XLVIII.Le tre mie più strette e più fidate compagne si chiamavano, l'una Chiara, l'altra Eugenia e l'altra Clementina. La Chiara era una giovane di forse vent'anni, non bella, ma graziosissima, tutta colma e rotonda, sempre vermiglia nel viso, con certi capelli e certi occhi nerissimi, o lavorava o andava o desinava, tutto dì lieta e serena e festivissima, come se i genii del riso le fossero stati sempre intorno e le avessero adombrata la trista scena dell'universo. L'Eugenia era bionda e bella, aveva gli occhi cilestri, pallidi e naturalmente umidetti, che spesso non sapevi se il sole vi brillasse dentro troppo vivo o s'ella versasse una lacrima; se anche intermetteva il suo lavoro, immobile sempre e penserosa sulla sua seggiola; e nel bianchissimo viso velata sempre d'una nube di malinconia, ma così trasparente, che nulla non nascondeva delle più riposte cose dell'anima. La Clementina non era così mesta come l'Eugenia, nè così allegra come la Chiara, ma ora s'attristava delle luttuose condizioni della vita, ora desiderava con tanto ardore di consolarsi, che scambiando alla fine il desiderio con la cosa desiderata, si consolava veramente; e d'indole mezzana fra l'una e l'altra, era come l'interprete fra quelle due anime che mai non si sarebbero intese senza lei.Io non so quale fosse l'indole mia, perchè il conoscere se stesso è il più difficile, anzi l'impossibile nellavita. Ma questo so per certo, ch'io intendeva tutti e tre quei cuori e da tutti e tre era intesa; ch'io le amai tutte tre come più che sorelle, e come più che sorella ne fui riamata. Già da gran tempo non v'era più segreti fra loro tre. Fra pochi dì non vi fu più segreti fra me e loro; nè già ve n'era da gran tempo fra noi quattro e suora Geltrude. O quale beatitudine! qual sodalizio era quello, e come vivamente adombrava sulla terra quel celeste al quale tutti sospiriamo! Qual rinnegamento di se medesimo! quanta virtù! Ed eravamo una suora di Regina Coeli, e quattro trovatelle!Da quello che già v'ho narrato de' casi miei; da quello che ancora m'avanza a narrarvi, voi non mi dovreste credere troppo credula alla virtù. E pure io la venero, io l'adoro, nè la credo già un vano nome, ma una cosa esistente e reale. Essa non gode d'abitare le reggie nè i palagi dei grandi, dove è uccisa dalla ricchezza e dal potere; non gode d'abitare i troppo squallidi tuguri della plebe, dove è uccisa dagli stenti e dalla fame; ma gode d'abitare ed abita veramente fra le condizioni medie, dove solo può trovarsi il retto, e che dovrebb'essere quella squadra a cui dovrebbono ridursi tutte le oscene proporzioni onde il mondo è sì brutto. Questo tentò Gesù Cristo per via della carità, gridando tutti fratelli. Questo tentò la sana filosofia di tutti i secoli, sposandosi alla religione, e conculcando la grandezza e sollevando la povertà. E nondimeno il mondo fu sempre, ed è, e sarà forse in sempiterno, composto di grandissimi e di piccolissimi, cioè, di uomini viziosi. Ogni grandissimo lascerà presupporre cento mila piccolissimi, e sarà un vizio moltiplicato per cento mila.L'uomo è quello che fu la sua educazione. La virtùche regnava fra noi quattro, sarebbe regnata anche fra le altre cento, se non vi fosse stata nell'alunnato la piccola aristocrazia della stanza di suora Geltrude. La virtù di queste cento e quattro, sarebbe regnata anche fra le dugento cinquanta che morivano di fame di freddo e di vizio in quelle caverne, e sarebbero state trecento cinquantaquattro. La virtù di queste trecento cinquantaquattro, sarebbe regnata fra le altre migliaia che muoiono tutto dì in culla per mancanza di un seno che gli allatti; ed il mondo sarebbe più popolato e meno vizioso.La terra basta a nutrire assai più uomini, che non sono i seicento milioni che ora la calpestano. Ma se fosse mai possibile ad un uomo solo d'appropriarsela veramente tutta, quell'uomo solo vivrebbe, e i seicento milioni morrebbero tutti di fame. Di veramente infelici, di veramente mancanti delle cose necessarie alla vita, potrebbe non esserne nè anche un solo sulla terra. Ma posto che non si potesse, la società degli uomini basta a soccorrere troppo più infelici che non sono in effetto quelli che hanno bisogno d'essere soccorsi. Ma se, o nessuno non le si fa efficace interprete del bisogno di questi infelici, o quello ch'essa dà per soccorrerli, s'investe ad altro, la colpa non è nè della Provvidenza, nè del Caso, nè del Fato, nè della Natura, nè di comunque voglia chiamarsi il mistero delle cose; ma degli uomini stessi.
Le tre mie più strette e più fidate compagne si chiamavano, l'una Chiara, l'altra Eugenia e l'altra Clementina. La Chiara era una giovane di forse vent'anni, non bella, ma graziosissima, tutta colma e rotonda, sempre vermiglia nel viso, con certi capelli e certi occhi nerissimi, o lavorava o andava o desinava, tutto dì lieta e serena e festivissima, come se i genii del riso le fossero stati sempre intorno e le avessero adombrata la trista scena dell'universo. L'Eugenia era bionda e bella, aveva gli occhi cilestri, pallidi e naturalmente umidetti, che spesso non sapevi se il sole vi brillasse dentro troppo vivo o s'ella versasse una lacrima; se anche intermetteva il suo lavoro, immobile sempre e penserosa sulla sua seggiola; e nel bianchissimo viso velata sempre d'una nube di malinconia, ma così trasparente, che nulla non nascondeva delle più riposte cose dell'anima. La Clementina non era così mesta come l'Eugenia, nè così allegra come la Chiara, ma ora s'attristava delle luttuose condizioni della vita, ora desiderava con tanto ardore di consolarsi, che scambiando alla fine il desiderio con la cosa desiderata, si consolava veramente; e d'indole mezzana fra l'una e l'altra, era come l'interprete fra quelle due anime che mai non si sarebbero intese senza lei.
Io non so quale fosse l'indole mia, perchè il conoscere se stesso è il più difficile, anzi l'impossibile nellavita. Ma questo so per certo, ch'io intendeva tutti e tre quei cuori e da tutti e tre era intesa; ch'io le amai tutte tre come più che sorelle, e come più che sorella ne fui riamata. Già da gran tempo non v'era più segreti fra loro tre. Fra pochi dì non vi fu più segreti fra me e loro; nè già ve n'era da gran tempo fra noi quattro e suora Geltrude. O quale beatitudine! qual sodalizio era quello, e come vivamente adombrava sulla terra quel celeste al quale tutti sospiriamo! Qual rinnegamento di se medesimo! quanta virtù! Ed eravamo una suora di Regina Coeli, e quattro trovatelle!
Da quello che già v'ho narrato de' casi miei; da quello che ancora m'avanza a narrarvi, voi non mi dovreste credere troppo credula alla virtù. E pure io la venero, io l'adoro, nè la credo già un vano nome, ma una cosa esistente e reale. Essa non gode d'abitare le reggie nè i palagi dei grandi, dove è uccisa dalla ricchezza e dal potere; non gode d'abitare i troppo squallidi tuguri della plebe, dove è uccisa dagli stenti e dalla fame; ma gode d'abitare ed abita veramente fra le condizioni medie, dove solo può trovarsi il retto, e che dovrebb'essere quella squadra a cui dovrebbono ridursi tutte le oscene proporzioni onde il mondo è sì brutto. Questo tentò Gesù Cristo per via della carità, gridando tutti fratelli. Questo tentò la sana filosofia di tutti i secoli, sposandosi alla religione, e conculcando la grandezza e sollevando la povertà. E nondimeno il mondo fu sempre, ed è, e sarà forse in sempiterno, composto di grandissimi e di piccolissimi, cioè, di uomini viziosi. Ogni grandissimo lascerà presupporre cento mila piccolissimi, e sarà un vizio moltiplicato per cento mila.
L'uomo è quello che fu la sua educazione. La virtùche regnava fra noi quattro, sarebbe regnata anche fra le altre cento, se non vi fosse stata nell'alunnato la piccola aristocrazia della stanza di suora Geltrude. La virtù di queste cento e quattro, sarebbe regnata anche fra le dugento cinquanta che morivano di fame di freddo e di vizio in quelle caverne, e sarebbero state trecento cinquantaquattro. La virtù di queste trecento cinquantaquattro, sarebbe regnata fra le altre migliaia che muoiono tutto dì in culla per mancanza di un seno che gli allatti; ed il mondo sarebbe più popolato e meno vizioso.
La terra basta a nutrire assai più uomini, che non sono i seicento milioni che ora la calpestano. Ma se fosse mai possibile ad un uomo solo d'appropriarsela veramente tutta, quell'uomo solo vivrebbe, e i seicento milioni morrebbero tutti di fame. Di veramente infelici, di veramente mancanti delle cose necessarie alla vita, potrebbe non esserne nè anche un solo sulla terra. Ma posto che non si potesse, la società degli uomini basta a soccorrere troppo più infelici che non sono in effetto quelli che hanno bisogno d'essere soccorsi. Ma se, o nessuno non le si fa efficace interprete del bisogno di questi infelici, o quello ch'essa dà per soccorrerli, s'investe ad altro, la colpa non è nè della Provvidenza, nè del Caso, nè del Fato, nè della Natura, nè di comunque voglia chiamarsi il mistero delle cose; ma degli uomini stessi.