Chapter 17

—Ma e nôm d'batésum?Il nome di battesimo?

— Giorgio!

— Poi?

—Zorz di Bissi.

— Allora avanti!

—Che scusa?— mormorava dubitando il contadino; ma il capo con una spinta l'univa al branco, gridando:

— Avanti con gli altri che non c'è tempo da perdere!

E la schiera si avviava muta al suo destino, preoccupata solo di avere l'altra metà di un biglietto da cinque lire, rimborsabile a voto compiuto.

L'orologio della torre aveva suonato le due pomeridiane. Il caldo era soffocante.

In certe sezioni che avevan trovato lor nido nelle chiese, tanto tanto si viveva; ma in certe altre, sì intensa era la temperatura, che il presidente del seggio e i quattro scrutatori erano stati costretti a liberarsi da ogni indumento di soverchia eleganza.

Simil cosa era toccata a Tragico Arrubinati.

Trascorsero le ultime ore affannose.

L'onda degli elettori divenne sempre più esigua.

— Come andiamo? — chiese il Cavalier Mostardo irrompendo nella sezione di Tragico Arrubinati.

— Mah? — rispose Ribelle Libertà Giovanelli.

— Come non abbiamo la maggioranza?

— E chi lo può sapere?

— Io lo so; che ho lavorato come un bue.

— E sta bene! — rispose Ribelle Libertà ch'era tormentato dal dubbio. Il Cavalier Mostardo lo squadrò malamente e si allontanò.

Suonarono le tre poi le tre e mezzo. Il tempo pareva trascorresse con insolita rapidità.

Molti repubblicani, per la stanchezza grande, videro tutto rosso; altri si sedettero sfiniti; altri fumarono, disperatamente, con la tenacia di chi vuol resistere fino a l'ultimo.

Tragico Arrubinati leggeva la lista deglielettori su la quale veniva contrassegnando coloro che non avevano compito ancora l'atto doveroso.

Ad un tratto fece un cenno al Cavalier Mostardo che si avvicinò:

— Dì? Bruto Arullari non ha votato.

— Non ha votato?! — esclamò il Cavaliere sbarrando gli occhi.

— No. Bisogna andarlo a chiamare subito, prendi una vettura.

Il Cavalier Mostardo, urtando e calpestando i presenti, si slanciò fuori dalla sala.

Tragico Arrubinati fece cenno ad altri che si avvicinassero, poi a ciascuno dette ordine di sollecitare qualche ritardatario. Partì una torma, via, in corsa per le vie ardenti.

E giunsero vetture e grida di protesta e di sollecitazione.

— Dormivi?

— Ti curi così del partito?

— Spicciati che è tardi!

La voce di Tragico Arrubinati s'era fatta fioca.

— Manca mezz'ora!

— Mancano quindici minuti! — gridavano i sopraggiungenti.

— Come va? A Sant'Anna la vittoria è nostra.

— Alle Clausure siamo in maggioranza.

— Anche al Comune.

— Come va?

Tragico Arrubinati impallidiva di secondo in secondo.

— Un po' di pazienza! Un po' di pace!

— Vinceremo! — gridò un ossesso alzando, col braccio teso, il cappello floscio.

— Abbasso icodini! — rispose una voce di rimando.

Ma l'Arrubinati si alzò di scatto sul suo banco ed urlò, sbarrando gli occhi accesi:

— Silenzio per dio! O vi mando fuori!

Tutti si tacquero.

Una vettura che giungeva al galoppo, si fermò innanzi alla sezione. Il Cavalier Mostardo balzò a terra, precipitandosi a gran furia nella sala.

— Ebbene? — chiese l'Arrubinati.

— Bruto Arullari non c'è! — rispose col fiato grosso il Cavaliere.

— Ma sei stato a cercarlo a casa?

— L'ho cercato in tutto il paese. Non c'è!

— Ah traditore! — gridò Tragico. E il Cavalier Mostardo si morse una mano a sangue, poi, segnando con l'indice una croce sul banco della presidenza, bestemmiò una sua folle vendetta.

Pochi minuti ancora: l'ansia cresceva assidua, cocente, intollerabile.

Con la voce fioca Tragico Arrubinati, leggendo nella lista, seguiva:

— Vincenzo Camaldoli?

Silenzio. Quelli ch'erano in prima fila si volgevano guardando e ripetevano ad alta voce: — Vincenzo Camaldoli?

Silenzio.

— Nessuno lo conosce? — riprese il presidente.

Ugual esito di risposta.

— Non c'è? — chiesero gli scrutatori. Passò qualche attimo, poi dal fondo della sala, una vocetta che fu udita a pena dai circostanti esclamò:

— È morto!

Il Cavalier Mostardo, che udì la risposta,diè un balzo, fu sopra a l'omuncolo spaurito e gli gridò con gli occhi fissi:

— Tu sei Vincenzo Camaldoli. Ti conosco!

— Io sono Pierini e ho già votato alle Clausure — susurrò l'omuncolo.

— Nossignore! — esclamò il Cavalier Mostardo. — Tu sei Camaldoli e io ti conosco!

Poi, presolo per il bavero della giacca, lo alzò come un niente su gli astanti e gridò, mostrandolo al presidente che nulla aveva udito della scena:

— Ecco Vincenzo Camaldoli! È un amico mio e posso testimoniare della suaentità!

E il pover'uomo assunse la parte del morto.

Così votarono i morti, gli assenti, i mentecatti: tutto fu portato a contributo dagli uomini di buona volontà. Ma quando a l'orologio della torre batterono le quattro pomeridiane, la votazione si chiuse.

Subentrò un grande silenzio durante il quale non si udirono se non le voci degli scrutatori e il ronzio delle mosche.

Fu verso sera, si accendevano già le prime fiammelle e passava la brezza del mare;corse il primo grido, da lontano, da l'ultima contrada e si espanse con rapidità di folgore:

— Abbiamo vinto!

— Evviva Livio Merate!

Come un gran cuore pulsò che prima taceva ne l'ombra; come un sole si disvelò che prima le nubi celavano.

Tutto ch'era stato approntato per la vittoria comparve. Ogni finestra repubblicana ebbe il suo lume; ogni comignolo la sua bandiera; ogni bocca il suo grido.

Oh! gli abbracci, i sorrisi, le reciproche congratulazioni, e il sentimento irrompente e la gioia enorme, pazzesca, contagiosa! Fu una valanga, un fiume che travolge le dighe e dilaga.

Ogni monarchico, ogni clericale ebbe il suo insulto:

— Codini impotenti.

—Culandrê...[2]

— Preti e codini, un fascio e al forno!

— Evvivaaa!

— Evvivaaa!

Così! Evviva di tutto e di niente. L'uomo è una bestia che si esalta e grida.

Si formò il corteo, il corteo imponente che la grande occasione richiedeva. Quattro musiche e tutte le associazioni e tutte le bandiere, in fila interminabile.

Partirono dalla Porta del Sole osannando, baciandosi, abbracciandosi. Che bella cosa la Repubblica! Percorsero le vie dei Bruti, si diressero al Passo. Precedevano il corteo: Gian Battifiore, Bortolo Sangiovese, Bartolomeo Campana, Ardito Popolini, Tragico Arrubinati, il Cavalier Mostardo e Coriolano.

Bortolo Sangiovese sgambettava innanzi, senza sapere ove andasse, stupito e inconsciente. Gian Battifiore sorrideva muto.

Quando giunsero alCaffè della Bandierale grida raggiunsero il colmo.

Su la porta erano ritti, sogguardando e subsannando: Pietro Ramelli, Teseo Alvisi e Antonio Viminèdi.

Quest'ultimo tacque per qualche secondo: ma poi, preso da un impeto d'ira, si pose le mani nei capelli, volse intorno gli occhie gridò ben alto, sì che i trionfatori udissero:

— L'Italia l'Italia! Il Metternich disse ch'era un'espressione geografica, ma sbagliò!... L'Italia... è un'espressione umoristica!


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