¹ __Eugenio de Castro__,Belkissregina di Saba, D'Axum e del Hymir, traduzione dal portoghese di __Vittorio Pica__, preceduta da un saggio critico. Milano, Fratelli Treves, 1896.
"L'arte, in tutte le sue forme, è un continuo ed instancabiledivenire, ed è perciò che noi non mostreremo mai abbastanza tenerezza, mai abbastanza ammirazione pei novatori, sia per coloro che pagano con lunga serie di amarezze un tardivo raggio di gloria, sia per coloro che, pur passando da errore ad errore, preparano la via ai trionfatori del dimani, e che, nella loro immolazione ad un elevato ideale d'arte, il quale è brillato fulgido nella loro mente, ma che essi, ahimè! non sono riusciti ad incarnare, ci appaiono grotteschi, mentre pure sono i martiri dolorosi e ignoti dell'arte!¹."
¹ __Vittorio Pica__, L'Arte europea a Venezia, Napoli, Pierro 1896, pag. 87.
Queste parole di Vittorio Pica scritte, a proposito di due quadri di Max Liebermann, in un accuratissimo studio intorno alla pittura europea nell'esposizione veneta dell'anno scorso, mi son tornate in mente leggendo il poema drammatico in prosa del giovane poeta portoghese Eugenio de Castro, da lui tradotto e pubblicato con una larga e spassionata introduzione che presenta l'ignoto autore al pubblico italiano.
La regina di Saba (Belkiss o Micauli o Makede, il suo vero nome non si sa) è figura tentatrice per la fantasia d'un poeta, e fa meraviglia che l'arte della parola l'abbia finora trascurata, abbandonando alla pittura un soggetto così pieno di mistero e di magnificenza. Paolo Veronese l'ha trattato due volte, in un quadro che si trova nel museo di Torino e in un affresco del palazzo Bragadino ad Asolo: Raffaello in un affresco nelle Logge vaticane: Claudio Lorrain in un quadro che si ammira nella galleria di Londra e che vien giudicato il capolavoro del gran pittore francese. Non possiamo tenere come appartenenti all'arte letteraria i libretti dei melodrammi del Gounod e del Goldmark che hanno scelto per protagonista la strana regina etiopica.
IlLibro dei Reracconta con lirico splendore la visita a Salomone di questa che S. Matteo chiama vagamenteRegina del mezzodì.
Attratta dalla fama della sapienza del re ebreo, la regina di Saba venne in Gerusalemmeper far prova di lui con enimmi…. e parlò con lui di tutto ciò ch'ella aveva nel cuore. E Salomone le dichiarò tutto quello ch'ella propose e non vi fu cosa alcuna occulta al re. La regina di Saba disse al re:Ciò che io avevo inteso nel mio paese dei fatti tuoi e della tua sapienza era ben la verità. Ma io non credeva quello che se ne diceva finchè non son venuta e che gli occhi miei non l'hanno veduto; ora, ecco, non me n'è stata rapportata la metà: tu sopravanzi in sapienza ed eccellenza la fama che io ne aveva intesa.E in ricambio dei preziosissimi regali da lei recategli,Salomone donò alla regina di Saba tutto ciò ch'ella ebbe a grado e che gli chiese, (lib. 1. cap. X). Giuseppe ebreo, meno riserbato del cronista biblico, racconta che la regina di Saba partì da Gerusalemme incinta di Salomone. Messo nome David al figlio che partorì, ella poi lo mandò dal padre in Gerusalemme perchè vi fosse istruito e unto re. I negus d'Abissinia pretendono di discendere in linea retta da questo figlio di Salomone.
Che n'ha fatto il De Castro della misteriosa figura della Regina diSaba?
Un simbolo. Pel De Castro, secondo il Pica,lo scopo precipuo della poesia moderna consiste nel presentare dei simboli eterni universali. Ed io aggiungo: Ben venga pure il simbolo in arte, a patto però ch'esso vi arrivi a traverso la vita; a patto, cioè, che le figure evocate dall'immaginazione del poeta siano, prima di tutto, creature vive e non ombre, o astrazioni filosofiche battezzate con un nome qualunque. Ben venga pure il simbolo, a patto però che gli accessorii non sopraffacciano il soggetto principale, che la frase, l'immagine, i vocaboli arcaici o distolti dal loro schietto significato non costituiscano insomma una retorica per lo meno altrettanto inetta e sciocca quanto l'altra che si vorrebbe scacciar via. Ben venga pure il simbolo, a patto però che scaturisca sincero dall'immaginazione del poeta, e non per artificio di ricette che ormai non conservano neppure l'attrattiva del segreto e possono, con maggiore o minore abilità, essere eseguite da qualunque farmacista dell'arte. Ben venga finalmente il simbolo, a patto però che mantenga le sue promesse, che sia essenza spirituale, cioè che ci apra spiragli più larghi e più luminosi da cui spingere lo sguardo negli abissi dello spirito umano, non giocherello,trompe-l'-oil, manichino vestito di broccato e posto in fondo a una stanza mezzo buia per far paura alla gente che vi entra inavvertitamente.
Io non so chi sia ilvaloroso critico francesecitato dal Pica che chiamandoun pur chef-d'-oeuvrequestaBelkissdel De Castro, non ha dato una bella prova d'intelligenza; e ammiro l'arguta riserbatezza con cui il Pica lo avverte di aver dimenticatouna spirituale legge, un po' crudele forse ma non del tutto ingiusta, secondo la quale, prima di chiamar capolavoro un'opera d'arte, bisogna lasciarche il tempo vi deponga su la sua lucida pàtina.
È giusto accordare al poeta la più ampia libertà nella concezione del suo lavoro. Ed io non oserei dir niente al poeta diBelkisspel capriccio che ha avuto di far della regina di Saba una nevrotica d'oggi, stavo per dire una morfinomane, se (sia arte, sia caso) la figura biblica, nella sua interminatezza, non fosse assai più attraente, più suggestiva, più moderna dellaBelkissportoghese. Attratta dalla fama della sapienza di Salomone, la regina biblica va a Gerusalemmea far prova di enimmicon lui, e non ha soltanto una morbosa curiosità di sensi, unbisogno dei bacidi Salomone e di nient'altro, come questa Belkiss che confida le sue notturnefrenesieal saggio Sofesamin, e che vuole quei baci unicamente perchè le pare che debba essereassai dolce vedersi inginocchiato ai piedi colui che ha il mondo intero inginocchiato intorno a sè.
Per imbastire una figurina isterica di questa natura, qualunque sartina poteva servire di pretesto e di modello; per dirci la volgarissima verità cherealizzare un desiderio significa ammazzarlo, qualunque intrichetto era sufficiente, com'è stato sufficiente a tanti romanzieri e novellieri, piccoli e grandi, che hanno cucinato quel concetto in tutte le salse. Perchè scomodare la regina di Saba e il savio Sofesamin e Hedad re di Edom e tanti altri personaggi con nomi più o meno strani, e far ripetere al gran Re sapiente la strofe delCantico dei canticiin una situazione da operetta? Perchè mettere, come cornice a un fattarellino di alcova, i palazzi di Axum con gl'intercolunni velati da grosse coltri di lino di Egitto ricamate in seta; e la vasta piazza degli obelischi con le scalee fiancheggiate da sfingi che conducono al palazzo reale; e la tetra foresta incantata su la gran rupe a picco del mar Rosso; e l'altra terrazza che domina il mare, lastricata di marmo verde, con in giro vasi pieni di gigli bianchi di Antiochia e di gigli rossi di Licia; e far la rivista di tutte le pietre preziose segnate nella storia Naturale di Plinio il giovane; e circondare di una tenebra di sette giorni il palazzo reale di Axum, se finalmente quel che più premeva, lo stato d'animo di Belkiss dopo di aver colto i sospirati baci di Salomone dovea ridursi a un brevissimo accenno?
—La decorazione è splendida!—Sia pure! Ma il simbolo non se ne giova affatto. Come non giova a render viva la figura di Sofesamin, descrivercelo con la barba d'argento che gli copre il petto, con la mitra in capo, da cui pendono, nascondendogli le orecchie e scendendogli fino alle ascelle, due strisce di stoffa dura e tesa, con sotto l'amiculumdi lana bianca uncalasirisdi lana azzurra, e alla cintola un sacchetto pieno di scapole di cinocefalo e di agnello coperte d'iscrizioni. Secondo le intenzioni del poeta, Sofesamin rappresenta la saggezza, l'esperienza della vita. Ma Belkiss ha ragione di non dar retta ai suoi consigli, perchè l'unica esperienza di cui si può, qualche volta, trar profitto è soltanto la propria.
Contro ogni intenzione del poeta, Sofesamin il savio, il quale ha in fondo agli occhi una luce che deveservire per allontanare gli altri dai pericoli in cui stanno per cascare, e che gli fa vedere chiare quelle cose che dovrebbero essere sempre scure, (luce che non dee far piacere a lui stesso, se quando ne ragiona gli sfugge la esclamazione;Oh! la povera anima mia!); contro ogni intenzione del poeta, questa severa figura diventa ridicola. Quando la regina è ospite di Salomone (gli ammonimenti di Sofesamin non han potuto impedire che la capricciosa e isterica Belkiss mettesse in atto il viaggio a Gerusalemme) egli vorrebbe impedire che Salomone penetri nelle camere di Belkiss; e fa la guardia davanti l'uscio della regina, ma non così oculatamente che ella non n'escascalza, coi capelli sciolti, tutta vestita di biancoe che non vada dal re, seguendo la traccia dei gigli sparsi sul pavimento, come il re le aveva indicato. Così mentre il Savio sta dietro l'uscio delle vaste camere di Belkiss a filosofare:—Poveri ciechi! Poveri sordi! Andate verso la felicità come una brigata di bambini che corrono incontro a un cane arrabbiato…!—Donde vengono lo nostre sofferenze? Dalla sazietà dei desiderii realizzati e dall'impossibilità di realizzare altri desiderii… Strangoliamo dunque i desiderii e vivremo quieti;—Belkiss assapora i tanto desiati baci di Salomone; e il savio si accorge, quando non ci è più rimedio, che la sua vigilanza, se non il suo presagio, è fallita. Infatti ecco Belkiss che esce dalle stanze di Salomone,guardando a terra con occhi smarritie mormorando:
—Oh! Oh! i gigli sono pieni di sangue!
Troppo rapida questa delusione, o poeta! Sarà così, forse, nel regno dei simboli, ma nella vita no davvero!
Il poeta,—dice il Pica—nelle grandiose scene del suo lavorosi è compiaciuto ad evocare, con squisita sapienza artistica tutte le pompe magnifiche delle feste popolari e delle cerimonie ieratiche, tutte le regali raffinatezze voluttuarie dell'antico Oriente e dell'antica Africa; ma il mio caro amico non chiami, per carità,straziante dramma psicologico, la infantile esteriorità a cui esse servono di contorno.
La vera potenza della fantasia poetica si manifesta nella creazione di persone vive che la storia poi registra nello stato civile dell'arte; e l'amico Pica sa meglio degli altri, che c'è voluto certamente maggior potenza d'immaginazione per mettere al mondo don Abbondio che non per profondere attorno ai fantasmi di Belkiss e di Sofesamin tutti i colori orientali ed africani.
Ciò non ostante molti saranno grati, come me, al geniale critico e all'operoso traduttore di questo lavoro; che non è poi cosa volgare, e che può servire di ammonimento non spregevole per gli infatuati di certe artificiali forme letterarie, rammentando loro che artifizio ed arte non saranno mai la stessa cosa. [Blank Page]
¹ Del D.r Ermete Rossi, Roma, Tipografia Laziale—1892.
Leggendo queste dugentotrenta pagine, sembra di fare un sogno pieno di stranezze e di orrori, o visitare lo spedale di qualche fantastico Charcot millenario. Pallide figure dagli occhi sbarrati, dalle membra convulse, ci si agitano d'attorno in crisi nervose, in estasi, in contorsioni, con grida alte o soffocate scoppianti da bocche riarse, fra laceramenti delle proprie carni, mutilazioni e macerazioni, durante una rapida rincorsa di quasi due secoli verso meta ignota e misteriosa.
E questo spettacolo triste e commovente ci lascia incerti se mai abbiano ragione le vergini pazze d'amore divino, gli anacoreti torturati da invasamenti di castità e di peccato, le piagate di stimmate, i visionari del regno celeste che lo assaporano quaggiù, avanti di salire a goderselo, come credono, eternamente lassù; o pure noi che, sognando un equilibrio di sensi e d'intelletto, operoso e fecondo, siamo riusciti soltanto a convulsioni d'identica natura e che non forniscono meno pazzi al vero Charcot e ai suoi scolari.
Tra i delittuosi consigli di certa turpe scienza che insinua precetti e cautele per prevenire o impedire la generazione; tra le teoriche degli economisti che guardano con occhio spaventato l'aumento delle popolazioni; tra le statistiche delle nascite illegali e quelle che segnano la minacciosa sproporzione tra i nati e i morti di una nazione riputata di stare a capo della civiltà; tra l'immenso stuolo di creature femminili condannate, dal lavoro e dalle condizioni sociali, a verginità forzata, o a nozze vaghe, o a mostruose promiscuità a cui un'antica poetessa ha lasciato in eredità il proprio nome; tra il grido uscito recentemente dal cuore malato di un gran romanziere russo contro l'amore e la generazione, e quell'altro grido del cristianesimo primitivo che esalta la verginità come cima di perfezione, e il consiglio dell'Apostolo ai Corinti:—Se non avete moglie, non la pigliate!—a cui facevano eco Santa Domitilla e tante altre vergini, ripetendo:—Cristo il nostro Re fu vergine e di vergine nacque. La verginità ci fa simili al maestro!—tra questa discordia di mezzi e questa concordia d'intenti, insomma chi ha ragione?
Si rimane incerti, angosciati; e dando un'occhiata ai terribili libri dello Charcot e del Richer, e un'altra a questo volumettino che ci porge raccolta la quintessenza delle psicopatie cristiane, siamo spinti a dubitare se mai il mondo non sia un arruffato viluppo di istinti animali e d'ideali purissimi soltanto buoni a sconvolgere da cima a fondo l'organismo fisico e intellettuale, e se mai la pazzia, o, come oggi dicono, la nevrosi universale, non debba un giorno o l'altro costituire lo stato ordinario dell'uomo.
L'autore dellaPsicopatia cristianaha preso un partito.
Con sobrietà che potrebbe quasi dirsi aridezza espone rapidamente il suo concetto, e poi va innanzi a furia di fatti. Vuole che i fatti parlino loro, conchiudano loro; e per questo non si è risparmiato fatica, avendo voluto attingerli alle fonti. Non gl'importa che essi siano presentati dalla leggenda o dalla cronaca; il loro significato per lui è lo stesso.
E così vediamo sfilarci dinanzi la lunga processione.
Prima le vergini che vogliono a tutti i costi mantenere intatto il loro fiore delicato a Gesù: Caterina Godinez che fa ogni sforzo per imbruttirsi; Smeralda da Catania che si deforma il viso; una delle figliuole di Berengario che scaccia i fidanzati con puzzo artificiale; Ulfia che si finge pazza; Oda che si taglia le narici; Eufemia che si recide naso e labbra. E poi i vergini: Mandato che ottiene da Dio il dono d'un morbo schifoso; S. Tenenano che ottiene la grazia di diventare deforme e lebbroso; e cito a caso.
Non tutti intanto possono sfuggire il legame del matrimonio; uomini e donne però, se hanno fatto voto di verginità, riescono a mantenerlo con persuasioni, con artifizi, con l'aiuto dei miracoli. A Sant'Abram una ispirazione divina; a Giuliano una fragranza portentosa; a Magna un'infermità simulata; a Cunegonda, moglie di Boleslao di Polonia, l'apparizione di S. Giovanni Battista; a Santa Osita, sposa di Sigero re dei Sassoni Orientali, l'opportuna comparsa d'un cervo nel più vivo momento del pericolo e poi la chiesta monacazione nell'assenza del marito; a Lucia da Narni infine, un angelo dalla faccia splendente che atterrisce il marito risoluto a trionfare della resistenza di lei, permisero di conservare intatto il loro prezioso tesoro. Ed ecco nella leggenda la glorificazione del resultato: odori paradisiaci che si svolgono dai corpi verginali morti o viventi; luminose aureole che circondano il capo; fiori che sbocciano dalla bocca dei cadaveri: prove del fuoco che confermano o rivelano la verginità oltraggiata da calunnie; vesti dei calunniatori che prendono spontaneamente fiamma; forza supernaturale di resistenza; come quella di Lucia, la quale, condannata dal giudice a un lupanare, diventò a un tratto così pesante che "pur adoperandovisi con gran fatica e sudore parecchi uomini, non poterono trarla" a quel luogo.
Questi sono piuttosto i prodomi della psicopatia cristiana, il punto di partenza.
Il senso è male, è peccato; la bellezza è l'espressione e la causa incitante. Contro la donna gran tentatrice S. Antonino avventa il suo noto alfabeta:
Avidum Animal,Bestiale Baratrum,Concupiscentia Carnis etc.
Ed ecco occhi che, non s'attentando più di guardare in viso a una donna, fosse pure madre, sorella o parente, rimangono continuamente abbassati come quelli di fra Giorgio della Calzata, del padre Antonio Grassi, del P. Bernardo da Offida; o chiusi, come quelli del beato Sebastiano Valfrè.
"S. Ludovico, vescovo di Tolosa, visitato dalla sorella, serbò lo sguardo sempre volto altrove che su lei. Pregandolo ella che la guardasse in viso, rispose che la sua domanda era una pazzia. Fra Ruggiero non mirava mai in faccia nemmeno sua madre, ch'era vecchissima; l'abate Paolo schivava di vedere non solo le donne, ma anche le loro vesti; Francesco Stanno non si lasciava neppur vedere dalle donne" (pag. 34);
Tenere gli occhi bassi o chiusi però non basta; bisogna meglio premunirsi contro le tentazioni. E Giovanni di Palafox tiene una croce di punte ferrate su la nuda carne; e fra Giovan Battista di San Pietro, andando a confessare le monache di S. Caterina in Siena, porta seco uno sgabello irto di chiodi per sedervisi sopra tutto il tempo che confessa.
I cinque sensi sono altrettante porte spalancate alle tentazioni.
Quello della vista innanzi tutti. Pietro di Chiaravalle, perduto un occhio, dice d'essere stato liberato da un nemico. I casti per ciò non solamente non guardano le carni altrui, ma neppure le proprie. Il beato Labre lascia che innumerevoli insetti lo tormentino giorno e notte, e tiene coperte le mani o ripiegate sotto le braccia; Daria, ottenuta la vista da S. Brigida, prega di tornar cieca per salvazione dell'anima; S. Aniamo prende alla lettera il precetto evangelico:—Se il tuo occhio destro ti scandalizza, cavalo e gettalo via.—
L'orrore della vista delle carni prende maggiori forme morbose: Bartolomeo Tanasi, inetto a spogliarsi e a vestirsi da sè, si fa servire da due ciechi: Fra Michele dei Santi preferisce non mostrare al medico un doloroso tumore sotto l'ascella; fin il cadavere del B. Antonio Zaccaria ritira le gambe quando una mano indiscreta alza il lembo della tunica che ne copre i piedi.
A difesa del senso del tatto, S. Alfonso dei Liguori non imprime mai lo schiaffo di rito nella cresima; S. Chiara di Montefalco non stende la mano neppure per l'elemosina; Suor Maria Crocifissa della Concezione tira a sè con un legno, o con altro arnese, qualunque cosa prima toccata da un uomo; Suor Maria Rosa Giannini non siede su la seggiola dove era stato seduto il fratello; si scuote e freme il cadavere di S.^a Walburga al tocco d'una mano maschile.
Spesso la parola vana o dolce sonante insinua il peccato. E in conseguenza Suor Paola Maria di Gesù non pronunzia mai la parola "matrimonio"; Suor Maria Sabellico non può sentir parlare di fidanzamenti, di nozze, di mondane vanità.
Col cibo—carne, vino, frutta—si fomenta quelseminarium libidinische è il ventre: e così l'abbate Giovanni si rassegna a morire per l'astinenza da ogni bevanda; S. Pietro d'Alcantara mangia pane muffito, erbe mal cotte e sparse di cenere o d'assenzio; Santa Caterina di Siena non beve acqua e mangia erbe crude soltanto; e i santi Giosafat Kuncewicz, Pantino e Paolo della Croce fanno di più, si estenuano con venti, trenta e anche trentatrè giorni di digiuno. A Batteo eremita, dai troppi digiuni, s'inverminiscono i denti.
Da questo all'abborrimento del sonno e della pulizia corporale c'è un breve passo. S. Rosa da Lima batte la testa alle pareti, si sospende a una croce per le mani o a un chiodo del muro pei capelli, pur di non dormire; la beata Coletta dorme sopra sarmenti di viti, cingendosi i fianchi con una corda irta di nodi; il padre Giuseppe Anchieta posa il capo sopra un fascio di spine e non ha altro letto che la nuda terra.
Se il sonno è una mollezza, la pulizia corporale è peggio; la lista dei santi e delle sante che hanno in odio l'acqua non è corta. Il beato Enrico Susone non si lavò mani nè piedi per venticinque anni; S. Abram eremita non si lavò mai la faccia in vita sua.
La bellezza corporale vien detta amica del diavolo. S. BernardoCalvonio, sentitosi lodare i denti, se li spezza con un sasso; Rosa daLima tuffa nella calce viva le mani bianche e fine; S.^a Lucia laCasta, saputo che i suoi occhi avevano ispirato una gran passione a ungentiluomo, se li cava e li spedisce in dono all'innamorato.
Il canto, la danza, i mondani divertimenti sono stimati altrettanti mezzi di perdizione; la donna che canta è chiamata da S. Cripiano:basiliscum sibilantem.
E c'è chi fugge nei deserti, affrontando fame e sete. Ma se è facile fuggire dal mondo, non è egualmente facile fuggire da se stesso. L'organismo conculcato si ribella e tenta di vendicarsi. Le immagini, le visioni più oscene assediano i penitenti nella veglia e nel sonno. A San Martino appaiono Venere e Minerva; Sant'Ilarione e Sant'Antonio Abate hanno visioni di bellissime donne impudiche; San Celestino sente continuamente il contatto di due femine nude; Suor Maria Crocifissa della Concezione ode sconci discorsi che tentano di lusingarla; Suor Agnese di Gesù, per lo sforzo di resistere alle sudice fantasie che l'assediano, casca in convulsioni, Francesca Vacchini ha visioni di orgie carnevalesche; e la Beata Colomba da Rieti, S.^a Rosalia, suor Bartolommea Martini, S.^a Giustina allucinazioni di uomini nudi, procaci, invitanti a lotte peccaminose.
Contro tali assalti sono appena sufficienti le penitenze più dure. S. Girolamo, nel deserto, per scacciare le rinascenti fiamme degli impuri desiderî, si percuote il petto con un sasso; Ildeberga, denudata il ventre e i ginocchi, in pieno inverno, si tiene aderente al pavimento; S. Veronica Giuliani porta gravi pesi, si trascina su le ginocchia notti intere; suor Maria Rosa Giannini si batte con funi, si cinge le reni, le braccia, le cosce e le gambe con catenelle di ferro munite di punte, e prega con le mani sotto le ginocchia; S. Bernardo si butta in uno stagno gelato e vi rimane quasi esanime; S.^a Geltrude d'Eisleben si getta anch'essa in uno stagno, una notte invernale, e sta per affogarvi; S. Francesco di Assisi si rotola e sommerge fra la neve; S. Benedetto si caccia nudo in mezzo a una siepe di ortiche e di rovi; suor Maria Maddalena dei Pazzi si cinge una cintura fitta di chiodi acutissimi; Santa Oliva si configge punte di ferro nelle mammelle; il beato Giovanni Grande si stende sopra un letto di carboni ardenti e si abbrustolisce le carni. Occorre che in aiuto dei periglianti sovvenga l'aiuto divino; e San Tommaso d'Aquino, Caterina da Raconigi, suor Maria Villani di Napoli ricevono una cintura sovrannaturale; cintura che gli angioli stringono troppo forte alla beata Stefana Quinzani, da farla stare tra morte e vita per lo spasimo, durante parecchi giorni.
Vinta la lotta della carne, l'amore per Gesù e per Maria assume forme quasi sensuali e morbose. Gli uomini diventano i cavalieri di Maria, gli spasimanti della bella Signora. Il beato Enrico Susone si sente quasi saltare il cuore fuori dal petto al solo pronunziare quel dolce nome; il beato Giuseppe da Copertino, appena ne vede le immagini, esce dai sensi, si solleva da terra fino all'altezza del quadro da cui è stato rapito in estasi; il vescovo Marsilio sente in bocca un sapore più dolce del miele pronunziando quel santo nome; San Francesco di Solanes, quasi impazzito, suona e canta le serenate alla diletta Signora; Francesco Binanzio, Battista Archinto e Agostino d'Espinosa si tatuano quel nome su le carni.
Per S. Bernardino da Siena, fra Nicola Molinari, Sant'Edmondo, S.Stefano eremita, Maria diventa l'innamorata, la sposa; e spesso losponsalizio è realmente effettuato, come col beato Ermanno e col beatoAlano da Rupe.
Le donne invece ardono di amore per Gesù, sposano lui, con lui si dilettano in quella che Riccardo da S. Lorenzo chiama con ingenua efficacia:copula spirituale.
Suor Maria Crocifissa Sabellico improvvisa per lui canzonette di amore. Verseggia Suor Maria Rosa Giannini:
O bello Dio d'amore,sta co me ogn'ora.Brucia questo coreDel tuo divino amore
. . . . . . . .
O caro mio Gesù….Del tuo amore io ardo e moro,Torna, torna o mio tesoro.
. . . . . . . .
Io son tua e tu sei mio…
E la concitazione e il fervore si traducono in eccessi molti somiglianti a quelli dell'erotismo sensuale. Margherita figlia di Massimiliano II imperatore, si ferisce il seno e scrive col suo sangue giurata promessa di fedeltà a Gesù; Santa Veronica Giuliani, s'imprime un suggello infocato nel petto; Suor Paola Maria di Gesù inghiotte pezzettini di carta su cui scrive il divino amato nome e se lo incide anche lei con ferri roventi sulle carni in direzione del cuore; Suor Maria Prevostiere s'incide con un rasoio l'anagramma di Gesù sul petto e con suggello rovente su le braccia.
Il celeste amante è largo di favori alle sue dilette. Si mostra a Suor Angelica dello Spirito Santo e si fa accarezzare i biondi capelli; si lascia tenere tra le braccia da Suor Caterina di Bologna; a Suor Ida da Nivella parla in latino, dicendo:Ida, cor meum et anima mea;si arrampica, in minuscole proporzioni di corpo, su la conocchia di Suor Rosa da Lima, le fa mille scherzi e passeggia con lei presa per mano; va a coricarsi a fianco di Suor Anna di tutti i Santi; fa madrigali con Suor Geltrude da Eisleben. Ella dice:
—Diletto mio, è bene lo stare unita con te solo.
E Gesù, chinandosi verso di lei e abbracciandola:
—E a me è sempre soave cosa lo stare unito con te, mia diletta.
E lei:
—Io, vile femminella, ti saluto, Signor mio amatissimo.
E lui:
—Ed io ti rendo il saluto, amorosissima mia.
E un'altra volta la bacia su la bocca e sul petto.
Suor Maria Maddalena dei Pazzi è chiamata da Gesù: Colomba mia, bella mia, sposa mia!—Suor Maria Villani passa intere giornate discorrendo e baciandosi e abbracciandosi con Gesù. A Suor Anna di S. Bartolomeo Gesù si presenta com'era in vita, anzi le va dietro pian piano, l'ascolta e le mette una mano sul cuore, lasciandovi la sensazione d'una profonda ferita. Il Crocifisso fa cenno di accostarsi a Suor Veronica Giuliani e l'abbraccia.
Va anche oltre. Alla beata Caterina da Leazi mette in dito un anello d'oro ornato di pietre preziose; uguale anello sponsalizio vien dato a Santa Caterina da Siena, alla beata Osanna da Mantova, a Suor Angelica della Pace, alla beata Stefana Quinzani, a Santa Caterina dei Ricci, a Santa Veronica Giuliani, a tant'altre.
E allora gli spasimi d'amore sono così forti che le dilette non veggono l'ora di morire. Caterina di Cano e Sandoval esclama:
—Ah, Signore! Quando mi sarà permesso di godere i vostri dolci abbracciamenti? Com'è lungo questo pellegrinaggio! Com'è noioso questo soggiorno!
Ho appena spigolato nel vasto campo dove ha mietuto a larga mano l'autore dellaPsicopatia Cristiana.
E arrivato alla fine torno a domandare:
Chi ha ragione? Costoro che si ammalano di nevrosi divina, o noi che ci ammaliamo di nevrosi quasi bestiale?
L'autore si è contentato di conchiudere:
"L'ascetismo che nega violentemente le funzioni essenziali dell'organismo umano, e dà preoccupazione e terrore continui di peccato, mantiene il sistema nervoso in uno stato d'irritazione e sensibilità repulsiva, e finisce a produrre fenomeni di pervertimento sensuale… Il principio antisessuale cristiano è nelle sue conseguenze immorale, come ogni principio antibiologico."
È troppo e assai poco per un soggetto così complicato; nè io mi sento da tanto da supplire alla deficienza di un apprezzamento che mi sembra monco e affrettato.
Per conto mio dico soltanto questo: Tra le nevrosi che leggiamo lungamente descritte nelle opere dello Charcot e negli studi clinici del Richer, e le nevrosi con tanto studio ricercate dal dottor Rossi nelle vite dei santi, le mie preferenze non possono esser dubbie; stanno per queste ultime. Gli estratti delle opere mistiche di Santa Teresa, che il dottor Rossi ha messo nell'ultimo capitolo del suo studio, dimostrano con evidenza che la nevrosi religiosa e la nevrosi ordinaria non hanno per lo meno lo stesso contenuto. Bisognava, io opino, studiarle da questo lato prima di giungere alla conchiusione non esattamente scientifica che vorrebbe essere il resultato delle dugentotrenta pagine.
Forse sarebbe meglio che nessun elemento, nè terrestre nè divino, venisse a turbare e a sconvolgere l'armonia dell'umano organismo; ma se qualcosa deve pur troppo romperla, mi pare desiderabile che il gran perturbatore sia il Divino.
Chi legge il recentissimo libro del dottor Salomone-Marino intorno ai costumi e alle usanze dei contadini di Sicilia ¹ rimane un po' deluso. Il titolo inganna. Questo lavoro del valente folklorista, che prosegue col Vigo, col Pitrè, col Guastella e parecchi altri la vasta inchiesta intorno alle tradizioni popolari siciliane, avrebbe dovuto piuttosto intitolarsi:I contadini siciliani di tempo fa. È vero che l'autore nel preambolo avverte coscienziosamente il lettore: "Io parlo dei contadini del vecchio stampo, dei quali la generazione già declina e fra pochi anni sarà invano cercata"; è vero che egli spiega la ragione di questa decadenza dicendo: "che la indispensabile coscrizione restituisce oggi alle famiglie i giovani contadini più svelti, più saputi, più civili, ma insieme con un fardello di ambiziose e indigeste e corrotte idee, che daranno loro un altro tipo, non saprei ancora dir quale, ma lontano certo dal tradizionale dell'isola nativa, e forse men buono"; ma la impressione della lettura fa dimenticare questa precauzione. Si direbbe che il libro sia oggi compilato sopra appunti presi molti anni addietro, e che la visione del vecchio tipo di contadini si sia ridestata così viva nella immaginazione dell'autore da fargli dimenticare il mutamento avvenuto, non ostante che egli riconosca, di quando in quando, che il presente è molto diverso, e che tra il contadino siciliano di ieri e quello di oggi la differenza sia enorme.
¹ Palermo, Remo Sandron, editore, 1897.
Un altro difetto che potrà soltanto essere notato da lettori siciliani, è il non aver tenuto conto di certe differenze tra contadini delle diverse provincie siciliane. L'autore ha cercato di delineare, com'egli dice, un tipo, e, nato e cresciuto nella provincia di Palermo e avendo in quella più particolarmente raccolto il materiale pel suo libro, ha delineato un tipo che ha le spiccate caratteristiche del contadino di colà, cioè di una provincia dove l'influenza fenicia e arabo-normanna ha lasciato più durevoli impronte.
Con questo non intendo dire che manchino affatto notizie e raffronti con usi e costumi contadineschi di altre provincie siciliane; mi permetto soltanto di osservare che non mi paiono sufficienti.
Poi, in un libro di questo genere, io credo che bisognava mettere soltanto in rilievo i tratti più salienti del contadino siciliano, quelli, cioè, che lo differenziano assolutamente dagli altri contadini delle diverse terre italiane e anche dal resto dei contadini europei e di tutto il mondo.
Ricordo a questo proposito un'impressione di anni fa. Leggevo laTerradello Zola. Non so perchè, mi ero immaginato di dover scoprire regioni ignote inoltrandomi sempre più in quella lettura: caratteri, sentimenti, passioni, vizi, virtù propri unicamente del contadino francese. Invece, con mia grande meraviglia, mi vedevo sfilare sotto gli occhi personaggi ai quali dovevo appena mutare i nomi perchè diventassero a un tratto siciliani. Parecchi di quei personaggi li avevo conosciuti nella vita reale; quella specie di scemo, per esempio, che convive incestuosamente con la sorella; e quelGesù-Cristoche parve, al suo apparire, un epico ingrandimento di certe creature specialmente care alla ridanciana fantasia di Armando Silvestre. Se non ricordo male, c'era fino un incredibile riscontro nel nomignolo; quel mio compaesano si chiama'U Signuruzzu, cioè: Il Signore, che significa appunto: Gesù Cristo! Un giudice supplente gli aveva dato torto in una lite, ed egli non aveva saputo perdonarglielo. Perciò, tutte le volte che poteva, stava ad attenderlo nellaPiazza, e vedendolo passare, si cavava il berretto e lo salutava, accompagnando subito il saluto con uno di quei rumori che hanno fatto la fortuna delGesù-Cristozoliano e di tanti allegri personaggi di Armando Silvestre. Il giudice supplente, uomo permaloso, diventava giallo dalla bile; ma la dignità non gli permetteva di mostrare che si fosse accorto della rimbombante vendetta dello screanzato; il quale gli andava dietro un buon tratto ripetendo le sue salve fra le risate della gente, che si divertiva moltissimo a spese del giudice supplente. La cosa durò parecchi mesi: ed io non so se nella vita intima ilSignuruzzusi abbandonasse alla gaiezza del suo quasi omonimo francese.
Così e l'avidità, e il poco scrupolo, e certa brutalità di modi, e certe scurrilità di linguaggio, e certi proverbiali principii di condotta nelle relazioni di famiglia e con gli estranei, che io avevo l'illusione di credere speciali del contadino siciliano, tutto, tutto trovavo riprodotto nellaTerra, con quella gran maestria che potè far sembrare eccessivamente nera la pittura della vita campagnuola francese.
Nel tipo del contadino siciliano, quale risulta evidentissimo dalla monografia del Salomone-Marino, c'è una caratteristica di religiosa bontà che gli mette attorno al capo un'aureola patriarcale e lo distingue e gli assegna un posto a parte. Ma per intenderlo bisogna immaginarselo vestito assai diversamente da quello di oggi.
Io ne ho un ricordo dentro gli occhi, visione della fanciullezza rimasta indimenticabile.
Alto, magro, raso; con brache a mezza gamba, calze di cotone candidissime e scarpe di vitello bianco imbullettate; giacchetta, o spènser, di panno azzurro cupo, e corpetto (di grossa tela di lino tessuta in casa) con pistagnetta ritta abbottonato, quasi fin sotto il collo da una gran filza di bottoni di madreperla; col lungo berretto di cotone bianco, a maglia, dalla nappa cascante su le spalle, quel vecchio contadino era una figura imponente. Gli si leggeva su la faccia la serenità dell'animo, la forza, il rispetto di sè stesso, l'ossequio agli altri, l'autorità e la bontà insieme. Egli parlava lentamente, sentenziosamente. Di sua moglie diceva sempre: lamia compagna, lamia cristiana, o con più sobrietà ed efficacia:Idda, cioè,lei. Dei figliuoli, uno dei quali già sposo e padre, diceva sempre: icarusi, i bambini tradurrebbe un toscano. E per tali doveva tenerli, se tutti gli obbedivano quasi tremanti.
Ricordo che un giorno egli mi aveva condotto per mano a casa sua; doveva regalarmi non so quale nidiata di uccellini. Non ho potuto più dimenticare l'impressione di terrore prodotta su la moglie e le figlie dal suo inaspettato ritorno. Una di loro era andata a ballare da una vicina, senza il permesso del capo di famiglia; e la madre e le sorelle non sapevano come farla avvertire di rientrare subito in casa prima che il vecchio se ne accorgesse. Sventuratamente egli se ne accorse proprio per colpa della nidiata di uccellini affidata alle cure dell'assente. Quella fisonomia piena di bontà si trasfigurò tutt'a un tratto; gli occhi schizzarono fiamme; le mani si levarono a percuotere primalei, la mamma, poi le figlie complici, e in ultimo la colpevole, ragazza di quindici anni, che dovette domandar perdono ginocchioni. Il padre si era investito lì per lì delle sue funzioni di giudice e di esecutore di giustizia. Per lui il gran delitto della ragazza non consisteva nell'essere andata a ballare, ma nell'esservi andata di nascosto, quasi burlandosi dell'autorità paterna col consentimento della madre, soggetta anche lei, quanto gli altri, all'autorità delpater familias, bisogna proprio dirlo alla romana. Appunto per questo, il giorno delle nozze, appena introdotta la sposa nella casa maritale, in presenza dei parenti e degli invitati, appunto per questo egli le aveva dato uno schiaffo, simbolo del suo assoluto dominio, a fine d'imprimerle bene in mente, in quel solennissimo istante, che egli era colà il solo e legittimo padrone, e che alla sua autorità bisognava sempre e in ogni occasione inchinarsi.
* * *
Nel libro del Salomone-Marino questo tipo del vecchio contadino siciliano è messo in piena luce con amore e con imparzialità. Egli lo prende, si può dire, dalla culla e lo accompagna alla sepoltura, facendolo passare per tutte le vicende della sua travagliata esistenza. Bisogna leggere il volume da cima a fondo per convincersi qual tesoro di fatti abbia accumulato il valente folklorista siciliano, che porta in questo genere di studi la pacata e diligente accuratezza scientifica a cui la sua professione di clinico lo ha abituato. Egli, evidentemente, non ha voluto fare una scelta, non ha voluto perdersi in confronti, e lo dichiara fin dal preambolo: ha stimato, e a ragione, "carità di patria e dovere di storico il raccogliere e conservare le ultime immagini di un popolo che fino a ieri ebbe una spiccata individualità, della quale ha fatto ora spontaneo sacrificio rientrando nell'unità della gran famiglia italiana."
C'è in queste parole un profondo accento di tristezza che proviene dalla vista del radicale mutamento avvenuto nel contadino siciliano in questi ultimi anni. È un'impressione non giusta, ma inevitabile. Tre anni addietro ne fui vinto anche io, ritornato in Sicilia, dopo un lungo periodo di assenza, da cui mi venivano resi più evidenti i contrasti tra il presente e il passato¹. Ma un appunto da me fatto al suo lavoro saprà, credo, rassicurare l'autore intorno all'avvenire del contadino siciliano. Ho notato la mancanza, o meglio la scarsezza di confronti e riscontri fra gli usi e costumi di parecchie provincie siciliane, specie delle meridionali, con quelli della provincia di Palermo e delle provincie limitrofe; e avrei dovuto notare la tendenza dello scrittore a generalizzare riguardo a certi usi e costumi.
¹ Vedi la mia conferenza:La Sicilia nei canti popolari e nella novellistica contemporanea. Bologna, Zanichelli, 1894.
Con questa osservazione, più che notare un difetto, intendevo far risultare un fatto: la persistenza di certe caratteristiche di razza nelle diverse provincie, persistenza che dimostra la tenacità di un elemento originario, primitivo, ancora attivo, che assorbisce le più o meno passeggere influenze, le trasforma, se le adatta, rimanendo, in fondo in fondo, sempre lui.
Ora io credo che quest'elemento primitivo, speciale della razza, salverà nella prossima trasformazione il contadino siciliano, come farà per le altre classi dell'isola, come ha quasi fatto per alcune di esse che sono già entrate, lievito di attività, nell'organismo della nazione.
Probabilmente il dottor Salomone-Marino lo ha intravveduto prima di me.
"Non ostante il socialismo, il comunismo, l'anarchismo che gli hanno importato in casa, il contadino siciliano è rimasto—tolgo in prestito queste parole dallaconclusionedel libro—lavoratore attivo e diligente. Parco nei cibi, paziente, rassegnato, onesto e religioso in maniera sua speciale, aspira soltanto a vivere con meno disagio, possibilmente con agio, ma senza uscire dalla classe nella quale è nato.
"Diffidente, astuto, furbo, egoista, vendicativo, in grazia della sua docilità e malgrado la sua proverbiale testardaggine (proverbiale pei contadini di ogni paese, aggiungo io) egli si lascia facilmente persuadere e convincere, se preso pel suo verso, con dolcezza e benevolenza; reagisce con violenza e cieca ferocia, se gli si fanno angherie, se qualcuno abusa della sua buona fede e della sua ignoranza (pag. 355)."
L'aver contribuito a mettere in piena luce la vera fisonomia del contadino siciliano, qual'era pochi anni fa, non è intanto la minore delle opere meritorie del dottor Salomone-Marino, che deve rubare alla scienza medica e all'insegnamento universitario il tempo da consacrare agli studi prediletti della sua giovinezza.
Ora io vorrei che parecchi studiosi delle diverse provincie siciliane prendessero in mano, come autorevole testo, il libro di lui, e lo arricchissero di aggiunte, di riscontri, di confronti, di note.
Leggendo, e col semplice aiuto del lontano ricordo, io ho potuto notare parecchi usi e costumi viventi ancora in una provincia, e morti, o non mai esistiti in un'altra. Ne citerò uno soltanto, caratteristico assai.
Tra i proventi del frantoio di ulive (trappitu), il Salomone-Marino segna al N. 5 l'ogghiu di lu lamperi, cioè l'olio che deve servire per accendere le lampade durante il lavoro serale e notturno. Ebbene in Mineo (provincia di Catania) il volgareogghiu di lamperi, messo sotto la protezione di un santo che la chiesa cattolica certamente ignora, vien chiamato:San Focale.
Può darsi che questo nome ricordi qualche antichissimo nume siculo, o sicano, o greco, a cui veniva offerta la primizia dell'olio da ardere. È certo però che questa trasformazione dell'olio per le lampadeinSan Focaleè una delicata sfumatura che distingue una popolazione di razza greco-sicula da quella di razza fenicia e arabo-normanna.
Due artisti diversi, scultore il primo, incisore in legno il secondo, e tutti e due poderosi e modesti, e per ciò quasi ignorati.
Ignorati, intendo, dal gran pubblico, di quello che dà la fama, la gloria e il resto; giacchè gli artisti, gli amatori d'arte conoscono benissimo il valore di Michele La Spina e ne ammirano da molto tempo le opere; e i pochi che hanno potuto osservare i lavori xilografici del giovane Orlando, lo hanno già in grande stima e gli prognosticano—facile prognostico—un lieto avvenire.
L'uno è all'apogeo della sua forza, l'altro comincia ora la sua carriera. Sono lieto di farmi guida dei lettori nello studio dell'uno e nelle sale dell'Associazione della Stampa dove si trovano attualmente esposte parecchie incisioni dell'altro.
Al numero 113 di Via Margutta: stanzone a pianterreno, ingombro di bozzetti e di busti in gesso, di bozzetti e di busti in plastichina, di qualche bronzo, parte rizzati su rozzi cavalletti, parte posati su casse d'imballaggio, tra tavole, legni, arnesi di scalpellini, seghe, compassi addossati al muro o infissi a un chiodo; pareti nude, tinte di colore di feccia di vino, qua e là scorticate e sgorbiate; tettoia a vetri in mezzo; grande imposta vetrata a ponente, dietro la quale si affacciano le verdi cime di un albero e i festoni di una pianta rampichina con le foglioline di smeraldo trasparenti al sole; a destra dell'entrata—a cui fa da paravento, in modo assai primitivo, una falda di tela grezza—una stanzetta che sembra bottega di falegname; casse, tavole, legni, forme e oggetti di ogni sorta accatastati alla rinfusa, lasciano libero appena il passaggio alla scaletta di legno del mezzanino, dove l'artista si cambia il vestito prima di mettersi a lavorare: ecco lo studio di Michele La Spina.
Entrato, il visitatore non si raccapezza, non sa dove fermare l'occhio. Lo attrae subito la gigantesca testa delGaribaldi, attorno alla quale lo scultore spende, sempre incontentabile, i momenti che i lavori in corso gli lasciano liberi. Ma ecco, lì accanto, unFaunettodi piccole dimensioni che sembra un bronzo antico, uscito assai maltrattato dallo scavo. Non è un bronzo, ma un abbozzo in plastichina, abbandonato da un pezzo; la mano sinistra gli è cascata; sul braccio destro serpeggia uno spacco; la polvere ha sparso su tutta la figura la strana pàtina che gli dà l'aria di cosa antica. Intanto il visitatore, con la coda dell'occhio, ha intravisto più in qua un busto caratteristico e lascia ilFaunettoper esso. Quella testa con la faccia rugosa, coi baffi ispidi, appuntati, col collo lungo, secco, circondato da ampio goletto, gli dà una sensazione irritante, che vien subito cancellata dal vicino mezzo busto di donna matura. Le linee dolci e benigne, dalle quali trasparisce un gran carattere di fermezza e di semplicità, fanno restare pensoso il visitatore ora davanti il gesso, ora davanti il bronzo, che lo riproduce con qualche variante negli accessorii. Scosso da così opposte impressioni, il visitatore vorrebbe tornare a osservare la colossale testa delGaribaldi; ma a un tratto gli viene quasi incontro,—altero, col possente naso aquilino dalle narici dilatate, con le labbra screpolate e atteggiate a un'amara espressione intellettuale, che si rivela anche nello sguardo e nella fronte circondata da capelli ricciuti e cadenti in zazzera dietro il collo—gli viene quasi incontro un busto in plastichina, più grande del vero. L'abito talare, della foggia del secolo passato, fa riconoscere in lui l'abate Nicolò Spedalieri. Infatti dietro di esso si scorgono i modelli in gesso della statua intera e del monumento col piedistallo e con la base, che ebbero insieme col busto, nel concorso bandito un anno fa, i suffragi unanimi del pubblico, se non quelli (e si vedrà un giorno con quanta giustizia) dei giudici del concorso. La espressione di quella testa, che pare abbia su le labbra semiaperte la parola già scoccante, costringe il visitatore a volgere attorno lo sguardo; ed egli si sente rinfrancare dall'ilare sensualità di quel vecchioSatiroche si protende in avanti, con le orecchie ritte e la barbetta e i bargigli caprini e un che di malizioso e di bestiale negli occhi lustri e nelle labbra carnose che gli fendono le gote.
Allora il visitatore sente più vivo il bisogno di raccapezzarsi, e si ferma e si raccoglie, prima di ricominciare a osservare partitamente, posatamente; ha già capito che non si trova in uno dei soliti studi di scultura commerciale. E per riposarsi, osserva l'artista che gli sta vicino, zitto, intento a spiargli, con ingenuità sorridente, le impressioni su la faccia. Bruno, magro, coi capelli e la barba brizzolati, con la fronte solcata da rughe, gli occhi neri e penetranti e una nervosa vivacità nei movimenti e nei gesti, Michele La Spina rivela nella persona le supreme qualità della sua scultura. Si capisce come quegli occhi così acuti debbano scrutare il modello nelle più intime fibre e strappargli il segreto d'un carattere, d'una passione dominante; si capisce come quella mano vigorosa, con le vene e i muscoli aggrovigliati a fior di pelle, possa violentare la creta e darle tal forma da simulare e, stavo per dire, da superare la stessa vita. E avrei detto benissimo; perchè l'arte fissa quel che nella natura è fuggitivo: l'espressione più evidente e più importante di un carattere, sorpresa a traverso le accidentalità e le ipocrisie sociali; arresta una mossa della testa e dello sguardo, un'increspatura delle labbra, una ruga della fronte, che poco dopo si muta e si cancella per riapparire di quando in quando, riapparire e sparire.
Così la persona dell'artista, per rara eccezione, illumina e chiarisce, illustra come si direbbe oggi, le opere di lui. Così il visitatore si spiega la straordinaria diversità di fattura che differenzia un busto dall'altro, una figura dall'altra. Chi altrimenti potrebbe dire, per esempio, che quella delicata personcina del Faunetto intento a lavorare e ad accordare la sua siringa, con quel visetto dove la forma animale si fonde deliziosamente con la forma del fanciullo umano; che quel corpicino esile, asciutto, composto con spontanea grazia in un atteggiamento che ne fa risaltare le bellissime linee, con una gamba dritta e ferma sul suolo, e l'altra piegata per appoggiarsi al masso là dietro; chi potrebbe dire che questa figurina—che par creata con un soffio, senza stento, in un minuto di ispirazione, quasi in un minuto di intuizione atavica in cui è stata sentita di nuovo e rivissuta l'ibrida esistenza degli esseri primitivi—sia stata plasmata da quella stessa rude mano che ha menato violentemente la stecca, ha strisciato nervosamente col pollice per modellare la maliziosa figura delSatiro, altra meravigliosa intuizione del mondo primitivo, reale o fantastico non importa, probabilmente più reale di quel che non vogliamo immaginare?
NelFaunettoinfatti c'è l'incoscenza, la delizia di vivere, il rigoglio fresco e puro dell'organismo, il serpeggiamento quasi vegetale della forma non ancora mortificata dall'uso. Stando a fissarlo, si ripensa un cielo purissimo, una campagna verdeggiante fiorita, montagne luminose nel lontano orizzonte, e, fra gli alberi, un'azzurra striscia di mare riluccicante di riflessi sotto il sole meridiano; squarcio di mondo antico, quale noi lo intravediamo talvolta a traverso qualche distico dei buccolici greci.
Invece il vecchioSatiroci fa sognare boschi ombrosi, tronchi di alberi dalla scorza scabrosa e sparsa di muschi e di funghetti, cinti di rovi e di liane: Ninfe dormenti, spiate, insidiate: fosche visioni di sensualità irrompente, fra gridi rauchi e cachinni, dove prende suono la maligna bestiale compiacenza della propria forza muscolare.
Se questa suggestione avviene, e intensa e persistente, vuol dire che la forma ha detto quel che doveva dire, ha compiuto il suo naturale prodigio.
La potenza psicologica dell'arte del La Spina si rivela immensamente meravigliosa in tutti quei busti, davanti ai quali il visitatore è forzato ad arrestarsi stupito. Quelle teste e quelle fisonomie non sono solamente rassomigliantissime agli originali, ma hanno tutte qualcosa di particolare da mostrarci, che l'occhio arguto dello scultore ha intuito, e la mano, pronta e sicura, ha poi reso con felice evidenza.
E l'artista è oramai così esercitato in questo genere di scrutazione, da poter facilmente indovinare particolarità di forma che il suo occhio non ha veduto, quando è stato costretto a interpretare una scialba fotografia, e ricostruire, come faceva il Couvier, dalla linea della fronte tutta la forma del cranio, cavando fuori piani e protuberanze che i parenti del morto hanno riconosciuto esattissimi, come gli è accaduto pel busto del signor Gaetano Garufi.
Ultimi resultati di questa meravigliosa penetrazione nelle intime profondità psicologiche, oltre quello del Garufi, sono i ritratti del signor Gioacchino Fichera, del dottor Tomaselli professore di clinica medica nell'università di Catania, del signor Francesco Badalà e del signor Mariano Campione; cinque capolavori che Michele La Spina ha avuto il torto di non esporre al pubblico per eccesso di modestia, per ormai invincibile avversione a tutto quel che può prendere la più lontana apparenza di ciarlataneria.
Egli li ha amorosamente modellati nella pace quasi campestre della sua casa di Acireale, li ha fatti fondere zitto zitto in Roma e li ha subito spediti ai fortunati committenti, come se non mettesse conto di incomodare la gente e farla andare, per così poco, sin in fondo a Via Margutta!
E per tale eccessiva modestia, per tale repugnanza di farsi avanti e di dar gomitate a questo e a quello, Michele La Spina è noto a pochi, e non ha potuto afferrar l'occasione di mostrare al gran pubblico quel che egli vale e quel che può.
E così si capisce com'egli, e i rari modesti e valenti suoi pari, debbano intanto veder trionfare per le vie e le piazze delle famose cento città e della lor capitale tante sconcezze monumentali che i posteri certamente abbatteranno, vergognandosi di esse per l'arte, per l'onor di Roma e dell'Italia; e debbano veder accolte nella Galleria dell'arte moderna parecchi orrori scultorii che starebbero bene soltanto in qualche salotto di salumai, o di mercanti di campagna mezzi rinciviliti.
Michele La Spina è modesto sì, ma non inconsapevole del suo valore. E in quei giorni di scoraggiamento e di lassezza, che sopravvengono anche ai più audaci e ai più forti, quando sembra che tutto crolli dattorno all'artista e stia per naufragargli in petto, con la fede nel proprio valore, fin l'amore dell'arte, io credo che gli basterà dar un'occhiata al suoFaunettoche attende l'ultima mano, al suo Satiro a cui manca per l'eternità soltanto esser colato in bronzo, a quella gigantesca testa del Garibaldi dove il gran dittatore rivive come non è mai rivissuto in nessuno dei suoi mille busti, in nessuna delle sue mille statue, in nessuno dei suoi mille monumenti, basterà quella rapida occhiata per ridargli coraggio e vigore, e fargli riacquistare la coscienza della sua forza e la fede nell'arte e nell'avvenire.
* * *
Tre mesi fa, l'amico Amilcare Lauria mi invitava ad andare ad ammirare assieme con lui alcune incisioni in legno d'un giovane siciliano di cui sentivo pronunziare allora per la prima volta il nome: Ignazio Orlando. L'entusiasmo del Lauria per quelle incisioni era così grande, che io già ne attribuivo molta parte alla sua abituale esagerazione affettuosa quando si tratta di cose dei suoi amici. M'ingannavo.
Ricordo, scrivendo, la stanzetta di via Aliberti, dove l'Orlando aveva installato in quei giorni uno studio provvisorio. Eravamo quattro persone e ci si rigirava a stento. Bruno, corto, pienotto, con folti capelli neri, un po' esitante e imbarazzato nei modi, Ignazio Orlando mi sarebbe parso un intelligente operaio vestito bene, senza quegli occhi neri più del carbone che, mentre egli parlava con modesta semplicità dell'arte sua, dei suoi progetti, delle sue speranze, brillavano, lampeggiavano, rivelando assai meglio delle parole un ardente anima di artista.
Aveva tratto fuori da una valigetta due o tre custodie di cartone avviluppate in vecchi giornali, e apertele sul lettino, che occupava quasi metà della cameretta, ci presentava a una a una le prove di stampa di alcune delle sue incisioni, scusandosi che qualcuna di queste non fosse ancora finita.
Mi attendevo, sì, di vedere dei lavori assai bene eseguiti; avevo saputo dal Lauria che l'Orlando, fatti i suoi primi studi in Italia, era stato parecchi anni a Londra e a Parigi alla scuola dei più valenti incisori in legno di colà; e, invece, avevo davanti agli occhi squisite opere d'arte, dove quel che meno colpiva era l'abilità tecnica, che pure appariva grandissima.
Raramente mi era accaduto di vedere qualcosa di simile, cioè l'interpretazione di un quadro, la quale desse un'idea così fedele di esso, da far scorgere oltre al disegno il colore, e oltre al disegno e al colore la speciale fattura del pittore. Ci passavamo da mano a mano le riproduzioni di un lavoro del Morelli, d'un paesaggio del Lojacono, d'una figura del Leloir; e da ciascuna di quelle incisioni non vedevamo risaltare, a prima vista, la bravura dell'esecuzione, ma il carattere e la natura dell'opera riprodotta, pittura a olio o acquarello; la bravura veniva ammirata dopo, quasi per uno sforzo di riflessione.
Allora l'incisione delCristo nel desertodel Morelli era appena incominciata. Sul tavolino davanti alla finestra, coperto da un foglio di carta turchina, vicino alla cassetta dei ferri, al cuscino tondo di pelle che serve di appoggio incidendo, quasi sotto la lente mobile, stava il legno da cui la nostra importuna visita aveva, poco prima, staccato l'artista. Egli era intorno agli angioli dalle lunghe vesti ondeggianti, uno col vassoio ricolmo di uva e di frutta diverse, l'altro con su la spalla il recipiente con l'acqua. Sotto i lievi incavi del bulino già sparivano le ultime traccie del disegno, mentre a sinistra la figura del Cristo spiccava in nero, ancora intatta, sul fondo opalino della fotografia col collodione; quasi l'artista volesse accostarsi a quella figura con riverente lentezza e dopo aver superato la prova di rendere quelle creature, umane e celestiali in una, così stupendamente intonate con le brulle montagne del fondo, con gli arsi cardi del primo piano, e con quel rigoglioso tralcio di vite impigliato alle vesti del portatore della frutta.
Ora l'incisione è finita ed esposta al pubblico; e la meraviglia e l'ammirazione da essa destate in coloro che hanno avuto la curiosità di visitare laSala degli scacchidell'Associazione della Stampa, hanno già ricompensato l'artista della sua ardua fatica, quantunque la più preziosa ricompensa per lui dev'essere stata la lode del Morelli, contentissimo di veder riprodotto in quel modo uno dei migliori suoi quadri.
Peccato che, appunto in questi giorni, il riordinamento dellaGalleria dell'arte modernaimpedisca di confrontare la riproduzione con l'originale a chi volesse formarsi un'esatta idea del valore artistico dell'Orlando.
Chi ha veduto il quadro del Morelli può fare il confronto di memoria; un capolavoro come quello, visto una volta, non si dimentica più. A me basta socchiudere gli occhi perchè le tre stupende figure mi si ripresentino all'immaginazione con l'evidenza della realtà. Sotto il cielo plumbeo e afoso, fuggono in fondo, a sinistra aride e rossiccie le colline; rizzano i dossi nudi e scabrosi, a destra, le montagne della Palestina. In pieno sole, su un rialzo di terreno roccioso, con la bruna faccia su cui i riflessi del terreno e delle candidissime vesti gittano una velatura violacea, con le braccia aperte, quasi lasse, è seduto il Cristo, che ha nei grandi occhi lo smarrimento della mistica contemplazione e dell'estasi. Ed ecco, a destra, vestiti di azzurro, leggieri, sorvolanti sul terreno, i due angeli ministratori che arrivano compresi di riverenza e di tremore, recanti il ristoro delle frutta e dell'acqua…..Et angeli ministrabant illi.
Non pare di stare davanti a un quadro, ma di assistere a una visione, in quell'afosa atmosfera che incombe grave sul vasto spazio attorno, con quelle rocce scottanti, quasi calcinate dal sole, dove una lista di erbe agonizza invocante qualche stilla di rugiada, dove fin le ombre sono luminose, le carni e le vesti trasparenti, tanto impregnate di sole! E che visione quel Cristo coperto del candido sciamma, assorto, con nella faccia troppo umana i bagliori del cielo che gli splende nell'anima, e quelle due leggere figure vestite di azzurro, con ricche chiome d'oro che fiammeggiano al sole, creature angeliche quantunque non mostrino le ali e le aureole con cui la tradizione artistica suol caratterizzarle! Sì, visione non quadro, cioè non dipinto; perchè qui la fattura non si scorge e le supreme sapienti delicatezze del pennello spariscono dietro la creazione artistica che spazia per altezze sovrane. Il quadro par fatto con niente, a furia di mezze tinte, di colori neutri, eccetto il bianco candidissimo delle vesti del Cristo e l'oro fiammeggiante della chioma del primo angelo. Ma che armonia! E che sincerità! E come siamo a mille miglia dalle abilità del mestiere!
Con questo miracolo d'arte ha dovuto lottare l'Orlando e non n'è rimasto schiacciato. Chi ha visto il quadro del Morelli, lo rivede nell'incisione quasi tal quale; e come le piccole dimensioni del quadro dànno all'occhio l'illusione della grandezza naturale, così le piccole proporzioni dell'incisione dànno quelle del quadro.
L'Orlando s'era preparato a quest'arduo lavoro incidendo precedentemente altri lavori del Morelli: l'Uscita dalla chiesa,Giovedì santoeStudio di donnanei quali ha dovuto superare difficoltà di natura diversa, volendo fin rendere la differenza di talune parti del quadro che il pittore non ha mai finite.
La valentìa dell'Orlando non si smentisce nei paesaggiIschiaePresso il Vesuviodel Lojacono, che come paesaggi non valgono molto; si afferma anzi grandemente nella piccola incisione dell'acquarello del Leloir, finitissima, caratteristica.
E mi limito a parlare delle incisioni esposte, perchè altrimenti dovrei citare parecchi ritratti, fra i quali notevolissimo quello del senatore Paternò.
Ora l'Orlando intende pubblicare unAlbumdove saranno da lui riprodotte con l'incisione le più belle opere della moderna pittura italiana; album che avrà un testo illustrativo in quattro o cinque lingue. E qui comincia la triste istoria delle difficoltà d'ogni genere che gli attraversano l'impresa. Ma egli è coraggioso, persistente, forte, e il suo breve passato deve infondergli lena e vigore.
Ha già percorso un bel cammino da quando, povero fanciullo, frequentava le scuole della Martorana in Palermo e le scuole serali operaie di disegno; da quando nell'Istituto di San Michele di qui s'iniziava allo studio della sua arte, fino alla sua dimora in Londra e in Parigi, in quegli studi xilografici dove gli venivano appresi tutti i perfezionamenti tecnici dell'incisione sotto la direzione dei più valenti maestri del genere. Passato maestro alla sua volta, egli ha sentito la nostalgia della patria, ed ha sognato di venir a impiantare in Italia una scuola di xilografia, ora che quest'arte torna in onore, ora che il rinascente gusto artistico fa metter da banda le riproduzioni meccaniche della fototipia e della fotoincisione, ora che il libro non vuol più essere soltanto un gioiello di arte letteraria ma anche di arte tipografica e illustrativa.
È rimasto un po' deluso. Nel pubblico, nel mondo artistico, nel mondo ufficiale, che dovrebbe tentare, con alti intendimenti, imprese quasi impossibili per la speculazione privata, non c'è nessun risveglio, anzi neppur un accenno di risveglio in favore di un'arte che è destinata a sostituire i volgari processi meccanici di riproduzione, e, forse, anche pel lato commerciale, la incisione in rame; su la quale ha, fra tanti altri, il pregio di una pastosità che questa non potrà raggiungere mai.
È rimasto un po' deluso; ma non vuol dir niente. Egli ha tanta giovinezza che può attendere ancora un po'. Attenda dunque ed abbia fede!