LXXXIII.V'è tale età e tali condizioni, nelle quali il giusto e naturale desiderio, anzi bisogno, ch'ogni donna ha d'andarne a marito, diventa una passione dominante. Ma se, in quella età e in quelle condizioni medesime, una donna, per vere o false deduzioni, giunge a persuadersi, che sempre vi giunge, che non il desiderio solo e ilbisogno della mente e del cuore, ma la ragione e l'utilità sua materiale, e quello, in fine, che si domanda saviezza, l'inducono a quel partito, allora quella passione diventa furore irrefrenabile, e ne conseguitano quegli effetti per i quali si veggono tutto dì le più leggiadre e ricche e ben parlanti donzelle sacrificarsi agli uomini più poveri e rozzi e ignoranti e dispregevoli della terra.Da quel colloquio in su, la Grecia non vanta nessun dialettico che mi si potesse agguagliare, per la moltiplicità e l'acume dei ragionamenti ch'io feci per pervenire a concludere, che quel partito mi conveniva. Certo le cagioni ch'io aveva di liberarmi una volta da quell'ospizio erano tali, che anche ora, che per verità non posso astenermi dal sorridere di quella mia logica, nondimeno m'è forza confessare che non potevano non parermi, anzi ancora mi paiono, irresistibili. Ed anche ora io non posso maledire le nuove sventure, quantunque immense, in che quei ragionamenti mi condussero, poichè, all'ultimo, per loro io compio la mia giornata in questa cella, ai vostri piedi, più tosto che in quelle nefandissime bolge, assai più che qui lontana dal perdono di Dio.Io considerava, per tanto, che dopo la mia infelice avventura, il solo luogo abitabile dell'ospizio, io dico l'alunnato, m'era stato chiuso per sempre; che insino a ch'io avessi renduto lo spirito, io mi sarei veduta in quelle orribili sale, mal vestita, peggio nutrita, morta o di caldo o di freddo e sempre d'aria pestilenziale, e, quel che mi pareva più d'ogni altra cosa insopportabile, sempre fra le più ree e zotiche e sfrontate femminacce di questo mondo; che, a lasciare dall'un de' lati tutti gl'ineffabili patimenti che mi sarebbe convenuto sopportareforse per quaranta o cinquanta altri anni, questo medesimo mio spirito io non l'avrei potuto rendere a Dio purificato delle mie colpe, convivendo così inestimabile tempo fra gli esempi cotidiani d'ogni più laido e vituperevole vizio; e che, finalmente, non il desiderio d'andarne a marito, non amore che m'occupasse il cuore per il giovane o per il secolo, non solo la mia ragione nè pure, ma se un resto di virtù m'avanzava ancora fra tante ribalderie in cui ero vivuta insino allora, quella mi consigliava, anzi m'ingiungeva, di fuggire l'infamia di quel luogo.Mentre io era tutta in questi pensieri, fra i molti altri fuggitivi colloquii ch'io ebbi col mio pittore, intesi come egli divisava di condurmi a Roma, come a sedia naturale dell'artista. E la speranza di dimenticare, sotto un altro cielo e fra un altro orizzonte, le miserabili tribolazioni che mi avevano accompagnata qui insino dal nascimento, e quel, direi quasi, instinto naturale che ci conduce a fuggire i luoghi delle nostre sventure ed a credere, in un certo modo vago e per questo medesimo amabile ed aurato, che mutando luogo si muti fortuna, mi vennero vie più scaldando del mio nuovo desiderio il mio già caldo petto. Si aggiunsero le maraviglie che io aveva lette di quella prodigiosa città, e la mia antica brama di sapere e di vedere; ed io da pregata e sollecitata ch'ero da principio, venni finalmente in tanta smania di partirmi dall'ospizio e di Napoli con quel mio giovane, che ogni volta che lo vedevo, quasi me gli sarei gittata ai piedi e adoratolo come un angelo, acciocchè mi avesse involata da tanti mali, e condotta a tanti beni, sulle ali dell'amor suo.Era il dì ultimo d'aprile, ch'io non so per qual mia stella sempre di primavera, quando le forze sovrabbondano,e ogni cosa difficile par lieve, e si desidera quel che non può essere, m'è incontrato di dovermi risolvere di qualche partito estremo. Venne il pittore, al quale non era possibile di poter menare più per le lunghe il suo lavoro, e per sorte le giovani facevano non so qual carità insieme in un'altra sala, ad onore di santa Caterina da Siena. Ond'egli, coltami come potette più destramente in disparte:Ginevrina, mi disse tutto acceso nel volto, un gran signore russo che si conosce, o, come io più inclino a credere, per celare la nativa barbarie finge di conoscersi, dell'arti belle, parte stanotte per Roma, e vuol condurmi seco. Questa goffa e delirante genía si risolve pazzamente da un istante all'altro nelle cose più gravi della vita, non che di partire di Napoli per Roma; ed io appena iersera in sulla mezza notte ebbi sentore e ordine a un tempo di quel che m'avessi a fare. Sono tre anni ch'io cavo la vita mia dal lavoro ch'egli mi dà, e quest'immagine (mostrando la copia) è sua; e non seguitarlo saria la mia certa rovina. Ma e come lasciarti? o come sposarti in sì brev'ora? Io ho per fermo che non se ne sarebbe fuori in tre mesi, tanto queste suore e questi ufficiali tutti e questo sazievole di duca sono gavillosi e maligni. Della misera dote, e forse come a pericolata non ti si apparterrebbe, non mi voglio curare, che, la Dio mercè, ci ho di che nutrirti. Ma per solo Iddio, non vuogli uccidere te e me d'un colpo, e fuggi una volta da questa schifosa poveraglia e da quest'aere velenoso, e vieni meco a spirare fiati più liberi e più puri, che si può troppo bene.La voce fuga, che dal dì di san Giovanni m'era divenuto il più nefando suono che potesse percuotermi l'orecchio, mi gelò tutta in su quel principio, e liberatamiviolentemente dal giovane che m'avea presa e baciata col solito affetto la mano, m'arretrai inorridita. Ma io non ebbi appena uditi gli altri suoni di fiati liberi e puri, che gittando un profondissimo sospiro, quasi come già respirassi quei fiati, ne mandai fuori con quello tutto l'orrore concepito. Il giovane, come se avesse inteso che cosa quel mio sospiro significasse, s'accostò a me più acceso e più ardito di prima, e mi rapì un cocente bacio dalle labbra:Deh, lascia, dicendo, ch'io m'inghiotta il secondo tuo sospiro, e coll'odore del tuo fiato mi compensi il veleno che qui si respira.
V'è tale età e tali condizioni, nelle quali il giusto e naturale desiderio, anzi bisogno, ch'ogni donna ha d'andarne a marito, diventa una passione dominante. Ma se, in quella età e in quelle condizioni medesime, una donna, per vere o false deduzioni, giunge a persuadersi, che sempre vi giunge, che non il desiderio solo e ilbisogno della mente e del cuore, ma la ragione e l'utilità sua materiale, e quello, in fine, che si domanda saviezza, l'inducono a quel partito, allora quella passione diventa furore irrefrenabile, e ne conseguitano quegli effetti per i quali si veggono tutto dì le più leggiadre e ricche e ben parlanti donzelle sacrificarsi agli uomini più poveri e rozzi e ignoranti e dispregevoli della terra.
Da quel colloquio in su, la Grecia non vanta nessun dialettico che mi si potesse agguagliare, per la moltiplicità e l'acume dei ragionamenti ch'io feci per pervenire a concludere, che quel partito mi conveniva. Certo le cagioni ch'io aveva di liberarmi una volta da quell'ospizio erano tali, che anche ora, che per verità non posso astenermi dal sorridere di quella mia logica, nondimeno m'è forza confessare che non potevano non parermi, anzi ancora mi paiono, irresistibili. Ed anche ora io non posso maledire le nuove sventure, quantunque immense, in che quei ragionamenti mi condussero, poichè, all'ultimo, per loro io compio la mia giornata in questa cella, ai vostri piedi, più tosto che in quelle nefandissime bolge, assai più che qui lontana dal perdono di Dio.
Io considerava, per tanto, che dopo la mia infelice avventura, il solo luogo abitabile dell'ospizio, io dico l'alunnato, m'era stato chiuso per sempre; che insino a ch'io avessi renduto lo spirito, io mi sarei veduta in quelle orribili sale, mal vestita, peggio nutrita, morta o di caldo o di freddo e sempre d'aria pestilenziale, e, quel che mi pareva più d'ogni altra cosa insopportabile, sempre fra le più ree e zotiche e sfrontate femminacce di questo mondo; che, a lasciare dall'un de' lati tutti gl'ineffabili patimenti che mi sarebbe convenuto sopportareforse per quaranta o cinquanta altri anni, questo medesimo mio spirito io non l'avrei potuto rendere a Dio purificato delle mie colpe, convivendo così inestimabile tempo fra gli esempi cotidiani d'ogni più laido e vituperevole vizio; e che, finalmente, non il desiderio d'andarne a marito, non amore che m'occupasse il cuore per il giovane o per il secolo, non solo la mia ragione nè pure, ma se un resto di virtù m'avanzava ancora fra tante ribalderie in cui ero vivuta insino allora, quella mi consigliava, anzi m'ingiungeva, di fuggire l'infamia di quel luogo.
Mentre io era tutta in questi pensieri, fra i molti altri fuggitivi colloquii ch'io ebbi col mio pittore, intesi come egli divisava di condurmi a Roma, come a sedia naturale dell'artista. E la speranza di dimenticare, sotto un altro cielo e fra un altro orizzonte, le miserabili tribolazioni che mi avevano accompagnata qui insino dal nascimento, e quel, direi quasi, instinto naturale che ci conduce a fuggire i luoghi delle nostre sventure ed a credere, in un certo modo vago e per questo medesimo amabile ed aurato, che mutando luogo si muti fortuna, mi vennero vie più scaldando del mio nuovo desiderio il mio già caldo petto. Si aggiunsero le maraviglie che io aveva lette di quella prodigiosa città, e la mia antica brama di sapere e di vedere; ed io da pregata e sollecitata ch'ero da principio, venni finalmente in tanta smania di partirmi dall'ospizio e di Napoli con quel mio giovane, che ogni volta che lo vedevo, quasi me gli sarei gittata ai piedi e adoratolo come un angelo, acciocchè mi avesse involata da tanti mali, e condotta a tanti beni, sulle ali dell'amor suo.
Era il dì ultimo d'aprile, ch'io non so per qual mia stella sempre di primavera, quando le forze sovrabbondano,e ogni cosa difficile par lieve, e si desidera quel che non può essere, m'è incontrato di dovermi risolvere di qualche partito estremo. Venne il pittore, al quale non era possibile di poter menare più per le lunghe il suo lavoro, e per sorte le giovani facevano non so qual carità insieme in un'altra sala, ad onore di santa Caterina da Siena. Ond'egli, coltami come potette più destramente in disparte:
Ginevrina, mi disse tutto acceso nel volto, un gran signore russo che si conosce, o, come io più inclino a credere, per celare la nativa barbarie finge di conoscersi, dell'arti belle, parte stanotte per Roma, e vuol condurmi seco. Questa goffa e delirante genía si risolve pazzamente da un istante all'altro nelle cose più gravi della vita, non che di partire di Napoli per Roma; ed io appena iersera in sulla mezza notte ebbi sentore e ordine a un tempo di quel che m'avessi a fare. Sono tre anni ch'io cavo la vita mia dal lavoro ch'egli mi dà, e quest'immagine (mostrando la copia) è sua; e non seguitarlo saria la mia certa rovina. Ma e come lasciarti? o come sposarti in sì brev'ora? Io ho per fermo che non se ne sarebbe fuori in tre mesi, tanto queste suore e questi ufficiali tutti e questo sazievole di duca sono gavillosi e maligni. Della misera dote, e forse come a pericolata non ti si apparterrebbe, non mi voglio curare, che, la Dio mercè, ci ho di che nutrirti. Ma per solo Iddio, non vuogli uccidere te e me d'un colpo, e fuggi una volta da questa schifosa poveraglia e da quest'aere velenoso, e vieni meco a spirare fiati più liberi e più puri, che si può troppo bene.
La voce fuga, che dal dì di san Giovanni m'era divenuto il più nefando suono che potesse percuotermi l'orecchio, mi gelò tutta in su quel principio, e liberatamiviolentemente dal giovane che m'avea presa e baciata col solito affetto la mano, m'arretrai inorridita. Ma io non ebbi appena uditi gli altri suoni di fiati liberi e puri, che gittando un profondissimo sospiro, quasi come già respirassi quei fiati, ne mandai fuori con quello tutto l'orrore concepito. Il giovane, come se avesse inteso che cosa quel mio sospiro significasse, s'accostò a me più acceso e più ardito di prima, e mi rapì un cocente bacio dalle labbra:
Deh, lascia, dicendo, ch'io m'inghiotta il secondo tuo sospiro, e coll'odore del tuo fiato mi compensi il veleno che qui si respira.