Capitolo Decimoquarto.EPILOGO.
Tale fu l’uomo di cui ci siamo avventurati a narrare la vita. Molti particolari vi potranno essere aggiunti, molti aneddoti intarsiati, molti falli corretti; ma se l’amore dell’opera nostra non ci ha fatto sin qui fitto velo al giudizio, confidiamo che i tratti più caratteristici della sua figura vi siano tutti raccolti e bastevolmente lumeggiati.
Giuseppe Garibaldi fu principalmente «l’Eroe», e sarà questo l’antonomastico nome col quale vivrà nella storia. Il coraggio, l’agilità, la forza, la fortuna, la vaghezza delle imprese ardue e maravigliose, la famigliarità col pericolo, il disprezzo della morte, la fede nella vittoria, una tal quale presunzione d’invulnerabilità taumaturgica, tutte le doti essenziali all’eroe, egli le compendiò e fuse in sè medesimo con una forma così eletta e così tipica, che non è mestieri ridirne di più. Pure non basta:Multi fuere ante Agamemnona fortes; quelli che siam venuti sin qui enumerando in Garibaldi son pure gli attributi comunidell’eroismo, e Achille, Orlando, Leonida, Epaminonda, Aroldo, il Cuor di Leone, il Cid, Bajardo, quali li concepirono insieme la leggenda e la storia, ponno vantarsi di averli posseduti quanto lui, taluno forse, in talun caso, più di lui.
La virtù invece che lo distingue e lo solleva sulla falange di tutti gli eroi fino ad ora conosciuti, e lo accomuna piuttosto a quella speciale famiglia d’uomini di guerra che furono insieme guerrieri e capitani, quali i Maratonomachi, l’Africano, il Barbarossa, Giovanni delle Bande Nere, il Morosini, il gran Condé, Gustavo Adolfo, è la calma imperturbabile, la serenità olimpica, la padronanza sovrana del campo di battaglia, per la quale anche travolto nei vortici più furiosi della pugna egli poteva seguirne e dominarne con occhio sicuro e freddo giudizio le peripezie, e nel momento stesso in cui sembrava sparire nella mischia come l’ultimo dei combattenti, giganteggiava sul campo come un ispirato capitano.
Ed eccola detta la gran parola, quella che a molti sarà la più ostica di questo libro, ma per la quale appunto l’abbiamo scritto: la parola che tarderà lungo tempo ad essere accolta nei sinedri delle vecchie cricche militari, ma che alla fine, non già per merito nostro, o nemmeno di alcun più poderoso propugnatore di noi, ma per solo merito intrinseco della sua verità, finirà a farsi strada e trionfare.
Garibaldi fu un gran Capitano e di terra e di mare; e se laCampagna del Parana(rammentiamo le azioni in cui principalmente il Capitano rifulse) e laRitirata da Roma, laPresa di Palermoe laBattaglia del Volturno, laCampagna del Trentino, fatta a tavolino o in carrozza, e laCampagna di Francia, fatta infermo a sessantatrè anni, tra gli ostacoli e ledifficoltà d’ogni maniera che ci sono note, non bastano a decretargli un siffatto titolo, non sappiamo più con quale criterio si estimerà oggimai la capacità degli uomini, nè perchè si dirà grande un poeta pei suoi poemi, e un artista pe’ suoi marmi e per le sue tele, e non un capitano per le sue battaglie e le sue vittorie.
La natura lo aveva fatto capitano, ed è questo ancora il miglior modo d’esserlo. Perocchè la guerra è arte; la scienza ne determina i canoni e le appresta gli strumenti, ma l’atto supremo della sua estrinsecazione è essenzialmente una creazione artistica; un pensiero cioè sorpreso, divinato, tradotto in un baleno in un’azione viva, che può essere il tocco d’un pennello, l’atteggiamento d’un periodo, la mossa d’una divisione, e che in tutti i casi richiede quella medesima potenza di ispirazione e di esecuzione che non si apprende nè da maestri nè da libri, che la natura sola dà a taluni predisposti da essa a riceverla, e che diede a Garibaldi.
Nè vogliam dire che la natura abbia dovuto concedergli molto. Le doti per essere grande capitano sono rare, ma non sono le più sublimi. La guerra è in fondo una gran caccia, nella quale capitano e soldati fanno, volta a volta, la parte della fiera, del bracco e del cacciatore. Ora date ad un uomo gli istinti della fiera che si trafuga e si difende, del cane che la imposta e la stana, del cacciatore che la circuisce e l’assale, e avrete nelle sue qualità essenziali il grande uomo di guerra: avrete Garibaldi.
Gli si aggiungano poi come doti peculiari, se non veramente a lui solo, a pochissimi come lui: un senso profondo e quasi fatidico del terreno, tanto che indovinarne, dal punto di veduta militare, il carattere, misurarne l’estensione, stimare quanta truppa vi possacapire in colonna od in battaglia, era per lui, può dirsi, l’affare d’un’occhiata: l’attitudine, perfezionatagli di certo dallo studio delle matematiche, di leggere con tanta sicurezza e precisione nelle carte topografiche da potere, come gli accadde nel Trentino, far la guerra quasi esclusivamente su quelle: la facoltà acuitagli dall’esercizio della navigazione, di essere orientato sempre e di guidarsi, perduta ogni altra scorta, anco colle stelle, sicchè non gli accadde mai di perdere la strada, spessissimo di trovarla dove nessuno la sospettava: la virtù di non allarmarsi mai, sorella a quella di non lasciarsi mai sorprendere, e figlie entrambi di altre due qualità naturali: il sangue freddo e il fiuto del pericolo; sicchè nel 1859 presso Casale, essendosi alcuni de’ suoi esploratori precipitati nella stanza dove desinava, gridando ansanti: «Il nemico! Il nemico!» — «Ebbene,» disse, senza interrompere il pittagorico pasto, «lasciatelo venire, dopo pranzo lo riceveremo;» la sua qualità d’anfibio, sicchè poteva giovarsi a suo grado dell’uno e dell’altro elemento, e nella terra, dove un ammiraglio avrebbe trovato un incaglio, egli trovare uno sbocco, e nell’acqua, dove un generale avrebbe scorto un ostacolo, egli vedere un veicolo: la potenza infine acquistata essa pure nelle ginnastiche della gioventù nomade e marinaresca, di durare più di chicchessia alla fatica ed alle privazioni della vita guerriera, d’onde quella sua abitudine d’essere il primo alzato nel suo campo e il primo a farne suonare laDiana, per andare, albeggiando appena, ad esplorare egli stesso, molto al di là delle proprie linee, le posizioni del nemico; si aggiungano, dicevamo, o meglio ancora, si innestino sulla prima radice della sua natura eroica tutte queste qualità omogenee ed affini a quella prima, e si avrà laspiegazione perchè Garibaldi, avendo letti pochi trattati d’arte militare, e forse nessuno, non avendo mai sostenuto esami in nessuna Accademia, nè fatto manovrare una compagnia sopra nessun campo di Marte, abbia potuto sopra quaranta combattimenti, tra i quali almeno sette giornate campali (il 30 aprile e il 3 giugno a San Pancrazio, Milazzo e il Volturno, Bezzecca e le tre giornate di Dijon), vincere almeno trentasette volte il nemico,[408]e sconfitto veramente, disfatto in guisa da dover abbassare le armi ed arrendersi alla mercè del vincitore, non lo sia stato mai.
Gli mancò, è vero, per la guerra a cui fu condannato, l’occasione di sviluppare grandi concetti strategici; ma tutti quelli che suggerì od effettuò: la marcia manovra su Palermo; la occupazione difensiva della sinistra del Volturno; il progetto di Campagna consigliato nel 1866, concorde a quello proposto dal generale Moltke; la disapprovazione data in Francia alla mossa del Bourbaky; il consiglio ripetuto e non ascoltato di occupare in ogni caso gagliardamente Dôle; tutti questi ed altri esempi provano abbastanza che l’intelletto strategico non mancava certo al nostro Capitano, e che gli fallì soltanto l’opportunità di sperimentarlo egli stesso sopra campi più vasti.
Certo il suo merito risalta più spiccatamente nelle operazioni tattiche. Per la guerra di partigiano, marciar di notte, dormire il giorno, spiegarsi possibilmente coperto; cansar la lotta, se non è sicura la vittoria; costretto ad accettare il combattimento in condizioni sfavorevoli, protrarre fino a notte la resistenza, perchè di notte la ritirata è più sicura; caricatidalla cavalleria, formare la massa in difesa, preferibile al quadrato vuoto che si muove con difficoltà e presenta una fronte troppo debole e troppo estesa all’assalitore. Per la guerra grossa poi «riunire il più di forze possibili sul punto tattico o obbiettivo di campo di battaglia, massima di tutti i grandi uomini di guerra; pericolose però le colonne serrate, specialmente dopo il perfezionamento delle armi: in ogni caso lasciare accostar il nemico: bersagliarlo di pochi colpi ben diretti, e quando sia vicino, fidar sempre nella baionetta e caricarlo.
Questi i precetti principali, ch’egli riassunse in tanti scritti,[409]e professò con l’esempio. «Lasciateli venire,» gridava al Volturno. «Sedetevi, che vincerete,» urlava a Mentana. «Un soldato non deve aver mai vergogna di coprirsi per colpir meglio il nemico,» esclamava a Dijon; ed era la stessa voce che ordinava al momento opportuno le cariche aferro freddoe le capitanava.
Che cosa mancava dunque a quest’uomo perchè gli si potesse contrastare il titolo di gran Capitano? Di aver mai fatto la grossa guerra, nè condotte le grandi masse degli eserciti moderni. Davvero, che questo argomento sia ripetuto da un pubblico profano e ignaro di siffatte questioni lo si capisce, ma che possa essere in buona fede adoperato da’ militari, sorprende e attrista ad un tempo. E qual uomo di guerra fu egli assunto al comando supremo delle grandi masse, se non dopo aver fatto le sue prove comandando le minori? Oh come! Nella gerarchia militare chi ha comandato un reggimento è presunto capacedi comandare una brigata, e chi una brigata una divisione, e così di seguito, e questa presunzione di capacità non varrà per Garibaldi?
Voi, Tedeschi, eleggeste generalissimo de’ vostri eserciti il Moltke, che prima di Sadowa non aveva mai guidato in guerra un solo battaglione; voi, Francesi, deste il bastone di maresciallo a Mac-Mahon, che prima di Magenta non aveva mai condotto al fuoco una divisione; voi, Italiani, reputaste capaci il generale La Marmora e il generale Cialdini, di comandare in capo tutto l’esercito italiano, sol perchè il primo aveva capitanato 15,000 uomini in Crimea, e il secondo ne aveva guidati altrettanti a Castelfidardo ed a Gaeta; e nessuno di voi riconoscerà che Garibaldi, il quale cominciò a guidarne parecchie migliaia fin dal 1849; che al Volturno ne comandava 30,000, e nel Trentino 35,000, possa bastare all’ufficio, a cui pure i gallonati e piumati suoi colleghi furono reputati meritevoli? Col criterio di non reputar Capitano chi non ha comandato grandi eserciti, Napoleone I, che non ne comandò, nella prima e più gloriosa sua campagna d’Italia, più di 30,000, non sarebbe mai stato che unguerrillero, e Hoche, Massena, Lannes, Augereau, che eran già salutati grandi generali quando non avevano ancora condotto al fuoco che le minuscole divisioni della Repubblica, non sarebbero rimasti che deicabecillas.
Certo, a dirigere le grandi masse, Garibaldi solo non sarebbe bastato; ma quale più sommo Capitano vi bastò? Anco a Garibaldi faceva mestieri quello che occorse a Napoleone, all’Arciduca Carlo, a Wellington, a Moltke, una corona d’interpreti intelligenti, e di cooperatori fidi; uno Stato maggiore istrutto, e generali di divisione valenti; un servizio organizzato diamministrazione, d’ambulanza, di provianda; ma se a lui pure fosse stato concesso tutto ciò, con quanta maggior libertà ed efficacia non avrebbe potuto attuare i suoi concetti e far sentire alla macchina ben congegnata posta nelle sue mani l’impulso del suo genio! Gli eserciti mancarono a Garibaldi, non Garibaldi agli eserciti! Egli partì co’ Mille di Marsala; ma sarebbe partito assai più volentieri, noi lo vedemmo, con una brigata dell’esercito regolare,[410]e quando voleva esprimere il gran conto in cui teneva l’esercito italiano, invocava l’onore «di combattere alla sua sinistra.»
Strana logica invero!
Fino ad ora si era sempre creduto che chi fu capace di far bene co’ pochi potesse essere presunto idoneo a far meglio co’ più; ma a Garibaldi pare che questa maniera di ragionamento non sia applicabile.
Egli è escluso dalla legge del perfezionamento umano. Fosse stato, come dicevano i Piemontesi d’una volta, unavecchia gibernainvecchiata fra le piazze d’armi e le caserme, avrebbe potuto dire egli pure il suo bravo «porto nel mio zaino il bastone di Maresciallo;» ma aver guerreggiato per circa quarant’anni, nel vecchio e nel nuovo mondo, portar sul corpo dieci ferite, presentare uno stato di servizio di sedici campagne[411]e quaranta combattimenti; aver battuto in America Oribe e Brown, in Italia Oudinot e Colonna, Landi e Bosco, Lanza e Ritucci, Urban e Kuhn, e in Francia Keller, Danemberg e Kettler, tutto ciò non dà diritto ad alcuna promozione.
Guerrigliero cominciò, guerrigliero visse, guerrigliero morì.
Diverso fu il giudizio di Abramo Lincoln, che gli fece offrire il comando d’un esercito della grande repubblica americana; diverso quello dell’austriaco D’Aspre, che nel 48 esclamava: «Un sol uomo avrebbe potuto ancora salvar l’Italia, e non fu compreso;» diverso quello del prussiano generale Manteuffel, che pochi anni or sono scriveva: «Se il generale Bourbaky avesse operato secondo i suoi consigli, la campagna dei Vosgi sarebbe stata la più fortunata combattuta nel 1870-71 dalle armi francesi.[412]»
Diversi i pareri dei moderni storici militari, quali il Rustow e il Lecomte, che studiarono un po’ più attentamente e spassionatamente le sue campagne; ma ciò non conta. Non è un generale,» cominciò a mormorare qualche professore d’arte militare, che non aveva letto mai probabilmente una sola pagina delle sue guerre; «non è un generale,» ripetè in coro la scolaresca, e «non è un generale,» fece eco il pubblico pappagallo; econ questa sentenza pronunciata senza esame, senza motivi e senza processo fu accompagnato al sepolcro.
E frattanto la prima vittima di questi errori e di questi pregiudizi, propri a dir vero a tutto ciò che tiene ancora della casta e dell’accademia, fu l’Italia. Pensino invece gl’Italiani, se il valore reale di quest’uomo fosse stato giustamente estimato, quanti rovesci di meno e quanti trionfi di più! Pensi il valoroso esercito nostro, quanto corteo di novelle vittorie avrebbe scortato le sue bandiere, se colui che vinse coi cento e coi mille, coi diecimila e coi trentamila, nel piano e sui monti, cogli scamiciati e cogli inermi, avesse potuto capitanare le agguerrite schiere di Palestro, di San Martino e di Gaeta, e nella sera della fatale Custoza, dare, a chi l’avesse interrogato sul da farsi, la classica risposta: «dormire sul campo.»
Ma anche per lui la giustizia verrà dal di fuori e comincerà dopo morto. Fra pochi anni i giudizi degli stranieri, più intelligenti e più spassionati dei suoi compaesani, saranno conosciuti, i preconcetti e le gelosie che vietarono sin qui la conoscenza e la manifestazione della verità saranno spenti, le storie militari del nostro tempo e del nostro paese saranno meglio scritte, più lette e meglio apprezzate, e allora forse l’Italia comprenderà a qual caro prezzo abbia pagato l’errore d’aver partorito dal suo seno un grand’uomo di guerra e d’averlo disconosciuto.
Pura quanto quella del guerriero, incontestata più di quella del capitano è la gloria del patriotta. Sefra gli eroi della spada è difficile trovargli il simigliante, trovargli l’uguale nello stuolo degli eroi della patria lo è ancora più. E ciò perchè quello che egli offerse in olocausto all’Italia supera in valore tutto quanto fino a lui, anche i più grandi cittadini, anche Washington, il grandissimo fra tutti, avevano offerto alla patria loro. Tutti come lui diedero alla loro terra natale il meglio di sè stessi: il sangue, la vita, gli averi, le gioie del domestico focolare, persino, costosissimo fra i sacrifici, le palme più meritate della gloria ed i risentimenti più legittimi dell’ambizione; ma nessuno di loro le immolò, come lui, il tesoro più sacro del suo petto, la fede dell’anima sua.
La patria creata dal genio e dalla virtù di Washington fu quella vagheggiata da lui: fra il suo concetto politico e la volontà de’ suoi concittadini nessun divario essenziale e nessun dissenso: il Virginiano diede alle Colonie da lui redente e federate le istituzioni pensate ed elaborate dalla sua mente, le suggellò, a dir così, dello stampo del suo spirito e ottenne un frutto e un premio dell’opera sua che nessun altro maggiore.
Di Garibaldi diverso il destino. Egli non sortì la mente pratica del grande Piantatore; il genio della politica non era il suo e non v’è mestieri di riprova. Discernere tra la verità ideale e la realtà effettuale la distanza e la differenza non era da lui; veder ciò che nel suo paese ed anche nel suo tempo fosse fattibile era al di sopra o al di sotto, secondo il punto da cui lo si consideri, del suo intelletto, e il solo trovarsi di fronte ad una questione pratica, se non era militare, lo confondeva e paralizzava.
Epperò il contrasto profondo tra quello che i suoi coetanei preferirono e quello ch’egli amò; tra gl’idealidel suo capo e quelli della sua patria. Il suo ideale religioso fu la Religione naturale o il Deismo filosofico, che dir si voglia, di Gian Giacomo; e l’Italia è per due terzi cattolica, per l’altro terzo scettica o indifferente. Il suo ideale politico fu una specie di Repubblica patriarcale con un Dittatore temporaneo, assistito da un Consiglio diprobi viri, «la Repubblica della gente onesta,[413]» come egli la chiamava; e l’Italia è e vuol essere monarchica. Il suo ideale sociale è un quissimile di società pastorale, nè colta, nè barbara, vivente nella semplicità e nell’innocenza, retta da un regime che sarebbe un che di mezzo tra il comunismo sansimoniano, «a ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuna ’capacità secondo il suo lavoro,» e il nuovo socialismo della cattedra, «governo largitore di tutti i beni e riparatore di tutti i mali;» e l’Italia si dibatte ancora contro gli avanzi del passato e non osa sbarbicare le ultime radici delle antiche caste e dei vietiprivilegi. Quale abisso adunque tra l’anima di quell’uomo e le aspirazioni del suo paese; quanti conflitti dolorosi, quante tentazioni insidiose, o di sciogliere il litigio coi colpi di spada dei Cesari, dei Cromwell e dei Napoleonidi, imponendo alla patria ignara e riluttante la legge della sua volontà, o di abbandonarla, come persona che si sprezza, alla meritata servitù!
Ora Garibaldi non seguì nè l’uno, nè l’altro consiglio, gettò sull’ara della Patria i suoi amori e i suoi odii, le sue più care speranze, le sue più carezzate chimere, e senza chiederle alcun prezzo del suo sacrificio la servì e la salvò.
Nel 1848 proclamava, primo fra i repubblicani, la necessità di stringersi al re Carlo Alberto, e non dipese da lui se la sua spada, che poteva essere forse la salvezza d’Italia, fu ricacciata nel fodero.
Nel 1857 è ancora il primo a sottoscrivere con Daniele Manin e Giorgio Pallavicino il patto d’unione dell’Italia con Casa di Savoia ed a fondare con essi quel nuovo partito nazionale, che fu la base popolare dell’imminente risorgimento.
Nel 1859 non esita ad offrire il suo braccio al Re Galantuomo, e trascinata dietro al suo esempio tutta la gioventù più gagliarda ed attuosa d’Italia, suggella sui campi di battaglia l’unione auspicata della rivoluzione con la monarchia.
Nel 1860 infine, quando il nodo del problema italiano sembrava giunto a tale che la monarchia nè poteva tagliarlo colla spada, senza compromettersi, nè lasciarlo in balía della rivoluzione, senza abdicare, nè scioglierlo coll’artificio dei compromessi e delle transazioni, senza nuocere al suo principio vitale, Garibaldi ancora scioglie il nodo intricato e ponendosia capo di un’impresa, che adempiva insieme ai fini della rivoluzione ed agli obblighi della monarchia, amplia il patto dei plebisciti e fonda sovra essi il nuovo regno.
Nè a questo patto venne meno più. Aspromonte e Mentana furono certamente, il primo un grande errore, il secondo una grande temerità, entrambi una illegalità; ma astraendo anche da quel segreto viluppo di equivoci e di ambiguità, che in tanta parte li giustificarono, essi devono essere giudicati piuttosto un conato di insurrezione contro la politica d’un governo, che un atto di ribellione contro le istituzioni d’uno Stato.
Non si dimentichi mai che tanto sulla bandiera di Aspromonte, quanto su quella di Mentana, il motto era pur sempre quello di Marsala; e l’aspro dissidio insorto per questo fatto fra Garibaldi e Mazziniani, ne indica meglio d’ogni altro argomento la capitale importanza.
Nè bisogna credere che tutte le conseguenze di Aspromonte e di Mentana siano state malefiche. Non si scordi che l’Italia nel 1861 non era ancora che un simulacro; le mancavano Roma e Venezia, le veniva meno, cosa anche più triste, la speranza e l’ardire di presto acquistarle. Roma era serrata nel circolo vizioso dei voti della Camera e della Convenzione di settembre, che ne rimettevano la liberazione al doppio miracolo dei «mezzi morali» e del consenso della Francia; Venezia poteva, è vero, aspettare più fidente la fortuna d’una nuova alleanza; ma era sempre l’aspettazione del fato.
Ora un uomo che sorgesse protesta viva della volontà nazionale contro la lettera dei trattati e le ambagi della diplomazia, che fosse sempre pronto aspingere il governo, se si arrestava, a scuotere la nazione, se intorpidiva; che serrando insieme l’Italia e la Francia nel dilemma implacabile: «Roma o morte,» rendesse sempre più accorti coloro che ci contendevano la nostra capitale, dei pericoli d’un più lungo rifiuto; un uomo simile non poteva mai dirsi senza un influsso benefico sui destini della patria sua, nè egli stimare del tutto compiuta la sua missione.
Oltre di che, e sta in ciò l’importante, quella propaganda, quell’agitazione, anche quelle rivolte, non erano che uno sfogo ed una distrazione offerta alla parte rivoluzionaria, la quale, o abbandonata a sè stessa, o caduta in potere d’altri capi, avrebbe assai probabilmente varcata quella barriera che il generale Garibaldi le impedì sempre d’oltrepassare.
E in ciò veramente si assomma l’opera benefica del grande patriotta negli estremi suoi anni. Egli gettò più volte in mezzo alla Nazione parole terribili, che potevano essere pericolosissimi tizzoni d’incendio, ma quando li vide prossimi a divampare in fiamme minacciose al sacro edificio della patria, egli stesso accorse pel primo e sotto il suo piede li soffocò.
Egli fu, finché visse, come un Dio Termine sulla strada della rivoluzione, innanzi al quale anche i più esaltati e temerari de’ suoi seguaci si sarebbero sempre arretrati. Tutto potevano dire, tutto potevano tentare, ma lui vivo il grido ultimo della discordia, il segnale irrevocabile della guerra civile non avrebbero osato darlo mai.
Il pensiero di Garibaldi è in questo rispetto limpidissimo. Prima l’unità, la concordia, la volontà d’Italia; poi, se vi sia posto, i sogni della sua mente. Si congiungano le parole che egli, reduce dal primo esiglio, indirizzava nel 1848 ai Nizzardi: «Tutti queiche mi conoscono sanno se io sia mai stato favorevole alla causa dei re; ma questo fu solo perchè i principi facevano il male d’Italia; ora invece io sono realista e vengo ad esibirmi coi miei al Re di Sardegna, che s’è fatto il rigeneratore della nostra Penisola;» si congiungano con quelle ch’egli scriveva alla vigilia, staremmo per dire, della sua morte: «La Casa di Savoia ha fatto molto per la patria e merita rispetto. Ma quand’anche avesse fatto meno, ha la grandissima maggioranza degl’Italiani per sè, e il sentimento della maggioranza noi dobbiamo rispettarlo, perchè è la continuazione dei plebisciti. Volerlo disconoscere e combattere sarebbe accendere la guerra civile e quindi distruggere colle nostre stesse mani l’opera nostra;» e nell’esordio e nella conclusione di questo discorso, attraverso i contrasti, gli sviamenti, le alternative, che sono il portato necessario di tutte le grandi lotte, avrete riassunto da Garibaldi stesso il suo testamento politico.
E ciò non ostante resterà sempre dubbio se più della patria sua abbia amato le altrui. È questo il tratto più singolare e più radioso della sua immagine. Il patriotta s’immedesimava talmente in lui all’umanitario che era difficile il discernere quale dei due fosse il più vero e il più grande. Primo precetto della sua «Religione del Vero» egli stimava l’evangelico: «Non fare ad altri quel che non vorresti fatto a te stesso;[414]» e con questa norma nel cuore, l’indipendenza, la libertà, la felicità che voleva per la patria sua, le voleva per tutte le altre. Su questo propositola sua dottrina era di una semplicità biblica. Dio avea creato tutti gli uomini uguali e tutti i popoli fratelli, dividendoli in tante famiglie quanti i linguaggi, ed imponendo loro per dimora tante regioni distinte, di cui la natura stessa aveva, con linee eterne di mari e di monti, tracciati i confini. Soltanto la cupidigia e la nequizia di pochi uomini, nequitosissimi fra tutti i preti, violarono quei confini, tentarono confondere quelle lingue, falsarono il disegno di Dio. Ad essi perciò guerra perpetua:guerra anzi alla guerra, di cui essi pei primi gittarono il mal seme nel mondo. Sopprimere gli eserciti stanziali, primi alimentatori e provocatori della guerra, braccia sottratte al lavoro, sangue rapito alla vita economica delle società moderne, trasformandoli in una milizia volontaria, chiamata soltanto a difesa dei diritti e della libertà dei popoli: fondare una Unione Europea delle Nazioni «con un rappresentante per ciascuna, uno Statuto fondamentale, il cui primo articolo fosse: la guerra è impossibile, ed il secondo: ogni lite delle nazioni sarà liquidata da un Congresso:» proclamare l’unità dell’umana famiglia, cementandola, se fosse possibile, coll’unità d’una solalingua mondiale;[415]ecco i sogni che l’Eroe incessantemente perseguivae da cui era egli stesso perseguito, e talvolta anche nel tumulto delle sommosse e il fragor delle battaglie, ma che egli era sempre pronto non solo a bandire e predicare, ma a suggellare col sangue.
Non una causa umana cui fosse indifferente; non una giusta rivolta a cui, anco non potendo colla spada, non partecipasse colla voce e colla penna; non un appello d’oppressi a cui non abbia risposto: presente.
Nel mezzo secolo da lui vissuto nell’uno e l’altro mondo, congiurano, insorgono, combattono, quali per la libertà, quali per l’indipendenza, Brasiliani, Platensi, Spagnuoli, Portoghesi, Polacchi, Ungheresi, Serbi, Rumeni, Greci, Jugo-Slavi, da ultimo anco i Francesi, e non uno di questi popoli che non abbiaricevuto da lui, se non l’aiuto del suo braccio, un soccorso di armi, o di danari, un consiglio utile, una parola confortatrice ed amorosa, e spesso, inviati direttamente da lui, o mossi dall’influsso del suo apostolato, manipoli di valorosi che nelle più remote contrade propagano l’onore della camicia rossa e combattono e muoiono per la libertà dei popoli fratelli al grido di «Viva Garibaldi!»
Nè la sola causa dei popoli l’interessava. Il problema sociale l’occupava anche più del politico. Convinto più che mai che le disuguaglianze sociali fossero non già l’effetto d’una legge naturale, irrevocabile e fatale, ma il prodotto della perversità di pochi uomini o furbi o prepotenti, era contro la società in uno stato di guerra aperta e continua.
E non era un filosofo che meditasse le cause e gli effetti, nè uno statista che distinguesse i mali rimediabili dagl’irrimediabili, e ne apprestasse i provvedimenti e le leggi: era un plebeo, un paria, un diseredato che giudicava della società matrigna in cui si trovava sbalestrato dietro le impressioni del momento, secondo l’effetto più sensibile e più, staremmo per dire, drammatico che ne riceveva; secondo i criteri assoluti di chi vive solitario nelle proprie idee ed ignora la realtà.
La vista, a mo’ d’esempio, d’un signore in panciolle che passasse in carrozza dinanzi a un contadino sudante alla canicola, curvo sulla marra, gli strappava lo stesso gemito di rabbia, le stesso gesto di minaccia che il contadino stesso lanciava alle spalle del superbo gaudente. Credeva la società una lega dei forti contro i deboli, de’ furbi contro gl’ingenui, dei ricchi contro i poveri, e senza esitare un istante, in qualunque causa, stava istintivamente cogli ultimi.
Aveva per vangelo la onestà impeccabile dell’operaio, la bontà innocente del contadino, la brutalità feroce del padrone, la furberia rapace del mercante, la boria ignorante del nobile; e su questi criteri regolava i suoi giudizi. Credeva sul serio ai lauti stipendi della burocrazia, alle ricchezze ammassate dai ministri, ai sordidi traffici dei deputati, alle orgie sardanapalesche della Corte, a tutti i luoghi comuni della eloquenza tribunizia, con questa differenza tuttavia che i tribuni le ripetevano per convenzione e per mestiere; egli con tutta la ingenuità della fede e la profondità del sentimento.
Aveva insomma della società il concetto pessimista di Gian Giacomo, e come Gian Giacomo avrebbe voluto rinnovarla da cima a fondo per mezzo d’una revisione del suo patto fondamentale, cominciando naturalmente la riforma da sè stesso e dalla sua famiglia.
Come però queste idee non potevano essere accettate, od anche accettate in parte non potevano subito nè tutte in una volta essere effettuate, e il mondo continuava a girare sul suo vecchio asse senza curarsi dei sognatori che l’avrebbero voluto far andare a modo loro, così ad ogni nuova disdetta che la realtà dava alle sue dottrine, ad ogni nuovo disinganno che la società in generale o l’Italia in particolare gli facevano patire, il suo umore si faceva acre, il suo pessimismo peggiorava, la sua misantropia filantropica (sentiamo il bisticcio, ma a Garibaldi, che abborriva gli uomini perchè rifiutavano il bene che avrebbe voluto far loro, s’adatta a capello), la sua misantropia filantropica s’inaspriva, e, vero «burbero benefico,» sfogava la sua atrabile sulle spalle di coloro che amava di più e per la cui felicità s’affannava da mezzo secolo, ed era pronto ad ogni istante a dare la vita.
Questo, se non c’inganniamo, l’uomo pubblico; ma e l’uomo privato? L’uomo privato fu tale egli pure, che se anche non avesse compiuto alcuna delle azioni famose per cui diventò storico, sarebbe stato tuttavia un esemplare singolarissimo della specie umana, degno di tutto lo studio dello psicologo e dell’artista. Il biondo fanciullo che dipingemmo scorrazzante sulla riviera di Nizza; il bel Corsaro che vedemmo ammaliare la povera Anita alla fontana di Laguna; il trionfante Dittatore del 1860, che al suo apparire faceva squittire in coro le picciotte siciliane:Oh quant’è beddu!aveva serbato fino agli ultimi anni la sua maschia bellezza, una bellezza però tutta sua, lontana dal tipo comune della bellezza eroica e guerriera; originale e novissima essa pure.
Perocchè Garibaldi non poteva dirsi un «bell’uomo,» nel senso più usitato della parola. Era piccolo: aveva le gambe leggermente arcate dal di dentro all’infuori, e nemmeno il busto poteva dirsi una perfezione. Ma su quel corpo, non irregolare nè sgraziato di certo, s’impostava una testa superba; una testa che aveva insieme, secondo l’istante in cui la si osservava e il sentimento che l’animava, del Giove Olimpico, del Cristo e del Leone, e di cui si potrebbe quasi affermare che nessuna madre partorì, nessun artista concepì mai l’eguale. E quante cose non diceva quella testa; quanto orizzonte di pensieri in quella fronte elevata e spaziosa, quanti lampi d’amore e di corruccio in quell’occhio piccolo, profondo, scintillante,che marchio insieme di forza e d’eleganza in quel profilo di naso greco, piccolo, muscoloso, diritto, formante colla fronte una sola linea scendente a perpendicolo sulla bocca; quanta grazia e quanta dolcezza nel sorriso di quella bocca, che era certo, anche più dello sguardo, il lume più radioso, il fascino più insidioso di quel viso, e che nessuno oramai il quale volesse serbare intera la libertà del proprio spirito, poteva impunemente mirar davvicino.
A questa singolar bellezza poi, che era già per sè sola una potenza, la natura, madre parzialissima a questo suo beniamino, aggiunse l’agilità e la forza; non veramente la forza muscolare dell’atleta, ma quella particolare forza nervosa che si rattempra e ingagliardisce coll’esercizio e che, associata all’agilità, rende capace il corpo delle più ardue prove e delle più arrischiate ginnastiche.
E che ginnasta fosse Garibaldi lo sappiamo da lui stesso. «Credo d’essere nato anfibio,» soleva dire per esprimere la facilità con cui fin dalla prima volta in cui si buttò in acqua si trovò naturalmente a galla. Abbiamo notato infatti le persone da lui salvate dall’acqua, e sono sedici: il che potrebbe bastare, anche non essendo Garibaldi, alla rinomanza d’un uomo.
E come nuotava, cavalcava, saltava, s’arrampicava, tirava di carabina, di sciabola, occorrendo di pugnale, senza che nessuno gliel’avesse mai insegnato, e avendone trovato soltanto nella struttura delle proprie membra e negli istinti della propria indole il segreto e la maestria.
Del suo corpo poi, come uomo che sa d’averne bisogno, era curantissimo. Egli non vestì sempre il costume con cui il mondo s’abituò a vederlo fin dal 1860. In America alternò, secondo i casi, il vestirepaesano delgaucho, la giacca del capitano di mare, e l’uniforme bianca, rossa e verde dellaLegione Italiana; venuto in Italia, se non era sotto le armi, nel qual caso tornava alla tunica rossa orlata di verde (non camicia per anco), al cappello piumato a larghe falde, al mantello bianco ed ai calzoni grigi instivalati; indossava un grosso soprabito abbottonato sino al mento, e fu con quello che noi lo vedemmo per la prima volta a Torino nel 1859.
Soltanto la mattina del 5 maggio comparve sullo scoglio di Quarto colla camicia rossa e ilponchosulle spalle; e sia stato amore di quell’assisa fortunata o certezza che quella foggia si attagliasse meglio d’ogni altra alla sua figura, non l’abbandonò mai più.
Ma anche più che all’eleganza del vestire, tenne alla nettezza della persona. Usava frequente bagni e lavacri d’ogni sorte; aveva delle sue mani, de’ suoi denti, de’ suoi capelli una cura attentissima; non avreste trovata sulle sue vesti, spesso logore e strappate, una sola macchia. Strano a dirsi come quel mozzo paresse un gentiluomo. Nel primo abbordo aveva quel non so che di semplice e decoroso insieme che è il primo incantesimo con cui tutti i grandi uomini pigliano di solito i minori. Non dava che delvoi; tenne iltuper i figli e per i più vecchi e più intimi amici; e fuori che al Re non l’abbiamo sentito dare delleia chicchessia. Nel ricevere porgeva egli per il primo famigliarmente la mano; alle signore, tanto più se onorande per età o per lignaggio, gliela baciava con galanteria di cavaliere.
Nei colloqui preferiva l’ascoltare al parlare, segno questo pure di cortesia aristocratica. Nelle cose minime, nelle questioni secondarie d’etichetta o di forma, quando si trattasse di rendere un servizio, diliberarsi da un fastidio, o di concedere un favore, fosse colui che gli parlava ricco o povero, umile o potente, era d’un’amabilità e d’un’arrendevolezza affascinanti. E da ciò la sua troppa facilità nel concedere commendatizie ed attestati d’onestà e di patriottismo anche ai meno meritevoli, e l’abuso che tanti indegni poterono fare della sua parola e del suo nome. Ma in tutti gli argomenti a’ suoi occhi importanti, quando fosse in giuoco alcuna delle sue opinioni predilette, o degli affetti dominanti del suo cuore, allora il discorso cominciava a diventar difficile, e se l’interlocutore s’infervorava nelle obbiezioni, con una sentenza, un motto, talvolta una scrollata di spalle, troncava la disputa. Nel 1864 quando visitò Lord Palmerston in casa sua, avendo questi condotta la discussione sulla Venezia e tentato di fargli capire che la questione veneta era da rimettersi al tempo, alla Diplomazia, ai Trattati: «Ma che cosa mi dite, interruppe di scatto, chè non è mai troppo presto per gli schiavi rompere le loro catene,» e con una mossa subitanea piantò stupito e quasi a bocca aperta il suo eloquente contradittore.[416]
E ciò sganni una buona volta coloro che, non sappiamo con quali fini, si son sempre finto un Garibaldi automa senza idee e senza volontà, e di cui i pochi furbi che l’accostavano potevano a lor grado guidare i movimenti e far scattare le molle. Delle ideene aveva poche, ma tanto più tenaci quanto più avevano trovato libero il campo dello spirito in cui abbarbicarsi. Discutere con lui era anche per quelli che più stimava ed ascoltava, la più ardua e più erculea delle imprese. Era una sfera d’acciaio brunito che non lasciava presa d’alcuna parte. Francesco Crispi, nel di lui elogio funebre alla Camera dei Deputati, disse: «Non ci fu uomo che sia stato come lui forte nelle sue volontà; egli fece sempre soltanto quello che volle, ma non volle che il bene d’Italia,» e questa affermazione d’un testimonio che gli fu al fianco nei più gravi momenti della patria, ci dispensa dal dirne di più.
Le maniere gentili traevano risalto dai costumi semplici. Pochi uomini più di lui furono nel bere più sobri, nel cibo più parchi. Fino agli ultimi anni, in cui il vino gli fu ordinato quasi per medicina, bevette sempre acqua e dell’acqua migliore si pretendeva buon gustaio finissimo, e l’assaporava, e la decantava talvolta ai commensali, che non erano sempre del suo gusto, come il più prelibato de’ nettari. Quanto alle vivande, mangiava poca carne, anche per un residuo di scrupoli pittagorici che non aveva mai saputo vincere; prediligeva il pesce, i frutti e i legumi. Un piatto di fichi e di baccelli lo metteva d’appetito meglio d’un fagiano tartufato! Il pesce godeva, quand’era sano, pescarselo da sè; e allora due o tre volte la settimana, al pallido lume di Venere-Diana, presi seco or l’uno or l’altro de’ suoi figli e per turno questo o quello de’ suoi compagni di Caprera (quasi sempre, nel 1854, anche lo scrittore di questo libro), scendeva in canotto, ed ora al largo, ora nei seni più pescosi di quella pescosissima marina, passava tal volta coll’amo, tal altra coi filaccioni, quasi mai collereti, l’intera mattinata, tornandone, rare volte, a mani vuote, quasi sempre con tanto di preda da fornire il desinare a lui e a tutta la colonia.
Ma la sua passione predominante fu l’agricoltura. «Di professioneAgricoltore,» scriveva egli stesso sulla scheda del Censimento del 1871, e non aveva mentito. Un terzo della Caprera fu ridotto fruttifero per molta parte del lavoro sudato della sua fronte, o colla scorta de’ suoi precetti e per impulso della sua volontà.
La prima sua opera era stato un vigneto sopra un piccolo altipiano, a metà via tra la sua casa e Punta Rossa, ma quantunque l’uva, tutta bianca, ne fosse squisita, la vendemmia non compensò mai la fatica e la spesa. Più tardi, già preoccupato del problema del pane quotidiano, volle tentare la coltura dei cereali, e ridusse a frumento un quadrato di forse quattro ettari; ma qui pure, per colpa non del cultore, ma del terreno, il frutto non corrispose al dispendio.
Ma il suo vero amore, era il podere modello di Caprera, era il Fontanaccio. Esso pure, fino al 1859 non era che dura roccia, e d’anno in anno ci fece la vite, il fico, il pesco, il mandorlo, il fico d’India, e, sebben più sensibili alle sferzate di grecaio, gli agrumi.
E colà ogni mattina, per lunghi anni, coperto il capo da un cappellone a larghe falde, in camicia rossa sempre, armato di coltelli e di forbici agricole, di cui gran parte portava appesi ad una cintura, passava le lunghe ore a potare, sfrondare, innestare; lieto fin che lo lasciavano solo, rannuvolato tostamente se un visitatore importuno, se un telegramma malarrivato, venivano ad interrompergli il piacere di quelle gradite occupazioni.
Nè agiva empiricamente. Nella sua biblioteca iTrattati d’Agronomia abbondavano, e parte col sussidio dei libri, parte col consiglio di questo o quell’agronomo, che metteva subito nel novero de’ suoi amici, parte coll’aiuto del suo ingegno, naturalmente incline a tutti gli studi fisici, s’era formato un corredo di idee scientifiche e razionali, che certo molti de’ più grossi agricoltori d’Italia non hanno mai posseduto.
Epperò fece venire d’Inghilterra macchine agricole, aprì fosse di scolo per dar esito alle acque piovane, sanò dalle sotterranee i terreni più plastici, sostituì alla rotazione dodicennale la coltura più intensiva delle alberate e degl’ingrassi e agli ingrassi provvide coll’allevamento del bestiame; (ebbe persino centocinquanta capi di armento bovino e quattrocento d’ovino); a poco a poco fornì quel suo podere, strappato zolla per zolla alla breccia ed al granito, di tutto quanto la scienza ha indicato di più acconcio alla sua coltura; e stalle e concimaie e capanni per marcimi e lettimi, e colombaie e alveari e via dicendo; e si rovinò del tutto. Garibaldi non fu mai ricco; ma i suoi pochi risparmi fatti in America, le eredità fatte dai fratelli, i denari ricavati dai ricchi regali mandatigli, i denari stessi donatigli o prestatigli dagli amici di tutto il mondo; tutto andò a finire nel pozzo senza fondo di Caprera, che non restituì mai al suo innamorato cultore nemmeno il salario quotidiano delle fatiche che per circa venti anni le aveva spese d’attorno.
Ma non sempre poteva stare nei campi; e i giorni di pioggia e di vento, o i più crudi dell’inverno, li passava in casa, seduto quasi sempre, dopo il 60, di faccia alla terrazza della casa nuova che guardava il mare, intento alla lettura e alla scrittura. Lesse molto e un po’ di tutto; ma nessuno vorrà dirlo per questo unlettore portentoso. Dei libri, già dicemmo quelli che prediligeva: gli storici principalmente di Grecia e di Roma; i trattati d’Agronomia e di Matematica; e sopra a tutti, i poeti; e fra questi, come è noto, Ugo Foscolo degli italiani; Chenier e Voltaire fra i francesi. Negli ultimi anni s’era preso d’amore per Guerrazzi e Vittor Hugo; due autori non fatti certamente per temperargli la fantasia, e per laStoria dell’Italia anticadi Atto Vannucci, di cui citava intere pagine anche ne’ suoi romanzi; ma diletto fra tutti, compagno inseparabile delle sue veglie, primo confidente del suo spirito, il Carme deiSepolcri, di cui gli trovaron presso il letto di morte aperto il volume.
Nello scrivere invece inesauribile, infaticabile, e rispetto a tante altre cose che faceva, prodigioso. E non diciamo delle sue lettere, testimoni troppo eloquenti della scorrevolezza della sua penna; ma egli scrisse, in vecchiaia, tre romanzi:Clelia o il Governo del Monaco;Cantoni il VolontarioeI Mille di Marsala; e da molti anni aveva intrapreso a scrivere in versi sciolti la storia della sua vita, e noi stessi, nel 1864, ne udimmo parecchi squarci dalla sua bocca. Intralasciato poi, per qual ragione non sapremmo dire, questo lavoro, riprese lo stesso tema in prosa, scrivendo le sueMemorie, dal giorno in cui le lasciò nel 1850, fino, crediamo, alla campagna di Francia. E questeMemorie, ci consta nel modo più certo, egli le affidò, or sono quattr’anni, in una cassetta chiusa, al figlio Menotti, coll’ordine espresso di non mostrarle finchè fosse vivo ad alcuno, e soltanto trascorso un certo termine dalla sua morte, pubblicarle.[417]
Mescolate poi alleMemorieautobiografiche, si trovarono fra le sue carte, e si troveranno anche più quando si spoglino tutte, pensieri staccati, frammenti di problemi, appunti, studi fisici e matematici;[418]persino uno specchietto dei conti di casa, che non oseremmo affermare tornassero perfettamente.
Infine, poeta nell’anima, cui non era forse mancato per esserlo anche nell’arte, che il tirocinio degli studi e l’esercizio della tecnica, e poesia vivente egli stesso, non seppe resistere mai alle tentazioni d’una certa sua musa bizzarra e selvaggia che le si era annidata nel cervello, ed empiva quaderni di versi, di cui talvolta l’udimmo noi stessi recitarne lunghi brani, talchè non ci meraviglierebbe che un giorno sbucasse fuori dalle sue carte anche un Canzoniere.
E non solo in versi italiani[419]scriveva, ma spesso in francesi, come ne ha già fatto testimonianza l’inno di guerra composto in Francia e recitato durante l’assalto notturno di Dijon; e ne fa conferma lo squarcio di questo Carme, scritto a Vittor Hugo nel 1867, in risposta della suaVoix de Guernesey, rovente ancora delle collere recenti di Mentana e dove, in mezzo al rombar monocorde delle tribunizie invettive, senti echeggiare qua e là, fieri e solenni, i giambi del Barbier.