La Fata Luminosa sono io.
Questa dichiarazione può sembrare mancante di modestia. Infatti, scrivendolo, arrossisco.
Tuttavia, trattandosi di narrare una storia che ha la sua brava morale, la racconto tale e qual'è.
E forse a Lola farà piacere.
Incontrai Lola in montagna. L'estate era stata torrida, ma io, occupata a scrivere degli articoli illustranti la barbarie della perfida Albion, non me ne ero accorta. Un giorno alzando gli occhi per caso al calendario m'avvidi che l'estate era già lontana. Ed io non ero stata in campagna! Non ero stata, come ogni anno, a 1000 o 2000 metri d'altitudine!
— Dov'è la più vicina montagna? — chiesi a chi mi stava accanto, mettendomi in fretta il cappello.
— Macugnaga, — mi fu risposto.
— Avanti. Vado a Macugnaga. Addio a tutti.
Invano si protestò che Macugnaga in ottobre sarebbe vuota, che a Macugnaga sarei gelata....
Partii.
Il sole d'ottobre — il più bel sole dell'anno — raggiava in un cielo di lapislazzuli quando arrivai lassù, e i ghiacciai del Monte Rosa fumigavano abbaglianti e le valanghe balzavano e rotolavano tonando, come per un foot-ball di giganti.
E Macugnaga era vuota.
Meglio così. Tutta questa gloria di sole e di neve era per me, per me sola.
Ma facevo i conti senza l'oste: l'oste di Macugnaga chiudeva i suoi alberghi, e se non volevo dormire nelle pinete o sul ghiacciaio, dovevo scendere con lui al piano.
Scesi; ma il meno possibile. Mi fermai a mezza montagna, a Ceppo — ridente villaggetto che si posa come una driade montana, con un piede sul pendìo e l'altro nel torrente — e presi alloggio nel piccolo Hôtel des Alpes, presso la signora Maria. (Signora Maria! se voi leggerete questo racconto, sentitevi nel cuore il mio saluto).
E a Ceppo conobbi Lola. Passando un meriggio accanto alla scuola, la vidi, circondata dai suoi venti o trenta bambini, che tutti le strillavano qualche cosa. Lei non rispondeva. Teneva fissi su me gli occhi, occhi immensi, neri, ardenti.
Le dissi qualcosa; ella si fece rossa e poi pallida e mormorò il mio nome. Mi parve lusinghiera, sebbene esagerata, la sua commozione.
Nel pomeriggio venne a trovarmi. Mi portò molti fiori. Era magra, esaltata, febbrile.
E nel villaggio mi dissero: — Ah, la maestrina? Poveretta! va consunta.
Anche lei me lo disse un giorno, ansando un poco: — Vado consunta. — E nella sua voce vi era insieme una grande paura e un certo romantico compiacimento. — L'hanno detto tutti; anche i dottori di Milano; e il dottore di qui, che mi fa delle iniezioni. È tutto inutile! Vado consunta.
Io ne ebbi grande dolore e pietà. Quando salivo correndo per la montagna, al sole e al vento, pensavo a lei, e mi dicevo: — Povera Lola, che non può!... — Perdendomi nei boschi d'abeti, arrampicandomi per l'arida morena, traversando il torrente e scivolando sui sassi levigati e bagnandomi fino alle ginocchia nella gelida acqua, arrivando infine alla croce sul ghiacciaio e guardandomi intorno, col mondo ai miei piedi e soltanto il cielo sopra di me, pensavo: — Povera Lola!... povera Lola che non deve muoversi, che non deve stancarsi....
E ad ogni cappelletta, ad ogni crocifisso sull'orlo delle vie alpestri mi fermavo a dire una piccola preghiera perchè Lola guarisse; ad ogni Madonnina ammantata d'azzurro, impallidita dal sole e dalle pioggie, sussurravo piano: — Oh Madonnina, fate guarire Lola.
Ma in fondo al cuore sapevo che Lola non poteva guarire.
Lola si aggrappò a me con un affetto febbrile e appassionato. Ad ogni passo la incontravo, ferma a guardarmi con quegli occhi troppo lucenti. Le bambinedella scuola avevano tutti i momenti ricreazione perchè la maestra doveva uscire; lieve e lenta passava davanti alla bianca porta e sotto alle verdi finestre dell'Hôtel des Alpes.
Allora, un giorno, l'invitai ad entrare.
Poi l'invitai a rimanere; ed ella passò i suoi pomeriggi sdraiata sul divano a guardarmi scrivere; talvolta, in pieno sole, uscivamo entrambe sul terrazzo. Non permettevo che mi parlasse. Era l'ora in cui le veniva la febbre; aveva le guance infocate, le mani brucianti: e i brevi capelli neri le si arricciavano sulla fronte sudata.
Sempre, quando arrivava e quando partiva, io la baciavo. Ed ogni volta che la baciavo, lei mi diceva:
— Grazie!
Venne il novembre, e il sole si ritirò da Ceppo; si ritirò con garbo, un poco ogni giorno, allontanandosi gradatamente dal villaggio come un amante infedele che medita un tradimento.
— Ora per tutto l'inverno il sole in paese non verrà più, — disse la signora Maria. — Tornerà in aprile. E spero che allora, — soggiunse, china ad aiutarmi a chiudere la valigia, — tornerà anche Lei!
— Anch'io lo spero, — dissi con un sospiro, pensando come di rado mi sono concessi i ritorni.
Tutto il villaggio si radunò davanti alla Posta per salutarmi alla partenza; soltanto Lola non c'era.
Io avevo prescelto di fare a piedi i dieci o dodici chilometri di via maestra che scendono allegramente a valle tra rocce e abeti; e alcuni dei miei nuoviamici mi accompagnarono per un tratto di strada. Ma già tutti se n'erano tornati indietro al villaggio allorchè, a uno svolto, vidi Lola seduta su un tronco d'albero ad aspettarmi. Aveva le braccia piene di fiori e gli occhi pieni di lagrime. (Non mi piacciono nè le lagrime quando sono per me, nè i fiori quando sono colti).
— Non dovevate venire così lontano, — la sgridai. — Come farete ora a tornar su?
Tremava tutta. — Addio, addio! Non La scorderò mai, — disse. — Ella è stata per me.... una fata luminosa!
— Che esagerata! — risi, baciandola.
E lei subito mormorò il suo solito — Grazie!
— Addio, Lola. Andate a casa. Badate di far giudizio. E mangiate molte uova.
— Addio, Fata Luminosa, — singhiozzò lei.
E la lasciai così — sola, in mezzo alla strada maestra; piccola e scura sullo sfondo del Monte Rosa, col suo male e la sua malinconia. Ricordo che dopo qualche chilometro — e i fiori ciondolavano le teste di qua e di là, stanchi d'essere portati come io di portarli — passai davanti a una piccola cappella. Mi fermai a guardare. Dentro, una Madonnina sorrideva in atteggiamento assai mite, quasi le rincrescesse d'aver messo per errore il piede sulla testa del serpente. Sette stelle le incoronavano il capo.
Le posi sul davanzale i fiori. — O Madonnina dalle Sette Stelle! — pregai. — Fate guarire Lola.
E ripresi la via.
. . . . . . .
Il destino mi trasse lontano, e Lola era già da un pezzo scordata, quando mi giunse a Parigi (rispeditomi dal mio indirizzo «stabile» di Milano, dove non mi trovo mai) una cartolina. Era scritta in una grande calligrafia chiara e infantile; e diceva:
«Fata Luminosa!!... Noi siamo ventinove bambine che le vogliamo bene. La nostra maestra ci parla sempre di lei. Andremo questa primavera a cercare le viole nei boschi per lei»!
Sorrisi. Come era sentimentale e romantica Lola!... Con una cartolina ringraziai collettivamente le ventinove bambine; che a loro volta mi risposero con un'altra cartolina. Nella stessa calligrafia grande e tonda cominciava anche quella, al solito:
«Fata Luminosa!».
(Mi sembrò che il portiere dell'albergo presentandomela avesse un piccolo sorriso).
E in primavera mi giunsero le viole. Ogni otto giorni arrivavano delle scatolette di cartone schiacciate, piene di muschio — talvolta ancor umido — su cui posavano pallide ed avvizzite delle violette boschive. Mi seguivano da Milano a Roma, da Roma a Genova, da Genova a Montecarlo, da Montecarlo a Parigi.... Un giorno di nebbia nera a Londra, al mio ritorno da un tragico viaggio in Irlanda, ecco sul mio tavolo il solito pacchettino sgangherato, con dentro i cadaverini di viole mammole. Tutta una piccola primavera morta!
Le gettai via con impazienza.
Ma nel cuore me ne rimase, lene e lieve, il profumo.
Alfine la mia felice ventura mi ricondusse in Italia. Ed ecco che un giorno mi venne annunciata una visita. Sospirai, ed entrai nel salotto.
In un angolo sedeva una figuretta, una figuretta esile sotto un grande cappello di feltro. Si alzò e mosse con passo trepido verso di me.
— Fata Luminosa! Non mi riconosce?
Era Lola. Una Lola rosata, abbronzata, ingrassata.
— Ma Lola! Come state? Ma state meglio, molto meglio!
— Sono guarita, — disse Lola. — Peso quarantanove chili. — Per Lola è l'obesità, poichè a Ceppo ne pesava trentasette. — E lo devo alla Fata Luminosa.
— Silenzio! Non siate sempre così esagerata, — dissi severamente. E l'abbracciai.
Notai che stavolta non mi disse grazie.
— Sono guarita, — disse; — e lo devo a Lei che mi ha incuorata e consolata; a Lei che non aveva paura di baciarmi; a Lei che....
— Lo dovete alle uova. E alle iniezioni del dottore. — E in cuor mio soggiunsi: — E alla Madonnina delle Sette Stelle.
Lola chiese ed ottenne una licenza di due mesi dalla sua scuola. E quei due mesi li passò con me.
Parlandomi, o parlando di me, essa mi chiamava invariabilmente: «Fata Luminosa». Non ci fu verso di farla smettere. E — devo confessarlo? — da principio questo nomignolo mi lusingava deliziosamente. Quando per la casa mi udivo chiamare così, accorrevolieta e sorridente. E a poco a poco anche gli altri in casa — un po' per ridere di Lola, un po' per prendersi gioco di me — cominciarono tutti a chiamarmi con quell'appellativo.
.... Ebbene, se io dovessi dire quale martirio, quali sacrifici m'impone oggi quel nome, non mi si crederebbe.
Vengono dei momenti nella vita, dei momenti nella giornata in cui non si è, nè si vuol essere, una fata luminosa. Quando si ha molto da fare, quando si ha fretta, quando le cose non vanno pel loro verso, quando si è nervosi e contrariati, allora è odioso, è insopportabile sentirsi dare della fata luminosa.
«Fata Luminosa!». Con queste due esecrabili parole Lola mi ha amareggiata l'esistenza. Un tempo io facevo press'a poco ciò che mi garbava. Al mattino mi alzavo quando mi pareva; mi vestivo come mi piaceva; quando aveva voglia di ridere, ridevo; quando avevo voglia di far bronci, li facevo. Ora non più.
Ora, all'alba, prima ancora ch'io abbia aperto gli occhi, mentre lo spirito è voluttuosamente inabissato nelle lontane, vellutate profondità del sonno, odo al mio capezzale un saluto alacre e festoso:
— Ben svegliata, Fata Luminosa!
Allora mi tocca aprire gli occhi e abbozzare un sorriso il più possibile luminoso; mi tocca rispondere a tono — non con un inarticolato brontolìo, ma giuliva come risponderebbe una fata desta all'aurora:
— Ah! buon giorno! buon giorno!...
Alzata di malavoglia nel grigiore mattutino, infreddolitae lugubre, penso di indossare una certa vestaglia di flanella regalatami da mia suocera (che disprezza le apparenze) e infilare i piedi in un paio di pantofole paleontologiche, ma che serbano i resti d'una fodera di pelliccia. Così, appuntate le chiomeà la sans-façon, apro la mia porta per dire che mi si porti il caffè-latte. Lo prenderò, sola, con un certo «confort», leggiucchiando il giornale.
Ma ecco le voci dei familiari che da lungi mi salutano: — Ti aspettiamo, fata! — E il trillante soprano di Lola che esclama:
— Ah! ora viene la fata!... la Fata Luminosa!
Richiudo la porta. Getto uno sguardo nello specchio e mi convinco che, lungi dal sembrare una fata, somiglio piuttosto (come direbbe la mia toscana amica, Pia) a «Quella che diede la via ai fulmini!...»
Con ira getto lungi da me la vestaglia di flanella, scaglio una dietro all'altra, fuori dei piedi! le pantofole colla pelliccia; mi vesto, mi calzo, mi profumo.... e mi presento con un sorriso estatico alla soglia della sala da pranzo.
— Ah! eccola la fata! La Fata Luminosa!
La morale? Sì, al principio di questo racconto vi ho promesso una morale.
Eccola. Se tu, caro amico sconosciuto che mi leggi, hai la fortuna di avere nella tua casa una donna — sia essa moglie o sorella, suocera o cognata, zia o nipote; sia essa allegra o arcigna, indulgente o rigida, angelo o megera — tu prenderai l'abitudine di dirle, e lo dirai tutti i giorni, incessantemente:
— Ah, Clelia! (o Sofia, o Luisa, o come del caso), tu sei invero una fata luminosa!
Basta questo semplice mezzo perchè la tua casa divenga un paradiso.
Quando la vedi un poco torva, un poco severa, quando la senti litigare coi fornitori, gridare colla cameriera, dare gli otto giorni alla cuoca, assestare qualche scappellotto ai bambini strillanti.... presto, prima che venga il tuo turno, hop-là! senza por tempo in mezzo, apri la porta e chiama con voce soave:
— Sei tu, mia Fata Luminosa?
Ella ti dirà: — Sì. Sono io. — (Perchè non può dirti: — No, non sono io!).
E nove volte su dieci la bufera si dileguerà.
Ma questo non è tutto. Nove volte su dieci quell'appellativo la indurrà non soltanto a comporsi un'espressione intonata all'epiteto; ma inclinerà anche la sua anima alla blandizia.
A poco a poco, ella prenderà la consuetudine — direi quasi il vizio — di essere adorabile e adorata, di effondere intorno a sè luce e letizia, di sentirsi il sorriso sempre presso alle labbra, la carezza sempre dentro alla mano, e la bocca sempre «di perle piena e di rose e di dolci parole».
.... Così, quasi per incanto, pronunciando queste due parole evocatrici di raggi e di lucentezze, ecco che il mondo intorno a noi si riempirà tutto di fate luminose.
Parigi, 26 Novembre.
.... Uscivo questo pomeriggio dalla Direzione delMatin, dove ero andata a salutare l'amabile De Jouvenelle e la sfolgorante Colette, allorchè il vecchio usciere — un sorridente cerbero che conosco — mi fermò, e additandomi una donna che in quel punto scendeva le scale uscendo dagli uffici di redazione, susurrò misterioso: — Sa chi è quella signora?
Io non lo sapevo; ed egli, abbassando ancor più la voce, mi informò:
— È quella.... che Landru non uccise!
— Landru! — Subito mi si affacciò alla niente la imagine del terribile uomo supposto uccisore di almeno dieci donne. Tratto in arresto per una frivola mancanza (faceva un breve viaggio senza biglietto) ecco che venne alla luce la più mostruosa serie di delitti che sia mai stata attribuita ad un essere umano. Una donna che era partita con lui non era più tornata; una seconda donna ch'egli aveva condotto nella sua villa a Gambais, non aveva più datonuove di sè; una terza donna ch'egli aveva promesso di sposare era sparita.... E così via. IlMatinpubblicò il suo ritratto, e da ogni parte di Parigi affluirono alla redazione di quel giornale e all'ufficio dellaSûretélettere, telegrammi, ricerche di parenti d'altre donne che, partite col sorridente Barbableu, non erano mai più ritornate.
Gli abitanti del villaggetto di Gambais (a un'ora da Parigi) lo vedevano arrivare ogni poche settimane sempre con una compagna nuova ch'egli installava con affettuose premure nella solitaria villa. E per alcuni giorni i passanti scorgevano quella donna, ignara e lieta, aggirarsi nel giardino, cogliendo fiori o seduta all'ombra degli alti alberi secolari.
Per ben dieci volte Landru aveva fatto il viaggio da Parigi a Gambais in lieta compagnia, prendendo — particolare trasecolante! — un biglietto d'andata e ritorno per sè, e un biglietto di sola andata per la sua compagna! Quelle giovani donne erano tutte eleganti; molte portavano ricche vesti e preziosi gioielli.... Poi da un giorno all'altro, non si vedevano più.
Ciò che si vedeva era, al calar della notte, delle nuvole di fumo denso e giallastro uscire dai camini della villa; un fumo così acre e fetido che i contadini passando esclamavano tra loro: — Ma che orrenda cucina si fa mai in quella casa! — (Orrenda cucina, invero!)
Ciò che si vedeva — o qualcuno almeno dice di averlo veduto — era una misteriosa automobile chiusa, che nelle notturne ore s'avviava dalla villa versolo Stagno delle Brughiere — un'acqua viscida e profonda sull'orlo di un bosco vicino....
—Quella che Landru non uccise!... — Non stetti ad ascoltare di più; scesi rapida dietro la snella figura che già spariva allo svolto della scalinata. Volevo vederla, questa donna scampata da una morte così atroce; volevo vedere se il suo viso portava le traccie del passato terrore.
Giunsi quasi contemporaneamente a lei nel grande vestibolo, ed ella, uscendo, si volse a tenere con atto cortese la porta aperta dietro di sè.
Pioveva; sul boulevard Montmartre passavano frettolosi i viandanti sotto gli sgocciolanti ombrelli; in mezzo alla via correvano veloci le carrozze tutte occupate.
La mia automobile stazionava vicino al marciapiede.
Mi volsi e guardai quella donna che, senza ombrello, ferma sullo scalino del Matin pareva incerta se avviarsi o no; non era bella, ma aveva un viso estremamente interessante e due grandi occhi scuri, mobilissimi. Seguendo l'impulso del momento io le rivolsi la parola.
— Vuole ch'io la conduca....quelque part?
Ella mi guardò un po' stupita e non rispose subito. Indi chiese repentina: — Lei appartiene alla redazione delMatin?
— Sono scrittrice, — risposi evasivamente.
— Ah! — vi fu un attimo di pausa. — E.... sa chi sono io?
Allora, guardandola fisso, io ripetei la frase dell'usciere.
La donna si volse di scatto e un'espressione indefinibile le passò sul volto. Era come unticnervoso che per un attimo le sconvolse i lineamenti.
— Ah!... — fece di nuovo. E tacque.
In me la smania dell'esplorazione psicologica era nata, e s'agitava.
— Venga a prendere il thé con me al Grand Hôtel, — dissi, seguendo l'impulso irrefrenabile dello scrittore davanti ad un'anima nuova, ad un'esperienza nuova.
— Che strana idea! — esclamò lei, e rise. Aveva un sorriso bellissimo; ma non era un sorriso consenziente; anzi, vidi i suoi occhi vagare inquieti per il boulevard, come s'ella meditasse la fuga..
D'improvviso mi balzò nel ricordo un consiglio datomi un giorno a Roma da un eminente personaggio diplomatico: «Se mai volete ottenere qualche cosa da qualcuno», mi aveva detto lui, «ricordatevi di guardarlo fissamente in mezzo agli occhi: proprio tra le due sopracciglia! Quindi esprimete lentamente e con ferma volontà il vostro desiderio. Vedrete che nove volte su dieci riuscirete nel vostro intento».
Allora io, ferma su queltrottoirparigino, incurante dei passanti, fissai con intensità ipnotizzante quella sconosciuta; la fissai nel centro della fronte tra le due sopracciglia nere, e ripetei il mio invito.
Ella ebbe uno strano gesto delle spalle, un istante d'esitazione.... Indi accettò.
Ilfoyerdel Grand Hôtel era pieno di una follacosmopolita, profumata e mormorante. L'orchestra suonava dei languidi «Hesitations» e dei sussultanti «Shimmy-shakes». Trovammo una tavola appartata in mi angolo, tra fronde e fiori; e ci venne servito il thé.
— Volete aprirmi per un istante la vostra anima? — diss'io.
La donna volse su me i suoi occhi un poco spiritati. Aspettava.
Ed io l'interrogai.
— Foste amata da.... quell'uomo?
Ella chinò il capo in segno di affermazione.
— Che cosa vi siete detta quando scopriste che era un assassino?
Un attimo di silenzio. Indi ella disse lentamente, deliberatamente: — Io lo sapevo già.
— Lo sapevate!... Quando?
— Prima di andare da lui. Mademoiselle Marchadier, quella ch'egli.... — la voce cadde d'un semitono.... — ch'egli strozzò e bruciò, era una mia amica.
— Voi sapevate.... sapevate ch'egli l'aveva uccisa?
— Lo immaginavo. Essa mi aveva fatto delle confidenze molto strane. Poi era sparita. Nessuno aveva più saputo nulla di lei.
— Ma allora.... — E mi mancò la voce per continuare.
Gli occhi spiritati si fissarono su me con una espressione stranissima. — Già. Allora sono andata lo stesso da lui.
— Ma voi.... siete dunque un'isterica? siete una pazza? — esclamai.
— Può darsi. — E la sconosciuta si strinse nelle sottili spalle. — Siamo tutte un poco squilibrate, noi donne oggigiorno. Non trovate?
Io non rispondo. Contemplo smarrita e stupefatta questa enigmatica creatura; e guardandola negli occhi mi pare di guardare nelle torbide acque di quello Stagno delle Brughiere che nasconde tanti orrendi misteri.
L'orchestra frattanto intona un malinconico valzer e la mia vicina si volge subitamente a me.
— Volete proprio guardare nella mia anima? Ebbene....
Colle labbra pallide e le mani strette convulsivamente in grembo essa mi fa il seguente racconto:
— Sappiate che io ho sempre avuto orrore di tutto ciò che è consueto, usuale,terre-à-terre.
Il mio sogno era di vivere una vita stravagante e fuori del comune. Sognavo delle avventure fantastiche, degli amori bizzarri.
Invece parve che la mia esistenza dovesse scorrere sulle grige linee della più tediosa convenzionalità. Mio padre era notaio in un piccolo villaggio, ed io, la maggiore di quattro sorelle, avevo, a quanto pare, un certo talento per la musica. Fatto sta che quando ebbi sette anni mia madre cominciò ad insegnarmi il pianoforte. Si principiò col Diabelli; poi venne lo Czerny; poi il Cramer; poi le mazurke di Chopin.... Alla terza mazurka mia madre morì.
La maggiore delle mie tre sorelline aveva allora otto anni; e mio padre volle ch'io le insegnassi la musica. Così ricominciai da capo col Diabelli, col Cramer, collo Czerny.... Quando fummo alle mazurke di Chopin, mia sorella sposò il farmacista del paese.
Le altre due sorelle avevano allora nove e dieci anni; ed ecco che si dovette ricominciare anche con loro il Diabelli, il Cramer....
Stavolta, arrivate allo Czerny io scappai di casa col figlio del sindaco, e venni a Parigi.
E qui speravo che cominciasse per me la vita strana e avventurosa che avevo tanto sognato. Ma quasi subito il figlio del sindaco mi lasciò, ed io, per poter sussistere, dovetti cercare delle altre bambine che volessero imparare il Diabelli, il Cramer, lo Czerny e il Chopin.
Disgustata della vita sognai di morire. La morte almeno me la potevo scegliere e foggiare a piacer mio.
— Ah, vivaddio! — dissi un giorno alla mia amica, Céline Marchadier; — la vita è quella che è. Ma la morte è quella che noi vogliamo. Io voglio trovare pel grigio dramma della mia vita un finale inedito!
Ella rideva; e mi rimproverava d'essere romantica ed esaltata. Aveva una piccola anima borghese, Céline. E colla sua piccola dote borghese s'apprestava a trovare una calma felicità nel matrimonio.
Aveva infatti incontrato il fidanzato dei suoi sogni: una onesta persona, con modi corretti, con barba rassicurante, con villa in campagna.... Landru!
Céline partì un giorno per la villa di Gambaiscol suo fidanzato; mi disse che sarebbe ritornata la settimana seguente.
Non la vidi mai più.
Ricevetti da lei una strana lettera:
«Questa villa», diceva essa, «è lugubre. La parete della mia camera, accanto al mio letto, è tutta chiazzata di macchie scure.... Il giardino mi fa orrore. Figurati che in un angolo, sotto a delle foglie secche, ho visto due cani e un gatto morti; avevano tutt'e tre intorno al collo uno spago, quello spago impeciato che adoperano i calzolai.... Ce n'è molto in questa casa di quello spago....».
Una seconda lettera, datata il giorno seguente, diceva:
«Credo che quest'uomo sia un maniaco! Tutto il giorno mi ha fatto raccogliere delle foglie secche e portarle nella cucina.... Domani torno a Parigi».
E un terzo messaggio mi giunse da lei; era una cartolina tutta sgualcita ch'io stessa le avevo scritto: ella aveva cancellato a matita l'indirizzo e riscritto il mio; le parole erano quasi illeggibili. La carta era infangata come se fosse stata gettata sulla strada, e poi raccolta da qualcuno e impostata. Diceva:
«Vieni, vieni subito! È pazzo. Sta accendendo un gran fuoco.... Ho paura».
Immediatamente, con una mia vicina e suo figlio, partii per Gambais. Trovammo la villa chiusa e silenziosa. Nel villaggio nessuno sapeva nulla.
L'indomani e l'indomani ancora, tornai sola aGambais, ma il cancello del giardino era sempre chiuso.
Una terza volta, in un grigio pomeriggio di marzo, feci da sola quel viaggio; e già me ne tornavo via, scoraggiata e depressa, allorchè sulla strada solitaria che conduce alla stazione mi trovai d'improvviso faccia a faccia con un uomo. Era lui!
Lo riconobbi subito. Era tal quale Céline me lo aveva descritto.
Mi fermai, come paralizzata; senza respiro. Quell'uomo mi guardò in faccia — non so dire l'impressione di ribrezzo e insieme d'orribile attrazione che provai. Rimasi ferma a guardarlo, e un gran freddo mi correva come una serpe viva per la schiena.
— Buona sera, — disse lui. — Cercate qualcuno?
Aveva una voce stranamente morbida e bassa.
— Sì, — balbettai; — cercavo.... volevo.... delle notizie di Céline Marchadier.
Vi fu un attimo di silenzio. Poi quell'uomo si avvicinò di un passo.
— Io posso darvene, — disse, — se volete entrare nella mia villa....
Io volevo gridare, volevo fuggire. Già mi vedevo correre urlando per quella strada solitaria, inseguita da questo spaventevole uomo, pazzo ed assassino.... Ma egli mi teneva ferma, come catalettica, sotto il suo sguardo, e non potevo parlare, non potevo muovermi.
D'improvviso mise una mano sul mio braccio. Come una sonnambula io lo seguii.
. . . . . . .
Non vi dirò ciò che provai quando fui chiusa in quella casa con lui. Quando ridomandai di Céline, egli disse: — Prima mangiamo!
E mi preparò egli stesso una cena: — Da studenti!... — diceva lui ridendo.
— Le piacciono queste avventure, signorina?
Ed io, tra me e me, pensavo:
— Quando mi ucciderà? E come?... Mi salterà al collo improvvisamente e mi strangolerà? Oppure in questo vino che mi offre avrà già messo un narcotico o un veleno?...
Egli frattanto mi parlava, mi parlava di cose indifferenti.
Ed io lo guardavo.... lo guardavo. Guardavo le sue mani scure e nervose.... e me le figuravo intorno al sottile collo di Céline....
Ed ecco ch'egli si mise a parlare di lei; disse ch'era partita per l'America....
A quelle parole io fui presa come da una crisi isterica e scoppiai in una risata, una risata convulsa, frenetica, rotta da singulti. Landru mi guardava con aria stupefatta.
A un tratto si alzò, andò nella stanza attigua ch'era la cucina, e tornò portando un bicchierino di liquore.
— Bevete, — comandò.
Io ridevo ancora; mi battevano i denti; ero tutta scossa da un tremito violento. Gli presi di mano il bicchiere, e d'improvviso, guardandolo negli occhi, domandai:
— È veleno?
Egli trasalì; vidi lampeggiare nei suoi occhi la sorpresa ed il furore.
— Oppure... — continuai singhiozzando e ridendo, — oppure mi strozzerete? Sì!... sì!... mi strozzerete colla cordellina impeciata, come strozzaste i due cani e il gatto?...
Egli fece un balzo in avanti e mi afferrò le braccia; il suo terribile viso era vicino, vicino al mio.... Sentii che la mia ultima ora era venuta. Mi balenò il pensiero che era questa la morte, la morte strana, la morte trasecolante che avevo desiderato....
E glielo dissi! Gli gridai sulla faccia — forse con un senso istintivo che questo solo mi poteva salvare — la mia voglia di morire.... di morire sgozzata da lui che sapevo assassino!
— Uccidetemi! uccidetemi!... ho bisogno di morire così! Mettetemi le mani alla gola.... e stringete! Stringete! Cacciatemi le unghie nelle carni....
E rantolavo di voluttà.
Egli indietreggiava da me con gli occhi sbarrati.
— Che donna! Che donna! — esclamò. — Mio Dio! che donna!...
Sentii ch'ero salva. Sentii che in quell'uomo mostruoso sorgeva per me qualche cosa che somigliava alla passione....
Fuori era già notte; e pioveva. Si udiva lo scroscio della pioggia nel giardino, e il vento correva mugolando intorno all'ampia casa.... mentre quell'essere nefando mi svelava gli abissi della sua anima demoniaca.
Parlava piano, chino in avanti, accarezzandosi la barba colle mani scure e sottili.
— Tu mi hai capito, tu sola! — sussurrava. — Tu sai che gli altri uomini quando vedono una donna si domandano: «Come sarà quella donna nell'amore?» Ebbene, io no! Io, quando vedo una donna, mi domando: «Come sarà quella donna.... nella morte?» Si dibatterà come una furia, con urli orrendi che bisognerà soffocare? O si torcerà con piccoli gemiti e strilli, come un cagnolino che si tortura?... Il bisogno di veder morire le donne che mi piacciono è in me come una frenesìa, come un parossismo di desiderio....
. . . . . . .
La narratrice interruppe l'orrendo racconto e si coprì il volto. L'orchestra del Grand Hôtel sospirava «Shadows».
Io balzai in piedi.
— Basta! — gridai. — Non voglio saper altro. Non mi dite di più!
Allora la sconosciuta si alzò; era terrea in volto, ma sorrideva.
— Non avete i nervi forti, — disse.
E, sempre con quel sorriso ambiguo, mi salutò e uscì dall'albergo.
. . . . . . .
Passata la prima emozione di questo incontro, io ora mi domando: ho forse guardato per un istante nei più profondi abissi della mostruosità umana?...
Oppure quella donna che veniva dalla redazione delMatin, non sarebbe essa forse una mia collega e rivale.... fabbricatrice di favole?
Non lo so. Forse non lo saprò mai.
Ignoro tutto di lei, persino il suo nome.
.... — Poi mi prende come un capogiro e debbo aggrapparmi a qualche cosa per non cadere. Talvolta ho delle palpitazioni che mi par di soffocare. E altre volte il cuore mi si ferma d'un tratto, salta un battito.... senti! anche adesso....
E Vilia stese un polso sottile verso la sua amica, che glielo prese tra le dita inguantate. — Sentirai; ogni dieci o dodici battiti ne salta uno: c'è un attimo di arresto che mi toglie il respiro.
— Uno, due, tre, quattro, cinque.... — contò l'amica. — Ah, ecco! Ho sentito come un'intermittenza....
— Poi ho mille altri guai. Qualche volta ho dei ronzii nelle orecchie, come una nota di contrabbasso che s'interrompe e riprende. E anche la vista mi fa degli scherzi. Vedo sempre come un moscerino nero che mi balla davanti agli occhi....
— Mio Dio! e che cosa prendi per tutti questi mali?
— Ma.... non so. — sospirò Vilia, incerta. — Ildottore ha suggerito una cura di Jodarsol e poi un soggiorno in alta montagna.
Un breve silenzio regnò nel tepido salotto, e dalla larga pianta d'azalea in mezzo alla tavola caddero alcuni petali sul tappeto di velluto cremisi.
— Cara mia, — disse Claudia, togliendosi di tasca un porta-sigarette d'oro fregiato di uno stemma di marchese, — secondo me, tu hai bisogno di tutt'altro.
— Non credi a quella cura? — chiese Vilia un poco inquieta.
Claudia scelse una sigaretta, la battè lievemente sull'astuccio, l'accese e soffiò verso il soffitto una lunga boccata di fumo.
— Sì, sì; puoi andare in montagna e prendere il Jodarsol, — disse Claudia. — Ma faresti bene a prendere anche un amante.
— Che cosa dici? — esclamò Vilia, trasalendo.
— Hai pur sentito, — dichiarò l'amica.
— Un amante! Ma che idea! Ma perchè?
— Dolce mia, — disse Claudia poggiando all'indietro la graziosa testa nella toque verde di rue de la Paix; — perchè fa bene ai nervi, fa bene alla carnagione, fa bene al carattere; bisogna prenderlo come si prende un tonico. Che vuoi, a una certa età come si farebbe una cura iodica, si fa la cura dell'amore.
— Che cinismo! — esclamò Vilia coprendosi il volto colle mani. — Sei veramente una persona immorale e orribile.
— No, no, — disse Claudia, — io sono una personasemplice e sincera. E se ti guardi d'intorno dirai che ho ragione. Guarda le donne poco amate, come inaridiscono! — E Claudia incrociò le ginocchia e fece dondolare in aria un sottile piede ben calzato.
— Dici delle cose orribili! — esclamò Vilia, fissando la sua amica con occhi turbati.
— Tu, tu inaridisci e t'ammali, — proseguì Claudia, — semplicemente perchè sei poco amata.
— Ma non è vero! Mio marito....
Claudia la interruppe alzando una mano sottile, colle lunghe dita tutte unite, nel gesto solenne di un antico idolo indiano. — Non parlarmi di tuo marito. Mi dirai che ti adora. Lo so. Ma ciò entra in un tutt'altro ordine di idee. Non parlo di affetti familiari.
— Ti accerto che Gino....
Claudia rifece il gesto di vecchio Budda.
— Da quanti anni sei sposata? La tua Luciana ha dieci anni, se non erro.
— Ne ha undici. Da tredici anni Gino fa di me la più felice delle donne, — disse Vilia risentita e stringendo le labbra un poco pallide.
— Lo so, lo so, — rispose Claudia, — so che Gino è un angelo, ma ciò non cambia le eterne leggi della natura. Fisiologicamente, l'amore, nel senso specifico della parola, non può durare più di quattro anni. Dunque tu da nove anni fai una vita incompleta ed anormale.
— Ma che eresie, che sciocchezze dici?
— Non sono sciocchezze; me lo ha detto un dottore,un neuropatologo, uno che ha studiato a Parigi, in Germania, in Olanda; uno che sa tutto. Mi ha anche condotta nel suo laboratorio e mi ha fatto vedere dei cervelli conservati nello spirito.... Ebbene, egli mi ha assicurato che, dopo quattro anni, le cellule nervose.... il neurolemma....
E Claudia fece una lunga dissertazione scientifico-realistica.
Ma Vilia non ascoltava. Guardava con occhi trasognati l'azalea che lasciava cadere silenziosamente di quando in quando i suoi pètali rosati.
— Del resto, — concluse Claudia — non hai che da osservare intorno a te. Guarda la Miriam Voli: ha trentadue anni e ne dimostra cinquanta. Guarda la Gina Del Bosco: ne ha anche meno ed è avara, arcigna e bigotta. Guarda Carlotta Allegri: è più giovane di noi, ed è completamente mummificata. Tutte donne irreprensibili ed infelici. E guarda te! Sì, sì! Va! va a guardarti nello specchio. Guarda che faccia hai! Hai quella faccia noiosa che hanno le donne che non sono innamorate.
Vilia rise. Si era alzata ed era andata a guardarsi nello specchio sopra il caminetto. Claudia la seguì e le cinse le spalle col braccio.
— Vedi se ho ragione? Arida sei; arida. Hai gli occhi morti, hai la pelle morta, hai i capelli morti; sei tutta senza vita e senza elettricità. Se vai avanti così, tra cinque anni sarai un rudere.
Vilia rise ancora, ma senza soverchia gaiezza.
— E guarda me, invece, — continuò Claudia; — ho la faccia noiosa io? Guarda i miei capelli!Quando li spazzolo crepitano e mandano scintille. Ogni filo è una pila di elettricità. E guarda i miei occhi!... e la mia bocca, com'è vivida. Ebbene, credimi; se non era Renzo Galimberti, a quest'ora ero incartapecorita anch'io. Renzo rappresenta per me un veroInstitut de Beauté.
— Renzo Galimberti? — Vilia la fissò stupefatta. — Ma scusa!... credevo.... credevamo tutti che il conte Arsieri....
— L'anno scorso, — disse Claudia con gravità, — compievano i quattro anni da che Giulio Arsieri era il mio amante. Quindi ho dovuto lasciarlo.
— Ma perchè? Se ti era così devoto! E col legame della vostra musica....
— Te l'ho detto il perchè. La teoria del mio dottore. Erano passati i quattro anni; quindi l'azione.... terapeutica del nostro amore era cessata; e Giulio, come rimedio, come tonico, come antisclerotico, non serviva più.
— Tu sei un mostro! — disse Vilia.
L'altra rise e si alzò. Vilia l'accompagnò alla porta.
Sul limitare Claudia si volse; prese tra le due mani il viso sottile dell'amica e la guardò negli occhi:
— Non odiarmi, piccola Vilia; non odiarmi.
— Non ti odierò, — disse Vilia, — ma voglio scordare ciò che hai detto.
— Va bene, — rispose Claudia. — Ma fa che io non ti veda sfiorire ed intristire.
E con un bacio la lasciò.
— Sfiorire ed intristire.... — Le due melanconiche parole ossessionarono Vilia per parecchi giorni. Ogni volta che si guardava nello specchio diceva a sè stessa: — Tu sfiorisci ed intristisci. — Poi i doveri della vita quotidiana la chiamavano, la distraevano; doveva ordinare il pranzo per Gino, riordinare la casa per Gino, mettere ordine nelle carte di Gino; doveva sorvegliare i compiti di Luciana, condurre a passeggio Luciana; ed ecco che quando andava a passeggio si accorgeva di non essere nè sfiorita, nè intristita. Tutti la guardavano; gli occhi degli uomini si fermavano su di lei insolenti ed insistenti, e le donne la fissavano, la studiavano, la analizzavano colla disapprovazione più lusinghiera.
La cura di Jodarsol consigliatale dal suo dottore — la cura derisa da Claudia — fece miracoli; Vilia non soffriva più nè di palpitazioni, nè di aritmie, nè di vertigini. E la vita le parve buona a viversi.
Claudia era andata in Sicilia con suo marito, e Vilia fu contenta di non vederla più.
Un giorno, in Villa Borghese, incontrò Renzo Galimberti; lo vide appoggiato alla ringhiera del galoppatoio intento a guardare delle amazzoni che passavano al piccolo trotto. Vilia sentì una improvvisa voglia di ridere al pensiero che Claudia l'aveva chiamato un «Institut de Beauté».
Il giovane Galimberti la scorse e la salutò; poi,vedendola così rosea e ridente, si avvicinò premuroso e offerse di accompagnarla.
Si parlò di cavalli, di società, di danze moderne; egli disse che sarebbe andato l'indomani a un concerto al Grand Hôtel. Poi si parlò di Claudia; e Vilia rise, e Galimberti sorrise.
Luciana camminava davanti a loro, composta e snella, a braccetto di una sua piccola amica. Galimberti osservò che la bimba aveva dei meravigliosi capelli — erano infatti lunghi, rossi e ricciuti — e soggiunse rivolto a Vilia:
— Ecco una personcina che tra pochi anni le darà assai da pensare!....
Vilia si sentì seccata da quell'osservazione senza sapere perchè. E dopo un istante lo congedò. Egli, alto e ritto, a capo scoperto nel sole, tenne un momento stretta la sua mano.
— Verrebbe con me allunchdomani all'Excelsior?
Vilia scosse il capo.
— Ad ogni modo.... io ci sarò, — disse l'Institut de Beauté, con uno sguardo significativo.
Vilia chiamò a sè Luciana, salutò e tornò a casa.
Guardandosi nello specchio, mentre toglieva il cappello, si trovò bella. E per tutto il resto del pomeriggio si fece del massaggio alla faccia e si aggiustò le mani e le unghie. Alle sette fece una toilette ricercata, indossando una veste gialla e nera che non metteva quasi mai. ( — Sembri unaffichedi qualche marca di Champagne, — le aveva detto suo marito la prima volta che gliel'aveva veduta, soggiungendoin francese perchè Luciana non capisse: —Tu es très troublante et émoustillante!).
Ma Gino quella sera non tornò a casa. Telefonò dallo studio che doveva andare in casa Ricci ad incontrare un deputato che forse si sarebbe interessato al Credito Fondiario, e ch'ella non lo aspettasse a pranzo.
Vilia, vestita di giallo e nero, pranzò sola con Luciana, la quale fece molti capricci e pianse e dovette essere mandata a letto prima delle frutta.
Vilia girellò un poco per sala e salotto, suonò un poco il pianoforte, lesse un poco ilGiornale d'Italia, poi fece i conti colla cuoca, si tolse la veste gialla e nera e si coricò. Disse a sè stessa che la vita era una vacua e noiosa istituzione; e nella notte ebbe nuovamente dei ronzii nelle orecchie e delle palpitazioni di cuore.
Da parte sua Gino si seccò molto col suo deputato che non s'interessò affatto al Credito Fondiario; la cucina di casa Ricci essendo detestabile — il vecchio Ricci era stato in Inghilterra e voleva sempre le salse alcurryindiano — Gino mangiò poco, digerì meno, e tornò a casa di cupo umore. Andò da Vilia per farsi consolare e la trovò sveglia, ma fredda e sarcastica; e per di più assolutamente scettica riguardo alla storia del deputato.
— Ma fammi il piacere.... ma che deputato! non parlarmi di deputati.
— E di che cosa devo parlarti? — brontolò Gino, togliendosi la cravatta. — Del curry indiano?
Vilia voltò le spalle e si sprofondò nei cuscini.
— Io conosco la signora Ricci; è un'isterica che ti vuole nella sua collezione. E tu te ne compiaci, la incoraggi, la lusinghi....
Il curry indiano è cattivo consigliere. Gino uscì dalla camera sbattendo l'uscio e andò a dormire nella stanza degli ospiti accanto alla sala da bagno. Lasciò aperte le imposte e si coricò.
Dalla finestra circondata d'edera entrò lungo la notte un avventuroso insetto, che porta il nome imponente di «formica punzaiola». Questo girò nel buio lungo la parete, soffermandosi, voltando la testa in qua e in là, aprendo e chiudendo le piccole forbici maligne; girò nello spiraglio della porta socchiusa che metteva alla sala da bagno, e, continuando la sua peregrinazione, avvertì che la parete di mattonelle di maiolica offriva ai suoi passi una sgradevole superficie lucida e bianca; affrettò il passo, tastando colle pinze frementi le mattonelle fredde, e scese correndo verso un rifugio più grato. Lo trovò in una spugna, piacevolmente soffice, un poco umida, piena di ombrosi corridoi; e penetrandovi frettolosamente, inconscia arbitra di due destini, vi si annidò.
L'indomani mattina Vilia si svegliò presto, ma non aprì subito gli occhi. Collo spirito ancora sommerso nel dormiveglia, tentava di ritardare l'ora del ritorno alla cruda vita mattutina, riluttante a lasciare le vaghe luminosità dei sogni per rientrare nell'aspra e materiale realtà giornaliera. Con senso fastidioso udiva battere un tappeto nel cortile, udiva nell'appartamento sopra al suo l'andirivieni di passie lo smuovere di mobiglio. Indefinitamente, nebulosamente sentiva che era meglio dormire che svegliarsi; nello sfondo del suo pensiero ancora assopito vi era come un senso premonitore di cose disaggradevoli che l'attendevano sulla porta del giorno.
Il battito del tappeto continuò, irritante, insistente; e, nell'appartamento vicino la figlia dell'ingegnere fece i due soliti accordi al pianoforte, preludianti alle solite scale.
Vilia sospirò e aprì gli occhi. Era sveglia.
Che c'era di sgradevole a ricordarsi? Ah sì! Gino. Gino non era tornato a pranzo iersera. E, tornato, era stato antipatico e scortese. La Ricci.... già, la Ricci. E lei, Vilia, aveva passato il pomeriggio stupidamente a lucidarsi le unghie, ad aggiustarsi la faccia e ad arricciarsi i capelli, e poi aveva passato la serata stupidamente sola. Dunque, dalle quattro del pomeriggio alla mezzanotte quando s'era addormentata, otto ore gettate via; buttate nel vuoto, sprofondate nell'abisso. Otto ore non vissute e che non tornerebbero mai più. Che spreco, che sciupìo! Alla sua età non doveva permettersi di questi lussi. Alla sua età ogni ora della vita dovrebbe contare; non si poteva gettar via così il terzo d'una giornata....
Alla sua età!Odiose parole. Le pareva di non avere ancora incominciato a vivere, e già doveva dire di sè — perchè, tanto, gli altri lo avrebbero detto — «alla mia età non si fa questo.... non si fa quello».
Col subitaneo istinto di chi annega e stende la mano a un'asse di salvezza, il suo pensiero corse aGino. Gino era buono; Gino l'amava; Gino l'avrebbe sempre amata. La Ricci non lo interessava affatto; la Ricci non serviva che di pretesto a Vilia per qualche rara rappresaglia, quando, ogni tanto, sentiva il bisogno di tempestare un pochino, di fare qualche piccolo litigio.
Vilia si alzò rapida e si vestì.
Gino che aveva dormito male nel letto non suo, e a cui bruciava ancora il ricordo del deputato, del curry e dell'ingiustizia di Vilia, si alzò anche più tardi ed entrò frettoloso e rabbioso nella sala da bagno. Trovò il bagno preparato, la stufa a gas accesa, la bottiglia dell'acqua di Colonia a portata di mano, e subito il suo rancore cadde e si spense. Vilia si era pentita, aveva fatto onorevole ammenda; Vilia era un angelo, la Ricci era una bestia, la Ricci che gli serviva un curry indiano e un deputato ancora più indiano — puh!
Gino con un colpo del piede gettò lontane le pantofole come se fossero state la signora Ricci, scagliò via il pygiama come se fosse il deputato, e risolvette che dopo il bagno sarebbe andato a baciare le mani a Vilia e dirle che l'adorava.
Come al solito, prima di entrare nel bagno afferrò la spugna, la tuffò nell'acqua e se l'applicò sulla faccia. Subito sentì correre sulla guancia una cosa, e si sbattè la mano sul viso; la cosa gli corse nei baffi e sull'altra guancia. Che cos'era? Gino si guardò nello specchio. Era una «forbice», era una formica punzaiola uscita dalla spugna!
— Porcheria! — urlò Gino, gettando da sè la spugna e sbattendosi dal collo la bestia che gli correva verso l'orecchio. Gino sentì la sua pelle nuda incapponirsi. Non solo schifo aveva, aveva anche paura! Una vecchia domestica gli aveva detto, anni fa, che quelle bestie entravano nelle orecchie e facevano impazzire la gente. Egli non aveva mai dimenticato quella disgustosa storia.
L'immondo insetto dov'era? Era sparito! Ma dov'era? Gino si cacciò le dita nelle orecchie, e pestò i piedi nudi profferendo molte bestemmie. Suonò per la cameriera e le gridò traverso la porta chiusa:
— Questa casa è una porcheria. Le spugne piene d'insetti!... È una vergogna.
Non fece il bagno, non baciò le mani a Vilia, non entrò neanche nella sala da pranzo dov'ella con Luciana l'attendevano per prendere il caffè. Uscì sbattendo l'uscio di casa e prese un esecrabile caffè in un bar.
A mezzogiorno tornò a casa, ammansito e compunto. Vilia non c'era.
Non c'era che Luciana, lagrimosa e spettinata. La mamma era uscita alle undici dicendo che non sarebbe tornata fino a sera.
La formica pinzatola, avendo compito la sua missione, passò una giornata febbrile sotto al bagno, e la notte tornò fuori nell'edera; dove, quando fu giunta la sua ora, un passerotto la mangiò.
Il Destino sonnecchiava, stanco dopo le fatiche d'una giornata occupatissima. Aveva rovesciato le sorti di ventisette nazioni; aveva gettato nelle fauci spalancate della Morte qualche milione d'uomini e ne aveva messo al mondo altrettanti; aveva spezzato molti cuori teneri e ferrei; aveva fatto dei milionari e dei mendicanti; aveva sparso per l'orbe terracqueo gioie e sventure, ed ora si sentiva in diritto di riposare.
Ma, appena assopito, si udì invocare a grandi grida, e, brontolando come un vecchio medico condotto un po' rimbambito, si alzò, mise le pantofole e si affacciò a vedere chi lo chiamava.
Era tutta una folla — c'era mezzo il mondo. Allora, sospirando e soffiando, il Destino si rimise in giro, coi suoi occhiali da orbo sul naso e la sua vecchia scorta di rimedi in tasca.
La sua prima visita fu per una donna che piangeva, e la sua voce era più forte di tutte le voci. — Cosa volete? — chiese il Destino.
— Mio figlio!... Fatelo tornare. Fate che non sia morto!... Rendetemelo, e non vi chiederò mai altro.
— Sta bene, — disse il Destino. E, scostandosi sul limitare per lasciar entrare un soldato, se ne andò piegando il capo sotto un turbine di benedizioni.
La seconda visita fu ad una giovinetta.
— Fammi sposare Gigi! — gridò lei, aggrappandosi convulsa al manto lacero del Destino. — Se non sposo Gigi, muoio!...
— Prenditi il tuo Gigi e non seccarmi più.
— Mai! Mai! Te lo giuro. Non ti chiederò mai altro!
.... Poi c'erano delle donne senza figli che ne volevano, e delle donne incinte che non ne volevano; e dei malati che volevano la salute; e dei poveri che volevano l'agiatezza; e dei poeti che volevano la gloria.... E tutti giuravano che non volevano altro; che se il Destino stavolta li accontentava, non avrebbero mai chiesto altro favore.
E il Destino li accontentò.
Ma ecco che appena fu tornato a casa — e non era passato per i mortali un anno e pel Destino un'ora — che già tutti quelli ch'egli aveva assistito erano a battere alla sua porta, chiamandolo a gran voce.
— Ma cos'avete tutti quanti? — brontolò il Destino affacciandosi; — non avevate promesso...?
— Sì, — strillò la vecchia, — ma c'è mio figlio che mi vuol portare in casa una nuora senza cuore e senza dote.
E la giovane piangeva: — C'è Gigi che mi tradisce....
E le donne che avevano voluto dei bambini eranopiene d'ansie e d'angoscie; e le donne rimaste sterili erano piene di rimpianti e di struggimenti; e gli ammalati che avevano ricuperato la salute ora volevano l'amore; e i poeti che avevano la gloria volevano anche dei denari....
Allora il Destino gridò — Basta! avevate promesso di non chiedere più niente, e non vi dò più niente.
Chiuse la finestra e tornò a dormire.
Morale: Bisogna guardarsi dal fare delle promesse al Destino; poichè non accade mai che, ottenuta una cosa, non se ne voglia un'altra.
Oppure — morale alternativa — : Se avete ottenuto una grazia, accontentatevi di quella, e fatela durare il più possibile. Perchè non sempre ve ne sarà concessa un'altra.
. . . . . . .
Questo io pensavo, la sera di San Silvestro, mentre legavo i ricordi del passato alle speranze dell'avvenire, come un mazzo di fiori da offrire ai Fati sulla soglia di un anno nuovo.
E tra i ricordi ne sorgeva uno, della mia lontana infanzia.
Eravamo un gruppo di bambini nel giardino diPark Housea Norwood; e ciascuno diceva ciò che avrebbe desiderato essere quando sarebbe grande.
— Io sarò pittore, — disse Arnaldo, il maggiore di noi sette. — Ed io cavallerizzo, — dichiarò Ferruccio. — Io palombaro, — disse Anselmo. — Io sarò capo di una tribù di pellirossi, — disse Eva,ch'era fantasiosa e selvaggia. E rivolta a me ch'ero la più piccola, e tacevo: — E tu, Annie, cosa vuoi essere?
— Felice, — diss'io.
Tutti tacquero un momento, riflettendo. Poi il futuro cavallerizzo disse: — Che sciocchina! La felicità non è.... una professione.
Allora io, mortificata, dissi subito che volevo essere padrona di una pasticceria; e questo mi riabilitò agli occhi dei miei fratelli.
Ma un po' più tardi chiesi ad Anselmo: — Che cos'è una «professione»?
— Una professione.... — spiegò lui, con pittoresca ambiguità, — è quello che s'impara ad essere.
Ed a me stessa io posi la domanda: — E non si può imparare ad essere felici?
***
Oggi più che mai sono convinta che si può. Sono anzi dell'opinione che bisognerebbe istituire dei corsi di lezioni speciali per insegnare alla gente — soprattutto alle donne! — come si fa ad essere felici.
Siamo tutti d'accordo nell'ammettere che una vita, una giornata, un'ora in cui non si è stati felici (o, ciò che è sinonimo, in cui non si è reso altri felici), sono un'ora, una giornata, una vita perdute.
Ma la felicità non è cosa semplice ed elementare. La felicità è un'arte difficile e complessa; per possederla occorre un'educazione speciale; per apprezzarla ci vuole coltura, esperienza e raffinatezza.
Naturalmente, il concetto della felicità è assai diverso secondo le persone e i temperamenti. Quello che rende felice me, per esempio, lascerebbe perfettamente indifferente la mia amica Dora; mentre ciò che rende felice Dora....
E qui apro una parentesi. La felicità di Dora è una cosa così strana che sento di doverla raccontare.
Essa mi venne a trovare ieri, raggiante, trasfigurata. Prima di salutarmi corse allo specchio e si guardò lungamente, facendo molte smorfie colla bocca e movendo il capo in su e in giù come un idolo chinese un po' pingue.
— Cos'hai? — le chiesi attonita.
— Tu vedi in me, — diss'ella, — una donna felice!
— Che cos'accade? Sei divorziata? Tua figlia si sposa?
— Ma che! — esclama lei. — Figurati che ho trovato il modo di far sparire il doppio mento. È una americana che me l'ha insegnato. È un metodo miracoloso e semplicissimo!... Tre volte al giorno ti metti ritta e pieghi il collo all'indietro, forzando tutti i muscoli; poi giri il capo lentamente da destra a sinistra, e viceversa, sessantaquattro volte. Poi pizzichi fortemente ottanta volte la carne sotto al mento; e, dopo un grande lavacro con acqua gelata contenente venticinque goccie di benzoino, spalmi la pelle colla crema hazeline; poi percuoti il collo colla punta delle dita articolando in gola — ma senza proferirla — dodici volte la vocalea; indi....
—Stop!— esclamo io — mi dirai il resto un'altra volta.
— L'americana mi garantisce — dice Dora, sedendosi con aria di tranquilla soddisfazione, — che con questo sistema, tra sei mesi avrò a sostegno del mio capo una perfetta colonna d'alabastro.
Io rido. Ma ella seguita con gravità:
— Ti assicuro che tale certezza ha portato nella mia vita un nuovo senso di felicità. Questo doppio mento mi amareggiava l'esistenza.
— Ma dimmi, — le osservo, — e quei dieci anni, o quei ven....
— Non fare dell'aritmetica, — mi interrompe essa.
— Ebbene, durante tutto quel tempo in cui non avevi il doppio mento, sei stata sempre felice?
— Ma no: non ci pensavo, — dice lei.
Ecco, ecco l'errore! È questo.Non ci si pensa.Nelle mie Lezioni di Felicità s'imparerebbe a pensare, a pensare a tutto ciò che di buono si ha, a tutto ciò che di sgradevole si potrebbe avere, e a rallegrarsi del contrasto.
Ma Dora continua: — Quando penso che a ventotto o ventinove anni ero così magra e carina.... — S'interrompe con un sospiro. — Com'è detestabile ogni mattina davanti allo specchio constatare che si hanno quei dieci anni di più....
— Ma io, tutti i giorni, constato che ne ho dieci di meno! — esclamo, lieta. — Vado allo specchio e mi dico: — Che gioia essere quale sono oggi! Tra dieci anni, avrò dieci anni di più. Ma oggi....non li ho.
— Già, — dice Dora, — ma tra dieci anni....
— Tra dieci anni potrò dire la stessa cosa.
Dora mi fissa pensierosa. — È un'idea, — dice lei.
— Tutto, vedi, dipende dal nostro atteggiamento mentale di fronte alle cose. Prova, — continuo, sentendomi saggia come il mago Alfesibeo, — a guardare la vita sempre da un punto di vista di gratitudine e di letizia. Aprire gli occhi al mattino e dirsi: «Che gioiaaprire gli occhi!... Vi è, ahimè! chi non li apre più». Alzarsi, traversare la camera e spalancare la finestra: «Che beatitudine poter salutare, ritta in piedi, la nuova giornata!...» Ascoltare, se sei in campagna, il grido degli uccelli; udire, se sei in città, battere i tappeti nel cortile pensando con giubilo: «Quale privilegio, udire questi suoni! Vi è chi vive in un eterno e terribile silenzio!...» E così di seguito per ogni cosa che si fa. Credimi, quando non esiste una vera e seria ragione di affliggersi, è un delitto il malcontento, un crimine il malumore....
Strano a dirsi, si è sempre inclini a credere che i felici.... sono gli altri.
Per i bambini sono felici i grandi. Per i grandi sono felici i bambini. Quest'ultima asserzione, pur così abituale, è falsa anch'essa come la prima. I bambini non sono felici perchè non sanno di esserlo. E, prima condizione della vera felicità, è la consapevolezza.
Quindi nelle mie Lezioni di Felicità si farebbe un elenco di tutte le cose buone, belle — o anche solo normali — che si posseggono, con relativo atto di grazia per ognuna di esse.
Si insegnerebbe ai bambini che il fatto di averedue occhi che vedono, due orecchie che odono, due piedi che camminano, sono altrettante fonti di felicità. Imparerebbero a rallegrarsi di tutto: C'è il sole — che gioia! Piove — che bellezza! Tira vento — che allegria! Fa caldo — che gusto! Fa freddo — che piacere!
Nel mio corso per gli adulti vi saranno altri esercizi: Sono innamorata — quale estasi! Non sono innamorata — che tranquillità!... Ho tanta gente d'intorno — che divertimento! Sono tutta sola — che pace!... Sono giovane — che giubilo! Sono vecchia — che riposo!... E così via.
E tutti i frequentatori dei corsi, i grandi come i piccoli, dovranno tutti i giorni e a tutte le ore dire a sè stessi e agli altri: — Io sono felice! — Solo così sapranno di esserlo; e solo sapendo di esserlo lo saranno.
Si dirà che questa è una specie di felicità.... forzosa. Ma non c'è come farsi delle abitudini! E, come ci si esercita negli sports, o nelle lingue estere, così si può esercitarsi alla gratitudine e alla letizia, e formare un'abitudine preziosa:l'abitudine della felicità.
Le lezioni si dividerebbero in corsi speciali. Le lezioni sulla «Felicità nell'Amore», per esempio, sarebbero senza dubbio assai apprezzate e frequentate....
Espongo queste teorie a Dora, che le ascolta con scettico sorriso. Ma a questo punto m'interrompe:
— Tu affermi delle cose insensate, — dice. — La felicità nell'amore è una contraddizione in termini.L'amore, lo sanno tutti, è sinonimo di sofferenza.
— Chi non ama, — sentenzio io — non può essere felice.
— E chi ama, — ribatte Dora — non può essere che infelice.
Ma io non mi lascio turbare da questi cavilli. — Le classi di Felicità nell'Amore, — continuo imperterrita, — saranno le più ardue, ma saranno anche tra le più utili. Le allieve di questo corso si divideranno in due categorie: quella delle «Amate» e quella delle «Amatrici». La grande maggioranza delle donne appartiene senza dubbio a quest'ultima categoria; ma vi sono donne che, per caso fortuito o per qualità intrinseche, appartengono alla prima.
— È vero, — dice Dora con un sospiro.
— Strano a dirsi, quasi tutte le «Amatrici» preferirebbero appartenere alla categoria delle «Amate....» ed hanno torto.
— Hanno torto? — esclama Dora. — Perchè?
— Mia cara, la felicità della donna più amata che amante, è apparente più che reale. Non è forse più felice l'artista che il suo modello? Non dovremmo noi preferire all'inerzia passiva dell'ispirare una passione, lo struggimento divino del risentirla?
— Mah!... — dice Dora stringendosi nelle spalle.
— Eppure, troviamo che le «Amatrici», le donne nate col fuoco sacro della passionalità nel cuore, guardano con invidia, invece che con pietà, le fredde e passive loro sorelle — le «Amate» — che come statuette d'amianto, s'ergono illese tra le fiammedell'amore altrui, insensibili alle passioni ch'esse ispirano senza condividerle.... Perchè, bada bene, non appena le condividono, ecco che passano anche esse nell'altra categoria, quella delle «Amatrici....» e allora devono seguire un corso di lezioni del tutto diverso....
— Comincio a confondermi, — dice Dora, fissandomi con occhi alquanto vacui. — Lìmitati a spiegarmi il tuo «corso di Felicità per le Amatrici». — (E noto che Dora arrossisce).
— Questo, — sentenzio io, — si suddividerà in tre classi:la felicità cinica; la felicità magnanima; e la felicità assoluta.Alle allieve che prescelgono la «felicità cinica» si insegnano vari precetti, utili ad evitare gli amori sfortunati. Per esempio: La donna, nella relazione amorosa, sia sempre l'ultima a cominciare e la prima a finire; cioè, non s'innamori mai lei per la prima, nè si disinnamori lei per l'ultima. — (Vedo le labbra di Dora che si muovono ripetendo sottovoce questo saggio ammonimento). — Secondo precetto: «Non correre mai appresso a un uomo nè a un tram, perchè ce n'è sempre un altro che segue....». E così via.