LXXIV.

LXXIV.La follia in cui ero venuta non mi tolse di conoscere che il prete poneva insidie al mio onore. Ma che tutti quei suoi racconti fossero altrettante ree favole fabbricate sul solo vero che quel mio giovane, ignaro affatto del prete e di me, si chiamava Paolo, questo fu quello che, nuova de' preti, io non fui tanta a comprendere.Certa, adunque, che la notte seguente io avrei trionfato del prete, degli ospizi tutti e del mondo intero, io non diedi in quegli eccessi in cui io avrei indubitatamente dato, se tutta la mente del prete, che fra poco vi dichiarerò, mi fosse stata insino da quel punto palese. Ma scioltami a viva forza da lui, che poco mi resistette:Orbè, gli dissi, don Serafino, questa è la virtù? questa è la fede? Questa è la nobiltà de' sentimenti che predicavate? Io mi trovo nella condizione che sapete per voler essere sposa di Paolo. Nè nessun altro al mondo m'avrà altro che morta.E dette queste parole, mi raccolsi in un canto della camera, fermissima, se il prete perseverasse la sua prova, di mettere le maggiori strida che potevo, e d'attentare a' suoi o ancora a' miei giorni per qualunque modo mi fosse più alla mano.Il prete, benchè al brutto e spaventato viso che fece, si vedesse ch'avea convertito in furore la sua gran rabbia, non s'ardì di porsi ad un assalto scoperto, massimamente, io credo, per la paura che io mettessi qualche grido. Ma come uomo prudentissimo e destrissimo nell'artedel nuocere, ristretto e nascosto nel più profondo del suo petto il reo appetito che aveva di me, e la non meno rea cupidità di vendetta che gli era nata a' miei rifiuti:Ginevrina mia, mi disse sorridendo, tutto sciolto e quasi libero d'ogni passione; come ben si vede che tu esci pur ora della Nunziata e del Serraglio. Tu ne venisti nel mondo tutta avvezza e fatta ai modi ipocriti e goffi di simile sorta di luogacci. Ma sappi che, la Dio mercè, il mondo non è tutto Nunziata e Serraglio, ed abbi meno paura di una carezza o d'un bacio di padre, quale io mi ti sono giurato.E così dicendo, presa l'una delle tre materasse che aveva sul letto, e portatala sopra un canapè nell'altra stanza:Or ecco, aggiunse rifacendo il suo letto, spero che andandomene io a dormire nell'altra stanza, che questo letto ti parrà abbastanza casto riposo.E tiratosi l'uscio dietro, se n'andò a dormire nell'altra stanza.Io non m'andai già a letto, ma rimasi tutta notte ferma in piedi in quel canto, senza avere nè pure la forza di sedermi, e in uno stato di convulsione continua.Il dì seguente il prete, levatosi e fatto capolino all'uscio della stanza ov'io era, vedendo ch'io era stata in piè tutta notte, sorrise così alcun poco come alla mia innocenza. Poscia, raccomandatomi di star cheta, s'io non volessi essere la rovina mia e sua, e, quel che più montava, del mio Paolo, serrò l'uscio da scala e andò via. Al mezzodì ritornò e mi chiuse in un armadio ch'aveva nascosto nel muro, e m'ammonì di non fiatare, che birri e gendarmi correvano in traccia miaper tutto l'ospizio. I quali non istetter guari a picchiare anche all'uscio del prete, ma solo così per la forma; e sapendolo amicissimo al governatore e ad altra gente di corte, si contentarono di dargli del reverendo a piena bocca e di baciargli con gran rispetto la mano; e s'andarono con Dio. Poco di poi il prete mi scarcerò dall'armadio, e riuscito, in breve tornò, arrecandomi egli stesso un poco di cibo come potette il meglio, acciocchè nessuno non se ne addesse, e più che di cibo, che io quasi non toccai punto, pascendomi di mille altre favole intorno al mio dovermi trovar con Paolo la sera e fuggirne in Francia con lui. Ma egli non desinò già meco, e di nuovo disparve.Giunse finalmente questa aspettatissima sera, e venne il prete in sulla mezza notte, e porgendomi un bel vestito da marinaio, mi ammonì, tutto pieno di modestia, che, a meglio nascondere la mia fuga, bisognava lasciare l'abito mio femminile, e vestirmi quell'altro; e per discrezione richiuso l'uscio della stanza, si messe ad attendere nell'altra ch'io mi fossi travestita. Il che io non l'ebbi appena avvertito d'avere fatto, che, presami per la mano, mi condusse via dalla sua casetta per iscale e corridoi tenebrosi e strani, e su pe' rottami della fabbrica intermessa uscimmo a una via deserta che pareva campagna, e quindi per mille viottoli e mille rigiri riuscimmo alla via Carbonara, che il gran buio ch'era quella notte non mi tolse di conoscere, e finalmente ai gradini de' Santi Apostoli ci appressammo a un uscio, ove il prete picchiando e l'uscio s'aperse.Quivi, saliti pochi e rotti scalini, io non ebbi il tempo nè di stupire nè di tremare di vedermi in uno di questi ricettacoli di gente di mal affare, non già fra le braccia di Paolo, ma fra quelle del prete, che, furibondoormai della più spietata libidine, assaltatami come orso famelico, e stracciatimi violentemente gli abiti di dosso, e tutta strettami a se coll'un braccio, si cavò con l'altro un pugnale dal seno, e punzecchiandomi con quello la gola, tanto che il sangue veniva giù a goccioli:Ti colsi finalmente nella mia rete, esclamava mordendosi le labbra, ti colsi, o vil femminetta, che ardisti negare il tuo fiore a me, che sfiorai più vergini che non ho capelli canuti in questo mio capo. Stolta! e tutte più belle di te. Nè credere di parermi bella, ma non voglio che tu sii la sola ch'io abbia desiderato in vano.E tenendomi tuttavia il pugnale nella gola, e punzecchiando ognora più forte, io credo che già quasi m'avrebbe scannata, se avesse creduto così bene potersi saziare la sua sete nel mio cadavere, come nel mio corpo vivo.Quegli atti e quelle parole mi rendettero quel senno ch'io aveva perduto da troppo più tempo che non mi sarebbe bisognato. E inteso il tutto, nè mi sentendo più la vil fanticella di donna Mariantonia, nè vedendo altra via di salute che il non isperarne alcuna, di subito mi risolsi di vendere cara la vita mia. Onde, fatto uno sforzo disperato, e sciogliendomi furiosamente dalle braccia del prete, gli menai, quasi allo stesso tratto, due pugni, quanto potetti più fieri, in quel visaccio. Ed afferratagli con ambe le mie la mano in che egli aveva il pugnale, che già mi menava per la gola, aggravandomi di tutta la persona, come per uccidere me e lui di un sol colpo, diedi una così violenta strappata, che, non so io stessa come, ma il pugnale fu mio. Il quale stretto fortissimo nella destra, mentre, senza dargli un sol attimo di tempo, me gli scagliavo addossofuribonda per ferirlo, ecco mi sento afferrare di dietro e stramazzare in terra da due più robuste braccia, ed, al fosco lume d'una lucerna che quivi era, veggo sopra di me il più brutto e disonesto scherano che mai si possa sognare, con una gran barba folta e nera nel viso, e un naso aquilino che gli scendea sulla bocca, e gli occhi guerci, che messo anch'egli mano a un coltello e strappandomi il mio, mi si cacciò come ginocchioni addosso, premendomi mortalmente il petto e le poppe, ed accennandomi, e pungendomi col coltello, acciocchè io mi chetassi. E poich'io non mi chetava, anzi metteva le più spaventose strida che mai, sopravvenne una vecchia, ch'io non so donde s'uscisse, che mi cacciò, con maravigliosa destrezza e celerità, cenci e capecchio in bocca e per la gola, ch'io allora allora n'affogava. I piedi soli m'avanzavano liberi; coi quali a calci disperatissimi io mi difendeva ancora dal prete, che mi s'avventava addosso sempre più cupido e villano. Ma finalmente comparve un altro assassino, assai più robusto e bieco del primo, che afferratami per i due piedi e tenendomeli conficcati in terra con quelle sue mani di ferro, volto al prete, gli disse freddamente:Ora vostra riverenza può fare a suo grand'agio.

La follia in cui ero venuta non mi tolse di conoscere che il prete poneva insidie al mio onore. Ma che tutti quei suoi racconti fossero altrettante ree favole fabbricate sul solo vero che quel mio giovane, ignaro affatto del prete e di me, si chiamava Paolo, questo fu quello che, nuova de' preti, io non fui tanta a comprendere.

Certa, adunque, che la notte seguente io avrei trionfato del prete, degli ospizi tutti e del mondo intero, io non diedi in quegli eccessi in cui io avrei indubitatamente dato, se tutta la mente del prete, che fra poco vi dichiarerò, mi fosse stata insino da quel punto palese. Ma scioltami a viva forza da lui, che poco mi resistette:

Orbè, gli dissi, don Serafino, questa è la virtù? questa è la fede? Questa è la nobiltà de' sentimenti che predicavate? Io mi trovo nella condizione che sapete per voler essere sposa di Paolo. Nè nessun altro al mondo m'avrà altro che morta.

E dette queste parole, mi raccolsi in un canto della camera, fermissima, se il prete perseverasse la sua prova, di mettere le maggiori strida che potevo, e d'attentare a' suoi o ancora a' miei giorni per qualunque modo mi fosse più alla mano.

Il prete, benchè al brutto e spaventato viso che fece, si vedesse ch'avea convertito in furore la sua gran rabbia, non s'ardì di porsi ad un assalto scoperto, massimamente, io credo, per la paura che io mettessi qualche grido. Ma come uomo prudentissimo e destrissimo nell'artedel nuocere, ristretto e nascosto nel più profondo del suo petto il reo appetito che aveva di me, e la non meno rea cupidità di vendetta che gli era nata a' miei rifiuti:

Ginevrina mia, mi disse sorridendo, tutto sciolto e quasi libero d'ogni passione; come ben si vede che tu esci pur ora della Nunziata e del Serraglio. Tu ne venisti nel mondo tutta avvezza e fatta ai modi ipocriti e goffi di simile sorta di luogacci. Ma sappi che, la Dio mercè, il mondo non è tutto Nunziata e Serraglio, ed abbi meno paura di una carezza o d'un bacio di padre, quale io mi ti sono giurato.

E così dicendo, presa l'una delle tre materasse che aveva sul letto, e portatala sopra un canapè nell'altra stanza:

Or ecco, aggiunse rifacendo il suo letto, spero che andandomene io a dormire nell'altra stanza, che questo letto ti parrà abbastanza casto riposo.

E tiratosi l'uscio dietro, se n'andò a dormire nell'altra stanza.

Io non m'andai già a letto, ma rimasi tutta notte ferma in piedi in quel canto, senza avere nè pure la forza di sedermi, e in uno stato di convulsione continua.

Il dì seguente il prete, levatosi e fatto capolino all'uscio della stanza ov'io era, vedendo ch'io era stata in piè tutta notte, sorrise così alcun poco come alla mia innocenza. Poscia, raccomandatomi di star cheta, s'io non volessi essere la rovina mia e sua, e, quel che più montava, del mio Paolo, serrò l'uscio da scala e andò via. Al mezzodì ritornò e mi chiuse in un armadio ch'aveva nascosto nel muro, e m'ammonì di non fiatare, che birri e gendarmi correvano in traccia miaper tutto l'ospizio. I quali non istetter guari a picchiare anche all'uscio del prete, ma solo così per la forma; e sapendolo amicissimo al governatore e ad altra gente di corte, si contentarono di dargli del reverendo a piena bocca e di baciargli con gran rispetto la mano; e s'andarono con Dio. Poco di poi il prete mi scarcerò dall'armadio, e riuscito, in breve tornò, arrecandomi egli stesso un poco di cibo come potette il meglio, acciocchè nessuno non se ne addesse, e più che di cibo, che io quasi non toccai punto, pascendomi di mille altre favole intorno al mio dovermi trovar con Paolo la sera e fuggirne in Francia con lui. Ma egli non desinò già meco, e di nuovo disparve.

Giunse finalmente questa aspettatissima sera, e venne il prete in sulla mezza notte, e porgendomi un bel vestito da marinaio, mi ammonì, tutto pieno di modestia, che, a meglio nascondere la mia fuga, bisognava lasciare l'abito mio femminile, e vestirmi quell'altro; e per discrezione richiuso l'uscio della stanza, si messe ad attendere nell'altra ch'io mi fossi travestita. Il che io non l'ebbi appena avvertito d'avere fatto, che, presami per la mano, mi condusse via dalla sua casetta per iscale e corridoi tenebrosi e strani, e su pe' rottami della fabbrica intermessa uscimmo a una via deserta che pareva campagna, e quindi per mille viottoli e mille rigiri riuscimmo alla via Carbonara, che il gran buio ch'era quella notte non mi tolse di conoscere, e finalmente ai gradini de' Santi Apostoli ci appressammo a un uscio, ove il prete picchiando e l'uscio s'aperse.

Quivi, saliti pochi e rotti scalini, io non ebbi il tempo nè di stupire nè di tremare di vedermi in uno di questi ricettacoli di gente di mal affare, non già fra le braccia di Paolo, ma fra quelle del prete, che, furibondoormai della più spietata libidine, assaltatami come orso famelico, e stracciatimi violentemente gli abiti di dosso, e tutta strettami a se coll'un braccio, si cavò con l'altro un pugnale dal seno, e punzecchiandomi con quello la gola, tanto che il sangue veniva giù a goccioli:

Ti colsi finalmente nella mia rete, esclamava mordendosi le labbra, ti colsi, o vil femminetta, che ardisti negare il tuo fiore a me, che sfiorai più vergini che non ho capelli canuti in questo mio capo. Stolta! e tutte più belle di te. Nè credere di parermi bella, ma non voglio che tu sii la sola ch'io abbia desiderato in vano.

E tenendomi tuttavia il pugnale nella gola, e punzecchiando ognora più forte, io credo che già quasi m'avrebbe scannata, se avesse creduto così bene potersi saziare la sua sete nel mio cadavere, come nel mio corpo vivo.

Quegli atti e quelle parole mi rendettero quel senno ch'io aveva perduto da troppo più tempo che non mi sarebbe bisognato. E inteso il tutto, nè mi sentendo più la vil fanticella di donna Mariantonia, nè vedendo altra via di salute che il non isperarne alcuna, di subito mi risolsi di vendere cara la vita mia. Onde, fatto uno sforzo disperato, e sciogliendomi furiosamente dalle braccia del prete, gli menai, quasi allo stesso tratto, due pugni, quanto potetti più fieri, in quel visaccio. Ed afferratagli con ambe le mie la mano in che egli aveva il pugnale, che già mi menava per la gola, aggravandomi di tutta la persona, come per uccidere me e lui di un sol colpo, diedi una così violenta strappata, che, non so io stessa come, ma il pugnale fu mio. Il quale stretto fortissimo nella destra, mentre, senza dargli un sol attimo di tempo, me gli scagliavo addossofuribonda per ferirlo, ecco mi sento afferrare di dietro e stramazzare in terra da due più robuste braccia, ed, al fosco lume d'una lucerna che quivi era, veggo sopra di me il più brutto e disonesto scherano che mai si possa sognare, con una gran barba folta e nera nel viso, e un naso aquilino che gli scendea sulla bocca, e gli occhi guerci, che messo anch'egli mano a un coltello e strappandomi il mio, mi si cacciò come ginocchioni addosso, premendomi mortalmente il petto e le poppe, ed accennandomi, e pungendomi col coltello, acciocchè io mi chetassi. E poich'io non mi chetava, anzi metteva le più spaventose strida che mai, sopravvenne una vecchia, ch'io non so donde s'uscisse, che mi cacciò, con maravigliosa destrezza e celerità, cenci e capecchio in bocca e per la gola, ch'io allora allora n'affogava. I piedi soli m'avanzavano liberi; coi quali a calci disperatissimi io mi difendeva ancora dal prete, che mi s'avventava addosso sempre più cupido e villano. Ma finalmente comparve un altro assassino, assai più robusto e bieco del primo, che afferratami per i due piedi e tenendomeli conficcati in terra con quelle sue mani di ferro, volto al prete, gli disse freddamente:

Ora vostra riverenza può fare a suo grand'agio.


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