LXI.Perduta così l'Eugenia, e di quella tanto affettuosa e rara camerata rimasta soltanto suora Geltrude ed io,questa restrinse in me sola tutto quell'amore ch'era diviso fra quattro, e non ebbe più ben nessuno, se non quanto o mi giovava in alcuna cosa, o almeno m'era da presso. Vedendomi sempre mesta e pensierosa della perduta compagna, e di quell'ultima notte, faceva ogni opera di disviarmi da quei tetri fantasmi. E poich'io aveva esausti tutti i libri ch'ella aveva già fatti miei, si cavò un giorno dal seno la licenza dei libri che le censure ecclesiastiche vietano di leggere, la quale per mezzo del barbassoro ella m'aveva impetrata dal pontefice romano. E fattomene un dono, che, per verità, a malgrado della mia malinconia, mi fece palpitare d'allegrezza, mi condusse nel suo gabinetto, e mi fece padrona di quell'avanzo di libri. Fra i quali io mi cacciai come ingorda voratrice, e leggeva tutta notte e tutto dì accanto a lei. Ella nè anche, come sempre era solita, m'ammoniva di andare a rilento; ed io consumai un lungo inverno che mi parve un soffio. Nè contenta a ciò, come più tosto spirò la prim'aura di primavera, prendeva spessissimo di suo una carrettella a nolo, ed ora mi conduceva a Pozzuoli, ora a Baia, ora a Linterno, ora a Cuma, ora a Ercolano, ora a Pompei. Appena sopraggiunse la state, mi conduceva presso che ogni dì sulle piagge odorose di Posilipo e di Mergellina, a bagnarmi ed a specchiarmi in quelle onde purissime e carezzevoli; ed io, tranquilla oramai da tutte parti, m'annegai finalmente in un mare di felicità non meno puro nè meno carezzevole di quelle onde.E nondimeno, come in me sola si restrinse tutto quell'amore di suora Geltrude ch'era già diviso in quattro, così in me sola ancora s'aggravò tutto il fascio di quell'invidia che già eravamo quattro a sostenere. Tutta l'aristocrazia dell'alunnato si ridusse in me sola;e tutto il popolo di quelle giovani cominciò a desiderare apertamente la mia rovina.Passò la state ancora, e sopravvenne l'autunno; e lasciate le nostre gite a Mergellina, ricominciammo le nostre visite ai vestigi di quella memoria che solo, benchè molto e molto compassionevolmente se ne affatichino ne' loro scritti, non ci è stata potuta togliere dai forestieri.Il dì due di novembre, non potrà mai uscirmi dalla memoria, era quel dì in cui sapete quale strazio si fa degli avanzi dei trapassati in questa singolarissima città. Si diserrano i sepolcri, si disotterrano i morti, si riappiccano le ossa rotte e i teschi staccati dal loro troncone, si vestono chi da dottore e chi da giudice, chi da leggiadra giovane e chi da vecchia, si scrive il nome ch'ebbero o che si suppone ch'abbiano avuto in vita, s'illuminano le sotterranee volte, e si rompe l'argine a un mare di popolo, che va per via di diporto guardando questo e quello scheletro, e leggendo i nomi, e se alcun nome è noto, rammenta i suoi buoni o rei costumi o quali parve che fossero al rammentatore, e o ne piange o ne ride o passa indifferente, ma sempre gitta monete al sagrestano. La commemorazione de' morti non era il pensiero che più giovava a suora Geltrude; e vedeva anche me già dal dì dinanzi pensierosa e trista: onde si risolse di passare quel dì alla campagna.A levata di sole si partì, e, dopo forse tre ore di viaggio, giungemmo a Pompei, ch'era ben la quarta volta che vi venivamo. Quivi ci avvolgemmo gran tempo fra le vote vie e le vote case, già note, e prima di rientrare nel cocchio per tornare a desinare alla Torre dell'Annunziata, donde eravamo dianzi passate, suora Geltrude, uscita dalla città nel sobborgo detto dei sepolcri,volse a mano dritta, e mi disse che desiderava passeggiare un pochetto nella vigna contigua, e salire di là sulle mura della città, che si poteva, e contemplarla un altro istante tutta insieme. Così facemmo; e camminando sole, faceva un gran freddo, dal quale mi parve che suora Geltrude prendesse un'impressione di ribrezzo che mai non aveva presa: ma ne accagionai la novità della stagione. Gli alberi tutti ignudi ci rammentavano gli scheletri che fuggivamo; e il suono lontano delle campane sonate a distesa nelle città che circondano il Vesuvio, nelle cui cavità parea lontanamente rimbombare, misto a un certo sordo scoppiettío che facevano i nostri piedi calpestando tutte le foglie cadute e risecche, ond'era pieno lo spazzo, ci rammentava che tutto perisce quaggiù, e che l'uomo male si sdegna d'essere mortale. Salimmo finalmente sul muro; e quando ci apparve tutta la parte diseppellita di Pompei, e il freddo crebbe, e suora Geltrude, quasi abbrividando, si copriva con la pezzuola le labbra e parte del naso, io non so, ma mi parve che la stagione della vita fosse già passata, che col mancare dell'anno si mancasse tutti, che fosse giunta la stagione della morte, che la morte ci fosse intorno ovunque si ricoverasse, e che ogni fatica di fuggirla fosse vana.Discendendo dal muro suora Geltrude s'appoggiò con la sua mano sinistra sulla mia spalla destra più che per l'ordinario, e volgendosi un istante alla sua destra come per mandare un altro sguardo a Pompei, rivolgendosi mi disse:Come mi giova d'appoggiarmi sopra di te, o Ginevrina. Oramai poco mi potrebbe nuocere di morire, perchè ho un seno sul quale spirare. Ch'io credo che nel non averlo sia tutto lo spavento della morte.Ella non aveva ancora finite queste parole, ch'io diedi in un dirotto pianto, e non che reggere lei, non poteva più reggere me stessa. Le dissi che quella era la prima parola non amorevole che avevo udito dalla sua bocca, di aver potuto pronunziare ch'io le potessi sopravvivere un istante. Ella sorrise mestamente, e mi disse ch'io era assai giovane ancora nelle cose della vita; ma che ella sperava di non partirsi così presto.Risalimmo nella carrettella, che ci condusse alla Torre dell'Annunziata, dove scendemmo a un albergo per desinare. Quivi, per ridurci in un'ultima stanzetta, si dovè passare per una gran tavolata d'Inglesi di questi che si chiamanodandys, che noi diremo zerbini, i quali, benchè meno immodestamente che non avrebbero fatto i Francesi, fecero alquanto beffe dell'abito monacale di suora Geltrude e del mio, che poco differiva. Povera gente! Ella non sapeva di beffare chi non ignorava le cause laide e infami e servili, a un tempo, del loro scisma, e come se un loro re non avesse voluto farsi sposo mentre era altrui marito, bacerebbero anch'essi i piedi di Gregorio! Ma s'eglino ci beffarono, noi li disprezzammo; e senza nè pure guardarli, passamm'oltre.Ridotte nella stanzetta, suora Geltrude tolse solo un brodo senza più; e questo mi crebbe malinconia. Quando quella tavolata fu sgombera, pagato il nostro scotto, ci rimettemmo in viaggio; e poi che i giorni correvano velocissimi verso il loro giro più angusto, eravamo appena al Ponte, e già un'ora di notte batteva. Io aveva la mano sinistra di suora Geltrude sempre stretta nella mia destra, e quando fummo al Carmine la sentii fatta assai gelida. E guardandola nel viso alla luce dei fanali e delle lucerne del Mercato, mi parve come s'ella intirizzasse dal freddo. Nè la stagione mi pareva così rigida.Onde tutta me la stringevo al petto, e le domandavo che ella avesse. Ma ella rispondeva sempre che nulla, finchè, giunte all'ospizio, la misi nel letto con la febbre.Ora qui manca possa alla memoria e all'intelletto di raccontarvi quel che seguì; e s'io avessi dritta la penna in mano per trent'anni, e per trent'anni la possa mancherebbe. Un'ora di poi coricata suora Geltrude delirò, e delirò per ventuno dì; e delirò sempre di Francia, di rivolgimenti, di mannaie, di sommersioni, di carnefici e di capi mozzati, e di nuovi nomi di patiboli e di morti. Le altre suore francesi ricorsero a tutt'i medici italiani o stranieri ch'erano in Napoli, i quali tutti definirono diversamente l'indole della febbre. Fu tenuto dai più sommi fra costoro un gran consulto, e le furono ordinati assai rimedi, che tutti furono adoperati. Io dalla prima sera insino al ventunesimo dì non me le discostai un solo dito dal letto, senza ch'ella mai più mi riconoscesse. E in sull'alba del dì ventitre di novembre, cessatole un istante il delirio, ella mi guardò, mi riconobbe, mi sorrise; e inclinato il capo sul mio seno, quivi, come aveva presentito, spirò l'ultimo fiato.
Perduta così l'Eugenia, e di quella tanto affettuosa e rara camerata rimasta soltanto suora Geltrude ed io,questa restrinse in me sola tutto quell'amore ch'era diviso fra quattro, e non ebbe più ben nessuno, se non quanto o mi giovava in alcuna cosa, o almeno m'era da presso. Vedendomi sempre mesta e pensierosa della perduta compagna, e di quell'ultima notte, faceva ogni opera di disviarmi da quei tetri fantasmi. E poich'io aveva esausti tutti i libri ch'ella aveva già fatti miei, si cavò un giorno dal seno la licenza dei libri che le censure ecclesiastiche vietano di leggere, la quale per mezzo del barbassoro ella m'aveva impetrata dal pontefice romano. E fattomene un dono, che, per verità, a malgrado della mia malinconia, mi fece palpitare d'allegrezza, mi condusse nel suo gabinetto, e mi fece padrona di quell'avanzo di libri. Fra i quali io mi cacciai come ingorda voratrice, e leggeva tutta notte e tutto dì accanto a lei. Ella nè anche, come sempre era solita, m'ammoniva di andare a rilento; ed io consumai un lungo inverno che mi parve un soffio. Nè contenta a ciò, come più tosto spirò la prim'aura di primavera, prendeva spessissimo di suo una carrettella a nolo, ed ora mi conduceva a Pozzuoli, ora a Baia, ora a Linterno, ora a Cuma, ora a Ercolano, ora a Pompei. Appena sopraggiunse la state, mi conduceva presso che ogni dì sulle piagge odorose di Posilipo e di Mergellina, a bagnarmi ed a specchiarmi in quelle onde purissime e carezzevoli; ed io, tranquilla oramai da tutte parti, m'annegai finalmente in un mare di felicità non meno puro nè meno carezzevole di quelle onde.
E nondimeno, come in me sola si restrinse tutto quell'amore di suora Geltrude ch'era già diviso in quattro, così in me sola ancora s'aggravò tutto il fascio di quell'invidia che già eravamo quattro a sostenere. Tutta l'aristocrazia dell'alunnato si ridusse in me sola;e tutto il popolo di quelle giovani cominciò a desiderare apertamente la mia rovina.
Passò la state ancora, e sopravvenne l'autunno; e lasciate le nostre gite a Mergellina, ricominciammo le nostre visite ai vestigi di quella memoria che solo, benchè molto e molto compassionevolmente se ne affatichino ne' loro scritti, non ci è stata potuta togliere dai forestieri.
Il dì due di novembre, non potrà mai uscirmi dalla memoria, era quel dì in cui sapete quale strazio si fa degli avanzi dei trapassati in questa singolarissima città. Si diserrano i sepolcri, si disotterrano i morti, si riappiccano le ossa rotte e i teschi staccati dal loro troncone, si vestono chi da dottore e chi da giudice, chi da leggiadra giovane e chi da vecchia, si scrive il nome ch'ebbero o che si suppone ch'abbiano avuto in vita, s'illuminano le sotterranee volte, e si rompe l'argine a un mare di popolo, che va per via di diporto guardando questo e quello scheletro, e leggendo i nomi, e se alcun nome è noto, rammenta i suoi buoni o rei costumi o quali parve che fossero al rammentatore, e o ne piange o ne ride o passa indifferente, ma sempre gitta monete al sagrestano. La commemorazione de' morti non era il pensiero che più giovava a suora Geltrude; e vedeva anche me già dal dì dinanzi pensierosa e trista: onde si risolse di passare quel dì alla campagna.
A levata di sole si partì, e, dopo forse tre ore di viaggio, giungemmo a Pompei, ch'era ben la quarta volta che vi venivamo. Quivi ci avvolgemmo gran tempo fra le vote vie e le vote case, già note, e prima di rientrare nel cocchio per tornare a desinare alla Torre dell'Annunziata, donde eravamo dianzi passate, suora Geltrude, uscita dalla città nel sobborgo detto dei sepolcri,volse a mano dritta, e mi disse che desiderava passeggiare un pochetto nella vigna contigua, e salire di là sulle mura della città, che si poteva, e contemplarla un altro istante tutta insieme. Così facemmo; e camminando sole, faceva un gran freddo, dal quale mi parve che suora Geltrude prendesse un'impressione di ribrezzo che mai non aveva presa: ma ne accagionai la novità della stagione. Gli alberi tutti ignudi ci rammentavano gli scheletri che fuggivamo; e il suono lontano delle campane sonate a distesa nelle città che circondano il Vesuvio, nelle cui cavità parea lontanamente rimbombare, misto a un certo sordo scoppiettío che facevano i nostri piedi calpestando tutte le foglie cadute e risecche, ond'era pieno lo spazzo, ci rammentava che tutto perisce quaggiù, e che l'uomo male si sdegna d'essere mortale. Salimmo finalmente sul muro; e quando ci apparve tutta la parte diseppellita di Pompei, e il freddo crebbe, e suora Geltrude, quasi abbrividando, si copriva con la pezzuola le labbra e parte del naso, io non so, ma mi parve che la stagione della vita fosse già passata, che col mancare dell'anno si mancasse tutti, che fosse giunta la stagione della morte, che la morte ci fosse intorno ovunque si ricoverasse, e che ogni fatica di fuggirla fosse vana.
Discendendo dal muro suora Geltrude s'appoggiò con la sua mano sinistra sulla mia spalla destra più che per l'ordinario, e volgendosi un istante alla sua destra come per mandare un altro sguardo a Pompei, rivolgendosi mi disse:
Come mi giova d'appoggiarmi sopra di te, o Ginevrina. Oramai poco mi potrebbe nuocere di morire, perchè ho un seno sul quale spirare. Ch'io credo che nel non averlo sia tutto lo spavento della morte.
Ella non aveva ancora finite queste parole, ch'io diedi in un dirotto pianto, e non che reggere lei, non poteva più reggere me stessa. Le dissi che quella era la prima parola non amorevole che avevo udito dalla sua bocca, di aver potuto pronunziare ch'io le potessi sopravvivere un istante. Ella sorrise mestamente, e mi disse ch'io era assai giovane ancora nelle cose della vita; ma che ella sperava di non partirsi così presto.
Risalimmo nella carrettella, che ci condusse alla Torre dell'Annunziata, dove scendemmo a un albergo per desinare. Quivi, per ridurci in un'ultima stanzetta, si dovè passare per una gran tavolata d'Inglesi di questi che si chiamanodandys, che noi diremo zerbini, i quali, benchè meno immodestamente che non avrebbero fatto i Francesi, fecero alquanto beffe dell'abito monacale di suora Geltrude e del mio, che poco differiva. Povera gente! Ella non sapeva di beffare chi non ignorava le cause laide e infami e servili, a un tempo, del loro scisma, e come se un loro re non avesse voluto farsi sposo mentre era altrui marito, bacerebbero anch'essi i piedi di Gregorio! Ma s'eglino ci beffarono, noi li disprezzammo; e senza nè pure guardarli, passamm'oltre.
Ridotte nella stanzetta, suora Geltrude tolse solo un brodo senza più; e questo mi crebbe malinconia. Quando quella tavolata fu sgombera, pagato il nostro scotto, ci rimettemmo in viaggio; e poi che i giorni correvano velocissimi verso il loro giro più angusto, eravamo appena al Ponte, e già un'ora di notte batteva. Io aveva la mano sinistra di suora Geltrude sempre stretta nella mia destra, e quando fummo al Carmine la sentii fatta assai gelida. E guardandola nel viso alla luce dei fanali e delle lucerne del Mercato, mi parve come s'ella intirizzasse dal freddo. Nè la stagione mi pareva così rigida.Onde tutta me la stringevo al petto, e le domandavo che ella avesse. Ma ella rispondeva sempre che nulla, finchè, giunte all'ospizio, la misi nel letto con la febbre.
Ora qui manca possa alla memoria e all'intelletto di raccontarvi quel che seguì; e s'io avessi dritta la penna in mano per trent'anni, e per trent'anni la possa mancherebbe. Un'ora di poi coricata suora Geltrude delirò, e delirò per ventuno dì; e delirò sempre di Francia, di rivolgimenti, di mannaie, di sommersioni, di carnefici e di capi mozzati, e di nuovi nomi di patiboli e di morti. Le altre suore francesi ricorsero a tutt'i medici italiani o stranieri ch'erano in Napoli, i quali tutti definirono diversamente l'indole della febbre. Fu tenuto dai più sommi fra costoro un gran consulto, e le furono ordinati assai rimedi, che tutti furono adoperati. Io dalla prima sera insino al ventunesimo dì non me le discostai un solo dito dal letto, senza ch'ella mai più mi riconoscesse. E in sull'alba del dì ventitre di novembre, cessatole un istante il delirio, ella mi guardò, mi riconobbe, mi sorrise; e inclinato il capo sul mio seno, quivi, come aveva presentito, spirò l'ultimo fiato.
Tav. III.... e inclinato il capo sul mio seno, quivi, come aveva presentito, spirò l'ultimo fiato. — Carte 243.
Tav. III.... e inclinato il capo sul mio seno, quivi, come aveva presentito, spirò l'ultimo fiato. — Carte 243.