LETTERA DEL SIGNOR DI BLUMENFIELD ALL'EDITORE.Per una congiuntura non troppo comune m'è venuto alle mani il manoscritto che v'includo, il quale mi pare degno d'essere pubblicato, perchè potrebbe contribuire in qualche modo a rivolgere la mente degli uomini, massime de' potenti, alla oscure tribolazioni dei poverelli.Permettetemi di non essere dell'opinione del vostro maggior poeta:Che l'animo di quel ch'ode non posa,Nè ferma fede per esempio ch'aiaLa sua radice incognita e nascosa,Nè per altro argomento che non paia.Anzi, col rispetto debito a un tanto uomo, io credo che se l'animo di colui che ode non si ferma alle sventure dei poveri, bisogna ch'egli sia assai scellerato, e sia indegno di compatire alle sventure de' poveri e de' non poveri.Guardate un re caduto dal trono. S'egli è ucciso, cessa la disputa, perchè la morte annulla tutto, ed è comune a tutti, e tutti agguaglia; nè può essere oggetto di paragone. Se non è ucciso, pigliate qualunque meno infelice della gente minuta, e vi parrà che il re caduto è felicissimo a petto a quello. Ora io domando, perchè tutta la compassione, tutti gli affetti de' cuori ben nati, tutte le lacrime degli uomini e delle donne,debbono essere concesse al re caduto, e non a colui che nacque miserabile, cioè al meno infelice e non al più. O anche la compassione è schiava?Ma lasciamo questa questione. Io credo che se i poveri non si corrompessero nelle loro sventure, e sapessero serbare un animo grande, e descrivere i mali loro, l'ultimo dei mendicanti potrebbe aggiungere qualche articolo sconosciuto alla storia delle sventure umane.Io ho voltato in tedesco questo manoscritto, ed ho in animo di pubblicarlo al mio ritorno a Berlino, dove riuscirà più originale che qui, per le descrizioni che vi si trovano di alcuni vostri costumi nazionali, molto diversi dai nostri, e, perdonatemi, molto strani.Non per tanto, ho voluto farvi dono del manoscritto originale, perchè mi piacerebbe che lo pubblicaste così com'egli fu scritto dall'infelice donzella di cui contiene la vita; e perchè vi assicuro che mi sono assai affezionato alla memoria di questa misera Ginevra, e vorrei che le sue sventure fossero conosciute da tutto il mondo.Come mi sia pervenuto alle mani il manoscritto, lo potete vedere dalla copia del preambolo che ho scritto per la mia versione. State sano. Di Firenze a dì 1 di ottobre MCCCXXXV.
Per una congiuntura non troppo comune m'è venuto alle mani il manoscritto che v'includo, il quale mi pare degno d'essere pubblicato, perchè potrebbe contribuire in qualche modo a rivolgere la mente degli uomini, massime de' potenti, alla oscure tribolazioni dei poverelli.
Permettetemi di non essere dell'opinione del vostro maggior poeta:
Che l'animo di quel ch'ode non posa,Nè ferma fede per esempio ch'aiaLa sua radice incognita e nascosa,Nè per altro argomento che non paia.
Che l'animo di quel ch'ode non posa,
Nè ferma fede per esempio ch'aia
La sua radice incognita e nascosa,
Nè per altro argomento che non paia.
Anzi, col rispetto debito a un tanto uomo, io credo che se l'animo di colui che ode non si ferma alle sventure dei poveri, bisogna ch'egli sia assai scellerato, e sia indegno di compatire alle sventure de' poveri e de' non poveri.
Guardate un re caduto dal trono. S'egli è ucciso, cessa la disputa, perchè la morte annulla tutto, ed è comune a tutti, e tutti agguaglia; nè può essere oggetto di paragone. Se non è ucciso, pigliate qualunque meno infelice della gente minuta, e vi parrà che il re caduto è felicissimo a petto a quello. Ora io domando, perchè tutta la compassione, tutti gli affetti de' cuori ben nati, tutte le lacrime degli uomini e delle donne,debbono essere concesse al re caduto, e non a colui che nacque miserabile, cioè al meno infelice e non al più. O anche la compassione è schiava?
Ma lasciamo questa questione. Io credo che se i poveri non si corrompessero nelle loro sventure, e sapessero serbare un animo grande, e descrivere i mali loro, l'ultimo dei mendicanti potrebbe aggiungere qualche articolo sconosciuto alla storia delle sventure umane.
Io ho voltato in tedesco questo manoscritto, ed ho in animo di pubblicarlo al mio ritorno a Berlino, dove riuscirà più originale che qui, per le descrizioni che vi si trovano di alcuni vostri costumi nazionali, molto diversi dai nostri, e, perdonatemi, molto strani.
Non per tanto, ho voluto farvi dono del manoscritto originale, perchè mi piacerebbe che lo pubblicaste così com'egli fu scritto dall'infelice donzella di cui contiene la vita; e perchè vi assicuro che mi sono assai affezionato alla memoria di questa misera Ginevra, e vorrei che le sue sventure fossero conosciute da tutto il mondo.
Come mi sia pervenuto alle mani il manoscritto, lo potete vedere dalla copia del preambolo che ho scritto per la mia versione. State sano. Di Firenze a dì 1 di ottobre MCCCXXXV.