LXXII.Veniva a fare le lustre d'insegnar leggere alle più provette fra quelle giovani un prete calabrese di forse cinquant'anni, ma di soda e robusta complessione, e domandavasi don Serafino; nè di serafico aveva altro che il nome. Il quale, per essersi nutrito e riparato gran tempo in casa non so qual eccelso barbassoro della reggia, aveva avuto non so che carico nell'ospizio, e per la ragione detta dianzi temuto e però amato e veneratodal governatore, n'era stato, novello don Ignazio, eletto a maestro delle fanciulle, non ad altra cagione, se non se acciocchè gliene venisse a crescere il salario. Costui, quantunque rozzo ed ignorantissimo, non era però tanto insensato, che non sentisse una gran noia di farsi ogni dì ripetere l'abbiccì da quelle milense: e nondimeno, per il bene della scarsella, comunque a malincuore, vi s'adattava. Un dì, abbattutosi a caso a ragionar meco, era rimasto stupefatto di aver trovata colà dentro chi sapesse tanto più di lui: che di ciò gli fu troppo agevole d'avvedersi. Egli dunque, o per alleviarsi la cotidiana noia che l'attendeva, com'io credetti veramente, o per non so qual altro disegno m'avesse fatto addosso, quasi ogni dì non cercava che me, non ragionava che con me, e della lezione e di tutte l'altre fanciulle faceva come di cose che per verun modo non gli appartenessero.Essendosi per tanto costui, quasi a mio malgrado, dimesticato alquanto meco, non potette essere che non si accorgesse del mio repentino e inesplicabile cangiamento; e che, com'è sempre la mente umana vaga e curiosissima degli altrui segreti, non cercasse ogni via di strapparmi dal cuore il segreto ch'io gli nascondeva. Ed essendo furbissimo e maravigliosamente pratico delle cose di questo mondo, non istette guari ad accorgersi che il male mio era amore. Della qual cosa non si fu appena accorto, che un dì, coltami in disparte da ogni altra, mi disse:Ginevrina, io credo che perch'io sia corvo, e additò il suo vestito nero, voi crediate che sia mio mestiere di andare disvelando gli amori altrui, o veramente m'abbiate per degli scopatori, ch'io abbia a scandalezzare che una bella giovane, quale voi siete, siesi condottaad amare. Ma se Dio v'aiuti, io sono d'ossa e di carne come voi: ed amai anch'io furiosamente nella mia età più fresca; e se ora non amo più, non però non m'incresce insino all'anima di chi ama, e non farei ogni opera di soccorrergli. E però, se voi amate, nè già sarete ardita di negarlo a chi calpesta da tanto prima che voi questa terra, e se non siete matta, che vogliate infelicissimamente morire potendo vivere felicissima, palesatemi colui che amate, e lasciate a me la cura del rimanente.A queste parole, all'aria franca e sicura ond'egli le pronunziò, a quel non so che d'imperioso e d'affidante a un tempo ch'è sempre nella sembianza di chi è più vecchio di noi quando s'inchina a parlarci umanamente, mi sentii scoperta già prima di aprire la bocca, e nulla più non seppi tacergli. Ed egli, che teneva inchiodati gli occhi suoi ne' miei, come più tosto ebbe udito del giovane, li schiodò con mirabile celerità, e li raccolse in giù qualche momento, aggrottando le ciglia in un certo modo che tutto il sangue, senza ch'io sapessi perchè, mi si gelò nelle vene. Di poi, ritornandoli tutti umani e soccorrevoli ne' miei:Sia lodato il sommo Iddio, mi disse, con un'enfasi tutta religiosa, che mi concede, con nessun mio danno, di poter fare una vera opera di pietà; che così gli uomini di senno intendono la pietà; e così l'intendeva Gesù Cristo. Addio Ginevrina, stai di buona voglia, e non volere, per soverchio di fanciullaggine, sciupare una tanta bellezza; ch'io ti annunzio che fra qualche dì sarai la più lieta donna che mai nascesse.Era, quando questo colloquio seguì, il dì ventuno di giugno; e quale mi fosse la notte che gli seguitò, sarà più facile a voi l'immaginarlo, che a me il potervelodire. All'usato martello della mia furibonda passione, s'aggiunse quest'altro, che ora mi pareva d'aver fatto il meglio del mondo, ed ora il peggio, d'essermi fidata del prete. E mischiandosi alla disperazione la speranza, ne surse una terza maniera d'angoscia, della quale io non conobbi mai il più infernale flagello.Il dì seguente il prete, ch'era usato di venire ogni dì, non ci venne, con non poca maraviglia di tutte: e la mia agonia se n'accrebbe. Finalmente l'altro dì, ch'era per l'appunto la vigilia della solennità del Precursore, riapparve don Serafino, tutto lieto nel viso che pareva la pasqua stessa; e raccontata all'altre giovani una sua favola del non essere venuto il dì davanti, ci fece un poco ridire l'alfabeto. Di poi, preso il suo cappello e trovato con incredibile destrezza il modo di cogliermi un istante in disparte:Ginevrina, mi disse con la rapidità che l'occasione imponeva, se dimane, quando l'altre giovani vanno a spasso, tu ti saprai rimanere a letto come inferma, che pur troppo sei, io ti porrò nelle braccia il tuo Paolo.E disparve che poco mancò che non fosse udito.Ne' brevi e quasi convulsivi istanti ch'io aveva ragionato, era già otto anni, col garzonetto, ne aveva avuto tutta l'infelice storia della sua famiglia e non il suo proprio nome. Il che sempre che poscia mi tornò alla memoria, o che così fosse veramente, o che amore nobiliti tutto nella persona amata, mi parve esempio rarissimo di modestia e di gentilezza d'animo; che come agli stolti nulla viene sì rapido sulla lingua quanto il parlare di se stessi, così nulla viene più tardi agli assennati.Quando udii il prete pronunziare quel nome, io mi composi in meno che non balena la più rosata novella,e vidi proprio con gli occhi miei don Serafino che, ai miei contrassegni ed alla storia della famiglia, domandava del giovane tutti gli ufficiali dell'ospizio, e cercava e investigava, e finalmente, come per miracolo, ritrovatolo, ne aveva nome, casato, famiglia, istoria, tutto, e narratogli i casi miei, ed ecco il giovane gettarsi a' suoi piedi e scongiurarlo di soccorrere alla sua disperata passione, e don Serafino intenerirsi e sollevarlo e lacrimare di tenerezza; e promettergli che il dì di san Giovanni lo farebbe il più felice uomo che nascesse.E con quest'aurea novella perduto quell'ultimo fiato di senno, o, per parlare con più esattezza, quei lucidi intervalli che m'avanzavano, diedi l'ultima perfezione alla mia pazzia.
Veniva a fare le lustre d'insegnar leggere alle più provette fra quelle giovani un prete calabrese di forse cinquant'anni, ma di soda e robusta complessione, e domandavasi don Serafino; nè di serafico aveva altro che il nome. Il quale, per essersi nutrito e riparato gran tempo in casa non so qual eccelso barbassoro della reggia, aveva avuto non so che carico nell'ospizio, e per la ragione detta dianzi temuto e però amato e veneratodal governatore, n'era stato, novello don Ignazio, eletto a maestro delle fanciulle, non ad altra cagione, se non se acciocchè gliene venisse a crescere il salario. Costui, quantunque rozzo ed ignorantissimo, non era però tanto insensato, che non sentisse una gran noia di farsi ogni dì ripetere l'abbiccì da quelle milense: e nondimeno, per il bene della scarsella, comunque a malincuore, vi s'adattava. Un dì, abbattutosi a caso a ragionar meco, era rimasto stupefatto di aver trovata colà dentro chi sapesse tanto più di lui: che di ciò gli fu troppo agevole d'avvedersi. Egli dunque, o per alleviarsi la cotidiana noia che l'attendeva, com'io credetti veramente, o per non so qual altro disegno m'avesse fatto addosso, quasi ogni dì non cercava che me, non ragionava che con me, e della lezione e di tutte l'altre fanciulle faceva come di cose che per verun modo non gli appartenessero.
Essendosi per tanto costui, quasi a mio malgrado, dimesticato alquanto meco, non potette essere che non si accorgesse del mio repentino e inesplicabile cangiamento; e che, com'è sempre la mente umana vaga e curiosissima degli altrui segreti, non cercasse ogni via di strapparmi dal cuore il segreto ch'io gli nascondeva. Ed essendo furbissimo e maravigliosamente pratico delle cose di questo mondo, non istette guari ad accorgersi che il male mio era amore. Della qual cosa non si fu appena accorto, che un dì, coltami in disparte da ogni altra, mi disse:
Ginevrina, io credo che perch'io sia corvo, e additò il suo vestito nero, voi crediate che sia mio mestiere di andare disvelando gli amori altrui, o veramente m'abbiate per degli scopatori, ch'io abbia a scandalezzare che una bella giovane, quale voi siete, siesi condottaad amare. Ma se Dio v'aiuti, io sono d'ossa e di carne come voi: ed amai anch'io furiosamente nella mia età più fresca; e se ora non amo più, non però non m'incresce insino all'anima di chi ama, e non farei ogni opera di soccorrergli. E però, se voi amate, nè già sarete ardita di negarlo a chi calpesta da tanto prima che voi questa terra, e se non siete matta, che vogliate infelicissimamente morire potendo vivere felicissima, palesatemi colui che amate, e lasciate a me la cura del rimanente.
A queste parole, all'aria franca e sicura ond'egli le pronunziò, a quel non so che d'imperioso e d'affidante a un tempo ch'è sempre nella sembianza di chi è più vecchio di noi quando s'inchina a parlarci umanamente, mi sentii scoperta già prima di aprire la bocca, e nulla più non seppi tacergli. Ed egli, che teneva inchiodati gli occhi suoi ne' miei, come più tosto ebbe udito del giovane, li schiodò con mirabile celerità, e li raccolse in giù qualche momento, aggrottando le ciglia in un certo modo che tutto il sangue, senza ch'io sapessi perchè, mi si gelò nelle vene. Di poi, ritornandoli tutti umani e soccorrevoli ne' miei:
Sia lodato il sommo Iddio, mi disse, con un'enfasi tutta religiosa, che mi concede, con nessun mio danno, di poter fare una vera opera di pietà; che così gli uomini di senno intendono la pietà; e così l'intendeva Gesù Cristo. Addio Ginevrina, stai di buona voglia, e non volere, per soverchio di fanciullaggine, sciupare una tanta bellezza; ch'io ti annunzio che fra qualche dì sarai la più lieta donna che mai nascesse.
Era, quando questo colloquio seguì, il dì ventuno di giugno; e quale mi fosse la notte che gli seguitò, sarà più facile a voi l'immaginarlo, che a me il potervelodire. All'usato martello della mia furibonda passione, s'aggiunse quest'altro, che ora mi pareva d'aver fatto il meglio del mondo, ed ora il peggio, d'essermi fidata del prete. E mischiandosi alla disperazione la speranza, ne surse una terza maniera d'angoscia, della quale io non conobbi mai il più infernale flagello.
Il dì seguente il prete, ch'era usato di venire ogni dì, non ci venne, con non poca maraviglia di tutte: e la mia agonia se n'accrebbe. Finalmente l'altro dì, ch'era per l'appunto la vigilia della solennità del Precursore, riapparve don Serafino, tutto lieto nel viso che pareva la pasqua stessa; e raccontata all'altre giovani una sua favola del non essere venuto il dì davanti, ci fece un poco ridire l'alfabeto. Di poi, preso il suo cappello e trovato con incredibile destrezza il modo di cogliermi un istante in disparte:
Ginevrina, mi disse con la rapidità che l'occasione imponeva, se dimane, quando l'altre giovani vanno a spasso, tu ti saprai rimanere a letto come inferma, che pur troppo sei, io ti porrò nelle braccia il tuo Paolo.
E disparve che poco mancò che non fosse udito.
Ne' brevi e quasi convulsivi istanti ch'io aveva ragionato, era già otto anni, col garzonetto, ne aveva avuto tutta l'infelice storia della sua famiglia e non il suo proprio nome. Il che sempre che poscia mi tornò alla memoria, o che così fosse veramente, o che amore nobiliti tutto nella persona amata, mi parve esempio rarissimo di modestia e di gentilezza d'animo; che come agli stolti nulla viene sì rapido sulla lingua quanto il parlare di se stessi, così nulla viene più tardi agli assennati.
Quando udii il prete pronunziare quel nome, io mi composi in meno che non balena la più rosata novella,e vidi proprio con gli occhi miei don Serafino che, ai miei contrassegni ed alla storia della famiglia, domandava del giovane tutti gli ufficiali dell'ospizio, e cercava e investigava, e finalmente, come per miracolo, ritrovatolo, ne aveva nome, casato, famiglia, istoria, tutto, e narratogli i casi miei, ed ecco il giovane gettarsi a' suoi piedi e scongiurarlo di soccorrere alla sua disperata passione, e don Serafino intenerirsi e sollevarlo e lacrimare di tenerezza; e promettergli che il dì di san Giovanni lo farebbe il più felice uomo che nascesse.
E con quest'aurea novella perduto quell'ultimo fiato di senno, o, per parlare con più esattezza, quei lucidi intervalli che m'avanzavano, diedi l'ultima perfezione alla mia pazzia.