LXII.

GINEVRAoL'ORFANA DELLA NUNZIATA.PARTE QUARTA.LXII.Appena io m'accorsi che suora Geltrude non era più, le rialzai il capo dal mio seno e spalancai disperatamente gli occhi miei ne' suoi. Ahi! ma quegli occhi erano ancora aperti e non mi guardavano più! Ahi Dio mio! ma come potetti apparirti degna d'un dolore così sterminato!Suora Geltrude non morì allora, non è morta, nè morrà mai per me finchè non morrò ancora io. La sua voce, che sola conobbe le vie del mio cuore, mi vi risuona sempre viva e vera; e viva e vera e lampante la sua cara immagine m'è sempre dinanzi, e ora mi siede accanto, ora mi cammina allato, ora mi si stringe al seno, ora mi ragiona del gran bene che mi vuole.La compagnia che sempre mi tenne dappoi ed ancora mi tiene suora Geltrude, mi fu cagione d'intendere donde venne nelle menti, cui la religione non la rivelò, la prima idea dell'immortalità dell'anima. Perchè così viva e vera ed amorosa ancora e perduta di me qual io la vedo e odo ed ascolto, che altro potrei credere se non quel che veramente credo, cioè, che così com'ella mi amò e mi fu sempre da presso in vita, così ora, dopo morta, il suo spirito ancora non m'abbandoni?Quella voce e quella immagine m'imposero e mi diedero la forza di svellermi da quel cadavere che non era più lei. Ed appena sveltamene, io riparai nel gabinetto, tediata del sole che non nasceva quel dì per la mia madre.Quivi non versai già una sola lacrima; ma mi sedetti sopra una sedia d'appoggio che v'era; e con gli occhi asciutti di disperazione, guardai lungamente intorno a me; e qualunque cosa vedevo, la toglievo in mano e la contemplavo lungamente come insensata. Ora prendevo un libro, ora il calamaio, ora la penna, e pensavo ch'erano cose state già toccate lungamente da lei. Ora prendevo un velo, ora un soggólo, ora una pezzuola, e pensavo ch'erano cose state lungamente in sulla sua persona, e le accostava alle mie nari per sentire se odorassero ancora di lei, e poi le accostava allemie labbra aridissime, e le baciava, ma così rabbiosamente, se mai può dirsi rabbioso il bacio, e senza tenerezza, ma come per una vendetta del destino. E togliendo spessissimo una piccola sperina ch'era sul tavolino, mi vi specchiavo dentro, contemplando, così come stolida, ora i miei capelli tutti scarmigliati per la lunga negligenza, ora il mio volto pallido e smunto per la lunga inedia, ora il livido ch'era di sotto a' miei occhi per la lunga vigilia. Finalmente mi cessò questa specie di stupida convulsione, ed io stetti più ore su quella sedia, immobile e senza pensieri come una statua.Dopo più ore, ch'io stetti come una statua, il sole, che tramontava, allungò i suoi pallidi raggi nel gabinetto, e mi ferì gli occhi. E quasi destatami da un grave sonno, pendeva da un appiccagnolo di rimpetto a me un piccolo oriuolo da tasca che suora Geltrude aveva sempre al collo e ch'io aveva carico la sera dinanzi, ch'ella viveva ancora; ed io vidi ch'erano le ventidue e mezzo, e mi parve udire nella stanza appresso un gran calpestio e un gran susurro. Ah padre, quell'istante mi ruppe veramente il sonno o più tosto la stupidità che m'aveva aggravata, e compresi che il cadavere era levato. Mi rizzai furiosa per uscire. Ma quella cara immagine mi ritenne, e mi minacciò di sparirmi per sempre s'io rimirava anche un istante quel che non era più lei; ed io ricaddi sulla sedia, e finalmente piansi. Ma quel pianto non mi sollevò, e fu il più disperato pianto della mia vita.Quando fui bene stanca, ma non già sazia, di piangere, caddi in una fievolezza mortale, che cominciò a rammentarmi quei giorni, ch'io credetti troppo facilmente che non tornassero mai più, dico quei lunghigiorni ch'io non vissi al fianco di suora Geltrude. Io cominciai a sentirmi infelice, non più di quella infelicità comune a tutti gli uomini, ch'è la condizione anzi la conseguenza dell'essere, ed alla quale gli anni, le sciagure e gli studi se non ci accordano almeno ci avvezzano; ma di quella infelicità che par sempre nuova, che non è di tutti, che non è condizione o conseguenza dell'essere, ma è solo di alcuni come martiri, destinati a colmare con l'immensità del loro dolore il gran vuoto della misura che la natura dimanda a tutta la specie umana. Dopo tante letture e tanto pensare, avevo immaginato che le mie opinioni intorno agli uomini ed alle cose dovessero moderare sensibilmente l'amarezza delle sventure. Ma mi accorsi troppo bene del mio inganno. E vidi per prova che le deduzioni della filosofia valgono a consolare delle lievi sventure; ma incontro alle grandi tacciono; o se non tacciono, le aumentano. Perchè il savio, ch'ha la giustizia nel cuore, sente non solo il danno ma l'ingiustizia di esso, e se ne sdegna; ed anche quello sdegno è dolore.E mentre io d'infelicità in infelicità, e di sdegno in isdegno, m'era condotta con la fantasia alle più remote e incognite regioni del dolore, se nel mondo del dolore v'ha nulla ancora di remoto e d'incognito, mi riscosse dalle mie terribili immaginazioni non già, come il più delle volte incontra, un rumore o una voce volgare, ma un alto e profondissimo silenzio ch'io m'accorsi che mi regnava intorno. Qualche istante di poi battè la mezza notte, ch'io credeva che fosse compieta; e cominciò sensibilmente a turbarmisi il discorso della mente: nè in vero sapevo più s'io era in sogno o desta, che nove ore m'erano apparse qualche minuto.Mi levai senza troppo intendere per che fare, ed appressail'orecchio al buco della serratura dell'usciuolo, e tutto era silenzio nella stanza contigua; nè pure vi s'udiva quel non so che di leggermente sospiroso e lamentevole che sempre accompagna il sonno degli uomini, quasi si lagnassero de' mali del dì passato o del vegnente: e compresi che nella stanza non vi dormiva persona. Volsi finalmente, per uscire, la gruccia della serratura a colpo ch'era sull'uscio; e sentii ch'era stato, senza ch'io me n'avvedessi, serrato a chiave di fuori. Mi tornai sulla sedia dove il sole mi sorprese ancora più stolida del dì davanti.

GINEVRAoL'ORFANA DELLA NUNZIATA.

PARTE QUARTA.

Appena io m'accorsi che suora Geltrude non era più, le rialzai il capo dal mio seno e spalancai disperatamente gli occhi miei ne' suoi. Ahi! ma quegli occhi erano ancora aperti e non mi guardavano più! Ahi Dio mio! ma come potetti apparirti degna d'un dolore così sterminato!

Suora Geltrude non morì allora, non è morta, nè morrà mai per me finchè non morrò ancora io. La sua voce, che sola conobbe le vie del mio cuore, mi vi risuona sempre viva e vera; e viva e vera e lampante la sua cara immagine m'è sempre dinanzi, e ora mi siede accanto, ora mi cammina allato, ora mi si stringe al seno, ora mi ragiona del gran bene che mi vuole.

La compagnia che sempre mi tenne dappoi ed ancora mi tiene suora Geltrude, mi fu cagione d'intendere donde venne nelle menti, cui la religione non la rivelò, la prima idea dell'immortalità dell'anima. Perchè così viva e vera ed amorosa ancora e perduta di me qual io la vedo e odo ed ascolto, che altro potrei credere se non quel che veramente credo, cioè, che così com'ella mi amò e mi fu sempre da presso in vita, così ora, dopo morta, il suo spirito ancora non m'abbandoni?

Quella voce e quella immagine m'imposero e mi diedero la forza di svellermi da quel cadavere che non era più lei. Ed appena sveltamene, io riparai nel gabinetto, tediata del sole che non nasceva quel dì per la mia madre.

Quivi non versai già una sola lacrima; ma mi sedetti sopra una sedia d'appoggio che v'era; e con gli occhi asciutti di disperazione, guardai lungamente intorno a me; e qualunque cosa vedevo, la toglievo in mano e la contemplavo lungamente come insensata. Ora prendevo un libro, ora il calamaio, ora la penna, e pensavo ch'erano cose state già toccate lungamente da lei. Ora prendevo un velo, ora un soggólo, ora una pezzuola, e pensavo ch'erano cose state lungamente in sulla sua persona, e le accostava alle mie nari per sentire se odorassero ancora di lei, e poi le accostava allemie labbra aridissime, e le baciava, ma così rabbiosamente, se mai può dirsi rabbioso il bacio, e senza tenerezza, ma come per una vendetta del destino. E togliendo spessissimo una piccola sperina ch'era sul tavolino, mi vi specchiavo dentro, contemplando, così come stolida, ora i miei capelli tutti scarmigliati per la lunga negligenza, ora il mio volto pallido e smunto per la lunga inedia, ora il livido ch'era di sotto a' miei occhi per la lunga vigilia. Finalmente mi cessò questa specie di stupida convulsione, ed io stetti più ore su quella sedia, immobile e senza pensieri come una statua.

Dopo più ore, ch'io stetti come una statua, il sole, che tramontava, allungò i suoi pallidi raggi nel gabinetto, e mi ferì gli occhi. E quasi destatami da un grave sonno, pendeva da un appiccagnolo di rimpetto a me un piccolo oriuolo da tasca che suora Geltrude aveva sempre al collo e ch'io aveva carico la sera dinanzi, ch'ella viveva ancora; ed io vidi ch'erano le ventidue e mezzo, e mi parve udire nella stanza appresso un gran calpestio e un gran susurro. Ah padre, quell'istante mi ruppe veramente il sonno o più tosto la stupidità che m'aveva aggravata, e compresi che il cadavere era levato. Mi rizzai furiosa per uscire. Ma quella cara immagine mi ritenne, e mi minacciò di sparirmi per sempre s'io rimirava anche un istante quel che non era più lei; ed io ricaddi sulla sedia, e finalmente piansi. Ma quel pianto non mi sollevò, e fu il più disperato pianto della mia vita.

Quando fui bene stanca, ma non già sazia, di piangere, caddi in una fievolezza mortale, che cominciò a rammentarmi quei giorni, ch'io credetti troppo facilmente che non tornassero mai più, dico quei lunghigiorni ch'io non vissi al fianco di suora Geltrude. Io cominciai a sentirmi infelice, non più di quella infelicità comune a tutti gli uomini, ch'è la condizione anzi la conseguenza dell'essere, ed alla quale gli anni, le sciagure e gli studi se non ci accordano almeno ci avvezzano; ma di quella infelicità che par sempre nuova, che non è di tutti, che non è condizione o conseguenza dell'essere, ma è solo di alcuni come martiri, destinati a colmare con l'immensità del loro dolore il gran vuoto della misura che la natura dimanda a tutta la specie umana. Dopo tante letture e tanto pensare, avevo immaginato che le mie opinioni intorno agli uomini ed alle cose dovessero moderare sensibilmente l'amarezza delle sventure. Ma mi accorsi troppo bene del mio inganno. E vidi per prova che le deduzioni della filosofia valgono a consolare delle lievi sventure; ma incontro alle grandi tacciono; o se non tacciono, le aumentano. Perchè il savio, ch'ha la giustizia nel cuore, sente non solo il danno ma l'ingiustizia di esso, e se ne sdegna; ed anche quello sdegno è dolore.

E mentre io d'infelicità in infelicità, e di sdegno in isdegno, m'era condotta con la fantasia alle più remote e incognite regioni del dolore, se nel mondo del dolore v'ha nulla ancora di remoto e d'incognito, mi riscosse dalle mie terribili immaginazioni non già, come il più delle volte incontra, un rumore o una voce volgare, ma un alto e profondissimo silenzio ch'io m'accorsi che mi regnava intorno. Qualche istante di poi battè la mezza notte, ch'io credeva che fosse compieta; e cominciò sensibilmente a turbarmisi il discorso della mente: nè in vero sapevo più s'io era in sogno o desta, che nove ore m'erano apparse qualche minuto.

Mi levai senza troppo intendere per che fare, ed appressail'orecchio al buco della serratura dell'usciuolo, e tutto era silenzio nella stanza contigua; nè pure vi s'udiva quel non so che di leggermente sospiroso e lamentevole che sempre accompagna il sonno degli uomini, quasi si lagnassero de' mali del dì passato o del vegnente: e compresi che nella stanza non vi dormiva persona. Volsi finalmente, per uscire, la gruccia della serratura a colpo ch'era sull'uscio; e sentii ch'era stato, senza ch'io me n'avvedessi, serrato a chiave di fuori. Mi tornai sulla sedia dove il sole mi sorprese ancora più stolida del dì davanti.


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