cosa, e se n'è andato borbottando. Oggi è tornato, ha borbottato dell'altro, e il signor Filippo lo ha condotto fuori facendo gli occhiacci. Se quell'altro ha delle idee, se le levi di testa, perchè non mi par uomo da stargli a petto, no davvero.—

Il conte Quarneri! Che cosa viene a borbottare da noi? che cosa voleva da me? E sopra tutto, perchè è capitato in Corsenna? Richiamo il servitore, che era già tornato alle sue faccende.

—Dimmi, Pilade; son venute signore al Giardinetto, dacchè ci siamo picchiati?

—Sì, sor padrone. La prima è stata la chioccia con tutta la sua covata; voglio dire la signora Berti, con le tre pollastrine e i due galletti. Poi le signore inglesi, come dicono, quantunque la mamma sia fiorentina, e la figliuola di non so dove, ma certamente italiana.

—Ah, c'era anche la figliuola? E com'era?… com'erano?… dolenti?

—Eh, si può figurare! dolentissime.—

Non ardisco domandare di più, intorno a questo argomento. Chi sa? forse sarà stata dolentissima…. per Filippo.

—Poi, ogni giorno,—continua Pilade,—hanno mandato a cercar notizie il ragazzo della villa, che viene in paese per la spesa. Naturalmente, io e l'Argia le abbiamo date sempre buonissime.

—E la contessa è venuta?

—Sì, due volte; la prima volta da sola, e pareva la statua dell'Addolorata; la seconda volta con quattro signori. A proposito, quei lì hanno lasciati i loro biglietti di visita. Vuole che vada a prenderli?

—Non occorre; Spazzòli, Dal Ciotto, Cerinelli, Martorana; li ho tutti in testa. Fa conto che io li abbia anche in tasca.—

Su queste notizie di Pilade incomincio ad almanaccare, ma senza riuscire a nulla che mi contenti. Perchè il marito della contessa in Corsenna? Perchè in casa mia? Che mi faccia l'onore di esser geloso di me? Ma in che modo gli è venuto il baco? Ah, se fosse com'io incomincio a sospettare…. No, no; è impossibile; una viltà come questa, non s'impresta neanche al peggior dei nemici. Frattanto passa un'ora, ne passano due, e Filippo non ritorna. Che diamine sarà avvenuto? L'impazienza mi prende, e scendo per uscire. Pilade vorrebbe almeno accompagnarmi. Ma è inutile; ecco Filippo che ritorna finalmente, franco, ardito, e, salvo il suo frinzello sulla guancia, fresco come una rosa.

—Bravo!—mi grida.—Fai la passeggiata di prova?

—Sì, come vedi, e volevo venirti incontro nel viale. Anzi, poichè ci sei, e Pilade dovrà andare ad apparecchiare la tavola, puoi vigilarmi un po' tu. Ed ora dimmi;—ripigliai, dopo che il servitore si fu allontanato,—che cosa vuole il conte Quarneri?

—Come sai? Pilade ti ha detto?…

—No, niente Pilade; l'ho veduto io, il conte; dalla finestra, quando usciva con te, brontolando.

—Come l'hai conosciuto, se viene per la prima volta in Corsenna?

—Oh, lo conosco benissimo; figurati…. che la contessa Adriana me lo ha fatto ammirare in effigie.—

È una bugia; ma m'è venuta bene, e Filippo si persuade.

—Poichè lo sai,—dice egli, stringendosi nelle spalle—eccoti il resto dell'avventura. Il signor conte è capitato in Corsenna, chiamato da una lettera cieca; la solita lettera cieca che vuol ridar la vista degli occhi a chi l'avesse perduta. È venuto a cercarti…. Perchè poi te, e non me, lo saprà chi ha scritto la lettera…. È venuto a cercarti tre giorni fa, e gli han detto che eri a letto ammalato; è ripassato ieri, e l'ho ricevuto io, dicendogli la medesima cosa; soggiungendogli per altro che poteva parlare con me, che ero un altro te stesso. Ho da parlare con lui; mi ha risposto. E allora aspetterà per un pezzo, gli ho ribattuto; l'amico mio è appena convalescente, e non può dare udienza a nessuno. Se n'è andato; credevo che si fosse persuaso; ma no; rieccolo quest'oggi, e quest'oggi si contenta di parlare con me, per guadagnar tempo, come s'è degnato di dirmi. E mi ha mostrata la lettera, in cui gli si dava l'avvertimento salutare, di guardar bene casa sua, di mettere al dovere certi cacciatori troppo invaghiti del Roccolo, eccetera, eccetera. Senta, gli ho detto, i cacciatori son parecchi; sono del bel numero anch'io. Il signor Morelli, contro cui Le hanno scritto, ci andava per insegnare certi versi, da recitare in un concerto di beneficenza; non c'era niente di male, e se non ci ho trovato niente di male io, che cosa vorrebbe trovarci Lei da ridire, Lei che non c'era?

—E lui? che ti ha risposto?

—Ah, se tu lo avessi veduto, che muso! Come? mi ha gridato, fermandosi sui due piedi. E chi è Lei, per darmi di queste lezioni? Sono, gli ho risposto, un gentiluomo che rende giustizia ai meriti della contessa, e Le confesserò candidamente di esser rimasto preso all'incanto delle sue grazie.—Lei scherza; ed io non son uomo da scherzi.—Nemmen io, sa? E non mi rompa la testa per una lettera cieca che ha ricevuta. Se avesse senno, prenderebbe per un orecchio, l'un dopo l'altro, tutti coloro che Le vengono per casa, e li metterebbe inesorabilmente fuori dell'uscio. Inoltre, poichè Le ha dato noia l'acqua tiepida, non dovrebbe aspettare la calda, e dovunque Le piacesse di andare a curar la salute, dovrebbe condurre la sua signora con sè. In coscienza, quando si ha nel giardino una vite moscadella come la sua, non si lasciano andare e venire comodamente le vespe.—Ella mi renderà conto della sua impertinenza.—Nossignore, nessun conto. Sappia che per ragion di donne non mi batto. Alle donne rispetto ed ossequio, non mai colpi di spada o di pistola per esse, col rischio certo di offendere la loro riputazione. Se queste cose non le capisce un marito, le capisco io, che morrò scapolo. Vuol leticare ad ogni costo con me? Mi passi accanto, mi pesti un piede, sperando che io ci abbia un callo….—Se lo facessi ora?—Ora o poi, vedrebbe…. Anzi no, sentirebbe che pedata; e da farla tornare in fretta a San Pellegrino. Son uomo da dargliela, sa? ed anche da stiacciarla con un pugno; non mi tenti, non mi stuzzichi, perchè son latino.—Ella abusa della forza fisica.—Ma sì, caro signore, e ringrazio il cielo di avermela data per levarmi di torno i noiosi. Del resto, non l'ho usata ancora con Lei, che chiama al soccorso prima del tempo. Ma badi, qualunque cosa Ella tenti di fare contro me o contro amici miei, La stronco, com'è vero Dio, La stronco con queste due mani. Le ha viste? Ora mi si levi da' piedi.

—Filippo! Filippo! Tu sei un eroe; ma ci hai pur troppo il difetto di tutti gli eroi.

—Quale?

—Di non veder che te stesso. E non hai pensato che c'ero io in ballo, e che non sono un vecchio, nè un fanciullo, nè altrimenti una povera creatura che debba esser protetta da nessun cavaliere errante. Ti ringrazio della generosa intenzione; ma non posso approfittare della tua cortesia. E poichè il conte Quarneri cercava me, avendola con me, andrò io a mettermi a sua disposizione.

—Caro, non ti ho detto tutto;—riprese Filippo.—Io posso avere esagerato; è il mio costume, in un cert'ordine di cose. Ma comunque sia, il mio bravo conte è diventato un agnellino; s'è intenerito; ha preso a ragionare più pacatamente; si è persuaso della tua e perfino della mia innocenza; ha capito donde venisse il colpo della lettera cieca; non ti chiederà più nulla; non chiederà nulla a nessuno; metterà perfino i satelliti alla porta…. ma con una leggera variante al primitivo disegno che avevo osato sottoporgli, cioè chiudendo il Roccolo e portando la signora con sè. Sicuramente,—conchiuse Filippo,—voleva partire col treno delle quattro e venti. Sono ora le cinque; sicchè…. tira le somme.

—Ah! tu sei un gran prepotente;—esclamai.

—Ma che? volevi che per una scioccheria simile lasciassi andar te sul terreno?

—E ci saresti andato tu?

—Certamente; se non si fosse potuto farne di meno.

—Lasciando supporre Dio sa quali ragioni?…—ripigliai.—E che ne avrebbe detto Galatea?

—Che Galatea?

—Perdonami; ho ancora il cervello intronato da una delle tue bastonate.

—Ed io niente, assassino? Ma tu volevi dire….

—Volevo dire la signorina Wilson.—

Filippo Ferri trasse un profondo sospiro dall'ampio torace.

—Eh, caro mio,—mi rispose,—l'ho detto dianzi a quel conte, che io morrò scapolo. Credo bene che la gentile fanciulla pensi a me, come alla prima bambola a cui avrà rotta la testa. E se tu avessi tenuto con me un altro modo, scambio di scrivermi quella tua letteraccia, scambio di ostinarti, come hai fatto, a volermi morto se non m'inchinavo ai tuoi olimpici voleri, non ci saremmo rotte, da veri bamboccioni, le nostre.—

Ho abbracciato Filippo Ferri (era il meno che potessi fare) e pianto come una vite tagliata.


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