«Domenica, 10 luglio 1864.»Avuta certa notizia che alcuni fra’ migliori del partito d’azione sono chiamati a prender parte ad imprese rivoluzionarie e guerresche fuori d’Italia, i sottoscritti[305]convinti:»Che noi stessi versiamo in gravi condizioni politiche;»Che nessun popolo e nessun terreno sia più propizio ad una rivoluzione per gl’interessi della libertà che l’italiano;»Che le imprese troppo incerte e remote, quali sono le indicate, ordite da principi, debbano necessariamente servire più a’ loro interessi che a quello dei popoli;»Credono loro dovere e per isgravio della loro coscienza dichiarare:»Che l’allontanarsi dei patrioti italiani in questi momenti non può che riuscire funesto agli interessi della patria.»
«Domenica, 10 luglio 1864.
»Avuta certa notizia che alcuni fra’ migliori del partito d’azione sono chiamati a prender parte ad imprese rivoluzionarie e guerresche fuori d’Italia, i sottoscritti[305]convinti:
»Che noi stessi versiamo in gravi condizioni politiche;
»Che nessun popolo e nessun terreno sia più propizio ad una rivoluzione per gl’interessi della libertà che l’italiano;
»Che le imprese troppo incerte e remote, quali sono le indicate, ordite da principi, debbano necessariamente servire più a’ loro interessi che a quello dei popoli;
»Credono loro dovere e per isgravio della loro coscienza dichiarare:
»Che l’allontanarsi dei patrioti italiani in questi momenti non può che riuscire funesto agli interessi della patria.»
Come ognun vede, questo scritto senza data, senza firma, buttato là dal giornale stesso che lo pubblicava senza una parola di conferma e di schiarimento; che vagamente parlava di progetti generici in paesiipotetici, non poteva avere in sè stesso alcun valore, e sarebbe probabilmente passato nel pubblico o inosservato o incompreso, come una delle cento novelle de’ giornali che nascono al mattino e la sera son morte.
Tale non fu il pensiero di Vittorio Emanuele. Sia che egli si fosse avveduto del mal passo in cui s’era impigliato[306]e stesse spiando uno scappavia per districarsene; sia che fosse sinceramente persuaso di non poter più dopo quella pubblicazione del 10 luglio condurre colla dovuta segretezza la trama avviata (anche i Re galantuomini quando cospirano non dicono mai tutto intero l’animo loro), il fatto sta che egli vede, o immagina, o finge vedere in quella anonima protesta una denunzia pensata, una perfidia calcolata, una ostilità deliberata di tutto quel partito d’azione col quale aveva fino allora congiurato e trovando in questo solo fatto un motivo a’ suoi occhi plausibile per giustificare la sua ritirata, annunzia a Garibaldi (per una lettera recata da quello stesso Porcelli) che visto oramai il disegno propalato da’ suoi stessi amici, e se compromesso col governo, si scioglieva da ogni impegno e disdiceva l’opera intrapresa.
Grande fu naturalmente l’indignazione di Garibaldi a questo inaspettato messaggio, e nella prima concitazione dell’animo, vedendo egli pure nella protesta del 10 luglio la cagione prima della fallitagli impresa, corse egli pure, sospinto da maligne suggestioni, a sospettarne autori coloro che più erano in voce di avversi alla spedizione e primo di tutti il suo segretarioGuerzoni, che n’era invece più di tutti non che innocente affatto inconsapevole.[307]Pochi giorni di riflessioneperò bastarono a riaprirgli gli occhi, ed a fargli discernere di nuovo i veri dai falsi amici. Quanto più grande era la sconvenienza, diciamo senz’altro, la colpa della protesta del 10 luglio, tanto più appariva impossibile che alcuno degli ufficiali garibaldini convenuti o chiamati ad Ischia vi avesse partecipato. Nè Cairoli, nè Acerbi, nè Corte, nè Guastalla, nè Missori, nè Cucchi, nè Chiassi, nè Bruzzesi, nè Lombardi, nè Guerzoni erano uomini da dissimulare il loro pensiero, o da rimpiattarsi dietro i nascondigli dell’anonimo per esprimerlo. Essi non approvavano quella scorreria austro-orientale, e non lo nascondevano; essi potevano anche tentare d’opporvisi manifestando schiettamente il loro dissenso; ma chi appena li conosceva li sapeva assolutamente incapaci di abusare d’un segreto che il loro Generale avesse loro confidato, e molto meno di cospirare di soppiatto contro di lui per farne abortire i disegni. Non era certo da coloro che l’avevano sino allora seguito in silenzio e ad occhi chiusi da Varese a Marsala e da Sarnico ad Aspromonte, che Garibaldi poteva temere un atto, non che di slealtà, di defezione o di rivolta. Anzi tanto era, a que’ giorni, tenace il loro attaccamento, e cieca la loro devozione, che se egli si fosse ostinato a partire e avesse detto loro come l’udimmo altre volte «chi vuol restare resti: andrò anche solo;» mettiamo pegno che nessuno di que’ suoi fedeli, pur credendo di perdersi con lui, avrebbe avuto cuore d’abbandonarlo.
Fortunatamente a cessare per lui e per l’Italia questo pericolo venne la lettera di Vittorio Emanuele, e il dì appresso, 14 luglio, Garibaldi, cupo, triste, aggrondato, ripartiva sulloZuavo di Palestroper la sua Caprera, null’altro portando seco del gran fuoco artificialedi Londra e del tizzone passionatamente covato d’Ischia, che un pugno di cenere; la cenere amara di due sogni distrutti.
Giungemmo così a quell’anno 1866 che doveva essere la prova di fuoco del nostro valore e non fu che la superflua conferma della nostra fortuna. Le origini della guerra che sta per iscoppiare, i negoziati diplomatici che la prepararono, gli interessi e le alleanze che ne furono il fondamento, sono noti e non sarebbe di questo libro il riandarli punto per punto e nemmeno il compendiarli. Soltanto ci sia lecito rammentare, a onore della generazione che governò i primordi del nostro risorgimento, come i primi a scoprire, quasi divinare, quella comunanza di interessi e d’intenti che segretamente stringeva l’Italia e la Prussia, e grado grado le preparava a trovarsi un giorno sui medesimi campi, contro il medesimo nemico, furono gli uomini di Stato italiani.
Questo concetto, che trent’anni fa poteva parere poco meno che una utopía, fu, staremo per dire, vaticinato nel 1848 da Pellegrino Rossi in una delle sue tre celebri lettere da Roma, che morte repentina gli impedì di pubblicare;[308]ripreso nel 1858 dal conte di Cavour, che tentava pel primo farne oggetto di diplomatiche trattative, fu di nuovo enunciato da lui nel Parlamento del 1861 come un’eventualità non lontana e nell’anno stesso, mercè la fida e ascoltata parola di Alfonso La Marmora che n’era sempre statocaldo favoreggiatore, insinuato per la prima volta nella Corte di Berlino, dove il solo nome d’Italia metteva tuttora il ribrezzo d’una befana.[309]
Quanto poi al 1866, nessuno che abbia letto i documenti di quell’anno potrà negare oramai che una gran parte del merito della conchiusa alleanza non ispetti al generale La Marmora. Il Bismarck fu il primo a concepirne il disegno e intavolarne i negoziati, e non gli torremo questo vanto; a patto però che non si neghi al La Marmora l’altro non minore d’aver prontamente afferrata la mano che, ancora esitando, gli era stesa, e soprattutto d’essere rimasto fedele ai patti stipulati anche quando l’alleato col suo contegno, e l’avversario colle sue offerte, lo tentavano a violarli.
Furono la sua coerenza, la sua fermezza, la sua lealtà, non disgiunta in taluni istanti da molta prudenza ed accortezza, che condussero in porto quella nave respinta, in sulle prime, da tanti venti, e che abbandonata un giorno dallo stesso suo maggior pilota, per poco mancò di naufragare. Se il generale La Marmora col mettere risolutamente l’Imperatore de’ Francesi nelle confidenze del trattato non ne avesse assicurata all’Italia ed alla Prussia l’amichevole neutralità, non sappiamo se il conte di Bismarck sarebbe riuscito da solo a condurre a termine un disegno di cui la Francia aveva tanta ragione d’adombrarsi; se quando l’Austria propose il disarmo simultaneo (21 aprile) e la Prussia l’accettò, e Napoleone III lo consigliava,l’Italia non avesse risposto accelerando i suoi armamenti, non è ben certo con quale altra carta il conte di Bismarck avrebbe potuto rimettere la partita pericolante; se infine, anche essendone giustificato dalle ambiguità del suo alleato,[310]il La Marmora avesse consentito alle proposte di cessione della Venezia, fattegli dall’Austria per mezzo di Napoleone III, a sola condizione di restare neutrale nella lotta imminente fra i due Potentati tedeschi, ognuno intende che non solo della lega italo-prussiana non restava più nemmeno la memoria, ma assai probabilmente la vittoria di Sadowa si sarebbe compiaciuta di volare sotto altre bandiere. E dicasi pure che il rifiuto del generale La Marmora non fu, insomma, che il semplice adempimento d’un volgare dovere; resta tuttavia a sapersi quali interpretazioni avrebbe dato ad un siffatto dovere il Machiavelli prussiano se per avventura l’Austria gli avesse fatto offrire di ritirarsi in perpetuo dalla Confederazione germanica, a patto solo di lasciarla scapriccire in Italia. Assai probabilmente l’uomo che ci offriva la sua amicizia, e ratificava poco dopo i preliminari di Gastein, che interpretava il Trattato dell’8 aprileobbligatorio soltanto per l’Italia e si rifiutava di impegnare la Prussia a soccorrerci nel caso che l’Austria ci assalisse; che aveva sempre considerato la questione di Venezia «come una carta da giuocare,» buona a puntarsi così contro l’Austria per amicarsi l’Italia, come contro l’Italia per ingraziarsi l’Austria; assai probabilmente, diciamo, un uomo siffatto si sarebbe intascato il lauto e gratuito compenso, lasciando solo nelle peste il dabbene alleato, fra l’ammirazione ancora più probabile di tutti i volghi cui non sarebbe parso vero di gridare lui genio portentoso della politica e il gabbato ministro italiano un povero gonzo!... Onore ad Alfonso La Marmora, che preferì per sè il rischio d’una reputazione perpetua di dabbenaggine e per la patria sua le alee cimentose ma onorate d’un’amicizia non bene saldata e d’una guerra sempre ardua, al marchio, che nessuna gloria avrebbe scancellato e nessun guadagno riscattato, di mancatore di fede.
Gli avvenimenti frattanto erano corsi colla rapidità delle cose che hanno in sè stesse il loro impulso e la loro ragione. Il 6 marzo pervenivano a Firenze le proposte dell’alleanza prussiana; il 7 il generale Govone partiva per Berlino, latore delle controproposte del La Marmora: l’8 d’aprile il Trattato offensivo e difensivo era conchiuso: dal 12 al 27 aprile tutte le disposizioni preparatorie della mobilitazione erano state prese: il 27 veniva incorporata la seconda categoria della classe 1844: il 28 decretato il richiamo delle due classi in congedo, e la formazione dei depositi: in sui primi di maggio l’esercito veniva ordinatoe mobilitato in sedici divisioni attive e quattro Corpi d’armata, che andavano concentrandosi tra Cremona, Piacenza, Bologna: finalmente il 6 maggio era decretata la formazione di cinque reggimenti di Volontari, il comando dei quali era commesso al generale Garibaldi; stabiliti i depositi a Como ed a Bari, aperti nel 14 dello stesso mese gli arruolamenti.
La lode schietta però che la storia deve tributare al generale La Marmora ed al suo Ministero della Guerra per la rapidità con cui in breve tempo, e malgrado la necessità di serbare in sul principio il segreto, fece passare l’esercito (indebolito dalla smania intermittente delle economie e mancante persino dell’ultima sua classe) dal piede di pace al piede di guerra, portandolo in poche settimane, sufficientemente istruito e provvisto, sulle prime linee d’operazione, quella lode, diciamo, non gli potrà esser concessa, nè per il modo con cui provvide all’armamento della flotta, nè per l’indugio che frappose all’ordinamento dei Volontari.
E lasciando a cui ne spetti il doloroso assunto di parlare dell’armata, ecco quale fu la condotta del Governo verso i Volontari.
Nell’opera ufficiale laCampagna del 1866 in Italia, si legge: «L’idea della formazione dei Corpi volontari si presentò al Ministero sino dai primi indizi di guerra come questione risolta di sua natura. Se non che le considerazioni che lo avevano trattenuto da qualunque misura d’armamento manifesto, gli impedivano di porre per tempo mano a qualsiasi provvedimento di tale fatta, che avrebbe potuto essere segno di guerra decisa.[311]»
Queste ultime considerazioni se giustificano, fino a un certo punto, il ritardo della chiamata pubblica dei Volontari (e anche questa poteva essere anticipata di parecchi giorni), non ci pare abbiano lo stesso valore per iscusare il troppo lungo indugio frapposto alla loro formazione ed ordinamento. Appunto perchè la istituzione de’ Corpi volontari era «già questione risolta di sua natura;» appunto per ciò importava che ne fossero da tempo apparecchiati i quadri, il vestiario e l’armamento. Nè contro siffatte provvisioni preparatorie poteva stare la ragione della prudenza politica accampata giustamente contro gli arruolamenti. Questi erano per necessità pubblici; quelli potevano anche essere segreti, o almeno larvati e dissimulati in guisa da togliere ogni appicco legittimo alle rimostranze diplomatiche, e da poter essere poi in ogni evento, senza grande compromissione, o negati, o attenuati, o disdetti. Come si preparavano negli arsenali armi e vesti per trecentomila soldati, nulla vietava se ne preparassero alcune migliaia di più per i Volontari, che già si sapeva di non poter rifiutare; come i Comitati di Stato Maggiore lavoravano pubblicamente da circa due mesi alla mobilitazione dell’esercito, nulla avrebbe impedito di affidare a Comitati segreti di ufficiali superiori garibaldini la composizione ed epurazione dei quadri, opera fra tutte ardua, lenta ed importante. Nè soltanto circa al tempo si sbagliò; ma altresì circa al numero della milizia cui si doveva provvedere; anzi il primo errore derivò manifestamente dal secondo. Il Ministero, lo confessò egli stesso, non aveva calcolato che su quattordici o al più quindicimila Volontari.[312]Ma davvero non si saintendere su quale criterio questo calcolo fosse basato. Nel 1860 Garibaldi tra utili ed inutili rassegnò circa quarantamila Volontari, ond’era ragionevolmente presumibile ch’egli ne avrebbe contati altrettanti nel 1866; più anzi se si tenga conto che la sanzione reale, dando all’istituzione dei Volontari un carattere prettamente monarchico e governativo, avrebbe spinto sotto le insegne garibaldine molti che nel 1860 per ritrosia o diffidenza politica ne avevano rifuggito, e che infine la guerra all’Austria era la guerra più popolare di tutte; la guerra nazionale per eccellenza.
Ma per credere ai quarantamila Volontari, per apparecchiarne in tempo opportuno l’agguerrimento, per adoperarli con fiducia e con profitto, occorreva una fede che al generale La Marmora era disgraziatamente sempre mancata. L’uomo che in Parlamento aveva dichiarato d’aver per la sola parolarivoluzioneun’antipatia invincibile, non poteva essere un amico sincero e cordiale di quella milizia e di quel Capitano che a’ suoi occhi rappresentavano l’incarnazione armata dell’esecrata parola. Tutto ciò che sapeva di popolare, di improvvisato, di exlege, gli era istintivamente sospetto. Però i Volontari egli poteva subirli come fece nel 1859, ma non amarli; reputarli in qualche caso non inutili, non mai necessari. Nei suoiRicordirammenta con certa compiacenza d’aver proposto egli ilmezzo terminediCacciatori delle Alpi; ma quelmezzo termineera la estrema concessione a cui gli fosse dato arrivare: il di più lo poteva concedere, molto a malincuore, alla opinione pubblica, al pregiudizio popolare, alla opportunità politica, non mai alla sua coscienza. A’ suoi occhi un corpo grosso di Volontari era militarmente un imbarazzo e politicamente un pericolo. E tanto più in quell’anno 1866,in cui colla guerra veniva a coincidere la partenza de’ Francesi da Roma! Perocchè, domanda a’ lettori uno de’ suoi più devoti biografi: che cosa poteva accadere se Garibaldi alla testa di quaranta o cinquantamila Volontari rifiutava di deporre le armi fino a che i Francesi avessero sgombrato, o fosse marciato direttamente su Roma? «L’Imperatore non aveva mancato di mostrarsi inquieto di questa eventualità e per quanto il Ministro a Parigi avesse tentato di rassicurarlo, questi non si lusingava di esservi riuscito.[313]»
Date pertanto queste idee, che dal punto di vista strettamente monarchico e conservatore in cui il La Marmora si poneva erano logiche, le conseguenze furono immancabili ed immediate. I presunti quindicimila Volontari diventarono in meno d’una settimana trentamila, talchè non bastando più i due depositi di Como e di Bari a capirli, non che ad acquartierarli, fu mestieri sospenderne per alquanti giorni gli arruolamenti, stabilire in fretta e furia altri quattro depositi: Varese, Gallarate, Barletta, Bergamo; portare i battaglioni da venti a quaranta, raddoppiare e triplicare di conserva i mezzi d’armamento e di corredo, i quali, però, nonostante tutto il buon volere dei Reggitori della guerra, restarono sempre, fino alla fine della campagna, e per numero e per qualità inadeguati al bisogno.
E più grave ancora apparve la insufficienza de’ quadri. Le Commissioni di scrutinio non posavano nè dì nè notte; ma strette dall’urgenza, sopraffatte dal lavoro, dovettero ben presto abbandonare ogni proposito di cerna rigorosa, prendendo gli ufficiali come venivano loro alle mani, spesso e malgrado loro fra i meno idonei, e mandandoli poi, a sorte ed a casaccio,a questo o quel reggimento; taluno de’ quali veniva così a sovrabbondare d’inetti ed altri a mancare de’ necessari. E poichè la confusione del centro non poteva a meno d’irradiarsi, moltiplicando, alla periferia, i comandanti di corpo incalzati pur essi dalla fretta, «che l’onestade ad ogni atto dismaga,» obbligati a provvedere al tempo stesso con pochi e spesso inesperti ufficiali all’arruolamento ed all’epurazione, ai quadri ed all’amministrazione, alle distribuzioni ed alle proviande, erano di necessità forzati a trascurare, o almeno a non curare quanto avrebbero dovuto o voluto la istruzione e la disciplina, che erano il supremo e più urgente bisogno di quelle improvvisate milizie.
Tuttavia e malgrado questi difetti, anzi staremmo per dire vizi organici, l’opera preparatoria procedeva senza sosta, e Garibaldi, null’altro potendo, si sforzava d’agevolarla col consiglio e coll’esempio. Pregato a non muoversi da Caprera, pel timore che la sua venuta sul continente potesse accrescere gl’imbarazzi del Governo, aveva subito obbedito; ricevuto l’annunzio della sua nomina, vi aveva risposto pubblicamente con fervide proteste di gratitudine e di devozione al Re ed a’ suoi Ministri;[314]interpellato da amici,da commilitoni, da società politiche sul da farsi, rispondeva a tutti una sola parola; «Guerra e concordia.[315]» Infine quando sulla fine di maggio il colonnello Vecchi si recò a Caprera, incaricato dal Governo di concertare con lui le ultime provvisioni per il comando e l’ordinamento dei Volontari, ed esporgli insieme il piano di guerra stabilito per la imminente campagna, egli pose uno studio singolare nel mostrarsi arrendevole su tutti i punti, riducendo al più stretto necessario le sue domande, e protestandosi contento di qualunque parte gli si volesse assegnare.
Circa ai Volontari approvò quasi senza discutere tutto quanto era stato predisposto; chiedendo soltanto che al corpo fossero aggiunti uno squadrone di guide, un battaglione di Bersaglieri volontari, e, se dovesse operare in Tirolo, alcune batterie da montagna: nominò egli, poichè glie n’era lasciata la facoltà, i Comandanti di corpo, e gli ufficiali dello Stato Maggiore, esprimendo però il desiderio, che non fu poi soddisfatto, di poter accettare nei quadri gli ufficiali che avevano disertato per lui ai giorni d’Aspromonte e che perciò erano stati cassati dai ruoli dell’esercito. Interpellato circa all’Intendenza, rispose: «DatemiAcerbi e del danaro, e basta;» consultato circa al concetto di ordinare i venti reggimenti in quattro divisioni, esternò qualche dubbio, natogli principalmente dal timore che un siffatto ordinamento potesse nuocere alla mobilità e speditezza del corpo; ma rimettendosi anche in questo al giudizio de’ suoi capi. Soggiunse, tuttavia, che qualora la propostagli formazione fosse deliberata, egli proporrebbe per comandanti delle quattro divisioni, Nino Bixio, suo figlio Menotti, Nicola Fabrizi, e, questo solo basterebbe a nobilitare l’uomo, il generale Pallavicini, quel medesimo che l’avea ferito ad Aspromonte. Nè questo gli bastò, chè discorrendo della eventualità di combattere sopra un terreno più vasto, dichiarò che avrebbe tenuto a onore e fortuna singolari l’avere sotto i suoi ordini una divisione dell’esercito regolare, la quale ben pensava che a fianco dei suoi Volontari avrebbe rappresentato la più nobile incarnazione dell’unità della patria.
E tutto ciò, meno gli ufficiali disertori, gli fu prontamente e largamente promesso; ma in qual misura al lungo promettere sia seguito l’attendere lo vedremo in appresso. Quanto poi al disegno generale della guerra, espresse, poichè erane richiesto, il suo parere, lasciando però anche intorno a siffatto argomento chiaramente trasparire che nessuno più di lui era alieno dall’imporre le proprie idee, e che unico suo pensiero in quella guerra era di servire il proprio paese e di combattere. A’ suoi occhi il concetto sul quale lo Stato Maggiore generale italiano pareva essersi già fermato, di agire sul Po allo scopo di girare il quadrilatero, distraendo l’attenzione del nemico con alcune dimostrazioni sul Mincio, era buono in massima; solamente alla sua felice riuscita credeva indispensabili due condizioni: che sul Po, d’onde doveva partirelo sforzo principale, fosse concentrato il grosso dell’esercito e che alla dimostrazione sul Mincio fossero assegnate poche divisioni, le quali più che a combattere dovessero pensare a muoversi e manovrare. Quanto poi a sè stesso, non negò di mirare ad una impresa più vasta ed arrischiata, meditata a lungo e del cui buon successo sentiva quasi di poter rispondere. «L’intendimento suo (lo diremo colle stesse parole della Storia ufficiale) non era già di tentare una punta della Dalmazia attraverso alle provincie slave del mezzodì verso l’Ungheria e porre piede nell’Istria alle spalle di Pola; ma sbarcare presso Trieste, occupare quella città e manovrare verso nord sul rovescio delle Alpi Giulie e Carniche per impadronirsi dei passi che dal Veneto conducono nelle valli della Sava e della Drava.[316]»
Se non che avendo il colonnello Vecchi fatto considerare a Garibaldi che il Governo italiano nonavrebbe potuto impegnarsi in quel progetto «se non a guerra cominciata, quando la situazione politica e militare si fosse rettamente disegnata,» (quando cioè l’esercito italiano fosse riuscito a postarsi gagliardamente nel Veneto, e la Confederazione Germanica, che la Prussia aveva interesse a non disgustare, avesse chiarito meglio i suoi propositi circa Trieste e l’Istria), il Generale si persuase subito della gravità di queste ragioni (specie della prima, che era la sola valida), e diede al suo interlocutore questa testuale risposta, che basta di per sè sola a qualificare i sentimenti con cui egli s’accingeva a quell’impresa: «Certamente ho anch’io, come gli altri, il mio piano di campagna. Espongo le mie idee, se sono consultato, e naturalmente ho piacere di vederle messe in opera; ma non farò mai difficoltà ad eseguire i comandi del capo supremo dell’armata.[317]»
Siccome però il colonnello Vecchi aveva pure dovuto soggiungergli che, nel primo periodo della guerra, il Governo l’aveva destinato ad operare in Tirolo, donde soltanto nel momento in cui la spedizione transadriatica fosse matura avrebbe potuto essere richiamato, il Generale accettò tosto l’offertagli impresa e volgendosi senz’altro a studiare i mezzi che potessero agevolargliene la riuscita, «richiamava fin d’allora l’attenzione sulla necessità di provvedere alla difesa del Lago di Garda, consigliando di armare batterie potenti, anche fino a venti o trenta pezzi, su zattere da rimorchiarsi col mezzo di vapori o di canotti a remi, assicurando aver egli stesso impiegato un tale espediente con successo nel Plata. Consigliava pure, e vivamente raccomandava, che si riunissero sullerive del Garda molte imbarcazioni, quand’anche si fosse dovuto trasportarle colla ferrovia da punti lontani, e ciò per transitare attraverso il Lago grosse forze, e prendere piede sulla sponda sinistra, nello scopo di facilitare il passaggio del Mincio all’esercito e di assicurare il possesso di quella regione collinosa, che forma il punto più debole del Quadrilatero.»
E soggiunge il dotto ufficiale, da cui abbiamo tolto a bello studio queste parole: «e a nessuno sfuggì la saggezza di tale consiglio; ma la mancanza di tempo, la ressa, e tant’altre cagioni note e malnote impedirono di effettuarlo, sicchè (notevoli parole) mentre l’Austria signoreggiava il Lago di Garda colle fortificazioni di Peschiera e di Riva, ed una flottiglia di sei cannoniere e di due vapori a ruote, armate le prime di due pezzi ciascuna ed i secondi di sei pezzi, noi non avevamo sul Lago che cinque cannoniere male in arnese, armate ciascuna di tre pezzi; una sola di esse in buono stato, le altre inabili al movimento.[318]»
Nè con questo vogliamo dire che seguendo quei concetti le fortune del 1866 sarebbero state diverse; pur troppo gli spropositi commessi e i difetti apparsi nella preparazione e nella condotta di quella guerra furono tali che non si sa più quale disegno, per eccellente che fosse, avrebbe potuto dar la vittoria; a noi basti dire che le idee colle quali si combattè nel 1866 non furon quelle di Garibaldi, che nessuno de’ suoi consigli fu ascoltato, e nessuna delle sue proposte accolta e messa in atto.
La campagna del 1866 fu in realtà la negazione di ogni concetto. Fra la dimostrazione sul Mincio e l’irruzione dal Po, fu scelto un mezzo termine cheaveva i difetti di entrambi i sistemi, senza alcuno de’ vantaggi che la scelta risoluta e l’attuazione compiuta d’un solo avrebbe portati seco. Le parti furono invertite: l’accessorio divenne il principale, e il principale l’accessorio; il passaggio del Po fu subordinato alla dimostrazione sul Mincio, la quale poi si mutò in un’irruzione; ma perchè anche la irruzione non era stata nè seriamente pensata, nè risolutamente voluta, nè convenientemente predisposta, si tramutò a sua volta in un’azione, anzi in una sequenza d’azioni imprevedute, estemporanee, sconnesse, che avrebbero reso difficile la vittoria anche ad un esercito più prode e più numeroso di quello che fu mandato a dar di cozzo ciecamente contro i colli di Sommacampagna e di Custoza, la mattina del 24 giugno. Che se a questo fondamentale errore si aggiunga la funesta dualità del comando e la discordia dei capi, con tutto il corteo degli equivoci, dei malintesi, dei puntigli, dei ripicchi che ne furono il naturale portato, si spiegherà ancora più facilmente, senza bisogno di acute disquisizioni strategiche, come una campagna che pareva vinta prima che intrapresa, cominciata con tanta superiorità di forze, e ardore di milizie, ed entusiasmo di popoli, esordisse da una sconfitta, indarno palliata col barbarico eufemismo d’insuccesso, e dopo una ritirata precipitosa senza ragione, e un lungo ozio senza scusa, finisse in una passeggiata militare senza gloria e in una conquista senza merito.
Il 10 giugno, il generale Garibaldi, chiamato finalmente dal Ministero, s’imbarcava a Caprera sulPiemonte(quello stesso auguroso piroscafo della spedizionedi Marsala), e da Genova correva diritto in Lombardia a passarvi la prima rivista de’ suoi Volontari. L’11 era a Como; il 12 a Monza, ove si ordinavano le guide, indi a Varese e Gallarate; il 13 a Lecco; il 17 a Bergamo, dove s’era stabilito il deposito del primo battaglione Bersaglieri; e con quale entusiasmo d’amore l’accogliessero quei giovani che vedevano in lui la gemina personificazione della patria e della vittoria, lo si immaginerà di leggieri. I Volontari erano ancora nello scompiglio della prima formazione. I quadri erano tuttora incompiuti, scarseggiavano il vestiario e le buffetterie, un battaglione aveva le camice rosse e non i berretti, un altro le uose e non i calzoni: a tutti poi mancavano le armi; pure Garibaldi, anzichè crucciarsene, si compiaceva di quel disordine e vedendosi sfilar davanti quel carnevale bizzarro e pittoresco di tinte e di foggie che ormai era la veste abituale e caratteristica del garibaldino, esclamava gioiendo: «Non erano diversi iMille.» A tutti però raccomandava la disciplina, l’esercizio al bersaglio, la scherma della baionetta; a tutti lasciava di quelle sue parole colle quali era solito da tant’anni a trascinarsi dietro la gioventù italiana; e a trasformare anche i più fiacchi e restii in anime d’eroi, pronti ad ogni cimento e ad ogni sacrificio.[319]
Ma oramai, come egli stesso diceva, l’ora delle parole era passata e suonava quella de’ fatti. Il 19, cessate in Germania le incertezze che fino allora avevano tenuto in sospeso anche l’Italia, la guerra era deliberata: il generale La Marmora lasciava il Ministero per recarsi ad assumere il comando dell’esercito: le dieci divisioni del Mincio e le sette del Po si avvicinavano alle sponde de’ due fiumi apparecchiandosi al passaggio; e il generale Garibaldi da Brescia, dove aveva già stabilito il suo Quartiere generale, moveva col 1º reggimento (colonnello Corte), col 2º (colonnello Spinazzi) e col 1º battaglione de’ Bersaglieri (maggiore Castellini), i soli armati fin allora, moveva, dico, alla volta di Salò; allineandosi così all’estrema sinistra dell’esercito e prendendo in sua custodia i valichi della Valsabbia e della sinistra del Garda, primo passo alle operazioni in Tirolo. Ed anche Salò non era che una tappa. Esplorate egli stesso nella giornata del 21 giugno le posizioni intorno al Caffaro,[320]appena è raggiunto dal secondo reggimentoripiglia la sua marcia avanti; sicchè tra il 23 e il 24 viene a trovarsi con tutte le milizie di cui poteva pel momento disporre nei dintorni del Lago d’Idro, tra Hano, Vestone e Rocca d’Anfo, e all’indomani, nel giorno stesso di Custoza, spingere le sue teste di colonna al Ponte del Caffaro e a Monte Suello, prime chiavi di quel confine che era impaziente di varcare.
Se non che nella sera stessa giungeva al Quartier generale di Salò, dove Garibaldi dimorava ancora, l’inaspettato annunzio dell’infelice giornata combattuta tra il Mincio e l’Adige, e nel mattino vegnente l’ordine di proteggere Brescia, anzi per dir la frase usata dal Quartier generale del Re, «di proteggere l’eroica Brescia.» E l’annunzio e l’ordine erano per il nostro Capitano due volte dolorosi: poichè alla trafitta ch’egli pure al pari d’ogni altro cittadino dovette sentire per quel primo infelice esperimento delle armi italiane, si associava nell’animo suo il rammarico di dovere abbandonare quelle due posizioni di Monte Suello e del Caffaro; la prima fortunatamente occupata senza colpo ferire, l’altra valorosamente difesa in quella stessa mattina del 25 contro un furioso assalto di nemici;[321]e perdute le quali non si sapeva quanto sangue sarebbe occorso a riconquistarle. Tuttavia non v’era luogo ad esitare, e Garibaldi s’apprestò ad eseguire l’ordine coll’usata sua energia e rapidità. Richiama in gran fretta le truppe accampate intorno ai confini, e le fa scendere a marcia forzata lungo la riviera del Lago; fa avanzare da Bresciaa Lonato il 3º reggimento (colonnello Bruzzesi), che vi era appena giunto e appena vi aveva preso le armi; chiama contemporaneamente da Bergamo, per ferrovia, il 4º (colonnello Cadolini), di cui già aveva spedito il primo battaglione a custodia della Valcamonica minacciata da un’incursione austriaca, corre egli stesso nella sera del 25 a Lonato, e scorto a colpo d’occhio il partito che si poteva trarre da quella cerchia di contrafforti che girano dall’estrema punta occidentale del Garda ai poggi di Castiglione, scagliona colà tra Padenghe, Lonato e l’Esenta tutte le forze che può avere sottomano e si prepara a disperata battaglia.
L’allarme fortunatamente fu vano. Il Generalissimo austriaco non aveva alcuna intenzione di rischiare in conflitti spicciolati la facile gloria del 24; e, da qualche scorribanda d’esploratori in fuori, si tenne serrato nel suo Quadrilatero, intento assai più a spiare le mosse del Cialdini che sperava avrebbe passato il Po e si sarebbe ingolfato nel dedalo d’acque del Polesine. Ma indarno: l’esercito del Mincio era già in ritirata sull’Oglio, disposto, pareva, a continuarla fino a Cremona; l’esercito del Po, per naturale conseguenza, contromarciava a sua volta per prendere posizione tra Bologna e Modena, e coprire Firenze; talchè tra il 27 e il 30 giugno non restarono più difaccia agli Austriaci che dieci o undicimila Volontari; più alcuni squadroni dell’esercito regolare volteggianti tra il Chiese e il Mincio, e, non si deve dimenticarlo, i petti dei Bresciani, risoluti, se lo straniero avanzasse fin sotto le loro mura, a rinnovare le fiere prodezze del 1849.
Al 1º luglio però erano giunti in Lombardia dal mezzogiorno tre dei cinque reggimenti che si organizzavanocolaggiù; e poichè da un lato appariva manifesto che l’Arciduca Alberto non aveva alcuna intenzione di passare il Mincio e dall’altro contro simili scorrerie potevano bastare le nuove Legioni sopraggiunte, Garibaldi, d’accordo col Quartier generale, lascia una parte delle sue forze (terzo, sesto e nono reggimento) a guardia delle sue spalle, e a protezione di Brescia, tra Salò e Lonato; invia il quarto reggimento col primo battaglione Bersaglieri a rinforzare le difese della Valcamonica; e incamminasi egli stesso col primo e secondo reggimento e il 2º battaglione Bersaglieri (maggiore Mosto) verso il confine trentino per ripigliarvi le posizioni che Custoza, con tanto suo cruccio, l’aveva costretto ad abbandonare.
Ma anche il nemico non era stato inerte. Nel giorno stesso in cui Garibaldi si preparava a risalire la Valsabbia, l’Arciduca Alberto pensava ad un movimento generale di tutto l’esercito imperiale, talchè il dì appresso, 1º luglio, mentre i tre corpi del Quadrilatero passavano il Mincio sui quattro ponti di Peschiera, di Monzambano, di Borghetto e di Goito, il generale Kuhn, comandante il corpo austriaco di operazione in Tirolo, spingeva innanzi le teste delle sue colonne al di qua dello Stelvio, del Tonale e del Caffaro, preparandosi a riprendere l’offensiva ed a capitanare egli stesso col grosso delle sue forze una punta in Valcamonica.
E in quale posizione sarebbero venute a trovarsi le milizie garibaldine non è chi non veda. Se l’esercito imperiale del Mincio avanzava ancora d’una tappa; se le colonne del generale Kuhn compivanola loro mossa, Garibaldi sarebbe stato o prima o poi inevitabilmente schiacciato.
Fortunatamente l’Arciduca Alberto s’arrestò. In quel 1º di luglio pareva che tutti i campi fossero stati colti dalla febbre del movimento; e in quello stesso giorno anche il generale La Marmora, che comandava ancora la sinistra dell’esercito italiano, ordinava all’intero corpo del generale Della Rocca di ripassare l’Oglio ed il basso Chiese e di spingere una ricognizione, senza però impegnar alcun combattimento, fino al Mincio. Questa mossa, che nella mente del generale La Marmora doveva ridursi ad un semplice esercizio di gambe, anzi per usare la celebre frase, ad una mostra «tanto per far qualcosa;» questa mossa salvò Garibaldi. L’Arciduca Alberto, infatti, il quale a sua volta aveva varcato il Mincio senza scopo ben determinato e soltanto per muover campo e foraggiare alquanto sul territorio lombardo, veduta da un lato quella avanzata dell’esercito italiano sul Mincio, e dall’altro avuto sentore del riavvicinarsi di Cialdini alle sponde del Po, insospettito, non senza ragione, d’un ritorno offensivo che poteva coglierlo nel fianco e scalzarlo dalla sua base, deliberò subitamente di ritornar sui suoi passi, non solo riconducendo nei suoi alloggiamenti sulla sinistra del Mincio l’esercito del Quadrilatero, ma ordinando a Kuhn di fare altrettanto sulle Alpi, ripassando cioè il già varcato confine e riprendendovi le sue prime posizioni difensive.[322]
Il generale Kuhn tuttavia, pur obbedendo agli ordini del suo Generalissimo e cominciando nel pomeriggio del 2 il suo movimento retrogrado, lasciò a guardia dello Stelvio a Sponda Lunga, del Tonale a Ponte di Legno, e del Caffaro a Bagolino e Monte Suello forti retroguardie che dovevano non solo proteggere la sua ritirata, ma disputare, se il destro si porgeva, con energici contrassalti il terreno e impedire l’avanzare degli assalitori.
E nacquero da ciò i combattimenti del 3 e 4 luglio di Monte Suello e Vezza, che stiamo per raccontare brevemente.
Infatti nel pomeriggio del 2 luglio, intanto che la Brigata Corte, 1º e 3º reggimento, marciava alla volta del Caffaro, due colonne austriache, di cui ancora non era dato misurare la forza, scendevano in senso contrario, l’una da Moerno per Hano su Treviso, l’altra da Bagolino per Presegno su Lavenone, rendendo così inevitabile per l’indomani uno scontro. Nè il colonnello Corte pensò a fuggirlo; anzi rinforzate le sue avanguardie che già erano giunte a Ponte d’Idro, e mandate quattro compagnie col maggiore Salomone a girare per le pendici del Monte Berga le alture di Bagolino, si preparava cautamente al conflitto, quando Garibaldi, giunto nel frattempo a Rocca d’Anfo, venne a precipitarlo.
Siccome le due colonne nemiche s’erano ripiegate l’una a Moerno e l’altra a Monte Suello, Garibaldi deliberò di non lasciar loro alcuna tregua, e inviatealtre due compagnie di Bersaglieri da Rocca d’Anfo, guidate dai capitani Evangelisti e Bezzi, ad aggirare per la destra Monte Suello, senza nemmeno attendere che l’aggiramento fosse compiuto, ordinò al colonnello Corte di assalire di fronte la postura nemica e di espugnarla. Nè si può dire che ai Garibaldini scarseggiassero le forze; il colonnello Corte, non ostante i molti distaccamenti, aveva sempre sotto mano diciassette compagnie e una batteria da campagna; ma la postura nemica era gagliardissima; il Suello sbarra quasi a picco le due vie di Bagolino e del Caffaro; quattro compagnie diKaiser-Jäger(800 uomini) lo custodivano, altre quattro compagnie di fanti ne guardavano i dintorni, e snidarli di lassù a punta di baionetta era difficile impresa. Ma Garibaldi, impaziente quel giorno e nervoso fuor dell’usato, non volle persuadersene, e se ne ebbe a pentire ben presto. Ordinato l’assalto, i Volontari si slanciarono animosi; impotenti a rispondere coi loro sfocati ferravecchi alle eccellenti carabine dei Tirolesi, non indietreggian per questo, e non ostante la grandine di fuoco che li fulmina e li dirada, avanzano, avanzano sempre e costringono ad ogni carica il nemico a cedere il passo, a risalire ancora più in alto per cercare una nuova trincea sulle vette del monte. Ma a tal punto anche le ultime forze degli assalitori vengono meno. Indarno Bruzzesi e Corte rianimano colla voce e coll’esempio la lena affranta dei loro valorosi; indarno gli ufficiali prodigano al fuoco le vite fiorenti; e Bottino muore, Vianello muore, Trasselli e Piazzi e Carlo Mayer e tant’altri cadono feriti sull’erta sanguinosa; indarno lo stesso Garibaldi urla, rampogna, tempesta; ferito egli stesso al sommo della coscia, è costretto a riconoscere la necessità della ritirata. Ritirata peròcompiuta col massimo ordine, colla faccia al nemico, e che avrebbe dovuto levargli dal capo ogni velleità d’inseguimento. Egli invece, illuso da quel movimento retrogrado, pensa scendere sulla strada del Caffaro, e, formandosi in colonna, passare a sua volta dalla difesa all’offesa. Fu il suo passo falso: chè sfolgorato di fianco dai quattro pezzi posti in batteria sui poggi di Sant’Antonio e ributtato di fronte dalle compagnie del terzo reggimento, fu costretto a riparare di nuovo, sanguinolento, dietro le roccie del Monte Suello, seminando il terreno di molti de’ suoi morti o feriti.
La sera intanto era calata; i due campi stavan di fronte incapaci, sì l’uno che l’altro, di dare un passo avanti, quando le quattro compagnie del Salomone, mandate sin dal mattino a circuire la sinistra nemica, essendo apparse sulla cima del Berga, gli Austriaci temendo, a ragione, di vedersi all’indomani chiusa ogni via, abbandonarono nella notte stessa la forte posizione e raggiunsero su per le Giudicarie il loro Corpo principale.[323]
Ma se il combattimento di Suello non fu per le armi garibaldine che uno scacco passeggiero, lo scontro di Vezza fu una vera sconfitta. Nel pomeriggio del 3 luglio i sei battaglioni confidati al colonnello Cadolini per la difesa della Valcamonica erano così distribuiti: il 1º battaglione Bersaglieri (maggiore Castellini), un battaglione del 5º reggimento (maggiore Caldesi) e due compagnie del 44º di Guardia mobile a Vezza sopra Edolo, a pochi chilometri dal Tonale;tre battaglioni del 5º reggimento, sotto gli ordini diretti dello stesso Cadolini, a Campolaro di fronte al passo di Croce Domini, sulla via che congiunge la Valcamonica alla Valtrompia.
Ora la retroguardia austriaca rimasta di guardia al Tonale saputa la scarsa forza che le stava di fronte, obbedendo essa pure all’ordine di proteggere il concentramento generale della difesa del Tirolo con opportuni ritorni offensivi, deliberò di assaltare in Vezza l’accampamento garibaldino non tanto per aprirsi un varco a imprese maggiori, quanto per dare una scossa (frase prediletta del generale Kuhn) al suo nemico e togliergli la volontà di avanzar troppo sollecito. La mattina del 4 perciò una colonna di milledugento imperiali, scortati da due pezzi d’artiglieria, piomba su Vezza, e giovata dalla posizione infelicemente scelta dai difensori, dall’assenza del comandante in capo, dal dissenso dei due ufficiali che ne tenevano le veci[324]e infine dalla cieca avventatezza del maggiore Castellini, che a petto scoperto si precipitò sull’inimico; posti fuori di combattimento in men di tre ore, tra morti (14) e feriti (66) ben ottanta gregari, morto lo stesso Castellini che sconta eroicamente il temerario ardimento, morti il capitano Frigerio e iltenente Prada, costringe il rimanente, malgrado sforzi disperati di valore, a ripiegare su Edolo, per tornarsene poi nella sera medesima a Ponte di Legno assai malconcia essa pure, ma paga del piccolo e forse insperato trionfo.
E con questo ultimo scontro, il periodo dei combattimenti difensivi delle milizie garibaldine in Lombardia era chiuso per sempre. Il 5 luglio Garibaldi portava il suo Quartier generale da Rocca d’Anfo a Bagolino, e da quel giorno la campagna del Tirolo potè dirsi veramente cominciata. Prima però di narrarne le vicende ci conviene esaminare brevemente in quali condizioni Garibaldi la intraprendeva.
Nella seconda settimana di luglio disseminati da Brescia a Lodrone e da Salò ad Edolo ubbidivano a Garibaldi quaranta battaglioni di fanteria; due battaglioni di Bersaglieri riuniti in dieci reggimenti e cinque brigate; tre batterie di artiglieria da campagna ed una da montagna; due squadroni di guide a cavallo; quattro compagnie di Zappatori, i quali sommati ai relativi corpi del treno, dell’intendenza, dell’ambulanza,[325]componevano un totale di trentottomila uomini, ventiquattro cannoni, dugento cavalli; noncontati due piroscafi, dei quali uno solo poteva navigare, e sei barche cannoniere prive fino al 6 luglio di cannoni e d’artiglieri, e ai quali era commesso non già di fare, ma di simulare la difesa del Lago di Garda.
Ora nessuno negherà che una simile forza stimata alla sola stregua del numero e paragonata a quella del nemico non potesse dirsi soverchiante e quasi strapotente; soltanto a fare una forza non basta una massa, e il valore d’un numero non è determinato dal solo esponente. Che cos’erano in realtà quei trentottomila uomini? Come armati, come vestiti, come ordinati, come agguerriti? come comandati? Chi sa come sono nati i Volontari ha già sulle labbra la risposta.
Per armi, i macchinosi schioppettoni d’ordinanza del 1866, inferiori anche al fucile ordinario austriaco, pressochè inservibili nella guerra alpestre, se già non poteva dirsi altrettanto in ogni sorta di guerra; incapaci poi di gareggiare nè da vicino, nè da lontano colle celebrate armi di precisione del nemico contro il quale perciò ogni garibaldino veniva a trovarsi in una necessaria e quasi organica inferiorità: quella stessa inferiorità a cui lamentò d’aver soggiaciuto l’austriaco contro il fucile ad ago del suo nemico di Sadowa.
E pari all’armi veniva la perizia di chi doveva trattarle. Nè per colpa loro. Soldati improvvisati, sbalzati dopo un mese di caserma e una settimana di piazza d’armi, al campo; ignari moltissimi del come si caricasse uno schioppo; ignari parecchi di quel che uno schioppo si fosse; armati la più parte per via, spesso alla vigilia d’andare al fuoco; non esercitati al bersaglio, non addestrati alle marcie, nuovi affatto alla montagna, quei trentottomila uomini non rappresentavano una forza militare proporzionata al loro numero;essi erano tutt’al più un gran campo di reclute; il rudimento d’un mirabile esercito, atto a crescere e perfezionarsi più rapidamente di qualsivoglia altro, ma che fino al termine del suo tirocinio restava pur sempre fra le mani del suo Capitano uno strumento imperfetto, una lama mal temprata che egli era obbligato a trattare tanto più riguardosamente, quanto più delicata e gentile era la materia onde si componeva.
E non si discorra degli ufficiali. Il modo usato nella loro scelta dà la norma della qualità loro. Scarsi di numero, lo erano ancora più di capacità. Non mancavano i buoni e nemmeno gli ottimi; ma la valanga dei mediocri, non senza mistura di pessimi, li soffocava. Sentivasi soprattutto (fatte qui pure le debite eccezioni) il difetto di ufficiali generali e superiori; più benemeriti la maggior parte per servigi resi alla patria che ragguardevoli per gesta militari. Come nei gregari così ne’ comandanti sovrabbondava il valore, scarseggiavano l’arte e l’esperienza. Molti non avevano mai tenuto un comando effettivo di truppe in campagna, e la stagion campale più lunga che avesser veduta era quella di Sicilia del 1860. Non si parli poi della guerra di montagna; era per essi un mondo nuovo; un continuo viaggio d’esplorazione in terra incognita, in mezzo alla quale avanzavan brancolando, interamente persi e disorientati. Nessuno, o, per non esagerare, ben pochi coloro che sapessero come coprirsi nelle marcie, guardarsi negli accampamenti, piantar un avamposto, misurare approssimativamente una distanza, leggere con certa sicurezza una carta. Anche ai migliori falliva in sulle prime il senso dell’insolito terreno sul quale eran chiamati a guerreggiare, e soltanto più tardi, dopo alcune settimane di lezioni, spesso dolorose, cominciavano ad acquistarlo.«Fate l’aquila,» diceva loro Garibaldi; ma quando principiarono a impararlo la guerra finì.
E non eran queste sole le cagioni che scemavano il valore di quelle milizie in cui pure grandeggiavano tante nobili virtù; un’altra ve n’era, forse la più grave di tutte: la infelicissima composizione dei reggimenti, interamente disadatta alla guerra che dovevano combattere. Anche qui l’imprevidenza aveva cagionato la precipitazione e la precipitazione il disordine. A Garibaldi occorreva una formazione svelta, leggiera, elastica, atta alle marcie, ai volteggiamenti, alle sorprese della montagna; gli fu consegnata invece una compagine abborracciata di corpi mastodontei, taluno de’ quali toccava, tal altro superava i quattromila uomini, difficili a maneggiarsi in rasa campagna, ma che tra i picchi delle Retiche, in quella guerra quasi aerea di falchi e di camosci, diventavano per chi doveva comandarli un problema ed un impaccio incessante; una cagione quotidiana di quella lentezza, di quei ritardi, di quei contrattempi che, nei monti principalmente, o costano la sconfitta o fanno pagar più sanguinosa la vittoria.
E a rendere più evidente quanto siamo venuti sin qui discorrendo, si volga uno sguardo al teatro nel quale Garibaldi era stato obbligato ad agire. A’ suoi occhi l’impresa del Tirolo non poteva esser condotta con rapidità e sicurezza, se non da chi avesse saputo a tempo assicurarsi la signoria del Garda. Però il consiglio da lui dato fin dal 10 maggio a Caprera di stabilirvi senza indugio una flottiglia di combattimento e di trasporto capace non solo di tener spazzato il Lago dalle navi nemiche, ma altresì, e più ancora, di tragittare sulla riva veneta quante forze fossero stimate espedienti così a penetrare nel Trentinoper la valle del Sarca, come a dar la mano all’esercito italiano che vinta la linea del Mincio si fosse incamminato verso l’alto Adige.
E in entrambi questi casi, sia che il buon consiglio fosse stato seguito, sia che l’eventualità fortunata si fosse verificata, i quarantamila Volontari non sarebbero stati più di troppo. Libero di spiegarli e di muoverli per le tre grandi vie dell’Oglio, del Chiese e dell’Adige, collegate tra di loro dalle squadriglie del Garda, Garibaldi avrebbe potuto trarre dal suo esercito numeroso tutto il frutto di cui era capace e marciare più rapidamente alla vittoria. Invece quel che accadde è noto. Il Garda abbandonato alla difesa di quattro o cinque squallide carcasse su le quali doveva essere gran mercè, non di cacciare, ma di fuggire alla caccia del nemico, fu in realtà e per tutta la durata della campagna un lago austriaco; dal Mincio, anzichè l’annuncio della vittoria, suonò il grido spaventato «d’un disastro irreparabile;» e per l’effetto combinato di quell’imprevidenza e di questa sventura, ogni possibilità di operare per la sponda orientale del Garda e per le due rive dell’Adige venne a fallir per sempre.
Allora naturalmente non restò a Garibaldi che un partito:[326]tentare l’irruzione di fronte e prendere lastrada più diretta e vicina, invadere il Tirolo per le valli del Chiese e di Ledro, e girati secondo i casi, o sforzati i forti che le sbarrano, salir in tre colonne per le Giudicarie la convalle di Conzei e la valle del Sarca nella direzione di Trento, sotto la quale avrebbe potuto dare una battaglia finale e decisiva con tutte le sue forze collegate.
Però chi abbia percorso una volta sola quelle Alpi, od anche volga soltanto un’occhiata rapida alla loro Carta, comprenderà di leggieri che penetrare con quarantamila uomini nelle anguste gole di quelle vallate era quanto voler penetrar di colpo colla folla di Serse nella bocca delle Termopili.
Nel primo istante, fino a che l’imbocco delle valli non fosse superato e gli invasori non avessero guadagnato tanto terreno da potervisi distendere e manovrare, l’avanzare per essi non poteva essere che assai lento e penoso, e piuttosto un tentar a destra e a manca mille sentieri e mille varchi, che un vero avanzare. Naturalmente in quelle strette non ci potevano capire che le teste di colonna; epperò si può affermare con tutta asseveranza che soltanto nel giorno in cui da un lato ebbe posato saldamente il piedeall’imbocco delle Giudicarie e dall’altro colla presa d’Ampola afferrata la chiave della valle di Ledro; soltanto cioè tra il 17 e il 18 luglio, Garibaldi potè spiegare in linea tutte le sue forze e adoperarle utilmente.
Ma se Garibaldi era assai men forte di quello che appariva, il suo avversario non era tanto debole quanto egli stesso voleva far credere. Il generale Kuhn non poteva disporre, è vero, che di diciassettemila uomini, trentadue cannoni e duecento cavalli; ma chi consideri come quei diciassettemila uomini erano comandati, istruiti ed armati, e quale rinforzo trovavano nel terreno stesso che dovevano proteggere, nell’indole stessa della guerra difensiva che dovevano combattere, vedrà la pretesa superiorità delle forze italiane scemare d’assai, e la partita de’ due contendenti, per un reciproco compenso di vantaggi e svantaggi, quasi pareggiarsi.
Composti in gran parte di quei Cacciatori imperiali che l’Austria leva dal seno stesso del Tirolo, e i quali contendono agli Svizzeri la fama di migliori tiratori d’Europa; formati abilmente in quattro mezze brigate leggiere, di cui l’unità tattica predominante era la compagnia; spalleggiati e collegati tra di loro da due grosse brigate di riserva; armati di quei loroStutzendi precisione, che tra gli alpigiani tirolesi sono quasi un’arma tradizionale e domestica; protetti oltre che dai baluardi naturali del suolo, che è di per sè solo un grande campo trincerato, da un sistema di forti asserraglianti le principali arterie del paese (Lardaro nelle Giudicarie, Ampola e Ponal in Val di Ledro, Riva in quella della Sarca, Buco di Vela e Doblino presso Trento), quei diciassettemila combattenti potevano dirsi nel fatto raddoppiati e fino a che non li avesse raggiunti sulle loro rupi la baionetta garibaldinatenersi pressochè invincibili. Nè ciò basta ancora: li comandava uno de’ più abili uomini di guerra dell’Austria; quel generale Kuhn, che passa oggi ancora per uno de’ più dotti maestri della guerra di montagna,[327]il quale, accoppiando alla prodezza ed all’ingegno uno studio lungo e approfondito dello scacchiere che era chiamato a difendere, diventava anche per Garibaldi un avversario veramente temibile; il solo, forse, fra tanti che n’aveva scontrati in trent’anni di guerra, il solo degno di lui.
E tuttavia la sorte preparava al Generale austriaco un altro immenso, inestimabile vantaggio: Garibaldi era ferito! Conviene aver veduto Garibaldi in campagna, conoscere il suo modo di guerreggiare, ricordarsi quale partito egli sapesse trarre dalla sua prediletta abitudine di salire ogni mattina il punto più culminante e sovente più avanzato della sua linea per esplorare le mosse e le posizioni nemiche, per comprendere tutto il valore di quella parola. La ferita era più molesta che grave; ma dapprima configgendolo in letto, poscia, durante la convalescenza, vietandogli l’uso del cavallo e non permettendogli altro modo di locomozione che la carrozza, si risolveva difatto per quell’uomo e quel Capitano in una vera e grossa infermità che lo paralizzava in uno de’ punti più vitali della sua energia.
Ridotto a far la guerra, come suol dirsi, a tavolino, ed a fidarsi alle relazioni de’ suoi luogotenenti, che non sempre erano i più fedeli ed abili interpreti del suo pensiero; posto nell’impossibilità di essere egli il primo esploratore o la prima vedetta delproprio esercito, che tutto vede co’ suoi occhi, dirige colla sua voce, ravviva colla sua presenza, il Capitano del 1866 non era più in realtà che un Garibaldi dimezzato, uno spirito prigioniero del proprio corpo, privo degli strumenti principali del suo genio: il moto e la vista.
Certo, che anche ferito e chiuso fra quattro pareti, l’occhio più vigile del suo campo era sempre lui. Quel che Garibaldi vedeva, concepiva, divinava anche dal fondo della sua cameruccia di Storo, è inenarrabile e forse incredibile. Col solo aiuto d’una Carta topografica egli passeggiava su per le creste e dentro i valloni del Tirolo meglio di quegli stessi ufficiali che pur v’andavano e ne venivano ogni mattina. Quante volte non lo udimmo noi stessi indicare un sentiero, rilevare una posizione, scoprire una scorciatoia che i suoi migliori luogotenenti non avevano talvolta nemmeno sospettata! Era una meraviglia incessante; e non esitiamo ad affermare che tra tutte le campagne combattute fino allora, quella in cui emerse maggiormente la potenza geniale del nostro Capitano fu quella del Tirolo. Soltanto era, come dicemmo, una potenza i cui effetti non potevano più farsi sentire colla rapidità ed efficacia con cui si fece sentire altra volta ad altri nemici, allorquando Garibaldi, in pieno possesso di tutte le sue membra e di tutte le sue forze, era il primo nelle marcie, il primo alle avanguardie, il primo alle scoperte, l’ultimo alle ritirate, e poteva col sussidio del suo colpo d’occhio maraviglioso confermare le ispirazioni della mente e vegliarne l’applicazione. Però ringrazi il generale Kuhn, il suo bravoKaiser-Jägerdi Monte Suello: quella palla così bene aggiustata nella gamba del suo avversario gli vinse la migliore sua battaglia.
Ed ora vediamo i due campioni alla prova. Il 6 luglio la posizione dei belligeranti era la seguente: Garibaldi col Quartier generale, il 1º reggimento ed il 2º battaglione Bersaglieri a Bagolino, e posti avanzati verso il Monte Brufione; il 3º reggimento al ponte del Caffaro con avamposti a Lodrone; il 2º tra Tremosine e Limone con avamposti verso il Monte Notta sul confine meridionale della Val di Ledro; il 7º e l’8º scaglionati lungo il Garda tra Salò e Gargnano; il 6º e il 9º in marcia da Salò a Vestone; il 5º e il 10º ancora in formazione ai due depositi di Varese e di Barletta; il 4º finalmente col 1º Battaglione bersaglieri e un battaglione di Guardie nazionali tra Edolo e Incudine a custodia della Valcamonica. Nel campo opposto invece il generale Kuhn col suo quartiere e la brigata di riserva Kaim (6921 uomini, 12 cannoni) a Bad Comano; la mezza brigata Metz (950 uomini, 4 cannoni) allo Stelvio, coll’appoggio al forte Gomogoi; la mezza brigata Albertini (1700 uomini, 4 cannoni) al Tonale coll’appoggio al forte Strino; la mezza brigata Höffern (1800 uomini, 4 cannoni) nelle Giudicarie col grosso nei dintorni di Daone; l’avanguardia tra Cimego e Condino, appoggiata al forte Lardaro; la brigata Thour (1500 uomini, 4 cannoni) a Tiarno, al punto d’incidenza della Valle di Conzei in quella di Ledro, appoggiata a destra dal forte d’Ampola, ed a sinistra da quello del Ponal; infine la brigata di riserva Montluisant (3500 uomini, 4 cannoni) scaglionati in seconda linea tra le Arche e Fiavè, postura centrale tra le Giudicarie, Val di Ledro e la Valle del Sarca, e collegata a sua volta all’altra più grossabrigata di riserva Kaim, accantonata, come dicemmo, nei dintorni di Bad Comano, colle spalle ai forti di Buco di Vela e di Doblino, e che veniva a costituire una specie di terza linea o riserva generale in grado di proteggere o rinforzare al bisogno tutte le altre.[328]
Per alcuni giorni i due campi stettero guardandosi senza dare un passo innanzi nè l’uno, nè l’altro. Evidentemente nessuno dei due Generali aveva formato il proprio definitivo disegno, e intanto andavano tasteggiandosi con scorrerie e ricognizioni; l’austriaco per iscoprire da qual parte gli potesse venire l’assalto principale; l’italiano per istudiare in qual punto gli convenisse meglio tentarlo.
Il 7 luglio però avendo il 3º reggimento respinto una ricognizione della mezza brigata Thour che s’era inoltrata a Lodrone, e tre giorni dopo, sotto gli occhi stessi di Garibaldi, ributtato ancora più brillantemente un secondo assalto della stessa brigata inseguendo i fuggenti fino al di là di Darzo; il generale Kuhn ordinò alla brigata Höffern di abbandonare interamente la destra del Chiese e di concentrarsi tra Lardaro e Tione, perno della difesa nelle Giudicarie. Inconseguenza di ciò Garibaldi non ebbe più ad esitare: e spinti da un lato i suoi posti avanzati fin presso Condino; dall’altro fatto occupare l’ingresso del vallone d’Ampola, andò a piantare il 13 sera il suo Quartier generale a Storo al bivio delle due vallate principali per cui doveva operare. E con questa mossa la campagna del Tirolo entrò nella sua fase più operosa e decisiva.
Ma nemmeno il generale Kuhn era uomo da restare lungamente inerte; e però appena vide il rapido, troppo rapido forse, avanzare della brigata Nicotera sulla strada delle Giudicarie, divisò di andarle incontro a sua volta e con un energico attacco darle una buona scrollata e costringerla ad arrestarsi. E ad incuorarlo nell’impresa, oltre la massima troppo da lui predicata ne’ suoi libri per non essere confermata coll’esempio, che la migliore delle difese sta in un energica offesa, cospiravano in quel caso le sviste tattiche dei suoi avversari. Infatti mentre il colonnello Nicotera commetteva lo sbaglio di allungar troppo la propria linea in fondo alla valle senza occupare di pari passo le alture che la fiancheggiano, l’ufficiale incaricato di custodire gli sbocchi di Val d’Ampola[329]aveva dimenticato nientemeno, non ostante le istruzioni precise di Garibaldi, di assicurarsi il possesso di Monte Giovo e Rocca Pagana, il nucleo più eccelso dei passi che da Ampola per Val di Buono menano nella valle del Chiese dominante insieme le strade diCondino, di Storo e di Ampola, e fino a quel giorno la chiave delle posizioni occupate dall’esercito garibaldino in Tirolo.
Nella sera del 14 pertanto il generale Kuhn aveva già riunito nelle alte Giudicarie tra Roncone e Lardaro il grosso delle sue forze, e dato verbalmente a’ suoi luogotenenti le istruzioni per la battaglia dell’indomani. Il colonnello Montluisant, composta una colonna di dieci compagnie, doveva attaccare il centro garibaldino di fronte per la strada principale Lardaro-Condino ed ai fianchi per Val di Buono e Cologna sulla sinistra, e Prezzo e Castelert sulla destra del Chiese. Il colonnello Höffern, forte esso pure di dieci compagnie e una batteria, marciando obliquamente da Daone verso Narone-Clef doveva assalire l’estrema sinistra italiana scaglionata da Brione ai varchi del Brufione. Il maggiore Grünne (subentrato al colonnello Thour nella valle di Ledro) preso seco sei compagnie della sua brigata, lasciato il rimanente a rinfranco del forte d’Ampola e a guardia della Valle di Conzei, doveva afferrare i passi di Monte Giovo e di là tra Condino e Storo compiere l’avviluppamento della destra garibaldina. Infine la brigata di riserva Kaim, chiamata essa pure fino dal 14 a Stenico, doveva scendere colla sua avanguardia verso Prezzo e Cotogna e appoggiare, occorrendo, l’azione generale.[330]
E, lo vede ognuno, non si trattava, come fu detto, di una semplice ricognizione; si trattava d’un attacco in piena regola, eseguito con tutto il nerbo delle forze di cui gli imperiali potevano disporre nel Trentino meridionale; e che riuscendo a seconda poteva avere per effetto di ricacciare Garibaldi fuori delle Giudicarie e strappargli di mano il prezzo di dodici giorni di fatiche e di lotte.[331]
Fortunatamente il disegno gli fu guasto, non oseremmo dire dall’arte, ma dalla costanza e prodezza degli avversari. Nel frattempo avendo il brigadiere Nicotera ripetuto l’errore di spingersi troppo innanzi, facendo occupare il ponte di Cimego senza munire di conserve le alture che lo dominano, avvenne che lo scontro fu anticipato di qualche ora, e in posizione, per l’Austriaco, più vantaggiosa di quello che per avventura avesse sperato. Infatti tra le 7 e le 8 del 16 mattina, il fuoco era cominciato; ma anche i Volontari, finchè non l’ebbero che di fronte, vi risposero bravamente. In brev’ora però assaliti da ogni parte, stipati in una specie di pozzo, dall’alto del quale li saettava una grandine di palle; posti nell’impossibilità di muoversi, nell’impossibilità di ribattere, anche i più valorosi principiarono a balenare. Fu allora che il maggiore Lombardi, anima bresciana d’eroe, visto che il nemico poteva da un istante all’altro chiudere la ritirata, si slancia, con quanti hanno cuore di seguirlo, nel Chiese colla speranza di arrestare l’avanzare del nemico che dalle vette di Cologna s’innoltrava continuo serrando sempre più dappresso ilponte di Cimego. Nè il sagrificio grande fu del tutto sterile. Molti travolse la corrente; molti abbattè la carabina de’ Cacciatori; lo stesso Lombardi, già superata la sponda, colpito alla fronte suggella col sacrificio della nobile vita il magnanimo ardimento;[332]ma intanto la mossa attorniante del nemico è rallentata; la strada della ritirata è aperta: i Volontari possono ripiegare, in iscompiglio, ma non in fuga, sopra Condino, dove, spalleggiati dai rinforzi accorrenti da Storo e da Darzo, e più ancora rinfrancati dalla presenza di Garibaldi stesso, accorso in carrozza al primo fragore delle fucilate, ponno ancora far testa e ristorare la pugna.
Intanto però anche la colonna austriaca venuta di Val di Ledro aveva compiuto il suo movimento; e mentre una frazione di essa, capitanata da quello stesso Gredler che aveva fatto così bella difesa a Monte Suello, s’innoltrava per le balze del Giovo fino alla chiesetta di San Lorenzo, d’onde poteva bersagliare al coperto la strada di Condino e il Ponte di Darzo; un altro distaccamento s’inerpicava fino al sommo di Rocca Pagana tempestando de’ suoi proiettili le vie di Storo e persino il cortile del Quartier generale di Garibaldi. Il momento era critico: per fortuna Garibaldi era là; una mezza batteria, opportunamente appostata e validamente sostenuta da alcune compagnie del 9º reggimento, arresta la colonna di San Lorenzo: un’altra colonna di Volontari del 7º si avanza a cerchio contro Rocca Pagana e ne risospinge gli occupatori; finchè dopo alcune ore di contrasto, il nemico che di fronte aveva guadagnati appena pochi palmi di terrenoal di qua di Cimego, visto il fallimento del premeditato aggiramento; udita la notizia che anche la brigata Höffern, attardatasi fra i gioghi dei monti, era stata anche meno fortunata delle sue compagne; il nemico, diciamo, checchè abbia potuto dire e scrivere in appresso per giustificare la sua risoluzione,[333]comandò la ritirata su tutta la linea.
Non per questo il 16 luglio andrà scritto ne’ fasti garibaldini. Esso fu una di quelle dubbie giornate in cui ciascuna delle due parti si appropria con pari ragionevolezza la vittoria. I volontari trovaronsi signori del combattuto terreno, ma lo pagarono con sacrifici di sangue maggiori del compenso: gli Austriaci non ebbero a dolersi che di pochissime perdite, e videro per alcuni istanti le spalle de’ loro avversari; ma non poterono conservare il campo di battaglia e furono costretti di rinunziare al principale disegno pel quale s’erano mossi.