LXXVII.Erano, credo, le ventitrè, quando pervenuti in sulla piazza del Serraglio, la bussola a un tratto si fermò. Non sapendo che fosse, vinsi la terribile vergogna ch'avevo di mostrare il mio volto alla luce del dì, e, fatto uno sforzo quasi involontario, apersi lo sportello. Vidi un mare di popolo sulla piazza che s'affollava intorno a non so che ch'era in terra all'ultima estremità dell'edifizio; e per quanto ne richiedessi que' miei feroci, non ne potetti avere una risposta. Solo dalle voci tronche di chi m'andava e veniva accanto, intesi che si trattava d'un avvenimento luttuoso; e pure sporgendo il capo fuori, vidi poco di poi sollevare sur una barella un cadavere non più conoscibile, tanto era sanguinoso e sfracellato, che cadavere al certo pareva, se non che dopo che la barella fu progredita di pochi passi, io vidi ch'era persona vivente che si strappava a gran furia le fasciature ond'era tutta coperta. Finalmente labarella fu portata dentro la grande entrata dell'ospizio, e il popolo a poco a poco si diradò, e la bussola all'ultimo mosse.I birri fecero montare la bussola insino al vestibolo, e quindi entrare nel corridoio a destra, dove era il governatore. Ma la confusione, i gridi, le piattonate de' gendarmi erano tali, che non si potè rompere per verun modo la calca. Alla fine i birri, consultatisi prima fra loro e poscia con alcuni serventi dell'ospizio che potettero venir loro a mano, mi fecero riportare fuori nel vestibolo, e quindi, sempre in bussola, nell'altra entrata di rimpetto, dove fattosi aprire da quella vecchia custode, e fattami uscire della bussola, mi condussero su al secondo piano nel cospetto di madama, a cui esposero il tutto, aggiungendole, che, nella presente confusione, non potevano altro che consegnarmi a lei, e domandandogliene il contrassegno.Quando madama mi vide così travestita e così concia, mi disse la più obbrobriosa villania che fosse mai detta a nessuna dolorosa bagascia, e senza volermi pure udire una sola sillaba, comandò ch'io fossi menata nel carcere delle mal vissute; e quivi menata da due di quei miei stessi feroci, fui consegnata alla carceriera, che al volto ed al vestimento, rammentava la badessa del convento della Nunziata.Io credo che alla prefettura fosse creduto ch'io desinerei poi la sera all'ospizio ed all'ospizio ch'io avessi desinato la mattina alla prefettura; perchè nè nell'un luogo nè nell'altro mi fu punto recato di cibo. Intanto io era digiuna insino dal mezzodì quasi del dì davanti; onde non riapparendo altrimenti per quella notte la mia carceriera, nè pure a rifornire una lucernuzza di terra che m'aveva lasciata e che fu presto spenta, io,tutta sbattuta e stanca e rotta e oscurata nella mia mente da tante e sì incredibili e nuove sciagure, m'adagiai sur un sacconcello che quivi era, e mi messi a dormire, non già di sonno, ma d'una certa cupa stupefazione di cerebro, ch'è sempre conseguenza e medicina a un tempo de' mali estremi, che strascinerebbero, senza quella, infallibilmente al suicidio.La mattina seguente, insino a poco innanzi il mezzodì, la carceriera nè pure comparve, ed io credetti senza più ch'io fossi stata condannata a perire sepolta viva, come le antiche vestali. Ma io non m'era appena rassegnata con tutta pace a questo pensiero, che la carceriera aprì l'uscio, e m'ingiunse di venire alla presenza di madama. Io le dissi, con voce a fatica intelligibile, ch'erano due dì ch'io non mangiava, e che se non mi desse alcun piccolo conforto di cibo, nulla potrebb'essere del venire a madama. La carceriera, strettasi un poco nelle spalle come di cosa che niente le calesse, all'ultimo andò per un poco di cibo, e tornò con un piattellino dell'usata minestra, ch'io bevetti assai bramosamente; e poco di poi ebbi la forza di levarmi dal saccone, e condurmi insino a dove madama mi voleva.Per mia somma e inaspettata ventura, madama m'attendeva tutta sola in un suo assai remoto gabinetto, dove appena la carceriera m'ebbe scorta, ebbe ordine di farsi con Dio. Quivi madama, con un viso un poco meno disumano del dì davante, mi domandò tutto il vero del fatto della mia fuga e del prete, promettendomi, s'io non le nascondessi nulla, d'aiutarmi quant'era in lei. Alle quali parole io rompendo in un dirottissimo pianto, me le gettai ginocchioni ai piedi, ed abbracciando le sue ginocchia, le narrai filo per filo e segnoper segno tutta la verità dell'accaduto, senza scusare me o aggravare altrui un punto solo oltra il giusto.Certo io credo che sia invitta volontà di Dio, che il vero trovi per se la via di pervenire al cuore degli uomini; i quali, se lo rigettano o lo soffocano, non è mai in loro buona coscienza. E se non fosse così, qual sarebbe mai l'innocente che non lasciasse assai presto il capo sotto la scure dei calunniatori? Finito l'infame racconto, io non lasciava le sue ginocchia, e tuttavia me le raccomandava. E levando su gli occhi che avevo insino allora tenuti confitti in terra per vergogna, vidi, quel che mai non avrei creduto, che madama aveva versata qualche lacrima. La speranza ch'io ne presi me ne cavò un altro fiume dagli occhi; e madama sollevandomi:Datevi pace, mi disse, Ginevrina, e serbate ad altro le vostre lacrime. Datevi pace di quel male cui non acconsentiste; che solo nell'acconsentire è la colpa e il disonore. Il resto è opinione pregiudicata degli uomini, e non vi renderà mai nè meno bella, nè meno cara, nè meno stimabile a chi non sia indegno di conoscervi.Quand'io l'udii parlarmi così, mi parve per un istante udire la voce di suora Geltrude. Tutta riconfortata, e piangendo non più per disperazione, ma, se non per tenerezza, certo per un sentimento assai affine a quella, la scongiurai di farmi arrecare una qualche vesticciuola, acciocchè io mi vedessi un'altra volta nell'abito del mio sesso, e mi levassi finalmente dinanzi agli occhi l'oscenità di quel travestimento. Madama, senza chiamar persona, aveva in quel gabinetto medesimo di che rivestirmi tutta; e me ne fece subito copia. Ed io strappatimi e fatti per la gran rabbia in pezzi quegli scellerati cenci, mi vestii gli abiti dell'ospizio con lo stesso contento, che una novella regina il suo manto reale.Quando mi vide un poco meno irrequieta, madama mi fece portar da desinare dalla sua propria cucina, e volle che ai molti travagli sofferti io prendessi un qualche ristoro un poco più ragionevole della solita minestra. E tenutami in molti ragionamenti della pazienza ch'è mestieri opporre alle tribolazioni onde Iddio visita forse quegli stessi che un dì saranno suoi eletti e sederanno alla sua destra; e poscia stata un momento sopra di se, come dubitando se le convenisse parlare o tacere, finalmente mi disse:Ginevrina, voi siete destinata ad avere un terribile dolore, al quale tutti quelli che avete avuti insino a questo dì sono un nulla. E poichè, appena passato il limitare di questo uscio, lo trovereste sulle labbra di chiunque vi si parasse davanti, spero che sulle mie vi riuscirà meno atroce.Alle quali parole divenuta io tutta bianca nel viso, e gelata le mani e i piedi e le labbra, ella sostenendomi ch'io già mi veniva meno, ma pure risolutasi che il mio peggiore fosse ch'ella tacesse:Raccogliete, mi disse, tutte le vostre forze, o Ginevrina, e sappiate che il vostro Paolo, ignaro al tutto che voi foste mai stata in questo ospizio, per tedio della vita oramai non è più.Lo spavento e l'orrore ch'io presi da principio di questa nuova mi ridiedero, chi il crederebbe, gli spiriti già quasi smarriti alle prime parole di madama, e le dissi:Deh, per pietà, ditemi il tutto.E n'ebbi che Paolo, alla morte del padre ridotto dall'estrema miseria in quell'ospizio, e dopo sette anni di patimenti, quali solo noi altri bastardi e serragliuoli possiamo intendere, noiato dalla fame, dal freddo e, quello che aglianimi generosi è più ancora insopportabile della fame e del freddo, dal vedersi infallibilmente preporre, insino nell'esercizio e negli avanzamenti dell'arte sua, i più inetti e goffi, solo in premio della loro disonestà, s'era precipitato giù dal sesto piano dell'edifizio, con sì ferma risoluzione di morire, che raccolto ancora vivo e fasciatogli lo sfracellato corpo dai cerusichi dell'ospizio, egli più e più volte s'aveva, con quel poco spirito che gli avanzava, strappate furiosamente tutte le fasciature, e dopo aver detto, che, se fosse voluto vivere, non avrebbe tolta la fatica di gittarsi di così alto, aveva finalmente trionfato di questa vita morendo.
Erano, credo, le ventitrè, quando pervenuti in sulla piazza del Serraglio, la bussola a un tratto si fermò. Non sapendo che fosse, vinsi la terribile vergogna ch'avevo di mostrare il mio volto alla luce del dì, e, fatto uno sforzo quasi involontario, apersi lo sportello. Vidi un mare di popolo sulla piazza che s'affollava intorno a non so che ch'era in terra all'ultima estremità dell'edifizio; e per quanto ne richiedessi que' miei feroci, non ne potetti avere una risposta. Solo dalle voci tronche di chi m'andava e veniva accanto, intesi che si trattava d'un avvenimento luttuoso; e pure sporgendo il capo fuori, vidi poco di poi sollevare sur una barella un cadavere non più conoscibile, tanto era sanguinoso e sfracellato, che cadavere al certo pareva, se non che dopo che la barella fu progredita di pochi passi, io vidi ch'era persona vivente che si strappava a gran furia le fasciature ond'era tutta coperta. Finalmente labarella fu portata dentro la grande entrata dell'ospizio, e il popolo a poco a poco si diradò, e la bussola all'ultimo mosse.
I birri fecero montare la bussola insino al vestibolo, e quindi entrare nel corridoio a destra, dove era il governatore. Ma la confusione, i gridi, le piattonate de' gendarmi erano tali, che non si potè rompere per verun modo la calca. Alla fine i birri, consultatisi prima fra loro e poscia con alcuni serventi dell'ospizio che potettero venir loro a mano, mi fecero riportare fuori nel vestibolo, e quindi, sempre in bussola, nell'altra entrata di rimpetto, dove fattosi aprire da quella vecchia custode, e fattami uscire della bussola, mi condussero su al secondo piano nel cospetto di madama, a cui esposero il tutto, aggiungendole, che, nella presente confusione, non potevano altro che consegnarmi a lei, e domandandogliene il contrassegno.
Quando madama mi vide così travestita e così concia, mi disse la più obbrobriosa villania che fosse mai detta a nessuna dolorosa bagascia, e senza volermi pure udire una sola sillaba, comandò ch'io fossi menata nel carcere delle mal vissute; e quivi menata da due di quei miei stessi feroci, fui consegnata alla carceriera, che al volto ed al vestimento, rammentava la badessa del convento della Nunziata.
Io credo che alla prefettura fosse creduto ch'io desinerei poi la sera all'ospizio ed all'ospizio ch'io avessi desinato la mattina alla prefettura; perchè nè nell'un luogo nè nell'altro mi fu punto recato di cibo. Intanto io era digiuna insino dal mezzodì quasi del dì davanti; onde non riapparendo altrimenti per quella notte la mia carceriera, nè pure a rifornire una lucernuzza di terra che m'aveva lasciata e che fu presto spenta, io,tutta sbattuta e stanca e rotta e oscurata nella mia mente da tante e sì incredibili e nuove sciagure, m'adagiai sur un sacconcello che quivi era, e mi messi a dormire, non già di sonno, ma d'una certa cupa stupefazione di cerebro, ch'è sempre conseguenza e medicina a un tempo de' mali estremi, che strascinerebbero, senza quella, infallibilmente al suicidio.
La mattina seguente, insino a poco innanzi il mezzodì, la carceriera nè pure comparve, ed io credetti senza più ch'io fossi stata condannata a perire sepolta viva, come le antiche vestali. Ma io non m'era appena rassegnata con tutta pace a questo pensiero, che la carceriera aprì l'uscio, e m'ingiunse di venire alla presenza di madama. Io le dissi, con voce a fatica intelligibile, ch'erano due dì ch'io non mangiava, e che se non mi desse alcun piccolo conforto di cibo, nulla potrebb'essere del venire a madama. La carceriera, strettasi un poco nelle spalle come di cosa che niente le calesse, all'ultimo andò per un poco di cibo, e tornò con un piattellino dell'usata minestra, ch'io bevetti assai bramosamente; e poco di poi ebbi la forza di levarmi dal saccone, e condurmi insino a dove madama mi voleva.
Per mia somma e inaspettata ventura, madama m'attendeva tutta sola in un suo assai remoto gabinetto, dove appena la carceriera m'ebbe scorta, ebbe ordine di farsi con Dio. Quivi madama, con un viso un poco meno disumano del dì davante, mi domandò tutto il vero del fatto della mia fuga e del prete, promettendomi, s'io non le nascondessi nulla, d'aiutarmi quant'era in lei. Alle quali parole io rompendo in un dirottissimo pianto, me le gettai ginocchioni ai piedi, ed abbracciando le sue ginocchia, le narrai filo per filo e segnoper segno tutta la verità dell'accaduto, senza scusare me o aggravare altrui un punto solo oltra il giusto.
Certo io credo che sia invitta volontà di Dio, che il vero trovi per se la via di pervenire al cuore degli uomini; i quali, se lo rigettano o lo soffocano, non è mai in loro buona coscienza. E se non fosse così, qual sarebbe mai l'innocente che non lasciasse assai presto il capo sotto la scure dei calunniatori? Finito l'infame racconto, io non lasciava le sue ginocchia, e tuttavia me le raccomandava. E levando su gli occhi che avevo insino allora tenuti confitti in terra per vergogna, vidi, quel che mai non avrei creduto, che madama aveva versata qualche lacrima. La speranza ch'io ne presi me ne cavò un altro fiume dagli occhi; e madama sollevandomi:
Datevi pace, mi disse, Ginevrina, e serbate ad altro le vostre lacrime. Datevi pace di quel male cui non acconsentiste; che solo nell'acconsentire è la colpa e il disonore. Il resto è opinione pregiudicata degli uomini, e non vi renderà mai nè meno bella, nè meno cara, nè meno stimabile a chi non sia indegno di conoscervi.
Quand'io l'udii parlarmi così, mi parve per un istante udire la voce di suora Geltrude. Tutta riconfortata, e piangendo non più per disperazione, ma, se non per tenerezza, certo per un sentimento assai affine a quella, la scongiurai di farmi arrecare una qualche vesticciuola, acciocchè io mi vedessi un'altra volta nell'abito del mio sesso, e mi levassi finalmente dinanzi agli occhi l'oscenità di quel travestimento. Madama, senza chiamar persona, aveva in quel gabinetto medesimo di che rivestirmi tutta; e me ne fece subito copia. Ed io strappatimi e fatti per la gran rabbia in pezzi quegli scellerati cenci, mi vestii gli abiti dell'ospizio con lo stesso contento, che una novella regina il suo manto reale.
Quando mi vide un poco meno irrequieta, madama mi fece portar da desinare dalla sua propria cucina, e volle che ai molti travagli sofferti io prendessi un qualche ristoro un poco più ragionevole della solita minestra. E tenutami in molti ragionamenti della pazienza ch'è mestieri opporre alle tribolazioni onde Iddio visita forse quegli stessi che un dì saranno suoi eletti e sederanno alla sua destra; e poscia stata un momento sopra di se, come dubitando se le convenisse parlare o tacere, finalmente mi disse:
Ginevrina, voi siete destinata ad avere un terribile dolore, al quale tutti quelli che avete avuti insino a questo dì sono un nulla. E poichè, appena passato il limitare di questo uscio, lo trovereste sulle labbra di chiunque vi si parasse davanti, spero che sulle mie vi riuscirà meno atroce.
Alle quali parole divenuta io tutta bianca nel viso, e gelata le mani e i piedi e le labbra, ella sostenendomi ch'io già mi veniva meno, ma pure risolutasi che il mio peggiore fosse ch'ella tacesse:
Raccogliete, mi disse, tutte le vostre forze, o Ginevrina, e sappiate che il vostro Paolo, ignaro al tutto che voi foste mai stata in questo ospizio, per tedio della vita oramai non è più.
Lo spavento e l'orrore ch'io presi da principio di questa nuova mi ridiedero, chi il crederebbe, gli spiriti già quasi smarriti alle prime parole di madama, e le dissi:
Deh, per pietà, ditemi il tutto.
E n'ebbi che Paolo, alla morte del padre ridotto dall'estrema miseria in quell'ospizio, e dopo sette anni di patimenti, quali solo noi altri bastardi e serragliuoli possiamo intendere, noiato dalla fame, dal freddo e, quello che aglianimi generosi è più ancora insopportabile della fame e del freddo, dal vedersi infallibilmente preporre, insino nell'esercizio e negli avanzamenti dell'arte sua, i più inetti e goffi, solo in premio della loro disonestà, s'era precipitato giù dal sesto piano dell'edifizio, con sì ferma risoluzione di morire, che raccolto ancora vivo e fasciatogli lo sfracellato corpo dai cerusichi dell'ospizio, egli più e più volte s'aveva, con quel poco spirito che gli avanzava, strappate furiosamente tutte le fasciature, e dopo aver detto, che, se fosse voluto vivere, non avrebbe tolta la fatica di gittarsi di così alto, aveva finalmente trionfato di questa vita morendo.