XXIX.Quando il sole si fu levato, la religiosa venuta in aiuto di quella che m'era stata sì clemente, divulgò il caso mio per tutto l'ospizio, e ne fu fatto il romor grande. Non vi fu nessuno che appartenesse alla Casa, o vi avesse in qual si fosse modo la più lontana attenenza, che, pignendo l'uscio della stanzetta in cui ero, non facesse capolino per vedermi. Monache, preti, balie, ufficiali, custodi, mastruscieri, cuochi, guatteri, facchini, nessuno mancò, finchè, sopravvenuto il mezzodì, comparve il sopracciò in sui passati per ruota, come colà si domandano i miei consorti; il quale, consideratami un istante ridendo, disse alla monaca:Suora Geltrude, il duca è arrivato, e, avendo udito il ridicoloso avvenimento, domanda voi e cotesto bertuccino. Fate di spacciarvi.La monaca, senza scrollarsi punto alla disonestà di quello scempiato, anzi senza pure accennare di averla intesa, composto a maggiore gravità il suo viso, nel quale s'accordavano amabilmente il serio, il nobile e l'affettuoso, gli rispose:Direte al signor duca, che questa povera fanciulla è appena un'ora che comincia a sentirsi ed a poter profferire alcuna sillaba, ed è oltracciò tutta livida e rotta e pesta e impedita delle membra, e se non morta, non viva; e che però, s'ei gli fosse a grado di vederla per dare ordine che le sia soccorso in tempo, potrebbe scendere quaggiù, e farebbe assai umanamente.Il sopracciò, rimastosi dal suo svenevole motteggiare, ci volse le spalle senza più! Nè già il duca venne: anzi ci fu inaspettatamente recato, che, dopo alcuni minuti, era andato via dalla parte della chiesa, per assai più gravi bisogne. Suora Geltrude volle poter avere, di suo, un cerusico o un medico o un qualche cavatore di sangue; nè potette, perchè le leggi di quella comunità non consentono che, per nessuno, quantunque insolito, accidente, si domandi altri dottori che i deputati a quella: e tutte le sue pratiche e le sue preghiere ed i suoi sforzi acciocchè si mandasse per alcuni di cotali dottori deputati, senza torne, poi ch'ei non v'era, la licenza dal duca, furono meno che indarno.E nondimeno, Iddio, che non sentiva ancora voto quel calice ch'egli mi aveva, forse per mia salute, destinato, mi volle ancora a questa volta salva: e col suo dito, che meno non saria bastato, mi ridiede la lena e la favella per raccontare, quanto potetti brevemente, la mia lacrimevole istoria alla religiosa, che confondendo le sue lacrime alle mie, mi giurò di non abbandonarmi.Quel dì e l'altro appresso, che il duca al tutto non venne all'ospizio, non essendosi per nessun altro disposto di quel che avesse a farsi di me, nè preso provvedimento veruno di medico o di medicine, suora Geltrude primieramente mi stropicciò tutta con diverse maniere di essenze e di spezierie d'un odore soavissimo. Poscia, strappando e tagliando e cucendo suoi abiti e suoi pani lini, non solo mi fece assai fasciature per istringermi la ferita al capo, che di continuo sanguinava, ma ancora mi creò, come improvviso, due camice e due sottane, e una vestetta a foggia di tonacella.e mi diede due paia di calze di refe bianco delle sue, e per una sua donnicciuola mandò a comperarmi un paio di scarpette nuove alla misura del piede mio. Onde io, che, alla mia memoria, non avevo mai veduto tanto bene, ed a cui, da che donna Mariantonia s'ebbe tolte per se certe vecchie ciabatte con le quali ero venuta via dall'ospizio, un paio di scarpe era apparso sempre una lontanissima e incommensurabile felicità, ora, vedendomi preparare un così ricco fornimento, giudicai che fosse giunto il termine de' mali miei, e che finalmente dalle tane delle belve io fossi venuta ad abitare fra gli uomini.A questo pensiero disparvero tutti i miei dolori. Incontanente ebbi la forza di levarmi a sedere sul letto, di sorridere, di stringermi più e più volte al seno la cara madre che avevo ritrovata dove credetti ritrovare la morte... ma nell'abbracciarla, scopertami involontariamente alcun poco, e sforzata a contemplare il mio misero corpicciuolo, che dai crudi strazi sì lungamente sofferti non mi si vedeva se non l'ossa e la pelle, ebbi orrore di me stessa, e parendomi di non poter vivere, allora appunto che la vita mi cominciava a parere sopportabile, mi ristrinsi di nuovo nel letto lacrimando.
Quando il sole si fu levato, la religiosa venuta in aiuto di quella che m'era stata sì clemente, divulgò il caso mio per tutto l'ospizio, e ne fu fatto il romor grande. Non vi fu nessuno che appartenesse alla Casa, o vi avesse in qual si fosse modo la più lontana attenenza, che, pignendo l'uscio della stanzetta in cui ero, non facesse capolino per vedermi. Monache, preti, balie, ufficiali, custodi, mastruscieri, cuochi, guatteri, facchini, nessuno mancò, finchè, sopravvenuto il mezzodì, comparve il sopracciò in sui passati per ruota, come colà si domandano i miei consorti; il quale, consideratami un istante ridendo, disse alla monaca:
Suora Geltrude, il duca è arrivato, e, avendo udito il ridicoloso avvenimento, domanda voi e cotesto bertuccino. Fate di spacciarvi.
La monaca, senza scrollarsi punto alla disonestà di quello scempiato, anzi senza pure accennare di averla intesa, composto a maggiore gravità il suo viso, nel quale s'accordavano amabilmente il serio, il nobile e l'affettuoso, gli rispose:
Direte al signor duca, che questa povera fanciulla è appena un'ora che comincia a sentirsi ed a poter profferire alcuna sillaba, ed è oltracciò tutta livida e rotta e pesta e impedita delle membra, e se non morta, non viva; e che però, s'ei gli fosse a grado di vederla per dare ordine che le sia soccorso in tempo, potrebbe scendere quaggiù, e farebbe assai umanamente.
Il sopracciò, rimastosi dal suo svenevole motteggiare, ci volse le spalle senza più! Nè già il duca venne: anzi ci fu inaspettatamente recato, che, dopo alcuni minuti, era andato via dalla parte della chiesa, per assai più gravi bisogne. Suora Geltrude volle poter avere, di suo, un cerusico o un medico o un qualche cavatore di sangue; nè potette, perchè le leggi di quella comunità non consentono che, per nessuno, quantunque insolito, accidente, si domandi altri dottori che i deputati a quella: e tutte le sue pratiche e le sue preghiere ed i suoi sforzi acciocchè si mandasse per alcuni di cotali dottori deputati, senza torne, poi ch'ei non v'era, la licenza dal duca, furono meno che indarno.
E nondimeno, Iddio, che non sentiva ancora voto quel calice ch'egli mi aveva, forse per mia salute, destinato, mi volle ancora a questa volta salva: e col suo dito, che meno non saria bastato, mi ridiede la lena e la favella per raccontare, quanto potetti brevemente, la mia lacrimevole istoria alla religiosa, che confondendo le sue lacrime alle mie, mi giurò di non abbandonarmi.
Quel dì e l'altro appresso, che il duca al tutto non venne all'ospizio, non essendosi per nessun altro disposto di quel che avesse a farsi di me, nè preso provvedimento veruno di medico o di medicine, suora Geltrude primieramente mi stropicciò tutta con diverse maniere di essenze e di spezierie d'un odore soavissimo. Poscia, strappando e tagliando e cucendo suoi abiti e suoi pani lini, non solo mi fece assai fasciature per istringermi la ferita al capo, che di continuo sanguinava, ma ancora mi creò, come improvviso, due camice e due sottane, e una vestetta a foggia di tonacella.e mi diede due paia di calze di refe bianco delle sue, e per una sua donnicciuola mandò a comperarmi un paio di scarpette nuove alla misura del piede mio. Onde io, che, alla mia memoria, non avevo mai veduto tanto bene, ed a cui, da che donna Mariantonia s'ebbe tolte per se certe vecchie ciabatte con le quali ero venuta via dall'ospizio, un paio di scarpe era apparso sempre una lontanissima e incommensurabile felicità, ora, vedendomi preparare un così ricco fornimento, giudicai che fosse giunto il termine de' mali miei, e che finalmente dalle tane delle belve io fossi venuta ad abitare fra gli uomini.
A questo pensiero disparvero tutti i miei dolori. Incontanente ebbi la forza di levarmi a sedere sul letto, di sorridere, di stringermi più e più volte al seno la cara madre che avevo ritrovata dove credetti ritrovare la morte... ma nell'abbracciarla, scopertami involontariamente alcun poco, e sforzata a contemplare il mio misero corpicciuolo, che dai crudi strazi sì lungamente sofferti non mi si vedeva se non l'ossa e la pelle, ebbi orrore di me stessa, e parendomi di non poter vivere, allora appunto che la vita mi cominciava a parere sopportabile, mi ristrinsi di nuovo nel letto lacrimando.