Garibaldi Giuseppe Maria, figlio di Domenico e di Rosa Raimondi, nato il 4 luglio 1807 a Nizza, Provincia di Nizza, iscritto alla Matricola dei Capitani della Direzione di Nizza il 27 febbraio 1832 al Nº 289.
Garibaldi Giuseppe Maria, figlio di Domenico e di Rosa Raimondi, nato il 4 luglio 1807 a Nizza, Provincia di Nizza, iscritto alla Matricola dei Capitani della Direzione di Nizza il 27 febbraio 1832 al Nº 289.
E chi fosse, che valore avesse, quale reputazione si fosse acquistata qual capitano, lo dica meglio d’ogni documento il fatto che da testimoni oculari ci venne attestato. Garibaldi non poteva più tornare da uno de’ suoi viaggi, senza che una folla di marinai, di pescatori, di popolo d’ogni fatta accorresse sul molo a dargli il benvenuto, a mirarlo, a festeggiarlo, a interrogarlo, a commentare i suoi gesti, a compiacersi insomma di quel compaesano che faceva suonar così rispettato tra i marinai di Liguria e di Provenza il nome della sua città. Il Capitano marittimo era già una piccola celebrità paesana, in attesa che la fortuna gli apparecchiasse la scena e l’occasione di divenire una celebrità mondiale. E la fortuna lavorava da tempo per lui, più che egli non pensasse.
Da anni nereggiavano sul cielo d’Europa i nembi precursori d’una nuova tempesta. L’arca della SantaAlleanza tenevasi a stento sul mare fortunoso che aveva presunto dominare, e perdeva ogni giorno un tronco d’ormeggio e un brano di vela. La monarchia de’ Borboni di Francia era stata travolta dal torrente di luglio; quella di Spagna, già imbavagliata dalla costituzione del 12 e scrollata dalla rivoluzione del 20, salvata soltanto dall’invasione straniera, non era più che una larva di principato in preda a tutti i venti delle pretese dinastiche e delle discordie civili. La Grecia di Temistocle e di Milziade, rediviva un istante nell’anima di Botzaris e di Canaris, insegnava sotto le mura di Suli e nelle acque di Ipsara come si conquista una patria, e sfuggiva mutila, ma gloriosa, dalle ugne dell’Infedele. La Polonia di Kosciusko sempre agonizzante, sempre combattente, ripigliava per la terza volta l’ineguale duello contro il suo colossale nemico e aggiungeva una pagina di più al suo secolare martirio. Il Belgio strappava un altro foglio dai protocolli del 1815, rivendicando la propria indipendenza. L’Inghilterra sorda ad ogni politica che non fosse quella di Bentham, partigiana della pace ad ogni costo, quindi complice all’esterno d’ogni fatto compiuto, gettava tuttavia sui tappeti diplomatici la questione della Tratta dei Negri, agitava dalla tribuna, consacrava nelle leggi i principii della libertà religiosa, della libertà politica, della libertà commerciale, sommoveva colla parola la terra, che colla mano comprimeva.
L’Italia infine, sebbene la più oppressa, quindi la più temuta e vigilata di tutte, lungi dal deporre la speranza di ricomporre le sparse sue membra e di risorgere una e grande nella famiglia delle nazioni, si cacciava anzi per la prima in quella mischia di popolie di tiranni; ed ora aspettando la salute dalle sommosse popolari e dalle sedizioni soldatesche, ora chiedendo la vendetta alle congiure ed alle sètte; oggi combattendo all’aperto colla voce de’ suoi poeti e la penna de’ suoi scrittori, domani affilando nei sotterranei delle sue loggie e delle sue vendite il pugnale dei carbonari; fidente nel 21 alle promesse dei Principi e vinta; credula nel 31 alle lusinghe del non intervento straniero e vinta: ma da ogni disinganno e da ogni disfatta rialzandosi più credente, più ostinata, più indomita di prima, questa povera Italia, dico, turbava, se altro non poteva, colla ostinazione del martirio i sonni de’ suoi sette oppressori, ed attestava almeno all’Europa che la carta geografica del principe di Metternich era abitata da un popolo di vivi, poichè egli li uccideva. Eccettuato la Germania, obesa di metafisica e di cervogia, troppo satolla di libertà di coscienza per sentire bisogno della libertà d’azione; affaccendata a ballare nelle quaranta corti de’ suoi principini, ed a pipare nelle mille birrerie delle sue metropoline, quando non era assorta a cercare nell’azzurro le incarnazioni dell’idea; eccettuato, ripeto, codesta Germania effigiata sul vivo dall’ironia immortale di Heine, rimasta per cinquant’anni in mezzo al fiottar dell’Oceano europeo come un’isola caliginosa popolata da spettri di sognatori e d’illuminati, non angolo, può dirsi, della terra in cui non fumasse un vulcano e non serpeggiasse una mina; da cui non partisse un gemito d’oppressi, un grido di libertà, un tumulto di congiure e di sommosse.
Quale impressione dovessero produrre quei fatti sullo spirito di Giuseppe Garibaldi, non è veramente scritto in nessun luogo, ma è facile indovinarlo. Tempra d’animo gagliarda come di corpo; posseduto fin da’ primianni dalla passione dell’eroico e del meraviglioso; già invasa la mente dai fantasmi d’una Roma che portava nella grandezza delle sue rovine i presagi della sua risurrezione; educato nella libertà dei mari a quel fiero sentimento d’indipendenza che nella gente dell’arte sua è seconda natura; nato e cresciuto in quella regione d’Italia che prima aveva dato il segnale della riscossa, ed echeggiante tuttora delle maledizioni dei vinti di Novara e dei martiri d’Alessandria a Carlo Alberto «traditore,» pochi uomini dei viventi nella Penisola potevano offrire alle tante scintille di quell’incendio, che avvolgeva mezza Europa, una materia più pronta ed infiammabile.
Tuttavia se poteva dirsi che in fondo all’anima del Nizzardo covassero fin d’allora tutte le collere dell’Italiano, tutte le passioni del patriotta e tutti i propositi dell’eroe, la favilla decisiva, che da quel braciere sprigionasse la fiamma, non v’era peranco piovuta. Infatti fino a quel giorno egli aveva bensì prestato ascolto a tutte le voci che la patria lontana martire o combattente mandava a’ suoi figli: seguiva bensì ne’ pochi libri e giornali che gli cadevano tra mano tutte le vicende di quella multiforme battaglia che non l’italiano solo, ma tutti i popoli d’Europa pugnavano contro i loro oppressori; ma i lontani viaggi, le prolungate assenze, le molteplici cure dell’arte sua gli avevano impedito di penetrare più addentro in quel mondo politico, ancora in gran parte sotterraneo, che fremeva intorno a lui; e nell’impossibilità di conoscere davvicino le idee, gli attori, i mezzi della vasta impresa che si preparava, spiava attento l’occasione e temporeggiava.
E non è qui tutto. Garibaldi a quei giorni non pensava solo all’Italia: un sogno più splendido aveva attraversato la sua mente; una passione più magnanimafaceva battere il suo cuore. Un giorno del 1832 sua madre fu udita esclamare: «I Sansimoniani mi hanno guastato mio figlio;[23]» e la brava donna, che probabilmente confondeva nella sua mente coi «Sansimoniani» ogni specie di rivoluzionari, diceva il vero più che non pensasse.
Quando sulla fine del 1832 i Sansimoniani della seconda generazione furono scacciati dal tempio di Ménilmontant e sbanditi dalla Francia, taluni di loro, come il Rodriguez, il Chevalier, il Duveyrier, restarono in patria a cercare altre occupazioni ed altra sorte; altri invece, come l’Enfantin e il Barrault, emigrarono per l’Oriente, il quale, dice Luigi Blanc, «già era sommosso da audaci tentativi di riforme e sembrava allettare alle conquiste dell’intelletto, e offrire terreno più propizio alle loro dottrine.»
Ora il caso volle che Garibaldi rifacendo nello scorcio di quell’anno uno de’ suoi consueti viaggi in Levante, incontrasse, non sappiamo in che porto, appunto la comitiva di quei proscritti, di cui il Barrault era in certa guisa la guida, e come sospinto subitamente verso di essi da un’arcana simpatia, li accogliesse al suo bordo e continuasse il viaggio con loro.
Ora quali potessero essere su quel bastimento i discorsi di quegli uomini esaltati dalla passione della loro fede proscritta e di quel marinaio ingenuo e fantasioso; quale fáscino dovessero esercitar sul suo spirito le splendide utopie di quei profeti sacrati a’ suoi occhi dalla sventura e dall’esilio, e annunzianti sotto la vôlta stellata del cielo, sulla stesa del mare infinito,nel silenzio delle notti luminose d’Oriente il prossimo avvento della Pace e dell’Amore sulla terra, la esclamazione della signora Rosa ce l’ha in parte svelato, e l’avvenire lo chiarirà.
Certo Garibaldi non avrà nè tutto capito, nè tutto creduto. Probabilmente il senso intimo di tutte quelle mistiche formole, e di quegli economici filosofemi, onde componevasi il verbo delNuovo Cristianesimo, gli sarà sfuggito; probabilmente l’ufficio dell’«Uomo-coppia,» il dogma della «Donna-Messia,» la missione del «Tempio-teologico-industriale» del padre supremo Enfantin, e del suo diacono Bazard, l’avranno lasciato incredulo o insensibile; ma intanto tutte quelle dottrine di fratellanza universale, di estinzione del proletariato, di livellamento di tutte le classi sociali, s’insinuavano ad una ad una nella sua mente più atta ad innamorarsene che capace di giudicarne, e vi deponevano i primi semi di quelle larve socialistiche e umanitarie, che, covate poscia dai nativi istinti del suo carattere e invigorite nella solitudine dei Pampas e dell’Oceano, gli nasconderanno un giorno il senso pratico delle cose, ombreggeranno di contradizioni, di controsensi, di eccentricità la sua eroica figura, e gli daranno quel proteiforme aspetto di patriotta arrabbiato, di umanitario fanatico, di apostolo della pace universale, e di soldato cosmopolita di tutte le guerre, che confonde tuttora i giudizi della storia, e stanca talvolta l’ammirazione de’ suoi più devoti interpreti.
Però conviene dir tutto. Anche allora, a ventisette anni, nel caos di quel cervello, nel tumulto di quel cuore c’era un’idea chiara, fissa, imperiosa, che adun dato punto pacificava tutte le contradizioni, vinceva tutte le incertezze e imponeva silenzio a tutte le utopie: l’Italia.
Bellissima la fratellanza dei popoli, ma al patto antico: «Ripassin l’Alpi e tornerem fratelli;» stupenda la pace universale, ma colla riserva d’una guerra, d’una sola; implacabile se farà di bisogno, al coltello se occorresse, la guerra santa contro lo straniero, che profanava il suolo della patria e proteggeva con la sua ombra tutte le minori tirannidi che la dilaniavano.
Che se questi sentimenti, nati da tempo, come dicemmo, nell’animo del nostro eroe, vi erano rimasti fino a quel giorno assopiti ed incerti, venga una voce che li susciti, si presenti un’occasione che li sprigioni, ed essi romperanno in tutta la lor nativa fierezza, e guideranno la sua vita. Per ventura sua, la voce parlò, l’occasione venne, e fu decisiva.
Un giorno del 1833 Garibaldi, navigando nel Mar Nero, entrava in una locanda di Taganrok, dove intorno ad una tavola stavano seduti in animati colloqui alcuni marinai e mercanti italiani. In sulle prime il nostro Capitano, il quale aveva preso posto in disparte, non pose mente a quei discorsi. Ma ad un tratto alcune parole uscite dalla bocca d’uno di que’ suoi compatrioti ferirono il suo orecchio, e gli fecero voltar la testa verso il giovane che le pronunziava. Infatti l’argomento, di cui questi intratteneva i suoi interlocutori, era importantissimo, il più importante certamente di quanti potessero fermare l’attenzione di Garibaldi: parlava d’Italia. Parlava d’Italia, e ne ricordava con accento appassionato la passata grandezza e la presente vergogna, ne dipingeva gli errori e i martirii, i disinganni e le speranze. La diceva vinta, ma pronta a ripigliare la lotta; svelava che una vasta associazionecreata dalla fede amorosa di un apostolo ligure, consacrata dal nome auguroso diGiovine Italia, non più legata ai morti simboli delle vecchie sètte, non più avvinta alle promesse dei Principi, ma credente soltanto nell’aiuto di Dio e nel braccio del popolo (Dio e Popolo), raccoglieva in un fascio tuttii buoni, apparecchiava i cuori ed affilava le armi per una suprema e non lontana battaglia. Esclamava infine ch’era dovere di tutti entrare in quella società, seguir quell’apostolo, serrarsi intorno al sacro vessillo da lui inalberato, e dar la vita e gli averi per esso. Ed altre cose forse egli soggiunse ed altre ne voleva soggiungere, quando Garibaldi più non sapendo dominare la tempesta d’affetti che durante tutto quel discorso gli si era scatenata nel petto, si slancia verso quello sconosciuto che gli aveva irraggiata l’anima di una luce sì inattesa e discoperto il nuovo mondo de’ suoi sogni e delle sue speranze, e stringendoselo al cuore gli giura che da quel giorno egli è suo per sempre.
Giuramento d’Annibale, ripetuto, forse la notte medesima nell’impeto della prima emozione, nei tronchi versi d’una strofa:
Nell’età giovanil.....Là sui ghiacci del Ponto giuravaPer la terra natale morir;
Nell’età giovanil.....Là sui ghiacci del Ponto giuravaPer la terra natale morir;
Nell’età giovanil.....
Là sui ghiacci del Ponto giurava
Per la terra natale morir;
suggellato coll’intera sua vita nella storia.
Chi fosse quel credente che, per usare le parole stesse di Garibaldi, «lo iniziò ai sublimi misteri della patria,» è oggi notissimo.
Era lo stesso Cuneo narratore dell’episodio.[24]QuelGiovanni Battista Cuneo di Oneglia che in gioventù aveva esercitata l’arte del mare e navigava appunto in quell’anno nel Mar Nero; ascritto fin d’allora fra i più ardenti seguaci dellaGiovine Italia; divenuto da quel giorno uno de’ più fidi e devoti amici di Garibaldi, come lo era già di Mazzini; caro più tardi a tutti gl’Italiani emigrati al Plata, siccome uno de’ loro più infaticabili ed utili protettori; eletto dalla Repubblica Argentina suo rappresentante nel nuovo regno d’Italia, e dopo una vita lunga, tutta spesa in pro della patria e dell’umanità, morto in Firenze nel compianto universale sulla fine del 1875.[25]
La inattesa rivelazione del Cuneo fu a Garibaldi il «terra, terra» dei seguaci di Colombo. «Certo (egli scriveva) non provò Colombo maggior contento alla scoperta d’un mondo, di quel che ne provavo io al trovare chi s’occupasse della redenzione italiana.[26]» Epperò da quel momento egli non ebbe più che un pensiero: correre in Italia, cercare di quell’associazione che raccoglieva in una trama tutte le fila dei più ardenti patriotti; trovare quell’uomo che n’era l’anima e il duce; offrire il suo braccio, chiedere il suo posto di combattimento, agire; agire soprattutto e presto, poichè la sola parola che egli intendeva fin d’allora, il solo modo con cui egli concepisse il cospirare e il servire la patria, era l’azione.
Ed eccolo infatti verso la fine di luglio arrivare a Marsiglia, presentarsi a Mazzini, che da parecchi mesi aveva piantato colà il focolare della sua propaganda, rinnovargli il giuramento di Taganrok, dargli il proprionome e prenderne un altro di guerra giusta il rito sociale, scriversi nel gran ruolo degli affigliati, e ricevere la sua parola d’ordine per l’impresa creduta imminente.
«Da quel giorno (scrive Mazzini in una nota delle sueMemorie) data la mia conoscenza con lui: il suo nome nell’associazione era Borel.[27]»
Parole, a dir vero, un po’ troppo brevi e asciutte per indurre la credenza che fino da quel giorno il già celebre profeta presentisse lo straordinario destino, a cui quel suo nuovo «fratello» era chiamato.
E poichè nemmeno il discepolo si curò di dirci quale impressione producesse sull’animo suo il primo contatto con quel maestro, a cui nessuno poteva accostarsi senza grande emozione, così spunta nella mente un dubbio. Che anche il marinaio nizzardo abbia subito il fáscino dell’agitatore genovese, e che questi l’abbia accolto con quell’affettuoso abbandono e quella famigliare benevolenza, con cui egli soleva festeggiare tutti i giovani che andavano a lui, non è a dubitarne; ma che sia corsa fra di loro quell’elettrica scintilla che accende nell’anima la fiamma dell’amore reciproco, accomuna in un istante e identifica i pensieri e gli affetti di due vite, e muta le effimere fratellanze politiche in vera e durevole amicizia, questo, a dir vero, non ci sembra bastevolmente accertato; e il laconico cenno fatto da entrambi del primo incontro, le gare, i dissidi, le gelosie scoppiate più tardi fra di loro e infine la profonda disformità e quasi opposizione dei loro caratteri mi sembra giustifichino sufficentemente il sospetto che nel ritrovo di Marsiglia l’eroe abbia promesso all’apostolo il suo braccio, el’apostolo abbia svelato all’eroe il suo verbo, ma che nessuno dei due abbia dato interamente il suo cuore.
Se non che quando Garibaldi sbarcava a Marsiglia laGiovine Italiaaveva ricevuto un fierissimo colpo. Spiata, traccheggiata da tempo da tutte le polizie della Penisola, tradita da fanciullesche imprudenze o da scellerate denunzie, sorpresi i suoi ritrovi, sgominate le sue file, spento sui patiboli, sepolto nelle carceri, disperso nell’esiglio il fiore de’ suoi adepti, sembrava venuta per essa l’ultima ora. In Piemonte, soprattutto, il governo di Carlo Alberto aveva bandito contro i Mazziniani una caccia sì feroce, che le vendette di Carlo Felice, del Borbone e dell’Austria nel ventuno, le stragi dell’Estense e del Papa nel trentuno, possono essere dette al paragone atti di moderata e legittima difesa. Non più leggi nè magistrati, non più solennità di giudizi nè regolarità di procedure: unici titoli d’accusa e mezzi di prova le denunzie, la corruzione, i tormenti: unici giudici i Consigli di guerra, unica legge l’arbitrio militare e poliziesco, ispirato dal capriccio e dal terrore. Si voleva, dicevasi, che il giovine Re «gustasse il sangue,» e il sangue infatti scorreva a fiotti. Il militare che possedesse uno scritto dellaGiovine Italia, o lo desse a leggere, o non denunciasse i lettori, o fosse creduto consapevole d’una trama vera od immaginaria qualsiasi e non la rivelasse, fucilato nella schiena; il civile accusato d’altrettanto, fucilato, somma grazia, nel petto. Così perivano: a Chambéry il tenente Effisio Tola, il sergente Angelo De Gubernatis, il caporale Giuseppe Tambarelli; a Genova il maestro di scherma Gavotti e il sergenteBiglia; in Alessandria i sergenti Ferrari, Minardi, Rigasso, Costa, Marini, l’avvocato Vochieri; mentre eran serbati alla medesima sorte gli avvocati Scovassi e Berghini, il luogotenente Arduino, il sottotenente Maccarezza, i sergenti Vernetta, Enrici, Giordano, Crina, il chirurgo Scotti, il marchese Cattaneo, il marchese Rovereto, il possidente Gentilini, lo scultore Giovanni Ruffini e lo stesso Giuseppe Mazzini, se quelli non fossero fuggiti a tempo al supplizio che li attendeva, e questi non l’avesse già prevenuto coll’esiglio in cui da due anni errava.
Era il Terror bianco in tutta la sua ferocia. Chi sfuggiva al piombo ed al capestro, se non aveva cercato in tempo salvezza nella fuga, languiva nelle galere dei ladri e dei malfattori.
E la morte non era per molti il peggiore dei supplizi. Iacopo Ruffini per fuggire agli agguati de’ suoi interrogatori, e tremante soltanto che dal corpo affranto dai tormenti uscisse una parola denunziatrice de’ compagni, si forava in prigione la gola.
Vochieri, neroniana raffinatezza di martirio, era trascinato alla morte per la via stessa, in cui abitavano sua madre e le sorelle, e al generale Galateri parve eroico d’assistere, seduto su un cannone, al suo supplizio.
Orrenda pagina che Novara ed Oporto hanno espiato, ma che la storia non può cancellare.
Questa catastrofe, che, fin dai primi anni, sperdeva le fila della nascente associazione, resa anche più grave dai processi già aperti in Lombardia e nei Ducati, avrebbe da sè sola dovuto bastare, se non a levare di speranza, almeno a consigliare l’indugio e la prudenza a qualsiasi anima più temeraria; non a Giuseppe Mazzini.
A lui parve invece che crescesse la necessità di rompere gl’indugi, di rianimare gli spiriti abbattuti, e com’egli diceva, «moralizzare il partito» con un fatto che ne attestasse la fede e la forza. E colla subitaneità di quella fantasia che s’illuse sempre di potere con un atto di volontà sollevare a giorno e ora fissa i popoli, e sommergere i troni, ordiva la spedizione di Savoia e ne comunicava agli amici vicini e lontani il disegno.
Il quale disegno, siccome è noto a tutti, compendiavasi ne’ suoi concetti generali in questo: raccogliere tutti i fuorusciti italiani, polacchi, tedeschi agglomerati in Svizzera nei cantoni di Berna, Zurigo, Neufchâtel, Vaud e Ginevra; ordinarli militarmente; dividerli in due colonne, le quali, movendo una da Ginevra e l’altra da Lione, si congiungessero a Saint-Julien, e di là marciassero insieme su Annecy, e per la Savoia, sollevando le popolazioni e contando sull’affratellamento dell’esercito, penetrassero in Piemonte.
Questo movimento però non doveva essere isolato; all’invasione esterna doveva rispondere simultanea l’insurrezione interna, e fra le città destinate ad insorgere quella, su cui il Mazzini faceva maggiore assegnamento, era la sua patria: Genova.
Veniva così la volta di Garibaldi.
Qual luogo e qual parte il maestro gli avesse assegnata nell’impresa, non sapremmo affermare; certo è che prima della fine di luglio Garibaldi scompare da Marsiglia, torna in Italia, entra al più presto in intima corrispondenza con quanti patriotti di Liguria e di Genova gli è dato incontrare, interviene alle loro serali conventicole, partecipa alle loro trame; poi, a un tratto, si presenta al Dipartimento marittimo, es’arruola nella regia marina come marinaio di 3ª classe col nome di guerra diCleombroto.[28]
Perchè? Come mai il capitano marittimo consentiva di ridiscendere al grado di semplice marinaio, e il patriotta s’acconciava a servire nella flotta di quel Re, a cui aveva giurata la guerra? Per qualcosa laGiovine Italiadoveva entrare in quella risoluzione, e il motivo doveva essere quell’unico e supremo che governava ormai tutti i pensieri e tutte le azioni del novello iniziato: la patria. Infatti l’arruolamento di Garibaldi si collega direttamente e alla spedizione di Savoia e al moto di Genova che doveva secondarla. Nel concetto dei rivoluzionari genovesi il moto della loro città doveva essere fiancheggiato e sostenuto in mare da una rivolta della flotta, o almeno da qualche legno di essa; e per questo era necessario che qualche marinaio accorto e ardito s’insinuasse tra gli equipaggi, e segretamente li catechizzasse e attirasse nella congiura.
Ora a questi uffici nessuno parve più idoneo di quel Garibaldi, che già tra la gente di mare era popolarissimo; ed ecco come il cospiratoreBoreldivenne sui ruoli d’una marina regia il marinaioCleombroto.
Intanto l’ora dell’azione s’avvicinava a gran passi.Mazzini, vinti alla fine i temporeggiamenti del Ramorino, cui per un inconcepibile acciecamento (fatale in quell’anno ai repubblicani come lo sarà quindici anni dopo ai regi) era stato affidato il comando supremo della spedizione di Savoia, la fissava immutabilmente per i primi di febbraio, e ne rendeva edotti tutti i caporioni perchè si tenessero pronti.
Ora come rispondesse a quell’appello il Piemonte, l’evento lo chiarì; come vi rispondesse da parte sua Garibaldi, l’udimmo da lui stesso narrare così.[29]Riuscito a farsi imbarcare il 3 febbraio sulla fregataDes Geneys, la quale per essere ancorata nel porto a Genova e servita da gran numero di marinai suoi amici sembrava una delle prede più facili ai patriotti, vi stette aspettando tutto quel giorno, deliberato e sicuro, l’ultimo cenno. E l’ultimo cenno venne; era di agire per la sera del 4 febbraio; i marinai impadronirsi delle navi; i cittadini assaltare la caserma di Piazza Sarzana e insignorirsi della città. Sennonchè, poco prima del tramonto, Garibaldi, o perchè disperato di non potere agire con buon successo sulDes Geneys, o perchè all’ultimo istante gli fosse entrata nell’animo la ripugnanza di voltar le armi contro i suoi camerati e ufficiali (i motivi per cui lasciò ilDes Geneysrestarono sempre un po’ oscuri), il fatto è che intasca due pistole, diserta da bordo, scende in città e corre alla Piazza Sarzana, pronto ad unirsi ai primi gruppi d’insorti che certo non potranno tardare a comparire. Ah! Garibaldi non sapeva ancora che cosa sienole insurrezioni decretate dal fondo d’un gabinetto, a ora fissa di cronometro, con battaglioni di combattenti scritti sulla carta, affidate a giuramenti di segretezza che la storditaggine e la perfidia avevano violati prima di pronunciarli. Noi lo sappiamo. Son due ore infatti ch’egli aspetta: due lunghe ore ch’egli gira e rigira per quella piazza, e palpa impaziente le sue pistole, e appiattato nei canti interroga cogli occhi i rari viandanti nella speranza di trovare in essi gli attesi compagni; che tende l’orecchio per udire se qualche colpo di fucile, almen qualche eco lontana di sommossa gli arrivi dall’altra parte della città. Indarno: non un uomo sulla piazza; non un moto per le vie; non un amico dei tanti giurati; non un grido per tutta Genova.
Già da ogni parte arriva fino a lui la voce che tutto è fallito, che il corpo di Ramorino è disciolto, che l’altra banda di Chambéry è dispersa, che nessuna città ha risposto all’appello, che il governo consapevole della congiura ha già cominciato le persecuzioni e gli arresti; pure egli non sa rassegnarsi a crederlo, esita ad abbandonare il posto di battaglia che gli è assegnato; vorrebbe attendere ancora. Che mai? Fitti pelottoni spuntano da tutti gli sbocchi della piazza e cominciano ad asserragliarla: ancora pochi istanti, e Garibaldi sarà chiuso in un cerchio di ferro senza uscita: l’indugiarsi più oltre sarebbe stata follía. Allora, ormai convinto dalla innegabile testimonianza de’ suoi occhi, si slancia fuori della piazza; si rifugia nella bottega d’una fruttivendola e raccontatole il suo caso la impietosisce; cambia nei panni d’un contadino la sua camicia di marinaio; esce ardito dalla casa ospitale, s’avvia franco come andasse alla passeggiata verso Porta Lanterna e la varca insospettato; fatti pochi passi, lascia la via maestra, traversa campi e giardini,salta muri e siepi e infila la montagna; marcia tutta la notte, guidandosi colle stelle, nella direzione di Sestri Ponente; mangia e dorme alla meglio nelle osterie fuori di mano, nelle capanne de’ contadini, sotto le tettoie de’ campi; arriva il decimo giorno a Nizza; sta nascosto un giorno nella casa di una sua zia, dove rivede ed abbraccia sua madre; riprende nella notte seguente, accompagnato da due amici, il cammino verso il Varo; trovatolo ingrossato dalle pioggie, lo traversa parte a guado, parte a nuoto; dice addio a’ suoi compagni; tocca il suolo francese; è in salvo.
Almeno lo crede; anzi è tanto lontano dal pensare che la Francia di luglio respinga o mandi a confino i profughi politici, che, date appena le spalle al fiume, cammina diretto verso il posto dei doganieri di custodia al passo, e si mette volontario nelle loro mani. Mal glien’incolse, che i doganieri ubbidienti alla loro consegna lo dichiarano in istato d’arresto, e se lo conducono in mezzo di là a Grasse, e da Grasse a Draghignan, ove aspetteranno, dicevano, nuovi ordini da Parigi.
Nè il prigioniero oppose resistenza di sorta. Soltanto avvistosi che s’era un po’ troppo affrettato a fidare nella ospitalità del governo di Luigi Filippo, ed essendo in ogni caso troppo uccello di bosco per accomodarsi in una gabbia qualsiasi, delibera in cuor suo di ottenere colla destrezza quello che sarebbe vano tentare colla forza; e come un uomo sicuro che o prima o poi l’opportunità di schizzar dalle mani di quegli inaspettati custodi non gli può fallire, si lascia tranquillamente condurre. E non ebbe ad attendere molto. Giunto infatti a Draghignan e condotto al primo pianodi non so quale caserma, Garibaldi s’affaccia alla finestra, coll’aria noncurante di uno che contempli il paesaggio; s’assicura in un baleno che ogni dintorno è deserto; misura d’un’occhiata la distanza dal suolo (una miseria di quindici piedi, quanto basta, a dir vero, per fiaccarsi il collo); e colto l’attimo in cui i doganieri voltano l’occhio, spicca il salto, si trova in un giardino, ne scavalca la muraglia, è in un balzo nei campi; e prima che quei valenti guardiani delle dogane francesi, non abbastanza acrobati per seguitarlo per quella via aerea della finestra, abbiano scossa la sorpresa, e poi presa la scala, girata la casa e girato il giardino, egli è già una macchia confusa tra le giravolte della montagna, e li saluta tanto.
La mira del nostro profugo è Marsiglia, e come aveva fatto da Genova a Nizza, viaggiando la notte, guidandosi colle stelle, tenendo la montagna, cansando i grossi paesi, mangiando come poteva, dormendo dove capitava, s’avvicina a grandi giornate alla mèta. Sennonchè, più a rompergli la monotonia del viaggio che a conturbarlo seriamente, ecco un’altra avventura.
Giunto non sa nemmeno lui in quale villaggio, entrato per un po’ di cibo e di riposo in una locanduccia, incoraggito dall’affabile accoglienza dell’oste e dell’ostessa, commette l’imprudenza di raccontar loro tutta la storia della sua fuga. L’oste, al contrario, tutt’altro che rassicurato dall’aspetto di quel cliente che aveva due polizie alle calcagna, passava i fiumi a nuoto, aveva così in uggia le strade maestre, saltava le finestre di quindici piedi e probabilmente saldava allo stesso modo lo scotto delle osterie; l’oste, dico, gli si volta con un viso tutto annuvolato, e gli annuncia, con grande suo dispiacere, d’essere nella dura necessità di arrestarlo.
Arrestarlo? Un uomo solo arrestare un altro uomo, che aveva il pugno, il garretto e il cuore di Giuseppe Garibaldi? Non era cosa da pigliarsi sul serio. E la prima risposta che egli fece alla bizzarra uscita fu una solenne risata; poi sempre in tuono di motteggio e colla maggior calma del mondo continuò: «Se proprio vorrete arrestarmi, ci sarà sempre tempo. Lasciate almeno che finisca questa buona cena, che sarei anche capace di pagarvi il doppio;» e commentando coll’atto la parola, fece saltellar nel taschino quei pochi che gli erano rimasti, e continuò tranquillamente il suo pasto. Fosse la calma risolutezza della risposta, fosse l’argomento persuasivo di quel suono argentino, l’oste non trovò replica; ma poichè egli continuava a guatar di sottecchi il nostro viaggiatore, questi non si sentì ancora del tutto rassicurato, e, senza parere, si tenne in guardia.
Tanto più che da qualche minuto l’osteria si veniva riempiendo dei soliti avventori del villaggio, i quali, sebbene si andassero sparpagliando di qua e di là per le tavole a bere, a giuocare, a pipare, senz’altra cura apparente che di darsi buon tempo, non era però tra i casi improbabili che al primo appello dell’oste, amico e compaesano, si mutassero tutti in suoi alleati, e si dichiarassero pronti a dargli man forte contro il sospetto forestiero.
Conveniva dunque manovrare, e Garibaldi che andava facendo in quella fuga le prime prove di quell’arte dei piccoli stratagemmi che sarà un giorno tanta parte della sua scienza e della sua fortuna militare, ne trovò per la circostanza uno felicissimo.
Attorno ad una delle tavole una brigata di giovanotti, più chiassona delle altre, cantava allegramente, alternando le canzoni ed i cantori con grande sollazzodi tutta la compagnia. Ora che fa Garibaldi? S’alza di scatto, va diritto alla tavola dei cantori, impugna un bicchiere: «Ed ora, esclama, permettete una canzone anche a me;» ed intuona ilDieu des bonnes gens, la più popolare delle canzoni di Béranger. L’aria gradita, la voce limpida, sonora, intuonatissima del cantore, l’accento, il piglio, l’aspetto, tutto quell’assieme di gagliardia fiorente, di franchezza marinaresca, di eleganza popolare che doveva essere Garibaldi giovine, fanno montar talmente il buon umore della gioiosa brigata, sprigionano tra i vecchi avventori e il nuovo compagnone tale una magnetica corrente di viva simpatia, che questi ormai non solo potrebbe burlarsi delle minaccie dell’oste, se mai erano fatte sul serio, ma essere in grado di arrestare coll’aiuto di quei suoi nuovi amiconi l’oste in persona e i gendarmi per giunta, se tanto occorresse.
Passato quel rimanente di notte fra i bicchieri ed il chiasso (avventura poco abituale, come si vedrà, nella vita del Nostro), si rimette in cammino per Marsiglia; il ventesimo giorno dacchè aveva dato le spalle a Genova (25 febbraio) vi arriva; appena in città entra per ristorarsi in un caffeuccio, prende in mano il primo giornale che gli capita,Le peuple souvrain de Marseille, e che cosa vi legge? La sentenza che lo condanna a morte come «bandito di primo catalogo» e lo espone alla pubblica vendetta; la sentenza che abbiamo pubblicata nella prima pagina di questo libro.
Non dovette essere un’improvvisata piacevole! Garibaldi, come vedemmo, notò con un tal quale accento di compiacenza che fu quella la prima volta in cuilesse il suo nome sui giornali; e noi concediamo che il sentirsi in un tratto divenuto uomo celebre e importante, il vedersi onorato da una sentenza capitale, l’occupare un posto in quel libro nero dei perseguitati, che era pure il libro d’oro dei patriotti, dovesse a primo tratto far correre una vampata d’orgoglio alla fronte del giovine proscritto. Però si può essere Garibaldi fin che si vuole, ma non si legge una sentenza di morte, che anco ineseguita rizza tra la patria e la terra d’esiglio una barriera insormontabile, e vi condanna ad una vita lunga se non perpetua di patimenti, di sacrificio e di guerra, senza una forte commozione, senza pensare per lo meno molto seriamente a’ casi suoi.
E Garibaldi mostrò di pensarci, cambiando issofatto il suo nome, ormai troppo pericoloso, in quello di Giuseppe Pane. Era così, oltre il suo, il terzo nome che barattava in quell’anno:Borelper la Giovine Italia:Cleombrotoper la marina di Carlo Alberto:Paneper Marsiglia e il Governo francese.
Bisognava però pensare a vivere; laonde, patito un mese d’ozio forzato nella casa ospitale del suo amico Giuseppe Paris, riuscì ad accaparrarsi un posto di secondo sul brigantinoUnione, capitano Bazan, che doveva far vela per il Mar Nero. Intanto però, così per non perder l’abitudine, salva, buttandosi all’acqua, un giovanetto che annegava nel Porto, e sottrattosi alle lagrime di gratitudine della madre del salvato, la quale se vivesse continuerebbe ancora a ringraziare il marinaio Pane, salpa indi a pochi giorni per Odessa.
Ma tornato di là sul finire del 1834, e già tocco dai primi assalti di scontento della vita prosaica e monotona del marinaio mercantile, gli frulla di assoldarsi nella flottiglia di Hussein, bey di Tunisi, che era statopreso dal frugolo di riformare all’europea il suo esercitino e la sua armatetta; poi uggito e fors’anche vergognato da quella assisa d’ufficiale barbaresco, pianta anche il Bey, e fa ritorno verso la metà del 1836 a Marsiglia. Trovatala sotto il flagello del colèra, udito che negli ospedali si cercavano volonterosi, e come dicevanobenevoliad assistere gl’infermi, pare bella alla sua fantasia di eroe filantropo anche quella parte; passa quindici giorni e quindici notti al letto di quegli ammalati, che uccidono il più delle volte i loro infermieri, e scampato da quel pericolo, e calmata la moría, si mette di nuovo alla cerca d’un imbarco; e la fortuna lo favorisce, quella volta, oltre le sue speranze. Scopre che un certo brick, ilNautonier,[30]capitano Beauregard, allestisce per Rio Janeiro; la vaghezza di vedere nuove terre lo seduce; l’Oceano non mai solcato, ambito cimento de’ forti navigatori, lo attira; dovunque volga lo sguardo non vede per tutta Italia alcun segno di prossima riscossa; laonde, chiesto ed ottenuto il comando in secondo di quel bastimento, dà un lungo addio a quella vecchia Europa, che non aveva più per lui nè promesse nè inganni, e fa vela per il Nuovo Mondo.
E qui si chiude la sua prima giovinezza. L’America diviene per dodici anni la sua seconda patria, la culla della sua vita nuova, il terreno in cui tutte le native energie del suo animo vigoreggiano e fruttificano; la forma insomma in cui si gettano tutti i moltiformi lineamenti della sua figura, fino allora sbozzati, e si plasma definitivamente il carattere dell’uomo.
Là in quell’America meridionale, posta tra le Amazzonie la Plata, al cospetto di quella possente e pittoresca natura, lungo le oceaniche correnti dei fiumi smisurati, traverso le deserte praterie deipampas, in mezzo alle nomadi scorribande deigauchos, nella consuetudine quotidiana d’un popolo diverso e variopinto, miscuglio secolare di barbarie indiana, di fierezza spagnuola, di ardimento portoghese, di superstizione cattolica, impastato col sangue degli avventurieri, dei banditi e degli eroi di tutto il mondo; là dove la guerra è un trastullo, il getto della vita una voluttà, l’ospitalità all’inoffensivo pellegrino un culto, ma l’odio allo straniero dominatore una religione; là in quell’America, dico, degli eroismi favolosi, delle fazioni feroci, delle rivoluzioni subitanee, delle dittature sanguinarie, dei governi d’un giorno, si svelò l’eroe, s’iniziò il capitano, si educò, quale che egli sia, il politico; e chi vorrà conoscere un giorno il Garibaldi vero, e salire alle origini della sua celebrità e della sua fortuna e spiegarsi nelle loro più riposte cagioni, così le sue virtù come i suoi errori, e possedere insomma tutto l’intimo segreto di codesta leggendaria esistenza, apparente tuttora alla nostra civiltà come un enigma ed un anacronismo, o deve seguirlo passo per passo, di pensiero in pensiero, d’avventura in avventura di là dall’Oceano, o rinunciare a comprenderlo.