XCVII.

XCVII.Così narrava la solitaria, ed io pendeva dal suo volto, e tornava a spiare della sua vita, ed ella a narrare di nuovo, ed io nuovamente ad ascoltare.Io mi vestii da monaca anch'io, ed ebbi pronuba la solitaria alle mie nozze con l'eterno sposo. Gli offersi non più il mio fiore di verginità, che non potevo, ma il mio cuore, ch'era purissimo, non sull'altare di San Pietro o di Santa Maria Maggiore, ma sopra un petrone di quella grotta; ed egli, che nascendo, non fece grazia di se a Roma, ma a Giudea, forse non ebbe a sdegno, anzi ebbe più caro, il mio sacrifizio.O come erano dolci l'erbucce e il pane che mangiavamo, condite dell'altro cibo celeste di cui notte e dì ci nutrivamo! O come era tutto amore e gioia in quella grotta! O come gli animali stessi salvatichi, consapevoli che noi non avevamo bisogno delle loro misere carni per nutrirci, venivano, come placidi ed amorosi amici, a visitarci ed a lambirci, e m'interpretavano vivamente una gran parte dei miracoli raccontati nelle vite de' padri.O Teodolinda! o ultima amica delle mie sventure, dove sei, chi mi ti tolse? e perchè, se ancora vivi, non vieni a chiudere questi occhi moribondi, che non rifuggonoancora dalla luce del dì, perchè non ti hanno ancora ritrovata?I giorni ch'io menai in quella grotta furono come un simbolo di quel fine a cui presto o tardi va a riuscire ogni vita umana, e del quale, prima i deserti della Tebaide e della Palestina, e poi l'universo coperto di monasteri, furono come una viva rappresentanza. L'uomo, cui la morte non interrompa a mezzo il suo corso, presto o tardi si conduce a non aver più nulla a dividere con gli altri uomini, a riuscire loro tanto esterno o strano, quanto esterni e strani essi riescono a lui. Ed allora quale minore infelicità che fuggire le moltitudini ed il secolo, e ritrarsi alla solitudine? Ritrarsi alla solitudine per non essere interamente solo, perchè quivi, se non ti parlano gli uomini, che già più non ti parlavano, ti parla in vece Dio con la voce de' venti, e tutto quello che ti circonda è Dio.Io vissi tre anni in quella grotta, senza mai uscirne altro che per pochi passi; nè so perchè gli uomini, nell'immaginare il paradiso, immaginarono un concorso e non una solitudine. L'aquile e le rose dell'eterna luce, e tutti i giri eterni, non estinsero il desiderio di Dante, che s'appuntò solo in quel fulgido amore che illumina e muove il sole e l'altre stelle. In quel fulgore, in quell'amore m'appuntava anch'io dal cavo di quella grotta, e dimentica oramai ch'io fossi ancora sulla terra, e che Teodelinda fosse cosa terrena, pregustai la beatitudine del paradiso.

Così narrava la solitaria, ed io pendeva dal suo volto, e tornava a spiare della sua vita, ed ella a narrare di nuovo, ed io nuovamente ad ascoltare.

Io mi vestii da monaca anch'io, ed ebbi pronuba la solitaria alle mie nozze con l'eterno sposo. Gli offersi non più il mio fiore di verginità, che non potevo, ma il mio cuore, ch'era purissimo, non sull'altare di San Pietro o di Santa Maria Maggiore, ma sopra un petrone di quella grotta; ed egli, che nascendo, non fece grazia di se a Roma, ma a Giudea, forse non ebbe a sdegno, anzi ebbe più caro, il mio sacrifizio.

O come erano dolci l'erbucce e il pane che mangiavamo, condite dell'altro cibo celeste di cui notte e dì ci nutrivamo! O come era tutto amore e gioia in quella grotta! O come gli animali stessi salvatichi, consapevoli che noi non avevamo bisogno delle loro misere carni per nutrirci, venivano, come placidi ed amorosi amici, a visitarci ed a lambirci, e m'interpretavano vivamente una gran parte dei miracoli raccontati nelle vite de' padri.

O Teodolinda! o ultima amica delle mie sventure, dove sei, chi mi ti tolse? e perchè, se ancora vivi, non vieni a chiudere questi occhi moribondi, che non rifuggonoancora dalla luce del dì, perchè non ti hanno ancora ritrovata?

I giorni ch'io menai in quella grotta furono come un simbolo di quel fine a cui presto o tardi va a riuscire ogni vita umana, e del quale, prima i deserti della Tebaide e della Palestina, e poi l'universo coperto di monasteri, furono come una viva rappresentanza. L'uomo, cui la morte non interrompa a mezzo il suo corso, presto o tardi si conduce a non aver più nulla a dividere con gli altri uomini, a riuscire loro tanto esterno o strano, quanto esterni e strani essi riescono a lui. Ed allora quale minore infelicità che fuggire le moltitudini ed il secolo, e ritrarsi alla solitudine? Ritrarsi alla solitudine per non essere interamente solo, perchè quivi, se non ti parlano gli uomini, che già più non ti parlavano, ti parla in vece Dio con la voce de' venti, e tutto quello che ti circonda è Dio.

Io vissi tre anni in quella grotta, senza mai uscirne altro che per pochi passi; nè so perchè gli uomini, nell'immaginare il paradiso, immaginarono un concorso e non una solitudine. L'aquile e le rose dell'eterna luce, e tutti i giri eterni, non estinsero il desiderio di Dante, che s'appuntò solo in quel fulgido amore che illumina e muove il sole e l'altre stelle. In quel fulgore, in quell'amore m'appuntava anch'io dal cavo di quella grotta, e dimentica oramai ch'io fossi ancora sulla terra, e che Teodelinda fosse cosa terrena, pregustai la beatitudine del paradiso.


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