LE ORIGINI DELLA LETTERATURA ITALIANA

LE ORIGINI DELLA LETTERATURA ITALIANADIADOLFO BARTOLINon congiunti più da nessuna affinità psicologica al Medioevo, riesce difficile a noi sentire quello che fosse, nei suoi aspetti bizzarri e multiformi, l'età delle febbri ascetiche e degli entusiasmi cavallereschi, dei barbari e dei santi, dei feudatari e dei servi, delle crociate e dei tornei; quella lunga e lugubre età nella quale il pensiero umano sembra vicino al suo ultimo disfacimento, e che è pure l'ingenuo tempo dei sogni e delle fole. Se una caratteristica possiamo cogliere in quel caotico agitarsi di elementi tanto diversi, questa sola sarà, che una puerilità universale ha invase le menti, che gli uomini sono divenuti fanciulli. La ragione sembra essersi coperta del lenzuolo funebre, per discendere nel sepolcro, dove dormirà molti secoli. I suoi radianti fulgori sono spenti. Il mondo colle sue gioie, la natura colle sue bellezze non parlano più al cuore degli uomini; le più alte aspirazioni dello spirito sono giudicate un peccato; il cielo incombe sulla terra, e nell'immane abbraccio la soffoca. Si è perduto quasi il concetto della successione dei tempi: ai funerali di Alessandro il Macedone si fanno assistere i frati colle croci e i turiboli; Catilina sente la messa a Fiesole; Orfeo è un contemporaneo di Enea, Sardanapalo un re della Grecia, Giuliano l'Apostata un cappellano del papa. Tutto in quel mondo prende un colorito fantastico. Gli uomini dell'antichità come i contemporanei, se appenasi sollevino dal livello comune, hanno tosto la loro leggenda, la loro storia poetica, che la tradizione abbellisce, ingrandisce, trasforma, e dove s'abbracciano fraternamente gli anacronismi più grossolani e le più strane invenzioni. Si confonde la storia di San Gregorio Magno con gli incerti ricordi di Edipo; si crede che il Barbarossa viva nascosto nel fondo di una foresta, e si aspetta che torni per liberar Terrasanta; di Virgilio si fa un mago; si narra che papa Gerberto ha stretto un patto col diavolo.E pure da una tale prodigiosa credulità, da questo stato infantile dell'umano intelletto, che caratterizza il Medioevo, derivarono appunto i frutti della letteratura romanza. Come proprio dei fanciulli è l'amare tutto ciò che sappia di meraviglioso; come in essi è prepotente il desiderio dei racconti, tanto più graditi quanto più uscenti dai limiti del verosimile, così un popolo fatto latino dalla conquista, ringiovanito poi dal connubio colle fantasiose stirpi germaniche, e dalla loro antichissima epica eccitato, innestava sull'epopea merovingia l'epopea nuova, celebrando Clotario e Dagoberto, Carlo Martello e Carlomagno. E così sulla terra di Francia risuonava il primo cauto romanzo, che poi, traverso ai secoli, dispiegandosi, come albero rigoglioso ed immenso, in mille e mille rami, toglieva argomento dalle leggende intorno agli antenati di Carlo, intorno alla sua giovinezza, alle sue guerre, ai prodi compagni delle sue imprese. Nè solo dalle leggende Carolingie il trovèro francese attingeva materia pei suoi canti infiniti. Tutto in quell'epoca di trasformazione, di inconsciente poesia, di balda giovinezza de' cuori, prendeva un colorito uniforme; tutto era guardato traverso un velo di fantastico tessuto: la guerra di Troja, come le imprese di Alessandro Magno; le prodezze di Arturo, come gli amori di Tristano, come i miracoli di Sant'Eulalia e diSant'Alessio. Si accoppiava quindi alla solennità religiosa feudale della canzone di gesta, il cavalleresco romanzo d'avventura; si intrecciava al canto epico il romanzo allegorico dell'amore simboleggiato nella Rosa, mentre, quasi araldi dell'avvenire, ghignavano beffardi il poema della Volpe e il procace Fabliau.Tutta questa lussureggiante fioritura romanza sbocciava e si allargava nella Francia settentrionale e centrale, dal settimo al tredicesimo secolo.E nella Francia meridionale intanto più presto che altrove si apriva uno spiracolo di luce nel buio del Medioevo. Sotto quel limpido cielo, in mezzo a quella inebbriante natura ed a quelle popolazioni facili ad ogni impressione, avide di piaceri e di feste, agitate da un forte sentimento della vita; in quelle città intelligenti e fiere, dove la libertà si sviluppava così nobilmente, dove i pregiudizi occidentali erano distrutti dalle intime relazioni coi Musulmani e cogli Ebrei, dove regnavano sovrani lo spirito cavalleresco, l'amor della gloria, la difesa del debole, il culto per la donna, la liberalità, la magnificenza, nella Francia meridionale sorgeva un'altra letteratura, che cantava l'amore, la gioia, la cortesia; che affratellava in una specie di democrazia poetica il povero al ricco, il vassallo al signore; che univa in nozze ideali il popolo all'aristocrazia. Il poeta Provenzale, il trovatore, è sopratutto un artista, un artista lirico, che spesso mette in musica le sue proprie poesie, e da sè stesso cantandole, si accompagna col suono; che vive nei castelli dei principi e dei nobili, ne rallegra i conviti e le feste, riceve doni di cavalli, di bardamenti, di armi, di vesti; si aggira per le sale sontuose del maniero feudale, sogguardato dalla bella castellana, che sa di essere amata da lui, e se ne compiace nel suo segreto, ed aspira come un profumo il suo canto. Fra codesti trovatori ci sono i più potenti baroni dellaProvenza, ed insieme paggi, servi, soldati, giovani poveri e avventurosi. C'è Guglielmo Conte di Poitiers gran corteggiatore di donne, che oggi ama e domani abbandona; grande scettico che ride dei vescovi, e corre in Terrasanta a capo di trecentomila crociati; prode soldato che vive d'armi e d'amore, di canto e di cortesia. C'è Bernardo di Ventadorn, il figliuolo dell'uomo che scaldava il forno nel castello feudale, che ama prima la moglie del suo signore, e poi in Normandia la celebre Eleonora di Poitiers, e alla corte di Tolosa una bella italiana, Giovanna d'Este. C'è Goffredo Rudel che s'innamora, senza averla mai vista, della contessa di Tripoli, traversa il mare per lei, giunge malato e muore, muore felice perchè ha potuto per un istante contemplare la bellissima donna e riceverne un dono. Ci sono cento e cento altri, di questi cavalieri poeti, di questi guerrieri innamorati, di questi servi ardimentosi, che dal secolo XI al XIII fanno eccheggiare delle loro canzoni quella terra benedetta dalla natura.Che cosa accadeva frattanto in Italia? Quando già le due letterature della Francia erano giunte al loro più alto sviluppo, in Italia si continuava a scriver latino. Sebbene anche qui si parlasse da tempo immemorabile una lingua volgare, questa lingua che pur serviva alla preghiera e all'amore, che era pure strumento ad esprimere i più cari ed intimi sentimenti dell'anima, pareva sdegnosa di assorgere a più elevato ufficio. La lingua della letteratura seguitava ad essere il latino, non solo nel VII, nell'VIII, nel IX e nel X secolo, ma anche nell'XI e nel XII.Le ragioni di questo fatto sono complesse, ma si possono tutte riassumere in una sola, nell'influenza esercitata sugli Italiani dal grande nome di Roma. Per essi le memorie classiche fanno parte della loro vita: ogni città pone la sua gloria nel ricongiungersi all'antichità;Pisa, Genova, Verona si dicono fondate dai compagni di Enea: Firenze si crede edificata da Cesare e chiamata lapiccola Roma; Padova si vanta di possedere le ceneri di Antenore; Venezia di essere stata costruita e abbellita colle pietre, colle colonne, colle vasche avanzate alla distruzione di Troja.Roma, anche vinta, soggioga i suoi vincitori. Eruli, Ostrogoti, Longobardi, si succedono, ma non penetrano la società, non la trasformano: Teodorico invade Roma, ma la sua reggia resta più romana che gota. Questa fu certo per noi una sventura politica. Mentre la Gallia rinnovata dai suoi stessi invasori diventava la Francia, e la Bretagna diventava l'Inghilterra, e l'Iberia la Spagna; noi soffrimmo tutti i danni delle invasioni, senza che questi fossero compensati dalla creazione di nessuna forza novella. Se Teodorico o Liutprando fossero stati il Clovi dell'Italia, chi sa quale diversa condizione si sarebbe preparata al nostro paese, chi sa quanti dolori, quanti martirii, quante umiliazioni di meno registrerebbe la nostra storia. Ma così non accadde. Noi fummo appena spruzzati del sangue barbarico, e rimanemmo Romani: Romani nelle idee, nei sentimenti, nelle leggi ed anche nella lingua come strumento letterario. Onde agli Italiani mancò quella infanzia d'intelletto e di cuore che fu per altre genti latine fonte d'ispirazione poetica. Là l'evoluzione letteraria si operò nel popolo e per il popolo, e fu spontanea, viva, feconda. Noi avevamo tutto un glorioso passato che ci gravava le spalle, che ci faceva esser maturi quando gli altri eran fanciulli, che ci dava i pregi della virilità, ma ci privava della vivacità infantile. Noi eravamo i continuatori di una civiltà antica di secoli, non i cominciatori di una civiltà nuova. La storia imperava tiranna su noi, e poco ci commovevano le prodezze dei paladini o la rotta di Roncisvalle o le bianche mani d'Isotta.Noi non avevamo, come gli altri popoli d'Europa, un eroe fantastico, nel quale s'incarnasse idealmente la nazionalità italiana. I nostri eroi seguitavano sempre ad essere i vecchi Scipioni. Noi eravamo pratici: le nostre città marittime si arricchivano coi commerci, nelle nostre Università si studiava il diritto romano, i nostri Comuni combattevano per la loro libertà: pratici e sempre un po' increduli, sempre con un po' di paganesimo nelle ossa. Il nostro scetticismo non ci concedeva di creare leggende, e le leggende degli altri popoli accoglievamo freddamente, non aggiungendovi nulla di nostro, anzi spogliandole spesso del loro colorito poetico, riducendole in prosa, ed in prosa latina. Perchè quello che accadeva per il contenuto, accadeva pure per la forma. La lingua latina non era per gli Italiani quello che per gli altri popoli, sui quali passò vincitrice l'aquila romana. Quei nostri padri antichi amavano il latino come loro lingua nazionale: esso faceva parte del loro sentimento di patria, era un ricordo della gloria passata, il segnacolo della loro grandezza, il labaro delle memorie e delle speranze. Gli Italiani del Medioevo scrivendo il latino, potevano illudersi nella credenza di aver messi in fuga i Barbari; e abbandonare quella lingua che aveva accompagnati nel loro giro trionfale i conquistatori del mondo, che aveva risuonato solenne e terribile nel Foro, che aveva servito alle immortali creazioni di Virgilio, doveva parere come perdere un'altra volta la patria.Questo tenersi stretti al latino era poi potentemente favorito in Italia dalla Chiesa, che ne aveva fatto la sua lingua officiale, e non permetteva intromissione di volgare nei suoi riti; era favorito dalle magistrature e dagli scrittori. E così la chiesa, le leggi, la scienza, le condizioni sociali e intellettuali, le memorie del passato e le aspirazioni del presente, tutto cospirava a ritardare l'apparizione della nuova letteratura.Vero è che quella povera lingua dei poeti, degli storici, degli ascetici, quella miserrima lingua della liturgia e delle leggi, era piuttosto che un latino, un volgare latinizzato: vero è che già quasi appartiene alla letteratura italiana il canto del nono secolo per l'imprigionamento dell'imperatore Lodovico II, e quello dei soldati modenesi del decimo; e che in latino volgare noi abbiamo una ricchissima letteratura di poemi, di canti storici, di cronache, d'inni sacri. Ma, insomma, il volgare schietto, la lingua parlata non osa ancor farsi avanti, diventare lo strumento dell'arte nuova. Siamo già alla fine del dodicesimo secolo, e nulla ancora apparisce.Però, i semi si vanno gettando. Le due letterature della Francia saranno quelle che determineranno il primo sviluppo della letteratura italiana. Prima di arrischiarsi al loro volgare, gli Italiani scriveranno in provenzale e in francese.Numerosi legami unirono già anticamente la Gallia meridionale all'Italia, e come l'Italia diede alla Provenza le sue istituzioni politiche, così questa ci mandò un alito della sua poesia. Molti furono i trovatori che nel secolo XII e nel successivo vennero in Italia, aggirandosi per le corti feudali dei marchesi di Monferrato, dei Malaspina, degli Estensi; visitando la Lombardia, la Marca Trevigiana, Como, Verona, Firenze. Il Monferrato divenne una seconda Provenza. I trovatori più famosi visitarono quella corte. Pier Vidal, dopo aver percorsa la Catalogna, l'Aragona, la Castiglia, dopo avere sposata a Cipro una greca ed avere sperato di assidersi sul trono imperiale di Costantinopoli, arrivava nel Monferrato, ed ivi scriveva verso il 1195 una poesia, dove palpita un certo sentimento di nazionalità italiana. Press'a poco nel tempo stesso si avviava verso l'Italia un altro celebre trovatore, figliuolo di un povero cavaliere della Contea diOrange, Rambaldo di Vaqueiras. Fermatosi a Genova, s'abbatteva in una donna, e la richiedeva di amore, ma ne era respinto, e componeva intorno a ciò una canzone bilingue, che può considerarsi come uno dei documenti più antichi dove rimanga vestigio di un dialetto italiano: ve ne lesse due strofe il professor Rajna parlandovi delle origini della lingua italiana. — Rambaldo, proseguendo il suo viaggio, giungeva appresso alla corte di Monferrato, dove lo attendeva la protezione del marchese Bonifazio e l'amore della sua avvenente sorella Beatrice, ch'egli cantava in molte poesie, sotto il nome diBel Cavaliere, avendola una volta furtivamente veduta esercitarsi colle armi del fratello.Spuntò per le Provenza un giorno terribile. Serpeggiava là una di quelle eresie medievali, che volevan ridurre gli uomini allo stato di angeli. Se ne indignarono i difensori dell'ortodossia papale che aspiravano ad essere i padroni delle coscienze; e contro i poveri Albigesi fu bandita da Innocenzo III una crociata, alla quale accorsero migliaia di avventurieri che avean tutto da guadagnare e niente da perdere. Costoro, a cui il papa concedeva perdoni, indulgenze, e, più appetitoso premio, l'affrancazione dai debiti, costoro che intravvedevano i ricchi castelli da saccheggiare con tutto quello che tien dietro al saccheggio, si rovesciarono sulla Provenza come torrente devastatore. In una sola città si scannarono più di sessantamila persone, vecchi e giovani, uomini e donne, persino bambini lattanti. Questi sgozzatori domandavano al Legato del Papa come potessero distinguere i fedeli dagli eretici, e costui rispondeva: ammazzateli tutti, che saprà dopo distinguerli Dio. Si trucidava dappertutto, nelle case, per le vie, anche sui gradini degli altari. Tutta la Provenza fu inondata di sangue, e su quella terra insanguinata divamparono le tetre fiamme dei roghi che l'Inquisizione accendeva.I lieti cantori dell'amore, atterriti, fuggivano, e molti di essi prendevano la strada d'Italia, dove si stabilivano come in patria novella. Se prima essi accorrevano alle nostre terre in cerca di fortuna e di amore, dopo la nefanda strage venivano frementi d'ira a cercar la vendetta, e sperandolo vendicatore, si affollavano intorno a Federigo II, tanto in Sicilia come negli altri luoghi dove egli teneva sua corte.Ai Provenzali poi, che empivano dei loro canti d'amore o di sdegno l'Italia, si accompagnavano non pochi italiani che scrivevano poesie provenzali. Alberto Malaspina non solo accoglieva i poeti occitanici nei suoi castelli di Lunigiana e del Tortonese, ma egli stesso tenzonava con altri trovatori. Maestro Ferrari da Ferrara rallegrava dei suoi versi la corte Estense e quella di Gherardo da Cimino. Lanfranco Cigala di Genova in una fiera serventese rampognava il marchese Bonifazio di Monferrato della sua instabilità politica; un altro genovese, il Calvo, gridava contro le discordie della sua patria; un veneziano, Bartolomeo Zorzi, difendeva contro Genova la sua Venezia; un piemontese, Nicoletto da Torino, celebrava le imprese di Federigo II; un altro piemontese, Pier della Carovana, esortava alla concordia le città strettesi nella seconda lega Lombarda; un mantovano, Sordello, dopo avere rapita al marito Cunizza, la sorella del terribile Ezzelino, dopo aver corse mille avventure d'amore, assorgeva ai più alti argomenti politici, faceva sentire la sua libera parola ai principi e ai popoli.In tal guisa l'Italia tutta risuonava della poesia occitanica, la quale imponeva la propria lingua ai poeti dei paesi dove essa si stabiliva; in tal guisa trovatori della Provenza e trovatori italiani, si mescolavano nelle nostre corti, cantavano le nostre donne, i fatti della nostra storia, le imprese dei nostri principi. Ed al tempostesso faceva sentire la sua influenza tra noi anche la poesia della Francia settentrionale; onde, come ci furono Italiani che scrissero in provenzale, così ci furono pure altri Italiani che scrissero in una lingua che è un francese italianizzato.Il canto provenzale diede impulso alla nostra lirica; il canto francese alla poesia narrativa e morale. La prima si sviluppò nell'Italia del mezzogiorno e del centro; la seconda, nell'Italia settentrionale.La più antica lirica italiana è quella, che, sorta circa nel secondo o terzo decennio del secolo tredicesimo, si chiamò della scuola Siciliana, perchè ebbe il suo focolare alla corte di Federigo II; e di essa fecero parte non Siciliani soli, ma anche Pugliesi e Toscani: i più famosi, lo stesso imperatore Federigo, Enzo suo figlio e Pier della Vigna suo ministro.Federigo II fu, giova qui ricordarsene, una delle più grandi figure storiche del suo secolo. Egli promosse la scienza, protesse i dotti, difese la libertà dei culti, emancipò i servi, fondò biblioteche ed università. Questo imperatore che viveva di guerra, di amore e di scienza, mezzo orientale e mezzo romano, chi crederebbe non dovesse portare nella poesia tutto l'impeto delle sue passioni? Chi non crederebbe che, pure ispirandosi ai canti dei trovatori, non dovesse preferir quelli nei quali bolliva lo sdegno contro il suo terribile nemico, il papato? E chi non crederebbe ancora che Pier della Vigna, autore di versi latini ferventi d'ira contro i frati, non facesse sentire nei suoi versi volgari qualche cosa delle passioni che gli agitavano il petto? qualche cosa delle vicende a cui si trovò mescolato?Eppure niente di questo. Federigo II come il suo ministro, come tutti gli altri rimatori della sua scuola, non furono che languidi imitatori della poesia amorosa dei Provenzali, e al pari di tutti gli imitatori, riuscironopeggiori dei loro modelli. Misera cosa, invero, quella nostra antichissima poesia, scarna, estenuata, gelida, anemica. Nessun impeto di passione l'agita mai, niun accento individuale vi si può cogliere. Tutte quelle migliaia e migliaia di rime somiglian tra loro, paiono una processione interminabile di pallide ombre che ci sfili davanti nel crepuscolo d'una giornata nebbiosa. La vita, la natura, l'amore, non danno mai un sussulto di verità a quei verseggiatori noiosi e monotoni, che spogliati di ogni personalità, scrivono tutti secondo un tipo comune, girano e rigirano intorno all'eterno tema dell'amore con giuochi di parole e di concetto, e con un frasario puramente di convenzione; sbadigliano i loro sospiri a donne che non son donne ma larve; e paurosi di ogni libero volo, si tengono strettamente afferrati ai loro modelli, come vacillanti bambini alla gonna materna. L'arte della scuola Sicula è, come ha detto un moderno, il balbettare infantile della decrepitezza; e non poteva essere che così. Lo spirito cavalleresco onde era sbocciata, come fiore a pomposi colori, la poesia provenzale, agonizzava oramai in tutta l'Europa; la stessa arte trovadorica era giunta a un periodo di estrema decadenza. La scuola Sicula al difetto dell'imitazione aggiungeva dunque quello di essere un frutto fuor di stagione, venuto troppo tardi e avvizzito prima di maturare.Ma la spinta era data. Se Federigo e i poeti della sua corte amano di trastullarsi fabbricando stentatamente le stanze delle loro canzoni dietro le orme dei Provenzali, altri in quella stessa Sicilia risuonante di quel vaniloquio poetico, porge l'orecchio alla natura immortale, e compone versi d'amore vigorosamente sentito. La donna sbiadita, incorporea, insignificante dei rimatori della scuola cortigiana, si muterà così in una donna nelle cui vene corre vivido il sangue, sulle cui guancie brillano accesi i colori della salute. La povera castellanavenuta di Provenza in Sicilia a morir d'etisia, cederà il posto alla donna del popolo non aduggiata dalle ombre crepuscolari di nessuna scuola, ma cresciuta sotto gli allegri e liberi raggi del sole, pioventi su lei gioventù e robustezza: un po' troppo veramente plebea e petulante, che non ha imparato certe raffinatezze e certe ipocrisie dell'educazione; ma che si presenta sulla scena dell'arte italiana come la prima che abbia fisonomia, atteggiamenti, parole, non presi in prestito da nessuno.Di un'arte popolare sviluppantesi nel mezzogiorno d'Italia insieme all'arte cortigiana, ci restano varii documenti: il lamento di una donna che vede partire l'amante per Terrasanta, il pianto di una fanciulla abbandonata, e, più notabile degli altri, un contrasto tra un uomo e una donna, dove scattano parole e concetti molto vivaci, dove parla una passione irruente, senza sottintesi, senza mezzi termini, e che prova non essere ilrealismoun'invenzione del nostro secolo. Chi sia l'autore di questa poesia non sappiamo. I critici che si sono occupati di storia letteraria lo hanno chiamato ora Ciullo d'Alcamo ora Cielo dal Camo, e ci hanno scritto intorno pagine e pagine senza fine. Non sono molti anni che ci fu in Italia una vera alluvione di queste Ciullomachie. Ma l'alluvione per fortuna è passata, e la poesia resta: una poesia fresca di sentimento, rude nel suo contenuto e nella sua forma dialettale, che non ha grande importanza per sè stessa, ma che ci prova come accanto alla poesia artistica d'imitazione straniera, un'altra ne sorgesse indigena e originale, la quale s'ispirava alla realtà ed era eco del sentimento popolare.Se nel centro d'Italia e nel mezzogiorno la nostra letteratura s'iniziò con poesie amorose, diversi affatto furono gli atteggiamenti presi dall'arte nascente nella parte settentrionale del nostro paese. Neppur là, invero,dovevano mancare i canti d'amore, e qualche povero avanzo ne è giunto fino a noi. Ma son poca cosa, e più triviale anche del contrasto Alcamese, tanto triviale che non sarebbe lecito a me dirvene neppur gli argomenti. Nel nord dell'Italia la più antica poesia preferì il genere civile, morale, religioso, didattico: non fu lirica, ma narrativa. Nella regione veneta si ebbe come uno strascico delle canzoni di gesta francesi; e si imitò l'epopea della Volpe; Girardo Patecchio di Cremona scrisse (non oso dire poetò) sulle noie della vita e sui proverbi di Salomone; Ugoccione da Lodi diede ammaestramenti religiosi e morali in un poemetto d'oltre, pur troppo! duemila versi; un altro poemetto compose Pietro da Barsegapè sul vecchio e nuovo Testamento; Giacomino da Verona descrisse l'Inferno e il Paradiso; Bonvesin da Riva scrisse molte poesie di generi diversi.Giacomino e Buonvicino furono i maggiori di questi poeti settentrionali, che adoperarono una lingua avente a base i dialetti veneti, ma forbiti con intenzione letteraria.I due poemetti di Giacomino da Verona, frate dell'ordine di San Francesco, furono certamente scritti per essere recitati al popolo, a quel popolo stesso che tanto si piaceva delle storie romanzesche, e che pendeva dalle labbra del giullare quando gli cantava le imprese di Oliviero e di Rolando.Il suo paradiso, o com'egli la chiama, laGerusalemme celeste, ha merli di cristallo, corridoi d'oro, porte di margherite, e alla sua guardia sta un cherubino colla spada di fuoco. Per mezzo alla divina città corre un bel fiume, le cui acque danno giovinezza eterna, sulle cui rive verdeggiano alberi dalle foglie d'oro e d'argento, e crescono fiori ch'empiono di dolce profumo tutto il paradiso.Magra descrizione; ma come poteva essere altrimenti?Dove trovare i mezzi per rappresentare ciò che trascende la natura e il pensiero? Lo stesso più grande artista non ha a sua disposizione altri colori che quelli della terra: e Giacomino, poveretto! era tutt'altro che un grande artista.Più viva è la pittura ch'egli fa dell'Inferno: una città di fuoco e di zolfo bollente, con acque amare e velenose, con ortiche e spine, coperta da un cielo di bronzo, nella quale se fosse gettata tutta l'acqua del mare, incontanente arderebbe come cera colata. Il re della dolente città si chiama Lucifero, e i demoni sono da Giacomino dipinti in quella forma che se li figurava la fantasia del popolo, con le corna, con le mani pelose, neri come il carbone. Egli li fa urlar come lupi, abbaiar come cani, li arma di lance, di forche, di bastoni, di tizzoni accesi. Chi attizza il fuoco, chi batte il ferro, chi strugge il bronzo, chi spezza le ossa ai dannati; i quali poi colle mani e coi piedi legati sono condotti innanzi al re della morte, e gittati quindi in un pozzo profondo, ond'esce un fetore che ammorba tutto l'inferno. Ed accanto alla tragedia anche un po' di commedia. Ad un dannato capita addosso uno dei cuochi di Lucifero; ghermitolo, lo mette ad arrostire infilato in uno spiedo, e lo condisce con acqua, sale, fiele, aceto e veleno, servendolo poi come ghiotto boccone al signor dell'Inferno, il quale lo trova mal cotto e lo rimanda al cuoco perchè lo arrostisca meglio in quel fuoco che arde eternamente.Tragedia e commedia insieme, dicevo, che nelle povere turbe intente ad ascoltare quei canti, avranno un giorno suscitato brividi di terrore e convulsioni di risa; e che a noi oggi fanno tristamente pensare quanto in basso fosse caduto il pensiero, e quanto faticoso cammino abbia dovuto fare la civiltà per giungere a redimere gli uomini da questa morbosa condizione del loro spirito.Il milanese Buonvicino, anch'egli frate, di quell'ordine degli Umiliati la cui storia si collega così strettamente con l'Arte della Lana, una delle glorie di Firenze, Buonvicino ci ha lasciato molte poesie, alcune di argomento leggendario, altre di argomento morale, come i contrasti tra la rosa e la viola, tra la mosca e la formica e tra i dodici mesi dell'anno; ed una finalmente di genere civile, le cinquanta cortesie della tavola. Fu già osservato non essere senza curiosità il vedere questo frate, che fu maestro di grammatica, autore di una cronaca della sua città e poeta religioso, farsi anche maestro di costumanze civili.Volete voi sentire qualche precetto di quel galateo del secolo XIII, qualcheduna di queste curiosità del banchetto, vecchie di quasi settecent'anni? Se sei invitato a pranzo, dice Buonvicino, non correr troppo presto a prendere il tuo posto a tavola; e poi sta pulitamente al desco, cortese, adorno, allegro; non incrociare le gambe, non appoggiare i gomiti, non mangiare troppo nè troppo poco, nè con fretta eccessiva; non empirti soverchiamente la bocca. Se ti vien offerta la coppa per bere, prendila con due mani per non versare il vino. Se mentre sei a tavola sopravviene qualcheduno, guardati dall'alzarti. Cerca mangiando di non far rumore coi denti. Se stranuti o se tossi, voltati dall'altra parte. Non inzuppare il pane nel vino, non biasimar le vivande, non guardare nel piatto degli altri, non ti stuzzicar i denti colle dita, non toccare col pollice la sommità del bicchiere, e giù giù altri precetti, altri consigli, altre regole per non esser, come egli dice, villano.E così questa letteratura dell'alta Italia, dopo aver intrattenute sulle piazze le plebi avide di racconti, entrava col frate milanese anche nella casa del cittadino, per insegnare a lui, alle sue donne, ai suoi figliuoli le pulitezze del viver civile, annunziandoci l'avanzarsi diquella società borghese, che già strappava al Medioevo gli ultimi brandelli della sua mistica corona.Abbiamo veduto quel che accadeva nel mezzogiorno e nel settentrione. Avviciniamoci al centro.Gli inni sacri latini furono moltissimi nel Medioevo, ed alcuni improntati di molta forza. Chi non ricorda ilDies iraecoi suoi cupi suoni, colle sue lugubri immagini, col suo metro stesso che sembra martellare nell'anima il terribile ricordo della fine del mondo? Chi non ricorda loStabat mater, quella pietosa poesia dell'amore materno, dove il dolore è così vero, così grande ed espresso con tanta semplicità?Sotto l'influenza del movimento religioso che si operò in Italia nel secolo XIII, l'inno latino passò alla forma volgare, e si ebbe così un nuovo genere di poesia che si svolse principalmente nell'Umbria, la patria di San Francesco e del Beato Jacopone da Todi, San Francesco, l'innamorato di Dio e della natura, che chiamava fratelli il sole, i lupi, gli uccelli, che amava la musica; il santo dalle idee cavalleresche, che volle avere una dama a cui servire e si scelse la povertà; il trovatore di Cristo, che chiamava i pii compagni dell'opera suagiullaridel Signore epaladini della Tavola rotonda, dicono che rapito in estasi dettasse ad un suo compagno quello che fu detto il Cantico del Sole.E vero giullare di Dio fu un seguace del poverello d'Assisi, Ser Jacopo Benedetti da Todi, il quale narrasi avesse per moglie una bella, giovane e ricca gentildonna, che recatasi un giorno ad una festa nuziale, fu travolta cogli altri nella rovina della sala ove danzavasi; onde trasportata a casa moribonda non potè nascondere al marito un pungente cilizio, che, nascosto sotto le splendide vesti, le lacerava le carni. Quella vista fu per Ser Jacopo come un ammonimento di Dio: da quel giorno, donate ai poveri tutte le sue ricchezze, e copertosidi stracci, si diede alla vita della penitenza, e tant'oltre si spinse da compiacersi d'esser mostrato a dito, d'esser deriso, d'esser seguito da una folla che gli urlava dietro a dileggio: Jacopone, Jacopone! Diventò sua passione l'esser pazzo per amore di Dio, e fece pazzie incredibili, come quella di mostrarsi in pubblico con un basto d'asino sulle spalle e il morso in bocca, camminando carponi come le bestie, o di cospargersi il corpo di trementina e avvoltolarsi nelle piume, che rimanendogli appiccicate davano a quel disgraziato un aspetto del quale non saprebbe immaginarsi il più ridicolo. Per questa passione dell'amore divino il povero frate andò delirando anni ed anni, condannandosi ai più duri patimenti. Per l'amore divino egli odiava sè stesso, godeva di essere vilipeso, chiedeva a Dio tutti i mali, tutti i dolori, tutti i tormenti: la febbre, l'idropisia, la podagra, la lebbra, il mal caduco, chiedeva d'esser fatto cieco, sordo, e muto, e che il suo corpo fosse ridotto fetente e che la sua sepoltura fosse nel ventre di un lupo! Rinnegava il padre, i parenti, gli amici, aspirava a spogliarsi della sua umanità, raccomandava la sua fama all'asino che raglia. Noi possiamo figurarci quale poesia uscisse da quell'anima così profondamente esaltata: una poesia che scoppia in parole, in accenti, in gemiti, in singhiozzi, che è un'ebbrezza continua, quasi un furore erotico. Jacopone, poeta popolare, porta nell'arte sua la sensualità del popolo, e veste d'immagini sensibili, di colori infuocati il mistico amore dell'anima sua. Egli si esalta fino a chiamare i suoi rapimentidanza dello spirito, e grida questi, non dirò versi ma singulti di sfrenata passione:Ciascuno amante che ama il SignoreVenga alla danza cantando d'amore,Di amore ardente il cor tutto infocatoSia trasformato in grande fervore.Infervorato dell'ardente foco,Come impazzito che non trova loco,Cristo abbracciando, non l'abbracci poco,Ma in questo gioco se li strugga il core.Lo cor si strugga com'al foco il ghiaccio,Quando col mio Signor dentro m'abbraccio,Gridando amor, d'amor sì mi disfaccio,Con l'amor giaccio com'ebrio d'amore.Pare davvero di essere, non sul limitare del manicomio, ma dentro addirittura.Pazzo o no, ad ogni modo, certo è che il frate di Todi ha impeti lirici forti e sinceri; è certo ancora che il suo misticismo lo trascina a guardare anche alle cose del mondo, a farsi severo giudice dei religiosi e dei prelati del tempo suo, a chiamare al suo tribunale lo stesso papa Bonifazio VIII. Il quale gettò in una tetra prigione lo sventurato, lo fece incatenare, gli fece soffrire la fame; ed anche nel carcere, tra i ferri, affamato il delirante asceta seguitò a cantare, e chiamò quei tormenti la sua più grande consolazione.L'arte di Jacopone è sicuramente ruvida e sbrigliata; ma come poeta popolare (dice nel suo eccellente studio sul Todino il mio dotto e caro amico Alessandro d'Ancona) «egli ha duplice importanza, perchè ci mostra quali sentimenti fervevano ai suoi tempi nel seno delle plebi e qual forma potevano assumere nel canto. Sia ch'ei tratti i misteri della religione in forma lirica o drammatica, sia che esalti la povertà francescana o vituperi i nemici di quella, egli ha una forza ingenita che mal gli si potrebbe negare. Come quel gigante della favola che acquistava vigore toccando la terra, Jacopone è poeta non per arte ma per natura, ogni qualvolta attinga alle vivide fonti del sentir popolare, e ripeta le voci che scorrono pei campi e mormorano nelle selve dell'Umbria».Abbiamo lasciato la lirica d'arte agonizzante di clorosi in Sicilia; la ritroviamo galvanizzata da Guittone d'Arezzo, che con faticoso sforzo tenta di rinnovarla latineggiandola; la ritroviamo che filosofeggia a Bologna, la città della dottrina, pensosa ed astrusa sulle labbra di Guido Guinizelli.Ma la Toscana ormai attira la nostra attenzione. Ecco tuttavia della letteratura francese, apparisce quivi una schiera di poeti che insegnano moralizzando, e vestendo d'allegorie i propri insegnamenti. Un Ser Durante riduce in sonetti il Romanzo della Rosa, e scrive il suo Tesoretto Brunetto Latini; altri da vecchi libri francesi mette insieme l'Intelligenza, e Francesco da Barberino compone i due trattati deiDocumenti d'amore, edel Reggimento e dei costumi di donna.Messer Francesco di Barberino di Valdelsa, un dotto giureconsulto, un uomo d'alto affare, visse lungamente in Provenza, e là probabilmente concepì queste due opere, che sono una specie di enciclopedia morale, e che ci serbano curiose memorie dei costumi del tempo. Delle infinite cose ch'egli insegna, lasciate ch'io ve ne dica alcune, o signore, di quelle che riguardano la donna. È un altro Galateo anche questo, come quello di Fra Buonvicino.Il Barberino incomincia da dettare i suoi precetti per la fanciulla, e vuole, con ragione, ch'ella stia sempre colla madre, che non vada mai sola tra uomini, che tenga gli occhi bassi, che sappia tacere a tempo, e quando parla, parli temperatamente e a voce bassa, che sia ordinata nel mangiare e bene acconcia nel vestire. Vuole pure che, se ella sia richiesta di canto, prima di acconsentire si faccia un poco pregare; che rida senza far rumore, e che anche il pianto sia senza voce. Tutto questo però è d'obbligo per la donzella figliuola d'imperatore o di re. S'ella invece avrà la fortuna di esserefiglia d'un semplice cavaliere o d'un giudice o d'un notaio, allora le sarà lecito ridere e cantare e andare attorno, e menare allegrezza in balli e canti; allora dovrà imparare a cucire, a filare ed anche a fare un po' da cucina.Una terribile questione si presenta al pensiero di messer Francesco. Sarà bene che la fanciulla impari a leggere e a scrivere? Egli candidamente confessa che non sa risolversi: ma dopo aver ragionato un pezzetto su questo arduo argomento, conclude che nel dubbio è meglio scegliere la via più sicura; e questa via più sicura è ch'ella impari altre cose, e lasci andare il leggere e lo scrivere come inutile e pericoloso.Alla promessa sposa ordina il Barberino di star sempre nascosta, e che le sembri noia il solo esser veduta, e che mostri paura d'ogni vista umana. Se le accade di uscire alcuna volta colla madre, non deve salutare alcuno, ma camminare tutta raccolta, cortese, soave,Facendo piccol passi e radi e pari.Che se poi alla fanciulla cominci a passare il tempo da marito, allora occorre raddoppiar le cautele: non affacciarsi mai alla finestra, non legger libri di novelle nè di canzoni, sceglier cibi adattati, e finalmente raccomandarsi alla misericordia di Dio.Rivolgendo i suoi insegnamenti alla donna maritata, il nostro autore prende le mosse dalla cerimonia del matrimonio e vuole che la fanciulla si faccia due o tre volte ripetere la domanda del consentimento prima di rispondere, come vuole che mangi prima in camera sua, per mostrar poi di non aver appetito al banchetto nuziale.Potrei seguitare ancora per molto a riferirvi i precetti del Barberino, ma la via lunga mi sospinge, ed i libri suoi, del resto, come quelli degli altri rimatori diquesto ciclo allegorico-morale, nella storia dell'arte non segnano certo un progresso. Sono un ultimo strascico dell'imitazione straniera, un limaccioso rivoletto che va a perdersi nel fiume reale della nostra letteratura.La quale s'avvia oramai per nuovi e fioriti sentieri, annunziatori della vicina grandezza. Eccovi un gruppo di toscani, poeti giocosi e satirici: i lontani antenati del Pistoja, del Berni, del Lasca. È l'arte borghese che s'ingentilisce e si afferma. L'amore cavalleresco coi suoi inutili sospiri, con le sue donne valenti e fini, tutte uguali tra loro, tutte insignificanti, vuote, irrigidite, cede il passo ad altri ideali. Lo scherzo comincia a diventare un elemento della vita, e la risata del buonumore prorompe dalle labbra del cittadino del libero e fiorente Comune, dove si vive d'allegria e di fiorini, dove si ingrassa genialmente da epicurei e si muore stoicamente da eroi, dove si hanno i presentimenti del mondo moderno e le virtù dell'antico. Curiosi tempi delle zuffe sanguinose e feroci combattute per le vie della città, e dei balli giulivi sulla piazze; dei lieti ritrovi, delle feste del maggio, delle sollazzevoli brigate, ed insieme degli improvvisi corrucci, e delle truci vendette.A Siena, narrano gli storici, dodici giovani nobili e ricchi, avendo sentito da un predicatore annunziar vicina la fine del mondo, decisero prima che il mondo finisse di godersi quanto più potessero, scioperatamente, la vita; si ritrassero in un palazzo con gran moltitudine di servi e di cavalli, recando ognuno diciottomila fiorini, e là in sontuosi pranzi e allegre cene, gittando dopo il banchetto dalla finestra i ricchi vasi, i coltelli d'oro e d'argento, regalando splendidamente ogni ospite che si presentasse al loro palazzo, cuocendo le vivande colle punte de' garofani, consumarono in meno d'un anno duecentomila fiorini d'oro.Questa brigata. . . . . . . . . . in che disperseCaccia d'Ascian la vigna e la gran fronda.E l'Abbagliato il suo seno proferse,ebbe il suo poeta, Folgore da San Gimignano, il quale insegnò a quegli scapestrati ciò che dovessero fare nei varii mesi dell'anno: di gennaio, per esempio,Uscir di fori alcuna volta il giorno,Gittando della neve bella e biancaA le donzelle che staran d'attorno;di maggio. . . . . rompere e fiaccar bigordi e lance.E piover da finestre e da balconiIn giù ghirlande e in su melarance;di luglio, mangiareDi quella gelatina smisurata,E starne arrosto e giovani fagiani,Lessi, capponi, capretti sovrani,E, cui piacesse, la manza e l'agliata.Anche Firenze ebbe le sue allegre brigate, sebbene non così pazze come quelle di Siena. Udite ciò che narra il vecchio Villani: «Negli anni di Cristo 1283 si fece nella contrada di Santa Felicita oltr'Arno, onde furono a capo i Rossi con loro vicinanza, una nobile e ricca compagnia, vestiti tutti di robe bianche con uno Signore detto dello Amore. Per la qual brigata non s'intendea se non in giuochi ed in sollazzi e balli di donne, di cavalieri, popolani ed altra gente assai onorevole, andando per la città con trombe e molti stromenti, stando in gioia ed allegrezza a gran conviti di cene e desinari. La quale corte durò presso a tre mesi, e fu la più nobile e nominata che mai si facesse in Firenze e in Toscana.»Or quello stesso Folgore che aveva insegnato ai Senesii sollazzi dei dodici mesi dell'anno, a un'allegra brigata di Fiorentini insegnò quello che dovessero fare per ogni giorno della settimana; e la gaia settimana in questo modo si chiude:A la dimane, all'apparir del giornoVegnente, che domenica si chiama,Qual più gli piace damigella o damaAbbiane molte che gli sien d'attorno;In un palazzo dipinto ed adornoRagionare con quella che più ama.Qualunque cosa che desia e bramaVegna in presente senza far distorno.Danzar donzelli, armeggiar cavalieri,Cercar Fiorenza per ogni contrada,Per piazze, per giardini e per verzieri,E gente molta per ciascuna strada,E tutti quanti il veggian volentieri.Ed ogni dì, di bene in meglio vada.Come queste poesie di Folgore ci ritraggono la vita spensierata dei giovani della fine del tredicesimo secolo, così altre poesie, nello scherzo mordaci, ci diranno di quel tempo gli sdegni. Sentite con quali tocchi vivi è disegnata da Rustico di Filippo questa caricatura:Quando Dio messer Messerin fece,Ben si credette far gran meraviglia,Chè uccello e bestia ed uom ne soddisfece,Che a ciascheduna natura s'appiglia.Che nel gozzo, anitrocco il contraffece,E nelle reni giraffa somiglia,Ed uom sembra, secondo che si dece,Nella piacente sua cera vermiglia.Ancor rassembra corvo nel cantare,Ed è diritta bestia nel savere,E ad uom è somigliato al vestimento.Quand'egli il fece, poco avea che fare,Ma volle dimostrar lo suo potere,Sì strana cosa fare ebbe in talento.E sentite che satira profonda sia nascosta in questi consigli che ad unGingillinodel suo tempo dà Pucciarello da Firenze:Per consiglio ti do di passa passa,Voltar mantello a quel vento che viene:Chi innalzar non si può, molto fa beneSe lo suo capo flettendo s'abbassa.E prendi a esempio arboscel che si lassa,Quando inondazion gli sopravviene,Ello s'inchina, e così si mantieneFinchè la piena, dura ed aspra, passa.Però quando ti vedi stare abbasso,Sta cieco, sordo e muto, e sì non menoCiò ch'odi e vedi, taci e nota appieno,Finchè Fortuna ti leva da basso:Poi taglia, stronca, mozza, rompi e batti,E fa che mai non torni a simil'atti.Ma di questo genere giocoso-satirico della nostra antichissima letteratura è principe un Senese, che veramente sugli altri com'aquila vola. Cecco Angiolieri, che qualcheduno ha chiamato un capo ameno, e che io direi piuttosto un grande infelice, ebbe un padre duro ed avaro, una madre cattiva, una moglie brutta e vecchia, che consumava il suo tempo a impiastricciarsi il viso col belletto ed a lisciarsi i capelli. Ed egli che era nato poeta, spensierato, prodigo, allegro, egli, in quella casa della tristezza e dell'avarizia, diventò un perverso figliuolo ed un pessimo marito, non amò, com'ei stesso dice, che le donne, la taverna e il giuoco; concepì odio per il padre e la madre, e dei suoi odii e dei suoi amori cantò in modo che le sue parole sono qualche volta una sacrilega bestemmia, qualche altra un pianto dirotto. Io ebbi, egli dice, il dolore per padre, per madre la miseria, la malinconia per balia; le mie fasce furono i malanni; tutto m'è andato sempre al rovescio:Ma sì mi posso un cotal vanto dare,Che s'io toccassi l'or, piombo il farei;E se andassi al mar, non credereiGocciola d'acqua potervi trovare:unico mio rifugio sarebbe la morte:Io ho sì tristo il cor di cose cento,Che cento volte il dì penso morire,Nell'Angiolieri c'è una mescolanza continua di dolore e di scherzo, di lacrime e di spensieratezza, di tragico e di comico. Accanto a un sonetto che è un capolavoro di poesia burlesca, schizza fuori una quartina, una terzina, un verso che pare un muggito di bestia feroce. Così, per esempio, egli mette in canzonatura un tale tornato di Francia ricco e burbanzoso, e poi caduto in basso:Quando Ner Piccolin tornò di FranciaEra sì caldo di molti fiorini,Che gli uomin gli parevan topolini,E di ciascun si facea beffe e ciancia;Ed usava di dir: mala miscianzaPossa venire a tutti i miei vicini,Quando sono appo me sì piccioliniChe mi fôra disnor la loro usanza.Or è per lo suo senno a tal condotto,Che non ha niun sì picciolo vicinoChe non si disdegnasse farli motto:Ond'io metterei 'l cuor per un fiorino,Ch'anzi che sian passati mesi otto,S'egli avrà pur del pan, dirà: buonino!Ed ecco quello stesso poeta che si è burlato così piacevolmente di Neri Piccino, scrivere del proprio padre queste orribili parole:E poi m'è detto ch'io nol debbo odiare;Ma chi sapesse bene ogni sua traccia,Direbbe: il cor gli dovresti mangiare.Perdonatemi, o signore, se vi ho letto questi versi che nelle vostre anime gentili debbono destare ribrezzo ed orrore. Ma io doveva pure delinearvi la scapigliata e truce figura dell'Angiolieri, che è senza dubbio uno dei poeti più caratteristici e più originali che abbia la nostra letteratura del secolo XIII. E molte cose ho taciute, moltissime, che pure avrebbero meglio lumeggiato quello strano uomo e quel poeta, il quale alla distanza di tanti secoli fa pensare ad Enrico Heine. Molte cose ho lasciate nel silenzio, ma non posso lasciare anche quello che è il capolavoro del povero Cecco; un sonetto nel quale egli dice ciò che vorrebbe essere e ciò che vorrebbe potere:S'io fossi fuoco, io arderei lo mondo;S'io fossi vento, io lo tempesterei;S'io fossi mare, io lo allagherei;S'io fossi Dio, lo manderei in profondo.S'io fossi papa, allor sarei giocondo,Che tutti li Cristian tribolerei;S'io fossi imperator, sai che farei?A tutti mozzerei lo capo a tondo.S'io fossi morte, io anderei da mio padre;S'io fossi vita, fuggirei da lui;E similmente farei a mia madre.S'io fossi Cecco, com'io sono e fui,Torrei per me le giovani leggiadre,Le brutte vecchie lascerei altrui.Quali suoni si alternano in questi versi! Par di sentire uno scroscio di fulmine, un urlo di turbine, a cui succeda lo sghignazzar d'un dannato. I due motivi mescolandosi fanno come un'armonia diabolica, in mezzo alla quale suonano stridule risa e colpi di singhiozzo. Ma il fatto è che lo sventurato poeta piange qui lacrime cocenti; e che questo sonetto è una delle più forti espressioni artistiche dell'odio che abbia la letteratura italiana.E se voi riflettete, o signori, che questa letteratura, quando l'Angiolieri scriveva, non aveva, tutt'al più, che un'ottant'anni di vita; se riflettete al cammino da lei percorso in così breve spazio di tempo, vedrete come questo fatto prodigioso non possa trovare spiegazione che nelle speciali condizioni del pensiero italiano; in quelle condizioni che poterono ad una letteratura appena nascente dare il suo scrittore più eccelso.Ho nominato Dante Alighieri: Dante che si trova per un momento mescolato a quei poeti giocosi e satirici, Dante che fu in corrispondenza poetica coll'Angiolieri, Dante che scambiò con Forese Donati, il fratello di Corso e di Piccarda, alcuni mordaci sonetti, rivendicati al gran padre Alighieri da Isidoro del Lungo, il sapiente difensore della Cronaca Diniana contro le jattanze indigene e straniere.Correvano gli ultimi anni del secolo XIII. Firenze era, come altri disse, la prima potenza denaresca d'Europa. I commerci, le industrie, le feste, le arti, le rivoluzioni, le guerre, tutto contribuiva a fare di questa nobil figliuola di Roma il centro del movimento economico, politico ed artistico d'Italia. Qui fini ed arguti gli ingegni, forti i cuori, operose le braccia; qui persistenti le tradizioni romane; qui una forte costituzione democratica; qui il senno pratico e la leggiadria dei costumi; qui una lingua ricca di suoni e di forme. In mezzo a codesta società cresce Dante Alighieri; cresce disdegnoso ed altero, coll'anima bollente di passioni, estatico un giorno davanti a un angelo dipinto da Giotto, curvo domani sulle pergamene di un codice di Boezio o di Arnaldo Daniello; intento oggi a guardare con occhi cupidi una bella donna che passa, raggiante un'altra volta di gioia al cospetto di un'immagine celeste che gli balena nella fantasia; sorridente ai versi che gli dirige il suo Guido Cavalcanti o il suo Cino, livido di disprezzoquando legge le insolenze di Cecco Angiolieri, al quale par che risponda egli, il superbo giovine, quel verso scritto al senese da un altro fiorentino:Tu mi pari più matto che gagliardo.Nella giovinezza di Dante ci fu certo un periodo di gravi disordini, e ne resta documento nella sua corrispondenza poetica con Forese, nelle febbrili canzoni a una donna ch'egli chiama Pietra, nella confessione fattane da lui stesso nella Divina Commedia. Ed anche quando tenzoneggia d'ingiurie col Donati, od espande i suoi bollori erotici per la crudele che gli squarta il cuore, la zampa del leone si sente.Ma non sono queste le poesie che fanno a Dante aprire il secondo e glorioso periodo della nostra letteratura. Se la tirannia dell'argomento non me lo vietasse, io vi parlerei di quella scuola lirica da lui stesso chiamata deldolce stil nuovoda lui stesso definita in questi versi famosi:. . . . . . io mi son un che quandoAmore spira, noto, ed a quel modoChe detta dentro, vo significando.Una lirica nei suoni dolcissima, nella forma aerea, diafana, impalpabile, che pare una musica celeste, un cantico di Serafini, un sospiro dell'anima; una lirica che sale su, in alto, come una preghiera devota, che è un'estasi dello spirito innamorato della più pura e più celeste idealità femminile.Anche Dante ebbe prima le sue titubanze. Alcune delle sue liriche risentono tuttavia qualche cosa della maniera dei Provenzali e di quella del Guinizelli, ch'egli salutò padre suo nell'arte. Ma poi spiccato il volo divino nel campo infinito dell'ideale, parve transumanarsi, e dalle sue labbra sgorgarono le note più soavi che abbia la lirica umana di tutti i tempi e di tutti i paesi.La donna si mutò in angiolo, e con angelica lingua fu salutata dal suo poeta:Tanto gentile e tanto onesta pareLa donna mia, quand'ella altrui saluta,Ch'ogni lingua divien tremando muta,E gli occhi non ardiscon di guardare.Ella sen va, sentendosi laudare,Benignamente d'umiltà vestuta,E par che sia una cosa venutaDi cielo in terra a miracol mostrare.Mostrasi sì piacente a chi la miraChe dà per gli occhi una dolcezza al core,Che intender non la può chi non la prova.E par che dalle sue labbra si muova,Uno spirto soave e pien d'amoreChe va dicendo all'anima: sospira.. . . . . . . . . . . . . . . . . . .Ogni dolcezza, ogni pensiero umileNasce nel core a chi parlar la sente,Ond'è beato chi prima la vide.Quel ch'ella par quando un poco sorride,Non si può dicer nè tenere a mente,Si è nuovo miracolo gentile.Miracolo nuovo sono in verità questi versi, nei quali è, come il Carducci ha detto, dell'afflato divino.E colla lirica Dantesca i nuovi destini della letteratura italiana furon segnati.Povere le nostre origini, poverissime, se paragonate colla ricchezza d'altri popoli, all'Italia toccò la gloria d'infondere nei varii generi letterari il sacro aroma che dona l'immortalità, il soffio avvivatore dell'arte. Le scarne e torbide visioni oltremondane divennero sotto la mano di Dante il più grande poema delle letterature moderne; la greggia novella si avvolse maestosa nel peplo Boccaccesco; la lirica ebbe nel Petrarca il suo cesellatorestupendo; la monotona canzone di gesta si tramutò nelle meraviglioso fantasie dei Pulci e dell'Ariosto. E Firenze, la vostra bella Firenze, ha il vanto di essere stata alla letteratura d'Italia madre e nutrice: essa che le diede la sua lingua, che nel secolo quattordicesimo fu il focolare del pensiero e dell'arte, e che poi, accordando gli esempi antichi al sentimento moderno, assimilando le forme classiche all'arte volgare, si fece il tempio di Vesta delle tradizioni paesane; essa, la gran signora dell'intelligenza, che prodigò regalmente al mondo i tesori del Rinascimento. Si direbbe quasi che di questi solenni destini fosse presago quel povero rimatore Siculo, che, quando appena spuntavano i primi e pallidi albori della nostra letteratura, mandava alla Toscana il suo saluto:Va, canzonetta mia,Salutami Toscana,Quella ched è sovrana,Ed in cui regna tutta cortesia.

DIADOLFO BARTOLI

Non congiunti più da nessuna affinità psicologica al Medioevo, riesce difficile a noi sentire quello che fosse, nei suoi aspetti bizzarri e multiformi, l'età delle febbri ascetiche e degli entusiasmi cavallereschi, dei barbari e dei santi, dei feudatari e dei servi, delle crociate e dei tornei; quella lunga e lugubre età nella quale il pensiero umano sembra vicino al suo ultimo disfacimento, e che è pure l'ingenuo tempo dei sogni e delle fole. Se una caratteristica possiamo cogliere in quel caotico agitarsi di elementi tanto diversi, questa sola sarà, che una puerilità universale ha invase le menti, che gli uomini sono divenuti fanciulli. La ragione sembra essersi coperta del lenzuolo funebre, per discendere nel sepolcro, dove dormirà molti secoli. I suoi radianti fulgori sono spenti. Il mondo colle sue gioie, la natura colle sue bellezze non parlano più al cuore degli uomini; le più alte aspirazioni dello spirito sono giudicate un peccato; il cielo incombe sulla terra, e nell'immane abbraccio la soffoca. Si è perduto quasi il concetto della successione dei tempi: ai funerali di Alessandro il Macedone si fanno assistere i frati colle croci e i turiboli; Catilina sente la messa a Fiesole; Orfeo è un contemporaneo di Enea, Sardanapalo un re della Grecia, Giuliano l'Apostata un cappellano del papa. Tutto in quel mondo prende un colorito fantastico. Gli uomini dell'antichità come i contemporanei, se appenasi sollevino dal livello comune, hanno tosto la loro leggenda, la loro storia poetica, che la tradizione abbellisce, ingrandisce, trasforma, e dove s'abbracciano fraternamente gli anacronismi più grossolani e le più strane invenzioni. Si confonde la storia di San Gregorio Magno con gli incerti ricordi di Edipo; si crede che il Barbarossa viva nascosto nel fondo di una foresta, e si aspetta che torni per liberar Terrasanta; di Virgilio si fa un mago; si narra che papa Gerberto ha stretto un patto col diavolo.

E pure da una tale prodigiosa credulità, da questo stato infantile dell'umano intelletto, che caratterizza il Medioevo, derivarono appunto i frutti della letteratura romanza. Come proprio dei fanciulli è l'amare tutto ciò che sappia di meraviglioso; come in essi è prepotente il desiderio dei racconti, tanto più graditi quanto più uscenti dai limiti del verosimile, così un popolo fatto latino dalla conquista, ringiovanito poi dal connubio colle fantasiose stirpi germaniche, e dalla loro antichissima epica eccitato, innestava sull'epopea merovingia l'epopea nuova, celebrando Clotario e Dagoberto, Carlo Martello e Carlomagno. E così sulla terra di Francia risuonava il primo cauto romanzo, che poi, traverso ai secoli, dispiegandosi, come albero rigoglioso ed immenso, in mille e mille rami, toglieva argomento dalle leggende intorno agli antenati di Carlo, intorno alla sua giovinezza, alle sue guerre, ai prodi compagni delle sue imprese. Nè solo dalle leggende Carolingie il trovèro francese attingeva materia pei suoi canti infiniti. Tutto in quell'epoca di trasformazione, di inconsciente poesia, di balda giovinezza de' cuori, prendeva un colorito uniforme; tutto era guardato traverso un velo di fantastico tessuto: la guerra di Troja, come le imprese di Alessandro Magno; le prodezze di Arturo, come gli amori di Tristano, come i miracoli di Sant'Eulalia e diSant'Alessio. Si accoppiava quindi alla solennità religiosa feudale della canzone di gesta, il cavalleresco romanzo d'avventura; si intrecciava al canto epico il romanzo allegorico dell'amore simboleggiato nella Rosa, mentre, quasi araldi dell'avvenire, ghignavano beffardi il poema della Volpe e il procace Fabliau.

Tutta questa lussureggiante fioritura romanza sbocciava e si allargava nella Francia settentrionale e centrale, dal settimo al tredicesimo secolo.

E nella Francia meridionale intanto più presto che altrove si apriva uno spiracolo di luce nel buio del Medioevo. Sotto quel limpido cielo, in mezzo a quella inebbriante natura ed a quelle popolazioni facili ad ogni impressione, avide di piaceri e di feste, agitate da un forte sentimento della vita; in quelle città intelligenti e fiere, dove la libertà si sviluppava così nobilmente, dove i pregiudizi occidentali erano distrutti dalle intime relazioni coi Musulmani e cogli Ebrei, dove regnavano sovrani lo spirito cavalleresco, l'amor della gloria, la difesa del debole, il culto per la donna, la liberalità, la magnificenza, nella Francia meridionale sorgeva un'altra letteratura, che cantava l'amore, la gioia, la cortesia; che affratellava in una specie di democrazia poetica il povero al ricco, il vassallo al signore; che univa in nozze ideali il popolo all'aristocrazia. Il poeta Provenzale, il trovatore, è sopratutto un artista, un artista lirico, che spesso mette in musica le sue proprie poesie, e da sè stesso cantandole, si accompagna col suono; che vive nei castelli dei principi e dei nobili, ne rallegra i conviti e le feste, riceve doni di cavalli, di bardamenti, di armi, di vesti; si aggira per le sale sontuose del maniero feudale, sogguardato dalla bella castellana, che sa di essere amata da lui, e se ne compiace nel suo segreto, ed aspira come un profumo il suo canto. Fra codesti trovatori ci sono i più potenti baroni dellaProvenza, ed insieme paggi, servi, soldati, giovani poveri e avventurosi. C'è Guglielmo Conte di Poitiers gran corteggiatore di donne, che oggi ama e domani abbandona; grande scettico che ride dei vescovi, e corre in Terrasanta a capo di trecentomila crociati; prode soldato che vive d'armi e d'amore, di canto e di cortesia. C'è Bernardo di Ventadorn, il figliuolo dell'uomo che scaldava il forno nel castello feudale, che ama prima la moglie del suo signore, e poi in Normandia la celebre Eleonora di Poitiers, e alla corte di Tolosa una bella italiana, Giovanna d'Este. C'è Goffredo Rudel che s'innamora, senza averla mai vista, della contessa di Tripoli, traversa il mare per lei, giunge malato e muore, muore felice perchè ha potuto per un istante contemplare la bellissima donna e riceverne un dono. Ci sono cento e cento altri, di questi cavalieri poeti, di questi guerrieri innamorati, di questi servi ardimentosi, che dal secolo XI al XIII fanno eccheggiare delle loro canzoni quella terra benedetta dalla natura.

Che cosa accadeva frattanto in Italia? Quando già le due letterature della Francia erano giunte al loro più alto sviluppo, in Italia si continuava a scriver latino. Sebbene anche qui si parlasse da tempo immemorabile una lingua volgare, questa lingua che pur serviva alla preghiera e all'amore, che era pure strumento ad esprimere i più cari ed intimi sentimenti dell'anima, pareva sdegnosa di assorgere a più elevato ufficio. La lingua della letteratura seguitava ad essere il latino, non solo nel VII, nell'VIII, nel IX e nel X secolo, ma anche nell'XI e nel XII.

Le ragioni di questo fatto sono complesse, ma si possono tutte riassumere in una sola, nell'influenza esercitata sugli Italiani dal grande nome di Roma. Per essi le memorie classiche fanno parte della loro vita: ogni città pone la sua gloria nel ricongiungersi all'antichità;Pisa, Genova, Verona si dicono fondate dai compagni di Enea: Firenze si crede edificata da Cesare e chiamata lapiccola Roma; Padova si vanta di possedere le ceneri di Antenore; Venezia di essere stata costruita e abbellita colle pietre, colle colonne, colle vasche avanzate alla distruzione di Troja.

Roma, anche vinta, soggioga i suoi vincitori. Eruli, Ostrogoti, Longobardi, si succedono, ma non penetrano la società, non la trasformano: Teodorico invade Roma, ma la sua reggia resta più romana che gota. Questa fu certo per noi una sventura politica. Mentre la Gallia rinnovata dai suoi stessi invasori diventava la Francia, e la Bretagna diventava l'Inghilterra, e l'Iberia la Spagna; noi soffrimmo tutti i danni delle invasioni, senza che questi fossero compensati dalla creazione di nessuna forza novella. Se Teodorico o Liutprando fossero stati il Clovi dell'Italia, chi sa quale diversa condizione si sarebbe preparata al nostro paese, chi sa quanti dolori, quanti martirii, quante umiliazioni di meno registrerebbe la nostra storia. Ma così non accadde. Noi fummo appena spruzzati del sangue barbarico, e rimanemmo Romani: Romani nelle idee, nei sentimenti, nelle leggi ed anche nella lingua come strumento letterario. Onde agli Italiani mancò quella infanzia d'intelletto e di cuore che fu per altre genti latine fonte d'ispirazione poetica. Là l'evoluzione letteraria si operò nel popolo e per il popolo, e fu spontanea, viva, feconda. Noi avevamo tutto un glorioso passato che ci gravava le spalle, che ci faceva esser maturi quando gli altri eran fanciulli, che ci dava i pregi della virilità, ma ci privava della vivacità infantile. Noi eravamo i continuatori di una civiltà antica di secoli, non i cominciatori di una civiltà nuova. La storia imperava tiranna su noi, e poco ci commovevano le prodezze dei paladini o la rotta di Roncisvalle o le bianche mani d'Isotta.Noi non avevamo, come gli altri popoli d'Europa, un eroe fantastico, nel quale s'incarnasse idealmente la nazionalità italiana. I nostri eroi seguitavano sempre ad essere i vecchi Scipioni. Noi eravamo pratici: le nostre città marittime si arricchivano coi commerci, nelle nostre Università si studiava il diritto romano, i nostri Comuni combattevano per la loro libertà: pratici e sempre un po' increduli, sempre con un po' di paganesimo nelle ossa. Il nostro scetticismo non ci concedeva di creare leggende, e le leggende degli altri popoli accoglievamo freddamente, non aggiungendovi nulla di nostro, anzi spogliandole spesso del loro colorito poetico, riducendole in prosa, ed in prosa latina. Perchè quello che accadeva per il contenuto, accadeva pure per la forma. La lingua latina non era per gli Italiani quello che per gli altri popoli, sui quali passò vincitrice l'aquila romana. Quei nostri padri antichi amavano il latino come loro lingua nazionale: esso faceva parte del loro sentimento di patria, era un ricordo della gloria passata, il segnacolo della loro grandezza, il labaro delle memorie e delle speranze. Gli Italiani del Medioevo scrivendo il latino, potevano illudersi nella credenza di aver messi in fuga i Barbari; e abbandonare quella lingua che aveva accompagnati nel loro giro trionfale i conquistatori del mondo, che aveva risuonato solenne e terribile nel Foro, che aveva servito alle immortali creazioni di Virgilio, doveva parere come perdere un'altra volta la patria.

Questo tenersi stretti al latino era poi potentemente favorito in Italia dalla Chiesa, che ne aveva fatto la sua lingua officiale, e non permetteva intromissione di volgare nei suoi riti; era favorito dalle magistrature e dagli scrittori. E così la chiesa, le leggi, la scienza, le condizioni sociali e intellettuali, le memorie del passato e le aspirazioni del presente, tutto cospirava a ritardare l'apparizione della nuova letteratura.

Vero è che quella povera lingua dei poeti, degli storici, degli ascetici, quella miserrima lingua della liturgia e delle leggi, era piuttosto che un latino, un volgare latinizzato: vero è che già quasi appartiene alla letteratura italiana il canto del nono secolo per l'imprigionamento dell'imperatore Lodovico II, e quello dei soldati modenesi del decimo; e che in latino volgare noi abbiamo una ricchissima letteratura di poemi, di canti storici, di cronache, d'inni sacri. Ma, insomma, il volgare schietto, la lingua parlata non osa ancor farsi avanti, diventare lo strumento dell'arte nuova. Siamo già alla fine del dodicesimo secolo, e nulla ancora apparisce.

Però, i semi si vanno gettando. Le due letterature della Francia saranno quelle che determineranno il primo sviluppo della letteratura italiana. Prima di arrischiarsi al loro volgare, gli Italiani scriveranno in provenzale e in francese.

Numerosi legami unirono già anticamente la Gallia meridionale all'Italia, e come l'Italia diede alla Provenza le sue istituzioni politiche, così questa ci mandò un alito della sua poesia. Molti furono i trovatori che nel secolo XII e nel successivo vennero in Italia, aggirandosi per le corti feudali dei marchesi di Monferrato, dei Malaspina, degli Estensi; visitando la Lombardia, la Marca Trevigiana, Como, Verona, Firenze. Il Monferrato divenne una seconda Provenza. I trovatori più famosi visitarono quella corte. Pier Vidal, dopo aver percorsa la Catalogna, l'Aragona, la Castiglia, dopo avere sposata a Cipro una greca ed avere sperato di assidersi sul trono imperiale di Costantinopoli, arrivava nel Monferrato, ed ivi scriveva verso il 1195 una poesia, dove palpita un certo sentimento di nazionalità italiana. Press'a poco nel tempo stesso si avviava verso l'Italia un altro celebre trovatore, figliuolo di un povero cavaliere della Contea diOrange, Rambaldo di Vaqueiras. Fermatosi a Genova, s'abbatteva in una donna, e la richiedeva di amore, ma ne era respinto, e componeva intorno a ciò una canzone bilingue, che può considerarsi come uno dei documenti più antichi dove rimanga vestigio di un dialetto italiano: ve ne lesse due strofe il professor Rajna parlandovi delle origini della lingua italiana. — Rambaldo, proseguendo il suo viaggio, giungeva appresso alla corte di Monferrato, dove lo attendeva la protezione del marchese Bonifazio e l'amore della sua avvenente sorella Beatrice, ch'egli cantava in molte poesie, sotto il nome diBel Cavaliere, avendola una volta furtivamente veduta esercitarsi colle armi del fratello.

Spuntò per le Provenza un giorno terribile. Serpeggiava là una di quelle eresie medievali, che volevan ridurre gli uomini allo stato di angeli. Se ne indignarono i difensori dell'ortodossia papale che aspiravano ad essere i padroni delle coscienze; e contro i poveri Albigesi fu bandita da Innocenzo III una crociata, alla quale accorsero migliaia di avventurieri che avean tutto da guadagnare e niente da perdere. Costoro, a cui il papa concedeva perdoni, indulgenze, e, più appetitoso premio, l'affrancazione dai debiti, costoro che intravvedevano i ricchi castelli da saccheggiare con tutto quello che tien dietro al saccheggio, si rovesciarono sulla Provenza come torrente devastatore. In una sola città si scannarono più di sessantamila persone, vecchi e giovani, uomini e donne, persino bambini lattanti. Questi sgozzatori domandavano al Legato del Papa come potessero distinguere i fedeli dagli eretici, e costui rispondeva: ammazzateli tutti, che saprà dopo distinguerli Dio. Si trucidava dappertutto, nelle case, per le vie, anche sui gradini degli altari. Tutta la Provenza fu inondata di sangue, e su quella terra insanguinata divamparono le tetre fiamme dei roghi che l'Inquisizione accendeva.

I lieti cantori dell'amore, atterriti, fuggivano, e molti di essi prendevano la strada d'Italia, dove si stabilivano come in patria novella. Se prima essi accorrevano alle nostre terre in cerca di fortuna e di amore, dopo la nefanda strage venivano frementi d'ira a cercar la vendetta, e sperandolo vendicatore, si affollavano intorno a Federigo II, tanto in Sicilia come negli altri luoghi dove egli teneva sua corte.

Ai Provenzali poi, che empivano dei loro canti d'amore o di sdegno l'Italia, si accompagnavano non pochi italiani che scrivevano poesie provenzali. Alberto Malaspina non solo accoglieva i poeti occitanici nei suoi castelli di Lunigiana e del Tortonese, ma egli stesso tenzonava con altri trovatori. Maestro Ferrari da Ferrara rallegrava dei suoi versi la corte Estense e quella di Gherardo da Cimino. Lanfranco Cigala di Genova in una fiera serventese rampognava il marchese Bonifazio di Monferrato della sua instabilità politica; un altro genovese, il Calvo, gridava contro le discordie della sua patria; un veneziano, Bartolomeo Zorzi, difendeva contro Genova la sua Venezia; un piemontese, Nicoletto da Torino, celebrava le imprese di Federigo II; un altro piemontese, Pier della Carovana, esortava alla concordia le città strettesi nella seconda lega Lombarda; un mantovano, Sordello, dopo avere rapita al marito Cunizza, la sorella del terribile Ezzelino, dopo aver corse mille avventure d'amore, assorgeva ai più alti argomenti politici, faceva sentire la sua libera parola ai principi e ai popoli.

In tal guisa l'Italia tutta risuonava della poesia occitanica, la quale imponeva la propria lingua ai poeti dei paesi dove essa si stabiliva; in tal guisa trovatori della Provenza e trovatori italiani, si mescolavano nelle nostre corti, cantavano le nostre donne, i fatti della nostra storia, le imprese dei nostri principi. Ed al tempostesso faceva sentire la sua influenza tra noi anche la poesia della Francia settentrionale; onde, come ci furono Italiani che scrissero in provenzale, così ci furono pure altri Italiani che scrissero in una lingua che è un francese italianizzato.

Il canto provenzale diede impulso alla nostra lirica; il canto francese alla poesia narrativa e morale. La prima si sviluppò nell'Italia del mezzogiorno e del centro; la seconda, nell'Italia settentrionale.

La più antica lirica italiana è quella, che, sorta circa nel secondo o terzo decennio del secolo tredicesimo, si chiamò della scuola Siciliana, perchè ebbe il suo focolare alla corte di Federigo II; e di essa fecero parte non Siciliani soli, ma anche Pugliesi e Toscani: i più famosi, lo stesso imperatore Federigo, Enzo suo figlio e Pier della Vigna suo ministro.

Federigo II fu, giova qui ricordarsene, una delle più grandi figure storiche del suo secolo. Egli promosse la scienza, protesse i dotti, difese la libertà dei culti, emancipò i servi, fondò biblioteche ed università. Questo imperatore che viveva di guerra, di amore e di scienza, mezzo orientale e mezzo romano, chi crederebbe non dovesse portare nella poesia tutto l'impeto delle sue passioni? Chi non crederebbe che, pure ispirandosi ai canti dei trovatori, non dovesse preferir quelli nei quali bolliva lo sdegno contro il suo terribile nemico, il papato? E chi non crederebbe ancora che Pier della Vigna, autore di versi latini ferventi d'ira contro i frati, non facesse sentire nei suoi versi volgari qualche cosa delle passioni che gli agitavano il petto? qualche cosa delle vicende a cui si trovò mescolato?

Eppure niente di questo. Federigo II come il suo ministro, come tutti gli altri rimatori della sua scuola, non furono che languidi imitatori della poesia amorosa dei Provenzali, e al pari di tutti gli imitatori, riuscironopeggiori dei loro modelli. Misera cosa, invero, quella nostra antichissima poesia, scarna, estenuata, gelida, anemica. Nessun impeto di passione l'agita mai, niun accento individuale vi si può cogliere. Tutte quelle migliaia e migliaia di rime somiglian tra loro, paiono una processione interminabile di pallide ombre che ci sfili davanti nel crepuscolo d'una giornata nebbiosa. La vita, la natura, l'amore, non danno mai un sussulto di verità a quei verseggiatori noiosi e monotoni, che spogliati di ogni personalità, scrivono tutti secondo un tipo comune, girano e rigirano intorno all'eterno tema dell'amore con giuochi di parole e di concetto, e con un frasario puramente di convenzione; sbadigliano i loro sospiri a donne che non son donne ma larve; e paurosi di ogni libero volo, si tengono strettamente afferrati ai loro modelli, come vacillanti bambini alla gonna materna. L'arte della scuola Sicula è, come ha detto un moderno, il balbettare infantile della decrepitezza; e non poteva essere che così. Lo spirito cavalleresco onde era sbocciata, come fiore a pomposi colori, la poesia provenzale, agonizzava oramai in tutta l'Europa; la stessa arte trovadorica era giunta a un periodo di estrema decadenza. La scuola Sicula al difetto dell'imitazione aggiungeva dunque quello di essere un frutto fuor di stagione, venuto troppo tardi e avvizzito prima di maturare.

Ma la spinta era data. Se Federigo e i poeti della sua corte amano di trastullarsi fabbricando stentatamente le stanze delle loro canzoni dietro le orme dei Provenzali, altri in quella stessa Sicilia risuonante di quel vaniloquio poetico, porge l'orecchio alla natura immortale, e compone versi d'amore vigorosamente sentito. La donna sbiadita, incorporea, insignificante dei rimatori della scuola cortigiana, si muterà così in una donna nelle cui vene corre vivido il sangue, sulle cui guancie brillano accesi i colori della salute. La povera castellanavenuta di Provenza in Sicilia a morir d'etisia, cederà il posto alla donna del popolo non aduggiata dalle ombre crepuscolari di nessuna scuola, ma cresciuta sotto gli allegri e liberi raggi del sole, pioventi su lei gioventù e robustezza: un po' troppo veramente plebea e petulante, che non ha imparato certe raffinatezze e certe ipocrisie dell'educazione; ma che si presenta sulla scena dell'arte italiana come la prima che abbia fisonomia, atteggiamenti, parole, non presi in prestito da nessuno.

Di un'arte popolare sviluppantesi nel mezzogiorno d'Italia insieme all'arte cortigiana, ci restano varii documenti: il lamento di una donna che vede partire l'amante per Terrasanta, il pianto di una fanciulla abbandonata, e, più notabile degli altri, un contrasto tra un uomo e una donna, dove scattano parole e concetti molto vivaci, dove parla una passione irruente, senza sottintesi, senza mezzi termini, e che prova non essere ilrealismoun'invenzione del nostro secolo. Chi sia l'autore di questa poesia non sappiamo. I critici che si sono occupati di storia letteraria lo hanno chiamato ora Ciullo d'Alcamo ora Cielo dal Camo, e ci hanno scritto intorno pagine e pagine senza fine. Non sono molti anni che ci fu in Italia una vera alluvione di queste Ciullomachie. Ma l'alluvione per fortuna è passata, e la poesia resta: una poesia fresca di sentimento, rude nel suo contenuto e nella sua forma dialettale, che non ha grande importanza per sè stessa, ma che ci prova come accanto alla poesia artistica d'imitazione straniera, un'altra ne sorgesse indigena e originale, la quale s'ispirava alla realtà ed era eco del sentimento popolare.

Se nel centro d'Italia e nel mezzogiorno la nostra letteratura s'iniziò con poesie amorose, diversi affatto furono gli atteggiamenti presi dall'arte nascente nella parte settentrionale del nostro paese. Neppur là, invero,dovevano mancare i canti d'amore, e qualche povero avanzo ne è giunto fino a noi. Ma son poca cosa, e più triviale anche del contrasto Alcamese, tanto triviale che non sarebbe lecito a me dirvene neppur gli argomenti. Nel nord dell'Italia la più antica poesia preferì il genere civile, morale, religioso, didattico: non fu lirica, ma narrativa. Nella regione veneta si ebbe come uno strascico delle canzoni di gesta francesi; e si imitò l'epopea della Volpe; Girardo Patecchio di Cremona scrisse (non oso dire poetò) sulle noie della vita e sui proverbi di Salomone; Ugoccione da Lodi diede ammaestramenti religiosi e morali in un poemetto d'oltre, pur troppo! duemila versi; un altro poemetto compose Pietro da Barsegapè sul vecchio e nuovo Testamento; Giacomino da Verona descrisse l'Inferno e il Paradiso; Bonvesin da Riva scrisse molte poesie di generi diversi.

Giacomino e Buonvicino furono i maggiori di questi poeti settentrionali, che adoperarono una lingua avente a base i dialetti veneti, ma forbiti con intenzione letteraria.

I due poemetti di Giacomino da Verona, frate dell'ordine di San Francesco, furono certamente scritti per essere recitati al popolo, a quel popolo stesso che tanto si piaceva delle storie romanzesche, e che pendeva dalle labbra del giullare quando gli cantava le imprese di Oliviero e di Rolando.

Il suo paradiso, o com'egli la chiama, laGerusalemme celeste, ha merli di cristallo, corridoi d'oro, porte di margherite, e alla sua guardia sta un cherubino colla spada di fuoco. Per mezzo alla divina città corre un bel fiume, le cui acque danno giovinezza eterna, sulle cui rive verdeggiano alberi dalle foglie d'oro e d'argento, e crescono fiori ch'empiono di dolce profumo tutto il paradiso.

Magra descrizione; ma come poteva essere altrimenti?Dove trovare i mezzi per rappresentare ciò che trascende la natura e il pensiero? Lo stesso più grande artista non ha a sua disposizione altri colori che quelli della terra: e Giacomino, poveretto! era tutt'altro che un grande artista.

Più viva è la pittura ch'egli fa dell'Inferno: una città di fuoco e di zolfo bollente, con acque amare e velenose, con ortiche e spine, coperta da un cielo di bronzo, nella quale se fosse gettata tutta l'acqua del mare, incontanente arderebbe come cera colata. Il re della dolente città si chiama Lucifero, e i demoni sono da Giacomino dipinti in quella forma che se li figurava la fantasia del popolo, con le corna, con le mani pelose, neri come il carbone. Egli li fa urlar come lupi, abbaiar come cani, li arma di lance, di forche, di bastoni, di tizzoni accesi. Chi attizza il fuoco, chi batte il ferro, chi strugge il bronzo, chi spezza le ossa ai dannati; i quali poi colle mani e coi piedi legati sono condotti innanzi al re della morte, e gittati quindi in un pozzo profondo, ond'esce un fetore che ammorba tutto l'inferno. Ed accanto alla tragedia anche un po' di commedia. Ad un dannato capita addosso uno dei cuochi di Lucifero; ghermitolo, lo mette ad arrostire infilato in uno spiedo, e lo condisce con acqua, sale, fiele, aceto e veleno, servendolo poi come ghiotto boccone al signor dell'Inferno, il quale lo trova mal cotto e lo rimanda al cuoco perchè lo arrostisca meglio in quel fuoco che arde eternamente.

Tragedia e commedia insieme, dicevo, che nelle povere turbe intente ad ascoltare quei canti, avranno un giorno suscitato brividi di terrore e convulsioni di risa; e che a noi oggi fanno tristamente pensare quanto in basso fosse caduto il pensiero, e quanto faticoso cammino abbia dovuto fare la civiltà per giungere a redimere gli uomini da questa morbosa condizione del loro spirito.

Il milanese Buonvicino, anch'egli frate, di quell'ordine degli Umiliati la cui storia si collega così strettamente con l'Arte della Lana, una delle glorie di Firenze, Buonvicino ci ha lasciato molte poesie, alcune di argomento leggendario, altre di argomento morale, come i contrasti tra la rosa e la viola, tra la mosca e la formica e tra i dodici mesi dell'anno; ed una finalmente di genere civile, le cinquanta cortesie della tavola. Fu già osservato non essere senza curiosità il vedere questo frate, che fu maestro di grammatica, autore di una cronaca della sua città e poeta religioso, farsi anche maestro di costumanze civili.

Volete voi sentire qualche precetto di quel galateo del secolo XIII, qualcheduna di queste curiosità del banchetto, vecchie di quasi settecent'anni? Se sei invitato a pranzo, dice Buonvicino, non correr troppo presto a prendere il tuo posto a tavola; e poi sta pulitamente al desco, cortese, adorno, allegro; non incrociare le gambe, non appoggiare i gomiti, non mangiare troppo nè troppo poco, nè con fretta eccessiva; non empirti soverchiamente la bocca. Se ti vien offerta la coppa per bere, prendila con due mani per non versare il vino. Se mentre sei a tavola sopravviene qualcheduno, guardati dall'alzarti. Cerca mangiando di non far rumore coi denti. Se stranuti o se tossi, voltati dall'altra parte. Non inzuppare il pane nel vino, non biasimar le vivande, non guardare nel piatto degli altri, non ti stuzzicar i denti colle dita, non toccare col pollice la sommità del bicchiere, e giù giù altri precetti, altri consigli, altre regole per non esser, come egli dice, villano.

E così questa letteratura dell'alta Italia, dopo aver intrattenute sulle piazze le plebi avide di racconti, entrava col frate milanese anche nella casa del cittadino, per insegnare a lui, alle sue donne, ai suoi figliuoli le pulitezze del viver civile, annunziandoci l'avanzarsi diquella società borghese, che già strappava al Medioevo gli ultimi brandelli della sua mistica corona.

Abbiamo veduto quel che accadeva nel mezzogiorno e nel settentrione. Avviciniamoci al centro.

Gli inni sacri latini furono moltissimi nel Medioevo, ed alcuni improntati di molta forza. Chi non ricorda ilDies iraecoi suoi cupi suoni, colle sue lugubri immagini, col suo metro stesso che sembra martellare nell'anima il terribile ricordo della fine del mondo? Chi non ricorda loStabat mater, quella pietosa poesia dell'amore materno, dove il dolore è così vero, così grande ed espresso con tanta semplicità?

Sotto l'influenza del movimento religioso che si operò in Italia nel secolo XIII, l'inno latino passò alla forma volgare, e si ebbe così un nuovo genere di poesia che si svolse principalmente nell'Umbria, la patria di San Francesco e del Beato Jacopone da Todi, San Francesco, l'innamorato di Dio e della natura, che chiamava fratelli il sole, i lupi, gli uccelli, che amava la musica; il santo dalle idee cavalleresche, che volle avere una dama a cui servire e si scelse la povertà; il trovatore di Cristo, che chiamava i pii compagni dell'opera suagiullaridel Signore epaladini della Tavola rotonda, dicono che rapito in estasi dettasse ad un suo compagno quello che fu detto il Cantico del Sole.

E vero giullare di Dio fu un seguace del poverello d'Assisi, Ser Jacopo Benedetti da Todi, il quale narrasi avesse per moglie una bella, giovane e ricca gentildonna, che recatasi un giorno ad una festa nuziale, fu travolta cogli altri nella rovina della sala ove danzavasi; onde trasportata a casa moribonda non potè nascondere al marito un pungente cilizio, che, nascosto sotto le splendide vesti, le lacerava le carni. Quella vista fu per Ser Jacopo come un ammonimento di Dio: da quel giorno, donate ai poveri tutte le sue ricchezze, e copertosidi stracci, si diede alla vita della penitenza, e tant'oltre si spinse da compiacersi d'esser mostrato a dito, d'esser deriso, d'esser seguito da una folla che gli urlava dietro a dileggio: Jacopone, Jacopone! Diventò sua passione l'esser pazzo per amore di Dio, e fece pazzie incredibili, come quella di mostrarsi in pubblico con un basto d'asino sulle spalle e il morso in bocca, camminando carponi come le bestie, o di cospargersi il corpo di trementina e avvoltolarsi nelle piume, che rimanendogli appiccicate davano a quel disgraziato un aspetto del quale non saprebbe immaginarsi il più ridicolo. Per questa passione dell'amore divino il povero frate andò delirando anni ed anni, condannandosi ai più duri patimenti. Per l'amore divino egli odiava sè stesso, godeva di essere vilipeso, chiedeva a Dio tutti i mali, tutti i dolori, tutti i tormenti: la febbre, l'idropisia, la podagra, la lebbra, il mal caduco, chiedeva d'esser fatto cieco, sordo, e muto, e che il suo corpo fosse ridotto fetente e che la sua sepoltura fosse nel ventre di un lupo! Rinnegava il padre, i parenti, gli amici, aspirava a spogliarsi della sua umanità, raccomandava la sua fama all'asino che raglia. Noi possiamo figurarci quale poesia uscisse da quell'anima così profondamente esaltata: una poesia che scoppia in parole, in accenti, in gemiti, in singhiozzi, che è un'ebbrezza continua, quasi un furore erotico. Jacopone, poeta popolare, porta nell'arte sua la sensualità del popolo, e veste d'immagini sensibili, di colori infuocati il mistico amore dell'anima sua. Egli si esalta fino a chiamare i suoi rapimentidanza dello spirito, e grida questi, non dirò versi ma singulti di sfrenata passione:

Ciascuno amante che ama il SignoreVenga alla danza cantando d'amore,Di amore ardente il cor tutto infocatoSia trasformato in grande fervore.Infervorato dell'ardente foco,Come impazzito che non trova loco,Cristo abbracciando, non l'abbracci poco,Ma in questo gioco se li strugga il core.Lo cor si strugga com'al foco il ghiaccio,Quando col mio Signor dentro m'abbraccio,Gridando amor, d'amor sì mi disfaccio,Con l'amor giaccio com'ebrio d'amore.

Ciascuno amante che ama il Signore

Venga alla danza cantando d'amore,

Di amore ardente il cor tutto infocato

Sia trasformato in grande fervore.

Infervorato dell'ardente foco,

Come impazzito che non trova loco,

Cristo abbracciando, non l'abbracci poco,

Ma in questo gioco se li strugga il core.

Lo cor si strugga com'al foco il ghiaccio,

Quando col mio Signor dentro m'abbraccio,

Gridando amor, d'amor sì mi disfaccio,

Con l'amor giaccio com'ebrio d'amore.

Pare davvero di essere, non sul limitare del manicomio, ma dentro addirittura.

Pazzo o no, ad ogni modo, certo è che il frate di Todi ha impeti lirici forti e sinceri; è certo ancora che il suo misticismo lo trascina a guardare anche alle cose del mondo, a farsi severo giudice dei religiosi e dei prelati del tempo suo, a chiamare al suo tribunale lo stesso papa Bonifazio VIII. Il quale gettò in una tetra prigione lo sventurato, lo fece incatenare, gli fece soffrire la fame; ed anche nel carcere, tra i ferri, affamato il delirante asceta seguitò a cantare, e chiamò quei tormenti la sua più grande consolazione.

L'arte di Jacopone è sicuramente ruvida e sbrigliata; ma come poeta popolare (dice nel suo eccellente studio sul Todino il mio dotto e caro amico Alessandro d'Ancona) «egli ha duplice importanza, perchè ci mostra quali sentimenti fervevano ai suoi tempi nel seno delle plebi e qual forma potevano assumere nel canto. Sia ch'ei tratti i misteri della religione in forma lirica o drammatica, sia che esalti la povertà francescana o vituperi i nemici di quella, egli ha una forza ingenita che mal gli si potrebbe negare. Come quel gigante della favola che acquistava vigore toccando la terra, Jacopone è poeta non per arte ma per natura, ogni qualvolta attinga alle vivide fonti del sentir popolare, e ripeta le voci che scorrono pei campi e mormorano nelle selve dell'Umbria».

Abbiamo lasciato la lirica d'arte agonizzante di clorosi in Sicilia; la ritroviamo galvanizzata da Guittone d'Arezzo, che con faticoso sforzo tenta di rinnovarla latineggiandola; la ritroviamo che filosofeggia a Bologna, la città della dottrina, pensosa ed astrusa sulle labbra di Guido Guinizelli.

Ma la Toscana ormai attira la nostra attenzione. Ecco tuttavia della letteratura francese, apparisce quivi una schiera di poeti che insegnano moralizzando, e vestendo d'allegorie i propri insegnamenti. Un Ser Durante riduce in sonetti il Romanzo della Rosa, e scrive il suo Tesoretto Brunetto Latini; altri da vecchi libri francesi mette insieme l'Intelligenza, e Francesco da Barberino compone i due trattati deiDocumenti d'amore, edel Reggimento e dei costumi di donna.

Messer Francesco di Barberino di Valdelsa, un dotto giureconsulto, un uomo d'alto affare, visse lungamente in Provenza, e là probabilmente concepì queste due opere, che sono una specie di enciclopedia morale, e che ci serbano curiose memorie dei costumi del tempo. Delle infinite cose ch'egli insegna, lasciate ch'io ve ne dica alcune, o signore, di quelle che riguardano la donna. È un altro Galateo anche questo, come quello di Fra Buonvicino.

Il Barberino incomincia da dettare i suoi precetti per la fanciulla, e vuole, con ragione, ch'ella stia sempre colla madre, che non vada mai sola tra uomini, che tenga gli occhi bassi, che sappia tacere a tempo, e quando parla, parli temperatamente e a voce bassa, che sia ordinata nel mangiare e bene acconcia nel vestire. Vuole pure che, se ella sia richiesta di canto, prima di acconsentire si faccia un poco pregare; che rida senza far rumore, e che anche il pianto sia senza voce. Tutto questo però è d'obbligo per la donzella figliuola d'imperatore o di re. S'ella invece avrà la fortuna di esserefiglia d'un semplice cavaliere o d'un giudice o d'un notaio, allora le sarà lecito ridere e cantare e andare attorno, e menare allegrezza in balli e canti; allora dovrà imparare a cucire, a filare ed anche a fare un po' da cucina.

Una terribile questione si presenta al pensiero di messer Francesco. Sarà bene che la fanciulla impari a leggere e a scrivere? Egli candidamente confessa che non sa risolversi: ma dopo aver ragionato un pezzetto su questo arduo argomento, conclude che nel dubbio è meglio scegliere la via più sicura; e questa via più sicura è ch'ella impari altre cose, e lasci andare il leggere e lo scrivere come inutile e pericoloso.

Alla promessa sposa ordina il Barberino di star sempre nascosta, e che le sembri noia il solo esser veduta, e che mostri paura d'ogni vista umana. Se le accade di uscire alcuna volta colla madre, non deve salutare alcuno, ma camminare tutta raccolta, cortese, soave,

Facendo piccol passi e radi e pari.

Facendo piccol passi e radi e pari.

Che se poi alla fanciulla cominci a passare il tempo da marito, allora occorre raddoppiar le cautele: non affacciarsi mai alla finestra, non legger libri di novelle nè di canzoni, sceglier cibi adattati, e finalmente raccomandarsi alla misericordia di Dio.

Rivolgendo i suoi insegnamenti alla donna maritata, il nostro autore prende le mosse dalla cerimonia del matrimonio e vuole che la fanciulla si faccia due o tre volte ripetere la domanda del consentimento prima di rispondere, come vuole che mangi prima in camera sua, per mostrar poi di non aver appetito al banchetto nuziale.

Potrei seguitare ancora per molto a riferirvi i precetti del Barberino, ma la via lunga mi sospinge, ed i libri suoi, del resto, come quelli degli altri rimatori diquesto ciclo allegorico-morale, nella storia dell'arte non segnano certo un progresso. Sono un ultimo strascico dell'imitazione straniera, un limaccioso rivoletto che va a perdersi nel fiume reale della nostra letteratura.

La quale s'avvia oramai per nuovi e fioriti sentieri, annunziatori della vicina grandezza. Eccovi un gruppo di toscani, poeti giocosi e satirici: i lontani antenati del Pistoja, del Berni, del Lasca. È l'arte borghese che s'ingentilisce e si afferma. L'amore cavalleresco coi suoi inutili sospiri, con le sue donne valenti e fini, tutte uguali tra loro, tutte insignificanti, vuote, irrigidite, cede il passo ad altri ideali. Lo scherzo comincia a diventare un elemento della vita, e la risata del buonumore prorompe dalle labbra del cittadino del libero e fiorente Comune, dove si vive d'allegria e di fiorini, dove si ingrassa genialmente da epicurei e si muore stoicamente da eroi, dove si hanno i presentimenti del mondo moderno e le virtù dell'antico. Curiosi tempi delle zuffe sanguinose e feroci combattute per le vie della città, e dei balli giulivi sulla piazze; dei lieti ritrovi, delle feste del maggio, delle sollazzevoli brigate, ed insieme degli improvvisi corrucci, e delle truci vendette.

A Siena, narrano gli storici, dodici giovani nobili e ricchi, avendo sentito da un predicatore annunziar vicina la fine del mondo, decisero prima che il mondo finisse di godersi quanto più potessero, scioperatamente, la vita; si ritrassero in un palazzo con gran moltitudine di servi e di cavalli, recando ognuno diciottomila fiorini, e là in sontuosi pranzi e allegre cene, gittando dopo il banchetto dalla finestra i ricchi vasi, i coltelli d'oro e d'argento, regalando splendidamente ogni ospite che si presentasse al loro palazzo, cuocendo le vivande colle punte de' garofani, consumarono in meno d'un anno duecentomila fiorini d'oro.

Questa brigata

. . . . . . . . . . in che disperseCaccia d'Ascian la vigna e la gran fronda.E l'Abbagliato il suo seno proferse,

. . . . . . . . . . in che disperse

Caccia d'Ascian la vigna e la gran fronda.

E l'Abbagliato il suo seno proferse,

ebbe il suo poeta, Folgore da San Gimignano, il quale insegnò a quegli scapestrati ciò che dovessero fare nei varii mesi dell'anno: di gennaio, per esempio,

Uscir di fori alcuna volta il giorno,Gittando della neve bella e biancaA le donzelle che staran d'attorno;

Uscir di fori alcuna volta il giorno,

Gittando della neve bella e bianca

A le donzelle che staran d'attorno;

di maggio

. . . . . rompere e fiaccar bigordi e lance.E piover da finestre e da balconiIn giù ghirlande e in su melarance;

. . . . . rompere e fiaccar bigordi e lance.

E piover da finestre e da balconi

In giù ghirlande e in su melarance;

di luglio, mangiare

Di quella gelatina smisurata,E starne arrosto e giovani fagiani,Lessi, capponi, capretti sovrani,E, cui piacesse, la manza e l'agliata.

Di quella gelatina smisurata,

E starne arrosto e giovani fagiani,

Lessi, capponi, capretti sovrani,

E, cui piacesse, la manza e l'agliata.

Anche Firenze ebbe le sue allegre brigate, sebbene non così pazze come quelle di Siena. Udite ciò che narra il vecchio Villani: «Negli anni di Cristo 1283 si fece nella contrada di Santa Felicita oltr'Arno, onde furono a capo i Rossi con loro vicinanza, una nobile e ricca compagnia, vestiti tutti di robe bianche con uno Signore detto dello Amore. Per la qual brigata non s'intendea se non in giuochi ed in sollazzi e balli di donne, di cavalieri, popolani ed altra gente assai onorevole, andando per la città con trombe e molti stromenti, stando in gioia ed allegrezza a gran conviti di cene e desinari. La quale corte durò presso a tre mesi, e fu la più nobile e nominata che mai si facesse in Firenze e in Toscana.»

Or quello stesso Folgore che aveva insegnato ai Senesii sollazzi dei dodici mesi dell'anno, a un'allegra brigata di Fiorentini insegnò quello che dovessero fare per ogni giorno della settimana; e la gaia settimana in questo modo si chiude:

A la dimane, all'apparir del giornoVegnente, che domenica si chiama,Qual più gli piace damigella o damaAbbiane molte che gli sien d'attorno;In un palazzo dipinto ed adornoRagionare con quella che più ama.Qualunque cosa che desia e bramaVegna in presente senza far distorno.Danzar donzelli, armeggiar cavalieri,Cercar Fiorenza per ogni contrada,Per piazze, per giardini e per verzieri,E gente molta per ciascuna strada,E tutti quanti il veggian volentieri.Ed ogni dì, di bene in meglio vada.

A la dimane, all'apparir del giorno

Vegnente, che domenica si chiama,

Qual più gli piace damigella o dama

Abbiane molte che gli sien d'attorno;

In un palazzo dipinto ed adorno

Ragionare con quella che più ama.

Qualunque cosa che desia e brama

Vegna in presente senza far distorno.

Danzar donzelli, armeggiar cavalieri,

Cercar Fiorenza per ogni contrada,

Per piazze, per giardini e per verzieri,

E gente molta per ciascuna strada,

E tutti quanti il veggian volentieri.

Ed ogni dì, di bene in meglio vada.

Come queste poesie di Folgore ci ritraggono la vita spensierata dei giovani della fine del tredicesimo secolo, così altre poesie, nello scherzo mordaci, ci diranno di quel tempo gli sdegni. Sentite con quali tocchi vivi è disegnata da Rustico di Filippo questa caricatura:

Quando Dio messer Messerin fece,Ben si credette far gran meraviglia,Chè uccello e bestia ed uom ne soddisfece,Che a ciascheduna natura s'appiglia.Che nel gozzo, anitrocco il contraffece,E nelle reni giraffa somiglia,Ed uom sembra, secondo che si dece,Nella piacente sua cera vermiglia.Ancor rassembra corvo nel cantare,Ed è diritta bestia nel savere,E ad uom è somigliato al vestimento.Quand'egli il fece, poco avea che fare,Ma volle dimostrar lo suo potere,Sì strana cosa fare ebbe in talento.

Quando Dio messer Messerin fece,

Ben si credette far gran meraviglia,

Chè uccello e bestia ed uom ne soddisfece,

Che a ciascheduna natura s'appiglia.

Che nel gozzo, anitrocco il contraffece,

E nelle reni giraffa somiglia,

Ed uom sembra, secondo che si dece,

Nella piacente sua cera vermiglia.

Ancor rassembra corvo nel cantare,

Ed è diritta bestia nel savere,

E ad uom è somigliato al vestimento.

Quand'egli il fece, poco avea che fare,

Ma volle dimostrar lo suo potere,

Sì strana cosa fare ebbe in talento.

E sentite che satira profonda sia nascosta in questi consigli che ad unGingillinodel suo tempo dà Pucciarello da Firenze:

Per consiglio ti do di passa passa,Voltar mantello a quel vento che viene:Chi innalzar non si può, molto fa beneSe lo suo capo flettendo s'abbassa.E prendi a esempio arboscel che si lassa,Quando inondazion gli sopravviene,Ello s'inchina, e così si mantieneFinchè la piena, dura ed aspra, passa.Però quando ti vedi stare abbasso,Sta cieco, sordo e muto, e sì non menoCiò ch'odi e vedi, taci e nota appieno,Finchè Fortuna ti leva da basso:Poi taglia, stronca, mozza, rompi e batti,E fa che mai non torni a simil'atti.

Per consiglio ti do di passa passa,

Voltar mantello a quel vento che viene:

Chi innalzar non si può, molto fa bene

Se lo suo capo flettendo s'abbassa.

E prendi a esempio arboscel che si lassa,

Quando inondazion gli sopravviene,

Ello s'inchina, e così si mantiene

Finchè la piena, dura ed aspra, passa.

Però quando ti vedi stare abbasso,

Sta cieco, sordo e muto, e sì non meno

Ciò ch'odi e vedi, taci e nota appieno,

Finchè Fortuna ti leva da basso:

Poi taglia, stronca, mozza, rompi e batti,

E fa che mai non torni a simil'atti.

Ma di questo genere giocoso-satirico della nostra antichissima letteratura è principe un Senese, che veramente sugli altri com'aquila vola. Cecco Angiolieri, che qualcheduno ha chiamato un capo ameno, e che io direi piuttosto un grande infelice, ebbe un padre duro ed avaro, una madre cattiva, una moglie brutta e vecchia, che consumava il suo tempo a impiastricciarsi il viso col belletto ed a lisciarsi i capelli. Ed egli che era nato poeta, spensierato, prodigo, allegro, egli, in quella casa della tristezza e dell'avarizia, diventò un perverso figliuolo ed un pessimo marito, non amò, com'ei stesso dice, che le donne, la taverna e il giuoco; concepì odio per il padre e la madre, e dei suoi odii e dei suoi amori cantò in modo che le sue parole sono qualche volta una sacrilega bestemmia, qualche altra un pianto dirotto. Io ebbi, egli dice, il dolore per padre, per madre la miseria, la malinconia per balia; le mie fasce furono i malanni; tutto m'è andato sempre al rovescio:

Ma sì mi posso un cotal vanto dare,Che s'io toccassi l'or, piombo il farei;E se andassi al mar, non credereiGocciola d'acqua potervi trovare:

Ma sì mi posso un cotal vanto dare,

Che s'io toccassi l'or, piombo il farei;

E se andassi al mar, non crederei

Gocciola d'acqua potervi trovare:

unico mio rifugio sarebbe la morte:

Io ho sì tristo il cor di cose cento,Che cento volte il dì penso morire,

Io ho sì tristo il cor di cose cento,

Che cento volte il dì penso morire,

Nell'Angiolieri c'è una mescolanza continua di dolore e di scherzo, di lacrime e di spensieratezza, di tragico e di comico. Accanto a un sonetto che è un capolavoro di poesia burlesca, schizza fuori una quartina, una terzina, un verso che pare un muggito di bestia feroce. Così, per esempio, egli mette in canzonatura un tale tornato di Francia ricco e burbanzoso, e poi caduto in basso:

Quando Ner Piccolin tornò di FranciaEra sì caldo di molti fiorini,Che gli uomin gli parevan topolini,E di ciascun si facea beffe e ciancia;Ed usava di dir: mala miscianzaPossa venire a tutti i miei vicini,Quando sono appo me sì piccioliniChe mi fôra disnor la loro usanza.Or è per lo suo senno a tal condotto,Che non ha niun sì picciolo vicinoChe non si disdegnasse farli motto:Ond'io metterei 'l cuor per un fiorino,Ch'anzi che sian passati mesi otto,S'egli avrà pur del pan, dirà: buonino!

Quando Ner Piccolin tornò di Francia

Era sì caldo di molti fiorini,

Che gli uomin gli parevan topolini,

E di ciascun si facea beffe e ciancia;

Ed usava di dir: mala miscianza

Possa venire a tutti i miei vicini,

Quando sono appo me sì picciolini

Che mi fôra disnor la loro usanza.

Or è per lo suo senno a tal condotto,

Che non ha niun sì picciolo vicino

Che non si disdegnasse farli motto:

Ond'io metterei 'l cuor per un fiorino,

Ch'anzi che sian passati mesi otto,

S'egli avrà pur del pan, dirà: buonino!

Ed ecco quello stesso poeta che si è burlato così piacevolmente di Neri Piccino, scrivere del proprio padre queste orribili parole:

E poi m'è detto ch'io nol debbo odiare;Ma chi sapesse bene ogni sua traccia,Direbbe: il cor gli dovresti mangiare.

E poi m'è detto ch'io nol debbo odiare;

Ma chi sapesse bene ogni sua traccia,

Direbbe: il cor gli dovresti mangiare.

Perdonatemi, o signore, se vi ho letto questi versi che nelle vostre anime gentili debbono destare ribrezzo ed orrore. Ma io doveva pure delinearvi la scapigliata e truce figura dell'Angiolieri, che è senza dubbio uno dei poeti più caratteristici e più originali che abbia la nostra letteratura del secolo XIII. E molte cose ho taciute, moltissime, che pure avrebbero meglio lumeggiato quello strano uomo e quel poeta, il quale alla distanza di tanti secoli fa pensare ad Enrico Heine. Molte cose ho lasciate nel silenzio, ma non posso lasciare anche quello che è il capolavoro del povero Cecco; un sonetto nel quale egli dice ciò che vorrebbe essere e ciò che vorrebbe potere:

S'io fossi fuoco, io arderei lo mondo;S'io fossi vento, io lo tempesterei;S'io fossi mare, io lo allagherei;S'io fossi Dio, lo manderei in profondo.S'io fossi papa, allor sarei giocondo,Che tutti li Cristian tribolerei;S'io fossi imperator, sai che farei?A tutti mozzerei lo capo a tondo.S'io fossi morte, io anderei da mio padre;S'io fossi vita, fuggirei da lui;E similmente farei a mia madre.S'io fossi Cecco, com'io sono e fui,Torrei per me le giovani leggiadre,Le brutte vecchie lascerei altrui.

S'io fossi fuoco, io arderei lo mondo;

S'io fossi vento, io lo tempesterei;

S'io fossi mare, io lo allagherei;

S'io fossi Dio, lo manderei in profondo.

S'io fossi papa, allor sarei giocondo,

Che tutti li Cristian tribolerei;

S'io fossi imperator, sai che farei?

A tutti mozzerei lo capo a tondo.

S'io fossi morte, io anderei da mio padre;

S'io fossi vita, fuggirei da lui;

E similmente farei a mia madre.

S'io fossi Cecco, com'io sono e fui,

Torrei per me le giovani leggiadre,

Le brutte vecchie lascerei altrui.

Quali suoni si alternano in questi versi! Par di sentire uno scroscio di fulmine, un urlo di turbine, a cui succeda lo sghignazzar d'un dannato. I due motivi mescolandosi fanno come un'armonia diabolica, in mezzo alla quale suonano stridule risa e colpi di singhiozzo. Ma il fatto è che lo sventurato poeta piange qui lacrime cocenti; e che questo sonetto è una delle più forti espressioni artistiche dell'odio che abbia la letteratura italiana.

E se voi riflettete, o signori, che questa letteratura, quando l'Angiolieri scriveva, non aveva, tutt'al più, che un'ottant'anni di vita; se riflettete al cammino da lei percorso in così breve spazio di tempo, vedrete come questo fatto prodigioso non possa trovare spiegazione che nelle speciali condizioni del pensiero italiano; in quelle condizioni che poterono ad una letteratura appena nascente dare il suo scrittore più eccelso.

Ho nominato Dante Alighieri: Dante che si trova per un momento mescolato a quei poeti giocosi e satirici, Dante che fu in corrispondenza poetica coll'Angiolieri, Dante che scambiò con Forese Donati, il fratello di Corso e di Piccarda, alcuni mordaci sonetti, rivendicati al gran padre Alighieri da Isidoro del Lungo, il sapiente difensore della Cronaca Diniana contro le jattanze indigene e straniere.

Correvano gli ultimi anni del secolo XIII. Firenze era, come altri disse, la prima potenza denaresca d'Europa. I commerci, le industrie, le feste, le arti, le rivoluzioni, le guerre, tutto contribuiva a fare di questa nobil figliuola di Roma il centro del movimento economico, politico ed artistico d'Italia. Qui fini ed arguti gli ingegni, forti i cuori, operose le braccia; qui persistenti le tradizioni romane; qui una forte costituzione democratica; qui il senno pratico e la leggiadria dei costumi; qui una lingua ricca di suoni e di forme. In mezzo a codesta società cresce Dante Alighieri; cresce disdegnoso ed altero, coll'anima bollente di passioni, estatico un giorno davanti a un angelo dipinto da Giotto, curvo domani sulle pergamene di un codice di Boezio o di Arnaldo Daniello; intento oggi a guardare con occhi cupidi una bella donna che passa, raggiante un'altra volta di gioia al cospetto di un'immagine celeste che gli balena nella fantasia; sorridente ai versi che gli dirige il suo Guido Cavalcanti o il suo Cino, livido di disprezzoquando legge le insolenze di Cecco Angiolieri, al quale par che risponda egli, il superbo giovine, quel verso scritto al senese da un altro fiorentino:

Tu mi pari più matto che gagliardo.

Tu mi pari più matto che gagliardo.

Nella giovinezza di Dante ci fu certo un periodo di gravi disordini, e ne resta documento nella sua corrispondenza poetica con Forese, nelle febbrili canzoni a una donna ch'egli chiama Pietra, nella confessione fattane da lui stesso nella Divina Commedia. Ed anche quando tenzoneggia d'ingiurie col Donati, od espande i suoi bollori erotici per la crudele che gli squarta il cuore, la zampa del leone si sente.

Ma non sono queste le poesie che fanno a Dante aprire il secondo e glorioso periodo della nostra letteratura. Se la tirannia dell'argomento non me lo vietasse, io vi parlerei di quella scuola lirica da lui stesso chiamata deldolce stil nuovoda lui stesso definita in questi versi famosi:

. . . . . . io mi son un che quandoAmore spira, noto, ed a quel modoChe detta dentro, vo significando.

. . . . . . io mi son un che quando

Amore spira, noto, ed a quel modo

Che detta dentro, vo significando.

Una lirica nei suoni dolcissima, nella forma aerea, diafana, impalpabile, che pare una musica celeste, un cantico di Serafini, un sospiro dell'anima; una lirica che sale su, in alto, come una preghiera devota, che è un'estasi dello spirito innamorato della più pura e più celeste idealità femminile.

Anche Dante ebbe prima le sue titubanze. Alcune delle sue liriche risentono tuttavia qualche cosa della maniera dei Provenzali e di quella del Guinizelli, ch'egli salutò padre suo nell'arte. Ma poi spiccato il volo divino nel campo infinito dell'ideale, parve transumanarsi, e dalle sue labbra sgorgarono le note più soavi che abbia la lirica umana di tutti i tempi e di tutti i paesi.La donna si mutò in angiolo, e con angelica lingua fu salutata dal suo poeta:

Tanto gentile e tanto onesta pareLa donna mia, quand'ella altrui saluta,Ch'ogni lingua divien tremando muta,E gli occhi non ardiscon di guardare.Ella sen va, sentendosi laudare,Benignamente d'umiltà vestuta,E par che sia una cosa venutaDi cielo in terra a miracol mostrare.Mostrasi sì piacente a chi la miraChe dà per gli occhi una dolcezza al core,Che intender non la può chi non la prova.E par che dalle sue labbra si muova,Uno spirto soave e pien d'amoreChe va dicendo all'anima: sospira.. . . . . . . . . . . . . . . . . . .Ogni dolcezza, ogni pensiero umileNasce nel core a chi parlar la sente,Ond'è beato chi prima la vide.Quel ch'ella par quando un poco sorride,Non si può dicer nè tenere a mente,Si è nuovo miracolo gentile.

Tanto gentile e tanto onesta pareLa donna mia, quand'ella altrui saluta,Ch'ogni lingua divien tremando muta,E gli occhi non ardiscon di guardare.Ella sen va, sentendosi laudare,Benignamente d'umiltà vestuta,E par che sia una cosa venutaDi cielo in terra a miracol mostrare.Mostrasi sì piacente a chi la miraChe dà per gli occhi una dolcezza al core,Che intender non la può chi non la prova.E par che dalle sue labbra si muova,Uno spirto soave e pien d'amoreChe va dicendo all'anima: sospira.

Tanto gentile e tanto onesta pare

La donna mia, quand'ella altrui saluta,

Ch'ogni lingua divien tremando muta,

E gli occhi non ardiscon di guardare.

Ella sen va, sentendosi laudare,

Benignamente d'umiltà vestuta,

E par che sia una cosa venuta

Di cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira

Che dà per gli occhi una dolcezza al core,

Che intender non la può chi non la prova.

E par che dalle sue labbra si muova,

Uno spirto soave e pien d'amore

Che va dicendo all'anima: sospira.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ogni dolcezza, ogni pensiero umileNasce nel core a chi parlar la sente,Ond'è beato chi prima la vide.Quel ch'ella par quando un poco sorride,Non si può dicer nè tenere a mente,Si è nuovo miracolo gentile.

Ogni dolcezza, ogni pensiero umile

Nasce nel core a chi parlar la sente,

Ond'è beato chi prima la vide.

Quel ch'ella par quando un poco sorride,

Non si può dicer nè tenere a mente,

Si è nuovo miracolo gentile.

Miracolo nuovo sono in verità questi versi, nei quali è, come il Carducci ha detto, dell'afflato divino.

E colla lirica Dantesca i nuovi destini della letteratura italiana furon segnati.

Povere le nostre origini, poverissime, se paragonate colla ricchezza d'altri popoli, all'Italia toccò la gloria d'infondere nei varii generi letterari il sacro aroma che dona l'immortalità, il soffio avvivatore dell'arte. Le scarne e torbide visioni oltremondane divennero sotto la mano di Dante il più grande poema delle letterature moderne; la greggia novella si avvolse maestosa nel peplo Boccaccesco; la lirica ebbe nel Petrarca il suo cesellatorestupendo; la monotona canzone di gesta si tramutò nelle meraviglioso fantasie dei Pulci e dell'Ariosto. E Firenze, la vostra bella Firenze, ha il vanto di essere stata alla letteratura d'Italia madre e nutrice: essa che le diede la sua lingua, che nel secolo quattordicesimo fu il focolare del pensiero e dell'arte, e che poi, accordando gli esempi antichi al sentimento moderno, assimilando le forme classiche all'arte volgare, si fece il tempio di Vesta delle tradizioni paesane; essa, la gran signora dell'intelligenza, che prodigò regalmente al mondo i tesori del Rinascimento. Si direbbe quasi che di questi solenni destini fosse presago quel povero rimatore Siculo, che, quando appena spuntavano i primi e pallidi albori della nostra letteratura, mandava alla Toscana il suo saluto:

Va, canzonetta mia,Salutami Toscana,Quella ched è sovrana,Ed in cui regna tutta cortesia.

Va, canzonetta mia,

Salutami Toscana,

Quella ched è sovrana,

Ed in cui regna tutta cortesia.


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