CLEMENZIA. Dátene pace e lascia fare a me, ché trovarò qualche modo da contentarti. Va' cavati questi panni, ché tu non sia veduta cosí.
GHERARDO. Io la vo' pur salutare e intender com'egli è fuggita. Dio ti contenti e te, Lelia, sposa mia dolce. Chi t'ha aperto l'uscio? La fantesca, eh? A me piace ben che tu sia venuta a casa della tua balia; ma l'esser veduta in questo abito è poco onore e a te e a me.
LELIA. Oh sventurata! Costui m'ha conosciuta. Con chi parlate voi? CheLelia! Io non son Lelia.
GHERARDO. Oh! Poco fa, che noi t'inserrammo con Isabella mia figliuola, tuo padre ed io, non confessasti tu d'esser Lelia? e, poi, credi ch'io non ti conoschi, moglie mia? Va' cavati questi panni.
LELIA. Tanto v'aiti Dio, io arei voglia di marito!
CLEMENZIA. Vanne in casa, Gherardo mio. Tutte le donne fan delle citolezze, chi in un modo e chi in un altro. E sappi che poche e forse niuna ve n'è che non scapuzzi, qualche volta. Pure, son cose da tenerle segrete.
GHERARDO. Per me, non se ne saprá mai nulla. Ma come è fuggita di casa mia, che l'avevo serrata con Isabella?
CLEMENZIA. Chi? costei?
GHERARDO. Costei.
CLEMENZIA. Tu t'inganni, ché non s'è mai oggi partita da me: e, per giambo, s'era testé messi questi panni, come fan le fanciulle; e dicevami ch'io mirasse se stava bene.
GHERARDO. Tu mi vuoi far travedere. Dico che noi la inserrammo in casa con Isabella.
CLEMENZIA. Donde venite voi adesso?
GHERARDO. Dall'ostaria del «Matto», che v'andai con Virginio.
CLEMENZIA. Beveste?
GHERARDO. Un trattarello.
CLEMENZIA. Or andate a dormire, ché voi n'avete bisogno.
GHERARDO. Fammi veder un poco Lelia prima ch'io mi parti; ch'io gli vo' dare una buona nuova.
CLEMENZIA. Che nuova?
GHERARDO. Gli è tornato suo fratello sano e salvo e che 'l padre l'aspetta all'ostaria.
CLEMENZIA. Chi? Fabrizio?
GHERARDO. Fabrizio.
CLEMENZIA. S'io 'l credessi, ti darei un bacio.
GHERARDO. Sí che la gioia è bella! Famel piú presto dare a Lelia.
CLEMENZIA. Io vo' correre a dirglielo.
GHERARDO. Ed io a darne un follo a quella sciagurata che l'ha lasciata partire.
PASQUELLA fante, sola.
Uh trista a me! Io ho avuta sí fatta la paura ch'io son uscita fuor di casa. E so che, s'io non vi dicessi di che, donne mie, voi nol sapreste. A voi lo vo' dire; e non a questi uominacci che se ne farebben le belle risa. Que' due vecchi pecoroni dicevan pur che quel giovinetto era donna; e rinserroronlo in camera con Isabella mia padrona; e a me dieder la chiave. Io vòlsi entrar dentro e veder quel che facevano: e trovai che s'abbraciavano e si baciavano insieme. Io ebbi voglia di chiarirmi se era o maschio o femina. Avendolo la padrona disteso in sul letto, e chiamandomi ch'io l'aiutasse mentre ch'ella gli teneva le mani, egli si lasciava vincere. Lo sciolsi dinanzi: e, a un tratto, mi sentii percuotere non so che cosa in su le mani; né cognobbi se gli era un pestaglio o una carota o pur quell'altra cosa. Ma, sia quel che si vuole, e' non è cosa che abbia sentita la grandine. Come io la viddi cosí fatta, fugge, sorelle, e serra l'uscio! E so che, per me, non ve tornarei sola; e, se qualcuna di voi non mel crede e voglia chiarirsene, io gli prestarò la chiave. Ma ecco Giglio. Io vo' vedere s'io posso far tanto ch'io gli cavi di man quella corona e uccellarlo; perché si tengon tanto accorti, questi spagnuoli, che non si credon ch'altri si truovi al mondo che loro che tanto ne sappi.
GIGLIO spagnuolo e PASQUELLA fante.
GIGLIO. Agliá sta Pasquella. Ya penso que le paresca que muccio tardasse, per arta gana que tiene de ser con migo. Ya sape, la malditta, quanto valen los spagnuolos en las cosas dellas mugeres. Oh come se holgan de nos otros estas puttas italianas!
PASQUELLA. Io ho giá pensato in che modo ho a fare a farlo star forte.Lascia pur fare a me.
GIGLIO. Esta male aventurada lavandera sí se piensa ch'io gli desse el rosario. Renniego dell'imperador se io non quiero qu'ella hurti tanto á suo amo que me compri calzas y giuppon y camisas, de dos in dos. Holgaromme yo con ella á mio plazer y despues tommaré á mio rosario sin dezir nada; que ya me pienso que ya non s'accorda d'ello.
PASQUELLA. Se mi lascia una volta in mano quella corona, se la vede mai piú, cavami gli occhi. E, se mi dirá niente, gli farò fare un sí fatto spauracchio dal mio Spela che mai non n'ebbe un sí fatto.
GIGLIO. Oh que benditta sia quella bien aventurada madre que vi fezio e criò tan hermosa, tan bien criada, tan verdadera! Ya penso que me speravate.
PASQUELLA. Mira che dolci paroline che gli hanno! T'ho aspettato in su questo uscio piú d'una mezza ora, per veder se tu ci passavi; ché 'l mio padrone non era in casa e aremmo avuto tempo di stare insieme un pezzo.
GIGLIO. Rencrescime, per Dios, che ho tenuto que fazer. Mas entriamo.
PASQUELLA. Ho paura che 'l padron non torni, ché ha un pezzo che andò fuora. Ma tu ti debbi esser scordata la corona, eh?
GIGLIO. Non, madonna; que á qui sta.
PASQUELLA. Mostra. Oh! Tu volevi fare acconciare il fiocco. Perché non l'hai fatto?
GIGLIO. Io le farò acconciar otra volta: y, per dezir la verdade, io non me ne so accordado.
PASQUELLA. Oh! È segno che tu facevi un gran conto di me, feminaccio che tu sei! Mi vien voglia…
GIGLIO. Non vi corruzate, madonna, con vostro figliuolo; que ben sapite que non tengo otra amiga que vos.
PASQUELLA. Son stata molto a cògliarti in bugia! Poco fa tu dicesti che n'avevi due, delle gentildonne, per amiche.
GIGLIO. Io las ho lasciatas per á voi, que non voglio io otra que voi.Non m'intendite?
PASQUELLA. Or bene sta. Mostrami un poco se questa corona è rosario. La mi par molto lunga.
GIGLIO. Non so, io, quanti siano.
PASQUELLA. È segno che la dici spesso: nol debbi tu forse sapere il paternostro. Eh! Dágli un po' qua, ch'io gli conti.
GIGLIO. Tommala; mas vamo dentro en casa.
PASQUELLA. Sai? Guarda che tu non sia veduto entrare.
GIGLIO. Á qui non sta ninguno.
PASQUELLA. Entriamo. Uh trista a me! Le mie galline son tutte qui. Fermati, Giglio, un poco costí; ché, se fuggissero, non le giugnerei oggi.
GIGLIO. Facite presto.
PASQUELLA. Chino, chino, belline, belline, belline, iscio, iscio! Che ve rompiate il collo! Che sí che se ne fuggirá qualcuna? Para, para ben, Giglio.
GIGLIO. Donde stan estos pollos? Aquí non veo ni gallos ni gallinas.
PASQUELLA. Non gli vedi? Eccoli qui. Levati; lasciami un poco serrare l'uscio, tanto ch'io ce gli rimetta.
GIGLIO. Oh! Voi inserrate col fierro. Oh! Este porqué?
PASQUELLA. Perch'io non vorrei che questi polli l'aprisseno.
GIGLIO. Fazite presto, ché algun non vienga y desturbe nostra fazienda.
PASQUELLA. Venga pur chi vuole, ché qua dentro non è per intrare.
GIGLIO. Oh que malditta seas, vieia putta! Dizetemi: por que non aprite?
PASQUELLA. Giglio, sai, ben mio? Io vo' prima dir tutta questa corona. Tu pòi andartene, per istasera. E' non mi ricordavo ch'io ho anco a dire una orazione che non la soglio mai lasciare.
GIGLIO. Que trepparie son este? que corona? que orazion es esta?
PASQUELLA. Che orazione? vuoi ch'io te la insegni? Sai? È buona a dire. «Fantasima, fantasima, che dí e notte vai, se a coda ritta ci venisti, a coda ritta te n'andrai. Tristi con tristi, in mal'ora ci venisti e me coglier ci credesti e 'ngannato ci remanesti. Amen».
GIGLIO. Io no intendo á esta vostra orazione. Se non volite aprire, renditemi mio rosario, que io me irò con Dios. Voto allos santos martilogios que esta vieia alcahueta, disdicciada, vellacca ingagnommi. Madonna Pasquella, aprite; presto, per vostra vida.
PASQUELLA. «Che fa lo mio amor ch'egli non viene? L'amor d'un'altra donna me lo tiene». Meschina a me!
GIGLIO. E que! Non faze, donna Pasquella, que á qui sta sperando que gli apriate.
PASQUELLA. «Non ti posso servir, signor mio caro». Oimè!
GIGLIO. Aze musiga esta male avventurada. Ya non se accuerda que á qui sto. Daré colpo in esta puerta, voto á Dios. Tic, tac, tic, toc.
PASQUELLA. Chi è lá?
GIGLIO. Vostro figliuolo.
PASQUELLA. Che volete? Il padron non è in casa. Bisogna che si gli dica niente?
GIGLIO. Una parabla.
PASQUELLA. Aspetate, ché non può stare a venire.
GIGLIO. Aprite, que aspettarò drento. Partióse. Do renniego de todo el mondo, se non bruso toda esta posada, se non mi rende mio rosario. Tic, tic, toc.
PASQUELLA. Olá! Ch'è da esser? Voi avete una poca discrezione, perdonatemi. Chi voi sète? Oh! Par che voi vogliate spezzar questa porta.
GIGLIO. Voto á Dios e a santa Letania che anco la brusciarò, se non mi rendide mio rosario.
PASQUELLA. Cercatevene pure altrove; ché in su l'orto non ce ne abbiam, de' rosai.
GIGLIO. Non dico se non mis paternostros.
PASQUELLA. Che n'ho io a fare, se voi non dite se non i vostri paternostri? Vorreste forse ch'io diventasse una marrana come voi e imparasse a dirgli ancor io?
GIGLIO. Oh reniego de la putta, vellacca! Aun me dizeis marrano?
PASQUELLA. Sai? Se tu non ti levi d'intorno a l'uscio, ti bagnarò.
GIGLIO. Ecciade l'agua; el fuogo porrò io a esta puerta. Malditta sea! Todo me ha mollado, esta putta, vellacca, viegia alcahueta, male aventurada! Oh reniego de todos los frailes!
PASQUELLA. Bagna'vi? Non me ne avviddi. Ma ecco il padrone. Se volete niente, domandatelo a lui e non mi rompete piú il capo.
GIGLIO. Se á qui me truova esto vieio, mil palos non mi mancan. Meior es de fuir.
GHERARDO e PASQUELLA.
GHERARDO. Che facevi tu, intorno a l'uscio, di quello spagnuolo? Che hai tu da far con lui?
PASQUELLA. Domandava non so che rosaio. Io, per me, non l'ho mai inteso.
GHERARDO. Oh! Tu hai fatto ben quel ch'io ti dissi! Ho cosí voglia di romperti l'ossa.
PASQUELLA. Perché?
GHERARDO. Perché hai lasciato partir Lelia? Non ti diss'io che tu non gli aprisse?
PASQUELLA. Quando partí? non è ella in camera?
GHERARDO. È il malan che Dio ti dia.
PASQUELLA. So che la v'è, io.
GHERARDO. So che la non v'è; ché l'ho lasciata in casa di Clemenzia sua balia.
PASQUELLA. Non l'ho io testé lasciata in camara, in ginocchioni, che infilzavano i paternostri?
GHERARDO. Forse è tornata prima di me.
PASQUELLA. Dico che non s'è partita, ch'io sappi. La camara è pur stata serrata.
GHERARDO. Dov'è la chiave?
PASQUELLA. Eccola.
GHERARDO. Dammela: ché, se non v'è, ti vo' rompere l'ossa.
PASQUELLA. E, se la v'è, daretemene una camiscia?
GHERARDO. Son contento.
PASQUELLA. Lasciate aprire a me.
GHERARDO. No; voglio aprir io: tu trovaresti qualche scusa.
PASQUELLA. Oh! Io ho la gran paura che non gli truovi a' ferri. Pure, ha un pezzo ch'io gli lasciai.
FLAMMINIO, PASQUELLA e GHERARDO.
FLAMMINIO. Pasquella, quant'è che 'l mio Fabio non fu da voi?
PASQUELLA. Perché?
FLAMMINIO. Perché gli è un traditore; e io lo gastigarò. E, poi ch'Isabella ha lasciato me per lui, se l'ará come merita. Oh che bella lode d'una gentildonna par sua, innamorarsi d'un ragazzo!
PASQUELLA. Uh! Non dite cotesto, ché le carezze ch'ella gli fa gli le fa per amor vostro.
FLAMMINIO. Digli che ancora, un dí, se ne pentirá. A lui, com'io lo truovo (i' porto questo coltello in mano a posta), gli vo' tagliar le labbra, l'orecchie e cavargli un occhio; e metter ogni cosa in un piatto; e poi mandarglielo a donar. Vo' che la si sfami di baciarlo.
PASQUELLA. Eh sí! Mentre che 'l cane abbaia, il lupo si pasce.
FLAMMINIO. Tu il vedrai.
GHERARDO. Oimè! A questo modo son giontato io? a questo modo, eh? Misero a me! Quel traditor di Virginio, traditoraccio! m'ha pure scorto per un montone. Oh Dio! Che farò io?
PASQUELLA. Che avete, padrone?
GHERARDO. Che ho, ah? Chi è colui che è con mia figliuola?
PASQUELLA. Oh! Nol sapete voi? non è la cítola di Virginio?
GHERARDO. Cítola, eh? Cítola, che fará fare a mia figliuola de' cítoli, dolente a me!
PASQUELLA. Eh! non dite coteste parolacce! Che cos'è? non è Lelia?
GHERARDO. Dico che gli è un maschio.
PASQUELLA. Eh, non è vero! Che ne sapete voi?
GHERARDO. L'ho veduto con questi occhi.
PASQUELLA. Come?
GHERARDO. Adosso alla mia figliuola, trist'a me!
PASQUELLA. Eh! che dovevano scherzare!
GHERARDO. È ben che scherzavano.
PASQUELLA. Avete veduto che sia maschio?
GHERARDO. Sí, dico: ché, aprendo l'uscio a un tratto, egli s'era spogliato in giubbone e non ebbe tempo a coprirsi.
PASQUELLA. Vedeste voi ogni cosa? Eh! Mirate che gli è femina.
GHERARDO. Io dico che gli è maschio e bastarebbe a far due maschi.
PASQUELLA. Che dice Isabella?
GHERARDO. Che vuo' tu ch'ella dica? Svergognato a me!
PASQUELLA. Ché non lasciate andar or quel giovine? Che ne volete fare?
GHERARDO. Che ne vo' fare? Accusarlo al governatore; e farollo gastigare.
PASQUELLA. O forse fuggirá.
GHERARDO. E io l'ho rinserrato drento. Ma ecco Virginio. Apponto non volevo altro.
PEDANTE, VIRGINIO e GHERARDO.
PEDANTE. Io mi maraviglio, per certo, che giá non sia tornato a l'ostaria; e non so che me ne dire.
VIRGINIO. Aveva arme?
PEDANTE. Credo de sí.
VIRGINIO. Costui sará stato preso: ché abbiamo un podestá che scorticarebbe li cimici.
PEDANTE. Io non credo però che a' forestieri si faccia queste scortesie.
GHERARDO. Addio, Virginio. Questo è atto da uomo da bene? questa è cosa convenevole a uno amico? questo è il parentado che volevi far con esso me? chi t'hai pensato di gabbare? credi ch'io sia per comportarla? Mi vien voglia…
VIRGINIO. Di che cosa ti lamenti di me, Gherardo? che t'ho io fatto? Io non cercai mai di far parentado teco. Tu me n'hai rotto il capo uno anno. Ora, se non ti piace, non vada avanti.
GHERARDO. Anco hai ardimento di rispondere, come s'io fusse un beccone? Traditoraccio, giontatore, barro, mariuolo! Ma il governatore saprá ogni cosa.
VIRGINIO. Gherardo, coteste parole non pertengono a un par tuo e massimamente con me.
GHERARDO. Anco non vuol ch'io mi lamenti, questo tristo! Sei diventato superbo perché hai ritrovato tuo figliuolo, eh?
VIRGINIO. Tristo se' tu.
GHERARDO. Oh Dio! Perché non son giovine com'io era? ch'io ne farei pezzi, del fatto tuo.
VIRGINIO. Puossi intender quel che tu vuoi dire o no?
GHERARDO. Sfacciato!
VIRGINIO. Io ho troppo pazienzia.
GHERARDO. Ladro!
VIRGINIO. Falsario!
GHERARDO. Menti per la gola. Aspetta!
VIRGINIO. Aspetto.
PEDANTE. Ah gentiluomo! Che pazzia è questa?
GHERARDO. Non mi tenete.
PEDANTE. E voi, messer, mettetevi la veste.
VIRGINIO. Con chi si pensa avere a fare? Rendemi la mia figliuola.
GHERARDO. Scannarò te e lei.
PEDANTE. Che cosa ha da far questo gentiluomo con esso voi?
VIRGINIO. Non so, io; se non che, poco fa, gli messi Lelia mia figliuola in casa, ché la voleva per moglie. Ora voi vedete. E temo non gli facci dispiacere.
PEDANTE. Ah, ah, gentiluomo! Non si vuole con l'arme! Con l'arme?
GHERARDO. Lasciatemi!
PEDANTE. Che differenzia è la vostra?
GHERARDO. Questo traditore m'ha disfatto.
PEDANTE. Come?
GHERARDO. S'io non lo taglio a pezzi, s'io non lo squarto con questa ronca…
PEDANTE. Ditemi, di grazia, come la cosa sta.
GHERARDO. Entriamo in casa, poi che il traditore s'è fuggito, ch'io vi contarò ogni cosa. Non sète voi il maestro di suo figliuolo, che veniste a l'ostaria con noi?
PEDANTE. Sí, sono.
GHERARDO. Entrate.
PEDANTE. Sopra la fede vostra?
GHERARDO. Oh sí!
VIRGINIO, STRAGUALCIA, SCATIZZA, GHERARDO e PEDANTE.
VIRGINIO. Venite con me quanti voi sète. Stragualcia, vien tu ancora.
STRAGUALCIA. Con l'arme o senza? Io non ho arme.
VIRGINIO. Tolle costí, in casa dell'oste, qualche arme.
SCATIZZA. Padrone, con targone bisognarebbe una lancia.
VIRGINIO. Non mi curo piú di lancia. Mi basta questo.
SCATIZZA. Questa rotella sarebbe piú galante per voi, essendo in giubbone.
VIRGINIO. No; questa copre meglio. Oh! Par che questo montone m'abbia trovato a furare. Ho paura che 'l non abbia amazzata quella povera figliuola.
STRAGUALCIA. Questa è buona arme, padrone. Io lo voglio infilzare con questo spedone come un beccafico.
SCATIZZA. Oh! Che vuoi tu far dell'arrosto?
STRAGUALCIA. Son pratico in campo; e so che, la prima cosa, bisogna far provision di vettovaglia.
SCATIZZA. Oh! Cotesto fiasco perché?
STRAGUALCIA. Per rinfrescare i soldati, se alla prima battaglia fusser ributtati indrieto.
SCATIZZA. Questo mi piace; ché ei avverrá.
STRAGUALCIA. Volete che, insieme insieme, infilzi il vecchio e la figliuola, i famegli, la casa e tutti come fegatelli? Al vecchio cacciarò lo spedone in culo e faroglielo uscir per gli occhi; gli altri tutti a traverso come tordi.
VIRGINIO. La casa è aperta. Costoro aran fatto qualche imboscata.
STRAGUALCIA. Imboscata? Mal va. Io ho piú paura del legname che delle spade. Ma ecco il maestro che esce fuora.
PEDANTE. Lasciate fare a me, ch'io vi do la cosa per acconcia, messerGherardo.
STRAGUALCIA. Guardatevi, padrone: ché questo maestro si potrebbe essere ribellato e accordato coi nimici; ché pochi si trovan de' suo' pari che tenghino il fermo. Volete ch'io cominci a infilzarlo e ch'io dica «e uno»?
PEDANTE. Messer Virginio, padrone, perché queste arme?
STRAGUALCIA. Ah! ah! Non tel dissi io?
VIRGINIO. Che è della mia figliuola? Díemela, ch'io la vo' menare a casa mia. E voi avete trovato Fabrizio?
PEDANTE. Sí, ho.
VIRGINIO. Dov'è?
PEDANTE. Qui dentro, che ha tolto una bellissima moglie, se ne sète contento.
VIRGINIO. Moglie, eh? e chi?
STRAGUALCIA. Molto presto! Ricco, ricco!
PEDANTE. Questa bella e gentil figliuola di Gherardo.
VIRGINIO. Oh! Gherardo, testé, mi voleva amazzare.
PEDANTE. Rem omnem a principio audies. Entriamo in casa, ché saprete il tutto. Messer Gherardo, venite fuora.
GHERARDO. O Virginio, il piú strano caso che fusse mai al mondo! Entra.
STRAGUALCIA. Infilzolo? Ma gli è carne da tinello.
GHERARDO. Fa' metter giú queste arme, ché gli è cosa da ridere.
VIRGINIO. Follo sicuramente?
PEDANTE. Sicuramente, sopra di me.
VIRGINIO. Orsú! Andate a casa, voi altri, e ponete giú l'armi e portatemi la mia veste.
PEDANTE. Fabrizio, viene a conoscer tuo padre.
VIRGINIO. Oh! Questa non è Lelia?
PEDANTE. No; questo è Fabrizio.
VIRGINIO. O figliuol mio!
FABRIZIO. O padre, tanto da me desiderato!
VIRGINIO. Figliuol mio, quanto t'ho pianto!
GHERARDO. In casa, in casa, ché tu sappia il tutto. E piú ti dico, che tua figliuola è in casa di Clemenzia sua balia.
VIRGINIO. O Dio, quante grazie ti rendo!
CRIVELLO, FLAMMINIO e CLEMENZIA balia.
CRIVELLO. Io l'ho veduto in casa di Clemenzia balia con questi occhi e udito con questi orecchi.
FLAMMINIO. Guarda che fusse Fabio.
CRIVELLO. Credete ch'io nol conoscesse?
FLAMMINIO. Andiam lá. S'io 'l truovo…
CRIVELLO. Voi guastarete ogni cosa. Abbiate pazienzia fino ch'egli esca fuore.
FLAMMINIO. E' nol farebbe Iddio ch'io avessi piú pazienzia.
CRIVELLO. Voi guastarete la torta.
FLAMMINIO. Io mi guasti. Tic, toc, toc.
CLEMENZIA. Chi è?
FLAMMINIO. Un tuo amico. Viene un poco giú.
CLEMENZIA. Oh! Che volete, messer Flamminio?
FLAMMINIO. Apre, ché tel dirò.
CLEMENZIA. Aspettate, ch'io scendo.
FLAMMINIO. Com'ell'ha aperto l'uscio, entra dentro; e mira se vi è; e chiamami.
CRIVELLO. Lasciate fare a me.
CLEMENZIA. Che dite, signor Flamminio?
FLAMMINIO. Che fai, in casa, del mio ragazzo?
CLEMENZIA. Che ragazzo? E tu dove entri, prosuntuoso? vuoi intrare in casa mia per forza?
FLAMMINIO. Clemenzia, al corpo della sagrata, intemerata, pura, se tu non mel rendi…
CLEMENZIA. Che volete ch'io vi renda?
FLAMMINIO. Il mio ragazzo che s'è fuggito in casa tua.
CLEMENZIA. In casa mia non vi è servidor nissun vostro; ma sí bene una serva.
FLAMMINIO. Clemenzia, e' non è tempo da muine. Tu mi sei stata sempre amica, ed io a te; tu m'hai fatti de' piaceri, ed io a te. Or questa è cosa che troppo importa.
CLEMENZIA. Qualche furia d'amor sará questa. Orsú, Flamminio! Lasciatevi un poco passar la collera.
FLAMMINIO. Io dico, rendemi Fabio.
CLEMENZIA. Vel renderò.
FLAMMINIO. Basta. Fallo venir giú.
CLEMENZIA. Oh! Non tanta furia, per mia fé! ché, s'io fussi giovane e ch'io vi piacessi, non m'impacciarei mai con voi. E che è di Isabella?
FLAMMINIO. Io vorrei che la fosse squartata.
CLEMENZIA. Eh! Voi non dite da vero.
FLAMMINIO. S'io non dico da vero? Ti so dir che la m'ha chiarito!
CLEMENZIA. E sí! A voi giovinacci sta bene ogni male, ché sète piú ingrati del mondo.
FLAMMINIO. Questo non dir per me: ch'ogni altro vizio mi si potrebbe forse provare; ma questo dell'essere ingrato, no, ché piú mi dispiace che ad uom che viva.
CLEMENZIA. Io non lo dico per voi. Ma è stata in questa terra una giovane che, accorgendosi d'esser mirata da un cavaliere par vostro modanese, s'invaghí tanto di lui che la non vedeva piú qua né piú lá che quanto era longo.
FLAMMINIO. Beato lui! felice lui! Questo non potrò giá dir io.
CLEMENZIA. Accadde che 'l padre mandò questa povera giovane innamorata fuor di Modena. E pianse, nel partir, tanto che fu maraviglia, temendo ch'egli non si scordasse di lei. Il qual, subito, ne riprese un'altra, come se la prima mai non avesse veduta.
FLAMMINIO. Io dico che costui non può esser cavaliere; anzi, è un traditore.
CLEMENZIA. Ascolta: c'è peggio. Tornando, ivi a pochi mesi, la giovane e trovando che 'l suo amante amava altri e da quella tale egli era poco amato, per fargli servizio, abbandonò la casa, suo padre e pose in pericolo l'onore; e, vestita da famiglio, s'acconciò con quel suo amante per servitore.
FLAMMINIO. È accaduto in Modena questo caso?
CLEMENZIA. E voi conoscete l'uno e l'altro.
FLAMMINIO. Io vorrei piú presto esser questo aventurato amante che esser signor di Milano.
CLEMENZIA. E che piú? Questo suo amante, non la conoscendo, l'adoperò per mezzana tra quella sua innamorata e lui; e questa poveretta, per fargli piacere, s'arrecò a fare ogni cosa.
FLAMMINIO. Oh virtuosa donna! oh fermo amore! cosa veramente da porre in esempio a' secoli che verranno! Perché non è avvenuto a me un tal caso?
CLEMENZIA. Eh! In ogni modo, voi non lasciareste Isabella.
FLAMMINIO. Io lasciarei, quasi che non t'ho detto Cristo, per una tale.E pregoti, Clemenzia, che tu mi facci conoscer chi è costei.
CLEMENZIA. Son contenta. Ma io voglio che voi mi diciate prima, sopra alla fede vostra e da gentiluomo, se tal caso fusse avvenuto a voi, quello che voi fareste a quella povera giovane e se voi la cacciareste, quando voi sapesse quello che la v'ha fatto, se l'uccidereste o se la giudicareste degna di qualche premio.
FLAMMINIO. Io ti giuro, per la virtú di quel sole che tu vedi in cielo, e ch'io non possa mai comparire dove sien gentiluomini e cavalieri par miei, s'io non togliesse prima per moglie questa tale, ancor che fusse brutta, ancor che la fusse povera, ancor che la non fusse nobile, che la figliuola del duca di Ferrara.
CLEMENZIA. Questa è una gran cosa. E cosí mi giurate?
FLAMMINIO. Cosí ti giuro; e cosí farei.
CLEMENZIA. Tu sia testimonio.
CRIVELLO. Io ho inteso; e so ch'egli il farebbe.
CLEMENZIA. Ora io ti vo' far conoscer chi è questa donna e chi è quel cavaliere. Fabio! o Fabio! Vien giú al signor tuo che ti domanda.
FLAMMINIO. Che ti par, Crivello? Parti ch'io amazzi questo traditore o no? Egli è pure un buon servitore.
CRIVELLO. Oh! Io mi maravigliavo ben, io! Sará pur vero quello ch'io mi pensavo. Orsú! Perdonategli: che volete fare? In ogni modo, questa chiappola d'Isabella non vi volse mai bene.
FLAMMINIO. Tu dici il vero.
PASQUELLA, CLEMENZIA, FLAMMINIO, LELIA da femina e CRIVELLO.
PASQUELLA. Lasciate fare a me: ché gli dirò quanto me avete detto, ché ho inteso.
CLEMENZIA. Questo è, messer Flamminio, il vostro Fabio. Miratel bene: conoscetelo? Voi vi maravigliate? E questa medesima è quella sí fedele e sí costante innamorata giovane di chi v'ho detto. Guardatela bene, se la riconoscete o no. Voi sète ammutito, Flamminio? Oh! Che vuol dire? E voi sète quel che sí poco apprezza l'amor della donna sua. E questo è la veritá. Non pensate d'essere ingannato. Conoscete se io vi dico il vero. Ora attenetemi la promessa o ch'io vi chiamarò in steccato per mancatore.
FLAMMINIO. Io non credo che fusse mai al mondo il piú bello inganno di questo. È possibile ch'io sia stato sí cieco ch'io non l'abbi mai conosciuta?
CRIVELLO. Chi è stato piú cieco di me che ho voluto mille volte chiarirmene? Che maladetto sia! Oh! ch'io son stato il bel da poco!
PASQUELLA. Clemenzia, dice Virginio che tu venga adesso adesso a casa nostra perché gli ha dato moglie a Fabrizio suo figliuolo che è tornato oggi; e bisogna che tu vada a casa per metterla in ordine, ché tu sai che non vi sono altre donne.
CLEMENZIA. Come moglie? E chi gli ha data?
PASQUELLA. Isabella, figliuola di Gherardo mio padrone.
FLAMMINIO. Chi? Isabella di Gherardo Foiani tuo padrone o pure un'altra?
PASQUELLA. Un'altra? Dico lei. Flamminio, sapete bene che porco pigro non mangia mai pera marce.
FLAMMINIO. È certo?
PASQUELLA. Certissimo. Io son stata presente a ogni cosa; io gli ho veduto dare l'anello, abbracciarsi, baciarsi insieme e farsi una gran festa. E, prima che gli desse l'anello, la padrona gli aveva dato… so ben io.
FLAMMINIO. Quanto ha che questo fu?
PASQUELLA. Adesso, adesso, adesso. Poi mi mandorno, correndo, a dirlo aClemenzia e a chiamarla.
CLEMENZIA. Digli, Pasquella, ch'io starò poco poco a venire. Va'.
LELIA. O Dio, quanto bene insieme mi dái! Io muoio d'allegrezza.
PASQUELLA. Sta' poco, ché io ancora ho tanto da fare che guai a me! Voglio ire adesso a comprare certi lisci. Oh! Io m'ero scordata di domandarti se Lelia è qui in casa tua; ché Gherardo gli ha detto di sí.
CLEMENZIA. Ben sai che la v'è. Vuol forse maritarla a quel vecchio messer Fantasima di tuo padrone? che si doverebbe vergognare.
PASQUELLA. Tu non conosci bene il mio padrone: ché, se tu sapesse come gli è fiero, non diresti cosí, eh!
CLEMENZIA. Sí, sí; credotelo: tu 'l debbi aver provato.
PASQUELLA. Come tu hai fatto il tuo. Orsú! Io vo.
FLAMMINIO. A Gherardo la vuol maritare?
CLEMENZIA. Sí, trista a me! Vedi se questa povera giovane è sventurata.
FLAMMINIO. Tanto avesse egli vita quanto l'averá mai. In fine, Clemenzia, io credo che questa sia certamente volontá di Dio che abbia avuto pietá di questa virtuosa giovane e dell'anima mia; ch'ella non vada in perdizione. E però, madonna Lelia, quando voi ve ne contentiate, io non voglio altra moglie che voi; e promettovi, a fé di cavaliere, che, non avendo voi, non son mai per pigliar altra.
LELIA. Flamminio, voi mi sète signore e ben sapete, quel ch'io ho fatto, per quel ch'io l'ho fatto; ch'io non ho avuto mai altro desiderio che questo.
FLAMMINIO. Ben l'avete mostrato. E perdonatemi, se qualche dispiacere v'ho io fatto, non conoscendovi, perch'io ne son pentitissimo e accorgomi dell'error mio.
LELIA. Non potreste voi, signor Flamminio, aver fatta mai cosa che a me non fusse contento.
FLAMMINIO. Clemenzia, io non voglio aspettare altro tempo, ché qualche disgrazia non m'intorbidasse questa ventura. Io la vo' sposare adesso, se gli è contenta.
LELIA. Contentissima.
CRIVELLO. Oh ringraziato sia Dio! E voi, padrone, signor Flamminio, sète contento? E avertite ch'io son notaio; e, se nol credete, eccovi il privilegio.
FLAMMINIO. Tanto contento quanto di cosa ch'io facesse giá mai.
CRIVELLO. Sposatevi e poi colcatevi a vostra posta. Oh! Io non v'ho detto che voi la baciate, io.
CLEMENZIA. Or sapete che mi par che ci sia da fare? Che ve ne intriate in casa mia, in tanto ch'io andarò a fare intendere il tutto a Virginio e darò la mala notte a Gherardo.
FLAMMINIO. Va', di grazia; e contalo ancora a Isabella.
PASQUELLA e GIGLIO spagnuolo.
GIGLIO. Por vida del rey, que esta es la vellacca di Pasquella que se burlò de mí y urtommi mis quentas per enganno. Oh como me huelgo de topalla!
PASQUELLA. Maladetto sia questo appoioso! Ben mi s'è dato testé tra' piei, che possi egli rompere il collo con quanti ne venne mai di Spagna! Che scusa trovarò ora?
GIGLIO. Signora Pasquella!
PASQUELLA. La cosa va bene. Io son giá fatta signora.
GIGLIO. Vos me haveis burlado y mi tolleste mio rosario e non fazieste lo que me teniades promettido.
PASQUELLA. Zi! zi! zi! Sta' queto, sta' queto.
GIGLIO. Por que? es ninguno á qui que nos oda?
PASQUELLA. Zi! zi! zi!
GIGLIO. Io non veo á qui ninguno. Non m'engagnarete otra volta. Que dezite voi?
PASQUELLA. Tu mi vòi rovinare.
GIGLIO. Tu mi vòi ingagnare.
PASQUELLA. Va' via, lasciami stare adesso; ché ti parlarò otra volta.
GIGLIO. Renditeme mio rosario y despues parlate lo que volite, que non quiero que podiate dezir que m'engagnaste.
PASQUELLA. Tel darò. Credi ch'io l'abbi qui? Tu credi forse ch'io ne facci una grande stima? Mi mancará delle corone, s'io ne vorrò!
GIGLIO. Por que m'enseraste de fuore y despues aziades musigas y dizieste non so que «Fantasmas, fantasmas» y non so que orazion y non so que traplas?
PASQUELLA. Di' piano. Tu mi vuoi rovinare. Ti dirò ogni cosa.
GIGLIO. Que cosa? Que nol dezite?
PASQUELLA. Tírate piú in qua in questo canto, ché la padrona non vegga.
GIGLIO. Burlatime otra volta o no?
PASQUELLA. Ben sai ch'io ti burlo. Son forse avvezza a burlare, eh?Vero, eh?
GIGLIO. Hor dezite presto: que es esto?
PASQUELLA. Sai? Quando noi parlavamo insieme, Isabella, la mia padrona, era venuta giú pian piano e stava nascosta accanto a me e sentiva ogni cosa. Quando io volsi cacciare i polli, ella se n'andò in camera e da un buco stava a vedere quel che noi facevamo. Io, che me ne accorsi, feci vista di non l'aver veduta e d'averti voluto ingannare; tanto ch'io gli mostrai que' paternostri. Ella me gli tolse e, credendo che io t'avessi giontato, se ne rise e se gli messe al braccio. Ma io glie li torrò stasera e renderottegli, se tu non me gli vuoi aver dati.
GIGLIO. Y es verdade todo esto? Cata che non m'enganni.
PASQUELLA. Giglio mio, se non è vero, ch'io non ti possa piú mai vedere. Credi ch'io non abbi cara la tua amicizia? Ma voi spagnuoli non credete in Cristo, non che in altro.
GIGLIO. Hora, que non fazite quello que era concertado entra nos?
PASQUELLA. La mia padrona è maritata; e questa sera faciam le nozze; e ho da far tanto ch'io non posso attendere. Aspetta a un'altra volta. Uh come son rincrescevoli!
GIGLIO. Alla magnana, ah? Domattina, digo. Non es á si?
PASQUELLA. Lascia fare a me; ché mi ricordarò di te, quando sará tempo; non dubitare. Uh! uh! uh! uhimene!
GIGLIO. Voto á Dios que te daré escuccilladas per la cara, se otra veze m'engannes.
CITTINA figliuola di Clemenzia balia, sola.
Io non so che stripiccio sia drento a questa camara terrena. Io sento la lettiera fare un rimenio, un tentennare che pare che qualche spirito la dimeni. Uhimene! Io ho paura, io. Oh! Io sento uno che par si lamenti; e dice piano:—Aimè! non cosí forte.—Oh! Io sento un che dice:—Vita mia, ben mio, speranza mia, moglie mia cara.—Oh! Non posso intendere il resto: mi vien voglia di bussare. Oh! Dice uno:—Aspettami.—Si debbono voler partire. Odi l'altro che dice:—Fa' presto tu ancora.—Che sí che rompon quel letto? Uh! uh! uh! Come si rimena a fretta a fretta! In buona fica, ch'io lo voglio ire a dire alla mamma.
ISABELLA, FABRIZIO e CLEMENZIA balia.
ISABELLA. Io credevo del certo che voi fusse un servitor di un cavalier di questa terra che tanto vi s'assomiglia che non può esser che non sia vostro fratello.
FABRIZIO. Altri sono stati oggi che m'hanno còlto in iscambio: tanto ch'io dubitavo quasi che l'oste non m'avesse scambiato.
ISABELLA. Ecco Clemenzia, la vostra balia, che vi debbe venire a far motto.
CLEMENZIA. Non può esser che non sia questo, ché par tutto Lelia. OFabrizio, figliuol mio, che tu sia il ben tornato: che è di te?
FABRIZIO. Bene, balia mia cara. Che è di Lelia?
CLEMENZIA. Bene, bene. Ma entriamo in casa, ché ho da parlare a longo con tutti voi.
VIRGINIO e CLEMENZIA.
VIRGINIO. Io ho tanta allegrezza d'aver trovato mio figliuolo ch'io son contento d'ogni cosa.
CLEMENZIA. Tutta è stata volontá di Dio. È stato pur meglio cosí che averla maritata a quel canna-vana di Gherardo. Ma lasciatemi intrar drento, ch'io vegga come la cosa sta: ch'io lasciai gli sposi molto stretti; e son soli. Venite, venite. Ogni cosa va bene.
STRAGUALCIA a li spettatori.
Spettatori, non aspettate che costoro eschin piú fuore perché, di longa, faremmo la favola longhissima. Se volete venire a cena con esso noi, v'aspetto al «Matto». E portate denari, perché non v'è chi espedisca gratis. Ma, se non volete venire (che mi par di no), restativi e godete. E voi, Intronati, fate segno d'allegrezza.
Per tutte le illustrazioni relative alle commedie che si raccolgono in questo e in altri successivi volumi rimando alla parte giá pubblicata della mia storia dellaCommediaitaliana (Milano, Vallardi, 1911). Qui occorre solo avvertire che furono esclusi dalla presente raccolta tutti quegli scrittori (ad es. l'Ariosto e il Machiavelli) di cui dovranno ristamparsi le opere complete e quegli altri scrittori (ad es. il Cecchi e il Della Porta) la cui operositá drammatica fu cosí vasta e complessa da esigere una nuova edizione di tutto il loro teatro. La mia scelta si restringe a quei commediografi (o notissimi, come il cardinal da Bibbiena, o del tutto ignoti, come Niccolò Secchi) che non avrebbero potuto entrare per altra via, mentre di entrarvi avevano pur essi diritto, nella grande collezione degliScrittori d'Italia. E, in tale scelta, mi sono attenuto a un doppio ordine di criteri: storici ed estetici. Ho badato, cioè, non solo all'intima bellezza delle commedie, ma anche a certe loro speciali caratteristiche o ai loro stretti rapporti con la vita e i costumi del Cinquecento o alla varietá delle tendenze che, pur senza uscire dalla tradizione classicheggiante, si manifestano in esse. DallaCalandriadel Bibbiena, composta in sugli inizi del secolo XVI, allaDonna costantedel Borghini, venuta in luce al declinar del secolo stesso, v'è gran differenza di spiriti, se non di forme: ridanciana, quella, e giocosa, spensierata e cinica; questa, invece, seria, accigliata, lugubre, quasi preannunziatrice dei molto posterioridrames larmoyants. Per ciò, a rappresentare, in qualche modo, lo svolgimento storico del nostro teatro comico cinquecentesco, ho disposto le commedie che qui si pubblicano in ordine approssimativamente cronologico: solo approssimativamente, pur troppo, giacché di molte fra esse ignoriamo, fin ora, il preciso anno della composizione.
La punteggiatura, quanto mai arbitraria ed irrazionale nelle stampe del Cinquecento, ho rinnovato interamente. Del sistema ortografico nulla ho da dire perché è quel medesimo che fu adottato per tutti i volumi degliScrittori. Piuttosto è necessario che io renda conto del come mi son comportato rispetto alle parti spagnuole o dialettali che si trovano assai di frequente nelle nostre commedie. Per questo lato (mi limito a discorrere dello spagnuolo, intendendosi che tutto ciò che dico di esso valga, benché in minor proporzione, anche per i vari dialetti italici), le stampe del Cinquecento ci offrono lo spettacolo di una scapigliata anarchia. Troviamo «io» e «yo»; «estoi» e «estoy»; «ablar» e «hablar»; «che» e «que»; «debaxo» e «debascio» e «debajo»; «magnana» e «mañana»; «engannar» e «engagnar» e «engañar»; «acer» e «hacer» e «azer» e «hazer» e «fazer»; «vieio» e «viejo»; «mui» e «muy»; «nocce» e «noche»; «allá» e «agliá»; «a» e «á»; «á chi» e «á qui» e «a qui» e «aqui» e «aquí»; «por que» e «porque»; «tan bien» e «tambien»; e cosí via discorrendo. Di fronte a tale moltiplicitá di espressioni grafiche che cosa dovevo fare? Dovevo ridurle tutte ad un'espressione unica e corretta e scrivere, per es., in tutti i casi, «yo», «hablar», «que», «mañana», «hacer», «muy», «noche», «allá»? oppure dovevo mantenere questo strano ma pur significativo disordine? Mi parve, in principio, che fosse miglior partito attenersi al primo sistema; poi, dopo avere assai dubitato e riflettuto, ho finito coll'appigliarmi al secondo. E le ragioni son queste. Innanzi tutto, le molte incertezze ortografiche possono esser proprie non tanto del tipografo quanto dello stesso autore e indicare la sua maggiore o minor conoscenza e la sua piú o meno esatta pronunzia dello spagnuolo; né è male, anzi è bene, che di questa sua conoscenza e pronunzia restino, anche nella nostra edizione, le tracce. In secondo luogo, può ben darsi che l'autore abbia inteso di usare promiscuamente parole italiane (per es. «io», «engannar») e parole spagnuole (per es. «yo», «engagnar» o «engañar»): sicché, quando si adoperasse una sola grafia, potremmo correre il rischio di allontanarci involontariamente dal suo stesso pensiero. Il Piccolomini, infatti, dichiara nelle sueAnnotazioni alla Poetica d'Aristoteledi avere «interposto», nell'Amor costantee nell'Alessandro, «qualche scena in lingua spagnuola italianata, accioché manco paresse straniera»[1]. Il quale italianizzamento dello spagnuolo, oltre che giovare a render piú intelligibile il discorso, era anche naturalmente suggerito dalla realtá; come possiam rilevare dalla seguente preziosa testimonianza del Bandello: «E queste parole ella disse mezze spagnuole e mezze italiane, parlando come costumano gli oltramontani quando vogliono parlar italiano»[2]. Ciò spiega, non pur le oscillazioni ortografiche di cui ho discorso fin ora, ma anche la presenza di scorrette forme grammaticali; che sarebbe, evidentemente, errore il voler correggere. Insomma, per questa parte, io ho creduto di dovere essere, quanto piú mi fosse possibile, conservatore: conservatore, dico, dell'anarchia.
Ciò non di meno, qualche modificazione o correzione è stata pur necessaria. Non potevano, per es., nella scena 3 dell'atto II degl'Ingannatirimanere un «lamas hermosas mozas» e un «ellacca ob alcatieta» che sono stati rispettivamente ridotti a «la mas hermosa moza» e «vellacca alcahueta». E cosí, nell'uso degli accenti e del «h» iniziale, se ho rispettato di regola le antiche stampe da me poste a fondamento di questa nuova edizione, e se ho scritto indifferentemente «á» e «a», «hacer» e «acer» ecc., me ne son però allontanato ogni qual volta la mancanza dell'accento o del «h» potesse ingenerare confusioni ed equivoci. Per es., un «alla» o un «alli», che sembrano preposizioni articolate italiane mentre sono avverbi spagnuoli, ho creduto bene di accentarli («allá, allí»); un «resucitare» o un «andare» o un «ire», che possono prendersi per infiniti mentre non sono che la prima persona singolare del futuro, li ho pure accentati («resucitaré, andaré, iré»); e ho fatto precedere dal «h» un «e» che, invece d'essere la nostra congiunzione copulativa, sia la prima persona singolare del presente indicativo del verbo spagnuolo «haber» («he»); e altre simili modificazioni ho introdotte quando mi sia parso opportuno. Ma ciò non infirma punto il general criterio di conservazione al quale, come piú sopra dissi, mi sono, nel maggior numero dei casi, rigorosamente attenuto.
1.Annotazioni di M. Alessandro Piccolomini, nel Libro della Poetica d'Aristotele; con la traduttione del medesimo Libro, in Lingua Volgare. Con privilegio. In Vinegia, presso Giovanni Guarisco, e Compagni [in fine l'anno: M.D.LXXV], p. 29.
2. Le novelle a cura di G. BROGNOLIGO, I (Bari, Laterza, 1910), 242 (nov. I, .16)
Questa commedia ebbe nel Cinquecento, precisamente come laCalandria, una ventina di edizioni; due altre ne ebbe sul principio del Seicento; poi non fu piú mai ristampata[1]. Eppure, anche nel rispetto artistico, essa può sicuramente annoverarsi fra le migliori del sec. XVI; e godé, ad ogni modo, di una cosí grande fortuna da esser conosciuta e imitata, non pure in Italia, ma anche in Francia, in Spagna ed in Inghilterra. Io pongo a fondamento della presente edizione la prima stampa veneziana del 1537:Comedia del Sacrifi- | cio de gli Intronati | da Siena MDXXXVII. | In Vinegia per Curtio Navo | et fratelli[e al termine dell'ultimo atto:Il fine della Comedia de gli Inganna- | ti In Vinegia Per Curtio | Navo, & Fratelli. | MDXXXVIII]. Precede un'avvertenza di «Curzio alli lettori» che incomincia cosí: «Eccovi finalmente, o lettori, la tanto aspettata e desiderata comedia de gli Intronati, che io vi porgo: degna, per la invenzione, per la puritá della lingua e per l'arte con che è tessuta, d'esser da voi apprezzata e avuta cara forte tanto quanto altra che fino a questo di ne abbiate veduta». Segue all'avvertenza il testo poetico della festa cosí detta del «Sacrificio» (donde l'erroneo titolo stampato sul frontespizio e perpetuatosi, fino ad alcuni anni addietro, nei libri di bibliografia e di storia) che gli accademici Intronati di Siena celebrarono nel carnevale del 1531; viene poi la commedia, che fu rappresentata, come apparisce dal prologo, qualche giorno dopo la festa suddetta e che sola qui si ristampa; e, in ultimo, chiude il volumetto laCanzon nella morte d'una civetta«Gentil augello che dal mondo errante»[2]. Oltre a questa edizione, mi valgo, specialmente per le parti spagnuole, di quella compresa nella giá citata raccolta ruscelliana delleComedie eletteove essa reca il seguente titolo:Il Sacrificio | de gl'Intronati, | celebrato ne i giuochi | d'un carnevale | in Siena. | Et | Gl'Ingannati, comedia | de i medesimi. | In Venetia per Plinio | Pietrasanta, | MDLIIII.—La stampa del 1537 ha quasi sempre «dinanci», «innanci» ecc.; ma anche, talvolta: «da hora innanzi» (a. I, sc. 3); «entrami innanzi» (ivi); «anzi l'ho in odio» (a. II, sc. 7); «vòimiti levar dinanzi?» (a. IV, sc. 1); «non vi ci fui mai dinanzi» (ivi). Io adotto, in tutti i casi, questa seconda forma.—A. I, sc. 5: «È ben vero che pregano Dio e 'l diavolo» (ediz.: «È ben che pregano…»)—Nell'a. IV, sc. 6, verso la fine, Pasquella minaccia lo spagnuolo di bagnarlo se non si decide ad andarsene; e Giglio, secondo l'edizione del 1537, risponde: «Testate l'agua, el fuogo porrò io a esta puerta» [precisamente cosí anche l'ediz. di Venezia, Giolito, 1560 e quella del 1538 che, all'in fuori dell'anno, è priva di ogni altra nota tipografica]. L'edizione, invece, del 1554 curata dal Ruscelli legge: «Heccia de l'agua, el fuego ponerò yo a esta puerta». Ma né il «testate l'agua» né il «heccia de l'agua» dánno senso alcuno. Si avrá qui, come io penso, una forma del verbo «echar». Per ciò, sopprimo il «h» di «heccia»; e, riunendo il «de» all'«eccia», scrivo: «_ecciade (italianizzamento di «echad») l'agua_» = «gettate l'acqua». Per il rimanente, seguo, com'è naturale, l'edizione del 1537.—Al termine della commedia aggiungo l'indicazione «Scena VIII» sopra le parole «Stragualcia a li spettatori».
1. Vedi ALLACCI,Drammaturgia, col. 448; BRUNET, Manuel, III, 454; GRAESSE,Trésor, II, 236 e III, 427. Dico «una ventina di edizioni» senza determinarne il numero preciso perché non sempre le indicazioni dei bibliografi sono esatte; e l'inesattezza deriva, non di rado, da una doppia data che le antiche stampe recano: com'è appunto il caso di quella da me riprodotta che ha, in principio, il 1537 e, in fine, il 1538.
2. Dell'esistenza della stampa veneziana del Navo dubitò a torto C. LOZZI,Edizione del 1538 sconosciuta o non bene descritta d'una festa e comedia «degl'Intronati» sanesiinLa bibliofilia, a. VII, disp. 1-2, pp. 33 sgg.; e a torto, per conseguenza, suppose che possa considerarsi come prima edizione quella, da lui descritta, del 1538 senza luogo di stampa né nome di stampatore.
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