LV.Era dopo pranzo quand'io fui posseditrice di quel libro. M'adagiai sul lettino nel modo consueto; e ripostoil secondo volume fra un guanciale e l'altro, apersi il primo. Era la bibbia. Era volgarizzata da non mi rammento chi, in uno stile puro, semplice e grave a un tempo. O quanto mi giovò allora di già conoscere l'Asia, di già conoscere la terra d'Eden! Quanto mi giovò di già conoscere l'Arabia, la Siria, la Palestina e l'Egitto! o Tabor, o Giordano, o Asfaltide, come mi tornò grato e misterioso il vostro già noto nome!Io aveva creduto insino allora, che l'essere cristiano consistesse nel toccare della mano destra la fronte, lo stomaco ed ambo le spalle con la velocità del fulmine, pronunziando tre nomi, dei quali nessuno non m'aveva insegnato il mistero; nel pronunziare malamente e per sola forza d'abito alcune parole in una lingua ignota; nell'assistere i dì di festa ad alcuni movimenti e ad alcune altre parole in lingua medesimamente ignota che un uomo vestito altrimenti che me diceva in un luogo, il quale non mi s'era mai fatto intendere che cosa veramente significasse; ed a cadere ginocchioni in terra, e darmi di forti picchiate nel petto, quando vedeva che gli altri facevano il somigliante. Avevo creduto che l'essere cristiano consistesse nel raccomandarsi così vagamente, non già solo a un comune signore del cielo e della terra, del quale mai non m'era stato convenevolmente parlato, ma insieme con lui e senza troppo esatta distinzione, a infiniti nomi così di uomini come di donne, ch'io m'era avvezza a considerare quasi altrettante signorie celesti, tutte presso che come quel primo signore onnipossenti. Nè io aveva veduto intorno a me sorgere alcun disparere, che tosto l'uno non si botasse a un santo e l'altro a un altro, aggiungendo insino le minaccie, quasi che quei santi, non altrimenti che gli déi d'Omero, dovessero battagliare fra loro sulle nubi perappagare ciascuno la voglia del suo terrestre cliente. Nè da quegli atti estrinsechi o da quei nomi in fuori, i quali nulla non avevano che fare col mio intelletto, io avrei mai accolto nella mia mente pure un solo pensiero di religione, se guardando intorno a me, e sentendo tutto potentissimo e me nulla, io non mi fossi naturalmente atterrata davanti a una tanta potenza, prestandole, come ad uomo, le mie passioni, e implorandone la pietà nel mio dolore; e se il nome di Maria, che tutti dicevano madre di quest'uomo dio, nè alcuno me ne insegnava il mistero, e della quale tutti mi domandavano ancora figliuola, non mi fosse sonato sempre qualche cosa di materno e di soccorrevole. Nè questo mio atterrarmi era di tenerezza o di pietà, ma di paura. Nè ultimamente fu una sola quella volta, che sentendomi innocentissima e infelicissima a un tempo, io mi volsi ed al figliuolo ed alla madre ed a tutti gli altri nomi di paradiso ch'io aveva mai udito nominare, e che, come di chi m'avesse data contro un'ingiustissima sentenza, io stoltamente li accusai tutti delle mie terribili sventure. E:Se voi siete onnipossenti, io diceva nel mio rustico senso, e se io non sono rea, come voi dovete sapere, di colpa veruna, qualunque sieno i vostri imperscrutabili fini, qual mestieri avevate del mio dolore? Non potevate intendere ai vostri fini così col mio piacere, come col mio dolore? E se io sono incolpabile, perchè per intendere ai vostri fini avete voluto scegliere per purissima vostra elezione più tosto la via del mio dolore, ch'io non meritava, che quella del mio piacere, ch'io meritava?Così innalzava io al cielo i miei cupi lamenti, nè mi pareva d'esser empia per ciò.Quel libro, insino dal terzo capitoletto, mi spiegò il mistero del dolore, del male, in fine, sulla terra, che m'era stato fino a quel punto inesplicabile. Me lo spiegò, per verità, con un altro mistero; perchè io non potetti comprendere perchè il fallo di un altro che me si fosse dovuto trasfondere per tante migliaia di secoli e di generazioni insino a me, che forse non l'avrei commesso. Ma già quel piccolo trattatello di cosmografia m'aveva mostrato che tutto era mistero nell'universo; e poichè la mente umana non è infinita, e che di mistero in mistero pure l'è forza di fermarsi alla fine in uno, io non solo perchè già per religione era anticipatamente risoluta d'acquetarmi in quello, ma anche per ragione alla fine mi v'acquetai. E sentendomi tanto più infervorata di correre il cammino della scienza per il quale m'ero messa, quanto ne divenivo più mesta, giudicai che forse quel mistero significava essere inevitabile alla natura umana di stendere volonterosa la mano a quel pomo che chiude in se il seme della sventura.Persuasa, dunque, del trasfondersi e tradursi della colpa da padre in figliuolo, io corsi tutto il vecchio testamento, e mi fu vista la terra, accolto il seme del male nel suo seno fecondo, divenire ogni dì più pregna di colpe e di dolore, e partorire alla fine un orrendo mostro, la schiavitù del genere umano. E questa visione m'aperse il cuore ad accogliere l'altro mistero del Creatore misericordioso alla sua creatura, che s'incarna in quella perchè egli solo, onnipotente nel suo dolore, poteva bastare al tanto ch'egli stesso domandava a liberare il genere umano, e Maria partorì, e Cristo uccise la schiavitù sulla terra, e chi tenta di risuscitarla, fa contra Cristo.Così lessi il nuovo testamento; e seguendo Gesù,salsi il monte, e pendetti dalla sua bocca, ed egli disse:Gli antichi v'hanno insegnato che non dovete uccidere. Io v'insegno che chi s'adira solo contro il fratello, è reo.Gli antichi v'hanno insegnato che non dovete spergiurare. Io v'insegno che non dovete nè pure solo giurare; ma dire: è, non è.Gli antichi v'hanno insegnato che dovete amare gli amici e odiare i nemici. Io v'insegno che dovete amare i vostri nemici; perchè siete tutti fratelli e figliuoli di un solo padre.Gli antichi v'hanno insegnato che occhio per occhio, e dente per dente. Io v'insegno che se il vostro fratello v'ha ferito da un fianco, che voi gli mostriate l'altro ignudo. Perchè se voi non perdonate al fratello, Iddio non perdonerà a voi.Gli antichi v'hanno insegnato che dovete far la limosina. Io v'insegno che dovete farla di nascosto, che la vostra sinistra non sappia quel che la destra diede.Gli antichi v'hanno insegnato che dovete orare, e digiunare. Io v'insegno che dovete orare in segreto e brevemente, e digiunare in modo che tutti vi stimino satolli: se no, imiterete i pagani.Gli antichi v'hanno insegnato a saper sopportare la povertà. Io v'insegno che chi ha amore alle ricchezze non può averlo a Dio, perchè mal si servono due padroni.Ed io sentii non solo per fede, ma per ragione ancora, che queste parole non sonavano tutto umano, che questa morale aveva qualche cosa della perfezione del cielo, e simboleggiava che la natura umana s'era sposata alla divina.
Era dopo pranzo quand'io fui posseditrice di quel libro. M'adagiai sul lettino nel modo consueto; e ripostoil secondo volume fra un guanciale e l'altro, apersi il primo. Era la bibbia. Era volgarizzata da non mi rammento chi, in uno stile puro, semplice e grave a un tempo. O quanto mi giovò allora di già conoscere l'Asia, di già conoscere la terra d'Eden! Quanto mi giovò di già conoscere l'Arabia, la Siria, la Palestina e l'Egitto! o Tabor, o Giordano, o Asfaltide, come mi tornò grato e misterioso il vostro già noto nome!
Io aveva creduto insino allora, che l'essere cristiano consistesse nel toccare della mano destra la fronte, lo stomaco ed ambo le spalle con la velocità del fulmine, pronunziando tre nomi, dei quali nessuno non m'aveva insegnato il mistero; nel pronunziare malamente e per sola forza d'abito alcune parole in una lingua ignota; nell'assistere i dì di festa ad alcuni movimenti e ad alcune altre parole in lingua medesimamente ignota che un uomo vestito altrimenti che me diceva in un luogo, il quale non mi s'era mai fatto intendere che cosa veramente significasse; ed a cadere ginocchioni in terra, e darmi di forti picchiate nel petto, quando vedeva che gli altri facevano il somigliante. Avevo creduto che l'essere cristiano consistesse nel raccomandarsi così vagamente, non già solo a un comune signore del cielo e della terra, del quale mai non m'era stato convenevolmente parlato, ma insieme con lui e senza troppo esatta distinzione, a infiniti nomi così di uomini come di donne, ch'io m'era avvezza a considerare quasi altrettante signorie celesti, tutte presso che come quel primo signore onnipossenti. Nè io aveva veduto intorno a me sorgere alcun disparere, che tosto l'uno non si botasse a un santo e l'altro a un altro, aggiungendo insino le minaccie, quasi che quei santi, non altrimenti che gli déi d'Omero, dovessero battagliare fra loro sulle nubi perappagare ciascuno la voglia del suo terrestre cliente. Nè da quegli atti estrinsechi o da quei nomi in fuori, i quali nulla non avevano che fare col mio intelletto, io avrei mai accolto nella mia mente pure un solo pensiero di religione, se guardando intorno a me, e sentendo tutto potentissimo e me nulla, io non mi fossi naturalmente atterrata davanti a una tanta potenza, prestandole, come ad uomo, le mie passioni, e implorandone la pietà nel mio dolore; e se il nome di Maria, che tutti dicevano madre di quest'uomo dio, nè alcuno me ne insegnava il mistero, e della quale tutti mi domandavano ancora figliuola, non mi fosse sonato sempre qualche cosa di materno e di soccorrevole. Nè questo mio atterrarmi era di tenerezza o di pietà, ma di paura. Nè ultimamente fu una sola quella volta, che sentendomi innocentissima e infelicissima a un tempo, io mi volsi ed al figliuolo ed alla madre ed a tutti gli altri nomi di paradiso ch'io aveva mai udito nominare, e che, come di chi m'avesse data contro un'ingiustissima sentenza, io stoltamente li accusai tutti delle mie terribili sventure. E:
Se voi siete onnipossenti, io diceva nel mio rustico senso, e se io non sono rea, come voi dovete sapere, di colpa veruna, qualunque sieno i vostri imperscrutabili fini, qual mestieri avevate del mio dolore? Non potevate intendere ai vostri fini così col mio piacere, come col mio dolore? E se io sono incolpabile, perchè per intendere ai vostri fini avete voluto scegliere per purissima vostra elezione più tosto la via del mio dolore, ch'io non meritava, che quella del mio piacere, ch'io meritava?
Così innalzava io al cielo i miei cupi lamenti, nè mi pareva d'esser empia per ciò.
Quel libro, insino dal terzo capitoletto, mi spiegò il mistero del dolore, del male, in fine, sulla terra, che m'era stato fino a quel punto inesplicabile. Me lo spiegò, per verità, con un altro mistero; perchè io non potetti comprendere perchè il fallo di un altro che me si fosse dovuto trasfondere per tante migliaia di secoli e di generazioni insino a me, che forse non l'avrei commesso. Ma già quel piccolo trattatello di cosmografia m'aveva mostrato che tutto era mistero nell'universo; e poichè la mente umana non è infinita, e che di mistero in mistero pure l'è forza di fermarsi alla fine in uno, io non solo perchè già per religione era anticipatamente risoluta d'acquetarmi in quello, ma anche per ragione alla fine mi v'acquetai. E sentendomi tanto più infervorata di correre il cammino della scienza per il quale m'ero messa, quanto ne divenivo più mesta, giudicai che forse quel mistero significava essere inevitabile alla natura umana di stendere volonterosa la mano a quel pomo che chiude in se il seme della sventura.
Persuasa, dunque, del trasfondersi e tradursi della colpa da padre in figliuolo, io corsi tutto il vecchio testamento, e mi fu vista la terra, accolto il seme del male nel suo seno fecondo, divenire ogni dì più pregna di colpe e di dolore, e partorire alla fine un orrendo mostro, la schiavitù del genere umano. E questa visione m'aperse il cuore ad accogliere l'altro mistero del Creatore misericordioso alla sua creatura, che s'incarna in quella perchè egli solo, onnipotente nel suo dolore, poteva bastare al tanto ch'egli stesso domandava a liberare il genere umano, e Maria partorì, e Cristo uccise la schiavitù sulla terra, e chi tenta di risuscitarla, fa contra Cristo.
Così lessi il nuovo testamento; e seguendo Gesù,salsi il monte, e pendetti dalla sua bocca, ed egli disse:
Gli antichi v'hanno insegnato che non dovete uccidere. Io v'insegno che chi s'adira solo contro il fratello, è reo.
Gli antichi v'hanno insegnato che non dovete spergiurare. Io v'insegno che non dovete nè pure solo giurare; ma dire: è, non è.
Gli antichi v'hanno insegnato che dovete amare gli amici e odiare i nemici. Io v'insegno che dovete amare i vostri nemici; perchè siete tutti fratelli e figliuoli di un solo padre.
Gli antichi v'hanno insegnato che occhio per occhio, e dente per dente. Io v'insegno che se il vostro fratello v'ha ferito da un fianco, che voi gli mostriate l'altro ignudo. Perchè se voi non perdonate al fratello, Iddio non perdonerà a voi.
Gli antichi v'hanno insegnato che dovete far la limosina. Io v'insegno che dovete farla di nascosto, che la vostra sinistra non sappia quel che la destra diede.
Gli antichi v'hanno insegnato che dovete orare, e digiunare. Io v'insegno che dovete orare in segreto e brevemente, e digiunare in modo che tutti vi stimino satolli: se no, imiterete i pagani.
Gli antichi v'hanno insegnato a saper sopportare la povertà. Io v'insegno che chi ha amore alle ricchezze non può averlo a Dio, perchè mal si servono due padroni.
Ed io sentii non solo per fede, ma per ragione ancora, che queste parole non sonavano tutto umano, che questa morale aveva qualche cosa della perfezione del cielo, e simboleggiava che la natura umana s'era sposata alla divina.