LXX.

LXX.L'ultimo pensiero ch'io ebbi di lui fu quel dì che, levatami di quella cameretta da mezza scala, suora Geltrude mi condusse all'aperto in quella loggia ond'io imparai la prima volta, che perchè gli uomini sieno quaggiù così vili e traditori, non però il cielo nasconde loro, come dovrebbe, le sue bellezze: delle quali, ultima sua ingiustizia, sorride così allo scellerato come all'innocente. Poi l'amore e ogni altro sentimento giovanile naufragò nell'orribile oceano delle mie sventure; e quando cominciai a vivere al fianco di suora Geltrude, i suoi ammaestramenti e le mie letture m'indussero pensieri al tutto canuti. E se talvolta mi si affacciavano alla mente i desiderii della prima età, erano come un battello che fende l'onda tranquilla d'un lago, la quale fra un istante ritorna alla sua usata tranquillità.Quand'io riconobbi quel giovane a' suoi crespi e biondi capelli, a' suoi occhi, a tutte le sue nobili e malinconiche sembianze, io sentii in tutta me stessa un turbamento d'una natura insolita, che non somigliava nessuno dei mille e mille di cui tutta la vita mia era una crudele e incredibile storia. Egli non mi vide, e la sala fu quasi in quel momento stesso inondata da un pelago di quelle giovani. L'aria cominciò a imbrunire,le finestre si chiusero; ed io tornai agli uffici della vita consueta, gelate le mani e il volto, tremante, palpitante, ma certissima che in breve sarei tornata al mio tristo ed ordinario riposo.Sonò l'ora della cena, ed io, giudicando quel turbamento dover esser causato in gran parte dall'inedia, n'andai più volonterosa che mai al refettorio, per pigliare alcun ristoro da quella minestra, che benchè rea e poco appetitiva, la necessità della natura mi faceva mattina e sera trangugiare senza troppo ribrezzo. Ma quando fui a mensa, e la minestra venne, io avrei bevuto più tosto il veleno che solo una cucchiaiata di quella; e così debole e tremante come v'era venuta, così me ne tornai nella mia sala, che proprio le ginocchia e le braccia non mi reggevano ad assettarmi il letto, che ogni sera bisognava ricostruirlo, perchè la mattina, per isgomberare un poco l'angustia delle sale, assi, trespoli e paglioni, tutto s'acconciava di traverso sul muricciuolo.Quando fui a letto, di dormire fu niente. Era maggio, ed ogni maniera d'insetti formicolavano in quelle sale; ed io, benchè avessi agevolmente impetrato da madama di non cacciarmi indosso certe gonnelle d'un fiero capecchio ed altri non dissimili arnesi che lo splendido ospizio somministra altrui, e benchè avessi presa gran cura che il pagliericcio fosse nuovo, non però potevo con tutta la mia superstiziosa nettezza fuggire il sudiciume universale, ch'è inutile ogni nettezza a chi vive nel brago fra i porci. Io era sempre in battaglia con le brutture e con gl'insetti, senza nulla potere contro la vittoriosa corruzione; e senza giovare nulla a me, davo da ridere di molto all'universale. Ma satolla, se non di pane, certo di dolore, di fatica e di fievolezza,non m'era ancora seguíto la notte nè di non dormire, nè d'accorgermi pure di alcun insetto. Quella notte io n'ebbi o mi parve averne addosso i milioni, dando ora di qua ora di là le più smaniose volte, e non trovando mai luogo: ad ogni ora sospirando, perchè ad ogni ora mi parve di affogare dall'oppressione; ed invocando ad ogni ora la luce, che mi pareva tanto lontana, che quasi estimavo impossibile di mai più rivederla.L'immagine di quel bel giovane, che tutte le volte che mi veniva fatto di velare un cotal poco gli occhi, tornava come a viva forza a svelarmeli, e la troppo nuova stranezza del sempre crescente turbamento ch'io sentiva in me, cominciarono ad indurmi nell'animo alcun sospetto ch'io non fossi, a mio malgrado, infetta d'un sentimento ch'io non aveva nè la volontà nè il coraggio di confessare a me stessa. Ma l'orgoglio in che io era salita di me medesima dopo il mio tanto studiare, dopo l'essere stata, per così dire, iniziata da suora Geltrude nei più alti misteri della società degli uomini, e del mondo, fulminò, annullò in sul nascere quel sospetto; perchè io mi teneva troppo da più che da poter essere vinta da un sentimento d'amore, troppo da più che da poter mai allogare l'amor mio in chi di molto non mi fosse superiore: nè l'essermi superiore mi parea già cosa facile, perchè avvezza sempre a vivere fra gente sciocca, scellerata e vigliacca, io non concedeva fra me stessa a nessuno nè il mio ingegno, nè la nobiltà del mio sentire, nè quelle congiunture che mi avevano levata tanto al di sopra di me stessa. E nè pure volevo conceder tanto al mio garzoncello mendico.Sonò finalmente la sveglia e riapparve la luce, ed io mi precipitai dal letto come si precipitò dall'apparecchiato rogo colui che, condannato alle fiamme, sentìgridarsi grazia intorno; e racconcio il letto nella solita guisa, mi messi, sperandone l'usata quiete, al lavorío. Ma la mano negava l'ufficio consueto, ed io era ad ogni istante da me stessa soprappresa, che fissi gli occhi nella parete che m'era al dirimpetto, vi dipingeva con essi ora i capelli, ora la fronte, ora tutto il capo appoggiato sul gomito, di quel mio giovane. A mezzodì presi tre sole delle cucchiaiate della minestra, la sera non ne assaggiai gocciolo; l'angoscia, il tremore, il palpito, lo stupore mi s'andarono sempre crescendo; lavorare non potetti mai in tutto quel dì; la notte vegnente la passai due cotanti più fiera ed affannosa dell'altra: e dopo una lunga ma vana resistenza, prima al fatto e poi al riconoscimento di esso, mi accorsi alla fine, e mi palesai a me stessa, ch'io era disperatamente innamorata, perduta, impazzata di quel mio primo amore, e che nè allora ne mai, v'avrebbe avuto più luogo la ragione.

L'ultimo pensiero ch'io ebbi di lui fu quel dì che, levatami di quella cameretta da mezza scala, suora Geltrude mi condusse all'aperto in quella loggia ond'io imparai la prima volta, che perchè gli uomini sieno quaggiù così vili e traditori, non però il cielo nasconde loro, come dovrebbe, le sue bellezze: delle quali, ultima sua ingiustizia, sorride così allo scellerato come all'innocente. Poi l'amore e ogni altro sentimento giovanile naufragò nell'orribile oceano delle mie sventure; e quando cominciai a vivere al fianco di suora Geltrude, i suoi ammaestramenti e le mie letture m'indussero pensieri al tutto canuti. E se talvolta mi si affacciavano alla mente i desiderii della prima età, erano come un battello che fende l'onda tranquilla d'un lago, la quale fra un istante ritorna alla sua usata tranquillità.

Quand'io riconobbi quel giovane a' suoi crespi e biondi capelli, a' suoi occhi, a tutte le sue nobili e malinconiche sembianze, io sentii in tutta me stessa un turbamento d'una natura insolita, che non somigliava nessuno dei mille e mille di cui tutta la vita mia era una crudele e incredibile storia. Egli non mi vide, e la sala fu quasi in quel momento stesso inondata da un pelago di quelle giovani. L'aria cominciò a imbrunire,le finestre si chiusero; ed io tornai agli uffici della vita consueta, gelate le mani e il volto, tremante, palpitante, ma certissima che in breve sarei tornata al mio tristo ed ordinario riposo.

Sonò l'ora della cena, ed io, giudicando quel turbamento dover esser causato in gran parte dall'inedia, n'andai più volonterosa che mai al refettorio, per pigliare alcun ristoro da quella minestra, che benchè rea e poco appetitiva, la necessità della natura mi faceva mattina e sera trangugiare senza troppo ribrezzo. Ma quando fui a mensa, e la minestra venne, io avrei bevuto più tosto il veleno che solo una cucchiaiata di quella; e così debole e tremante come v'era venuta, così me ne tornai nella mia sala, che proprio le ginocchia e le braccia non mi reggevano ad assettarmi il letto, che ogni sera bisognava ricostruirlo, perchè la mattina, per isgomberare un poco l'angustia delle sale, assi, trespoli e paglioni, tutto s'acconciava di traverso sul muricciuolo.

Quando fui a letto, di dormire fu niente. Era maggio, ed ogni maniera d'insetti formicolavano in quelle sale; ed io, benchè avessi agevolmente impetrato da madama di non cacciarmi indosso certe gonnelle d'un fiero capecchio ed altri non dissimili arnesi che lo splendido ospizio somministra altrui, e benchè avessi presa gran cura che il pagliericcio fosse nuovo, non però potevo con tutta la mia superstiziosa nettezza fuggire il sudiciume universale, ch'è inutile ogni nettezza a chi vive nel brago fra i porci. Io era sempre in battaglia con le brutture e con gl'insetti, senza nulla potere contro la vittoriosa corruzione; e senza giovare nulla a me, davo da ridere di molto all'universale. Ma satolla, se non di pane, certo di dolore, di fatica e di fievolezza,non m'era ancora seguíto la notte nè di non dormire, nè d'accorgermi pure di alcun insetto. Quella notte io n'ebbi o mi parve averne addosso i milioni, dando ora di qua ora di là le più smaniose volte, e non trovando mai luogo: ad ogni ora sospirando, perchè ad ogni ora mi parve di affogare dall'oppressione; ed invocando ad ogni ora la luce, che mi pareva tanto lontana, che quasi estimavo impossibile di mai più rivederla.

L'immagine di quel bel giovane, che tutte le volte che mi veniva fatto di velare un cotal poco gli occhi, tornava come a viva forza a svelarmeli, e la troppo nuova stranezza del sempre crescente turbamento ch'io sentiva in me, cominciarono ad indurmi nell'animo alcun sospetto ch'io non fossi, a mio malgrado, infetta d'un sentimento ch'io non aveva nè la volontà nè il coraggio di confessare a me stessa. Ma l'orgoglio in che io era salita di me medesima dopo il mio tanto studiare, dopo l'essere stata, per così dire, iniziata da suora Geltrude nei più alti misteri della società degli uomini, e del mondo, fulminò, annullò in sul nascere quel sospetto; perchè io mi teneva troppo da più che da poter essere vinta da un sentimento d'amore, troppo da più che da poter mai allogare l'amor mio in chi di molto non mi fosse superiore: nè l'essermi superiore mi parea già cosa facile, perchè avvezza sempre a vivere fra gente sciocca, scellerata e vigliacca, io non concedeva fra me stessa a nessuno nè il mio ingegno, nè la nobiltà del mio sentire, nè quelle congiunture che mi avevano levata tanto al di sopra di me stessa. E nè pure volevo conceder tanto al mio garzoncello mendico.

Sonò finalmente la sveglia e riapparve la luce, ed io mi precipitai dal letto come si precipitò dall'apparecchiato rogo colui che, condannato alle fiamme, sentìgridarsi grazia intorno; e racconcio il letto nella solita guisa, mi messi, sperandone l'usata quiete, al lavorío. Ma la mano negava l'ufficio consueto, ed io era ad ogni istante da me stessa soprappresa, che fissi gli occhi nella parete che m'era al dirimpetto, vi dipingeva con essi ora i capelli, ora la fronte, ora tutto il capo appoggiato sul gomito, di quel mio giovane. A mezzodì presi tre sole delle cucchiaiate della minestra, la sera non ne assaggiai gocciolo; l'angoscia, il tremore, il palpito, lo stupore mi s'andarono sempre crescendo; lavorare non potetti mai in tutto quel dì; la notte vegnente la passai due cotanti più fiera ed affannosa dell'altra: e dopo una lunga ma vana resistenza, prima al fatto e poi al riconoscimento di esso, mi accorsi alla fine, e mi palesai a me stessa, ch'io era disperatamente innamorata, perduta, impazzata di quel mio primo amore, e che nè allora ne mai, v'avrebbe avuto più luogo la ragione.


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