XVII.

SCHIZZO TOPOGRAFICO dell’Insurrezione Romana — 1867 (Versione più grande)

SCHIZZO TOPOGRAFICO dell’Insurrezione Romana — 1867 (Versione più grande)

L’Eroe aveva più che mantenuta la sua parola; dal 1868 al 1870, non solamente non s’era più mossoda Caprera, ma, cosa portentosa, aveva scritto poche lettere, e fatto parlare raramente di sè.[374]

Che cosa fa il Generale?; — era la domanda quasi obbligata e periodica de’ suoi amici in quegli anni; — che cosa pensa, che cosa mulina, che cosa apparecchia? — Nulla! pota le viti del Fontanaccio, scrive de’ romanzi,[375]e fa la corte alla signora Francesca Armosino, che non sembra ritrosa a quell’onore.

Se non che, a un tratto, l’una dietro l’altra, col crescendo d’un uragano, scoppiano le notizie dell’anno terribile: l’antico duello tra Francia e Germania ripreso; il primo esercito francese disfatto a Wörth e a Gravelotte; il secondo annientato, coll’Imperatore stesso prigioniero, a Sédan; l’Impero caduto e la Repubblica gridata: gli eserciti di Germania alle mura di Parigi: la Francia boccheggiante sotto il piede del vincitore, troppo orgogliosa, vorremmo dire, troppo grande, per darsi vinta ancora.

Ora in mezzo a questo cataclisma che spostava da un istante all’altro il fulcro dell’equilibrio mondiale, quale sia stato il contegno dell’Europa, il contegno dell’Italia nostra, non è mestieri ridirlo. L’Europa gridò: «Beati i neutri;» l’Italia esclamò: «Quest’è l’ora di riprender Roma:», più d’uno forse pensò se non era il caso di riavere anche Nizza; e continuando a lasciar che la Francia si liberasse come poteva dalle strette del colosso che le stava sul petto, ciascuno badò soltanto a trarre quel qualunque profitto che potesse dalla vittoria dell’uno, dalla sconfittadell’altro, dallo spossamento d’entrambi. Ciascuno, eccettuatone un solo: colui che fu, sotto ogni rispetto, l’eccezione vivente del nostro secolo, Giuseppe Garibaldi. Intanto che gl’Italiani si preparavano tripudiando alla facile conquista dell’eterna città, intanto che taluno de’ suoi concittadini nizzardi lo sollecitava a entrare nel motorevisionistache doveva restituire la sua terra nativa all’Italia, egli solo pensava alla Francia; egli solo forse sentiva il pericolo di veder sparire dal consorzio delle nazioni latine quella madre presunta, ma agitatrice certa di tutte le grandi idee moderne; ed egli solo le offerse, con semplice e commovente parola, «quanto restava di lui.»

La sua lettera però alGoverno della Difesa Nazionalein Tours restò senza risposta; e forse la sarebbe rimasta per sempre se il francese colonnello Bordone, uno de’ suoi ufficiali del 60, fattosi zelatore ardentissimo di quel viaggio, non fosse riuscito a strappare al signor Crémieux, Guardasigilli dellaDifesa Nazionaleuna specie di aggradimento o d’incoraggiamento ufficioso che non aveva nulla, a dir vero, dell’invito ufficiale e categorico d’un Governo; ma che bastò al Bordone stesso per credere e far credere al Generale che egli sarebbe stato accolto a braccia quadre da tutto il popolo francese e salutato come un salvatore.[376]Ma fu disingannato ben presto. A Marsiglia il popolo lo accolse coll’usato entusiasmo; ma a Tours era così poco aspettato[377]che lo stesso Crémieux fuudito esclamare in suon lamentoso: «Ah mon Dieu; il arrive! Il ne nous manquait plus que cela;[378]» e il Gambetta, disceso per l’appunto in quei giorni in aerostata alla capitale provvisoria della nascente repubblica, non seppe ringraziarlo in altro modo che facendogli offrire il comando di due o trecento Volontari, di cui il Governo non sapeva che farsi.

Il fatto era che, eccettuati quei pochi amici ed ammiratori che l’Eroe aveva in tutti gli angoli della terra, nessuno in Francia aveva desiderato la sua venuta. Il Governo pel primo l’aveva subíta, ma non l’avrebbe mai invocata. Aborrito da tutte le frazioni del partito retrivo come il campione più pericoloso della rivoluzione; dipinto alle ignare contadinanze come un anticristo nemico a tutte le religioni e a tutti gli altari; inviso alla borghesia bottegaia e pacifica, come un impedimento di più alla conclusione della pace, che era in fondo l’anelito segreto e il desiderio più sincero del popolo francese, Garibaldi si trovò in Francia fin da’ primi giorni nella falsa posizione d’un intruso che arreca in casa d’altri un aiuto non richiesto, ed è tanto più increscioso agli aiutati, quanto più sono costretti a confessare che di quell’aiuto avrebbero bisogno. L’esercito pel primo non avrebbe mai potuto tollerarlo. «Mai, esclamava il Gambetta, mai io metterò un Generale francese sotto gli ordini di Garibaldi.[379]» Ed era un proponimento ingrato, ma in quel momento e per quel paese, politico. Nessun Generale si sarebbe mai rassegnato ad aver per uguale,molto meno per capo, quel soldato di ventura. I Capitani dell’Impero erano stati troppo solennemente battuti per ammettere che altri venisse loro ad apprendere il modo di non esserlo più. Vittoriosi, avrebbero forse tollerato di dividere con lui i resti della loro gloria; vinti, non avrebbero patito di dovere a lui gli onori della rivincita sperata. Checchè facesse Garibaldi, ponendo il piede in Francia egli era già predestinato a questo fine: portare la soma di tutti gli errori altrui; perdere il frutto di tutti i meriti propri; non raccogliere altro premio del suo beneficio che l’ingratitudine implacabile de’ beneficati.

Tuttavia il governo di Tours se non poteva desiderarlo, non poteva neanche osar di respingerlo; e quando il Generale, indignato dell’oltraggiosa offerta che gli era stata fatta, annunziò che sarebbe ripartito dalla Francia col primo treno diretto, il Gambetta, impensierito dell’interpretazione che si sarebbe data a quella partenza, e soprattutto forzato dal programma di guerra a oltranza da lui stesso bandito, che gli impediva di trascurare qualsiasi più piccolo soccorso, finì coll’offrire al Generale «il comando di tutti i Corpi franchi della zona dei Vosgi compresi da Strasburgo a Parigi, e d’una brigata di Guardie mobili.»

E come ognun sente, il titolo era troppo risonante per non sospettarvi sotto più vento che sostanza; tuttavia Garibaldi ormai disposto a sacrificare tutto sè stesso al fine che lo conduceva, l’accettò subito, e nell’indomani diede convegno a tutte le forze reali ed immaginarie poste a’ suoi ordini, nei dintorni di Dôle, dove andò egli stesso il 15 ottobre a porre il suo Quartier generale.

La scelta di quel primo punto di concentramento,dato l’obbiettivo prescritto al generale Garibaldi, e le posizioni del nemico, non poteva essere migliore. La piccola città di Dôle, capoluogo del Giura, domina dall’alto le due valli della Saona e del Doubs; allaccia intorno a sè le quattro strade di Dijon, di Langres, di Besançon, e di Lione, ed offre a qualunque esercito abbia l’ufficio di proteggere il Giura ed il Lionese da un nemico sboccante dai Vosgi, un pernio d’operazione e di difesa per ogni rispetto gagliardo ed opportuno.

E tale era infatti il problema dei belligeranti nel sud-est della Francia. Il generale Werder vinta Strasburgo era sceso con tutto il suo Corpo d’armata (XIV) nella regione meridionale dei Vosgi, e lasciata una divisione all’assedio di Belfort, s’era disteso colla sua ala destra nelle convalli della Saona e dell’Ognon, spingendo già le sue scorrerie fino a Vesoul, Langres e Montbeillaird in faccia a Dijon, Dôle e Besançon.

Ora contro queste truppe, sommanti a più che quarantamila uomini, non istettero fino ai primi d’ottobre che il Corpo del generale Cambriels, forte tutt’al più di ventimila soldati, tra Besançon e Beaume-les-Dames, e alcuni battaglioni di milizie mobili sotto gli ordini del dottore Lavalle, a guardia di Dijon. Tra questa città e Besançon v’era dunque un largo spazio vuoto, già minacciato dalle scorrerie nemiche, che importava e si pretendeva infatti coprire col così dettoEsercito dei Vosgidel generale Garibaldi.

Il qual esercito però non cominciò che al 20 ottobre a parere almeno l’embrione di quello che sarebbe stato in futuro. E non parliamo del numero, che fino a tutto ottobre non superò mai i quattromila uomini e per quasi l’intero novembre i settemila, ma tocchiamo qualcosa soltanto della qualità. Un cibreocosmopolita di Francesi, Spagnuoli, Polacchi, Greci, Algerini, miscuglio a sua volta di guardie mobili, di soldati stanziali, di volontari, di reclute forzate, e decorato de’ nomi più strani e diremmo quasi quarantotteschi:Francs-tireurs du Rhône, de Gand, de l’Isère ec.; Alsaciens de Paris, Explorateurs de Gray, Compagnie de Colmar e d’Oran, Enfants perdus de Paris, Guerrillos d’Orient, le Bataillon l’Egalité de Marseilleec.; iCacciatori delle Alpi, di Marsala, di Genova, ec.; camuffati nelle foggie più strane, militari, brigantesche, eroiche, borghesi; armati di tutte le armi, dallatabatièrealChassepot, dalRemingtonalla carabina svizzera, dall’antiquato fucile a percussione al nuovissimoSpencer Rifle; comandati da ufficiali, la cui gerarchia morale andava dall’avventuriere mestierante, lanciaspezzata di tutte le cause, al candido paladino dell’idea, accorso a morire per la repubblica; dal veterano incanutito nelle battaglie, al tribuno popolare improvvisato generale; dal vigliacco degno di fucilazione,[380]all’eroe degno d’apoteosi: ecco l’esercito dei Vosgi.

Che se a tutto ciò si aggiunga, fino quasi al finire della campagna, la mancanza di cavalleria, la povertà d’artiglieria, la freddezza, se non era qualche volta avversione, delle popolazioni e delle magistrature locali; la lentezza, se pur non poteva dirsi ritrosia del Governo a soddisfare ai più stringenti bisogni del nuovo esercito, e infine la perpetua incertezza del comando, sicchè in quella zona dei Vosgi, o del Giura, o della Costa d’Oro, non si seppe mai chi comandasse in capo; se Garibaldi, o Cambriels; se Michel, o Cremer; se Crousat o Bressolles; si avrà una pallidaidea delle condizioni in cui Garibaldi dovette fare quella guerra, e quanta virtù di pazienza, di costanza, di coraggio, dovesse racchiudersi nel petto di quell’eroe per resistere a tante contrarietà, ben più moleste del fucile ad ago prussiano, e non piantare su due piedi un paese che gli lesinava persino i mezzi di combattere e morire onoratamente per lui.

E se ne videro ben presto le prove. Le avanguardie del Werder scorazzavano già nei dintorni di Gray, laonde Garibaldi, accortosi della necessità di far argine all’invasione crescente, mentre con abili manovre tra la Saone e l’Ognon tentava di arrestare la marcia del nemico o di guastarne i disegni, insisteva col Cambriels, affinchè cooperasse con lui, sia colle mosse combinate delle sue truppe, sia coll’inviargli rinforzi, a contenere il nemico sempre più minaccioso.

Ma indarno. Ora il Cambriels dichiarava di non poter dare nè un uomo, nè un cannone de’ suoi; ora invece sognando d’essere attaccato egli stesso, interrompeva le operazioni meglio avviate di Garibaldi per chiedere soccorso a lui;[381]ora infine per l’impotenza di Garibaldi, ora per l’incapacità e il malvolere del Cambriels, la cosa andò tanto a seconda ai Prussiani da quel lato, che alla fine dell’ottobre, avuta pronta ragione dei pochi mobili che guardavano la città, entrarono, per dedizione del municipio, in Dijon.

Il fatto era grave. Colla presa di Dijon non solo tutte le gole del Morvan, dietro le quali la Francia possiede nei grandi opifici del Creuzot una delle maggiori sue ricchezze, erano esposte all’invasione nemica, ma persino le strade di Lione e di Nevers, quindi la linea della Loira, dietro la quale il generale Bourbaky ordinava il suo ultimo esercito salvatore, poteva essere minacciata. Di fronte pertanto a questo pericolo, il governo di Tours pensò di incaricare il Generale della difesa del Morvan, ordinandogli di trasportarsi con tutte le sue forze ad Autun. E il Generale, che fino a quel giorno avea reso alla difesa del Giura importantissimi servigi, arrestando coi felici scontri di Genlis e Saint-Jean de Losne (5, 6, 7 novembre) i Prussiani al di là della Saona, accettò, ringraziando, il nuovo mandato, e tra il 14 e il 15 novembre mosse per il nuovo teatro della guerra che gli era destinato.

Ma quivi pure la parte affibbiatagli era superiore alle forze. Col sopraggiungere della legione italiana e d’altri corpi franchi, Garibaldi aveva potuto accrescere e riordinare il suo piccolo esercito in quattro brigate; la prima comandata dal generale Bossack, veterano delle guerre polacche, con circa quattromila uomini; la seconda agli ordini del signor Delpeck, testè prefetto di Marsiglia, prode, ma nuovo alle armi, di circa millecinquecento; la terza, capitanata da Menotti Garibaldi, comprendente i Corpi franchi italiani, di circa cinquemila seicento uomini; una quarta infine, posta sotto il comando di Ricciotti Garibaldi, composta in gran parte difrancs-tireurs, ma che a quei giorni era tuttora in formazione a Dôle e superava di poco il migliaio di combattenti.

E conviene sempre rammentarsi che se questa massa di circa quattordicimila uomini cominciava aprendere qualche forma e qualche aspetto militare, non aveva ancora al suo arrivo in Autun che quattro pezzi d’artiglieria di montagna; contava tutt’al più un centocinquanta cavalieri miseramente montati; penuriava de’ più necessari oggetti di corredo, principalmente di cappotti e di scarpe, divenuti, pel crudo inverno che s’innoltrava, assolutamente indispensabili. Il nemico invece presidiava con circa ventimila uomini Digione, e nei dintorni ne teneva altri diecimila tra Auxonne e Dôle, ed era già potentemente fiancheggiato dalla 14ª divisione, del 7º corpo (Zastrow), staccato dall’armata del principe Federico Carlo, le cui avanguardie stormeggiavano tra Auxerre e Montbard e minacciavano insieme il fianco sinistro di Garibaldi e le sue comunicazioni col sud. Erano insomma cinquantamila uomini, muniti di potente e numerosa artiglieria e forniti a dovizia d’ogni ben di Dio, contro quindicimila soldati improvvisati, sprovvisti d’ogni cosa più necessaria.

È ben vero che il generale Garibaldi non era solo, e che quasi a contatto della sua destra, tra Beaune e Chagny, stava scaglionato tutto l’esercito dell’est, passato allora sotto gli ordini del generale Crousat, per ripassare tra poco sotto gli ordini del generale Cremer; ma chi rammenti dall’un canto la funesta dualità di comando che paralizzava le migliori intenzioni dei due eserciti e l’antipatia che i generali francesi avevano d’accordarsi col Condottiero italiano; chi consideri dall’altro il modo veramente singolare con cui que’ generali intendevano e facevano la guerra, senza concetto, senza iniziativa, senza fede, vedrà che Garibaldi non poteva fare assegnamento per operazioni importanti che sopra sè stesso; e leggendo attentamente la storia di quel tratto di campagna, siconvincerà che se egli non fosse stato, nulla avrebbe impedito all’esercito di Werder di marciare un mese prima sopra Lione, e di sorprendere dietro la Loira il generale Bourbaky in piena formazione.

Tuttavia, come al solito, egli disse: «i’ mi sobbarco,» e si mise all’opera. Fino a quei giorni i prussiani avevano potuto scorazzare impunemente il paese e con pochi ulani spadroneggiarlo. Da che entrò in campo Garibaldi la scena mutò, ed essi pure dovettero pensare un po’ più seriamente ai casi loro. Oramai in quell’arte delle scoperte, dei volteggiamenti, delle sorprese in cui si eran chiariti maestri, avevano trovato un emulo, e un emulo degno di loro. D’ora in poi non un bivio, non un villaggio, non un bosco, in cui i formidabili scorridori tedeschi non incontrassero, pronte a riceverli, anzi desiderose d’incontrarli, le pattuglie dei franchi tiratori garibaldini. Il giuoco delle allegre scorribande nel Morvan e sulla Costa d’Oro era finito, quando non erano i superbi vincitori di Sédan e di Strasburgo che ne pagavano le spese.

Munita alla meglio Autun, scaglionatosi arditamente da Epinac a Soubernon, Garibaldi non s’accontenta di star sopra una inerte difesa; attacca, sorprende, molesta egli stesso il nemico, e col moto perpetuo sulla fronte, sui fianchi, alle spalle, gli nasconde i suoi disegni. Così il 20 lancia a fondo la brigata Ricciotti sulla colonna Zastrow, e il figliuolo fa così bene la sua prima prova di comandante che sorprende, a Châtillon-sur-Seine, una delle avanguardie nemiche, le uccide dugento uomini, le porta via centosessanta prigionieri,[382]e quattro carri di munizioni.

Ma di ciò non s’appagava. Da lungo tempo Garibaldi mulinava di tentare un colpo di mano notturno su Dijon, e nella sera del 24, lasciata parte delle forze a guardia d’Autun, mosse colla 1ª e 3ª brigata Bossack e Menotti, all’ardua impresa. Se non che la brigata Bossack essendo incappata negli avamposti prussiani di Velars, che avrebbe dovuto cansare, la sorpresa, come accade di sovente, fu sventata e il disegno mutato. Non per questo Garibaldi indietreggiò. Presa posizione sulle alture e nei dintorni di Lantenay, Garibaldi aveva concertato col capo di stato maggiore del generale Cremer di attirare nella Val di Suzon l’inimico, per lasciar modo ai Francesi di accostarsi a Dijon da sud-est, e se era possibile penetrarvi.

Ai Prussiani però importava troppo di non avere un siffatto nemico, potrebbe dirsi, a ridosso; sicchè intanto che egli meditava di attaccarli nelle loro posizioni di Plombières, aggirandoli per nord-ovest, essi si movevano ad attaccar lui nelle sue posizioni di Lantenay aggirandolo per la strada di Prenois-Pasques, d’onde lo scontro e quel che fu detta la battaglia di Pasques. Garibaldi però, vigile sempre, aveva scoperto fin dal mattino (26 novembre), la marcia del nemico, sicchè non appena egli cominciò a spuntar colle avanguardie su Pasques, potè salutarlo colle sue artiglierie. Allora il combattimento s’accese, e Garibaldi in persona, montato pel primo giorno a cavallo, lo dirigeva. E quantunque il numero de’ Prussiani fosse da quel lato minore (la sola brigata Degenfeld), la superiorità della loro artiglieria era tale che la bilancia delle forze traboccava ancora in loro favore. Tuttavia l’ardore dei Garibaldini è in quel mattino grandissimo; la legione italiana, condotta dal Tanara, si lancia alla baionetta; alcune compagnie difranchi tiratori, guidatida Canzio, secondano il Movimento; la brigata Delpeck spuntando da Ancey minaccia la destra di Pasques, talchè i Prussiani, in presentissimo pericolo d’essere tutti avvolti, si ripiegano disordinati su Prenois. Colà però trincerati dietro le case, e protetti dalle muraglie dei giardini, ripiglian la resistenza; ma di là pure intrepidamente assaliti da ogni fianco cominciano a vacillare ed a cedere terreno. Egli è allora che Stefano Canzio, il quale in tutta quella campagna manifestò doti d’intelligentissimo capitano, veduto il balenar de’ nemici si pone a capo di quel distaccamento dicacciatori a cavalloe di quelle poche guide garibaldine, che facevan tutta la cavalleria dell’esercito, raccozza quanti altri ufficiali e soldati a cavallo gli cadon pel momento sotto mano, e formato così un gruppo di forse centocinquanta cavalieri, si lancia ventre a terra, Murat improvvisato, contro il fianco sinistro dell’inimico sulla strada di Prenois-Darois, e ne compie la rotta.

«A Dijon, a Dijon,» gridaron tosto ebbri della vittoria i Garibaldini. «Ebbene a Dijon,» rispose Garibaldi, e cedendo ancora una volta al cattivo genio degli assalti notturni, date poche ore di riposo alle truppe, posti i carabinieri genovesi del Razzetto in testa, dietro i legionari italiani e ifrancs-tireursdi Ricciotti, in ultimo i tre battaglioni deimobiles, in sul cader della sera per la strada di Val Suzon si pose in marcia.

La notte era già calata e tutto fin presso a Talant era andato a seconda. Il Generale in una carrozzetta ferma sulla strada, rassegnava, a mano a manoche passavano, le sue milizie e gridava loro: «Avanti, figliuoli: alla baionetta, non un colpo di fucile,» accompagnando il passo marziale de’ suoi con un suo inno patriottico, che egli aveva composto in quei giorni e che suonava così:

Aux armes! aux armes! aux armes!L’étranger veut nous envahir,Aux armes! aux armes!Nous saurons le punir.Vous osez menacer la France,Souverains pleins d’arrogance;Oubliez-vous qu’en cent combatsVos phalanges fuyaientAu seul bruit de nos pas,Et vos trônes brisésTombaient avec fracas?Aux armes! etc.Pour asservir notre patrieS’est formée une ligue impie;Les rois nous préparent des fers.Vainqueurs de l’Univers,A nous des fers? A nous des fers?Aux armes! etc.

Aux armes! aux armes! aux armes!L’étranger veut nous envahir,Aux armes! aux armes!Nous saurons le punir.Vous osez menacer la France,Souverains pleins d’arrogance;Oubliez-vous qu’en cent combatsVos phalanges fuyaientAu seul bruit de nos pas,Et vos trônes brisésTombaient avec fracas?Aux armes! etc.Pour asservir notre patrieS’est formée une ligue impie;Les rois nous préparent des fers.Vainqueurs de l’Univers,A nous des fers? A nous des fers?Aux armes! etc.

Aux armes! aux armes! aux armes!

L’étranger veut nous envahir,

Aux armes! aux armes!

Nous saurons le punir.

Vous osez menacer la France,

Souverains pleins d’arrogance;

Oubliez-vous qu’en cent combats

Vos phalanges fuyaient

Au seul bruit de nos pas,

Et vos trônes brisés

Tombaient avec fracas?

Aux armes! etc.

Pour asservir notre patrie

S’est formée une ligue impie;

Les rois nous préparent des fers.

Vainqueurs de l’Univers,

A nous des fers? A nous des fers?

Aux armes! etc.

Ma all’entusiasmo latino stava per rispondere ben presto la solidità tedesca. Sorpresi a Hauteville dai carabinieri del Razzetto, gli avamposti di Degenfeld danno in volta disordinata, e dietro loro i franchi tiratori di Ravelli e di Ricciotti si avanzano arditamente fin sotto Talant; ma il nemico s’è già riavuto dalla prima sorpresa; il 1º battaglione del 2º reggimento badese, fiancheggiato da batterie a mitraglia, si spiega sulla strada accogliendo con rapide scariche su quattro righe gli assalitori: i mobili, nuovissimi al fuoco, nuovissimi a quelle imprese notturne, infilati dalla moschetteria e dalla mitraglia, rompono, si scompigliano, rigurgitano in grandissimo tumulto, trascinando nel loro vortice i più audaci e volonterosi. InvanoGaribaldi dalla sua carrozza, esposto egli pure alla grandine dei colpi nemici, urla, prega, bestemmia, vuol farsi portare innanzi a forza di braccia: non c’è genio o virtù di Capitano che imponga ad un esercito vinto da un timor pánico; e quando il pánico lo prende di notte, nessuna potenza umana che lo salvi.

Ma che cosa faceva, intanto che i Garibaldini attaccavano due volte in un giorno il nemico, che cosa faceva il generale Cremer co’ suoi dodicimila uomini scaglionati da Beaune a Chagny, a quattro ore di marcia da Dijon? «Dobbiamo supporre, esclama il generale Bordone, ch’essi siano stati battuti e schiacciati, poichè conoscendo il forte conflitto, che durava dal mezzogiorno in poi, non diedero segno di vita.[383]»

A Garibaldi frattanto fu giuocoforza battere in ritirata. Rioccupate nella notte le sue posizioni di Lantenay-Commarin, al mattino vegnente, 27, mentre il generale Werder con due colonne convergenti si preparava a circuirlo e tagliargli la via, riusciva a sgusciargli dalle mani col grosso delle sue forze, e fatta fronte due giorni ad Arnay-le-Duc, il 30 novembre rientrava, senza lasciarsi dietro nè feriti nè prigionieri, in Autun.[384]

Colà però il nemico non tardò a rendergli la visita di Dijon. Solo Garibaldi la presentiva; e datone avviso al Cremer, che prometteva ancora il suo aiuto, faceva munire d’artiglierie le due strade di Saint-Martin e Saint-Symphorien, d’onde il nemico doveva infallibilmente sbucare.

Se non che la guardia di Saint-Martin era stata affidata a certo Chenet, comandante laGuerrilla d’Orient, che nella notte dal 30 novembre al 1º dicembre, senza ordine, senza perchè, come si lascia una villeggiatura, scomparve, abbandonando nelle mani dei Tedeschi quella posizione importantissima. Era una vigliaccheria inaudita, una patente diserzione in faccia al nemico; il Chenet fu da un regolare Consiglio di Guerra condannato alla degradazione ed alla morte (graziato poi della vita per troppa generosità di Garibaldi); ma frattanto il danno era avvenuto e il nemico, forte di tutta la brigata Kettler, di un reggimento dragoni e di tre batterie, era già, prima che fosse avvertito, ai sobborghi della città. Nulla di meno, trovò resistenza degna di lui. Intanto che ifrancs-tireursdi Ricciotti e i volontari della Legione italiana, fiancheggiati da due battaglioni dimobiles, ributtavano il nemico dai sobborghi e ricuperavano Saint-Martin, le batterie garibaldine, collocate da Garibaldi, controbattevano felicemente le prussiane, Menotti arrestava sulla destra la colonna di Saint-Symphorien e frustrava il movimento girante d’un’altra dalla foresta di Vesvres; talchè in meno di due ore, l’assalitore era forzato a dar volta su tutti i punti. Ed a compiere la vittoria che i Garibaldini per mancanza di cavalleria non poterono proseguire, il generale Cremer riusciva a cogliere le retroguardie dei fuggenti presso Châteauneuf, rimeritato per ciò da elogi eccessivi diGaribaldi, il quale l’aveva fatto avvertire della rotta dei Prussiani e l’aveva posto in grado, usando un po’ d’energia e di solerzia, di circuirli e annientarli.[385]

Le marcie e i combattimenti di quell’ultima settimana di novembre avevano gravemente danneggiato la debole compagine dell’esercito dei Vosgi, e Garibaldi fu costretto ad occupar gran parte del dicembre ad accrescerlo, riordinarlo e soprattutto fornirlo di quanto fino allora l’avara mano del governo di Tours gli aveva fatto desiderare.

Infatti l’esercito s’era ingrossato fino a sedicimila uomini; una seconda batteria di campagna le era stata aggiunta; una certa unità d’armamento e d’assise cominciava ad ottenersi; soltanto difettava sempre di cavalli e gl’intrighi del Frapolli a Lione che arrestava i Volontari accorrenti a Garibaldi, i pettegolezzi del Quartier generale e le animosità dei generali francesi duravano ancora.

Ad aggravar le disgrazie nella seconda metà di quel mese, Garibaldi fu ripreso da uno de’ suoi consueti accessi di artritide, che lo inchiodò per parecchigiorni in letto, obbligandolo ancora, come nel Trentino, a far la guerra dalla sua camera, per divinazione.

E tuttavia la sua alacrità non rallentò un istante. Il gran disegno, che, secondo il signor Gambetta e il suo ispiratore signor De Serre, doveva salvare la Francia, la punta cioè di Bourbaky su Belfort con l’intendimento di liberare quella fortezza, riafferrare l’Alsazia e troncare gli eserciti germanici dalla loro base, sembrava maturo, e non restava più che concertare gli ultimi particolari della sua esecuzione. In vero Garibaldi non approvava quel disegno. A parer suo era un errore da cima a fondo: «errore perchè di quanta gente staccavasi dalla Loira, di altrettanta il nemico ringagliardiva le linee che stringevano la capitale; errore perchè lasciava isolato Chanzy contro il Principe Federico, che Bourbaky avrebbe dovuto assalire, e contro il Duca di Mecklemburgo; errore perchè prima che Bourbaky, con la solita lentezza francese, si fosse avvicinato a Belfort, Werder avrebbe spedito rinforzi: errore soprattutto, secondo lui, perchè muovendo sul suolo ghiacciato, sotto l’incessante fioccare della neve, una giovine truppa, nuova ai disagi, sarebbe stata affranta dalle fatiche e dagli stenti, prima di cominciare i combattimenti. Io (esclama la signora Jessie Mario, angelo confortatore dei feriti e degli ammalati, in quella campagna) l’udii favellare in questo senso con accento di profonda afflizione e non c’è sillaba che i fatti non abbiano con precisione confermato.[386]»

Tuttavia quando la impresa fu decisa, egli fu pronto a cooperarvi con tutte le sue forze. La parte assegnatagliera di coprir il fianco sinistro del Bourbaky dalla Saona fino ai Vosgi, al quale scopo gli era stato promesso, non sapremmo se per la terza o quarta volta, di porre sotto i suoi comandi la divisione Cremer; ma quantunque questa promessa non fosse mai mantenuta, il Generale accettò il carico impostogli, e prima ancora che il Bourbaky fosse giunto a Châlons-sur-Saone, era già all’opera. Intento soprattutto a disturbare la congiunzione del corpo di Zastrow con quello di Werder, lanciava in mezzo a loro le due brigate di Ricciotti e di Lobbia (succeduto al Delpeck nel comando della 2ª) coll’ordine di distruggere ponti, eseguir sorprese, arrestar convogli; e i due valenti sanno destreggiarsi così bene che il Ricciotti batte più volte il nemico nei dintorni di Montbard; il Lobbia, dopo aver campeggiato vittoriosamente per oltre una settimana nell’altipiano di Langres, riesce a penetrare in questa fortezza ed a destarvi l’assonnata energia de’ suoi difensori.

Ma la marcia di Bourbaky era stata troppo strombettata a quei giorni dagli stessi suoi ordinatori, perchè potesse più essere un segreto per chicchessia; laonde il Werder, avvertito l’avvicinare del nuovo nemico, fra il 28 e il 29 dicembre abbandonava Dijon, per ristringersi a Vesoul e porsi in grado di proteggere gli assedianti di Belfort dall’assalto che li minacciava. E allora fu ordinato a Garibaldi di occupare e difendereinébranlablementDijon, e quantunque egli preferisse appostarsi col grosso a Dôle, dove fin da principio aveva intravveduto il pernio delle operazioni nel sud-est, e che inconsultamente abbandonata dal Cremer sarà fra poco la porta per la quale Manteuffel sbucherà sul dosso di Bourbaky, tuttavia obbedì ancora, e tra il 5 e il 6 fu con tutte le suegenti nella capitale della Costa d’Oro. E quivi, afforzata di opere temporanee la città, occupate le forti posizioni che da Plombières passando per Talant, chiave loro, si spiegano a ventaglio fino a Saint-Apollinaire, spingeva scoperte in tutti i sensi, sorprendeva talvolta gli avamposti nemici, ma non era certo da temersi fosse sorpreso egli stesso.

Se non che il Quartier generale prussiano prendeva una risoluzione, che mutava interamente anche nel sud-est lo stato delle cose. Un nuovo esercito era formato sotto gli ordini del generale Manteuffel, il quale aveva appunto per iscopo di gettarsi sull’esercito di Bourbaky e, a seconda dei casi, o attraversargli la strada di Belfort, o metterlo tra due fuochi e schiacciarlo. E già verso la metà di gennaio il generale Manteuffel aveva cominciato l’esecuzione del suo disegno; marciando rapido da Châtillon-sur-Seine sopra Vesoul, e facendosi coprire dagli attacchi eventuali di Garibaldi colle due colonne Dannenberg e Kettler, la prima delle quali stormeggiava già tra Bagneux-les-Juifs e Darcey,[387]l’altra camminava dietro a lui tra Nuits e Montbard.

Avvennero per tal modo le tre giornate di Dijon. La mattina del 21 la brigata Kettler compariva sulle alture di Hauteville in faccia a Talant e apriva contro queste posizioni e contro quelle di Fontaine un fuoco micidiale. Nel medesimo tempo numerosi battaglioni si spingevano nella pianura che si stende traHauteville, Daix, Talant e Fontaine, intanto che un’altra colonna nemica accennava una diversione dal lato di Plombières sull’estrema sinistra francese. Ma sei pezzi, posti in posizione e diretti da Garibaldi in persona sui poggi di Talant, arrestavano tosto con tiri ammirabili l’avanzar del nemico, smontando parecchi dei suoi cannoni; talchè dopo un breve e felice duello d’artiglieria, Garibaldi potè lanciar all’attacco le sue colonne. E allora da Plombières, da Hauteville, da Talant, da Fontaine, Canzio, Tanara, Menotti, Ravelli (primi sempre gl’Italiani e ifrancs-tireurs, oscillanti come al solito imobiles), irrompono con grandissimo impeto; gli approcci di Talant, dove stava Menotti, sono più fieramente disputati; ma alla fine ripetute le cariche, apparsi sull’estrema destra del nemico tra Darois e Messigny gl’infaticabili volteggiatori di Ricciotti, il nemico fu ricacciato fino a’ suoi accampamenti al di là di Messigny. Fu bella e meritata vittoria, e Garibaldi superbo, non per sè ma pe’ suoi bravi compagni, ne telegrafava l’annunzio a sua figlia Teresita in questo tenore;

«Attaccati vigorosamente dal nemico, l’abbiamo costretto a ritirarsi dopo dieci ore di combattimento: l’esercito de’ Vosgi ancora una volta ha ben meritato dalla Repubblica.»

Grande però la strage in ambi i campi, lamentata fra tutte l’ecatombe degli Italiani: e Imbriani e Perla e Cavallotti e Pastoris e Bassi e Gnecco e Settignani e Leonardi e Valdata e Cerruti e Ricci e Canova e Cecchini e altri ed altri ancora, primo fra tutti per la nobile vita, e per la fine miseranda, lo stesso generale Bossack, trovato cadavere due giorni dopo sull’orlo d’un bosco verso Darois; forse abbandonato da’ suoi, probabilmente morto solo.

Non si rassegnò a questo scacco il nemico, e all’indomani si preparò a rinnovare l’assalto. Ma Garibaldi era, s’intende, pronto a riceverlo; non così per altro tutti i Digionesi. Narra il Bordone che nella notte stessa dal 21 al 22 un notaio di Messigny accompagnato dalMairedi Dijon e da un generale Pellissier, cui il governo di Bordeaux aveva confidato il comando delleGuardie mobiliconcentrate in Dijon, fa svegliare Garibaldi per annunziargli, tutto ansante, aver il generale Kettler ricevuto nella notte grandi rinforzi, essere deliberato a riattaccare al dì seguente la città ed a bombardarla se resisteva; scongiurarlo quindi a salvar Dijon dal certissimo eccidio.

Il Generale prese allora dalle mani del notaio il foglio sul quale era scritto il salvacondotto prussiano, guardò gli astanti con una di quelle occhiate che soltanto coloro che gli erano famigliari potevano comprendere, e disse: «Va bene, Signore: è questo tutto quanto avete a dirmi?»

«Sì, Generale,» fece il notaio.... «Ebbene, replicò Garibaldi, potete tornarvene, per non mancare alla vostra parola; ma dite a quello che vi ha dato questo salvacondotto, che l’aspetto e che se egli non viene andrò io a cercarlo: generale Bordone, fate accompagnare questo signore agli avamposti e buona notte agli altri.[388]»

I Prussiani tornarono infatti, men numerosi però che il giorno precedente e forse più per riconoscere e tener occupato il loro nemico che per ritentare l’assalto; ma anche quel giorno imobilescui toccava l’onore della prima linea, capitanati dal colonnello Lhost, che vi lasciò da prode la vita, ributtarono gliassalitori, e Garibaldi potè ancora annunciare al governo di Bordeaux: «Oggi combattimento meno serio di quelli di ieri, ma più decisivo, che obbligò il nemico alla ritirata inseguito questa sera dai nostri franco-tiratori.»

Ma l’attacco finale e decisivo il generale Kettler l’aveva serbato per il 23. Ristorato di truppe fresche e d’artiglierie, mosse per la strada di Langres prendendo per obbiettivo il castello di Pouilly, mascherando il suo movimento con una finta aggirante sulla strada Saint-Apollinaire. Ma quel giorno a riceverli c’erano le genti di Ricciotti e del Canzio, che raccolta a Lione un’altra schiera di Volontari italiani e staccati qua e là i frammenti d’altri corpi, era riuscito a formare una 5ª brigata, di cui era stato posto a capo. Il castello di Pouilly, meta della battaglia, fu perduto dai Franco-Italiani, riguadagnato e riperduto tre volte; ma alla fine l’entrata in azione di Menotti Garibaldi sulla strada di Langres, il valor disperato di Ricciotti e di Canzio, una carica di cavalleria sostenuta con sufficiente valore daimobilesdel Jura, ridiedero il contrastato castello in mano ai loro primi possessori. Allora le veci sono mutate, gli assalitori divengono assaliti; e il 1º battaglione del 61º di Pomerania, incaricato di sostenere la ritirata, mirabile di costanza e di solidità, ravvolto da un turbine di fuoco, perde circa la metà de’ suoi, ma non cede il terreno che a notte alta, quando la battaglia era perduta. Ed avvenne così che i franchi-tiratori di Ricciotti entrando nella fattoria dove il 61º aveva fatto le ultime prove, sotto un mucchio di cadaveri e di rovine, accanto al suo alfiere morto, trovarono coll’asta spezzata quella bandiera prussiana, che fu l’unico trofeo di quella campagna, entrato a tener compagniaa quelli di Jena e di Auerstaedt nelDuomo degli Invalidi.

E Garibaldi che tutto il giorno era stato dove più infuriava la mischia e che poco mancò non restasse crivellato da una scarica quasi a bruciapelo, fattagli da una mano di nemici imboscati, Garibaldi salutò la chiusa di quelle tre eroiche giornate con questo manifesto scritto in francese e di cui crederemmo scemare il valore storico, voltandolo in altra lingua.

«Aux braves de l’armée des Vosges,»Eh bien! vous les avez revus les talons des terribles soldats de Guillaume, jeunes fils de la liberté! Dans deux jours de combats acharnés, vous avez écrit une page bien glorieuse pour les annales de la République, et les opprimés de la grande famille humaine salueront en vous encore une fois les nobles champions du droit et de la justice.»Vous avez vaincu les troupes les plus aguerries du monde, et cependant vous n’avez pas exactement rempli les règles qui donnent l’avantage dans la bataille.»Les nouvelles armes de précision exigent une tactique plus rigoureuse dans les lignes de tirailleurs; vous vous massez trop, vous ne profitez pas assez des accidents de terrain, et vous ne conservez pas le sang-froid indispensable en présence de l’ennemi, de sorte que vous faites toujours peu de prisonniers; vous avez beaucoup de blessés, et l’ennemi, plus astucieux que vous, maintient, malgré votre bravoure, une supériorité qu’il ne devrait pas avoir.»La conduite des officiers envers les soldats laisse beaucoup à désirer; à quelques exceptions près, les officiers ne s’occupent pas assez de l’instruction des miliciens, de leur propreté, de la bonne tenue de leurs armes, et enfin de leurs procédés envers les habitants qui sont bons pour nous et que nous devons considérer comme des frères.»Enfin, soyez diligents et affectueux entre vous, comme vous êtes braves; acquérez l’amour des populations dontvous êtes les défenseurs et les soutiens, et bientôt nous secouerons jusqu’à l’anéantir le trône sanglant et vermoulu du despotisme, et nous fonderons sur le sol hospitalier de notre belle France le pacte sacré de la fraternité des nations.»Signé: G.Garibaldi.»

«Aux braves de l’armée des Vosges,

»Eh bien! vous les avez revus les talons des terribles soldats de Guillaume, jeunes fils de la liberté! Dans deux jours de combats acharnés, vous avez écrit une page bien glorieuse pour les annales de la République, et les opprimés de la grande famille humaine salueront en vous encore une fois les nobles champions du droit et de la justice.

»Vous avez vaincu les troupes les plus aguerries du monde, et cependant vous n’avez pas exactement rempli les règles qui donnent l’avantage dans la bataille.

»Les nouvelles armes de précision exigent une tactique plus rigoureuse dans les lignes de tirailleurs; vous vous massez trop, vous ne profitez pas assez des accidents de terrain, et vous ne conservez pas le sang-froid indispensable en présence de l’ennemi, de sorte que vous faites toujours peu de prisonniers; vous avez beaucoup de blessés, et l’ennemi, plus astucieux que vous, maintient, malgré votre bravoure, une supériorité qu’il ne devrait pas avoir.

»La conduite des officiers envers les soldats laisse beaucoup à désirer; à quelques exceptions près, les officiers ne s’occupent pas assez de l’instruction des miliciens, de leur propreté, de la bonne tenue de leurs armes, et enfin de leurs procédés envers les habitants qui sont bons pour nous et que nous devons considérer comme des frères.

»Enfin, soyez diligents et affectueux entre vous, comme vous êtes braves; acquérez l’amour des populations dontvous êtes les défenseurs et les soutiens, et bientôt nous secouerons jusqu’à l’anéantir le trône sanglant et vermoulu du despotisme, et nous fonderons sur le sol hospitalier de notre belle France le pacte sacré de la fraternité des nations.

»Signé: G.Garibaldi.»

Intanto che Garibaldi, fedele al mandato ricevuto, difendeva a quel modo Dijon, il Bourbaky, sbaragliato dal Werder alla Lisaine (18 gennaio), era ributtato su Besançon; dove incalzato da nord-est dallo stesso generale che l’aveva vinto, serrato da sud-ovest dal 7º corpo di Manteuffel, già penetrato per Dôle (come Garibaldi aveva preveduto) fino a Mouchard e Salins, non vedeva dietro a sè altro scampo che la via di Pontarlier e una ritirata precipitosa per i passi del Giura. Se non che, chiusi in men di ventiquattr’ore dalla rete degli eserciti vincitori anche quegli ultimi valichi, il misero Bourbaky disperò; e dopo aver tentato invano di bruciarsi le cervella, rassegnò il comando dell’ormai disfatto suo esercito al generale Clinchant, affinchè dove e come potesse lo riducesse in salvo.

Garibaldi però non se ne stava inerte, e appena conosciuto il primo rovescio del Bourbaky, del quale era rimasto fino al 27 senza notizie, lanciava, senza abbandonare Dijon sempre minacciato, tutte le forze di cui poteva disporre sui fianchi del Manteuffel, facendo occupare Saint-Jean de Losme da Menotti e Mont Roland presso Dôle da Baghino, e portando egli stesso il suo Quartier generale a Mondaine. Nè colà s’arrestava; all’appello di Clinchant, ormai chiuso in Pontarlier, si gettava con mosse arditissime colla 4ª e 5ª brigata sulle spalle dei Prussiani verso Bourg e Lons-le-Saulinier, deciso comunque ad aprire un varco all’esercito amico; ma il 29 mattina giungeva a luipure la notizia dell’armistizio di ventun giorni conchiuso a Versailles, e l’ordine di fermarsi sui posti occupati.

Non era quello il voto di Garibaldi e de’ suoi seguaci, tuttavia si riconfortò nel pensiero che la tregua gli avrebbe dato modo di riordinare e agguerrire il suo esercito, ponendolo in grado di compiere più segnalate imprese a servizio della Repubblica. Quale non fu invece la sua meraviglia nel sentire che tutti gli eserciti militanti nel Giura, nel Doubs e nella Costa d’Oro erano esclusi dalla tregua e che tanto a lui quanto al Clinchant era imposto di correre ancora la sorte dell’armi, e far fronte al nemico!

Nè il combattere l’avrebbe sgomentato; ma dietro quell’annunzio ne seguiva quasi subito un altro, che l’esercito dell’Est oramai serrato nelle tanaglie di ferro del Werder e del Manteuffel, già a mezzo disfatto dagli stenti e dalle diserzioni, s’era buttato per perduto oltre la frontiera svizzera, abbandonando così lui solo alle prese co’ formidabili nemici da cui fuggiva. Vide tosto il pericolo l’Eroe italiano; se indugiava un giorno solo, la tagliuola in cui era caduto il Bourbaky avrebbe stritolato lui pure, condannandolo inesorabilmente ad essere come la più parte de’ generali francesi «ingabbiato sui vagoni del bestiame» e tradotto prigioniero in una fortezza tedesca.

Non perdette però un istante; corse a Dijon, e mentre Menotti sulla strada di Saint-Apollinaire, Baghino a Mont Roland continuavano ancora a respingere le scorrerie de’ nemici, che tentavano avvilupparli, Garibaldi prepara dietro di loro la ritirata di tutto l’esercito, che in ordine perfetto, senza perder nè un uomo, nè un carro, nè un cannone, si compie per la strada comune di Autun e la ferrata di Beaune-Chagny,e restituisce così intatto alla Francia l’esercito ch’essa gli aveva confidato.

Ed oramai il destino aveva detto la sua ultima parola. Il Governo aveva convocato in Bordeaux un’assemblea di rappresentanti, che aveva principalmente per mandato di deliberare sui preliminari conchiusi a Versailles; e Garibaldi, eletto, per Algeri, rimise il comando dell’esercito nelle mani del figlio Menotti e si recò all’Assemblea. Quivi pure due partiti tenevano il campo: i rivoluzionari di tutte le tinte, per la guerra a oltranza: i conservatori in massa, mescuglio di bonapartisti, legittimisti, borghesi,rurali, per la pace ad ogni costo. I primi accolsero Garibaldi con ovazioni frenetiche, i secondi con oltraggi bestiali. Calmo in mezzo al tumulto babelico, l’Eroe chiese di parlare e non gli fu concesso. Allora uscì dalla Camera, rassegnò l’ufficio di deputato, salutò con un altro proclama i suoi fedeli dell’esercito de’ Vosgi, e triste, scorato, schivando le pubbliche manifestazioni, fuggendo persino le visite degli amici, nulla avendo accettato per sè, nulla avendo chiesto per i suoi, se ne tornò nel romitaggio della sua Caprera.

Fu quella l’ultima stagione campale dell’Eroe e non poteva chiudere con azione più cavalleresca la sua cavalleresca epopea. Mille pensieri potevano trattenerlo; ma nella Francia caduta egli non vide che un grande e miserando infortunio, ed accorse a sollevarlo. Ciò basta alla sua gloria. Non ridiremo per altro quello che pure è ritornello obbligato di tutti i discorsi, ch’egli sia andato a quell’impresa soffocando i ricordi di Roma, di Nizza e di Mentana, perchè ciònon è. Noi vogliamo il nostro Eroe grande, ma lo vogliamo soprattutto vero. Garibaldi distingueva due Francie: quella di Napoleone, e quella del Popolo francese; la prima aveva rubato all’Italia Nizza e Roma, e non le avrebbe perdonato mai; la seconda non era stata che la vittima inconscia e lo strumento involontario del predatore, e per essa gli era parso il più semplice dei doveri offrire il sangue e la vita.

Epperò non è vero ch’egli siasi offerto alla Francia soltanto quando vi fu proclamata la Repubblica; ma è verissimo che se vi fosse durato l’Impero, egli non vi sarebbe andato mai. Della sua andata in Francia non avrebbe fatto mai una questione astratta di Monarchia e Repubblica (non la fece nemmeno in Italia), e qualunque fosse il governo prescelto dal popolo francese, egli non avrebbe consultato che i diritti della sventura e i doveri della fratellanza, e sarebbe accorso; ma ne avrebbe fatto sempre una questione di Bonapartismo. Convien prendere l’uomo qual era. Il suo amore alla Francia aveva per confine l’odio al Bonaparte: finchè essa tollerava quell’uomo, e volontaria o no se ne faceva complice e satellite, non meritava più che un braccio si levasse per lei, e conveniva che il suo destino si adempisse.

Libera invece del Bonaparte, ecco che la Francia si trasfigura: i suoi vizi scompaiono; le sue virtù ingigantiscono; essa torna la grande, la forte, la invincibile, la madre della libertà, la nutrice dell’incivilimento, caduta un istante, per colpa non sua, sotto il ferro d’un despotismo parente a quello onde s’è appena liberata, ma che è dovere di quanti uomini liberi sono nati da quel seno, ed hanno succhiato quel latte, di rialzare e redimere.

Magnanimo illuso! Nemmeno l’accoglienza fatta alui medesimo valse ad aprirgli gli occhi. Stimarono grande mercè concedere a quel Capitano di ventura una condotta; gli avareggiarono prima gli uomini, poi le armi, poi le vesti; sdegnarono ch’egli comandasse ad una sola compagnia dell’esercito regolare; avrebbero reputato sacrilego che un solo de’ loro più ignoti generali ubbidisse a’ suoi ordini; lo tormentarono infine per quattro mesi di angherie, di sospetti, di calunnie, ed egli impavido e rassegnato a tutto, ingollò fino al fondo l’aceto e il fiele di che lo abbeverarono; e quando suo figlio e suo genero, stanchi ormai delle incessanti vessazioni, gli fanno dire che se durano ancora avrebbero dato le loro dimissioni: «Ebbene, dice, vadano pure: faremo la guerra anche senza di loro.»

E quella guerra, la fece come nessuno dei generali che si sarebber creduti umiliati di ubbidirlo, seppe farla. Fra lui e i suoi Luogotenenti, sempre però ispirati da lui, sostenne nel corto spazio di quattro mesi oltre venti combattimenti, de’ quali le giornate di Pasques e di Dijon vere battaglie, ed eccettuato il fallito colpo notturno di Dijon non fu battuto mai. Soccorse i generali francesi suoi vicini, e non ne fu soccorso: vide fin dal primo giorno l’importanza di Dôle, e non fu per colpa sua se gli eserciti nemici la ripresero senza colpo ferire.

Fu detto che egli ignorò la mossa del generale Manteuffel e che questi lo tenne a bada con una sola brigata; ma basti rileggere con un istante di spassionatezza la storia di quella campagna per vedere quanto, in quella asserzione, vi sia d’ingiusto e di falso.

«Il passaggio dell’armata di Manteuffel al nord (dice Garibaldi stesso)[389]per aiutare quella di Werderera noto a me come alle mie quattro brigate: la seconda comandata dal colonnello Lobbia, e la quarta da Ricciotti manovravano insieme a tutti i nostri corpi difrancs-tireurs, ed erano distaccate per contrariare la congiunzione degli eserciti nemici.»

Che poi il Manteuffel abbia baloccato Garibaldi con una sola brigata è ancora più falso. Anzitutto, e qui preghiamo i militari a guardare la Carta e a leggere le storie ufficiali, fino al 17 o 18 di gennaio Manteuffel fu incerto se prendere la strada di Dijon o quella di Vesoul, sicchè fino a quel giorno le sue avanguardie avviluppavano può dirsi Dijon alla distanza di una giornata di marcia, e certo in quel momento non si vorrà pretendere che Garibaldi solo andasse a dar di cozzo nell’intera armata del Generale prussiano. In secondo luogo è affatto inesatto che quando il Manteuffel decise di continuare per Vesoul egli si lasciasse addietro per ischermo soltanto la brigata Kettler; fino dal 21 sera c’era la divisione Zastrow che manovrava sempre nei dintorni di Montbard, e Garibaldi, che aveva nemici di fianco, di fronte, da tutti i lati, sopra un’area di oltre cinquanta chilometri, non poteva certo supporre, come non era, che quelle truppe appartenessero ad una sola brigata.

Finalmente è vero che la brigata Kettler fu la sola ad attaccare Dijon, dimostrando in quelle tre giornate un valore ed un ardimento veramente mirabili; ma ciò non conduce a concludere che le sue forze fossero così sproporzionate a quelle del nemico che assaliva; o che anche, data la sproporzione, questi potesse far di più che respingere l’attacco. Non era sì grande la sproporzione: poichè la brigata Kettler, rinforzata da un reggimento di cavalleria, contava pur sempre i suoi diecimila combattenti; mentre Garibaldi nonpoteva opporgli che il vecchio esercito dei Vosgi scemato allora della brigata Lobbia, chiusa in Langres, cioè circa sedicimila uomini, una metà dei qualimobiles, moblotsemobilisés, gente che si batteva intermittentemente, o non si batteva affatto.[390]

Ma ammessa pure dalla parte garibaldina una tal quale superiorità numerica (troppo pareggiata dalla inferiorità morale), chiediamo a tutti gli uomini che in siffatte questioni vedono lume, che cosa poteva far Garibaldi assalito così gagliardamente per tre giorni, se non ributtare gli assalti, e conservare quella città che il governo di Bordeaux gli replicava ogni giorno di difendereinébranlablement? Forse si pretenderebbe che co’ suoi diciottomila uomini egli dovesse al tempo stesso batter Kettler e assalir Manteuffel, forte di ben sessantamila, il quale, sia detto per soprappiù, il 21 mattina non aveva più nemmeno l’inquietudine di Bourbaky già disfatto il 18 alla Lisaine?

Poteva, è vero, tentarlo dopo, quando respinto il Kettler e rinforzato di nuove milizie e nuove artiglierie, la condizione disperata del Bourbaky richiedeva uno sforzo disperato, e sappiamo che lo tentò. Lo tentò; ma la nostra molta fede nel genio di Garibaldi non va sino al punto di credere che il suo temerario tentativo[391]sarebbe approdato. Lo sfacelo dell’esercito di Bourbaky era cominciato molto prima della sconfinata di Pontarlier; e non c’era più forza umana che lo potesse arrestare. Garibaldi avrebbe sacrificato inutilmente il suo esercito, il suo nome,forse la sua vita, ma non avrebbe potuto mutare i decreti della sorte.

Tutto quanto un uomo, un soldato, un cittadino poteva fare per la più cara, la più diletta delle patrie, Garibaldi lo fece per la Francia; e ciò spiega sempre più perchè gli imbastigliati di Gravelotte e di Sédan, i capitolati di Metz e di Parigi non gli abbiano perdonato mai l’oltraggio di quel beneficio. Soltanto dopo la sua morte una parte della Francia parve voler cancellare l’ingratitudine dell’altra parte, decretando espressioni di pubblico cordoglio; e noi ne siamo lieti, non già per Garibaldi, che oramai «s’è beato e ciò non ode,» ma per l’onore della Francia stessa.


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