PROFILO

PROFILOtratto dallaNuova Antologia,giugno 1882[pg!3]LaNuova Antologiavuol rendere anch'essa il suo tributo alla memoria di Giuseppe Garibaldi. Ed il suo direttore, con una squisita cortesia, della quale gli son grato, ha invitato me, che non sono redattore della rinomata effemeride, per adempiere tale ufficio.Dopo tutto ciò, che in questi giorni fu detto e scritto di Garibaldi, è un'opera assai difficile il poterne ancora degnamente ragionare. Non già che il tema sia esaurito, ma perchè mi sembra esser necessaria un'abilità che confesso di non avere, per soddisfare le non ordinarie esigenze dei lettori. [pg!5]La biografia di un uomo—sia pure un grande statista od uno scienziato—è subito fatta. Ma non si può tesser la vita di Garibaldi senza fare la storia italiana degli ultimi 50 anni. E non basta!Se Garibaldi, sin dalla prima sua giovinezza, ebbe un culto per la patria, se i suoi pensieri, i suoi studî, le sue cure, le sue opere non ebbero altro scopo—l'anima sua generosa spaziava nell'infinito; il dovere per lui non aveva limiti di territorio, egli era il cavaliere dell'umanità. Ed allora come ricordare questa parte della sua vita senza toccare il problema ancora insoluto delle nazionalità, senza parlare dei popoli, che lo invocarono nei momenti del pericolo, che sperarono in lui, ed alla difesa dei quali egli concorse colla spada o con la parola?Nato dal popolo, educato ai principii della democrazia in un paese dove infrenata era la libertà, egli intravide la istituzione della republica con un Re. Ciò parve una contraddizione agl'ideologi della politica: ai republicani che non ritengono possibile e duraturo il regime da essi prediletto senza il periodico mutamento delle persone nella suprema magistratura dello Stato; ai monarchici, [pg!6] i quali presentono la instabilità delle dinastie nel trionfo della democrazia.Garibaldi al contrario trovava ad armonizzare nella sua mente questi due estremi, Popolo e Re. Laonde egli non credeva tradire la sua coscienza quando al 1859 ed al 1860 scriveva nella sua bandiera il motto:Italia e Vittorio Emanuele. Molto meno credeva poter offendere il Re, quando parlava della republica italiana e del suo avvenire. S'illudeva intanto, quando, pei loro fini particolari, i monarchici al 1859 si vantavano di aver conquistato Garibaldi; e più tardi, al 1879, i republicani s'illusero sperando che Garibaldi fosse ritornato a loro e ch'essi avrebbero potuto valersi di lui per la distruzione della monarchia.Io non so come sarà governata l'Europa da qui a 50 anni. Penso intanto e sono profondamente convinto, che per la monarchia del diritto divino non vi sarà posto. Quello che valgono i grandi Stati costituiti in republiche, ve ne dà un esempio la Francia; e però, per dare pace duratura alle nazioni, non ci si offre che un solo rimedio, ed è l'attuazione del concetto garibaldino di un Re capo della [pg!7] democrazia. Fortunatamente per l'Italia, Garibaldi s'è fidato ad una dinastia, la quale comprende le tendenze dei tempi. Essa non può dimenticare che il principato nazionale è sorto dai plebisciti, e che tradirebbe le sue origini, se osasse arrestare il progresso.Fin qui ho definito, senza volerlo, la mente politica del nostro eroe; ma ciò non basta, perchè il quadro sarebbe incompleto, se non delineassi l'uomo nella società. Noi siamo nel secolo delle plebi, e nessuno più di Garibaldi ne presentì il prossimo avvenimento e ne patrocinò la redenzione. Ma anche in questo s'ingannarono quei socialisti, i quali avendolo attirato nei congressi internazionali, credettero valersi del suo nome per legittimare le loro teorie.Le sofferenze dell'operaio e la tirannide della borghesia, gli scioperi e le coalizioni, la necessità di mettere l'accordo tra coloro che lavorano e coloro che ne profittano, erano tanti problemi la cui soluzione egli spingeva col cuore. Ed ammirava il lavoratore della terra e degli opifizi, e onorava i sacrifici dei suoi militi sui campi di battaglia.Quando nel 1863 ferveva il brigantaggio nelle Provincie napolitane, e le Camere [pg!8] discutevano le leggi eccezionali per estirparlo, egli osservava che erano imputabili il governo e la borghesia. Il suo cuore si spezzava alle notizie degli stragi e del sangue versato; e quando gli parlavano di quegli sciagurati, i quali assaltavano e distruggevano le fattorie, scannavano il bestiame, bruciavano gli alberi e le messi, egli rispondeva che colà era una questione sociale, la quale non si poteva risolvere col ferro e col fuoco. Un giorno, raccontandogli uno de' suoi amici che i briganti, condannati dai consigli di guerra, affrontavano imperterriti la morte, egli ebbe ad esclamare quanto eroismo miseramente sciupato! cotesti uomini, traviati dal delitto, sarebbero stati soldati valorosi all'appello della patria.Il partito internazionale si lusingò un momento di aver l'ausilio di Garibaldi, dopo che gli aveva consentito a recarsi al congresso di Ginevra. Nulla di più assurdo; e se i socialisti non se ne sono convinti, basterebbe ricordar loro il fatto che Garibaldi si rifiutò al 1871 di portare la sua spada in difesa della Comune di Parigi, e nol permise a suo figlio Menotti, che vi era stato chiamato.Il partito internazionale rinnega la patria [pg!9] e la famiglia. Pe' suoi apostoli la costituzione spartana è un rancidume, perchè essi vogliono abbattere le frontiere domestiche e le frontiere nazionali.Le frontiere domestiche e le frontiere nazionali erano sacre a Garibaldi. Egli aveva una venerazione per la famiglia; e la patria per lui era una religione.Garibaldi voleva l'indipendenza e la libertà di tutti i popoli; ma non soffriva che l'Italia perdesse la sua autonomia. Quanto egli amasse la famiglia, lo sanno coloro che lo videro in mezzo ai suoi cari, e che dal 1874 in poi assistettero alle lotte del suo cuore, ardente come egli era di assicurare l'avvenire a' suoi bimbi.Il ministro Mancini ed io abbiamo preziosi autografi di Garibaldi, diretti a noi prima e dopo la celebrazione del suo matrimonio. Scelgo una delle sue lettere, e ne fo dono ai lettori dellaNuova Antologia, perchè nelle parole di lui si rivela la grande anima dell'uomo e del patriota.Agl'internazionalisti varrà di lezione:«Caprera 13, 1880.«Mio carissimo ed illustre Crispi.«Da molti anni vincolato a voi nel mutuo amore per questa nostra Italia—che ebbimo la fortuna di servire [pg!10] insieme sui campi di battaglia—io vi devo la generosa cooperazione al compimento del mio sacro dovere, che mi ha costituito oggi felice e tranquillo sulla sorte dei miei cari.«Con somma gratitudine sono per la vita«vostroG. Garibaldi.»Quando fui a Caprera pei funerali del compianto Eroe, la vedova mi volle nella sua camera per dirmi, che egli le aveva raccomandato più volte di ringraziare gli amici di quello che avevano fatto per la sua famiglia, e che l'aveva incaricata di dichiarar loro che egli moriva tormentato dal pensiero che Nizza appartenesse ancora ai francesi.Coloro che dopo la sua morte han parlato e scritto di Garibaldi, han ricordato le cento battaglie da lui vinte, la strategia del gran capitano, la preveggenza e la calma di lui sul campo di battaglia.Io non sento il bisogno di ripetere le stesse cose, perchè nulla direi di nuovo e nulla aggiungerei a ciò che tutti sanno.Sul campo di battaglia Garibaldi era un veggente. Il suo viso splendeva, i suoi occhi fulminei sorridevano, egli vedeva tutto, prevedeva tutto, nulla gli sfuggiva, [pg!11] avreste detto che egli assistesse ad una festa:ludum bellicum.Era un eroe? No, più che un eroe: egli creava gli eroi, perchè accanto a lui non si poteva essere codardi.E la codardia fu il solo peccato che Garibaldi non perdonava. Ricorderò un aneddoto.Il 26 giugno 1860 scoppiò in Palermo una di quelle agitazioni, che si dicono dimostrazioni popolari. Era la prima del genere, ma sventuratamente non fu l'ultima, perchè essa fu di esempio ai partiti, i quali poscia ne usarono e ne abusarono. Le grida dimortee dievviva, gli schiamazzi indescrivibili giunsero alle orecchie del Dittatore, il quale ordinò che una deputazione si presentasse da lui per informarlo dei desiderii del popolo. Quattro o cinque tribuni improvvisati salirono le scale del palazzo reale e furono tosto alla presenza di Garibaldi. Ed egli:—Che vuole il popolo?—La dimissione del Ministero.—Va bene. Ma chi mettereste al posto di coloro che oggi governano?—E qui, uno della deputazione uscì fuori con una carta, nella quale erano scritti [pg!12] sette od otto nomi. Il Dittatore, letto il nome di colui che era a capo della lista, rispose immantinente:—Non lo voglio, perchè questo fugge nei pericoli, e noi abbiamo bisogno di persone che affrontino il fuoco.—E poichè mi è caduto dalla penna la paroladittatore, mi permettano i lettori che io ne spieghi il significato, e dica in qual modo Garibaldi esercitasse il suo ufficio sovrano. Ricordando ch'egli era un soldato e che l'unione in un uomo dei poteri civili e militari mena spesso al dispotismo, più d'uno potrebbe in questo argomento cadere in errore.Garibaldi aveva molta dimestichezza coi classici antichi. Egli conosceva a menadito la storia della repubblica romana, ed ammirava il valore e la sapienza dei suoi capitani. Egli ricordava sovente, che in tempo di guerra la salute della patria s'era dovuta alla dittatura.Il 12 maggio 1860, alle 4 1/2 del mattino, uscivamo da Marsala per avviarci verso i monti vicini. Precedevamo Garibaldi, io ed un altro condottiero dei Mille. Il mio compagno impegnò il suo discorso sulla necessità della costituzione del nuovo governo, e consigliava la formazione [pg!13] di Comitati secondo lo stile del 1848. Ed il Generale:—No, mio buon amico. Io non sono del vostro avviso. Coi Comitati avremmo il disordine. Un solo, un solo dev'essere alla testa del governo.—Dopo questa sentenza, fu fatto il silenzio.La sera pernottammo a Rampagallo, ed il 13 verso le 7 pomeridiane abbiamo fatto il nostro ingresso a Salemi. Il 14 fu fatto il decreto col quale Garibaldi dichiarava di assumere la dittatura in nome di Vittorio Emanuele Re d'Italia.Il 15 maggio abbiamo vinto i Borboni a Calatafimi, il 21 ci siamo battuti presso Monreale e S. Martino, il 27 siamo entrati in Palermo, il 3 giugno abbiamo ricostituito il Governo con la nomina dei segretari di Stato pei varii rami della publica amministrazione. Prima di giungere a Palermo, un solo segretario di Stato era agli ordini del generale.La dittatura liberò la Sicilia e le provincie napolitane, e fondò l'unità della patria italiana. Nessuno dirà, che con tanta autorità esercitata da un sol uomo la libertà ne rimanesse offesa. Quantunque non aiutato dalle assemblee, Garibaldi [pg!14] governando seppe interpretare il pensiero del popolo.Nessuno avrebbe detto che quello fosse un regime militare, perchè in nissun caso fu vista la spada dominatrice e tiranna. Garibaldi era accessibile a tutti, poveri e ricchi, plebei e borghesi; ed il diritto di stampa e quel di riunione non furono frenati da legge alcuna. In tutta la Sicilia non vennero eseguite che tre sentenze di morte: un ribaldo fu fucilato perchè, durante la guerra, aveva messo a sacco e fuoco alcuni Comuni della provincia di Palermo; altri due furono fucilati nella provincia di Trapani, colpevoli di assassinii e di rapine.Garibaldi non trovò ostacoli nell'esercizio delle sue funzioni. Appena nel giugno 1860, i borbonici ebbero lasciato Palermo tutto procedette come nei tempi normali, le imposte furon riscosse senza difficoltà, i commerci ripresero il loro movimento, i cittadini ritornarono alle loro abituali occupazioni. Quello che meravigliò gli uomini d'affari, fu il pagamento delle cedole del debito publico, ordinato sin dai primi giorni del nuovo Governo e regolarmente eseguito.I siciliani, i quali ricordavano il governo parlamentare del 1848, i disordini [pg!15] di allora, le difficoltà finanziarie e politiche, non sapevano darsi ragione come da Garibaldi si fosse mantenuto tanto ordine con tanta libertà. Era la Dittatura con tutti i beneficii, senza i suoi vizii, l'unità del potere illuminata dalla publica opinione, la sovranità della ragione, senza violenze e senza i traviamenti della passione.Fin qui, l'uomo di Stato ed il Capitano.Ma non sento aver compiuto il debito mio, senza inoltrarmi nei penetrali del gabinetto, e senza aver detto quello che era Garibaldi tra le quattro mura.La reggia di Palermo e quella di Napoli non turbarono la mente sua, ed a Palermo e a Napoli egli aveva scelto una modesta cameretta, e dormiva in un letticciuolo non dissimile da quello nel quale ultimamente giaceva nella sua Caprera.Ed in tanta potenza egli non dimenticò gli amici, non i compagni de' suoi primi anni, non i patrioti coi quali aveva comunanza di aspirazioni e di affetti.Il 3 ottobre 1860 Giorgio Pallavicino fu nominato prodittatore nelle provincie napoletane. Prima che ricevesse il decreto—egli l'ebbe da me nel pomeriggio del [pg!16] giorno 4—aveva fatto stampare nei giornali una lettera a Mazzini, nella quale lo consigliava ad allontanarsi dalle provincie meridionali, dicendogli che la sua presenza creava imbarazzi e metteva a repentaglio quella concordia che tanto era necessaria al trionfo della causa italiana.Quella lettera ferì gravemente il cuore di Garibaldi. La coincidenza di quelle parole col contemporaneo decreto, che investiva Pallavicino dei supremi poteri dello Stato, avrebbe potuto suscitar dubbii che Garibaldi voleva dissipati. Volle veder Mazzini per potersi spiegare con lui, e Mazzini venne a Caserta la sera del 4 ottobre.Garibaldi era nel letto, e i due, appena furon vicini, si strinsero cordialmente la mano, come amici che si vedono la prima volta dopo lunga e penosa lontananza. Garibaldi fu il primo a parlare:—Spero che non vorrete lasciar Napoli dopo i consigli che vi furono dati. La lettera di Pallavicino è un'aberrazione e capirete, che io non posso diffidare di voi, nè supporre che la vostra presenza in Napoli sia d'imbarazzo al trionfo della [pg!17] causa nazionale, per la quale ambedue abbiamo lavorato.—Generale, io era sicuro dell'animo vostro; ma la lettera ha fatto profonda impressione nel paese, perchè scritta dal vostro prodittatore.—Pallavicino è da poche ore prodittatore, e quello che egli ha scritto è di sua competenza, e non può essere un atto di governo. Comunque sia, io domando che non vi moviate, e vi assicuro che nissuno oserà portarvi molestia.—Mazzini e Garibaldi, dopo questo incidente personale, scambiarono poche altre parole sulle condizioni d'Italia, sulla necessità di compiere l'opera nazionale. Verso le 8 pomeridiane l'antico triumviro si levò, e, congedatosi, riprese la via di Napoli.Questo episodio, ignoto a molti, compie il ritratto del nostro eroe.Il dottor Riboli, il quale nella sua permanenza a Caprera nel 1861, studiò fisicamente Garibaldi, scriveva che la craniologia della di lui testa presentava un fenomeno originale dei più rari, anzi, senza precedenti: l'armonia di tutti gli organi perfetta, e la risultante matematica del loro insieme, la quale, indicava: [pg!18] l'abnegazione anzitutto, e ovunque la prudenza, il sangue freddo, l'austerità naturale dei costumi, la meditazione quasi continua, l'eloquenza grave ed esatta, la lealtà dominante. [pg!19]

PROFILOtratto dallaNuova Antologia,giugno 1882[pg!3]LaNuova Antologiavuol rendere anch'essa il suo tributo alla memoria di Giuseppe Garibaldi. Ed il suo direttore, con una squisita cortesia, della quale gli son grato, ha invitato me, che non sono redattore della rinomata effemeride, per adempiere tale ufficio.Dopo tutto ciò, che in questi giorni fu detto e scritto di Garibaldi, è un'opera assai difficile il poterne ancora degnamente ragionare. Non già che il tema sia esaurito, ma perchè mi sembra esser necessaria un'abilità che confesso di non avere, per soddisfare le non ordinarie esigenze dei lettori. [pg!5]La biografia di un uomo—sia pure un grande statista od uno scienziato—è subito fatta. Ma non si può tesser la vita di Garibaldi senza fare la storia italiana degli ultimi 50 anni. E non basta!Se Garibaldi, sin dalla prima sua giovinezza, ebbe un culto per la patria, se i suoi pensieri, i suoi studî, le sue cure, le sue opere non ebbero altro scopo—l'anima sua generosa spaziava nell'infinito; il dovere per lui non aveva limiti di territorio, egli era il cavaliere dell'umanità. Ed allora come ricordare questa parte della sua vita senza toccare il problema ancora insoluto delle nazionalità, senza parlare dei popoli, che lo invocarono nei momenti del pericolo, che sperarono in lui, ed alla difesa dei quali egli concorse colla spada o con la parola?Nato dal popolo, educato ai principii della democrazia in un paese dove infrenata era la libertà, egli intravide la istituzione della republica con un Re. Ciò parve una contraddizione agl'ideologi della politica: ai republicani che non ritengono possibile e duraturo il regime da essi prediletto senza il periodico mutamento delle persone nella suprema magistratura dello Stato; ai monarchici, [pg!6] i quali presentono la instabilità delle dinastie nel trionfo della democrazia.Garibaldi al contrario trovava ad armonizzare nella sua mente questi due estremi, Popolo e Re. Laonde egli non credeva tradire la sua coscienza quando al 1859 ed al 1860 scriveva nella sua bandiera il motto:Italia e Vittorio Emanuele. Molto meno credeva poter offendere il Re, quando parlava della republica italiana e del suo avvenire. S'illudeva intanto, quando, pei loro fini particolari, i monarchici al 1859 si vantavano di aver conquistato Garibaldi; e più tardi, al 1879, i republicani s'illusero sperando che Garibaldi fosse ritornato a loro e ch'essi avrebbero potuto valersi di lui per la distruzione della monarchia.Io non so come sarà governata l'Europa da qui a 50 anni. Penso intanto e sono profondamente convinto, che per la monarchia del diritto divino non vi sarà posto. Quello che valgono i grandi Stati costituiti in republiche, ve ne dà un esempio la Francia; e però, per dare pace duratura alle nazioni, non ci si offre che un solo rimedio, ed è l'attuazione del concetto garibaldino di un Re capo della [pg!7] democrazia. Fortunatamente per l'Italia, Garibaldi s'è fidato ad una dinastia, la quale comprende le tendenze dei tempi. Essa non può dimenticare che il principato nazionale è sorto dai plebisciti, e che tradirebbe le sue origini, se osasse arrestare il progresso.Fin qui ho definito, senza volerlo, la mente politica del nostro eroe; ma ciò non basta, perchè il quadro sarebbe incompleto, se non delineassi l'uomo nella società. Noi siamo nel secolo delle plebi, e nessuno più di Garibaldi ne presentì il prossimo avvenimento e ne patrocinò la redenzione. Ma anche in questo s'ingannarono quei socialisti, i quali avendolo attirato nei congressi internazionali, credettero valersi del suo nome per legittimare le loro teorie.Le sofferenze dell'operaio e la tirannide della borghesia, gli scioperi e le coalizioni, la necessità di mettere l'accordo tra coloro che lavorano e coloro che ne profittano, erano tanti problemi la cui soluzione egli spingeva col cuore. Ed ammirava il lavoratore della terra e degli opifizi, e onorava i sacrifici dei suoi militi sui campi di battaglia.Quando nel 1863 ferveva il brigantaggio nelle Provincie napolitane, e le Camere [pg!8] discutevano le leggi eccezionali per estirparlo, egli osservava che erano imputabili il governo e la borghesia. Il suo cuore si spezzava alle notizie degli stragi e del sangue versato; e quando gli parlavano di quegli sciagurati, i quali assaltavano e distruggevano le fattorie, scannavano il bestiame, bruciavano gli alberi e le messi, egli rispondeva che colà era una questione sociale, la quale non si poteva risolvere col ferro e col fuoco. Un giorno, raccontandogli uno de' suoi amici che i briganti, condannati dai consigli di guerra, affrontavano imperterriti la morte, egli ebbe ad esclamare quanto eroismo miseramente sciupato! cotesti uomini, traviati dal delitto, sarebbero stati soldati valorosi all'appello della patria.Il partito internazionale si lusingò un momento di aver l'ausilio di Garibaldi, dopo che gli aveva consentito a recarsi al congresso di Ginevra. Nulla di più assurdo; e se i socialisti non se ne sono convinti, basterebbe ricordar loro il fatto che Garibaldi si rifiutò al 1871 di portare la sua spada in difesa della Comune di Parigi, e nol permise a suo figlio Menotti, che vi era stato chiamato.Il partito internazionale rinnega la patria [pg!9] e la famiglia. Pe' suoi apostoli la costituzione spartana è un rancidume, perchè essi vogliono abbattere le frontiere domestiche e le frontiere nazionali.Le frontiere domestiche e le frontiere nazionali erano sacre a Garibaldi. Egli aveva una venerazione per la famiglia; e la patria per lui era una religione.Garibaldi voleva l'indipendenza e la libertà di tutti i popoli; ma non soffriva che l'Italia perdesse la sua autonomia. Quanto egli amasse la famiglia, lo sanno coloro che lo videro in mezzo ai suoi cari, e che dal 1874 in poi assistettero alle lotte del suo cuore, ardente come egli era di assicurare l'avvenire a' suoi bimbi.Il ministro Mancini ed io abbiamo preziosi autografi di Garibaldi, diretti a noi prima e dopo la celebrazione del suo matrimonio. Scelgo una delle sue lettere, e ne fo dono ai lettori dellaNuova Antologia, perchè nelle parole di lui si rivela la grande anima dell'uomo e del patriota.Agl'internazionalisti varrà di lezione:«Caprera 13, 1880.«Mio carissimo ed illustre Crispi.«Da molti anni vincolato a voi nel mutuo amore per questa nostra Italia—che ebbimo la fortuna di servire [pg!10] insieme sui campi di battaglia—io vi devo la generosa cooperazione al compimento del mio sacro dovere, che mi ha costituito oggi felice e tranquillo sulla sorte dei miei cari.«Con somma gratitudine sono per la vita«vostroG. Garibaldi.»Quando fui a Caprera pei funerali del compianto Eroe, la vedova mi volle nella sua camera per dirmi, che egli le aveva raccomandato più volte di ringraziare gli amici di quello che avevano fatto per la sua famiglia, e che l'aveva incaricata di dichiarar loro che egli moriva tormentato dal pensiero che Nizza appartenesse ancora ai francesi.Coloro che dopo la sua morte han parlato e scritto di Garibaldi, han ricordato le cento battaglie da lui vinte, la strategia del gran capitano, la preveggenza e la calma di lui sul campo di battaglia.Io non sento il bisogno di ripetere le stesse cose, perchè nulla direi di nuovo e nulla aggiungerei a ciò che tutti sanno.Sul campo di battaglia Garibaldi era un veggente. Il suo viso splendeva, i suoi occhi fulminei sorridevano, egli vedeva tutto, prevedeva tutto, nulla gli sfuggiva, [pg!11] avreste detto che egli assistesse ad una festa:ludum bellicum.Era un eroe? No, più che un eroe: egli creava gli eroi, perchè accanto a lui non si poteva essere codardi.E la codardia fu il solo peccato che Garibaldi non perdonava. Ricorderò un aneddoto.Il 26 giugno 1860 scoppiò in Palermo una di quelle agitazioni, che si dicono dimostrazioni popolari. Era la prima del genere, ma sventuratamente non fu l'ultima, perchè essa fu di esempio ai partiti, i quali poscia ne usarono e ne abusarono. Le grida dimortee dievviva, gli schiamazzi indescrivibili giunsero alle orecchie del Dittatore, il quale ordinò che una deputazione si presentasse da lui per informarlo dei desiderii del popolo. Quattro o cinque tribuni improvvisati salirono le scale del palazzo reale e furono tosto alla presenza di Garibaldi. Ed egli:—Che vuole il popolo?—La dimissione del Ministero.—Va bene. Ma chi mettereste al posto di coloro che oggi governano?—E qui, uno della deputazione uscì fuori con una carta, nella quale erano scritti [pg!12] sette od otto nomi. Il Dittatore, letto il nome di colui che era a capo della lista, rispose immantinente:—Non lo voglio, perchè questo fugge nei pericoli, e noi abbiamo bisogno di persone che affrontino il fuoco.—E poichè mi è caduto dalla penna la paroladittatore, mi permettano i lettori che io ne spieghi il significato, e dica in qual modo Garibaldi esercitasse il suo ufficio sovrano. Ricordando ch'egli era un soldato e che l'unione in un uomo dei poteri civili e militari mena spesso al dispotismo, più d'uno potrebbe in questo argomento cadere in errore.Garibaldi aveva molta dimestichezza coi classici antichi. Egli conosceva a menadito la storia della repubblica romana, ed ammirava il valore e la sapienza dei suoi capitani. Egli ricordava sovente, che in tempo di guerra la salute della patria s'era dovuta alla dittatura.Il 12 maggio 1860, alle 4 1/2 del mattino, uscivamo da Marsala per avviarci verso i monti vicini. Precedevamo Garibaldi, io ed un altro condottiero dei Mille. Il mio compagno impegnò il suo discorso sulla necessità della costituzione del nuovo governo, e consigliava la formazione [pg!13] di Comitati secondo lo stile del 1848. Ed il Generale:—No, mio buon amico. Io non sono del vostro avviso. Coi Comitati avremmo il disordine. Un solo, un solo dev'essere alla testa del governo.—Dopo questa sentenza, fu fatto il silenzio.La sera pernottammo a Rampagallo, ed il 13 verso le 7 pomeridiane abbiamo fatto il nostro ingresso a Salemi. Il 14 fu fatto il decreto col quale Garibaldi dichiarava di assumere la dittatura in nome di Vittorio Emanuele Re d'Italia.Il 15 maggio abbiamo vinto i Borboni a Calatafimi, il 21 ci siamo battuti presso Monreale e S. Martino, il 27 siamo entrati in Palermo, il 3 giugno abbiamo ricostituito il Governo con la nomina dei segretari di Stato pei varii rami della publica amministrazione. Prima di giungere a Palermo, un solo segretario di Stato era agli ordini del generale.La dittatura liberò la Sicilia e le provincie napolitane, e fondò l'unità della patria italiana. Nessuno dirà, che con tanta autorità esercitata da un sol uomo la libertà ne rimanesse offesa. Quantunque non aiutato dalle assemblee, Garibaldi [pg!14] governando seppe interpretare il pensiero del popolo.Nessuno avrebbe detto che quello fosse un regime militare, perchè in nissun caso fu vista la spada dominatrice e tiranna. Garibaldi era accessibile a tutti, poveri e ricchi, plebei e borghesi; ed il diritto di stampa e quel di riunione non furono frenati da legge alcuna. In tutta la Sicilia non vennero eseguite che tre sentenze di morte: un ribaldo fu fucilato perchè, durante la guerra, aveva messo a sacco e fuoco alcuni Comuni della provincia di Palermo; altri due furono fucilati nella provincia di Trapani, colpevoli di assassinii e di rapine.Garibaldi non trovò ostacoli nell'esercizio delle sue funzioni. Appena nel giugno 1860, i borbonici ebbero lasciato Palermo tutto procedette come nei tempi normali, le imposte furon riscosse senza difficoltà, i commerci ripresero il loro movimento, i cittadini ritornarono alle loro abituali occupazioni. Quello che meravigliò gli uomini d'affari, fu il pagamento delle cedole del debito publico, ordinato sin dai primi giorni del nuovo Governo e regolarmente eseguito.I siciliani, i quali ricordavano il governo parlamentare del 1848, i disordini [pg!15] di allora, le difficoltà finanziarie e politiche, non sapevano darsi ragione come da Garibaldi si fosse mantenuto tanto ordine con tanta libertà. Era la Dittatura con tutti i beneficii, senza i suoi vizii, l'unità del potere illuminata dalla publica opinione, la sovranità della ragione, senza violenze e senza i traviamenti della passione.Fin qui, l'uomo di Stato ed il Capitano.Ma non sento aver compiuto il debito mio, senza inoltrarmi nei penetrali del gabinetto, e senza aver detto quello che era Garibaldi tra le quattro mura.La reggia di Palermo e quella di Napoli non turbarono la mente sua, ed a Palermo e a Napoli egli aveva scelto una modesta cameretta, e dormiva in un letticciuolo non dissimile da quello nel quale ultimamente giaceva nella sua Caprera.Ed in tanta potenza egli non dimenticò gli amici, non i compagni de' suoi primi anni, non i patrioti coi quali aveva comunanza di aspirazioni e di affetti.Il 3 ottobre 1860 Giorgio Pallavicino fu nominato prodittatore nelle provincie napoletane. Prima che ricevesse il decreto—egli l'ebbe da me nel pomeriggio del [pg!16] giorno 4—aveva fatto stampare nei giornali una lettera a Mazzini, nella quale lo consigliava ad allontanarsi dalle provincie meridionali, dicendogli che la sua presenza creava imbarazzi e metteva a repentaglio quella concordia che tanto era necessaria al trionfo della causa italiana.Quella lettera ferì gravemente il cuore di Garibaldi. La coincidenza di quelle parole col contemporaneo decreto, che investiva Pallavicino dei supremi poteri dello Stato, avrebbe potuto suscitar dubbii che Garibaldi voleva dissipati. Volle veder Mazzini per potersi spiegare con lui, e Mazzini venne a Caserta la sera del 4 ottobre.Garibaldi era nel letto, e i due, appena furon vicini, si strinsero cordialmente la mano, come amici che si vedono la prima volta dopo lunga e penosa lontananza. Garibaldi fu il primo a parlare:—Spero che non vorrete lasciar Napoli dopo i consigli che vi furono dati. La lettera di Pallavicino è un'aberrazione e capirete, che io non posso diffidare di voi, nè supporre che la vostra presenza in Napoli sia d'imbarazzo al trionfo della [pg!17] causa nazionale, per la quale ambedue abbiamo lavorato.—Generale, io era sicuro dell'animo vostro; ma la lettera ha fatto profonda impressione nel paese, perchè scritta dal vostro prodittatore.—Pallavicino è da poche ore prodittatore, e quello che egli ha scritto è di sua competenza, e non può essere un atto di governo. Comunque sia, io domando che non vi moviate, e vi assicuro che nissuno oserà portarvi molestia.—Mazzini e Garibaldi, dopo questo incidente personale, scambiarono poche altre parole sulle condizioni d'Italia, sulla necessità di compiere l'opera nazionale. Verso le 8 pomeridiane l'antico triumviro si levò, e, congedatosi, riprese la via di Napoli.Questo episodio, ignoto a molti, compie il ritratto del nostro eroe.Il dottor Riboli, il quale nella sua permanenza a Caprera nel 1861, studiò fisicamente Garibaldi, scriveva che la craniologia della di lui testa presentava un fenomeno originale dei più rari, anzi, senza precedenti: l'armonia di tutti gli organi perfetta, e la risultante matematica del loro insieme, la quale, indicava: [pg!18] l'abnegazione anzitutto, e ovunque la prudenza, il sangue freddo, l'austerità naturale dei costumi, la meditazione quasi continua, l'eloquenza grave ed esatta, la lealtà dominante. [pg!19]

tratto dallaNuova Antologia,giugno 1882

[pg!3]

LaNuova Antologiavuol rendere anch'essa il suo tributo alla memoria di Giuseppe Garibaldi. Ed il suo direttore, con una squisita cortesia, della quale gli son grato, ha invitato me, che non sono redattore della rinomata effemeride, per adempiere tale ufficio.

Dopo tutto ciò, che in questi giorni fu detto e scritto di Garibaldi, è un'opera assai difficile il poterne ancora degnamente ragionare. Non già che il tema sia esaurito, ma perchè mi sembra esser necessaria un'abilità che confesso di non avere, per soddisfare le non ordinarie esigenze dei lettori. [pg!5]

La biografia di un uomo—sia pure un grande statista od uno scienziato—è subito fatta. Ma non si può tesser la vita di Garibaldi senza fare la storia italiana degli ultimi 50 anni. E non basta!

Se Garibaldi, sin dalla prima sua giovinezza, ebbe un culto per la patria, se i suoi pensieri, i suoi studî, le sue cure, le sue opere non ebbero altro scopo—l'anima sua generosa spaziava nell'infinito; il dovere per lui non aveva limiti di territorio, egli era il cavaliere dell'umanità. Ed allora come ricordare questa parte della sua vita senza toccare il problema ancora insoluto delle nazionalità, senza parlare dei popoli, che lo invocarono nei momenti del pericolo, che sperarono in lui, ed alla difesa dei quali egli concorse colla spada o con la parola?

Nato dal popolo, educato ai principii della democrazia in un paese dove infrenata era la libertà, egli intravide la istituzione della republica con un Re. Ciò parve una contraddizione agl'ideologi della politica: ai republicani che non ritengono possibile e duraturo il regime da essi prediletto senza il periodico mutamento delle persone nella suprema magistratura dello Stato; ai monarchici, [pg!6] i quali presentono la instabilità delle dinastie nel trionfo della democrazia.

Garibaldi al contrario trovava ad armonizzare nella sua mente questi due estremi, Popolo e Re. Laonde egli non credeva tradire la sua coscienza quando al 1859 ed al 1860 scriveva nella sua bandiera il motto:Italia e Vittorio Emanuele. Molto meno credeva poter offendere il Re, quando parlava della republica italiana e del suo avvenire. S'illudeva intanto, quando, pei loro fini particolari, i monarchici al 1859 si vantavano di aver conquistato Garibaldi; e più tardi, al 1879, i republicani s'illusero sperando che Garibaldi fosse ritornato a loro e ch'essi avrebbero potuto valersi di lui per la distruzione della monarchia.

Io non so come sarà governata l'Europa da qui a 50 anni. Penso intanto e sono profondamente convinto, che per la monarchia del diritto divino non vi sarà posto. Quello che valgono i grandi Stati costituiti in republiche, ve ne dà un esempio la Francia; e però, per dare pace duratura alle nazioni, non ci si offre che un solo rimedio, ed è l'attuazione del concetto garibaldino di un Re capo della [pg!7] democrazia. Fortunatamente per l'Italia, Garibaldi s'è fidato ad una dinastia, la quale comprende le tendenze dei tempi. Essa non può dimenticare che il principato nazionale è sorto dai plebisciti, e che tradirebbe le sue origini, se osasse arrestare il progresso.

Fin qui ho definito, senza volerlo, la mente politica del nostro eroe; ma ciò non basta, perchè il quadro sarebbe incompleto, se non delineassi l'uomo nella società. Noi siamo nel secolo delle plebi, e nessuno più di Garibaldi ne presentì il prossimo avvenimento e ne patrocinò la redenzione. Ma anche in questo s'ingannarono quei socialisti, i quali avendolo attirato nei congressi internazionali, credettero valersi del suo nome per legittimare le loro teorie.

Le sofferenze dell'operaio e la tirannide della borghesia, gli scioperi e le coalizioni, la necessità di mettere l'accordo tra coloro che lavorano e coloro che ne profittano, erano tanti problemi la cui soluzione egli spingeva col cuore. Ed ammirava il lavoratore della terra e degli opifizi, e onorava i sacrifici dei suoi militi sui campi di battaglia.

Quando nel 1863 ferveva il brigantaggio nelle Provincie napolitane, e le Camere [pg!8] discutevano le leggi eccezionali per estirparlo, egli osservava che erano imputabili il governo e la borghesia. Il suo cuore si spezzava alle notizie degli stragi e del sangue versato; e quando gli parlavano di quegli sciagurati, i quali assaltavano e distruggevano le fattorie, scannavano il bestiame, bruciavano gli alberi e le messi, egli rispondeva che colà era una questione sociale, la quale non si poteva risolvere col ferro e col fuoco. Un giorno, raccontandogli uno de' suoi amici che i briganti, condannati dai consigli di guerra, affrontavano imperterriti la morte, egli ebbe ad esclamare quanto eroismo miseramente sciupato! cotesti uomini, traviati dal delitto, sarebbero stati soldati valorosi all'appello della patria.

Il partito internazionale si lusingò un momento di aver l'ausilio di Garibaldi, dopo che gli aveva consentito a recarsi al congresso di Ginevra. Nulla di più assurdo; e se i socialisti non se ne sono convinti, basterebbe ricordar loro il fatto che Garibaldi si rifiutò al 1871 di portare la sua spada in difesa della Comune di Parigi, e nol permise a suo figlio Menotti, che vi era stato chiamato.

Il partito internazionale rinnega la patria [pg!9] e la famiglia. Pe' suoi apostoli la costituzione spartana è un rancidume, perchè essi vogliono abbattere le frontiere domestiche e le frontiere nazionali.

Le frontiere domestiche e le frontiere nazionali erano sacre a Garibaldi. Egli aveva una venerazione per la famiglia; e la patria per lui era una religione.

Garibaldi voleva l'indipendenza e la libertà di tutti i popoli; ma non soffriva che l'Italia perdesse la sua autonomia. Quanto egli amasse la famiglia, lo sanno coloro che lo videro in mezzo ai suoi cari, e che dal 1874 in poi assistettero alle lotte del suo cuore, ardente come egli era di assicurare l'avvenire a' suoi bimbi.

Il ministro Mancini ed io abbiamo preziosi autografi di Garibaldi, diretti a noi prima e dopo la celebrazione del suo matrimonio. Scelgo una delle sue lettere, e ne fo dono ai lettori dellaNuova Antologia, perchè nelle parole di lui si rivela la grande anima dell'uomo e del patriota.

Agl'internazionalisti varrà di lezione:

«Caprera 13, 1880.

«Mio carissimo ed illustre Crispi.

«Da molti anni vincolato a voi nel mutuo amore per questa nostra Italia—che ebbimo la fortuna di servire [pg!10] insieme sui campi di battaglia—io vi devo la generosa cooperazione al compimento del mio sacro dovere, che mi ha costituito oggi felice e tranquillo sulla sorte dei miei cari.

«Con somma gratitudine sono per la vita

«vostroG. Garibaldi.»

Quando fui a Caprera pei funerali del compianto Eroe, la vedova mi volle nella sua camera per dirmi, che egli le aveva raccomandato più volte di ringraziare gli amici di quello che avevano fatto per la sua famiglia, e che l'aveva incaricata di dichiarar loro che egli moriva tormentato dal pensiero che Nizza appartenesse ancora ai francesi.

Coloro che dopo la sua morte han parlato e scritto di Garibaldi, han ricordato le cento battaglie da lui vinte, la strategia del gran capitano, la preveggenza e la calma di lui sul campo di battaglia.

Io non sento il bisogno di ripetere le stesse cose, perchè nulla direi di nuovo e nulla aggiungerei a ciò che tutti sanno.

Sul campo di battaglia Garibaldi era un veggente. Il suo viso splendeva, i suoi occhi fulminei sorridevano, egli vedeva tutto, prevedeva tutto, nulla gli sfuggiva, [pg!11] avreste detto che egli assistesse ad una festa:ludum bellicum.

Era un eroe? No, più che un eroe: egli creava gli eroi, perchè accanto a lui non si poteva essere codardi.

E la codardia fu il solo peccato che Garibaldi non perdonava. Ricorderò un aneddoto.

Il 26 giugno 1860 scoppiò in Palermo una di quelle agitazioni, che si dicono dimostrazioni popolari. Era la prima del genere, ma sventuratamente non fu l'ultima, perchè essa fu di esempio ai partiti, i quali poscia ne usarono e ne abusarono. Le grida dimortee dievviva, gli schiamazzi indescrivibili giunsero alle orecchie del Dittatore, il quale ordinò che una deputazione si presentasse da lui per informarlo dei desiderii del popolo. Quattro o cinque tribuni improvvisati salirono le scale del palazzo reale e furono tosto alla presenza di Garibaldi. Ed egli:

—Che vuole il popolo?

—La dimissione del Ministero.

—Va bene. Ma chi mettereste al posto di coloro che oggi governano?—

E qui, uno della deputazione uscì fuori con una carta, nella quale erano scritti [pg!12] sette od otto nomi. Il Dittatore, letto il nome di colui che era a capo della lista, rispose immantinente:

—Non lo voglio, perchè questo fugge nei pericoli, e noi abbiamo bisogno di persone che affrontino il fuoco.—

E poichè mi è caduto dalla penna la paroladittatore, mi permettano i lettori che io ne spieghi il significato, e dica in qual modo Garibaldi esercitasse il suo ufficio sovrano. Ricordando ch'egli era un soldato e che l'unione in un uomo dei poteri civili e militari mena spesso al dispotismo, più d'uno potrebbe in questo argomento cadere in errore.

Garibaldi aveva molta dimestichezza coi classici antichi. Egli conosceva a menadito la storia della repubblica romana, ed ammirava il valore e la sapienza dei suoi capitani. Egli ricordava sovente, che in tempo di guerra la salute della patria s'era dovuta alla dittatura.

Il 12 maggio 1860, alle 4 1/2 del mattino, uscivamo da Marsala per avviarci verso i monti vicini. Precedevamo Garibaldi, io ed un altro condottiero dei Mille. Il mio compagno impegnò il suo discorso sulla necessità della costituzione del nuovo governo, e consigliava la formazione [pg!13] di Comitati secondo lo stile del 1848. Ed il Generale:

—No, mio buon amico. Io non sono del vostro avviso. Coi Comitati avremmo il disordine. Un solo, un solo dev'essere alla testa del governo.—

Dopo questa sentenza, fu fatto il silenzio.

La sera pernottammo a Rampagallo, ed il 13 verso le 7 pomeridiane abbiamo fatto il nostro ingresso a Salemi. Il 14 fu fatto il decreto col quale Garibaldi dichiarava di assumere la dittatura in nome di Vittorio Emanuele Re d'Italia.

Il 15 maggio abbiamo vinto i Borboni a Calatafimi, il 21 ci siamo battuti presso Monreale e S. Martino, il 27 siamo entrati in Palermo, il 3 giugno abbiamo ricostituito il Governo con la nomina dei segretari di Stato pei varii rami della publica amministrazione. Prima di giungere a Palermo, un solo segretario di Stato era agli ordini del generale.

La dittatura liberò la Sicilia e le provincie napolitane, e fondò l'unità della patria italiana. Nessuno dirà, che con tanta autorità esercitata da un sol uomo la libertà ne rimanesse offesa. Quantunque non aiutato dalle assemblee, Garibaldi [pg!14] governando seppe interpretare il pensiero del popolo.

Nessuno avrebbe detto che quello fosse un regime militare, perchè in nissun caso fu vista la spada dominatrice e tiranna. Garibaldi era accessibile a tutti, poveri e ricchi, plebei e borghesi; ed il diritto di stampa e quel di riunione non furono frenati da legge alcuna. In tutta la Sicilia non vennero eseguite che tre sentenze di morte: un ribaldo fu fucilato perchè, durante la guerra, aveva messo a sacco e fuoco alcuni Comuni della provincia di Palermo; altri due furono fucilati nella provincia di Trapani, colpevoli di assassinii e di rapine.

Garibaldi non trovò ostacoli nell'esercizio delle sue funzioni. Appena nel giugno 1860, i borbonici ebbero lasciato Palermo tutto procedette come nei tempi normali, le imposte furon riscosse senza difficoltà, i commerci ripresero il loro movimento, i cittadini ritornarono alle loro abituali occupazioni. Quello che meravigliò gli uomini d'affari, fu il pagamento delle cedole del debito publico, ordinato sin dai primi giorni del nuovo Governo e regolarmente eseguito.

I siciliani, i quali ricordavano il governo parlamentare del 1848, i disordini [pg!15] di allora, le difficoltà finanziarie e politiche, non sapevano darsi ragione come da Garibaldi si fosse mantenuto tanto ordine con tanta libertà. Era la Dittatura con tutti i beneficii, senza i suoi vizii, l'unità del potere illuminata dalla publica opinione, la sovranità della ragione, senza violenze e senza i traviamenti della passione.

Fin qui, l'uomo di Stato ed il Capitano.

Ma non sento aver compiuto il debito mio, senza inoltrarmi nei penetrali del gabinetto, e senza aver detto quello che era Garibaldi tra le quattro mura.

La reggia di Palermo e quella di Napoli non turbarono la mente sua, ed a Palermo e a Napoli egli aveva scelto una modesta cameretta, e dormiva in un letticciuolo non dissimile da quello nel quale ultimamente giaceva nella sua Caprera.

Ed in tanta potenza egli non dimenticò gli amici, non i compagni de' suoi primi anni, non i patrioti coi quali aveva comunanza di aspirazioni e di affetti.

Il 3 ottobre 1860 Giorgio Pallavicino fu nominato prodittatore nelle provincie napoletane. Prima che ricevesse il decreto—egli l'ebbe da me nel pomeriggio del [pg!16] giorno 4—aveva fatto stampare nei giornali una lettera a Mazzini, nella quale lo consigliava ad allontanarsi dalle provincie meridionali, dicendogli che la sua presenza creava imbarazzi e metteva a repentaglio quella concordia che tanto era necessaria al trionfo della causa italiana.

Quella lettera ferì gravemente il cuore di Garibaldi. La coincidenza di quelle parole col contemporaneo decreto, che investiva Pallavicino dei supremi poteri dello Stato, avrebbe potuto suscitar dubbii che Garibaldi voleva dissipati. Volle veder Mazzini per potersi spiegare con lui, e Mazzini venne a Caserta la sera del 4 ottobre.

Garibaldi era nel letto, e i due, appena furon vicini, si strinsero cordialmente la mano, come amici che si vedono la prima volta dopo lunga e penosa lontananza. Garibaldi fu il primo a parlare:

—Spero che non vorrete lasciar Napoli dopo i consigli che vi furono dati. La lettera di Pallavicino è un'aberrazione e capirete, che io non posso diffidare di voi, nè supporre che la vostra presenza in Napoli sia d'imbarazzo al trionfo della [pg!17] causa nazionale, per la quale ambedue abbiamo lavorato.

—Generale, io era sicuro dell'animo vostro; ma la lettera ha fatto profonda impressione nel paese, perchè scritta dal vostro prodittatore.

—Pallavicino è da poche ore prodittatore, e quello che egli ha scritto è di sua competenza, e non può essere un atto di governo. Comunque sia, io domando che non vi moviate, e vi assicuro che nissuno oserà portarvi molestia.—

Mazzini e Garibaldi, dopo questo incidente personale, scambiarono poche altre parole sulle condizioni d'Italia, sulla necessità di compiere l'opera nazionale. Verso le 8 pomeridiane l'antico triumviro si levò, e, congedatosi, riprese la via di Napoli.

Questo episodio, ignoto a molti, compie il ritratto del nostro eroe.

Il dottor Riboli, il quale nella sua permanenza a Caprera nel 1861, studiò fisicamente Garibaldi, scriveva che la craniologia della di lui testa presentava un fenomeno originale dei più rari, anzi, senza precedenti: l'armonia di tutti gli organi perfetta, e la risultante matematica del loro insieme, la quale, indicava: [pg!18] l'abnegazione anzitutto, e ovunque la prudenza, il sangue freddo, l'austerità naturale dei costumi, la meditazione quasi continua, l'eloquenza grave ed esatta, la lealtà dominante. [pg!19]


Back to IndexNext