XLIII.

XLIII.Io giaceva come un tronco sul lettuccio; e mi pareva impossibile di vivere e impossibile di morire. Le lacrime, alle quali io non fui mai troppo facile, e che aveva sempre invocate come il più dolce dono della natura, mi scorrevano, di continuo e non mai interrotte, dagli occhi, senza ch'io pure me n'avvedessi, come un risolvimento e una dissoluzione in cui pareva che si volesse svanire quel fiato di vita che m'era rimasto. La speranza mi morì nel seno. La vita, la morte, lo stare dentro quelle caverne, lo starne fuori, tutto quello ch'io aveva mai veduto o pensato, e l'universo intero, mi parve un gran mistero di dolore. Qualunque immagine mi s'affacciava alla mente, anche di quelle che avevano avuto insino allora maggior possanza di consolarmi, m'era anzi un nuovo stimolo a spremermi più umore dalle due fontane che mi s'erano aperte nella fronte. E l'immagine stessa di suora Geltrude, se talvolta m'appariva, pareva anch'essa sciogliersi tutta in lacrime, e dirmi con voce, che ancora mi risuona mestamente nel cuore, ch'io non isperassi altro sulla terra che pianto.Era la mattina del lunedì ventitrè di marzo, quando, verso le quattordici ore, io vidi entrare due di quelle streghe nella mia spelonca, che portavano ciascuna per l'uno de' manichi un grossissimo tegame pieno insino all'orlo di calcina stemperata nell'acqua. Appresso a quelle due n'entrò una terza con tre lunghe canne in mano, alla punta delle quali era legato per traversocon un rogo una specie di sferra o piccola granata. E posto il tegame in terra, e tolta ciascuna di esse uno di quei leggiadri pennelli, tuffandoli a vicenda nella calcina, cominciarono a scialbarne le muraglie, dico quanto era possibile, essendone caduto quasi tutto l'intonico e rimastone scoperto l'arricciato. Ed abborracciata alla peggio quell'opera, si riportarono il tegame e le granate nell'altre camere, per fare il somigliante.Allora cominciò fra quelle giovani un zufolamento che presto divenne un improntissimo cicalío. Dal quale, comunque confitta in quel fondo di quel lettaccio, e più prossima al mondo di là che a questo, io intesi essere usanza antichissima, che il dì dell'annunziazione di Nostra Donna, che cade il venticinque di quel mese, quelle chiostre, a studio, per il sozzo e nefando squallore che vi si lascia regnare, celate tutto l'anno a qualunque occhio mortale, abbiano ad essere passeggiate, e come giuridicamente visitate, da certi baccalari del magistrato, anzi da tutta la città e il regno e il mondo intero, che ha diritto, per quel solo giorno, di penetrarvi: e farsi annualmente, due giorni innanzi, quei tumultuari apparati, acciocchè lo scandalo, non tanto dei baccalari, gente cui stringono ben altre cure che quelle di noi altri figliuoli della Madonna, ma del pubblico, ne divenga alcun poco minore.Il dì seguente comparvero altre suore a rassettare altre cosucce, se bene la gran semplicità di quelle spelonche desse loro assai poca briga. Finalmente all'alba del mercoledì, ch'era il dì della solennità, io fui assalita da due di quelle stregone, che, afferrandomi pe' capelli, mi diedero alcune tratte delle buone, e ravviluppati com'erano dalla lunga malattia, cominciarono asvilupparmeli con quegli osceni unghioni ed a strigarmeli con certe come stregghie, non da cavalli ma da cammelli, ed a ravviarmeli alla peggio con una sorta di forconi a più rebbi, che parea che volessero fendermi il cranio. Io tapinella non aveva nè pure la forza di lamentarmi nè di chiamare l'aiuto divino in tanta mia necessità. Ma quando mi rammento in che sorta di mortale debolezza io era rovinata, e come ad ogni scossa il cervello pareva che mi si schiantasse dalla sua radica, io stordisco a pensare com'io non mi morii fra quella nuova specie di flagellazione. Verso le dodici ore entrarono altre converse con certi grossi pannacci di tela bruna rozzissima, che, come udii dire, era tessuta in alcune di quelle medesime grotte a conto di esse suore per il traffico di cui v'ho toccato di sopra. Questi furono tutti distesi su per quei letticciuoli, a fine di nasconderne l'obbrobriosa sordidezza; ingiungendo, con le più atroci minacce, a me ed alle molte altre infermicce di cui quel luogo abbondava, di non dare pur volta nel letto durante tutto quel dì, e di non contaminare menomamente la prodigiosa lindura di quelle coltri, che si doveano consegnare, così nuove com'erano, ai loro padroni di fuori, che le avevano date a tessere alla badessa. Di poi, acciocchè facesse un poco men buio in quel sepolcro, fu spalancata l'invetriata di quel finestrello, ch'era tutta di piccoli vetri d'un certo colore bianco come il fummo del catrame. Ed essendo la giornata ventosissima, e il mio letticcio assai da presso a quel finestrello, cominciò l'aria a sollevarmi di dosso quella tela ed a scoprirmi tutta, ed a percuotermi l'addolorata fronte, che parevano colpi di maglio, ed a farmi patire sulla terra il tormentoriservato nell'inferno ai traditori della patria, agghiacciandomi le lacrime su gli occhi.Alle tredici ore io vidi, con mio grande stupore, entrare quattro di questi birri in forma pubblica, ch'ora con vocabolo di Francia, trovatrice esimia di nomi onesti a cose turpi, si domandano gendarmi. Costoro si ordinarono in forma quadrata, quasi nel mezzo del camerone, ma poco discosto all'uscio che gli serviva d'entrata. Poco di poi n'entrò un quinto, che si piantò in mezzo al vano dell'uscio; ed io udii dire da quelle mie compagne, che altrettanti, e in simil guisa, n'erano stati ordinati nelle altre spelonche. Finalmente alle ore tredici e mezzo furono rotti gli argini al gran fiume, che, strosciando, si precipitò violentemente in quelle cateratte; ed allora io vidi un novissimo spettacolo.Come s'intoppa il Tevere, quando è più gonfio e vorticoso, nei cunei che gli oppongono ponte Sant'Angelo o ponte Sisto, che l'onda infrangendosi un istante in sull'acuta punta, si fende in due e ripiglia di qua e di là più rapido il suo corso; così l'onda della plebe, che aveva già allagato tutto l'ospizio, infrangendosi in quel gendarme quinto che formava un cuneo coi primi due di quel quadrato, si precipitò poscia con maggior furia dall'uno e dall'altro lato di quello. Il camerone ov'io giaceva era l'ultimo, e lo scopo di quell'ordinanza era che la gente, come in simili casi si costuma, entrasse dal lato destro del gendarme, e, rigirando intorno agli altri quattro, riuscisse dal sinistro. Ma la troppa foga del popolo, o la poca destrezza del gendarme, ruppe l'ordine posto; e fu un bel vedere. Il camerone, in meno che non balena, fu allagato della più infame plebaglia, che facendo una grandissima calca, e pigiandosi e dandosi di petto l'un l'altro, e gorgogliando,e strillando, e confondendosi, e rimescolandosi tutta insieme, pareva un mare concitato da un vento strepitosissimo. I gendarmi si disordinarono, e cacciandosi come lupi fra una gran mandra di pecore, cominciarono coi pugni, e coi calci degli schioppetti, a voler rompere la calca.Io non vidi mai un simile scompiglio, nè udii mai un fracasso cotale. Chi fuggiva, chi cadeva, chi si sveniva, chi urlava. Nè fu un solo colui che, cadendomi addosso nel garbuglio, mi presse sì forte, che a fatica non mi munse quel resto di fiato che m'avanzava. Ma i gendarmi seppero così bene menare le mani, che, rotta finalmente la calca alla più gran fatica del mondo, respinsero tutta quella canaglia nel camerone di fuori.Sedato in questo modo quel guazzabuglio, e rimasto il mio camerone di nuovo voto di gente, io mi pensava che per quel dì non se ne facesse altro del popolare passeggio. Perchè, avendo veduta conciare la gente in quel modo così leggiadro, stimavo che almeno i nove decimi di essa si fossero dovuti andare con Dio alle loro case ed ai loro letti a curarsi chi della gamba, chi del braccio e chi del capo ammaccato o ferito. Ma io conosceva troppo male la plebe. I gendarmi a mala pena s'erano rimessi nella loro ordinanza, che io vidi quei medesimi che pur dianzi erano stati i più tartassati, cominciare, non più come tumido fiume che si trabocchi, ma come un ruscello che corra placido per il suo canale, a rivenirsene soavemente dentro dalla parte sinistra del gendarme, con un viso così sereno e lieto e ubbidiente, che parevano proprio un popolo di figliuoli, di cui quei gendarmi fossero i padri, che l'avessero così un cotal poco paternamente e amorosamente ammoniti col calcio di quei loro schioppetti.Presto la folla divenne di nuovo grandissima; ma meno confusa e meno strepitante; anzi tutta contenta, e tranquillissima; se non che di tutto ciò che vedeva, e massimamente di noi altre malate, e delle nostre strane sembianze, che s'informavano dal morbo e dalla fame, facevano un grasso ridere, e un gran motteggiare, e un festeggiare compagnevole. Rigiravasi intanto in se stessa la festivissima turba, e cominciava a partirsi dalla parte sinistra del gendarme; ma dalla destra più e più moltiplicava la pressa; e con la pressa moltiplicava ancora un'ilarità, un'allegria tale, che pareva proprio che la miseria e la servitù fossero per quella gente un letto di rose, sulle quali mollemente s'addormentasse.Per tre ore, io credo, s'era già continuata la nostra berlina, quando i gendarmi ricominciarono uno strano giuoco. Disordinatisi di nuovo, due si piantarono l'uno rimpetto all'altro sotto l'architrave dell'uscio, e inclinando per il traverso dell'uscio le canne e le baionette de' loro moschetti, non fecero più passare persona. Gli altri tre si rivolsero sulla loro sinistra; e facendosi insino a presso il mio lettuccio, ch'era sotto il finestrello, schieratisi in ordinanza, cominciarono con molta leggiadria a cacciare il popolo indietro, quando col calcio o con la canna degli schioppi, e quando con la baionetta; guardando nondimeno assai bene di non ferire troppo gravemente alcuno, nè far loro altro male al mondo che, così per puro accidente, rompere qualche tempia o cavare qualche occhio. Per questo soave modo penarono poco a far rinculare tutta quella marmaglia in fondo in fondo della sala, dove, voltato il tergo, fecero il restante con quello, stringendo e stivando uomini e donne in tal modo, che, non l'affermerei, ma pare che di molto assai pericolasse la modestia.

Io giaceva come un tronco sul lettuccio; e mi pareva impossibile di vivere e impossibile di morire. Le lacrime, alle quali io non fui mai troppo facile, e che aveva sempre invocate come il più dolce dono della natura, mi scorrevano, di continuo e non mai interrotte, dagli occhi, senza ch'io pure me n'avvedessi, come un risolvimento e una dissoluzione in cui pareva che si volesse svanire quel fiato di vita che m'era rimasto. La speranza mi morì nel seno. La vita, la morte, lo stare dentro quelle caverne, lo starne fuori, tutto quello ch'io aveva mai veduto o pensato, e l'universo intero, mi parve un gran mistero di dolore. Qualunque immagine mi s'affacciava alla mente, anche di quelle che avevano avuto insino allora maggior possanza di consolarmi, m'era anzi un nuovo stimolo a spremermi più umore dalle due fontane che mi s'erano aperte nella fronte. E l'immagine stessa di suora Geltrude, se talvolta m'appariva, pareva anch'essa sciogliersi tutta in lacrime, e dirmi con voce, che ancora mi risuona mestamente nel cuore, ch'io non isperassi altro sulla terra che pianto.

Era la mattina del lunedì ventitrè di marzo, quando, verso le quattordici ore, io vidi entrare due di quelle streghe nella mia spelonca, che portavano ciascuna per l'uno de' manichi un grossissimo tegame pieno insino all'orlo di calcina stemperata nell'acqua. Appresso a quelle due n'entrò una terza con tre lunghe canne in mano, alla punta delle quali era legato per traversocon un rogo una specie di sferra o piccola granata. E posto il tegame in terra, e tolta ciascuna di esse uno di quei leggiadri pennelli, tuffandoli a vicenda nella calcina, cominciarono a scialbarne le muraglie, dico quanto era possibile, essendone caduto quasi tutto l'intonico e rimastone scoperto l'arricciato. Ed abborracciata alla peggio quell'opera, si riportarono il tegame e le granate nell'altre camere, per fare il somigliante.

Allora cominciò fra quelle giovani un zufolamento che presto divenne un improntissimo cicalío. Dal quale, comunque confitta in quel fondo di quel lettaccio, e più prossima al mondo di là che a questo, io intesi essere usanza antichissima, che il dì dell'annunziazione di Nostra Donna, che cade il venticinque di quel mese, quelle chiostre, a studio, per il sozzo e nefando squallore che vi si lascia regnare, celate tutto l'anno a qualunque occhio mortale, abbiano ad essere passeggiate, e come giuridicamente visitate, da certi baccalari del magistrato, anzi da tutta la città e il regno e il mondo intero, che ha diritto, per quel solo giorno, di penetrarvi: e farsi annualmente, due giorni innanzi, quei tumultuari apparati, acciocchè lo scandalo, non tanto dei baccalari, gente cui stringono ben altre cure che quelle di noi altri figliuoli della Madonna, ma del pubblico, ne divenga alcun poco minore.

Il dì seguente comparvero altre suore a rassettare altre cosucce, se bene la gran semplicità di quelle spelonche desse loro assai poca briga. Finalmente all'alba del mercoledì, ch'era il dì della solennità, io fui assalita da due di quelle stregone, che, afferrandomi pe' capelli, mi diedero alcune tratte delle buone, e ravviluppati com'erano dalla lunga malattia, cominciarono asvilupparmeli con quegli osceni unghioni ed a strigarmeli con certe come stregghie, non da cavalli ma da cammelli, ed a ravviarmeli alla peggio con una sorta di forconi a più rebbi, che parea che volessero fendermi il cranio. Io tapinella non aveva nè pure la forza di lamentarmi nè di chiamare l'aiuto divino in tanta mia necessità. Ma quando mi rammento in che sorta di mortale debolezza io era rovinata, e come ad ogni scossa il cervello pareva che mi si schiantasse dalla sua radica, io stordisco a pensare com'io non mi morii fra quella nuova specie di flagellazione. Verso le dodici ore entrarono altre converse con certi grossi pannacci di tela bruna rozzissima, che, come udii dire, era tessuta in alcune di quelle medesime grotte a conto di esse suore per il traffico di cui v'ho toccato di sopra. Questi furono tutti distesi su per quei letticciuoli, a fine di nasconderne l'obbrobriosa sordidezza; ingiungendo, con le più atroci minacce, a me ed alle molte altre infermicce di cui quel luogo abbondava, di non dare pur volta nel letto durante tutto quel dì, e di non contaminare menomamente la prodigiosa lindura di quelle coltri, che si doveano consegnare, così nuove com'erano, ai loro padroni di fuori, che le avevano date a tessere alla badessa. Di poi, acciocchè facesse un poco men buio in quel sepolcro, fu spalancata l'invetriata di quel finestrello, ch'era tutta di piccoli vetri d'un certo colore bianco come il fummo del catrame. Ed essendo la giornata ventosissima, e il mio letticcio assai da presso a quel finestrello, cominciò l'aria a sollevarmi di dosso quella tela ed a scoprirmi tutta, ed a percuotermi l'addolorata fronte, che parevano colpi di maglio, ed a farmi patire sulla terra il tormentoriservato nell'inferno ai traditori della patria, agghiacciandomi le lacrime su gli occhi.

Alle tredici ore io vidi, con mio grande stupore, entrare quattro di questi birri in forma pubblica, ch'ora con vocabolo di Francia, trovatrice esimia di nomi onesti a cose turpi, si domandano gendarmi. Costoro si ordinarono in forma quadrata, quasi nel mezzo del camerone, ma poco discosto all'uscio che gli serviva d'entrata. Poco di poi n'entrò un quinto, che si piantò in mezzo al vano dell'uscio; ed io udii dire da quelle mie compagne, che altrettanti, e in simil guisa, n'erano stati ordinati nelle altre spelonche. Finalmente alle ore tredici e mezzo furono rotti gli argini al gran fiume, che, strosciando, si precipitò violentemente in quelle cateratte; ed allora io vidi un novissimo spettacolo.

Come s'intoppa il Tevere, quando è più gonfio e vorticoso, nei cunei che gli oppongono ponte Sant'Angelo o ponte Sisto, che l'onda infrangendosi un istante in sull'acuta punta, si fende in due e ripiglia di qua e di là più rapido il suo corso; così l'onda della plebe, che aveva già allagato tutto l'ospizio, infrangendosi in quel gendarme quinto che formava un cuneo coi primi due di quel quadrato, si precipitò poscia con maggior furia dall'uno e dall'altro lato di quello. Il camerone ov'io giaceva era l'ultimo, e lo scopo di quell'ordinanza era che la gente, come in simili casi si costuma, entrasse dal lato destro del gendarme, e, rigirando intorno agli altri quattro, riuscisse dal sinistro. Ma la troppa foga del popolo, o la poca destrezza del gendarme, ruppe l'ordine posto; e fu un bel vedere. Il camerone, in meno che non balena, fu allagato della più infame plebaglia, che facendo una grandissima calca, e pigiandosi e dandosi di petto l'un l'altro, e gorgogliando,e strillando, e confondendosi, e rimescolandosi tutta insieme, pareva un mare concitato da un vento strepitosissimo. I gendarmi si disordinarono, e cacciandosi come lupi fra una gran mandra di pecore, cominciarono coi pugni, e coi calci degli schioppetti, a voler rompere la calca.

Io non vidi mai un simile scompiglio, nè udii mai un fracasso cotale. Chi fuggiva, chi cadeva, chi si sveniva, chi urlava. Nè fu un solo colui che, cadendomi addosso nel garbuglio, mi presse sì forte, che a fatica non mi munse quel resto di fiato che m'avanzava. Ma i gendarmi seppero così bene menare le mani, che, rotta finalmente la calca alla più gran fatica del mondo, respinsero tutta quella canaglia nel camerone di fuori.

Sedato in questo modo quel guazzabuglio, e rimasto il mio camerone di nuovo voto di gente, io mi pensava che per quel dì non se ne facesse altro del popolare passeggio. Perchè, avendo veduta conciare la gente in quel modo così leggiadro, stimavo che almeno i nove decimi di essa si fossero dovuti andare con Dio alle loro case ed ai loro letti a curarsi chi della gamba, chi del braccio e chi del capo ammaccato o ferito. Ma io conosceva troppo male la plebe. I gendarmi a mala pena s'erano rimessi nella loro ordinanza, che io vidi quei medesimi che pur dianzi erano stati i più tartassati, cominciare, non più come tumido fiume che si trabocchi, ma come un ruscello che corra placido per il suo canale, a rivenirsene soavemente dentro dalla parte sinistra del gendarme, con un viso così sereno e lieto e ubbidiente, che parevano proprio un popolo di figliuoli, di cui quei gendarmi fossero i padri, che l'avessero così un cotal poco paternamente e amorosamente ammoniti col calcio di quei loro schioppetti.

Presto la folla divenne di nuovo grandissima; ma meno confusa e meno strepitante; anzi tutta contenta, e tranquillissima; se non che di tutto ciò che vedeva, e massimamente di noi altre malate, e delle nostre strane sembianze, che s'informavano dal morbo e dalla fame, facevano un grasso ridere, e un gran motteggiare, e un festeggiare compagnevole. Rigiravasi intanto in se stessa la festivissima turba, e cominciava a partirsi dalla parte sinistra del gendarme; ma dalla destra più e più moltiplicava la pressa; e con la pressa moltiplicava ancora un'ilarità, un'allegria tale, che pareva proprio che la miseria e la servitù fossero per quella gente un letto di rose, sulle quali mollemente s'addormentasse.

Per tre ore, io credo, s'era già continuata la nostra berlina, quando i gendarmi ricominciarono uno strano giuoco. Disordinatisi di nuovo, due si piantarono l'uno rimpetto all'altro sotto l'architrave dell'uscio, e inclinando per il traverso dell'uscio le canne e le baionette de' loro moschetti, non fecero più passare persona. Gli altri tre si rivolsero sulla loro sinistra; e facendosi insino a presso il mio lettuccio, ch'era sotto il finestrello, schieratisi in ordinanza, cominciarono con molta leggiadria a cacciare il popolo indietro, quando col calcio o con la canna degli schioppi, e quando con la baionetta; guardando nondimeno assai bene di non ferire troppo gravemente alcuno, nè far loro altro male al mondo che, così per puro accidente, rompere qualche tempia o cavare qualche occhio. Per questo soave modo penarono poco a far rinculare tutta quella marmaglia in fondo in fondo della sala, dove, voltato il tergo, fecero il restante con quello, stringendo e stivando uomini e donne in tal modo, che, non l'affermerei, ma pare che di molto assai pericolasse la modestia.


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