XII.

Soldados, la patriaNos llama a la lid:Coriemos, coriemosLa patria a salvar.

Soldados, la patriaNos llama a la lid:Coriemos, coriemosLa patria a salvar.

Soldados, la patria

Nos llama a la lid:

Coriemos, coriemos

La patria a salvar.

E i due compagni tengon bordone, e i feriti cui resta un filo di voce ancora accompagnano, e tanto è l’effetto di quelle patriottiche note elevate da quel coro d’eroici morenti, che gl’imperiali, tra stupiti e commossi, ristanno alcun poco interdetti e sospendono per alcuni istanti l’assalto. Fu la salvezza degli assediati: che in quel medesimo punto il negro Procopio essendo riuscito a fracassare con una ben aggiustata palla il braccio del colonnello Moringue, i suoi cavalieri si turbano e si scompigliano, il colonnello stesso ordina la ritirata, e in poco d’ora il Galpon è libero e tutto il piano circostante sgombro di nemici. Era quello il primo combattimento di terra che Garibaldi sosteneva. Per cinque ore tredici uomini ressero all’assalto di centocinquanta agguerriti cavalieri, comandati da uno dei più valorosi e astuti capitani del Brasile.

Due anni dopo il capitano Lelièvre con centoventitrè uomini difendeva la Torre di Mazagran contro dodicimila beduini; ma Mazagran era una fortezza e il Galpon di Chargucada una bicocca.

Le «anitre» erano tornate all’acqua. Il governo di Piratinin, visto come l’assedio posto a Porto Allegre si trascinasse troppo per le lunghe e non promettesse alcun prospero fine, deliberò di dar la mano ai rivoluzionari della finitima provincia di Santa Caterina,ove si erano già manifestati molti segni di ribellione all’Impero, e poteva, una volta soccorsa, mettere l’esercito di Don Pedros tra due fuochi e seriamente minacciarlo. Ordinò quindi una doppia spedizioneauxiliadora. Il general Canavarro dovea agire per terra ed il capitan-tenente Garibaldi per mare. Ma agire per mare era una parola. La Repubblica aveva bensì aggiunti al Rio Pardo ed al Republicano che tenevano la laguna altri due più grossi lancioni, uno dei quali (dell’altro non si trova scritto il nome) era chiamato il Seival; ma sull’Oceano essa non possedeva nè porti, nè flotta, e la laguna del Los Patos era separata dall’Atlantico da oltre venticinque leghe di terra e le sue foci erano tutte in mano degl’Imperiali. Come fare adunque? Caricare due lancioni sopra carri e trasportarli dalla laguna in mare: fu questo il suggerimento di Garibaldi e fu senza indugio accettato. Presi pertanto il vecchio Rio Pardo ed il nuovo Seival, e commesso ad un abile carradore dei dintorni la costruzione di due lunghi carri sostenuti da quattro altissime ruote, si mise all’opera. Da un’insenata a greco della laguna sgorga entro un burrone un torrentello detto il Capivari, il quale dopo un corso di oltre venti leghe andava a finire colle sue povere acque in un altro lago chiamato Taramanday, che a sua volta sboccava per mezzo a vorticosi frangenti nell’Atlantico. Ora Garibaldi scelse per il trasporto dei suoi lancioni queste due vie. Fatti entrare i carri nel Capivari fin presso al suo sbocco dalla laguna, vi fece scorrer sopra, senza grandi sforzi, i due lancioni: attaccò a ciascun carro venticinque paia di buoi: discese, non dice in quanti giorni, tutto il letto del fiume: giunse, con meraviglia degli abitanti accorrenti a quell’insolito spettacolo, fino alle sponde del Taramanday, ivi scaricò i due legni,li gettò in acqua, li armò e li allestì d’ogni occorrente e drizzò la prua verso l’Oceano. Il più pareva fatto, ed era il meno.[43]

Il fondo di foce del Taramanday è bassissimo e soltanto nelle ore d’alta marea praticabile; oltre a ciò, la costa dell’Atlantico in quel punto scopertissima e per le correnti alluvionali che la solcano e gli spessi marosi che la flagellano, oltremodo ardua e perigliosa. A Garibaldi quindi e a’ suoi arditi compagni si convenne attendere fin quasi a sera il ritorno dell’alto flusso; ma quando questo arrivò e si prepararono a tentarne il passaggio, s’avvidero che l’acqua non bastava ancora. Era dunque giocoforza ricominciare da capo; faticare e sudare ancora, manovrare di destrezza e di coraggio, balzare di nuovo in acqua, spingere e trascinare di nuovo i bastimenti a forza di remi e di braccia, scivolare nel buio della notte tra le secche e i frangenti; dare una battaglia all’Oceano anche prima di potervi entrare.

E la battaglia prima delle tre ore del mattino era vinta, e Garibaldi poteva dire che eran quelli i primi bastimenti che superassero quelle sirti fin allora intentate; ma l’Oceano se ne vendicherà. Non appena infatti i lancioni ebbero salpata l’áncora, un fortunaledi mezzogiorno si scatenò con tanto furore, che il capitano, posto tra il pericolo imminente e quasi certo di veder i suoi legni andar sommersi al primo colpo di vento e l’altro ancor lontano ed incerto di cader prigioniero nelle mani degl’Imperiali, scelse tuttavia questo e comandò di accostar terra il più presto, comunque, dovunque. Ma anche per questa manovra era tardi. IlSeival, comandato dal Griggs, come il più forte e il più snello potè ancora reggere all’urto e afferrare, sebben sconquassato, la costa. IlRio Pardo, più piccolo e più carico, dopo avere lungamente e valorosamente lottato, battuto di fianco da un’ondata più furibonda delle altre andò capovolto sotto i flutti e non si risollevò mai più.

Allora apparve uno spettacolo terribile. Garibaldi, buttato come tutti gli altri in preda alle onde, non ebbe nell’istante del disastro che un solo pensiero: provvedere alla salvezza de’ suoi compagni. Gagliardissimo nuotatore, andava da un naufrago all’altro, a questi porgendo la mano, a quelli stendendo un boccaporto o un remo, a tutti recando un aiuto ed un consiglio; ma invano.

Luigi Carniglia fu il primo a perire sotto i suoi occhi. Il destino volle che nel momento del naufragio egli portasse indosso un pesante giacchettone dicalmuck, che serrandogli fortemente le membra gli impediva di nuotare. Si tenne egli aggrappato ai sartiami dello sbattuto bastimento finchè gli bastò la forza; ma venutagli meno si mise a gridare al soccorso. L’intese Garibaldi e accorse in due lanci; e mentre si reggeva egli pure con una mano al bastimento, coll’altra tratto di tasca un coltello si diede a tagliare, febbricitante, il collo ed il dosso della tenace giacchetta; e già questa cadeva a lembi, già il bravo timonierericuperava il fiato ed il moto, quando una furiosa ondata percuote e divide d’un colpo i due amici, manda in brani il bastimento e sommerge tutti. Ritornò a galla stordito, ma lottante ancora Garibaldi; il suo fido Carniglia, colui che gli aveva salvata la vita sulla Plata, non vi tornò mai più.

Allora oppresso da ambascia mortale, più come automa spinto da un involontario impulso che come uomo guidato dall’amore della vita, Garibaldi s’avvia lento e triste verso la spiaggia. Quando toccatala appena vede boccheggiare sull’onde, agitando le braccia con gesti disperati, l’altro suo amico Edoardo Mutru. Il Nizzardo era a terra, al sicuro, affranto da una lotta disperata di più ore; pure il pensiero della salvezza de’ suoi lo domina sempre, torna a slanciarsi in mare, arriva in pochi passi presso l’amico agonizzante, gli porge un boccaporto; ma nel punto in cui il povero Mutru tenta allungare le braccia ed afferrarlo, l’ultima lena gli vien meno e l’onda lo arrotola, lo capovolge e lo ingoia per sempre. Era l’ultimo sforzo, di cui anche Garibaldi poteva essere capace. Raggiunta di nuovo la riva, fatta la triste rassegna de’ naufraghi, sedici erano periti: quattordici soli erano salvi, e tra di essi, mortale certezza al cuore del nostro patriotta, nemmeno uno italiano. «Carniglia, Mutru, Staderini, Navone, Giovanni, un altro di cui non rammento il nome (scrive dolorosamente Garibaldi), erano tutti morti. Forti e buoni nuotatori perirono. Alcuni giovanotti americani che non sapevano nuotare erano salvi. Pare incredibile, ma è vero. Io vaneggiava: mi pareva il mondo un deserto.[44]»

E tuttavia anche la vita de’ superstiti pendeva adun filo. Balestrati su una spiaggia deserta, fradici fino alla midolla, assiderati dalla lunga immersione, privi da molte ore d’alcun ristoro, spossati dalla lotta disperata contro la tempesta, se un pronto soccorso non sopravveniva sarebbero morti certamente di freddo e d’inedia sul palmo di costa in cui l’onda li aveva gettati. Per fortuna il soccorso venne; e fu un consiglio. «Corriamo,» suggerì una voce, «corriamo:» assentirono tutti. E quei quattordici naufraghi, ignudi e tremanti, raccolto l’estremo delle loro forze si diedero a correre macchinalmente sulla sabbia della riva fin che ebbero lena. Fu la loro salvezza. Al tornar del calore tornava la vita, almeno quel tanto di vita che era loro necessario per potersi trascinare alla prima casa abitata, dove pervennero infatti e trovarono ogni maniera d’ospitali conforti.

Ma ben altre prove lo aspettavano. Quel generale Canavarro che doveva operare per terra, accolto come liberatore dagli abitanti della città di Laguna, ed ivi piantato il governo repubblicano, di cui fu eletto segretario il Rossetti, s’apparecchiò a marciare avanti ed a riprendere anche sul mare le ostilità. Di queste affidò la piena balía a Garibaldi, ammiraglio nato di quelle guerre, il quale, raccolta nelle acque della laguna[45]un’altra flottiglia, ossia due golette, una col nome storico diRio Pardoda lui comandata, l’altra con quello diCassaparacomandata dal Griggs, e il vecchioSeivalsotto il governo dell’italiano Lorenzo, si slanciò una notte, malgrado la crociera imperiale, nell’Oceano.

Da principio le sorti della piccola flottiglia repubblicana corsero prospere: all’altezza dell’isola di Santos sfuggì alla caccia d’una corvetta imperiale, presso all’isola di Abrigo catturò duesumaquesbrasiliane cariche di riso ed un’altra più tardi. Ma alcuni giorni dopo, perduta in una oscura notte di tempesta laCassapara, ridotta la squadriglia ai soliRio PardoeSeivale affrontata all’altezza di Santa Caterina da un grossopataccobrasiliano, sostenne bensì per alcun tempo il combattimento, ma una cannonata nemica avendo smontato un pezzo delSeivale forata la sua chiglia, per giunta lesumaquesimpaurite avendo ammainata la bandiera, Garibaldi fu costretto a cercar rifugio nel porto di Imbituba.

Colà un vento avverso di mezzoggiorno lo teneva quasi prigioniero, e allora la squadra brasiliana, forte di tre grossi bastimenti, prese ella l’offensiva. Inutile dire che il nostro capitano s’apparecchiò a riceverla da par suo. Collocò il cannone smontato dalSeivaldietro una batteria gabbionata, sopra il promontorio che proteggeva la baia dalla parte di levante; imbossò ilRio Pardotraverso il porto e attese l’attacco. Le bordate degl’Imperiali erano spesse e terribili, i cannonieri dei Repubblicani si studiavano a compensare la poca forza dei loro pezzi colla giustezza dei tiri e coll’intrepidezza; ma, come accade sempre nei combattimenti disuguali, ogni perdita che facevano gli assaliti era rovinosa e decisiva; le perdite degli assalitori, per quanto grandi, quasi insensibili. Oramai ilRio Pardoera stremato; la sua coperta era ingombra di cadaveri; i suoi fianchi, la sua alberatura, laceri e mutilati. Solo il pezzo della batteria di terra continuavala difesa e teneva in rispetto il nemico. Da un istante all’altro Garibaldi s’attendeva l’arrembaggio ed in cuor suo quasi lo pregustava. Ma a un certo punto, che è, che non è, i colpi dal mare diradano, il fuoco va via via cessando, la squadra nemica si ritira. Fu detto che la cagione dell’improvvida ritirata fosse la morte del comandante di uno dei legni brasiliani, ma nessuno l’accertò. Garibaldi restò una volta ancora con forze disuguali, e per il solo ostinato coraggio suo e de’ suoi, padrone del campo; e girato sul far della sera il vento, potè la notte medesima, tardi scoperto e invano inseguito, rientrare sicuro e vittorioso nella laguna di Santa Caterina.

I vincitori di Imbituba non furono soltanto uomini. Fin dal cominciare della zuffa si sarebbe potuto vedere sulla tolda delRio Pardouna donna, la quale impavida al fuoco, sprezzante la morte, ora soccorrendo i feriti, ora incorando i combattenti, ora sparando ella medesima il suo bravo colpo di carabina, porgeva a tutti un singolare spettacolo d’intrepidezza e di gagliardía virile. Era Anita. Si trattasse d’uno di quegli amori di ventura e di capriccio tanto frequenti al nostro eroe, e dir si potrebbe a tutti gli eroi, o vi scivoleremmo sopra o ne taceremmo affatto. Ma di questa donna che fu la più durevole e fors’anco l’unica passione vera di Garibaldi, la di cui istoria è tanto immedesimata in quella dell’uomo del suo cuore, che molti gesti e trionfi di lui rimarrebbero incompiuti e inesplicabili senza la presenza e partecipazione di lei, e la cui vita fu tutta un romanzo d’amore, di fede e di eroismo, e la morte una tragica catastrofe d’eroicopoema; di questa donna, dico, strana forse di costumi, ma ingenua di cuore, volgare di sangue, ma nobilissima d’animo, la storia non potrebbe tacere senza smezzare Garibaldi stesso. Quanto egli fosse sensibile al fáscino potente dell’eterno femminile, lo vedemmo nella capanna delCapatazinnanzi alla donna poetessa. E non sarebbe stato eroe altrimenti. Come non si potrebbe concepire Achille senza Briseide, Rolando senza la bella Alda, il Cid senza Chimene e Ruggiero senza Bradamante; così non si concepirebbe Garibaldi senza la donna. Le avventure delle armi traggono seco quelle dell’amore; e il sangue ricco, la salute fiorente, il gusto della vita sciolta e perigliosa che fanno il soldato, fanno l’amante paladino.

Bello, giovane, ardente, gagliardo, facilmente amava ed era facilmente amato. Romantico in azione, figlio armato di Byron e di Walter Scott, amare occultamente una vergine violentata da padre crudele, una sposa vittima di marito brutale, consacrarle un eterno amore e portarne seco l’immagine

Tra il furor delle tempeste,Fra le stragi del Pirata,

Tra il furor delle tempeste,Fra le stragi del Pirata,

Tra il furor delle tempeste,

Fra le stragi del Pirata,

strapparla a’ suoi oppressori e rapirla in una notte burrascosa sulla groppa del suo cavallo, farne l’amazzone del suo campo e la sultana della propria nave, era il suo sogno, la sua poesia, la forma ideale con cui egli concepiva l’amore. Così si spiega il romanzo d’Anita; ma si spiega anche come questo romanzo dovesse avere parecchie prefazioni.

Poco dopo il suo arrivo sul Camacua, accolto ospitalmente in casa da una delle sorelle del Presidente, v’incontra una Manuella, bellissima vergine, dice lui, ma destinata sposa ad un figlio del Presidente: perciò appunto se ne infiamma fulmineamente; diventail suo cavaliere, il suo navalestro, il suo tacito amante; gli consacra mentalmente le sue fatiche, le sue prodezze, la sua vita; sogna, sospira, si adorna, si pavoneggia per lei; e quando torna vittorioso dal combattimento del Galpon, e saputo che la fanciulla aveva chiesto tutto il giorno sue nuove, e tremato e impallidito più volte per la sua vita, esclama «che quest’annunzio gli era stato anche più dolce della vittoria;» e ancora dodici anni dopo, associando nella sua mente i ricordi di Manuella e di Anita, esclamava: «Bellissima figlia del continente, tu destinata donna ad un altro!... A me riserbava la sorte altra brasiliana.... ch’io piango oggi e piangerò tutta la vita.... Dolce madre de’ miei figli, mi conobbe nella sventura, naufrago!... Più che il mio merito, la vincolarono a me le mie sciagure, e me la sacrarono per la vita!»

Scampato dal naufragio dell’Atlantico, Garibaldi raggiunse a Laguna il generale Canavarro, a cui gli abitanti stessi rovesciato, al suo avvicinarsi, il governo imperiale, avevano aperte le porte. Anche Garibaldi, quindi, trovata una città amica là dove aveva temuto trovarne una ostile, vi fu ricevuto con ogni maniera di festose accoglienze e onorato immediatamente del comando della golettaItaparika, forte di sette cannoni. Era però mesto e abbattuto. La perdita di tanti cari compagni, specialmente del Carniglia e del Mutru, l’aveva piombato in una profonda tristezza. Si sentiva solo sulla terra: un vuoto immenso pesava sul suo cuore: la vita gli pareva insopportabile. Fu allora che gli balenò alla mente per la prima volta l’idea del matrimonio. Fino a quel giorno la vita coniugale gli era parsa tanto disadatta e contraria all’esistenza nomade e avventuriera toccatagli in sorte, che l’aveva riguardata sempre come un evento impossibile; madopo il naufragio dei lancioni la corrente de’ suoi pensieri mutò: sentiva il bisogno di surrogare in qualche modo gli amici perduti, di trovare un’anima fedele ed amante che dividesse con lui le battaglie del destino e gli rendesse men dura la solitudine dell’esiglio. Aveva il Rossetti, è vero, amato da lui come un fratello; ma il Rossetti per i doveri del suo ufficio era costretto a stargli lontano e tornavano rarissime le occasioni in cui potesse vederlo. Oltre a ciò, l’amicizia d’un uomo, per quanto forte, non gli bastava più; era il cuore d’una donna che gli abbisognava, d’una donna tutta, soltanto, indissolubilmente sua: e quando la trovò, se la prese.

Una sera se ne stava con questi pensieri contemplando dal suo bordo la riva, quando notò sul molo vicino un gruppo di donne e di fanciulle. In sulle prime le loro figure passavano e ripassavano in confuso innanzi a’ suoi occhi; poi a poco a poco il suo sguardo, forse il suo cuore, ne fissò una e s’arrestò a contemplarla. Era una giovane nella pienezza dell’età e della forza, dotata di una irregolare, ma virile bellezza: l’ideale femminile che Garibaldi cercava. Però prima d’averle parlato e d’averla udita parlare, per il solo effetto di quella invisibile e magica scintilla donde è sempre nato l’amore, il Nizzardo l’amò. Ed ella pure doveva aver notata la bionda e leonina testa del marinaio straniero che da giorni la spiava: ella pure aveva sentito il fáscino di quello sguardo e il tocco di quella scintilla, e dato nel suo segreto il cuore a colui che gli offriva il suo. Però un’altra sera Garibaldi non si contenne più; formò il suo disegno, scese a terra e s’avviò difilato verso la casa della giovane. Il suo cuore batteva violentemente, ma chiudeva una risoluzione incrollabile. Sulla soglia incontròun uomo, il quale forse per la conoscenza che aveva fatto del prode Italiano, forse obbedendo alle costumanze di quel paese, lo invitò ad entrare ed a prendere con lui una tazza di caffè. Garibaldi, dice egli stesso, «sarebbe entrato anche senz’essere invitato.» L’invito gli agevolò la parte che s’era proposta. Appena in casa, colto il momento propizio, s’avvicinò alla giovane e le susurrò, calmo e formidabile insieme: «Fanciulla, tu sarai mia.» Ella non rispose che un cenno, ma conteneva un patto d’amore infrangibile.

Egli tornò, non visto, alcune sere dopo, la prese, più che non la rapì, sotto il suo braccio, la fece salire, come a talamo inviolabile, il bordo del suo Rio Pardo, la pose sotto la tutela formidabile de’ suoi cannoni e de’ suoi marinai, e in faccia al cielo e al mare la giurò sua sposa.

Ella si chiamava Anita Riberas ed era nativa di Merinos, villaggio di quel medesimo distretto di Laguna. L’uomo che Garibaldi incontrò sulla soglia era suo padre, e chi lo disse suo marito errò. Anita era bensì fidanzata per volere del padre ad un uomo che non amava; ma non era, come fu creduto, maritata. Cedendo al fato d’amore, lacerò il cuore del padre, non ruppe fede ad alcun altro uomo. «Se vi fu colpa (esclama Garibaldi) fu tutta mia. Se l’anima d’un innocente ha patito, io solo devo risponderne, e ne ho risposto. Ella è morta e suo padre è vendicato. Là presso le bocche dell’Eridano, il giorno in cui sperando disputarla alla morte, serrai convulsamente i suoi polsi per contarne gli ultimi battiti; raccoglieva sulle mie labbra il suo respiro fuggitivo; stringeva un cadavere. In quel giorno conobbi tutta la grandezza del mio fallo.[46]»

Quando Garibaldi rientrò a Laguna, le cose dei Repubblicani cominciavano a volgere alla peggio. I Riograndesi non avevano saputo cattivarsi l’affetto della provincia sorella. Il regime violento e dispotico del generale Canavarro; il contegno duro ed oltraggioso de’ suoi luogotenenti; i maltrattamenti, le vessazioni, le rapine delle sue soldatesche, avevano seminato in poco tempo nell’animo dei Sancaterinesi cagioni di malcontento da mutare il primo loro entusiasmo per la causa repubblicana in aperta avversione; anzi la piccola città d’Imeruy, posta sul lago dello stesso nome, aveva dato per la prima il segnale della rivolta, e, scagliatasi in armi contro il piccolo presidio, risollevate le insegne dell’Impero.

E ciò mentre l’esercito imperiale, rinforzato di nuove truppe, marciava in più colonne, grosso e agguerrito, contro la capitale della provincia, e secondato dalla squadra sempre signora della costa, quindi degli sbocchi del lago, investiva di fronte e di fianco il debole esercito repubblicano, e minacciava di troncargli ogni scampo.

In tali frangenti il generale Canavarro, pensando di soffocar prima nel sangue la nascente ribellione, ordinava a Garibaldi di riprendere a viva forza Imeruy e di abbandonarla al saccheggio. Nulla poteva riuscire più repugnante all’indole ed all’animo di lui che quest’ordine selvaggio; ma l’ordine era perentorio; egliera soldato e doveva obbedire. Lo eseguì però con tutta la mitezza e, staremmo per dire, la pietà di cui era capace. Impadronitosi, con una rapida manovra, della città, spese tutto sè stesso per rendere meno terribile il flagello che la minacciava. Permise il sacco delle cose, vietò rigorosamente l’offesa alle persone; e quantunque simili divieti sia più facile darli che farli eseguire, e frenare una soldatesca sguinzagliata, ebbra di rapine e di vino, tocchi quasi il miracolo, pure Garibaldi vi riuscì. Correndo di gruppo in gruppo e quasi di casa in casa, usando cogli uni le minaccie, cogli altri le preghiere, con alcuni anche le percosse, immaginando persino lo stratagemma di un ritorno improvviso del nemico, dopo sforzi incredibili di energia e di pazienza ottenne ancora non solo di far rispettare, quanto alle persone, il suo ordine, ma di rendere assai men grave anche la devastazione delle cose e di ricondurre quel branco di belve umane, sozze, è vero, di vino e di furto, ma tuttavia monde di sangue innocente, a Laguna. Però di quel giorno e di quel fatto serbò la ricordanza amara finchè visse. E benchè egli abbia combattuto in luoghi e in tempi in cui il saccheggio era ancora arma lecita di guerra, nè egli nè i suoi soldati si bruttarono più di simile macchia.

Ma a Laguna trovò ciò che il suo cuore da tempo gli presagiva: gl’Imperiali incalzanti, i Repubblicani che facevano i primi apparecchi della ritirata. E la ritirata cominciò ben presto lenta, contrastata, minacciosa, gloriosa anche, ma senza tregua e senza speranza di ritorno. Non posizione o passo militare che i Repubblicani non difendessero con ardimento, o stratagemma che lasciassero intentato; non palmo di terra che valorosamente e spesso disperatamente noncontrastassero. Ma incalzati per acqua e per terra da forze soverchianti; attorniati da popolazioni indifferenti od ostili; guidati da capitani più valorosi che esperti e sotto il comando di quel Bento Gonçales che Garibaldi stesso continua a chiamar sfortunato, forse per non dirlo incapace, i Repubblicani non videro più un sol giorno di completa vittoria.

Perduta Laguna, protrassero ancora nei distretti alpestri e selvosi di Lages e Vaccaria la resistenza; ma scacciati anche da quelle alture, tentata invano la presa di San Josè del Norte, cittadella sulla riva settentrionale del Los Patos in mano degl’Imperiali, e che doveva dar loro la base d’operazione, circuiti, traccheggiati, decimati dalle morti e dalle diserzioni, andavano dispersi su nelle serre di Missiones e di Cruz-Alta, dove restò sepolto coll’ultimo avanzo del loro esercito il breve sogno della loro repubblica.

Quanta parte avesse Garibaldi in quella campagna, è facile indovinarlo. Primo, se non al comando, al pericolo; ultimo solo nelle ritirate; accettando o scegliendo in ogni combattimento la parte più rischiosa; passando nel giorno stesso dall’acqua alla terra, dal governo di una flottiglia al comando di uno squadrone o di un battaglione; ricco di coraggio e fecondo di stratagemmi; a tempo arditissimo, a tempo prudente, egli fu l’anima di quella ritirata d’oltre dieci mesi; e a quanto appare dalle sueMemorie, meglio che il braccio ed il cuore, l’unica mente che intuisse e ragionasse.

Fin dal primo giorno della ritirata, incaricato di fronteggiare sulla laguna stessa di Santa Caterina la flottiglia nemica e di proteggere il passaggio dell’esercito repubblicano sulla sponda meridionale, resiste un giorno intero con tre bastimenti contro una squadra di ventidue vele fiancheggiata di truppe di terra. Anitastessa ritta al suo fianco colla miccia al cannone, impavida sotto la mitraglia, dà a tutti l’esempio del valore che non conta i nemici; e quando tutti i suoi pezzi sono smontati e i suoi legni fracassati e le coperte seminate di morenti e di morti, fra i quali orrendamente mutilato il prode John Griggs, manda a terra, sotto il comando d’Anita stessa, le armi, le munizioni e gli uomini superstiti; appicca il fuoco egli medesimo ai suoi bastimenti e si salva sopra un canotto alla riva.

Un’altra volta a Coritibani sulle rive del Pelotas, sorpresa e sgominata la colonna colla quale egli marciava, difende con settantatrè uomini contro cinquecento eccellenti cavalieri la ritirata, e sfilato il grosso della colonna si ritira egli stesso traverso le fitte foreste del Lages, combattendo due giorni e due notti, incolume, invitto.

Al combattimento di Santa Vittoria decide della giornata; alla fazione del Taquary guida il nerbo dell’infanteria; nota da provetto capitano i falli «dell’eroico, ma sfortunato Gonçales» e tenta invano di ripararli; in fine all’assedio di San Josè del Norte monta tra i primi all’assalto, s’impadronisce, in men che non si dica, di tutti i forti, e ne sarebbe anche rimasto padrone, se l’indisciplinatezza dei soldati sbandatisi a sbevazzare e a bottinare, lo scoppio d’una polveriera e il sopravvenire della squadra nemica che dal lago infilava e spazzava le vie, non l’avessero costretto a battere in ritirata.

Fu quello però l’ultimo importante combattimento di quella campagna a cui Garibaldi partecipò. Dopo l’infelice esito di San Josè, Garibaldi, nominato di nuovo capitano della marina repubblicana, si fermò presso una fattoria detta San Simon, coll’intento dicostruirvi alcune di quelle barche fatte d’un sol fusto d’albero, e che colà chiamanocanoe, colle quali tentare di poter riprendere il lago, su cui aveva fatto le sue prime prove, e molestarvi i nemici. Se non che la costruzione di codestecanoeessendogli andata fallita, e i pascoli di San Simon essendo ricchi di poledri, pensò bene farne una distribuzione, a dir vero un po’ socialista, ai suoi compagni, e dove non aveva potuto comporre una flottiglia di barche, organizzare almeno uno squadrone di cavalli.

Ma in mezzo a questi avvenimenti e a queste cure, un avvenimento e una cura più importante vennero ad occuparlo e ad assorbirlo. Anita incinta, forse dal giorno del combattimento di Santa Vittoria, dopo aver portata a cavallo la sua creatura per nove mesi, traverso tutti i pericoli, le privazioni, gli stenti, le fughe di quella campagna disastrosa, il 16 settembre 1840 partorì a Mustarda presso San Simon il suo primogenito.

Era un maschio fiorente e gagliardo, a cui il padre, sostituendo (io credo per il primo) ai consueti santi della Chiesa, un martire della patria, impose il nome di Menotti; e sulla cui fronte una piccola cicatrice, riportata per una caduta da cavallo della madre, sigillava lo stigma della sua origine tempestosa.

Ma Garibaldi aveva appena cominciato ad assaporare le gioie di padre, che uno dei tanti accidenti onde componevasi la sua vicenda quotidiana, venne a mettere a serio pericolo tanto la sua, quanto la vita di sua moglie e di suo figlio, minacciando distruggere in un colpo solo il nido della sua felicità.

Essendosi egli recato a Settembrina, villaggio distante da San Simon alcune giornate di cammino, per provvedersi di biancheria e di vesti per sua mogliee suo figlio ridotti quasi ignudi, e avendo occupato nel viaggio, attraverso un paese maremmano e paludoso, maggior tempo di quello che aveva pensato, al suo ritorno alla fattoria non trovò più nè Anita, nè Menotti, nè alcuno. Quali si fossero la sorpresa, l’affanno, qui potremmo dire anche lo spavento di Garibaldi, l’immaginerà chi ha cuore. Non tardò, è vero, a scoprire tosto la cagione della scomparsa de’ suoi cari e l’asilo in cui si erano rifugiati; ma finchè non li ebbe riveduti ed abbracciati non ebbe pace.

Ecco pertanto come il caso era succeduto. Quello stesso colonnello Moringue che l’aveva sorpreso al Galpon di Chargucada, riportando, perenne ricordo del guerrigliero italiano, un braccio fracassato, campeggiava sempre nei dintorni di Los Patos, e appunto in quei giorni era piombato addosso, con astuzia più felice, ad un posto di cavalleggieri repubblicani comandati da un certo Massimo, e facilmente massacrati i soldati e il capitano, s’era spinto con una forte colonna di cavalli nei dintorni di San Simon, spargendo il terrore in tutta la contrada.

Ora i quaranta uomini lasciati da Garibaldi a presidio della fattoria, erano troppo scarsi di numero per resistere ad un nemico tanto più forte, e lontano il solo capo che poteva guidarli alla disperata difesa, stimarono non restasse loro altro scampo che fuggire e inselvarsi nelle foreste vicine fino al dileguarsi del nembo. E naturalmente anco Anita dovette fuggire con loro.

Ecco dunque la novella madre, puerpera appena da dodici giorni, costretta a balzar in groppa al cavallo e in una notte tempestosa, coperta della semplice camicia, col suo figliuolo traverso la sella, gettarsi alla ventura per macchie e burroni, esposta adogni guisa di stenti e di pericoli, noncurante di sè, ma trepida della vita del caro suo portato, tremante anche per la sorte di suo marito che forse correva rischio peggiore. Fortuna volle invece che Garibaldi la scoprisse, con tutta la sua scorta, al margine di un bosco, e che tutta la famiglia di San Simon, un istante dispersa, potesse ricongiungersi incolume nell’asilo da poco abbandonato. Non vi potè per altro dimorare a lungo; chè Garibaldi, non sapremmo dire se per ordine della Repubblica o di volontà sua, attirato sempre dall’idea di armar in guerra le sue canoe, che gli rappresentavano in embrione un simulacro di flotta, s’era trapiantato sulla riva del Capivari, quel fiume, emissario del Los Patos, sul quale aveva eseguito il famoso trasbordo dei lancioni; e colà si era dato, forse in attesa di meglio, a trasportar gente e corrispondenze dalla riva orientale del lago all’occidentale; operazione che, fatta sotto il tiro delle squadre imperiali, sempre signoreggianti le acque della laguna, non doveva essere priva nemmeno essa di emozioni e di pericoli.

Intanto però le cose della Repubblica precipitavano a rovina. Fallito l’assalto di San Josè e costretti a levarne l’assedio; divelti perciò da ogni base d’operazione; stremati, più ancora che dalle sconfitte, dalle defezioni, dalle discordie, dalle malattie; stretti sempre più nella cerchia di ferro dagli eserciti imperiali, dei quali per colmo d’improvvida alterezza avevano rifiutati i non disonorevoli patti, ai Repubblicani non restava più ormai altro scampo che ritirarsi senza frammettere indugio nei distretti montuosi e silvestridel centro e del settentrione, in mezzo ai quali, se non ristaurar le sorti e riafferrare la vittoria, era almeno possibile prolungare l’agonia e differire la catastrofe.

Concentrati tutti i piccoli distaccamenti sparsi nei dintorni, la ritirata cominciò. Era l’inverno del 1841. Il generale Canavarro, al quale era andato a riunirsi anche Garibaldi, doveva formar la testa della colonna e aprire la marcia, forzando innanzi a sè i passi delle Serre che il generale dell’impero Labattue (francese d’origine) minacciava sbarrargli; il generale Bento Gonçales doveva chiudere la colonna guardandone, quanto era possibile, i fianchi e le spalle.

Fin però dalle prime mosse l’esercito rivoluzionario e più ancora il cuore di Garibaldi erano stati funestati da dolorosissimo lutto. Il Rossetti, che marciava colla guarnigione di Settembrina all’estrema retroguardia, sorpreso dall’infaticabile Moringue, ferito e caduto da cavallo, avendo preferito alla resa la morte, era stato brutalmente trucidato.

La perdita era per la causa repubblicana gravissima, ma per Garibaldi irreparabile; con il Rossetti spirava il fratello del suo cuore, colui che nella gerarchia de’ suoi amici teneva il primo posto. Però il suo dolore fu pari al suo amore e il compianto di Patroclo degno d’Achille. Pure una cosa è tuttavia notabile, come nella passionata elegia che egli consacrò alla memoria dell’estinto amico l’immagine che più campeggia sia ancora l’Italia. Più che il prediletto de’ suoi amici, diresti ch’egli pianga il forte cittadino, e ch’egli non senta la propria sventura se non nella grandezza della sventura toccata all’Italia: tanto vero che in codesti uomini fatali gli affetti individuali, per quanto grandi, vengon sempre secondi, e che essi non amanodavvero se non l’indipendenza per cui vivono e combattono.

La ritirata intanto intrapresa nel più rigido inverno, sotto pioggie continue, traverso laberinti senza sole e senza orme di sterminate foreste, fu una delle più disastrose che Garibaldi abbia mai veduto. E poichè egli ne fu insieme testimonio e narratore, e la pittura ch’egli ne fa, malgrado la rozzezza del pennello e il disordine della composizione, o forse appunto per questo, ci appare piena di verità e di vita, così la lasceremo narrare a lui stesso:

«Noi conducevamo per tutta provvista alcune vacche al laccio, non trovandosi animali negli ardui sentieri che dovevamo percorrere. Per le pioggie quasi perenni in quelle montagne, gonfi oltremodo erano i fiumi, e molti bagagli si perdevano, trasportati dalla corrente nel passaggio. Marciavasi con pioggia e senza alimenti; accampavasi senza alimenti e con pioggia. Tra un fiume e l’altro coloro che rimasti erano colle vacche ebbero carne, gli altri nulla. La fanteria specialmente pativa, mancandole pure il miserando pasto della carne di cavallo. Furonvi scene da inorridire. Molte donne, secondo l’uso del paese, seguivano la truppa, e con esse i bambini. Pochi bambini uscirono dalla foresta. Alcuni erano stati raccolti da’ cavalieri, che pochi tra i fortunati avevano potuto salvare il cavallo e con esso una creatura abbandonata dalla madre, morta o morente di fame, di fatica, di freddo. Anita abbrividiva all’idea di perdere il nostro Menotti, che salvammo per un miracolo. Nel più arduo della strada e nel passo de’ fiumi io portava il mio povero figlio di tre mesi in un fazzoletto a tracolla, procurando di riscaldarlo coll’alito. D’una dozzina d’animali tra cavalli e muli, che servivano per cavalcaturae pel mio equipaggio, e che con noi erano entrati nella selva, con due soli cavalli ero rimasto e due muli; il resto era caduto per stanchezza. Le guide per colmo di sciagura avevano sbagliato la strada, e questo fu uno dei motivi per cui più difficilmente varcammo quella terribile foresta delle Antas.[47]Siccome si procedeva avanti senza trovar mai il fine di quella maledetta piccada,[48]io rimasi nella selva coi due muli pure stanchi, coll’intenzione di salvarli facendoli avanzare a poco a poco ed alimentandoli con foglie di taquara.[49]Mandai Anita con un domestico e col bambino, perchè cercassero l’uscita del bosco ed alimento per ambi. I due cavalli che ci rimanevano, cavalcati alternativamente dalla coraggiosa, salvaronmi il tutto. Essa giunse fuori dellapiccada, e per fortuna trovò alcuni de’ miei soldati con un fuoco acceso, cosa non facile per la pioggia continua e per la povera condizione a cui eravamo ridotti.

»I miei compagni, a cui era riuscito asciugare alcuni de’ cenciosi loro panni, presero il bambino, l’involsero, lo riscaldarono e lo tornarono in vita, quando la povera madre già poco ne sperava. Con amorevole sollecitudine si diedero que’ buoni militi a cercare pure dell’alimento, con cui ambedue si riconfortarono. Io faticai invano per salvare i due animali, e terminai per abbandonarli spossati, e già molto deteriorato io stesso, varcai il resto della selva a piedi. Al nono giorno della nostra entrata nellapiccadaappena trovavasi fuori la coda della nostra divisione, e pochissimi cavallid’ufficiali eransi potuti salvare. Il nemico, che ci aveva preceduti fuggendo, aveva lasciato nella stessa foresta delle Antas alcuni pezzi d’artiglieria, di cui non ci occupammo per mancanza di mezzi di trasporto, e rimasero perciò sepolti in quelle spelonche chi sa per quanto tempo. I temporali sembravano stanziati in quella selva, poichè usciti ne’ campi dell’altopiano, Cima di Serra o Vaccaria, vi trovammo il buon tempo. Il tempo buono ed alcuni animali bovini, trovati in que’ dintorni, ci fecero alquanto dimenticare le fatiche passate. Nel dipartimento di Vaccaria permanemmo alcuni giorni per aspettare la divisione di Bento Gonçales, che vi giungeva frazionata ed assai malconcia. L’infaticabile Moringue, informato della ritirata nostra, erasi messo ad inseguire la retroguardia di quella divisione, incomodandola in ogni modo, coadiuvato dai montanari, sempre accanitamente ostili ai Repubblicani. Tutto ciò diede a Labattue il tempo sufficiente per ritirarsi e congiungersi all’esercito imperiale. Giunsevi però quasi senza gente per gli stessi inconvenienti incontrati da noi. Ebbe di più il nemico uno di quelli straordinari accidenti, che racconto per la strana sua natura. Dovendo Labattue attraversare sul suo cammino i due boschi, conosciuti col nome di Mattos[50]Portoghese e Castillano, trovavansi in quelli alcune delle tribù indigene, delle più selvagge che si conoscano nel Brasile. Esse, sapendo del passaggio degl’Imperiali, li assalirono in varie imboscate, e li danneggiarono non poco.

»Ci fecero queste sapere in seguito che erano amiche ai Repubblicani, e veramente non c’incomodarono affatto al passaggio nostro. Vedemmo passando ifoges[51]ma nessuno coperto. In quei medesimi giorni comparì fuori della foresta una donna, rubata nella sua giovinezza dai selvaggi, e che in quell’occasione approfittò della vicinanza nostra per salvarsi: era questa poverina nel più deplorabile stato. Intanto, non avendo più nemici da fuggire, nè da perseguire in quelle alte regioni, procedemmo nella nostra marcia con lentezza, mancanti quasi totalmente di cavalli, ed obbligati a domar puledri cammin facendo. Il corpo de’ lancieri liberti, rimasto smontato per intiero, fu obbligato di rifarsi con puledri. Era bel vedere allora, quasi ogni giorno, una moltitudine di quei giovani e robusti negri, domatori tutti esperti, arrampicarsi sul dorso di selvaggi corsieri e tempestare per la campagna, e il bruto fare ogni sforzo per isvincolarsi e gettar lontano il carco di un tiranno, e l’uomo, ammirabile di destrezza, di forza, di coraggio, ingambarsi siccome tanaglia, battere, spingere, e stancare alfine il superbo figlio del deserto. In quella parte dell’America il puledro, giunto appena dal campo, s’inlaccia, s’insella, s’imbriglia, e lo cavalca il domatore. In pochi giorni è capace di ricevere il morso. I più renitenti riescono buoni cavalli come qualunque altro in poco tempo, salvo poche eccezioni. Ma difficilmente riescono ben domati dai soldati, massime nelle marce, ove non si può avere comodo nè cura per ben domarli.

»Passati i Mattos Portoghese e Castillano, scendemmo nella provincia di Missione, dirigendoci sopra Cruz-Alta, capoluogo di quella piccola città su d’un altopiano, ben costrutta ed in bella posizione, siccome bella è tutta quella parte dello Stato di Rio Grande.Da Cruz-Alita marciammo a San Gabriel, ove si stabilì il quartier generale, e si costrussero baracconi per accampare l’esercito.

»Sei anni d’una vita di disagi[52]e di avventure non mi avevano sgomentato quando ero solo; ma l’avere una famigliuola, l’essere così lontano da tutte le mie relazioni antiche e da’ parenti, di cui non sapevo nulla da anni, mi fecero nascere il desiderio di avvicinarmi ad un punto onde sapere alcuna cosa, massime de’ genitori, il cui affetto avevo potuto dimenticare un momento, ma che vivamente pur sempre esisteva nell’anima mia. Poi nulla sapevo dell’Italia! Poi abbisognava migliorare la condizione della mia cara e del bambino. Mi decisi adunque di passare a Montevideo, almeno temporariamente, e ne chiesi il permesso al Presidente, come pure di fare una piccola truppa di buoi per le spese.»

Ed eccolo cosìtruppiereo conduttore di buoi. Ottenuto facilmente dal Ministro della guerra di fare una razzía di quanto bestiame selvatico gli cadesse nelle mani (poichè siamo in paese, dove la proprietà dell’animale errante è di chi lo toglie), gli vien fatto di radunarne all’estanciadel Coral de Pedras novecento capi, e con questa enorme mandria s’incammina, scendendo il corso dell’Uruguay, per Montevideo. Ma nel traversare il Rio Negro comincia a perdere una gran quantità di buoi; poi un’altra buona parte gliela frodano iCapataz, sicchè fatta la rassegna s’avvede che non gliene restano più di cinquecento; onde minacciato dalla probabilità di perdere anche il rimanente, si decide a macellarli per venderne le cuoia: magro negozio pur quello, poichè non arrivò ad intascareche un centinaio di scudi, appena bastevoli alle necessità del lungo viaggio.

A San Gabriele però ha una felice ventura; incontrato Francesco Anzani, di cui più volte gli era suonato all’orecchio il nome, come d’uno dei più valorosi Italiani che abitassero l’America, si esalta al racconto delle sue avventure; ammira la nobiltà del suo animo, si innamora del suo carattere, e gli fa nel suo cuore il posto che il Rossetti aveva occupato. L’Anzani dal canto suo si compiace di quel giovane bello, prode, entusiasta, e ne presentisce l’alto destino; i due eroi poco prima estranei, sono in un’ora amici: continuano il viaggio assieme; assieme dividono il pane, il letto, le vesti: l’Anzani ha una camicia sola, ma due paia di pantaloni; Garibaldi invece un sol pantalone in cenci e due camicie, e barattano a vicenda la camicia ed il pantalone superflui. Al Salto dell’Uruguay però sono costretti a dividersi, ma per riunirsi fra breve. Garibaldi continua il viaggio e al cominciare del 1842 rientra con Anita in Montevideo, dove il mutato governo gli sta garante d’un asilo sicuro, e in breve gli si aprirà un campo più vasto di nuovi cimenti e di nuove glorie.


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