XXXV.S'egli è lecito alcuna volta paragonare le cose piccole alle grandi, se mai nel lungo tempo che siete dimorato in Roma, dopo aver passeggiate piazza del Popoloe piazza di San Pietro, vi sia venuto posto il piede a caso in alcuna delle bocche del ghetto, e ne abbiate un istante considerati i miserabili e puzzolentissimi tuguri, quella impressione che voi ne avete presa, quella presi io allora delle prime chiostre di quel singolare convento, quando dalle sale e dalle logge che vi ho descritte mi vidi giunta, in fondo alla corte, sulla fiera entrata di quello. L'uscio era a caso aperto; e in sulla soglia non mi parve vedere nè uomini nè donne, ma tre nuovissimi animali, tutti a squame verdastre, con un becco uncinato, con gli occhi tondi e rossi, col mento aguzzo e ricurvo che quasi si congiungeva col becco, e con gli artigli neri levati in su quasi per isforzo, ma tendenti verso la terra come a loro sede naturale. Questi animali ivi chiamano monache; nè di monache hanno altro che un sudicio cencio bianco in capo, accollato alla gola con un funicello, a uso cane; e il resto del corpo era coperto di un altro cencio, vario di colore in ciascuna, non già appuntato in modo umano, ma gittato su alla peggio, non altrimenti che si vede talvolta nei pubblici ridotti alcuna scimmia, ritta in sui piedi deretani, andare attorno coperta d'uno straccio, e procacciare la ventura del suo maestro. A questa sorta d'animali, che al primo vedermi, digrignarono gli arsicci e rari denti, non so se arrabbiando o ridendo un cotal riso d'inferno, mi consegnarono gli uscieri da parte di sua eccellenza, e menando via le gambe, si rivolsero più volte a salutarmi per istrazio.Mi fu nota, finalmente, alla voce, l'umanità, non altrimenti conoscibile, di questi tre animali. Perchè l'una di esse che m'era più da presso, maravigliando la lindura del mio vestimento, ne parlò alcuna gioiante parola alle compagne. Un'altra, che aveva ferma la manoall'uscio, lo lasciò. Quello si riserrò da se, ch'era a saliscendi; ed io, che venivo dalla luce viva della corte, non potetti veder più lume in quell'oscuro laberinto. Camminavo, intanto, percuotendo ora qua ora là la fronte, perchè le monache, già ristucche e frementi del mio brancolare, mi spingevano oltre con le mani. L'occhio non tardò ad assuefarsi a quella tenebría; e quando io ebbi ben veduto dove la fortuna mi aveva precipitata, compresi quanto è mai infinito il mare della sventura, e quanto ne avanza ancora di sconosciuto a chiunque più si crede di averlo in tutta la sua immensità navigato.Io non vidi nè sala nè camera nè andito alcuno di figura regolare, ma una maniera di fossi in forma di trapezi, in solo alcuni dei quali, non altrimenti che in fondo alle catacombe, veniva da qualche spiracolo della volta un raggio di luce pallida e sinistra. La quale, intromettendosi per i vani dei più tosto fori, che usci onde quei fossi comunicavano fra loro, non bastava già a fare che in quelli che non avevano nessuno spiracolo ci si vedesse, ma bastava solamente a scoprirne tutto l'orrore. Lo smalto, o più tosto lo spazzo, di queste tombe era quasi tutto tenero e smosso dall'umido, ed in più luoghi sfondato dall'antichità, e l'intonico assai ben grossolano delle mura e delle basse volte era d'un certo colore livido e nericcio, e tutto grommato e impastricciato d'una muffa, che, non dico nulla dell'odore, ma al solo vederla, causava uno svenimento. Per i canti e per le mura di queste tombe erano certe meschine assi o tavole, quale poggiata sopra due piccoli trespoli di legno appena asciato, e quale da una parte poggiata sopra uno di questi trespoli, e dall'altra fitta in una specie di fosserella operata nel traverso del muro. Sopraciascuna di queste tavole era o un poco di paglia coperta con un pannaccio di canape grossissima, o un sacconcello. Sopra la paglia o il sacconcello giaceva, il più, qualche giovinetta della mia età, quasi immobile per debolezza: talmente che, al primo vedere tutte queste cose insieme, io le presi per altrettante piccole bare, sopra ognuna delle quali fosse distesa una giovinetta morta. Le tre arpie mi spinsero nell'ultima e nella più tetra di queste tombe, e quivi mi lasciarono con altre quindici o venti mie semivive coetanee.Io era ancora come insensata fra una tanta e così orribile novità, nè nulla per anche non ci sapeva raccapezzare. Mentre, rannicchiata in un cantuccio della muraglia, contemplavo lo sbadigliare e il prosternarsi doloroso di quelle miserabili, e udivo il pietoso lamento di alcune, che giacevano senza quasi più poter dare volta, e le sommesse ma disperate voci di quelle che potendosi appena tener ritte, andavano errando per quel sepolcro, la più brutta delle tre arpie, quella propriamente che s'era allegrata del mio vestimento, ritornò. Quelle fra le giovinette giacenti che ebbero la forza di levarsi, si levarono almeno a sedere sul letto, quelle che vagavano, si fermarono, ed io mi accorsi che costei era come la reina di quell'eterno pianto. Ella recava nella mano sinistra un pezzo non troppo grande d'un pane vecchio e nerissimo, quale io non l'aveva mai veduto nè nel tugurio di Santa Anastasia, nè in casa di donna Mariantonia: tanto che a un tratto io l'ebbi preso per un ciottolo ch'ella avesse tolto per sue bisogne. E porgendo a me quel tozzo con la sinistra, e profondando a più potere la destra in una certa tasca a vangaiuola ch'ella aveva in sul fianco, ne trasse una moneta di rame di cinque grani, e me la porse ancora dicendo:Tè, questo ti concede la Madonna. Il resto che ti facesse mestieri, te lo procaccerai con la fatica delle tue mani, se già tu non fossi, come il tuo volto me n'ha ben l'aria, una qualche grande scioperata.Dettomi ciò, scomparve.Ed io, che per quella cotale stupida vivacità, causata talvolta del soverchio turbamento de' nervi, non era ancora tanto oppressa che, come sempre segue allo schiavo, avessi perduta insino la facoltà di ragionare, mi maravigliai forte d'una così importabile scarsezza. Perchè suora Geltrude mi aveva raccontato, che, a malgrado di tutte le antichissime ladronerie, per le quali quell'ospizio, edificato cinque secoli fa da alcuni ricchi cavalieri napoletani, che fra i pericoli d'una fiera guerra se ne botarono a Maria Vergine Annunziata, e di mano in mano riccamente dotato dalla munificenza di molti principi e di molti pontefici, fallì di così enorme somma che appena il sacrifizio di quarantamila ducati l'anno di rendita bastò a soddisfare i creditori, nondimeno ancora conserva l'entrata di sessantaquattromila ducati l'anno.
S'egli è lecito alcuna volta paragonare le cose piccole alle grandi, se mai nel lungo tempo che siete dimorato in Roma, dopo aver passeggiate piazza del Popoloe piazza di San Pietro, vi sia venuto posto il piede a caso in alcuna delle bocche del ghetto, e ne abbiate un istante considerati i miserabili e puzzolentissimi tuguri, quella impressione che voi ne avete presa, quella presi io allora delle prime chiostre di quel singolare convento, quando dalle sale e dalle logge che vi ho descritte mi vidi giunta, in fondo alla corte, sulla fiera entrata di quello. L'uscio era a caso aperto; e in sulla soglia non mi parve vedere nè uomini nè donne, ma tre nuovissimi animali, tutti a squame verdastre, con un becco uncinato, con gli occhi tondi e rossi, col mento aguzzo e ricurvo che quasi si congiungeva col becco, e con gli artigli neri levati in su quasi per isforzo, ma tendenti verso la terra come a loro sede naturale. Questi animali ivi chiamano monache; nè di monache hanno altro che un sudicio cencio bianco in capo, accollato alla gola con un funicello, a uso cane; e il resto del corpo era coperto di un altro cencio, vario di colore in ciascuna, non già appuntato in modo umano, ma gittato su alla peggio, non altrimenti che si vede talvolta nei pubblici ridotti alcuna scimmia, ritta in sui piedi deretani, andare attorno coperta d'uno straccio, e procacciare la ventura del suo maestro. A questa sorta d'animali, che al primo vedermi, digrignarono gli arsicci e rari denti, non so se arrabbiando o ridendo un cotal riso d'inferno, mi consegnarono gli uscieri da parte di sua eccellenza, e menando via le gambe, si rivolsero più volte a salutarmi per istrazio.
Mi fu nota, finalmente, alla voce, l'umanità, non altrimenti conoscibile, di questi tre animali. Perchè l'una di esse che m'era più da presso, maravigliando la lindura del mio vestimento, ne parlò alcuna gioiante parola alle compagne. Un'altra, che aveva ferma la manoall'uscio, lo lasciò. Quello si riserrò da se, ch'era a saliscendi; ed io, che venivo dalla luce viva della corte, non potetti veder più lume in quell'oscuro laberinto. Camminavo, intanto, percuotendo ora qua ora là la fronte, perchè le monache, già ristucche e frementi del mio brancolare, mi spingevano oltre con le mani. L'occhio non tardò ad assuefarsi a quella tenebría; e quando io ebbi ben veduto dove la fortuna mi aveva precipitata, compresi quanto è mai infinito il mare della sventura, e quanto ne avanza ancora di sconosciuto a chiunque più si crede di averlo in tutta la sua immensità navigato.
Io non vidi nè sala nè camera nè andito alcuno di figura regolare, ma una maniera di fossi in forma di trapezi, in solo alcuni dei quali, non altrimenti che in fondo alle catacombe, veniva da qualche spiracolo della volta un raggio di luce pallida e sinistra. La quale, intromettendosi per i vani dei più tosto fori, che usci onde quei fossi comunicavano fra loro, non bastava già a fare che in quelli che non avevano nessuno spiracolo ci si vedesse, ma bastava solamente a scoprirne tutto l'orrore. Lo smalto, o più tosto lo spazzo, di queste tombe era quasi tutto tenero e smosso dall'umido, ed in più luoghi sfondato dall'antichità, e l'intonico assai ben grossolano delle mura e delle basse volte era d'un certo colore livido e nericcio, e tutto grommato e impastricciato d'una muffa, che, non dico nulla dell'odore, ma al solo vederla, causava uno svenimento. Per i canti e per le mura di queste tombe erano certe meschine assi o tavole, quale poggiata sopra due piccoli trespoli di legno appena asciato, e quale da una parte poggiata sopra uno di questi trespoli, e dall'altra fitta in una specie di fosserella operata nel traverso del muro. Sopraciascuna di queste tavole era o un poco di paglia coperta con un pannaccio di canape grossissima, o un sacconcello. Sopra la paglia o il sacconcello giaceva, il più, qualche giovinetta della mia età, quasi immobile per debolezza: talmente che, al primo vedere tutte queste cose insieme, io le presi per altrettante piccole bare, sopra ognuna delle quali fosse distesa una giovinetta morta. Le tre arpie mi spinsero nell'ultima e nella più tetra di queste tombe, e quivi mi lasciarono con altre quindici o venti mie semivive coetanee.
Io era ancora come insensata fra una tanta e così orribile novità, nè nulla per anche non ci sapeva raccapezzare. Mentre, rannicchiata in un cantuccio della muraglia, contemplavo lo sbadigliare e il prosternarsi doloroso di quelle miserabili, e udivo il pietoso lamento di alcune, che giacevano senza quasi più poter dare volta, e le sommesse ma disperate voci di quelle che potendosi appena tener ritte, andavano errando per quel sepolcro, la più brutta delle tre arpie, quella propriamente che s'era allegrata del mio vestimento, ritornò. Quelle fra le giovinette giacenti che ebbero la forza di levarsi, si levarono almeno a sedere sul letto, quelle che vagavano, si fermarono, ed io mi accorsi che costei era come la reina di quell'eterno pianto. Ella recava nella mano sinistra un pezzo non troppo grande d'un pane vecchio e nerissimo, quale io non l'aveva mai veduto nè nel tugurio di Santa Anastasia, nè in casa di donna Mariantonia: tanto che a un tratto io l'ebbi preso per un ciottolo ch'ella avesse tolto per sue bisogne. E porgendo a me quel tozzo con la sinistra, e profondando a più potere la destra in una certa tasca a vangaiuola ch'ella aveva in sul fianco, ne trasse una moneta di rame di cinque grani, e me la porse ancora dicendo:
Tè, questo ti concede la Madonna. Il resto che ti facesse mestieri, te lo procaccerai con la fatica delle tue mani, se già tu non fossi, come il tuo volto me n'ha ben l'aria, una qualche grande scioperata.
Dettomi ciò, scomparve.
Ed io, che per quella cotale stupida vivacità, causata talvolta del soverchio turbamento de' nervi, non era ancora tanto oppressa che, come sempre segue allo schiavo, avessi perduta insino la facoltà di ragionare, mi maravigliai forte d'una così importabile scarsezza. Perchè suora Geltrude mi aveva raccontato, che, a malgrado di tutte le antichissime ladronerie, per le quali quell'ospizio, edificato cinque secoli fa da alcuni ricchi cavalieri napoletani, che fra i pericoli d'una fiera guerra se ne botarono a Maria Vergine Annunziata, e di mano in mano riccamente dotato dalla munificenza di molti principi e di molti pontefici, fallì di così enorme somma che appena il sacrifizio di quarantamila ducati l'anno di rendita bastò a soddisfare i creditori, nondimeno ancora conserva l'entrata di sessantaquattromila ducati l'anno.