LXVI.

LXVI.Come più tosto fu potuto dar fine alle trionfanti risa, ciascuna di noi cominciò a temere nel suo segreto la vendetta del duca. L'essere io stata la prima a sporgere il capo fuori la finestra, e l'essere stata lo strumento passivo di rovesciare il monte di quei piattelli, porse occasione a tutte le cento giovani di convertire in rovina di me sola ciò che ciascuna temeva per se; e il pensiero dell'interesse comune passando come una corrente elettrica d'uno in un altro capo, non indugiarono a giurarmi tutte sul viso ch'io sola aveva rovesciati, anzi aveva voluto rovesciare, i piattelli in sul parrucchino del duca, e che da me sola era giusto che se ne portasse la pena convenevole. Tutte le testimonianze di verità ch'io invocai, tutte le mie protestazioni furono indarno. In meno che non lo dico andò per tutto l'ospizio il grido, che la favorita di suora Geltrude, non ignara della cospirazione del convento,udito il tumulto, era corsa prima dell'altre alla finestra per precipitare in testa al duca tutto un monte di piatti ch'era quivi a caso, e tentare d'accopparlo, in vendetta del giusto divieto di lui ch'ella non seguitasse, anche dopo la morte della sua protettrice, ad essere la privilegiata, anzi la reina, dell'alunnato. Qual mai calunnia fu più somigliante al vero? Qual modo ebbi più io di mostrare l'innocenza mia, se suora Giustina medesima mi giudicò colpevole?In breve il convento e l'alunnato furono intorniati di gendarmi. Si passò la notte come in una città assediata, e la mattina di buon'ora udimmo battere il tamburo nella corte, ed erano altri gendarmi che venivano in ordinanza. Alle dodici ore vennero quei due uscieri del duca con sei gendarmi, e mi domandarono a suora Giustina. Costei, comunque mi credesse rea, nè mi volesse troppo bene, fu smarrita della domanda, e rispose che io era affidata alla sua onestà, e ch'ella non poteva consegnarmi così a un tratto nelle mani di sei soldati. Aggiunse che avrebbe parlato ella al duca e cose altre; alle quali gli uscieri rispondendo parole assai villane, ordinarono ai gendarmi di pormi le mani addosso. Allora io mi volsi loro come invasata da mille demonia, e, per l'orrore d'essere toccata da gente di polizia, che più tosto mi sarei fatta toccare dal carnefice, mi levai su, e visto che suora Giustina m'era troppo debole aiuto, mi messi volontariamente fra i gendarmi. Quindi, perchè io mi credeva d'essere condotta in carcere, domandai che mi fosse data qualche mia robicciuola, che gli uscieri, incorati ancora dalle voci di tutte le alunne che mi gridavano rea, mi vietarono di prendere; e, così com'ero per casa e senza nulla in testa, fui condotta nella corte, dove trovai ventinove altre fra vecchiee giovani di quelle furie del convento assai più ignude di me. E spinta con loro, anzi stipata in una delle sei carrettelle da nolo ch'erano nella corte medesima, fummo tutte, accompagnate da assai gendarmi a cavallo, e dagli scherni e dalle fischiate del più vile popolazzo, menate per il Borgo di Sant'Antonio al Serraglio.

Come più tosto fu potuto dar fine alle trionfanti risa, ciascuna di noi cominciò a temere nel suo segreto la vendetta del duca. L'essere io stata la prima a sporgere il capo fuori la finestra, e l'essere stata lo strumento passivo di rovesciare il monte di quei piattelli, porse occasione a tutte le cento giovani di convertire in rovina di me sola ciò che ciascuna temeva per se; e il pensiero dell'interesse comune passando come una corrente elettrica d'uno in un altro capo, non indugiarono a giurarmi tutte sul viso ch'io sola aveva rovesciati, anzi aveva voluto rovesciare, i piattelli in sul parrucchino del duca, e che da me sola era giusto che se ne portasse la pena convenevole. Tutte le testimonianze di verità ch'io invocai, tutte le mie protestazioni furono indarno. In meno che non lo dico andò per tutto l'ospizio il grido, che la favorita di suora Geltrude, non ignara della cospirazione del convento,udito il tumulto, era corsa prima dell'altre alla finestra per precipitare in testa al duca tutto un monte di piatti ch'era quivi a caso, e tentare d'accopparlo, in vendetta del giusto divieto di lui ch'ella non seguitasse, anche dopo la morte della sua protettrice, ad essere la privilegiata, anzi la reina, dell'alunnato. Qual mai calunnia fu più somigliante al vero? Qual modo ebbi più io di mostrare l'innocenza mia, se suora Giustina medesima mi giudicò colpevole?

In breve il convento e l'alunnato furono intorniati di gendarmi. Si passò la notte come in una città assediata, e la mattina di buon'ora udimmo battere il tamburo nella corte, ed erano altri gendarmi che venivano in ordinanza. Alle dodici ore vennero quei due uscieri del duca con sei gendarmi, e mi domandarono a suora Giustina. Costei, comunque mi credesse rea, nè mi volesse troppo bene, fu smarrita della domanda, e rispose che io era affidata alla sua onestà, e ch'ella non poteva consegnarmi così a un tratto nelle mani di sei soldati. Aggiunse che avrebbe parlato ella al duca e cose altre; alle quali gli uscieri rispondendo parole assai villane, ordinarono ai gendarmi di pormi le mani addosso. Allora io mi volsi loro come invasata da mille demonia, e, per l'orrore d'essere toccata da gente di polizia, che più tosto mi sarei fatta toccare dal carnefice, mi levai su, e visto che suora Giustina m'era troppo debole aiuto, mi messi volontariamente fra i gendarmi. Quindi, perchè io mi credeva d'essere condotta in carcere, domandai che mi fosse data qualche mia robicciuola, che gli uscieri, incorati ancora dalle voci di tutte le alunne che mi gridavano rea, mi vietarono di prendere; e, così com'ero per casa e senza nulla in testa, fui condotta nella corte, dove trovai ventinove altre fra vecchiee giovani di quelle furie del convento assai più ignude di me. E spinta con loro, anzi stipata in una delle sei carrettelle da nolo ch'erano nella corte medesima, fummo tutte, accompagnate da assai gendarmi a cavallo, e dagli scherni e dalle fischiate del più vile popolazzo, menate per il Borgo di Sant'Antonio al Serraglio.


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