LE ORIGINI DELLA MONARCHIA A NAPOLIDIRUGGERO BONGHISignore e signori,Dante Alighieri, lo rammentate, dice, non ricordo ben dove:Sempre a quel ver che ha faccia di menzogna,Dee l'uom chiuder le labbra quanto puote,Perocchè senza colpa fa vergogna.Se questo precetto va seguito sempre, io avrei dovuto pregare gli ordinatori di queste letture, di volermi assegnare soggetto diverso da quello, che, ben mio malgrado, mi son visto imporre; giacchè esso è tale che, considerato sì nelle sue cause remote e sì nei suoi effetti lungo i secoli, ha tanto di meraviglioso, che, quando io ve n'abbia discorso parrà a voi piuttosto favola che storia; un soggetto, per soprappiù, che s'aggira intorno a cosa mai esistita sino a tempi tanto prossimi che molti di noi hanno convissuto più o meno con essa, eppure tanto passata, che duriamo fatica a ricordarla noi, e dureremo anche maggior fatica a imprimerla nella memoria o nella fantasia dei nostri figliuoli: la monarchia napoletana.Di fatti, chi di voi, cui non fosse noto, penserebbe, che, per raccontarvi le origini di questa monarchia perita per sempre, io deva forzarvi a riportare la vostra immaginativa sin su all'ottavo secolo d.C. e trarvi meco sino alle coste della Norvegia: e mostrarvele, queste, pullulanti di navi, e le navi spiccarsene di qua, di là, e scorazzar per i mari che bagnano le spiaggie della Danimarca, della Germania, dell'Inghilterra, della Francia, e cacciarsi nei fiumi, che vi mettono foce, e penetrare più che possono, entro terra, e mettervi a ruba e a sacco ogni cosa, e uccidervi o portar via uomini, rapire o violare e trucidare donne, fanciulli, e tornare a casa, ricche di preda e di gloria? Eppure, o signore, è così. Portano un illustre nome nella storia cotesti pirati del settentrione: Vikingi, checchè questo nome voglia dire, abitanti o assalitori di rade. Alle lor vittime parevano corsari del mare; essi se ne dicevano re. E re erano. Per due o tre secoli i popoli rivieraschi non ebbero difesa contro di loro. Nè quelli soli delle regioni nominate dianzi. Giacchè entrarono nell'Atlantico, e visitarono a quel gentil loro modo le spiaggie occidentali della Francia, della Spagna; entrarono nel Mediterraneo e visitarono le nostre. Udite questa. Sentirono in una delle loro scorrerie parlare di Roma, della ricca, della grande Roma: a Roma, a Roma, fu il loro grido subito. Quivi avrebbero messe le mani sulla maggior somma di ricchezza al mondo. Quando, costeggiando le spiaggie orientali della Spagna e le meridionali della Francia, furono giunti, discendendo quelle dell'Italia, a Luni, vi fecero sosta poco discosto dalla foce della Magra, sui confini della Liguria e della Etruria, cui aveva già reso celebre e prosperoso il porto suo, quello che ora è detto della Spezia. Era ancora città popolosa e ricca, quantunque fosse già sul declinare, quando verso il principio della seconda metà del nono secolo cotesti Vikingi viapprodarono. E a essi, una città che dopo scorsi cinque altri secoli Dante avrebbe portato a esempio delle cittàite, anzi di quelle che non ci dovevano far parerecosa nuova nè forte,Udir come le schiatte si disfannoPoscia che le cittadi termine hanno,a essi parve Roma: tanto grande n'era il porto. Li comandava un Hasting, e si traeva dietro un dugento navi di quelle ch'essi chiamavanosuckhar, serpenti,trakur, dragoni, nomi di agguato e di spavento. Ai Lunesi la notizia di così triste arrivo pervenne mentre celebravano nella cattedrale la festa del Natale e ne furono, sì, sgomenti, ma non tanto che non corressero a chiuder le porte e s'armassero a difesa. Hasting mandò loro a dire che non nutriva nessuna cattiva intenzione, lui; sbalestrato dai venti, aspettava di potere andar via; per ora implorava soltanto che gli si lasciasse vettovagliare la ciurma, e per sè, poichè si sentiva morire, il battesimo; nient'altro. S'ebbe vino, pane, ogni cosa; e, quanto al battesimo, entrasse pure in città e venisse in chiesa a farvisi battezzare. Si lasciò portare: non era in grado, diceva, di camminare; tanto si sentiva in fin di vita; e non v'era segno di verace e tormentosa agonia che non desse. Fu cerimonia solenne; il vescovo volle celebrare la funzione lui; gli fece da compare il conte. Ed egli scongiurava: «Pochi giorni mi restano, seppellitemi qui, in questo luogo che m'è sì caro; seppellitemi da cristiano.» Fu riportato alla nave. A breve andare, si sparse voce che, diffatti, egli era morto. I suoi lo allogarono nella bara, rivestito del giaco e colla spada al fianco; e fecero così gran corrotto, e con così alti lamenti e grida che più non avrebbero fatto se fosse morto davvero. E se ne andarono colla bara alle portedella città, e quivi, piangendo, scongiurando, chiesero che lor si aprissero, e si desse riposo al cadavere del lor capitano, del lor padre, del loro fratello colà dov'era risorto a vita di spirito. E i cittadini acconsentirono. Apriron le porte, ricevettero il morto con grande onore. Le campane suonavano a stormo; preti e signori, ricchi e poveri accompagnavano processionalmente. Il vescovo cantò la messa funebre, lui. Ma ecco che, quando fu finita ogni cerimonia, quando si fu per alzare la bara, il morto ne saltò fuori. Com'egli era armato, così erano tutti i suoi, che erano entrati in città e in chiesa in sua compagnia. Avevan nascosto corazze e spade sotto le cappe. Fecero infinita strage. I primi ad avere mozzato il capo furono il vescovo e il conte compare. Poi, usciti di chiesa, misero a ruba la città; poi la campagna. Non seppero, se non dopo compita l'opera, che la città non era Roma. Tornarono di dove eran venuti; e io non ve ne avrei discorso sin qui, se l'avvenimento, che può anche non essere in tutto vero, non mostrasse le qualità principali e costanti della stirpe, sinchè durò intatta: nessuna più temeraria, più astuta, più crudele al bisogno, più soverchiatrice e più ingorda di essa.Come e perchè cotesto sciame di corsari uscisse dalla terra natìa e si spandesse da per tutto, è facile intendere; si trovavano troppi a casa, e la casa, per giunta, era povera. Tedeschi di stirpe, e certo cacciati dalla spinta di altre genti o della stessa loro famiglia o di diversa in quella estrema penisola, dovevano forse ricordare con desiderio le spiaggie perse da secoli. E vi ritornavano con desiderio. Ma non vi ritornavano quali n'erano partiti. Nella nuova lor patria il fragore dei ghiacciai e il tono delle valanghe, durante la lunga notte polare rischiarata soltanto dalla fiamma sparsa dall'aurora boreale; il muggire dell'onde sbattute dalla tempesta sulle spiaggie cavernose dei seni di mare, lefolte e scure selve, e la state che scoppia a un tratto, e riveste le roccie e le creste dei monti della betula odorosa e verde, mentre il sole sale sempre più alto e gitta i suoi arcobaleni sulle cascate spumanti; e il bagliore dei raggi che si riflettono dai campi di ghiaccio, e la luce verdognola, cangiante, che ne riempie le grotte cristalline, destavano nei lor petti una meraviglia mesta e pensosa. Tutta la lor credenza religiosa n'era colorita e formata. L'universo si figuravano fosse colmato tutto dall'albero dell'esistenza, il frassino Yggdrasil, che vien su del Nifl, il regno dei morti. A' suoi piedi sgorga gorgogliando la fonte del Mimer, e laggiù nel regno buio stanno a sedere tre Norne, tre Parche, sorelle, l'età passata, la presente e la futura, che ne innaffiano le radici e filano i fili dei fati umani. L'impero della terra è diviso tra gli Asi, i buoni Iddii, che rappresentano la luce e il calor della state, e gli Iotuni, mostri giganteschi, che figurano il gelo, la tenebra, la tempesta di neve. Quegli abitano in su nell'Asgard; questi in giù, al buio nello Iotum. Principale tra gli Asi è Odino, il signore del cielo e della terra, cogli occhi di foco; il padre degli uccisi in battaglia, che gli accoglie presso di sè nel Walhalla. E v'era altri Asi appena meno potenti. E non mancava loro il conforto, cui niente oltrepassa, la compagnia della donna; Frigga, moglie di Odino, Freya, la dea tutelare dell'amore, Iduna, la custode dei pomi di cui gli Asi vivono in una giovinezza eterna, divinatrice del futuro. Ma a cotesti benefici Iddii stanno di contro i perversi, mostri terribili: il lupo Feuris, il serpente Midgard, e Hel. Come padre degli Asi fu Allfadur, così degli Iotuni fu Loki. Padre e figliuoli, Odino vinse e variamente punì; ma quando il bellissimo Baldur, figliuolo di Odino e di Frigga, morì, la fortuna degli Asi cominciò a declinare. Aveva pur presentito la madre che sarebbe morto! Avevachiesto a tutti gli elementi, a tutti, a tutte le creature, a tutte, di non recargli danno: e l'avevan giurato. Pure quel furbo di Loki le trasse di bocca, che una sola creatura, una sola, non l'aveva giurato: un arboscello, il vischio. E Loki persuase il cieco Hodur di colpire Baldur con un rametto di vischio. E il bellissimo Baldur cadde a terra spento; e Nanna, la moglie, che si struggeva per lui di un infinito amore, lo seguì. E la stessa sorte toccherà agli Asi tutti, il giorno che perirà la terra; dovranno dileguarsi e sparire, nel crepuscolo degli Dii. Tre inverni, non interrotti da nessuna state, si seguiranno l'un l'altro; si ottenebrerà il sole; una sciagura incalzerà l'altra; per l'intiero mondo infurierà la guerra. Surtur, il principe del fuoco, verrà da mezzogiorno a passo a passo; il cielo si fenderà; e attraverso le suo fenditure gli spiriti del fuoco irromperanno. Sotto i lor passi il ponte del cielo rovinerà. Nel settentrione il lupo Feuris si sprigionerà dalla sua catena. La nave Negilfari, tratta dalle unghie dei morti, sarà condotta dal gigante Hymir verso Oriente, e di quivi si avvicinerà l'esercito dei cattivi spiriti, menati da Loki. I giganti di ghiaccio e il cane dell'inferno Garmer s'affretteranno al ritrovo. Tutti converranno nelle pianure Oscornar. Ed ecco il custode del cielo Heimdall soffiar nel suo corno; e gli Dii marciare a battaglia, e tutti gli eroi seguirli, quanti ne son periti dal principio dei tempi. Il frassino Yggdrasil vacilla, divelto dalle radici. L'aquila gigantesca divora crocidando i cadaveri dei caduti; il serpente Midgard, divincolandosi, vien fuori dal mare sputando veleno. Thor, sì, l'uccide; ma l'uccisore alla sua volta è soffocato dal veleno vomitato dal suo nemico. Feuris ingoia Allfadur, ma anch'egli muore. Loki e Heimdall si trucidano l'un l'altro. Gli astri si spengono; fiamme dissolvono la compagine della terra. E la terra si sprofonda nel mare; ma dal mareuna nuova terra emerge; gli Asi si destano da morte, e con loro sorge un uman genere ringiovanito.Vi parrà, che in questo intreccio di fantasie cosmogoniche e religiose nulla vi sia di cui ci si giovi. Nulla, di certo; forse vi avrete raccolto qualche eco di racconti già uditi, stranamente confusi con invenzioni nuove; ma ciò al soggetto nostro non preme. Al soggetto nostro preme osservare che, come le religioni sogliono, anche questa dei Vikingi o dei Norvegi era atta ad aprirne gli spiriti e lasciarli spaziare più in là e più in su, a metter loro davanti il contrasto del bene e del male; ad arricchirli di qualche idealità avvivatrice. Difatti, se gli abbiamo visti, i Vikingi, astuti e soperchiatori, pure non era sola la preda che li allettava a' pericoli, bensì ancora gli abbagliava la gloria, com'essi la intendevano, la vaghezza del nuovo. «Chi vuole», dicevano, «col suo coraggio acquistare gloria, deve persino innanzi a tre nemici non trarsi indietro; soltanto avanti a quattro può fuggire senza vergogna.» E il premio che s'aspettavano, era, dopo morte, il banchettar con Odino lassù e con quanti altri eroi erano morti prima o dopo. Nè volevano la battaglia, la morte, priva di canto. Le corti dei principi, dei capi, le navi stesse, mentre scorrevano il mare, eran piene dei lor cantori, gli Scaldi, ai quali spettava celebrare nei versi le imprese dei valorosi. Nessuna persona più accetta di loro nei palazzi dei grandi. Cantavano poesie loro, poesie di loro antecessori avanti ad essi. Ne ricevevano in ricambio ricchi doni. I cortigiani avevano obbligo d'imparare a mente i versi cantati e diffonderli. Non tutto, vedete, nei paesi e nei tempi barbari è men civile che nei paesi e tempi civili.Così vaghi di glorie e di avventure accrebbero la loro e la nostra cognizione della terra. Nel 861 Nadodd fu gettato da una terribile tempesta sulle coste di una terra ignota; la chiamò come la vide,terra dineve, ne tornò sgomento della natura selvaggia, in mezzo a cui s'era visto; ma uno svedese, Gardar Svafarson, vi approdò da capo più tardi e la chiamòGardarsholm, isola di Gardar. Altri, cacciati o da timori o da speranze o da voglia di libero vivere, scoversero l'Islanda, Ingolfshodi; traevano il nome o dal proprio loco o dalla natura visibile. Nè qui si fermarono. Verso la fine del decimo secolo Eirek il rosso, sbandito dalla patria per un omicidio, allestì una nave gigantesca col disegno di veleggiare verso mezzogiorno; non mosse solo, ma accompagnato da audaci. Nel 982 vide distendersi dinanzi a lui una lunga costa, coronata da un ghiacciaio; non sostò nè mutò rotta; sinchè non ebbe incontrata una regione, che per essere di state verdeggiava tutta e la chiamò Groenlandia, e vi chiamò altri. Fra questi un Bjarni, in un viaggio con una propria nave, si trovò una volta a vagare molti giorni e notti senza sapere dove fosse. Da molti giorni non vedeva il sole, quando gli si mostrò una terra, che nè a lui nè a' suoi compagni parve la Groenlandia. Non vi si ancorò; navigò più oltre; e dopo due giorni e due notti gli sorsero davanti due strisce di costa, delle quali la seconda mostrava grandi monti di ghiaccio. E neanche qui si sentì invogliato a sbarcare; avanzò; e, menato via da un forte libeccio, scoverse dopo quattro giorni una quarta terra e vi discese. Quivi trovò il padre Herjulf, che senza sua saputa vi dimorava, e accolto lietamente, vi rimase il resto della vita. Che terre erano queste? L'ultima, si congettura fosse la costa del Massachusetts; la seconda, la Nuova Scozia; la terza, non è ben chiaro; forse il nuovo Fundland. Così avrebbero rinvenuto l'America un cinque secoli e più prima di Colombo, se gli uomini vedessero davvero le cose, prima di esser maturi a vederle e a giovarsene. Nè Bjarni restò poi solo. Un Leif, figliuolo di quell'Eirek, scoperse il Labradore rivide la Nuova Scozia, che chiamò Terra del vino poichè vi abbondavano rigogliose le viti; nel 792 vi tornò il fratello Thorwald, e pose la sua sede in quella che fu poi chiamata isola di Rhode; e se ne spiccò per spiare il paese verso settentrione, ma fu viaggio funesto. Giunto, si crede, alla montagna di Gurnet nel golfo di Plymouth, l'uccisero. Ed altri seguirono; ma questi bastano a mostrare un aspetto di questa indole Vikinga, il più adatto a spiegare la loro azione sul mondo.Giacchè i Vikingi amavano di uscire di casa e andare a risiedere persino in regioni ignote e selvaggie, come non avrebbero sentita la voglia di prender dimora in regioni relativamente civili alle cui spiaggie approdavano o per i cui fiumi s'internavano? Una delle prime di queste era la Francia nella sua costa settentrionale, lì dove era a quei tempi chiamata Neustria. Risalivano la Senna: bruciavano a dritta e a manca. Parigi gli attirava. Vi penetrarono nel 857; ne bruciarono le chiese: ne misero a ruba le case: la città si riscattò a denaro, ma v'eran rimasti cinque anni. Ventotto anni dopo vi tornarono forti di settecento navi. Il fiume n'era ricoperto per un tratto di due miglia. Ma la città, istruita dalle precedenti invasioni, s'era afforzata. Fu variamente, gagliardamente attaccata, ma anche gagliardamente difesa. Così l'anno dopo. Come alla battaglia di Regillo, Castore e Polluce erano apparsi in aiuto a' Romani, così a' Parigini venne in aiuto tutto un esercito celeste. Il capo dei Vikingi stanco accondiscese ad andar via per denaro; gliene fu dato: andò. Ma non tutti i suoi lo seguirono; parecchi restarono; e ritentarono gli assalti. Nè si mossero, sinchè Carlo il Grosso non si fu avvicinato con un esercito, non già per usarlo a cacciarli via colla forza, ma per pagare la ritirata anche a questi. Eran rimasti dieci mesi; ma non perchèParigi avea lor resistito, se ne tornavano a casa. Anzi si spandevano per le regioni a settentrione di Parigi, e vi si stanziavano. Già nel principio del decimo secolo la popolazione v'era di Vikingi in gran parte. Anzi la difendevano contro altri Vikingi, meglio che i Franchi non avevano fatto contro loro. Nel 911 un Rollo, o Rollone, — uomo di tale corporatura che non c'era cavallo che lo reggesse, ond'era costretto ad andare sempre a piedi, sicchè ne aveva avuto soprannome dicamminatore, — chiese a Carlo il Semplice licenza di stabilirvisi addirittura, e l'ebbe. Così quella parte di Neustria che i Vikingi occuparono con lui, mutò nome, e si chiamò quind'innanzi Normandia; giacchè i Vikingi eran detti altresì Northmen, uomini del Nord, o, come noi diciamo, senza più intendere il nome, Normanni.La cessione di quel tratto di terra lungo la Senna dall'Epta e dall'Eure al mare non fu fatta da Carlo volentieri: ma l'arcivescovo di Rouen non potette ottenere da Rollone a miglior patto che si ritirasse dai confini della Borgogna, dov'era giunto, e vi aveva vinto il Duca. Già questo patto, così duramente imposto, mostra in quali condizioni fosse allora la Francia. Mentre i Normanni la disertavano a settentrione, facevan peggio i Saraceni a mezzo giorno. La debolezza del Principe, l'indisciplina e l'insubordinatezza dei grandi, la mala sicurezza di tutti vi avevano disciolto ogni ordine. La leggenda — quella stessa che l'Ariosto ha verseggiata — fece poi di tutti i Carli della dinastia Carolingia, dal Magno al Semplice, uno solo; e dei Normanni e dei Saraceni un sol popolo, i Pagani; sicchè questi e non quelli fu cantato ponessero l'assedio a Parigi. Una storia piena di confusione e di disordine fu dalla leggenda confusa e disordinata peggio. Ma Rollone sapeva chi egli era, e che forza sarebbe stata la sua. Quando in Saint-Clair venne a colloquio con Carlo, gli porse lamano, ed essendoglisi fatto segno, che dovesse baciargli il piede, vi si ricusò. Dette però ordine a un Normanno di farlo in sua vece; e questi tirò tanto in su il piede del Re, che lo gittò rovescioni per terra. Ecco come il nuovo nasce, e tratta il vecchio; è insolente di sua natura.Intanto i Vikingi, i Normanni, i Pagani bianchi,Fiun Gail, i Pagani neri,dubh Gail, i Madjus, com'eran variamente chiamati da popolazioni cristiane o musulmane, s'eran già cominciati a convertire al cristianesimo. Il loro sentimento religioso non era forte: come prima non s'eran mai proposto di propagare la fede di Odino, così parvero abbracciare la fede di Cristo piuttosto per ragion politica, che per salvare le anime. L'arcivescovo di Rouen riuscì a battezzare Rollone e i suoi seguaci, e Rollone mutò il nome in Roberto. A ogni modo nè la fede mutata nè la nuova sede assicurata e tranquilla tolse ai Normanni l'antica voglia di vagare per mare e per terra in cerca di nuove avventure. Una di queste ci preme.Nel quinto secolo d. C. un cittadino di Siponto, la Manfredonia di ora, ai piedi del Gargano, ebbe tanta grazia da Dio, che in una grotta non discosto dalla cima del monte vide l'arcangelo Michele, quel medesimo che, nella battaglia coll'angelo Lucifero, lo incalzò per modo colla spada di fuoco da precipitarlo addirittura in inferno. L'8 maggio 493 l'arcangelo apparve di nuovo al vescovo di Siponto Lorenzo e gli ordinò che dedicasse quella grotta a lui. Fu fatto; e maravigliosa accoglienza trovò il nuovo culto in tutto l'Occidente. In Normandia gli fu consacrata una cappella presso Avranches, su una roccia bagnata dal mare, e ogni anno un infinito numero di pellegrini vi accorreva a venerare l'arcangelo. Era naturale, che in molti sorgesse il desiderio di peregrinare al proprio luogo in cui era apparso, al luogo che la pietà dei fedeliaveva arricchito di doni, ed era perciò diventato preda a vicenda di Longobardi, di Saraceni, di Greci. Vi si poteva passare chi volesse andare in Terra Santa: e questo, il maggiore dei pellegrinaggi, non era stato mai smesso. Covava negli animi per Terra Santa il foco che divamperà di lì a un secolo.Ora, un Normanno dei principali, Gisalberto Butterico, poco oltre il 1000, s'avviò pellegrino al Gargano. Non lasciava la patria senza cagione; aveva ucciso il visconte Guglielmo, seduttore di una sua figliuola; voleva scansare la pena che Riccardo II, il terzo successore di Rollone, gli avrebbe di certo inflitta, poichè portava amore all'ucciso. Menava seco i suoi quattro fratelli, Rainulfo, Asclittino, Osmundo e Rodolfo, e altri compaesani, di molti. Bisogna accennare, nelle mani di chi stesse a quei tempi la regione che costoro attraversavano.Quanta parte dell'antica popolazione, vissuta qui mentre l'Impero Romano durò, scampasse agli strazi delle invasioni barbariche, non si può dire; e neanche se e quanti Goti sopravvivessero alle guerre e alle conquiste, Bizantina prima, Longobarda poi. Certo alla popolazione Romana più o meno numerosa e alla gente gota, s'erano oramai sovrapposti Longobardi, Greci, Saraceni. Questi ultimi cacciati sin dal 916 dal loro nido al Garigliano, dove erano rimasti asserragliati trentaquattro anni, non avevano mai smesso di molestare l'una o l'altra parte del territorio napoletano, ma non erano riusciti a stabilirvisi; occupavano, sì, a riprese città persino importanti, ma combattuti da indigeni, da Greci, da Longobardi, non vi duravano; però, restano tuttora — nè tutti sulle spiaggie — nomi di luoghi che li ricordano e attestano una più o meno lunga dimora. Venivano per lo più dalla Sicilia, già conquistata da essi via via a cominciare dalla primametà del nono secolo, o di più lontano, dall'Africa, e trovavano alleati nelle discordie cristiane, alimentate dal numero dei principati Longobardi, dalla condizione incerta e mutevole dei possessi Greci, dalle ambizioni e dalle ingordigie di tutti: e tra tutti e più legittime, ma non meno disordinatrici, le gelosie di più di un comune, rivendicatosi o desideroso di rivendicarsi a libertà. Già, quanto a' principati Longobardi dopo morto Pandolfo Capodiferro nel 981, il ducato di Benevento si era disciolto da capo in tre; un ducato di Benevento, sminuito, un principato di Capua e uno di Salerno. Dal primo s'eran distaccate altresì le contee dei Marsi e di Chieti, che prima gli erano appartenute, ed avevan già fatto parte del Ducato di Spoleto. Dalla spiaggia del Tirreno i dominî di questi principati si distendevano entro terra sino alle falde del Gargano e alla catena Appennina: ma qui si trovavano a contesa coi Greci, che, possedendo la spiaggia Adriatica, e, di giunta, la Calabria, gli affrontavano da Oriente e da Mezzogiorno. E a' principali Longobardi il possesso stesso della spiaggia Tirrena era interrotto da ducati minori, il cui magistrato supremo era elettivo, e che riconoscevano una cotal sovranità preeminente all'imperatore di Costantinopoli; quantunque l'elezione non uscisse di solito da una famiglia, e la preminenza imperiale fosse diventata in tutto una forma vuota di effetto. Tali erano Gaeta, Napoli, Amalfi, Sorrento.D'altra parte i Greci avean diviso il lortemad'Italia come lo chiamavano per ricordo dell'antico potere, in due governi: quel di Puglia e quel di Calabria; e davano nome diCatopanoal governatore del primo — o che questo sia una corruttela di capitano o che voglia diresopra tutto, — di Stratego a quel del secondo.Felice, come vedono, condizione di popolo doveva essere questa; ma peggio di una realtà così intricata eviolenta doveva aduggiarlo un'ombra. Due secoli prima, papa Leone III, coi suffragi del popolo di Roma, aveva, a parer suo, ritornato in vita l'impero Romano nella persona di Carlo Magno, incoronandolo e segnandolo colle sue mani di sacerdote. Una confusione di idee aveva dato motivo a una creazione siffatta; e le tenne dietro una gran confusione di fatti. Chi guardi al successo, potrebbe sospettare, che appunto il Papato sperava di pescare nel torbido; ma queste astuzie a lunga vista sono per lo più congetture vane. Bisogna cercare il motivo del Papa in tutt'altro, e, certo, in ciò, che l'Impero restaurato da Roma per le mani del sacerdozio si sarebbe surrogato all'impero di tutt'altra origine che s'intitolava da Bisanzio, e sarebbe stato del sacerdozio Romano e della sua primazia un appoggio continuo e sicuro. A ogni modo quell'impero d'Occidente, rinnovato prima nei Franchi, e trasmesso da quello ai Tedeschi, pretendeva diritti almeno su tutte le terre già appartenute all'impero Romano, finito nel 476. Ma a quali diritti? Non si sapeva, e il Papa lo sapeva meno di tutti. Certo, a quelli, che secondo il suo vigor d'animo e di braccio, ciascun imperatore avesse saputo mantenere, esercitare o rinnovar colla spada. Intanto, nelle provincie di cui parliamo, questa mal definita autorità imperiale era riconosciuta dai ducati Longobardi; mentre era sconosciuta dai minori ducati e dai Greci, che avevano una loro propria autorità imperiale, la Bizantina.Quando quei Normanni venivano, appunto queste due autorità imperiali eran per cozzare di nuovo; e contro la Bizantina cozzavano già i popoli delle Puglie. Pare che di tutti cotesti reggitori i peggiori fossero i Greci; giacchè erano anche i più civili, e quandoal mal volere e alla possa s'aggiunge l'argomento della mente, nessun riparo, dice ancora Dante,vi può far la gente. Melo e il suo cognato Datto, due cittadini Baresi, eranoa capo di molto popolo insorti contro essi nel 1009; ma davanti al catapano Bizantino, venuto da Costantinopoli con molto esercito, non avevan potuto tenere il campo, e s'eran dovuti rinchiudere in Bari; poi Bari stessa fu presa; ed essi fuggirono a mala pena, e s'ebbero a ricoverare Melo, in Capua, Datto in Monte Cassino. Benedetto VIII, un Papa dei buoni, eletto nell'anno stesso che vide la sconfitta di cotesti due patrioti, li favoriva; com'egli cacciò i Saraceni da Luni, così avrebbe voluto cacciare i Greci dalla spiaggia Adriatica. A questa impresa gli parvero buono aiuto quei Normanni nominati dianzi. Gli si erano presentati in Roma; egli aveva assolto Butterico dell'omicidio commesso. Le lor persone aitanti, le lor sembianze guerriere gli davano luogo a sperar bene. Gli mandò a Melo: e, questi, raccolto di nuovo un esercito, riaccese la guerra. Il 1017 egli e i Normanni vinsero nel maggio il catapano Andronico, ma ne furono sconfitti nel giugno; non però per modo, che, se ebbero a desistere dal marciare a Bari, non potessero persistere a conquistar terre più a settentrione, nella Puglia, e sconfiggere alla loro volta un catapano Contoleone venuto di fresco. Seguirono altre zuffe; la contesa finì per allora, come un'altra più celebre, a Canne. Quivi, nel 1018, l'esercito di Melo, di cui i Normanni erano il principal nerbo, e l'esercito Bizantino, un'accozzaglia di assoldati di nazioni barbare, anzichè di Greci, — e v'era persino dei Russi, che si batterono meglio di tutti, — comandata da Basilio Botojanne, si affrontarono. A' Normanni non bastò il valore smisurato per vincere; il numero li soverchiò. Molti rimasero morti nella battaglia: chi fu fatto prigione; altri si rifugiarono presso duchi, e conti Longobardi. Melo corse a Bamberga a chiedere soccorso ad Enrico II imperatore. Trovò alla corte di questo anche il Papa e il normanno Rodolfo. L'imperatore dette a Melo percominciare il titolo di Duca di Puglia, non potendo dargli la Puglia stessa: ma Melo nell'aprile del 1020 morì. Il Papa tornò a Roma: Rodolfo restò aspettando. E l'Imperatore per parte sua aspettava d'avere composte le cose in Germania, dove anch'egli aveva un suo proprio ribelle, per fare la spedizione d'Italia; giacchè i progressi dei Bizantini, vincitori a Canne, erano tali da mettere l'autorità imperiale in pericolo di restare nel mezzogiorno senza terre che la riconoscessero, e minacciavano persino il Papa in Roma. Nel 1021 Enrico II fu in grado di scendere nel suo regno d'Italia. Celebrato il Natale in Ravenna, se ne spiccò dividendo il suo esercito in tre parti, l'una comandata da lui, le altre due da due arcivescovi. Dei duchi Longobardi uno solo gli era rimasto fedele, Landolfo V di Benevento; punì gli altri due; Pandolfo cacciò da Capua, e installò in sua vece un altro Pandolfo, Conte di Teano; a Guaimaro di Salerno chiese il figliuolo in ostaggio. Poi prese a gran fatica Troja, — città poco innanzi fondata da Greci con questo vanitoso nome; — e infine si risolvette a tornarsene a casa. La peste gli decimava l'esercito, sorte comune degli eserciti forestieri nell'Italia meridionale per più secoli. Se non gli disfacevano gli uomini, li disfacevano le febbri. Dei Normanni altresì tornò in patria la maggior parte; ma molti restarono. E sopratutto restò l'impressione del lor valore nella fantasia dei popoli che gli avevano visti combattere, come in essi stessi quella del paese in cui avevan combattuto, e perso e vinto battaglie. Non avevan potuto, di certo, in quella prima prova, appropriarselo, ma se fossero stati più, pensavano, l'avrebbero fatto; ed era terra grassa e promettente. Intanto, i duchi e i principi Longobardi si ripartirono tra di sè quelli che non andaron via. Servivano come soldati di ventura alle lor guerre reciproche.Le quali nessuno, credo, narrerà mai tutte; e io non ne narrerò nessuna. Chè tutta questa non è storia, ma stoppa. Preme soltanto ricordare che a un Normanno valoroso, per nome Rainulfo, il Duca Sergio di Napoli, nel 1029, dette una sua figliuola per moglie, la vedova contessa di Gaeta, e per dote un territorio tra Napoli e Capua, la Contea di Aversa. Nel bel mezzo dei suoi possessi il conte Rainulfo elevò un castello. Così un primo Normanno si stabilì, si afforzò, mise radici.Signori, se v'è storia, la quale provi che gli uomini fanno le cose, e non le cose gli uomini; e che dottrine molto recenti le quali disperdono la persona umana nell'ambiente in cui vive, son false, è quella che io v'ho narrata sinora e sto per narrarvi; giacchè si vede la mano dell'uomo, per il volere e l'arbitrio che la dirige, fazionarla essa. Nel Cotentin, in Normandia, non lontano da Coutances in quello ch'è ora il dipartimento della Manica, viveva un cavaliere, Tancredi di Altavilla. Ebbe due mogli: l'una, Moriella, gli dette cinque figliuoli, Guglielmo, Drogone, Umfredo, Goffredo, Serlone; l'altra, Trasenda, sette, Roberto, Mangero, Guglielmo, Alfredo, Umberto, Tancredi, Ruggero. La sostanza famigliare, non che bastare ai figliuoli, appena bastava al padre. E il padre dette a ciascuno una spada e un cavallo; e gli mandò con Dio; cercassero per il mondo gloria e fortuna. I tre primi, Guglielmo, ch'ebbe soprannome Braccio di ferro, Drogone e Umfredo giunsero verso il 1038 alla corte del giovine Guaimaro di Salerno, succeduto al padre, che aveva già prima adoperato guerrieri Normanni. Avevan condotti seco trecento cavalieri. Presero servizio coll'imperatore greco Michele, che voleva ritogliere la Sicilia agli Arabi. Fecero questo patto: avrebbero ricevuto in compenso metà della preda e della terra. E da prima l'impresa riusciva; quelGuglielmo faceva prodigi: ma Giorgio Maniace, il generale greco, non teneva il patto. Sicchè i tre figliuoli di Tancredi si partirono da lui in collera, e venuti sul continente, cercarono prender vendetta dei Greci. Al che furono aiutati da un Arduino Longobardo, anch'egli offeso da Maniace, e dal conte Rainulfo d'Aversa. La guerra cominciò nel 1041, e, per difesa che i Greci facessero, dovettero pure abbandonare a' Normanni e ad Arduino quasi tutte le città possedute da loro, e il Gargano per giunta. Nel 1042 i Normanni elessero a lor capo Guglielmo Braccio di ferro, e questi già si chiamò Conte di Puglia; e della nuova contea si lasciò investire da Guimaro di Salerno e da Rainulfo di Aversa; dei quali il primo, diventato molto potente, si fece in questa congiuntura Principe Duca, e il secondo s'ebbe il Gargano e i dintorni. Ad Arduino spettò, secondo i patti, la metà degli acquisti. Dodici altri Normanni, che Rainulfo aveva messo insieme con Guglielmo a capo dell'impresa, ottennero ciascuno un particolar dominio. Questi accordi conclusero in Melfi, che sarebbe rimasta città comune a tutti.Guglielmo morì nel 1046; i Normanni gli elessero a successore il fratello Drogone; e Guimaro ne confermò la scelta. Davvero di dove questi traesse il diritto d'investire e di confermare, non si vede: ma egli s'era impossessato di Amalfi e di Capua, e aveva fatto d'un suo fratello il Duca di Sorrento, e come aveva dato in moglie a Guglielmo la figliuola di questo, così dava in moglie a Drogone la figliuola sua. Una minor forza, dunque, cercava nella ricognizione d'una forza maggiore, la ricognizione del diritto suo; e forse, questa maggior forza del Duca di Salerno ritrovava la sua legittimità propria e quella degli altri, nell'autorità imperiale che aveva inizialmente investito lui. Del che, però, non si sarebbe mostrato persuaso l'imperatore Enrico III,quando nel 1047 venne in Campania: giacchè lo costrinse a render Capua al principe spossessato e a rinunciare al titolo di Duca. Invece investì di sua mano Drogone e Rodolfo, succeduto a Rainolfo di Aversa e suo nipote.Così la casa dei Normanni s'allarga; ma per ora son dominî distaccati i loro; cresciuti sì di numero, ma sconnessi. E ora, una inimicizia inaspettata scoppia. I primi Normanni eran venuti coll'assenso del Papa; ma ora lor diventa avversa la politica papale. Leone IX, Papa sin dal 1048, non poteva di certo prevedere, ch'essi avrebbero costituito, accanto allo Stato della Chiesa, uno Stato forte: il che al papato non è mai piaciuto; e ora vedeva, che eran già più forti di quanti principi e popoli esistevano prima di loro nello Stato attiguo. Forse, anzi certo, neanche l'Imperatore li gradiva, come quelli che non avevano aspettato l'investitura sua per intitolarsi Conti: e tra l'Imperatore ed il Papa correvano allora intelligenze strette. A ogni modo il pomo della discordia parve fosse Benevento. L'Imperatore aveva fatto dono al Papa di questa città; ma del territorio di essa n'aveva investito Drogone. Così il primo ducato Longobardo pagava la pena di aver parteggiato, alla calata dell'Imperatore, per i Greci contro lui ed il Papa. E Drogone, quanto a sè, avrebbe ben voluto che i suoi Normanni non facessero danno ai cittadini; ma non eran facili a tenere a segno. Entravano in città, e la taglieggiavano e in ogni altra maniera la offendevano. Drogone, non che essere in grado d'impedirlo, fu ucciso lui a tradimento in una chiesa, mentre Leone IX raccoglieva un esercito contro di lui. La campagna che seguì, ebbe questa fine che il Papa, quantunque si collegasse con Argiro, — un figliuolo di Melo, che mutata parte più volte, era riuscito a diventar Catapano Bizantino e a ritogliere Bari a' Normanni, — il Papa, dico,fu vinto e fatto prigione presso Civitella, il 18 giugno 1053. Non mai prigioniero fu fatto segno di maggiori onori; ma in compenso dovette a' vincitori accordare la signoria della Puglia, della Calabria e della Sicilia. Di dove gli veniva il diritto di dare roba non sua? Questo diritto papale di dare, come si accordava col diritto imperiale di dare? Non se lo chiedevano. Andava negli spiriti sorgendo e radicandosi l'idea di una doppia autorità universale, senza che insieme sorgesse nessun preciso concetto dei limiti tra le due, o che l'una su ciò consentisse coll'altra.Umfredo, fratel di Drogone e suo successore alla contea di Puglia, e Riccardo, Conte di Aversa, avean capitanato i Normanni in questa felice impresa. Intanto era disceso di Normandia un altro dei fratelli di Umfredo; però del secondo letto, Roberto. Questi più alto della persona, che la più parte dei suoi compagni di Normandia, colla bionda capigliatura disciolta, largo di spalle, voce sonora e imperiosa, pareva nato a comandare; e di fatti col valore smisurato congiungeva una qualità, non meno necessaria, l'astuzia; onde appunto ebbe soprannome Guiscardo. Visse più anni piuttosto da bandito che da cavaliere, — se le due parole a quei tempi avevano diverso senso, — in un castello di san Marco, a mura di legno, non lontano da Bisignano, in provincia di Cosenza. Di quivi si calava a far preda, occupando con agguati città o assalendo cittadini e forestieri. Drogone il fratello glielo aveva donato, e insieme concessogli il diritto di conquistarsi la Calabria. Un altro Normanno, un Girardo, gli offrì una sua zia in moglie e dugento cavalieri in aiuto. Roberto accettò tutto, zia e cavalieri; e, chiesto licenza a Drogone, sposò Alderade, che così si chiamava la zia. Così uniti si assoggettarono gran parte del paese. Intanto nel 1055 moriva Umfredo, e lasciava figliuoli in età non adatta al comando. Ilprincipio di eredità non era già così prevalso come fece poi; si sceglieva il successore nella famiglia; ma non era già ammesso che il principato si dovesse necessariamente trasmettere di padre in figliuolo o figliuola. Sicchè i Normanni elessero Roberto a successore di Umfredo; e Roberto, senza darsi pensiero d'essere designato dal padre morente a tutore del figliuol minorenne Abelardo, nominò sè Duca di Puglia e di Calabria. Nicolò II glielo confermò; e il Guiscardo gli si obbligò a difender la Chiesa. Fu più difficile ottener l'obbedienza dei Baroni: nè gli costò poco o breve sforzo. Così si costituì tra i Normanni un principato già grosso: ma quella conferma chiesta a' Papi, e ottenuta, di un possesso acquistato con le armi, che pareva investirlo di diritto, in realtà lo rendeva vacillante e gli scalzava la base di diritto proprio.E si vide subito. Ho nominato dianzi un Riccardo Conte di Aversa. Pure, a Rainulfo era succeduto Rodolfo: come ora invece di questo è conte Riccardo? In un semplicissimo modo, parrebbe; Rodolfo era, bensì, morto nel 1047; ma Riccardo non ne era il figliuolo. Egli era bensì cognato del Guiscardo e nipote di Rainulfo; ma non eran titoli questi che rendessero il suo titolo alla contea migliore di ogni altro. Però nessuno più bello di lui; nessuno di più gentile aspetto; nessuno cavaliere più ardito. E a' Normanni questi eran titoli che superavano ogni altro. E l'elessero. Se non che egli era in carcere; ve l'aveva gittato Drogone per punirlo, dopo averlo vinto, della gran molestia che dava, battagliando, a vicini e a lontani. Ora, doveva per prima cosa uscirne. Guaimaro glielo ottenne; ma non appena Conte Riccardo si vide padrone di Aversa, volle conquistar Capua. E ci riuscì nel 1058 malgrado i Capuani. E così finì il secondo ducato Longobardo.Nè qui Riccardo si fermò. Un suo genero e vassallo Guglielmodi Monstarola gli si ribellò, e si rifugiò da papa Alessandro II e lo riconobbe a suo signore. Riccardo mosse nel 1066 contro Roma stessa e osò intimare guerra al Papa. E il Papa ricorse per aiuto a re Errico di Germania, che fu poi Errico IV, l'Errico di Canossa, ancor sedicenne. Il Re non si mosse; però il suo scudiere, Duca Goffredo di Lorena e di Toscana, fece sua la causa del Papa. Ma poichè nè Goffredo si sentiva abbastanza forte per mettere alla ragione Riccardo, nè Riccardo era abbastanza sicuro di potergli resistere, fu conclusa una pace. E qui si vede come la potenza dei Papi s'intromettesse già tra i Baroni del paese vicino e si facesse fomite di ribellioni e guarantigia di ribelli.La potenza dei Papa era sul crescere, anzi per raggiungere il sommo dei suoi ideali e delle sue speranze: che già Ildebrando, quel meraviglioso uomo che nel 1073 divenne lui Papa e si chiamò Gregorio VII, governava sin da Vittore II, cioè da diciotto anni, la Chiesa. E nella sua mente piena d'ardore, di coraggio e di costanza aveva, secondo la inclinazione e la scienza dei tempi, maturato il concetto, che la Chiesa, indipendente nella sua azione, nei suoi dignitari, nei suoi beni da ogni autorità imperiale o regia, dovesse sola esser fonte di tutto, e soprapporsi a tutto, come autorità ch'essa era, proveniente senza intermezzo da Dio. Non mai era stata tentata rivoluzione maggiore di questa; e più disperata di riuscita nella integrità, almeno, del suo disegno. Poniamo che il Papato ne avesse il diritto, dove avrebbe trovato la forza sufficiente a incuterne il rispetto? Era un disegno squilibrato, ma in questo squilibrio necessario tra l'ideale sognato e il reale resistente fu l'attrattiva sua.Però prima di vederlo codesto uomo smisurato apparir sulla scena nostra, — la minore, del resto, delle scene in cui apparve, — dobbiamo ricordare la maggiorimpresa, che intanto Roberto compiva. Un altro suo fratello era giunto, nel 1057, da Normandia, il minore di tutti, Ruggero, con tre sorelle, per giunta, e la madre. Anch'egli bell'uomo e da far colpo; se non superava Roberto in valore, lo superava in bontà di cuore e amabilità di tratto. Da prima, ebbero i due fratelli qualche dissapore; poi, nel 1060, Roberto si risolvette a dare al fratello il comando di una parte del suo esercito, e commettergli la conquista definitiva della Calabria. Insieme posero l'assedio a Reggio: e la città, quantunque si difendesse bravamente, fu presa. E così Roberto era giunto all'estremo punto della penisola; ma egli era già stato dal Papa investito dell'isola di rimpetto. Ruggero non ne era in minor desiderio di lui. La Sicilia era allora in mano dei Saraceni, che v'avevano posto piede nel 827, più di due secoli innanzi, e l'avevan tolta ai Greci, che l'avean tolta ai Goti, come questi a' Romani, e i Romani di nuovo a' Greci e a' Fenicii, e gli uni e gli altri, rivaleggiando, ai Siculi indigeni o piuttosto venuti d'Italia; e chi sa a qual altro popolo questi invasori primissimi l'avranno sottratta!L'impresa fu tentata prima da Ruggero solo nel settembre del 1060, seguito da non più di dugento cavavalieri. Mal riuscita, fu ritentata nel febbraio del 1061 da lui e da Roberto insieme, sollecitati da un Saraceno due volte infedele. Non la narrerò, quantunque sia piena d'interesse; e mi contenterò di dire, che Palermo, città che durante il dominio Saraceno era diventata la principale dell'isola, dopo resistito a fortissimi attacchi, si arrese nel 1072. La Chiesa vi surrogò la Moschea, come due secoli prima la Moschea vi aveva surrogata la Chiesa: ma come nella prima mutazione non erano stati esterminati i Cristiani e Greci, così ora nella seconda non furono esterminati i Maomettani e Saraceni. Anzi questi rimasero numerosi nell'isola, e diventaronoper soprappiù istrumento e forza di governo ai principi Normanni e Svevi. Però, per quanto la tolleranza meriti lode, se anche si prescinda da' fini politici, anzichè morali che la dettarono, se nelle vicende che seguirono i Maomettani ebbero gran parte a mantenere il regno ai principi Normanni e Svevi, si può dubitare se la prevalenza lasciata talora a' Musulmani nel governo e nell'esercito, giovasse a dar solidità allo Stato che i Normanni crearono e gli Svevi ereditarono.Colla presa di Palermo non fu tutta compita l'occupazione dell'isola nè questa tranquillata tutta. Ma oramai la conquista e la pacificazione erano un processo sicuro; e dei Greci, dei Longobardi, — come vi si chiamavano tutti gl'Italiani, — dei Saraceni che non fossero tornati in Africa, degl'indigeni si sarebbe a mano a mano fatto un popolo solo; giacchè è propria qualità delle isole il macerare insieme le stirpi che le abitano, anche se molte e diverse. Intanto i due fratelli, per principiare, presero tra loro quest'accordo, che sarebbero loro appartenuti in comune, metà per uno, Palermo, Messina e Val Demone nel settentrione dell'isola; e a Ruggiero la metà delle altre regioni dell'isola o conquistate o tuttora da conquistare; e l'altra metà insieme al lor nipote Serlone e ad un altro parente degli Altavilla, Arisgoto di Pozzuoli. Non era combinazione da durare un pezzo. Serlone, del resto, un valoroso, a breve andare morì ucciso con perfidia da un Saraceno; Ruggiero ne piangeva; Guiscardo gli gridò: «Piangere, si conviene alle donne; agli uomini vendicarsi.» Questo tratto dipinge la diversa natura dei due.E Roberto e Ruggiero, aumentati ciascuno di potere, crebbero altresì di titoli. Ruggiero, già Conte di Calabria sin dal 1062, quantunque la possedesse solo a metà con Roberto, s'intitolò altresì Conte di Sicilia e vi rimase a finir la conquista; l'altro, Roberto, al suo titolodi Duca di Puglia e di Calabria, — perchè il Conte di Sicilia apparisse vassallo con questo secondo titolo, come lo era con quello di Conte di Calabria, — aggiunse l'altro di Duca di Sicilia e tornò sul continente. Quivi, nel 1071 egli aveva, dopo lungo assedio, ritolto Bari a' Greci; ma gli bisognò, tornato da Palermo, riconquistare Trani, e rimettere a dovere i Baroni ribollenti sempre, come quelli che venuti uguali in Italia, non vedevano perchè dovessero omaggio e obbedienza a un di loro, quale era Roberto, e neanche al più nobile di tutti nella regione natia. Allora tumultuavano, perchè Roberto voleva che facessero la dote alla sua figliuola che andava sposa a Ugo margravio d'Este. Continuava così Guiscardo ad elevarsi colle parentele. L'anno innanzi ne aveva sposata un'altra all'imperatore d'Oriente.E ingrossava insieme lo Stato. Sin dal 1058 aveva con un pretesto repudiata Alderade, la compagna de' suoi poveri anni, e chiesta in moglie a Gisolfo Principe di Salerno la sorella Sigelgaite, donna di alto animo, che nelle imprese del marito prese non piccola parte. Tre virtù, dice un cronista, erano in lui: ricchezza, chè nessuno era più ricco; pietà, che nessuno era più pio; cavaliere, che nessuno era più cavaliere; e tre virtù in lei, nobiltà di sangue, bellezza di forme e intelligenza di spirito. Il fratello ne accordò la mano per paura; ma l'esser diventato cognato di Guiscardo non lo salvò. Chè questi nel 1078 gli tolse colle insidie e colle armi il Principato di Salerno e lo sbandì. Aveva già nel 1073 occupato con improvviso assalto Amalfi, e tra le due date Sorrento. Così il terzo ducato Longobardo cadeva; e insieme con esso due dei ducati minori.E colla fortuna gli cresceva l'ardire. Quando l'ultimo duca di Benevento morì nel 1078 senza figliuoli, si rifecero vive le pretensioni opposte del Papa e dei Normannisulla città. Il Guiscardo, che fidava per le sue nelle armi, vi pose, senz'altro, l'assedio. Ma il Papa, ch'era Gregorio VII, aveva anch'egli un'arme sua, molto affilata a quei tempi: lo scomunicò. Il Guiscardo non si sentiva nella guerra contro il Papa confortato dal consenso de' suoi; il fratello Ruggiero si profondeva in attestazioni di devozione al Papa; Riccardo di Capua, ammalato per modo, che morì nell'anno, gli chiedeva l'assoluzione, e restituiva alla Chiesa tutto il mal tolto. Il Guiscardo scese a patti. Nel giugno del 1078 Papa e Duca vennero a colloquio in Aquino. Il Duca si riconobbe vassallo del Papa e promise di difenderne i possessi contro chi si sia; e il Papa lo investì per vessillo — il che, si dice, fu fatto per la prima volta — dei ducati di Puglia, di Calabria, di Sicilia, di Salerno, di Amalfi, a patto che ne pagasse censo. Così si confermò tra il Papa e i Normanni e i lor successori, se ne avrebbero avuti, una relazione, che già s'è vista nascere; e che lungo quasi tutta la storia della monarchia, di cui vi espongo l'origine, sarà gravida di guai.Papa Gregorio non era per sè nemico ai Normanni. L'impresa di Sicilia, come impresa di Cristiani contro a Musulmani e intesa a render l'isola ai primi, gli andava, di certo, a genio. Era un caso di quel ripiglio di spirito cristiano, che già si vedeva da più anni in Ispagna, e che in breve avrebbe divampato nelle Crociate. D'altronde, egli ritrovava nei Normanni una forza incomoda forse perchè molto vicina, ma anche, perchè molto vicina, adatta a prontamente soccorrerlo contra l'autorità imperiale, tra la quale e la papale imperversava più che mai la guerra per la libertà della collazione dei beneficî ecclesiastici, così ostinatamente pretesa da una parte, così ostinatamente negata dall'altra. Nel 1078 Errico IV si andava già rilevando dalla umiliazione subita a Canossa due anni innanzi, e i fattiandavano provando che la vittoria, quivi ottenuta da Gregorio, non era stata in realtà tanta quanta era parsa. In questa rete di circostanze confuse, certo il meglio era per Gregorio e il Guiscardo di ritornare amici; e perchè a Guiscardo avrebbe dovuto parere fantastico lo sperare che Gregorio avrebbe finito col coronare lui imperatore d'Occidente in Roma?Intanto meditava diventarlo in Oriente. Gliene dava occasione questo, che la sua figliuola Elena, maritata nel 1097 a Costantino, figliuolo primogenito di Michele VII, era stata rinchiusa in un monastero da un Niceforo Botoniate, che, impossessatosi di Costantinopoli, aveva fatto prigione lei, il marito, il suocero, già per opera di altri sbalzato dal trono. Il Guiscardo mosse con una gran flotta a liberar la figliuola, a buttar giù Niceforo, a metter sul trono dei Comneni non quel povero Michele, ma sè. Gregorio VII ve l'incoraggiava. Prese Corfù; pose l'assedio a Durazzo in Albania; ma non vi entrò che nel febbraio del 1082; chè prima ebbe a vincere nell'ottobre del 1081 una sanguinosa battaglia. I Greci eran venuti ad affrontarlo comandati da un Comneno, Alessio, che già aveva scacciato Niceforo e s'era alleato coi Veneziani, perchè sciogliessero l'assedio di Durazzo da mare, mentr'egli l'avrebbe sciolto da terra. Alla vittoria del Guiscardo aveva avuta una piccola parte Sigelgaite: colla lancia levata ricacciava nelle file dei combattenti i guerrieri fuggenti di Puglia. Ma Alessio non s'era sgomento; raccoglieva nuove forze a difesa. E i Baroni di Puglia, sempre insofferenti del giogo, minacciavano allearsi con lui contro il lor duca; e Gregorio oramai implorava da Roma che ritornasse, venisse in soccorso della Chiesa minacciata. Difatti Errico non cessava di creargli antipapi, e nel 1081 discendeva armato in Italia. Anche qui un'altra donna difendeva principalmente Gregorio,Matilde di Toscana, la gran Contessa. Il Guiscardo si persuase che gli bisognava ritornare in Italia; però, non ismise il disegno di un impero normanno di Oriente; lasciò a compierlo Boemondo, l'unico figliuolo avuto da Alderade. L'impresa infine fallì. Il Guiscardo tornato nelle Puglie ebbe prima a reprimervi insurrezioni di Baroni; poi a correre in aiuto al Papa. Errico aveva occupato Roma nel 1084; s'era fatto incoronare imperatore da un suo Papa; aveva tratto il popolo dalla sua; e Gregorio s'era dovuto rinchiudere in Castel Sant'Angelo. Guiscardo nel maggio s'accostò a Roma con un esercito di seimila cavalli e trentamila fanti; l'imperatore fuggì. Entrato in città non senza pericolo, ne fece scempio: le rovine di Roma sono in gran parte opera sua. Gregorio liberato lo seguì al suo ritorno nelle Puglie, e andò a morire il 25 maggio 1085 a Salerno. Dette a sè morendo questa testimonianza ch'egli avesse amato la giustizia e odiato l'iniquità, e perciò morisse esule. Che si risichi di morire esule, amando la giustizia, è vero; ma ch'egli avesse amato la giustizia sempre, è forse men vero.A breve andare lo seguì il Guiscardo, un uomo di ferro dietro l'altro. Egli aveva ripigliato il suo disegno dell'impero di Oriente. Nel settembre del 1084 era ripartito da Brindisi con una flotta di centoventi navi; conduceva seco i suoi tre figliuoli Boemondo, Ruggiero e Guido. Fece rotta per Corfù; ebbe a difendersi contro la flotta veneziana che gl'impediva il passaggio; pure approdò e riconquistò l'intera isola. Si proponeva di marciare contro Costantinopoli nella primavera del 1085. Ma ecco che nei dintorni di Corfù lo coglie una febbre così micidiale che n'è ucciso in pochi giorni, il 17 luglio 1085. Sigelgaite ne raccolse il cadavere in una nave; e sbattuta dalla tempesta, salvò a mala pena sè e il morto. Pure, venuta infine a spiaggia, ne seppellìil cuore ed i visceri ad Otranto; il corpo imbalsamato nella chiesa della Santa Trinità di Venosa, dov'erano già i fratelli di lui. Esercito e flotta tornarono, ma come quello era stato grandemente scemato dalla peste, così questa fu dalla bufera.Roberto Guiscardo fu, certo, uno dei più grandi uomini del suo tempo e fondò la potenza normanna. Ma v'ho detto via via, dove fossero le magagne di questa potenza; e n'avete potuto vedere infine un'altra; nata da avventure, resta troppo passionata di avventure. Egli lasciava un solo fratello, Ruggiero; di Alderade un figliuolo, di Segelgaite due. Aveva nominato erede il primo dei due ultimi, Ruggiero. Fu nuova magagna. Ruggiero non aveva forza d'animo e di sangue pari al padre, e la successione gliela contese Boemondo. Nel 1088, Ruggiero, il conte di Calabria e di Sicilia, lo zio li rappattumò: Ruggiero sarebbe stato il Duca di Puglia; Boemondo avrebbe ritenuto una parte di Calabria, Taranto, Otranto e alcune altre terre. In più altre occasioni Ruggiero zio venne in aiuto a Ruggiero nipote per confermargli lo stato contro ribellioni incessanti di Baroni o di città. Nel 1091 gli conquistò Capua, contro il popolo, che n'aveva cacciato Riccardo II, succeduto a Giordano, figliuolo di Riccardo I. Il nipote gli accordò in compenso quella metà di Palermo e di altre città che aveva ereditata da suo padre Roberto. Così Ruggiero zio rimaneva solo padrone dell'isola di Sicilia e della inferiore Calabria, il cui possesso aveva unito nelle sue mani prima. E la conquista della Sicilia aveva compito in quello stesso anno colla reddizione di Val di Noto; v'eran bisognati trent'anni. S'era d'allora in poi o prima cominciato a chiamare il Gran Conte; e di ogni vincolo di vassallaggio della contea di Sicilia al Ducato di Paglia non fu più parlato. Bramoso di gloria e di possanza tentò in quello stesso anno l'impresadi Malta, non per appropriarsela, ma per liberare i molti prigionieri cristiani che i Saraceni vi tenevan rinchiusi. Pacificato il paese soggetto a lui e al nipote, al che bisognò all'uno e all'altro riprovarsi ancora più volte, morì nel 1101, anch'egli, come il Guiscardo, a 70 anni.Non era stato, a me pare, minor uomo di lui. Non men valoroso nè meno uomo di guerra, aveva sortito natura più intellettuale e gentile. Una cronista, Anna Comneno, dice di lui, ch'egli parlasse con una grazia meravigliosa; avesse concetti rapidi e profondi: si mostrasse sempre gaio, affabile a tutti. Un tratto suo basti di allorchè egli stava ritentando l'impresa di Sicilia. Aveva ripassato lo stretto con dugentocinquanta cavalieri, quando gli giunse notizia di una persona giunta per lui in Calabria. Era Giuditta figliuola del Conte di Grentemesnil, che discendeva dai duchi di Normandia. Ruggiero, che aveva appena trent'anni, si era già qualche anno innanzi innamorato della fanciulla. Ed ora essa memore di lui e ricordata da lui, se n'era venuta in Calabria colla sua sorella Emma. Il Conte non fu più visto nel campo; corse all'amata subito. E la sposò in Mileto con splendide feste, quantunque fosse tuttora povero lui. L'amava molto allora, e l'amò molto sempre; pure non s'indugiò troppo con lei; ritornò dall'amata ai nemici. Giuditta gli premorì di molti anni; gli era premorto altresì giovanissimo un figliuolo Guglielmo: e otto anni prima, con infinito dolor suo, un altro figliuolo Giordano. Morta Giuditta, egli aveva sposato una Eremburge figliuola del Conte di Mortone, e dopo morta questa, nel 1091, un'Adelasia figliuola di Bonifacio Marchese di Monferrato, della quale rimanevan figliuoli un Simone di otto anni, un Ruggiero di sei. Sicchè la parte dei dominî normanni, meglio composta insieme e più solida, doveva ora essere esposta a unadelle più difficili prove, la reggenza di una donna. Pure condotta sino al 1105 a nome di Simone, poi, questo morto, a nome di Ruggiero, fu reggenza tranquilla; il che prova in che ferma condizione il Gran Conte lasciasse l'isola, e che buona e intelligente donna fosse Adelasia. Nel 1112 Ruggiero assunse il governo. Egli era stato allevato con cura, tra dotti arabi e cristiani; e i primi, che erano allora avanti a tutti in cognizione di scienze, gliene avevano arricchita la mente. Aveva mostrato per tempo un vivace spirito e un'insolita voglia d'imparare; caritatevole per modo che nessuno ricorreva a lui invano. Donava tutto il denaro che si trovava addosso; e se più non ne aveva, non dava requie alla madre insino a che non ne lo provvedesse; insieme, indole maschia, guerriera, e già vivente il padre, soleva dire al fratello Simone: «Lasciami la corona e le armi e io in ricambio ti farò Vescovo o Papa di Roma.»Intanto nel 1111 era morto così Ruggiero suo cugino, il figliuolo del Guiscardo, come altresì l'altro figliuolo Boemondo, il quale, uno, com'egli fu, degli eroi della prima crociata, s'era fondato in Antiochia un principato. Al primo era succeduto il figliuolo Guglielmo: al secondo anche il figliuolo, chiamato del pari Boemondo. Le condizioni dei possessi dei Normanni sul continente erano sin dal principio del secolo tristi. La potenza dei duchi sfatata, e scarsa a contenere i Baroni impazienti di ogni soggezione. La sovranità eminente del papa rimaneva senza efficacia nelle mani dei successori di Gregorio VII, Vittore III (1086-88), Urbano II (1088-1098), Pasquale II (1099-1117), Gelasio II (1118), Calisto II (1119-1123), sbattuti e raminghi essi stessi. Se però ad altri questo era male, a Ruggiero di Sicilia era bene. Gli dava occasione di mescolarsi delle cose del continente, come aveva fatto suo padre, ma con più frutto. Già nel 1121 era passato in Calabria con un esercito eaveva abbattuto castella di ribelli e ripreso città; sicchè il duca Guglielmo gli fece cessione dei suoi diritti eventuali sul paese. Poichè Boemondo II se ne rimaneva in Palestina nella sua Antiochia, nè si dava cura dei suoi stati d'Italia, Ruggiero ne prese cura lui e se gli appropriò. Più tardi ricomprò a Guglielmo di Puglia con una notevole somma di denaro il diritto di successione al ducato, nel caso che morisse senza figliuoli. E il 26 giugno del 1027 Guglielmo morì appunto senza figliuoli. Ruggiero che in quei giorni apparecchiava una spedizione contro i Musulmani di Spagna dopo riuscitagliene a male un'altra contro i Musulmani d'Africa, desistette; chè trovò di maggiore importanza assicurarsi il possesso del ducato di Puglia, al quale non aveva se non quel tanto di diritto, che poteva dargli il contratto stipulato con Guglielmo. Bisognava l'assenso dei Baroni e delle città, e prevedeva che in quelli e in queste avrebbe trovato grandi ripugnanze. E in fatti ne trovò; ma più colle buone che colle tristi, più colla persuasione che colle armi le vinse; e i Baroni delle Puglie e delle Calabrie lo proclamarono Duca.Il che non piaceva punto a papa Onorio II succeduto (nel 1124) a Calisto II. La Germania, divisa in sè medesima, non dava in quel momento paura: vi spuntava la guerra tra guelfi e ghibellini. D'altronde nel 1125 Calisto aveva a Vormazia concluso un concordato coll'imperatore Enrico V circa i diritti rispettivi della Chiesa e dell'Impero nella collazione dei benefizi ecclesiastici; un componimento equo, parrebbe, considerati i tempi, ma che appunto perchè moderato, s'attrasse i vituperi di chi voleva che nulla cedesse la Chiesa e di chi voleva che nulla cedesse l'Impero, e se gli attrae tuttora ai giorni nostri da chi vuol persuadere, che si deva ritenere sconfitto quello dei due, che non ottenne tutto. Checchè sia di ciò, il Papato aveva oramai maggioreagio a riguardare alle cose del mezzogiorno; e a condurvisi secondo gli interessi propri. I quali Onorio credeva che fossero chiaramente questi: impedire che troppo grosso Stato si costituisse vicino al suo, mantenere in condizione di vassallo il Ducato di Puglia. Ora Ruggiero offendeva l'uno o l'altro, unendo alla Contea di Sicilia tutti i possessi normanni del continente, e intitolandosi duca di Puglia e di Calabria da sè, anzi mutando, come fece appena tornato in Sicilia coll'assenso dei baroni siciliani, quello di Gran Conte in quello di Duca dell'Isola. Non bisognava indugiare: Onorio II si recò, quindi, in Capua e scomunicò il temerario; Ruggiero gli mandò ambasciatori a calmarlo; Onorio glieli rimandò via. E venne a Troja e scomunicò da capo, e predicò la crociata contro di lui, e condonò i peccati a tutti quelli che avessero preso le armi contro di lui; anzi provocò a ucciderlo. E fece meglio. Convocò i Baroni, e chiese loro, con infocate parole, d'insorgergli contro, e n'ebbe promessa dai più potenti, e persino da Rainulfo di Alife cognato di Ruggiero. Nè ad altre ambascierie di Ruggiero dava ascolto, e nemmeno la profferta di riconoscere il Ducato di Puglia da lui, lo piegò. Già questa condotta prudente di Ruggiero mostra che forza avessero a quei tempi armi tanto spuntate oggi, che non si adopererebbero senza dar cagione di riso. Una donna venne a Ruggiero in aiuto, una donna morta, ma santa. Il corpo di sant'Agata, che quel Maniace, nominato dianzi, aveva rapito da Catania e portato in Costantinopoli, un prete calabrese e un francese lo riportarono da Costantinopoli a Catania appunto allora. Poteva una santa ritornare nei dominii di uno scomunicato, se la scomunica fosse stata legittima e valida? Di certo, no. Il disfavore quindi, che dall'inimicizia del papa proveniva a Ruggiero nelle menti popolari, fu contrastato e dissipato dal favore chegli dimostrava una santa. E Ruggiero non indugiò a giovarsi dell'inaspettato aiuto: ripassò lo stretto, nel 1028: riconquistò più città, ed avanzò sempre, sinchè si trovò di fronte all'esercito del papa al fiume Bradano nella pianura di Pado Petroso. Mentre i due avversari esitavano a venire alle mani, l'esercito del papa si dileguava: poichè s'era al colmo della state, mal tolleravano le fatiche del campo soldati e Baroni. Il papa vistosi a mal partito, senza darsi per inteso dei Baroni, che aveva attirati a così brutto gioco, mandò a offrire a Ruggiero che l'avrebbe rilevato dalla scomunica e investito del Ducato di Puglia a Benevento. Accettato con gioia. E Onorio si ritrasse verso Benevento, e Ruggiero seguì. Ma nella città questo prudente non volle entrare. Dovette il papa venirne fuori, e presso il ponte maggiore compiere l'investitura solenne.In tutta la regione che fu poi il Regno di Napoli, si reggeva oramai indipendente dai Normanni solo il ducato di Napoli, — ducato durato 500 anni, molto più a lungo di ciascuna delle dinastie che l'hanno seguito; — giacchè il ducato di Gaeta era già caduto in mani normanne. Non era legittima aspettazione, ragionevole ambizione, che oramai tutta questa regione si costituisse a regno, e il duca Ruggiero diventasse re? Poichè egli ebbe represso di nuovo l'insolenza ribelle dei Baroni, e in un'assemblea a Melfi ottenuto l'assenso a un Editto che restava un ordine qual si sia in un paese disertato tutto da moti di violenza continua e instabile, se ne tornò in Sicilia sul finire del 1029. Quivi maturò dentro di sè il pensiero di farsi re. Chi dei re di Europa più potente di lui? I suoi Baroni di Sicilia ve lo incoraggiavano. Ma che contrasto non avrebbe trovato nel Papa! Ed ecco che al fortunato muore Onorio, e la successione n'è contestata tra Innocenzo II e Anacleto. Quando i papi erano due, s'era sicuri di ottenere dall'uno quelloche s'era sicuri di vedersi rifiutato dall'altro. Anacleto furò le mosse ad Innocenzo, o forse questi che contava appoggiarsi sulla Germania e n'era stato riconosciuto, come altresì dalla Francia e dall'Inghilterra, non avrebbe potuto attenersi al partito che l'altro seguì. Certo, Innocenzo lasciò intendere che non avrebbe secondato Ruggiero nella sua ambizione regia; onde questi trovò soltanto canonica l'elezione di Anacleto, come Anacleto trovò legittima l'ambizione del duca. Sicchè vennero a colloquio in Avellino nell'estate del 1130; e il 27 settembre tra il Papa e il Duca fu concluso in Benevento un concordato che non solo conferiva al Normanno nome e diritti di re, ma altresì gli accordava che si sarebbe potuto far coronare re da arcivescovi del regno a sua scelta. E Napoli sarebbe stata anche sua, e Capua, e delle milizie di Benevento avrebbe usato a sua posta. Sarebbe bisognato solo ch'egli e i suoi successori avessero riconosciuto il regno della Sede pontificia e pagatogliene censo. Ruggiero tornato a Palermo convocò i Baroni siciliani a parlamento, comunicò l'accordo col Papa, e ne chiese il parere: tutti assentirono. E il cardinal Conti, legato del Papa, vi lesse un breve, già combinato in Benevento tra Anacleto e Ruggiero, in cui quello, indirizzandosi a questo, gli annunciava che per la virtù della potenza sua e la sua munificenza verso la Chiesa egli s'era risoluto di farlo re, lui e i suoi successori, di Sicilia, di Calabria e di Puglia; e tali li faceva in forza dell'autorità sua; ed elevava la Sicilia a prima provincia del regno. Poi confermava tutte le concessioni fatte dai suoi predecessori ai predecessori del Re: tra le quali v'era pure la legazione di Sicilia, accordata da Urbano II al Gran Conte. Ripeteva il dono di Napoli e del Principato di Capua. E v'era espresso il patto che il Re dovesse mantenere fede al Papa, e pagare alla Chiesa romana un tributo annuo di seicentoschifat.Non vi si diceva però, che il Re sarebbe decaduto, se non avesse mantenuto il patto; bensì che sarebbe caduto in anatema chi vi si fosse opposto.La cerimonia della coronazione fu celebrata in Palermo nella vecchia cattedrale dal cardinal Conti il 25 dicembre del 1130. Una infinita folla accorse da ogni parte a goderne lo spettacolo. La magnificenza ne fu meravigliosa; ma io ne dirò questo solo: non un sacerdote, ma un laico, il principe Roberto II di Capua, mise la corona sul capo al Re.Ruggiero regnò altri ventiquattro anni. Il suo impero si distese sulle coste di Africa. L'Oriente attirò anche lui. E che avesse sopra l'Italia ambizioni più larghe del territorio, sopra cui regnò, lo prova il titolo che talora aggiunse agli altri suoi,Italiæ rex: titolo contro di cui i Pisani nel 1136 protestarono non con vane parole, ma con una flotta, quantunque senza felice successo. Non fu uomo minore del padre e dello zio; anzi maggiore per sapienza di governo e larghezza di mente. Un cronista lo dice con verità provvido, sapiente, discreto, di sottile ingegno, di gran consiglio, inclinato a usare piuttosto la ragione che la forza. E fu certo il più gran re dei suoi tempi; poichè Guglielmo d'Inghilterra era morto nel 1087, prima che Ruggiero nascesse.A me è stato chiesto di esporvi le origini di quella che fu prima la monarchia di Sicilia e di Puglia, poi delle due Sicilie, poi Napoletana; io non oltrepasserò il mio soggetto: pure quel nome che m'è venuto sulle labbra di Guglielmo il Conquistatore mi ferma, e mi consiglia a fermarmi ancora per un momento. Anche Guglielmo era Normanno, un bastardo di Roberto I, il quinto duca di Normandia. Intraprese la conquista, come fu chiamata, dell'Inghilterra nel 1066, quando già Roberto Guiscardo s'era fatto duca di Puglia e di Calabria. Si racconta anzi, che si sentisse punto di emulazionea udire le alte gesta del Guiscardo. Ora perchè la monarchia inglese, che fu l'opera di Guglielmo, ha avuto una storia tanto diversa da quella della monarchia napoletana, che dove nella prima è tutta l'unità e la potenza di un poema epico, nella seconda è tutta la sconnessione e la fiacchezza di una serie di episodi? Certo, nell'undecimo e nel duodecimo secolo la monarchia napoletana era assai più potente, e risplendeva d'ogni pregio di forza e di civiltà assai più dell'inglese. Come e quando la relazione s'è invertita? La monarchia inglese ha avuto variazioni e molte nella sua dinastia, contese civili, feroci e lunghe nella sua storia; la monarchia napoletana n'ha avuto di dinastie sei, e tutte di diversa nazione: Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnuoli, Borboni. Perchè in quella la dinastia, per effetto delle mutazioni stesse cui si è piegata, si è mantenuta; in questa nessuna dinastia ha gittato radici? Perchè?E poichè questa dimanda sulla vita e sull'efficacia delle dinastie, mi è occorsa alla mente, ditemi ancor questo. Nel principio dell'undecimo secolo, quando quell'omicida del Butterico venne per il primo co' suoi fratelli e con seguito di cavalieri in Italia, e fu primissima origine dei fatti onde nacque nel primo terzo del duodecimo secolo la monarchia napoletana, viveva nel settentrione d'Italia a cavaliere delle Alpi un picciolissimo conte, un Umberto Biancamano, il cui primario possesso era il contado di Salmorene nel Viennese, un contado, che contava, nientemeno, ventidue castelli. Vi aggiunse forse, del suo vivente, dal 1003 al 1056, in tutto o in parte, i contadi di Noyon, di Moriana, di Savoia, di Bellay, il Ciablese e la Tarantasia. Nessuno potrebbe oggi misurarvi per l'appunto i suoi dominî; ma, certo, la loro estensione doveva appena pareggiare quella d'una delle provincie che fecero parte del regno di Ruggiero. Nel 1130, quando questi fu coronato Re nelduomo di Palermo, i discendenti di Umberto erano, sì, più potenti signori di un secolo innanzi, ma di gran lunga, di gran lunga meno potenti di lui. Il quinto successore di Umberto, conte sin dal 1103, Amedeo III, possedeva in soprappiù solo una parte della Contea di Torino, e altresì un tratto di terra, forse il Bugey, donato da Enrico IV imperatore al marchese Pietro e al conte Amedeo II nel 1074 per avergli conceduto il passo: e in quello stesso anno ripigliava per poco la città di Torino che gli si era ribellata. Che differenza tra i possessi di cotesto conte alpigiano, malamente connessi insieme, attraversati e separati da altissimi monti, diversi per qualità di popolazione, con quel mirabile complesso dei possessi isolani e continentali del re Ruggiero? Questi assunse il titolo di Re d'Italia; fu il primo dei principi del mezzogiorno a farlo, ma non fu l'ultimo; però nè egli nè alcuni dei suoi successori compì l'impresa cui il titolo accennava. Perchè? E perchè invece la compirono i discendenti di Umberto, tra i cui ascendenti v'era forse stato qualcuno che l'avesse preso prima di Ruggiero, ma eran parsi per tanto tempo poi così lontani dal potervi pretendere? Certo, l'unità regia d'Italia doveva esser fatta dall'uno o dall'altro dei due regni che si costituirono a così grande diversità di data, l'uno dalla dinastia normanna nel 1130, l'altro da quella di Savoia nel 1713; ed è curioso che al Duca di Savoia, così si chiama fin dal 1416, il titolo di Re venisse dall'acquisto della Sicilia, appunto perchè il Ruggiero aveva di quest'isola fatto un regno. Nell'Italia Centrale e neanche nella Valle del Po, per diverse ragioni, si sarebbe potuto aggruppare, addensare un nocciolo di forza, sufficiente a compire l'impresa di una nuova unità politica dell'Italia come si sia. Dove il soverchio di vigoria aveva esausto i potenti comuni del medio evo, dove ogni vita politica s'era via via assiderata ed estinta, dove ognipossanza di armi era venuta meno. Ma se è così, perchè dal regno del settentrione è venuta l'unità all'Italia, e il regno del mezzogiorno n'è stato disfatto? Perchè?Questi e molti altri perchè mi si affollano alla mente, e il rispondervi sarebbe soggetto di maggior interesse, che non è stato forse quello di cui vi ho discorso. Ma richiedono che di questo si fosse discorso prima; e a ogni modo vogliono esser trattati in pieno e con penetrante e imparziale esame. Troverete, di certo, altri che ve li esponga così; e a me non resta se non di pregarvi a benedire la storia tale e quale si è fatta e si è conclusa; poichè dalla triturazione di tanti uomini e cose n'è uscito infine questo; che in voi io non saluto e ringrazio Toscani, nè voi avete sopportato in me un napoletano: ma un italiano, per desiderio vostro, vi ha parlato, e Italiani, per bontà loro, l'hanno udito.
DIRUGGERO BONGHI
Signore e signori,
Dante Alighieri, lo rammentate, dice, non ricordo ben dove:
Sempre a quel ver che ha faccia di menzogna,Dee l'uom chiuder le labbra quanto puote,Perocchè senza colpa fa vergogna.
Sempre a quel ver che ha faccia di menzogna,
Dee l'uom chiuder le labbra quanto puote,
Perocchè senza colpa fa vergogna.
Se questo precetto va seguito sempre, io avrei dovuto pregare gli ordinatori di queste letture, di volermi assegnare soggetto diverso da quello, che, ben mio malgrado, mi son visto imporre; giacchè esso è tale che, considerato sì nelle sue cause remote e sì nei suoi effetti lungo i secoli, ha tanto di meraviglioso, che, quando io ve n'abbia discorso parrà a voi piuttosto favola che storia; un soggetto, per soprappiù, che s'aggira intorno a cosa mai esistita sino a tempi tanto prossimi che molti di noi hanno convissuto più o meno con essa, eppure tanto passata, che duriamo fatica a ricordarla noi, e dureremo anche maggior fatica a imprimerla nella memoria o nella fantasia dei nostri figliuoli: la monarchia napoletana.
Di fatti, chi di voi, cui non fosse noto, penserebbe, che, per raccontarvi le origini di questa monarchia perita per sempre, io deva forzarvi a riportare la vostra immaginativa sin su all'ottavo secolo d.C. e trarvi meco sino alle coste della Norvegia: e mostrarvele, queste, pullulanti di navi, e le navi spiccarsene di qua, di là, e scorazzar per i mari che bagnano le spiaggie della Danimarca, della Germania, dell'Inghilterra, della Francia, e cacciarsi nei fiumi, che vi mettono foce, e penetrare più che possono, entro terra, e mettervi a ruba e a sacco ogni cosa, e uccidervi o portar via uomini, rapire o violare e trucidare donne, fanciulli, e tornare a casa, ricche di preda e di gloria? Eppure, o signore, è così. Portano un illustre nome nella storia cotesti pirati del settentrione: Vikingi, checchè questo nome voglia dire, abitanti o assalitori di rade. Alle lor vittime parevano corsari del mare; essi se ne dicevano re. E re erano. Per due o tre secoli i popoli rivieraschi non ebbero difesa contro di loro. Nè quelli soli delle regioni nominate dianzi. Giacchè entrarono nell'Atlantico, e visitarono a quel gentil loro modo le spiaggie occidentali della Francia, della Spagna; entrarono nel Mediterraneo e visitarono le nostre. Udite questa. Sentirono in una delle loro scorrerie parlare di Roma, della ricca, della grande Roma: a Roma, a Roma, fu il loro grido subito. Quivi avrebbero messe le mani sulla maggior somma di ricchezza al mondo. Quando, costeggiando le spiaggie orientali della Spagna e le meridionali della Francia, furono giunti, discendendo quelle dell'Italia, a Luni, vi fecero sosta poco discosto dalla foce della Magra, sui confini della Liguria e della Etruria, cui aveva già reso celebre e prosperoso il porto suo, quello che ora è detto della Spezia. Era ancora città popolosa e ricca, quantunque fosse già sul declinare, quando verso il principio della seconda metà del nono secolo cotesti Vikingi viapprodarono. E a essi, una città che dopo scorsi cinque altri secoli Dante avrebbe portato a esempio delle cittàite, anzi di quelle che non ci dovevano far parerecosa nuova nè forte,
Udir come le schiatte si disfannoPoscia che le cittadi termine hanno,
Udir come le schiatte si disfanno
Poscia che le cittadi termine hanno,
a essi parve Roma: tanto grande n'era il porto. Li comandava un Hasting, e si traeva dietro un dugento navi di quelle ch'essi chiamavanosuckhar, serpenti,trakur, dragoni, nomi di agguato e di spavento. Ai Lunesi la notizia di così triste arrivo pervenne mentre celebravano nella cattedrale la festa del Natale e ne furono, sì, sgomenti, ma non tanto che non corressero a chiuder le porte e s'armassero a difesa. Hasting mandò loro a dire che non nutriva nessuna cattiva intenzione, lui; sbalestrato dai venti, aspettava di potere andar via; per ora implorava soltanto che gli si lasciasse vettovagliare la ciurma, e per sè, poichè si sentiva morire, il battesimo; nient'altro. S'ebbe vino, pane, ogni cosa; e, quanto al battesimo, entrasse pure in città e venisse in chiesa a farvisi battezzare. Si lasciò portare: non era in grado, diceva, di camminare; tanto si sentiva in fin di vita; e non v'era segno di verace e tormentosa agonia che non desse. Fu cerimonia solenne; il vescovo volle celebrare la funzione lui; gli fece da compare il conte. Ed egli scongiurava: «Pochi giorni mi restano, seppellitemi qui, in questo luogo che m'è sì caro; seppellitemi da cristiano.» Fu riportato alla nave. A breve andare, si sparse voce che, diffatti, egli era morto. I suoi lo allogarono nella bara, rivestito del giaco e colla spada al fianco; e fecero così gran corrotto, e con così alti lamenti e grida che più non avrebbero fatto se fosse morto davvero. E se ne andarono colla bara alle portedella città, e quivi, piangendo, scongiurando, chiesero che lor si aprissero, e si desse riposo al cadavere del lor capitano, del lor padre, del loro fratello colà dov'era risorto a vita di spirito. E i cittadini acconsentirono. Apriron le porte, ricevettero il morto con grande onore. Le campane suonavano a stormo; preti e signori, ricchi e poveri accompagnavano processionalmente. Il vescovo cantò la messa funebre, lui. Ma ecco che, quando fu finita ogni cerimonia, quando si fu per alzare la bara, il morto ne saltò fuori. Com'egli era armato, così erano tutti i suoi, che erano entrati in città e in chiesa in sua compagnia. Avevan nascosto corazze e spade sotto le cappe. Fecero infinita strage. I primi ad avere mozzato il capo furono il vescovo e il conte compare. Poi, usciti di chiesa, misero a ruba la città; poi la campagna. Non seppero, se non dopo compita l'opera, che la città non era Roma. Tornarono di dove eran venuti; e io non ve ne avrei discorso sin qui, se l'avvenimento, che può anche non essere in tutto vero, non mostrasse le qualità principali e costanti della stirpe, sinchè durò intatta: nessuna più temeraria, più astuta, più crudele al bisogno, più soverchiatrice e più ingorda di essa.
Come e perchè cotesto sciame di corsari uscisse dalla terra natìa e si spandesse da per tutto, è facile intendere; si trovavano troppi a casa, e la casa, per giunta, era povera. Tedeschi di stirpe, e certo cacciati dalla spinta di altre genti o della stessa loro famiglia o di diversa in quella estrema penisola, dovevano forse ricordare con desiderio le spiaggie perse da secoli. E vi ritornavano con desiderio. Ma non vi ritornavano quali n'erano partiti. Nella nuova lor patria il fragore dei ghiacciai e il tono delle valanghe, durante la lunga notte polare rischiarata soltanto dalla fiamma sparsa dall'aurora boreale; il muggire dell'onde sbattute dalla tempesta sulle spiaggie cavernose dei seni di mare, lefolte e scure selve, e la state che scoppia a un tratto, e riveste le roccie e le creste dei monti della betula odorosa e verde, mentre il sole sale sempre più alto e gitta i suoi arcobaleni sulle cascate spumanti; e il bagliore dei raggi che si riflettono dai campi di ghiaccio, e la luce verdognola, cangiante, che ne riempie le grotte cristalline, destavano nei lor petti una meraviglia mesta e pensosa. Tutta la lor credenza religiosa n'era colorita e formata. L'universo si figuravano fosse colmato tutto dall'albero dell'esistenza, il frassino Yggdrasil, che vien su del Nifl, il regno dei morti. A' suoi piedi sgorga gorgogliando la fonte del Mimer, e laggiù nel regno buio stanno a sedere tre Norne, tre Parche, sorelle, l'età passata, la presente e la futura, che ne innaffiano le radici e filano i fili dei fati umani. L'impero della terra è diviso tra gli Asi, i buoni Iddii, che rappresentano la luce e il calor della state, e gli Iotuni, mostri giganteschi, che figurano il gelo, la tenebra, la tempesta di neve. Quegli abitano in su nell'Asgard; questi in giù, al buio nello Iotum. Principale tra gli Asi è Odino, il signore del cielo e della terra, cogli occhi di foco; il padre degli uccisi in battaglia, che gli accoglie presso di sè nel Walhalla. E v'era altri Asi appena meno potenti. E non mancava loro il conforto, cui niente oltrepassa, la compagnia della donna; Frigga, moglie di Odino, Freya, la dea tutelare dell'amore, Iduna, la custode dei pomi di cui gli Asi vivono in una giovinezza eterna, divinatrice del futuro. Ma a cotesti benefici Iddii stanno di contro i perversi, mostri terribili: il lupo Feuris, il serpente Midgard, e Hel. Come padre degli Asi fu Allfadur, così degli Iotuni fu Loki. Padre e figliuoli, Odino vinse e variamente punì; ma quando il bellissimo Baldur, figliuolo di Odino e di Frigga, morì, la fortuna degli Asi cominciò a declinare. Aveva pur presentito la madre che sarebbe morto! Avevachiesto a tutti gli elementi, a tutti, a tutte le creature, a tutte, di non recargli danno: e l'avevan giurato. Pure quel furbo di Loki le trasse di bocca, che una sola creatura, una sola, non l'aveva giurato: un arboscello, il vischio. E Loki persuase il cieco Hodur di colpire Baldur con un rametto di vischio. E il bellissimo Baldur cadde a terra spento; e Nanna, la moglie, che si struggeva per lui di un infinito amore, lo seguì. E la stessa sorte toccherà agli Asi tutti, il giorno che perirà la terra; dovranno dileguarsi e sparire, nel crepuscolo degli Dii. Tre inverni, non interrotti da nessuna state, si seguiranno l'un l'altro; si ottenebrerà il sole; una sciagura incalzerà l'altra; per l'intiero mondo infurierà la guerra. Surtur, il principe del fuoco, verrà da mezzogiorno a passo a passo; il cielo si fenderà; e attraverso le suo fenditure gli spiriti del fuoco irromperanno. Sotto i lor passi il ponte del cielo rovinerà. Nel settentrione il lupo Feuris si sprigionerà dalla sua catena. La nave Negilfari, tratta dalle unghie dei morti, sarà condotta dal gigante Hymir verso Oriente, e di quivi si avvicinerà l'esercito dei cattivi spiriti, menati da Loki. I giganti di ghiaccio e il cane dell'inferno Garmer s'affretteranno al ritrovo. Tutti converranno nelle pianure Oscornar. Ed ecco il custode del cielo Heimdall soffiar nel suo corno; e gli Dii marciare a battaglia, e tutti gli eroi seguirli, quanti ne son periti dal principio dei tempi. Il frassino Yggdrasil vacilla, divelto dalle radici. L'aquila gigantesca divora crocidando i cadaveri dei caduti; il serpente Midgard, divincolandosi, vien fuori dal mare sputando veleno. Thor, sì, l'uccide; ma l'uccisore alla sua volta è soffocato dal veleno vomitato dal suo nemico. Feuris ingoia Allfadur, ma anch'egli muore. Loki e Heimdall si trucidano l'un l'altro. Gli astri si spengono; fiamme dissolvono la compagine della terra. E la terra si sprofonda nel mare; ma dal mareuna nuova terra emerge; gli Asi si destano da morte, e con loro sorge un uman genere ringiovanito.
Vi parrà, che in questo intreccio di fantasie cosmogoniche e religiose nulla vi sia di cui ci si giovi. Nulla, di certo; forse vi avrete raccolto qualche eco di racconti già uditi, stranamente confusi con invenzioni nuove; ma ciò al soggetto nostro non preme. Al soggetto nostro preme osservare che, come le religioni sogliono, anche questa dei Vikingi o dei Norvegi era atta ad aprirne gli spiriti e lasciarli spaziare più in là e più in su, a metter loro davanti il contrasto del bene e del male; ad arricchirli di qualche idealità avvivatrice. Difatti, se gli abbiamo visti, i Vikingi, astuti e soperchiatori, pure non era sola la preda che li allettava a' pericoli, bensì ancora gli abbagliava la gloria, com'essi la intendevano, la vaghezza del nuovo. «Chi vuole», dicevano, «col suo coraggio acquistare gloria, deve persino innanzi a tre nemici non trarsi indietro; soltanto avanti a quattro può fuggire senza vergogna.» E il premio che s'aspettavano, era, dopo morte, il banchettar con Odino lassù e con quanti altri eroi erano morti prima o dopo. Nè volevano la battaglia, la morte, priva di canto. Le corti dei principi, dei capi, le navi stesse, mentre scorrevano il mare, eran piene dei lor cantori, gli Scaldi, ai quali spettava celebrare nei versi le imprese dei valorosi. Nessuna persona più accetta di loro nei palazzi dei grandi. Cantavano poesie loro, poesie di loro antecessori avanti ad essi. Ne ricevevano in ricambio ricchi doni. I cortigiani avevano obbligo d'imparare a mente i versi cantati e diffonderli. Non tutto, vedete, nei paesi e nei tempi barbari è men civile che nei paesi e tempi civili.
Così vaghi di glorie e di avventure accrebbero la loro e la nostra cognizione della terra. Nel 861 Nadodd fu gettato da una terribile tempesta sulle coste di una terra ignota; la chiamò come la vide,terra dineve, ne tornò sgomento della natura selvaggia, in mezzo a cui s'era visto; ma uno svedese, Gardar Svafarson, vi approdò da capo più tardi e la chiamòGardarsholm, isola di Gardar. Altri, cacciati o da timori o da speranze o da voglia di libero vivere, scoversero l'Islanda, Ingolfshodi; traevano il nome o dal proprio loco o dalla natura visibile. Nè qui si fermarono. Verso la fine del decimo secolo Eirek il rosso, sbandito dalla patria per un omicidio, allestì una nave gigantesca col disegno di veleggiare verso mezzogiorno; non mosse solo, ma accompagnato da audaci. Nel 982 vide distendersi dinanzi a lui una lunga costa, coronata da un ghiacciaio; non sostò nè mutò rotta; sinchè non ebbe incontrata una regione, che per essere di state verdeggiava tutta e la chiamò Groenlandia, e vi chiamò altri. Fra questi un Bjarni, in un viaggio con una propria nave, si trovò una volta a vagare molti giorni e notti senza sapere dove fosse. Da molti giorni non vedeva il sole, quando gli si mostrò una terra, che nè a lui nè a' suoi compagni parve la Groenlandia. Non vi si ancorò; navigò più oltre; e dopo due giorni e due notti gli sorsero davanti due strisce di costa, delle quali la seconda mostrava grandi monti di ghiaccio. E neanche qui si sentì invogliato a sbarcare; avanzò; e, menato via da un forte libeccio, scoverse dopo quattro giorni una quarta terra e vi discese. Quivi trovò il padre Herjulf, che senza sua saputa vi dimorava, e accolto lietamente, vi rimase il resto della vita. Che terre erano queste? L'ultima, si congettura fosse la costa del Massachusetts; la seconda, la Nuova Scozia; la terza, non è ben chiaro; forse il nuovo Fundland. Così avrebbero rinvenuto l'America un cinque secoli e più prima di Colombo, se gli uomini vedessero davvero le cose, prima di esser maturi a vederle e a giovarsene. Nè Bjarni restò poi solo. Un Leif, figliuolo di quell'Eirek, scoperse il Labradore rivide la Nuova Scozia, che chiamò Terra del vino poichè vi abbondavano rigogliose le viti; nel 792 vi tornò il fratello Thorwald, e pose la sua sede in quella che fu poi chiamata isola di Rhode; e se ne spiccò per spiare il paese verso settentrione, ma fu viaggio funesto. Giunto, si crede, alla montagna di Gurnet nel golfo di Plymouth, l'uccisero. Ed altri seguirono; ma questi bastano a mostrare un aspetto di questa indole Vikinga, il più adatto a spiegare la loro azione sul mondo.
Giacchè i Vikingi amavano di uscire di casa e andare a risiedere persino in regioni ignote e selvaggie, come non avrebbero sentita la voglia di prender dimora in regioni relativamente civili alle cui spiaggie approdavano o per i cui fiumi s'internavano? Una delle prime di queste era la Francia nella sua costa settentrionale, lì dove era a quei tempi chiamata Neustria. Risalivano la Senna: bruciavano a dritta e a manca. Parigi gli attirava. Vi penetrarono nel 857; ne bruciarono le chiese: ne misero a ruba le case: la città si riscattò a denaro, ma v'eran rimasti cinque anni. Ventotto anni dopo vi tornarono forti di settecento navi. Il fiume n'era ricoperto per un tratto di due miglia. Ma la città, istruita dalle precedenti invasioni, s'era afforzata. Fu variamente, gagliardamente attaccata, ma anche gagliardamente difesa. Così l'anno dopo. Come alla battaglia di Regillo, Castore e Polluce erano apparsi in aiuto a' Romani, così a' Parigini venne in aiuto tutto un esercito celeste. Il capo dei Vikingi stanco accondiscese ad andar via per denaro; gliene fu dato: andò. Ma non tutti i suoi lo seguirono; parecchi restarono; e ritentarono gli assalti. Nè si mossero, sinchè Carlo il Grosso non si fu avvicinato con un esercito, non già per usarlo a cacciarli via colla forza, ma per pagare la ritirata anche a questi. Eran rimasti dieci mesi; ma non perchèParigi avea lor resistito, se ne tornavano a casa. Anzi si spandevano per le regioni a settentrione di Parigi, e vi si stanziavano. Già nel principio del decimo secolo la popolazione v'era di Vikingi in gran parte. Anzi la difendevano contro altri Vikingi, meglio che i Franchi non avevano fatto contro loro. Nel 911 un Rollo, o Rollone, — uomo di tale corporatura che non c'era cavallo che lo reggesse, ond'era costretto ad andare sempre a piedi, sicchè ne aveva avuto soprannome dicamminatore, — chiese a Carlo il Semplice licenza di stabilirvisi addirittura, e l'ebbe. Così quella parte di Neustria che i Vikingi occuparono con lui, mutò nome, e si chiamò quind'innanzi Normandia; giacchè i Vikingi eran detti altresì Northmen, uomini del Nord, o, come noi diciamo, senza più intendere il nome, Normanni.
La cessione di quel tratto di terra lungo la Senna dall'Epta e dall'Eure al mare non fu fatta da Carlo volentieri: ma l'arcivescovo di Rouen non potette ottenere da Rollone a miglior patto che si ritirasse dai confini della Borgogna, dov'era giunto, e vi aveva vinto il Duca. Già questo patto, così duramente imposto, mostra in quali condizioni fosse allora la Francia. Mentre i Normanni la disertavano a settentrione, facevan peggio i Saraceni a mezzo giorno. La debolezza del Principe, l'indisciplina e l'insubordinatezza dei grandi, la mala sicurezza di tutti vi avevano disciolto ogni ordine. La leggenda — quella stessa che l'Ariosto ha verseggiata — fece poi di tutti i Carli della dinastia Carolingia, dal Magno al Semplice, uno solo; e dei Normanni e dei Saraceni un sol popolo, i Pagani; sicchè questi e non quelli fu cantato ponessero l'assedio a Parigi. Una storia piena di confusione e di disordine fu dalla leggenda confusa e disordinata peggio. Ma Rollone sapeva chi egli era, e che forza sarebbe stata la sua. Quando in Saint-Clair venne a colloquio con Carlo, gli porse lamano, ed essendoglisi fatto segno, che dovesse baciargli il piede, vi si ricusò. Dette però ordine a un Normanno di farlo in sua vece; e questi tirò tanto in su il piede del Re, che lo gittò rovescioni per terra. Ecco come il nuovo nasce, e tratta il vecchio; è insolente di sua natura.
Intanto i Vikingi, i Normanni, i Pagani bianchi,Fiun Gail, i Pagani neri,dubh Gail, i Madjus, com'eran variamente chiamati da popolazioni cristiane o musulmane, s'eran già cominciati a convertire al cristianesimo. Il loro sentimento religioso non era forte: come prima non s'eran mai proposto di propagare la fede di Odino, così parvero abbracciare la fede di Cristo piuttosto per ragion politica, che per salvare le anime. L'arcivescovo di Rouen riuscì a battezzare Rollone e i suoi seguaci, e Rollone mutò il nome in Roberto. A ogni modo nè la fede mutata nè la nuova sede assicurata e tranquilla tolse ai Normanni l'antica voglia di vagare per mare e per terra in cerca di nuove avventure. Una di queste ci preme.
Nel quinto secolo d. C. un cittadino di Siponto, la Manfredonia di ora, ai piedi del Gargano, ebbe tanta grazia da Dio, che in una grotta non discosto dalla cima del monte vide l'arcangelo Michele, quel medesimo che, nella battaglia coll'angelo Lucifero, lo incalzò per modo colla spada di fuoco da precipitarlo addirittura in inferno. L'8 maggio 493 l'arcangelo apparve di nuovo al vescovo di Siponto Lorenzo e gli ordinò che dedicasse quella grotta a lui. Fu fatto; e maravigliosa accoglienza trovò il nuovo culto in tutto l'Occidente. In Normandia gli fu consacrata una cappella presso Avranches, su una roccia bagnata dal mare, e ogni anno un infinito numero di pellegrini vi accorreva a venerare l'arcangelo. Era naturale, che in molti sorgesse il desiderio di peregrinare al proprio luogo in cui era apparso, al luogo che la pietà dei fedeliaveva arricchito di doni, ed era perciò diventato preda a vicenda di Longobardi, di Saraceni, di Greci. Vi si poteva passare chi volesse andare in Terra Santa: e questo, il maggiore dei pellegrinaggi, non era stato mai smesso. Covava negli animi per Terra Santa il foco che divamperà di lì a un secolo.
Ora, un Normanno dei principali, Gisalberto Butterico, poco oltre il 1000, s'avviò pellegrino al Gargano. Non lasciava la patria senza cagione; aveva ucciso il visconte Guglielmo, seduttore di una sua figliuola; voleva scansare la pena che Riccardo II, il terzo successore di Rollone, gli avrebbe di certo inflitta, poichè portava amore all'ucciso. Menava seco i suoi quattro fratelli, Rainulfo, Asclittino, Osmundo e Rodolfo, e altri compaesani, di molti. Bisogna accennare, nelle mani di chi stesse a quei tempi la regione che costoro attraversavano.
Quanta parte dell'antica popolazione, vissuta qui mentre l'Impero Romano durò, scampasse agli strazi delle invasioni barbariche, non si può dire; e neanche se e quanti Goti sopravvivessero alle guerre e alle conquiste, Bizantina prima, Longobarda poi. Certo alla popolazione Romana più o meno numerosa e alla gente gota, s'erano oramai sovrapposti Longobardi, Greci, Saraceni. Questi ultimi cacciati sin dal 916 dal loro nido al Garigliano, dove erano rimasti asserragliati trentaquattro anni, non avevano mai smesso di molestare l'una o l'altra parte del territorio napoletano, ma non erano riusciti a stabilirvisi; occupavano, sì, a riprese città persino importanti, ma combattuti da indigeni, da Greci, da Longobardi, non vi duravano; però, restano tuttora — nè tutti sulle spiaggie — nomi di luoghi che li ricordano e attestano una più o meno lunga dimora. Venivano per lo più dalla Sicilia, già conquistata da essi via via a cominciare dalla primametà del nono secolo, o di più lontano, dall'Africa, e trovavano alleati nelle discordie cristiane, alimentate dal numero dei principati Longobardi, dalla condizione incerta e mutevole dei possessi Greci, dalle ambizioni e dalle ingordigie di tutti: e tra tutti e più legittime, ma non meno disordinatrici, le gelosie di più di un comune, rivendicatosi o desideroso di rivendicarsi a libertà. Già, quanto a' principati Longobardi dopo morto Pandolfo Capodiferro nel 981, il ducato di Benevento si era disciolto da capo in tre; un ducato di Benevento, sminuito, un principato di Capua e uno di Salerno. Dal primo s'eran distaccate altresì le contee dei Marsi e di Chieti, che prima gli erano appartenute, ed avevan già fatto parte del Ducato di Spoleto. Dalla spiaggia del Tirreno i dominî di questi principati si distendevano entro terra sino alle falde del Gargano e alla catena Appennina: ma qui si trovavano a contesa coi Greci, che, possedendo la spiaggia Adriatica, e, di giunta, la Calabria, gli affrontavano da Oriente e da Mezzogiorno. E a' principali Longobardi il possesso stesso della spiaggia Tirrena era interrotto da ducati minori, il cui magistrato supremo era elettivo, e che riconoscevano una cotal sovranità preeminente all'imperatore di Costantinopoli; quantunque l'elezione non uscisse di solito da una famiglia, e la preminenza imperiale fosse diventata in tutto una forma vuota di effetto. Tali erano Gaeta, Napoli, Amalfi, Sorrento.
D'altra parte i Greci avean diviso il lortemad'Italia come lo chiamavano per ricordo dell'antico potere, in due governi: quel di Puglia e quel di Calabria; e davano nome diCatopanoal governatore del primo — o che questo sia una corruttela di capitano o che voglia diresopra tutto, — di Stratego a quel del secondo.
Felice, come vedono, condizione di popolo doveva essere questa; ma peggio di una realtà così intricata eviolenta doveva aduggiarlo un'ombra. Due secoli prima, papa Leone III, coi suffragi del popolo di Roma, aveva, a parer suo, ritornato in vita l'impero Romano nella persona di Carlo Magno, incoronandolo e segnandolo colle sue mani di sacerdote. Una confusione di idee aveva dato motivo a una creazione siffatta; e le tenne dietro una gran confusione di fatti. Chi guardi al successo, potrebbe sospettare, che appunto il Papato sperava di pescare nel torbido; ma queste astuzie a lunga vista sono per lo più congetture vane. Bisogna cercare il motivo del Papa in tutt'altro, e, certo, in ciò, che l'Impero restaurato da Roma per le mani del sacerdozio si sarebbe surrogato all'impero di tutt'altra origine che s'intitolava da Bisanzio, e sarebbe stato del sacerdozio Romano e della sua primazia un appoggio continuo e sicuro. A ogni modo quell'impero d'Occidente, rinnovato prima nei Franchi, e trasmesso da quello ai Tedeschi, pretendeva diritti almeno su tutte le terre già appartenute all'impero Romano, finito nel 476. Ma a quali diritti? Non si sapeva, e il Papa lo sapeva meno di tutti. Certo, a quelli, che secondo il suo vigor d'animo e di braccio, ciascun imperatore avesse saputo mantenere, esercitare o rinnovar colla spada. Intanto, nelle provincie di cui parliamo, questa mal definita autorità imperiale era riconosciuta dai ducati Longobardi; mentre era sconosciuta dai minori ducati e dai Greci, che avevano una loro propria autorità imperiale, la Bizantina.
Quando quei Normanni venivano, appunto queste due autorità imperiali eran per cozzare di nuovo; e contro la Bizantina cozzavano già i popoli delle Puglie. Pare che di tutti cotesti reggitori i peggiori fossero i Greci; giacchè erano anche i più civili, e quandoal mal volere e alla possa s'aggiunge l'argomento della mente, nessun riparo, dice ancora Dante,vi può far la gente. Melo e il suo cognato Datto, due cittadini Baresi, eranoa capo di molto popolo insorti contro essi nel 1009; ma davanti al catapano Bizantino, venuto da Costantinopoli con molto esercito, non avevan potuto tenere il campo, e s'eran dovuti rinchiudere in Bari; poi Bari stessa fu presa; ed essi fuggirono a mala pena, e s'ebbero a ricoverare Melo, in Capua, Datto in Monte Cassino. Benedetto VIII, un Papa dei buoni, eletto nell'anno stesso che vide la sconfitta di cotesti due patrioti, li favoriva; com'egli cacciò i Saraceni da Luni, così avrebbe voluto cacciare i Greci dalla spiaggia Adriatica. A questa impresa gli parvero buono aiuto quei Normanni nominati dianzi. Gli si erano presentati in Roma; egli aveva assolto Butterico dell'omicidio commesso. Le lor persone aitanti, le lor sembianze guerriere gli davano luogo a sperar bene. Gli mandò a Melo: e, questi, raccolto di nuovo un esercito, riaccese la guerra. Il 1017 egli e i Normanni vinsero nel maggio il catapano Andronico, ma ne furono sconfitti nel giugno; non però per modo, che, se ebbero a desistere dal marciare a Bari, non potessero persistere a conquistar terre più a settentrione, nella Puglia, e sconfiggere alla loro volta un catapano Contoleone venuto di fresco. Seguirono altre zuffe; la contesa finì per allora, come un'altra più celebre, a Canne. Quivi, nel 1018, l'esercito di Melo, di cui i Normanni erano il principal nerbo, e l'esercito Bizantino, un'accozzaglia di assoldati di nazioni barbare, anzichè di Greci, — e v'era persino dei Russi, che si batterono meglio di tutti, — comandata da Basilio Botojanne, si affrontarono. A' Normanni non bastò il valore smisurato per vincere; il numero li soverchiò. Molti rimasero morti nella battaglia: chi fu fatto prigione; altri si rifugiarono presso duchi, e conti Longobardi. Melo corse a Bamberga a chiedere soccorso ad Enrico II imperatore. Trovò alla corte di questo anche il Papa e il normanno Rodolfo. L'imperatore dette a Melo percominciare il titolo di Duca di Puglia, non potendo dargli la Puglia stessa: ma Melo nell'aprile del 1020 morì. Il Papa tornò a Roma: Rodolfo restò aspettando. E l'Imperatore per parte sua aspettava d'avere composte le cose in Germania, dove anch'egli aveva un suo proprio ribelle, per fare la spedizione d'Italia; giacchè i progressi dei Bizantini, vincitori a Canne, erano tali da mettere l'autorità imperiale in pericolo di restare nel mezzogiorno senza terre che la riconoscessero, e minacciavano persino il Papa in Roma. Nel 1021 Enrico II fu in grado di scendere nel suo regno d'Italia. Celebrato il Natale in Ravenna, se ne spiccò dividendo il suo esercito in tre parti, l'una comandata da lui, le altre due da due arcivescovi. Dei duchi Longobardi uno solo gli era rimasto fedele, Landolfo V di Benevento; punì gli altri due; Pandolfo cacciò da Capua, e installò in sua vece un altro Pandolfo, Conte di Teano; a Guaimaro di Salerno chiese il figliuolo in ostaggio. Poi prese a gran fatica Troja, — città poco innanzi fondata da Greci con questo vanitoso nome; — e infine si risolvette a tornarsene a casa. La peste gli decimava l'esercito, sorte comune degli eserciti forestieri nell'Italia meridionale per più secoli. Se non gli disfacevano gli uomini, li disfacevano le febbri. Dei Normanni altresì tornò in patria la maggior parte; ma molti restarono. E sopratutto restò l'impressione del lor valore nella fantasia dei popoli che gli avevano visti combattere, come in essi stessi quella del paese in cui avevan combattuto, e perso e vinto battaglie. Non avevan potuto, di certo, in quella prima prova, appropriarselo, ma se fossero stati più, pensavano, l'avrebbero fatto; ed era terra grassa e promettente. Intanto, i duchi e i principi Longobardi si ripartirono tra di sè quelli che non andaron via. Servivano come soldati di ventura alle lor guerre reciproche.Le quali nessuno, credo, narrerà mai tutte; e io non ne narrerò nessuna. Chè tutta questa non è storia, ma stoppa. Preme soltanto ricordare che a un Normanno valoroso, per nome Rainulfo, il Duca Sergio di Napoli, nel 1029, dette una sua figliuola per moglie, la vedova contessa di Gaeta, e per dote un territorio tra Napoli e Capua, la Contea di Aversa. Nel bel mezzo dei suoi possessi il conte Rainulfo elevò un castello. Così un primo Normanno si stabilì, si afforzò, mise radici.
Signori, se v'è storia, la quale provi che gli uomini fanno le cose, e non le cose gli uomini; e che dottrine molto recenti le quali disperdono la persona umana nell'ambiente in cui vive, son false, è quella che io v'ho narrata sinora e sto per narrarvi; giacchè si vede la mano dell'uomo, per il volere e l'arbitrio che la dirige, fazionarla essa. Nel Cotentin, in Normandia, non lontano da Coutances in quello ch'è ora il dipartimento della Manica, viveva un cavaliere, Tancredi di Altavilla. Ebbe due mogli: l'una, Moriella, gli dette cinque figliuoli, Guglielmo, Drogone, Umfredo, Goffredo, Serlone; l'altra, Trasenda, sette, Roberto, Mangero, Guglielmo, Alfredo, Umberto, Tancredi, Ruggero. La sostanza famigliare, non che bastare ai figliuoli, appena bastava al padre. E il padre dette a ciascuno una spada e un cavallo; e gli mandò con Dio; cercassero per il mondo gloria e fortuna. I tre primi, Guglielmo, ch'ebbe soprannome Braccio di ferro, Drogone e Umfredo giunsero verso il 1038 alla corte del giovine Guaimaro di Salerno, succeduto al padre, che aveva già prima adoperato guerrieri Normanni. Avevan condotti seco trecento cavalieri. Presero servizio coll'imperatore greco Michele, che voleva ritogliere la Sicilia agli Arabi. Fecero questo patto: avrebbero ricevuto in compenso metà della preda e della terra. E da prima l'impresa riusciva; quelGuglielmo faceva prodigi: ma Giorgio Maniace, il generale greco, non teneva il patto. Sicchè i tre figliuoli di Tancredi si partirono da lui in collera, e venuti sul continente, cercarono prender vendetta dei Greci. Al che furono aiutati da un Arduino Longobardo, anch'egli offeso da Maniace, e dal conte Rainulfo d'Aversa. La guerra cominciò nel 1041, e, per difesa che i Greci facessero, dovettero pure abbandonare a' Normanni e ad Arduino quasi tutte le città possedute da loro, e il Gargano per giunta. Nel 1042 i Normanni elessero a lor capo Guglielmo Braccio di ferro, e questi già si chiamò Conte di Puglia; e della nuova contea si lasciò investire da Guimaro di Salerno e da Rainulfo di Aversa; dei quali il primo, diventato molto potente, si fece in questa congiuntura Principe Duca, e il secondo s'ebbe il Gargano e i dintorni. Ad Arduino spettò, secondo i patti, la metà degli acquisti. Dodici altri Normanni, che Rainulfo aveva messo insieme con Guglielmo a capo dell'impresa, ottennero ciascuno un particolar dominio. Questi accordi conclusero in Melfi, che sarebbe rimasta città comune a tutti.
Guglielmo morì nel 1046; i Normanni gli elessero a successore il fratello Drogone; e Guimaro ne confermò la scelta. Davvero di dove questi traesse il diritto d'investire e di confermare, non si vede: ma egli s'era impossessato di Amalfi e di Capua, e aveva fatto d'un suo fratello il Duca di Sorrento, e come aveva dato in moglie a Guglielmo la figliuola di questo, così dava in moglie a Drogone la figliuola sua. Una minor forza, dunque, cercava nella ricognizione d'una forza maggiore, la ricognizione del diritto suo; e forse, questa maggior forza del Duca di Salerno ritrovava la sua legittimità propria e quella degli altri, nell'autorità imperiale che aveva inizialmente investito lui. Del che, però, non si sarebbe mostrato persuaso l'imperatore Enrico III,quando nel 1047 venne in Campania: giacchè lo costrinse a render Capua al principe spossessato e a rinunciare al titolo di Duca. Invece investì di sua mano Drogone e Rodolfo, succeduto a Rainolfo di Aversa e suo nipote.
Così la casa dei Normanni s'allarga; ma per ora son dominî distaccati i loro; cresciuti sì di numero, ma sconnessi. E ora, una inimicizia inaspettata scoppia. I primi Normanni eran venuti coll'assenso del Papa; ma ora lor diventa avversa la politica papale. Leone IX, Papa sin dal 1048, non poteva di certo prevedere, ch'essi avrebbero costituito, accanto allo Stato della Chiesa, uno Stato forte: il che al papato non è mai piaciuto; e ora vedeva, che eran già più forti di quanti principi e popoli esistevano prima di loro nello Stato attiguo. Forse, anzi certo, neanche l'Imperatore li gradiva, come quelli che non avevano aspettato l'investitura sua per intitolarsi Conti: e tra l'Imperatore ed il Papa correvano allora intelligenze strette. A ogni modo il pomo della discordia parve fosse Benevento. L'Imperatore aveva fatto dono al Papa di questa città; ma del territorio di essa n'aveva investito Drogone. Così il primo ducato Longobardo pagava la pena di aver parteggiato, alla calata dell'Imperatore, per i Greci contro lui ed il Papa. E Drogone, quanto a sè, avrebbe ben voluto che i suoi Normanni non facessero danno ai cittadini; ma non eran facili a tenere a segno. Entravano in città, e la taglieggiavano e in ogni altra maniera la offendevano. Drogone, non che essere in grado d'impedirlo, fu ucciso lui a tradimento in una chiesa, mentre Leone IX raccoglieva un esercito contro di lui. La campagna che seguì, ebbe questa fine che il Papa, quantunque si collegasse con Argiro, — un figliuolo di Melo, che mutata parte più volte, era riuscito a diventar Catapano Bizantino e a ritogliere Bari a' Normanni, — il Papa, dico,fu vinto e fatto prigione presso Civitella, il 18 giugno 1053. Non mai prigioniero fu fatto segno di maggiori onori; ma in compenso dovette a' vincitori accordare la signoria della Puglia, della Calabria e della Sicilia. Di dove gli veniva il diritto di dare roba non sua? Questo diritto papale di dare, come si accordava col diritto imperiale di dare? Non se lo chiedevano. Andava negli spiriti sorgendo e radicandosi l'idea di una doppia autorità universale, senza che insieme sorgesse nessun preciso concetto dei limiti tra le due, o che l'una su ciò consentisse coll'altra.
Umfredo, fratel di Drogone e suo successore alla contea di Puglia, e Riccardo, Conte di Aversa, avean capitanato i Normanni in questa felice impresa. Intanto era disceso di Normandia un altro dei fratelli di Umfredo; però del secondo letto, Roberto. Questi più alto della persona, che la più parte dei suoi compagni di Normandia, colla bionda capigliatura disciolta, largo di spalle, voce sonora e imperiosa, pareva nato a comandare; e di fatti col valore smisurato congiungeva una qualità, non meno necessaria, l'astuzia; onde appunto ebbe soprannome Guiscardo. Visse più anni piuttosto da bandito che da cavaliere, — se le due parole a quei tempi avevano diverso senso, — in un castello di san Marco, a mura di legno, non lontano da Bisignano, in provincia di Cosenza. Di quivi si calava a far preda, occupando con agguati città o assalendo cittadini e forestieri. Drogone il fratello glielo aveva donato, e insieme concessogli il diritto di conquistarsi la Calabria. Un altro Normanno, un Girardo, gli offrì una sua zia in moglie e dugento cavalieri in aiuto. Roberto accettò tutto, zia e cavalieri; e, chiesto licenza a Drogone, sposò Alderade, che così si chiamava la zia. Così uniti si assoggettarono gran parte del paese. Intanto nel 1055 moriva Umfredo, e lasciava figliuoli in età non adatta al comando. Ilprincipio di eredità non era già così prevalso come fece poi; si sceglieva il successore nella famiglia; ma non era già ammesso che il principato si dovesse necessariamente trasmettere di padre in figliuolo o figliuola. Sicchè i Normanni elessero Roberto a successore di Umfredo; e Roberto, senza darsi pensiero d'essere designato dal padre morente a tutore del figliuol minorenne Abelardo, nominò sè Duca di Puglia e di Calabria. Nicolò II glielo confermò; e il Guiscardo gli si obbligò a difender la Chiesa. Fu più difficile ottener l'obbedienza dei Baroni: nè gli costò poco o breve sforzo. Così si costituì tra i Normanni un principato già grosso: ma quella conferma chiesta a' Papi, e ottenuta, di un possesso acquistato con le armi, che pareva investirlo di diritto, in realtà lo rendeva vacillante e gli scalzava la base di diritto proprio.
E si vide subito. Ho nominato dianzi un Riccardo Conte di Aversa. Pure, a Rainulfo era succeduto Rodolfo: come ora invece di questo è conte Riccardo? In un semplicissimo modo, parrebbe; Rodolfo era, bensì, morto nel 1047; ma Riccardo non ne era il figliuolo. Egli era bensì cognato del Guiscardo e nipote di Rainulfo; ma non eran titoli questi che rendessero il suo titolo alla contea migliore di ogni altro. Però nessuno più bello di lui; nessuno di più gentile aspetto; nessuno cavaliere più ardito. E a' Normanni questi eran titoli che superavano ogni altro. E l'elessero. Se non che egli era in carcere; ve l'aveva gittato Drogone per punirlo, dopo averlo vinto, della gran molestia che dava, battagliando, a vicini e a lontani. Ora, doveva per prima cosa uscirne. Guaimaro glielo ottenne; ma non appena Conte Riccardo si vide padrone di Aversa, volle conquistar Capua. E ci riuscì nel 1058 malgrado i Capuani. E così finì il secondo ducato Longobardo.
Nè qui Riccardo si fermò. Un suo genero e vassallo Guglielmodi Monstarola gli si ribellò, e si rifugiò da papa Alessandro II e lo riconobbe a suo signore. Riccardo mosse nel 1066 contro Roma stessa e osò intimare guerra al Papa. E il Papa ricorse per aiuto a re Errico di Germania, che fu poi Errico IV, l'Errico di Canossa, ancor sedicenne. Il Re non si mosse; però il suo scudiere, Duca Goffredo di Lorena e di Toscana, fece sua la causa del Papa. Ma poichè nè Goffredo si sentiva abbastanza forte per mettere alla ragione Riccardo, nè Riccardo era abbastanza sicuro di potergli resistere, fu conclusa una pace. E qui si vede come la potenza dei Papi s'intromettesse già tra i Baroni del paese vicino e si facesse fomite di ribellioni e guarantigia di ribelli.
La potenza dei Papa era sul crescere, anzi per raggiungere il sommo dei suoi ideali e delle sue speranze: che già Ildebrando, quel meraviglioso uomo che nel 1073 divenne lui Papa e si chiamò Gregorio VII, governava sin da Vittore II, cioè da diciotto anni, la Chiesa. E nella sua mente piena d'ardore, di coraggio e di costanza aveva, secondo la inclinazione e la scienza dei tempi, maturato il concetto, che la Chiesa, indipendente nella sua azione, nei suoi dignitari, nei suoi beni da ogni autorità imperiale o regia, dovesse sola esser fonte di tutto, e soprapporsi a tutto, come autorità ch'essa era, proveniente senza intermezzo da Dio. Non mai era stata tentata rivoluzione maggiore di questa; e più disperata di riuscita nella integrità, almeno, del suo disegno. Poniamo che il Papato ne avesse il diritto, dove avrebbe trovato la forza sufficiente a incuterne il rispetto? Era un disegno squilibrato, ma in questo squilibrio necessario tra l'ideale sognato e il reale resistente fu l'attrattiva sua.
Però prima di vederlo codesto uomo smisurato apparir sulla scena nostra, — la minore, del resto, delle scene in cui apparve, — dobbiamo ricordare la maggiorimpresa, che intanto Roberto compiva. Un altro suo fratello era giunto, nel 1057, da Normandia, il minore di tutti, Ruggero, con tre sorelle, per giunta, e la madre. Anch'egli bell'uomo e da far colpo; se non superava Roberto in valore, lo superava in bontà di cuore e amabilità di tratto. Da prima, ebbero i due fratelli qualche dissapore; poi, nel 1060, Roberto si risolvette a dare al fratello il comando di una parte del suo esercito, e commettergli la conquista definitiva della Calabria. Insieme posero l'assedio a Reggio: e la città, quantunque si difendesse bravamente, fu presa. E così Roberto era giunto all'estremo punto della penisola; ma egli era già stato dal Papa investito dell'isola di rimpetto. Ruggero non ne era in minor desiderio di lui. La Sicilia era allora in mano dei Saraceni, che v'avevano posto piede nel 827, più di due secoli innanzi, e l'avevan tolta ai Greci, che l'avean tolta ai Goti, come questi a' Romani, e i Romani di nuovo a' Greci e a' Fenicii, e gli uni e gli altri, rivaleggiando, ai Siculi indigeni o piuttosto venuti d'Italia; e chi sa a qual altro popolo questi invasori primissimi l'avranno sottratta!
L'impresa fu tentata prima da Ruggero solo nel settembre del 1060, seguito da non più di dugento cavavalieri. Mal riuscita, fu ritentata nel febbraio del 1061 da lui e da Roberto insieme, sollecitati da un Saraceno due volte infedele. Non la narrerò, quantunque sia piena d'interesse; e mi contenterò di dire, che Palermo, città che durante il dominio Saraceno era diventata la principale dell'isola, dopo resistito a fortissimi attacchi, si arrese nel 1072. La Chiesa vi surrogò la Moschea, come due secoli prima la Moschea vi aveva surrogata la Chiesa: ma come nella prima mutazione non erano stati esterminati i Cristiani e Greci, così ora nella seconda non furono esterminati i Maomettani e Saraceni. Anzi questi rimasero numerosi nell'isola, e diventaronoper soprappiù istrumento e forza di governo ai principi Normanni e Svevi. Però, per quanto la tolleranza meriti lode, se anche si prescinda da' fini politici, anzichè morali che la dettarono, se nelle vicende che seguirono i Maomettani ebbero gran parte a mantenere il regno ai principi Normanni e Svevi, si può dubitare se la prevalenza lasciata talora a' Musulmani nel governo e nell'esercito, giovasse a dar solidità allo Stato che i Normanni crearono e gli Svevi ereditarono.
Colla presa di Palermo non fu tutta compita l'occupazione dell'isola nè questa tranquillata tutta. Ma oramai la conquista e la pacificazione erano un processo sicuro; e dei Greci, dei Longobardi, — come vi si chiamavano tutti gl'Italiani, — dei Saraceni che non fossero tornati in Africa, degl'indigeni si sarebbe a mano a mano fatto un popolo solo; giacchè è propria qualità delle isole il macerare insieme le stirpi che le abitano, anche se molte e diverse. Intanto i due fratelli, per principiare, presero tra loro quest'accordo, che sarebbero loro appartenuti in comune, metà per uno, Palermo, Messina e Val Demone nel settentrione dell'isola; e a Ruggiero la metà delle altre regioni dell'isola o conquistate o tuttora da conquistare; e l'altra metà insieme al lor nipote Serlone e ad un altro parente degli Altavilla, Arisgoto di Pozzuoli. Non era combinazione da durare un pezzo. Serlone, del resto, un valoroso, a breve andare morì ucciso con perfidia da un Saraceno; Ruggiero ne piangeva; Guiscardo gli gridò: «Piangere, si conviene alle donne; agli uomini vendicarsi.» Questo tratto dipinge la diversa natura dei due.
E Roberto e Ruggiero, aumentati ciascuno di potere, crebbero altresì di titoli. Ruggiero, già Conte di Calabria sin dal 1062, quantunque la possedesse solo a metà con Roberto, s'intitolò altresì Conte di Sicilia e vi rimase a finir la conquista; l'altro, Roberto, al suo titolodi Duca di Puglia e di Calabria, — perchè il Conte di Sicilia apparisse vassallo con questo secondo titolo, come lo era con quello di Conte di Calabria, — aggiunse l'altro di Duca di Sicilia e tornò sul continente. Quivi, nel 1071 egli aveva, dopo lungo assedio, ritolto Bari a' Greci; ma gli bisognò, tornato da Palermo, riconquistare Trani, e rimettere a dovere i Baroni ribollenti sempre, come quelli che venuti uguali in Italia, non vedevano perchè dovessero omaggio e obbedienza a un di loro, quale era Roberto, e neanche al più nobile di tutti nella regione natia. Allora tumultuavano, perchè Roberto voleva che facessero la dote alla sua figliuola che andava sposa a Ugo margravio d'Este. Continuava così Guiscardo ad elevarsi colle parentele. L'anno innanzi ne aveva sposata un'altra all'imperatore d'Oriente.
E ingrossava insieme lo Stato. Sin dal 1058 aveva con un pretesto repudiata Alderade, la compagna de' suoi poveri anni, e chiesta in moglie a Gisolfo Principe di Salerno la sorella Sigelgaite, donna di alto animo, che nelle imprese del marito prese non piccola parte. Tre virtù, dice un cronista, erano in lui: ricchezza, chè nessuno era più ricco; pietà, che nessuno era più pio; cavaliere, che nessuno era più cavaliere; e tre virtù in lei, nobiltà di sangue, bellezza di forme e intelligenza di spirito. Il fratello ne accordò la mano per paura; ma l'esser diventato cognato di Guiscardo non lo salvò. Chè questi nel 1078 gli tolse colle insidie e colle armi il Principato di Salerno e lo sbandì. Aveva già nel 1073 occupato con improvviso assalto Amalfi, e tra le due date Sorrento. Così il terzo ducato Longobardo cadeva; e insieme con esso due dei ducati minori.
E colla fortuna gli cresceva l'ardire. Quando l'ultimo duca di Benevento morì nel 1078 senza figliuoli, si rifecero vive le pretensioni opposte del Papa e dei Normannisulla città. Il Guiscardo, che fidava per le sue nelle armi, vi pose, senz'altro, l'assedio. Ma il Papa, ch'era Gregorio VII, aveva anch'egli un'arme sua, molto affilata a quei tempi: lo scomunicò. Il Guiscardo non si sentiva nella guerra contro il Papa confortato dal consenso de' suoi; il fratello Ruggiero si profondeva in attestazioni di devozione al Papa; Riccardo di Capua, ammalato per modo, che morì nell'anno, gli chiedeva l'assoluzione, e restituiva alla Chiesa tutto il mal tolto. Il Guiscardo scese a patti. Nel giugno del 1078 Papa e Duca vennero a colloquio in Aquino. Il Duca si riconobbe vassallo del Papa e promise di difenderne i possessi contro chi si sia; e il Papa lo investì per vessillo — il che, si dice, fu fatto per la prima volta — dei ducati di Puglia, di Calabria, di Sicilia, di Salerno, di Amalfi, a patto che ne pagasse censo. Così si confermò tra il Papa e i Normanni e i lor successori, se ne avrebbero avuti, una relazione, che già s'è vista nascere; e che lungo quasi tutta la storia della monarchia, di cui vi espongo l'origine, sarà gravida di guai.
Papa Gregorio non era per sè nemico ai Normanni. L'impresa di Sicilia, come impresa di Cristiani contro a Musulmani e intesa a render l'isola ai primi, gli andava, di certo, a genio. Era un caso di quel ripiglio di spirito cristiano, che già si vedeva da più anni in Ispagna, e che in breve avrebbe divampato nelle Crociate. D'altronde, egli ritrovava nei Normanni una forza incomoda forse perchè molto vicina, ma anche, perchè molto vicina, adatta a prontamente soccorrerlo contra l'autorità imperiale, tra la quale e la papale imperversava più che mai la guerra per la libertà della collazione dei beneficî ecclesiastici, così ostinatamente pretesa da una parte, così ostinatamente negata dall'altra. Nel 1078 Errico IV si andava già rilevando dalla umiliazione subita a Canossa due anni innanzi, e i fattiandavano provando che la vittoria, quivi ottenuta da Gregorio, non era stata in realtà tanta quanta era parsa. In questa rete di circostanze confuse, certo il meglio era per Gregorio e il Guiscardo di ritornare amici; e perchè a Guiscardo avrebbe dovuto parere fantastico lo sperare che Gregorio avrebbe finito col coronare lui imperatore d'Occidente in Roma?
Intanto meditava diventarlo in Oriente. Gliene dava occasione questo, che la sua figliuola Elena, maritata nel 1097 a Costantino, figliuolo primogenito di Michele VII, era stata rinchiusa in un monastero da un Niceforo Botoniate, che, impossessatosi di Costantinopoli, aveva fatto prigione lei, il marito, il suocero, già per opera di altri sbalzato dal trono. Il Guiscardo mosse con una gran flotta a liberar la figliuola, a buttar giù Niceforo, a metter sul trono dei Comneni non quel povero Michele, ma sè. Gregorio VII ve l'incoraggiava. Prese Corfù; pose l'assedio a Durazzo in Albania; ma non vi entrò che nel febbraio del 1082; chè prima ebbe a vincere nell'ottobre del 1081 una sanguinosa battaglia. I Greci eran venuti ad affrontarlo comandati da un Comneno, Alessio, che già aveva scacciato Niceforo e s'era alleato coi Veneziani, perchè sciogliessero l'assedio di Durazzo da mare, mentr'egli l'avrebbe sciolto da terra. Alla vittoria del Guiscardo aveva avuta una piccola parte Sigelgaite: colla lancia levata ricacciava nelle file dei combattenti i guerrieri fuggenti di Puglia. Ma Alessio non s'era sgomento; raccoglieva nuove forze a difesa. E i Baroni di Puglia, sempre insofferenti del giogo, minacciavano allearsi con lui contro il lor duca; e Gregorio oramai implorava da Roma che ritornasse, venisse in soccorso della Chiesa minacciata. Difatti Errico non cessava di creargli antipapi, e nel 1081 discendeva armato in Italia. Anche qui un'altra donna difendeva principalmente Gregorio,Matilde di Toscana, la gran Contessa. Il Guiscardo si persuase che gli bisognava ritornare in Italia; però, non ismise il disegno di un impero normanno di Oriente; lasciò a compierlo Boemondo, l'unico figliuolo avuto da Alderade. L'impresa infine fallì. Il Guiscardo tornato nelle Puglie ebbe prima a reprimervi insurrezioni di Baroni; poi a correre in aiuto al Papa. Errico aveva occupato Roma nel 1084; s'era fatto incoronare imperatore da un suo Papa; aveva tratto il popolo dalla sua; e Gregorio s'era dovuto rinchiudere in Castel Sant'Angelo. Guiscardo nel maggio s'accostò a Roma con un esercito di seimila cavalli e trentamila fanti; l'imperatore fuggì. Entrato in città non senza pericolo, ne fece scempio: le rovine di Roma sono in gran parte opera sua. Gregorio liberato lo seguì al suo ritorno nelle Puglie, e andò a morire il 25 maggio 1085 a Salerno. Dette a sè morendo questa testimonianza ch'egli avesse amato la giustizia e odiato l'iniquità, e perciò morisse esule. Che si risichi di morire esule, amando la giustizia, è vero; ma ch'egli avesse amato la giustizia sempre, è forse men vero.
A breve andare lo seguì il Guiscardo, un uomo di ferro dietro l'altro. Egli aveva ripigliato il suo disegno dell'impero di Oriente. Nel settembre del 1084 era ripartito da Brindisi con una flotta di centoventi navi; conduceva seco i suoi tre figliuoli Boemondo, Ruggiero e Guido. Fece rotta per Corfù; ebbe a difendersi contro la flotta veneziana che gl'impediva il passaggio; pure approdò e riconquistò l'intera isola. Si proponeva di marciare contro Costantinopoli nella primavera del 1085. Ma ecco che nei dintorni di Corfù lo coglie una febbre così micidiale che n'è ucciso in pochi giorni, il 17 luglio 1085. Sigelgaite ne raccolse il cadavere in una nave; e sbattuta dalla tempesta, salvò a mala pena sè e il morto. Pure, venuta infine a spiaggia, ne seppellìil cuore ed i visceri ad Otranto; il corpo imbalsamato nella chiesa della Santa Trinità di Venosa, dov'erano già i fratelli di lui. Esercito e flotta tornarono, ma come quello era stato grandemente scemato dalla peste, così questa fu dalla bufera.
Roberto Guiscardo fu, certo, uno dei più grandi uomini del suo tempo e fondò la potenza normanna. Ma v'ho detto via via, dove fossero le magagne di questa potenza; e n'avete potuto vedere infine un'altra; nata da avventure, resta troppo passionata di avventure. Egli lasciava un solo fratello, Ruggiero; di Alderade un figliuolo, di Segelgaite due. Aveva nominato erede il primo dei due ultimi, Ruggiero. Fu nuova magagna. Ruggiero non aveva forza d'animo e di sangue pari al padre, e la successione gliela contese Boemondo. Nel 1088, Ruggiero, il conte di Calabria e di Sicilia, lo zio li rappattumò: Ruggiero sarebbe stato il Duca di Puglia; Boemondo avrebbe ritenuto una parte di Calabria, Taranto, Otranto e alcune altre terre. In più altre occasioni Ruggiero zio venne in aiuto a Ruggiero nipote per confermargli lo stato contro ribellioni incessanti di Baroni o di città. Nel 1091 gli conquistò Capua, contro il popolo, che n'aveva cacciato Riccardo II, succeduto a Giordano, figliuolo di Riccardo I. Il nipote gli accordò in compenso quella metà di Palermo e di altre città che aveva ereditata da suo padre Roberto. Così Ruggiero zio rimaneva solo padrone dell'isola di Sicilia e della inferiore Calabria, il cui possesso aveva unito nelle sue mani prima. E la conquista della Sicilia aveva compito in quello stesso anno colla reddizione di Val di Noto; v'eran bisognati trent'anni. S'era d'allora in poi o prima cominciato a chiamare il Gran Conte; e di ogni vincolo di vassallaggio della contea di Sicilia al Ducato di Paglia non fu più parlato. Bramoso di gloria e di possanza tentò in quello stesso anno l'impresadi Malta, non per appropriarsela, ma per liberare i molti prigionieri cristiani che i Saraceni vi tenevan rinchiusi. Pacificato il paese soggetto a lui e al nipote, al che bisognò all'uno e all'altro riprovarsi ancora più volte, morì nel 1101, anch'egli, come il Guiscardo, a 70 anni.
Non era stato, a me pare, minor uomo di lui. Non men valoroso nè meno uomo di guerra, aveva sortito natura più intellettuale e gentile. Una cronista, Anna Comneno, dice di lui, ch'egli parlasse con una grazia meravigliosa; avesse concetti rapidi e profondi: si mostrasse sempre gaio, affabile a tutti. Un tratto suo basti di allorchè egli stava ritentando l'impresa di Sicilia. Aveva ripassato lo stretto con dugentocinquanta cavalieri, quando gli giunse notizia di una persona giunta per lui in Calabria. Era Giuditta figliuola del Conte di Grentemesnil, che discendeva dai duchi di Normandia. Ruggiero, che aveva appena trent'anni, si era già qualche anno innanzi innamorato della fanciulla. Ed ora essa memore di lui e ricordata da lui, se n'era venuta in Calabria colla sua sorella Emma. Il Conte non fu più visto nel campo; corse all'amata subito. E la sposò in Mileto con splendide feste, quantunque fosse tuttora povero lui. L'amava molto allora, e l'amò molto sempre; pure non s'indugiò troppo con lei; ritornò dall'amata ai nemici. Giuditta gli premorì di molti anni; gli era premorto altresì giovanissimo un figliuolo Guglielmo: e otto anni prima, con infinito dolor suo, un altro figliuolo Giordano. Morta Giuditta, egli aveva sposato una Eremburge figliuola del Conte di Mortone, e dopo morta questa, nel 1091, un'Adelasia figliuola di Bonifacio Marchese di Monferrato, della quale rimanevan figliuoli un Simone di otto anni, un Ruggiero di sei. Sicchè la parte dei dominî normanni, meglio composta insieme e più solida, doveva ora essere esposta a unadelle più difficili prove, la reggenza di una donna. Pure condotta sino al 1105 a nome di Simone, poi, questo morto, a nome di Ruggiero, fu reggenza tranquilla; il che prova in che ferma condizione il Gran Conte lasciasse l'isola, e che buona e intelligente donna fosse Adelasia. Nel 1112 Ruggiero assunse il governo. Egli era stato allevato con cura, tra dotti arabi e cristiani; e i primi, che erano allora avanti a tutti in cognizione di scienze, gliene avevano arricchita la mente. Aveva mostrato per tempo un vivace spirito e un'insolita voglia d'imparare; caritatevole per modo che nessuno ricorreva a lui invano. Donava tutto il denaro che si trovava addosso; e se più non ne aveva, non dava requie alla madre insino a che non ne lo provvedesse; insieme, indole maschia, guerriera, e già vivente il padre, soleva dire al fratello Simone: «Lasciami la corona e le armi e io in ricambio ti farò Vescovo o Papa di Roma.»
Intanto nel 1111 era morto così Ruggiero suo cugino, il figliuolo del Guiscardo, come altresì l'altro figliuolo Boemondo, il quale, uno, com'egli fu, degli eroi della prima crociata, s'era fondato in Antiochia un principato. Al primo era succeduto il figliuolo Guglielmo: al secondo anche il figliuolo, chiamato del pari Boemondo. Le condizioni dei possessi dei Normanni sul continente erano sin dal principio del secolo tristi. La potenza dei duchi sfatata, e scarsa a contenere i Baroni impazienti di ogni soggezione. La sovranità eminente del papa rimaneva senza efficacia nelle mani dei successori di Gregorio VII, Vittore III (1086-88), Urbano II (1088-1098), Pasquale II (1099-1117), Gelasio II (1118), Calisto II (1119-1123), sbattuti e raminghi essi stessi. Se però ad altri questo era male, a Ruggiero di Sicilia era bene. Gli dava occasione di mescolarsi delle cose del continente, come aveva fatto suo padre, ma con più frutto. Già nel 1121 era passato in Calabria con un esercito eaveva abbattuto castella di ribelli e ripreso città; sicchè il duca Guglielmo gli fece cessione dei suoi diritti eventuali sul paese. Poichè Boemondo II se ne rimaneva in Palestina nella sua Antiochia, nè si dava cura dei suoi stati d'Italia, Ruggiero ne prese cura lui e se gli appropriò. Più tardi ricomprò a Guglielmo di Puglia con una notevole somma di denaro il diritto di successione al ducato, nel caso che morisse senza figliuoli. E il 26 giugno del 1027 Guglielmo morì appunto senza figliuoli. Ruggiero che in quei giorni apparecchiava una spedizione contro i Musulmani di Spagna dopo riuscitagliene a male un'altra contro i Musulmani d'Africa, desistette; chè trovò di maggiore importanza assicurarsi il possesso del ducato di Puglia, al quale non aveva se non quel tanto di diritto, che poteva dargli il contratto stipulato con Guglielmo. Bisognava l'assenso dei Baroni e delle città, e prevedeva che in quelli e in queste avrebbe trovato grandi ripugnanze. E in fatti ne trovò; ma più colle buone che colle tristi, più colla persuasione che colle armi le vinse; e i Baroni delle Puglie e delle Calabrie lo proclamarono Duca.
Il che non piaceva punto a papa Onorio II succeduto (nel 1124) a Calisto II. La Germania, divisa in sè medesima, non dava in quel momento paura: vi spuntava la guerra tra guelfi e ghibellini. D'altronde nel 1125 Calisto aveva a Vormazia concluso un concordato coll'imperatore Enrico V circa i diritti rispettivi della Chiesa e dell'Impero nella collazione dei benefizi ecclesiastici; un componimento equo, parrebbe, considerati i tempi, ma che appunto perchè moderato, s'attrasse i vituperi di chi voleva che nulla cedesse la Chiesa e di chi voleva che nulla cedesse l'Impero, e se gli attrae tuttora ai giorni nostri da chi vuol persuadere, che si deva ritenere sconfitto quello dei due, che non ottenne tutto. Checchè sia di ciò, il Papato aveva oramai maggioreagio a riguardare alle cose del mezzogiorno; e a condurvisi secondo gli interessi propri. I quali Onorio credeva che fossero chiaramente questi: impedire che troppo grosso Stato si costituisse vicino al suo, mantenere in condizione di vassallo il Ducato di Puglia. Ora Ruggiero offendeva l'uno o l'altro, unendo alla Contea di Sicilia tutti i possessi normanni del continente, e intitolandosi duca di Puglia e di Calabria da sè, anzi mutando, come fece appena tornato in Sicilia coll'assenso dei baroni siciliani, quello di Gran Conte in quello di Duca dell'Isola. Non bisognava indugiare: Onorio II si recò, quindi, in Capua e scomunicò il temerario; Ruggiero gli mandò ambasciatori a calmarlo; Onorio glieli rimandò via. E venne a Troja e scomunicò da capo, e predicò la crociata contro di lui, e condonò i peccati a tutti quelli che avessero preso le armi contro di lui; anzi provocò a ucciderlo. E fece meglio. Convocò i Baroni, e chiese loro, con infocate parole, d'insorgergli contro, e n'ebbe promessa dai più potenti, e persino da Rainulfo di Alife cognato di Ruggiero. Nè ad altre ambascierie di Ruggiero dava ascolto, e nemmeno la profferta di riconoscere il Ducato di Puglia da lui, lo piegò. Già questa condotta prudente di Ruggiero mostra che forza avessero a quei tempi armi tanto spuntate oggi, che non si adopererebbero senza dar cagione di riso. Una donna venne a Ruggiero in aiuto, una donna morta, ma santa. Il corpo di sant'Agata, che quel Maniace, nominato dianzi, aveva rapito da Catania e portato in Costantinopoli, un prete calabrese e un francese lo riportarono da Costantinopoli a Catania appunto allora. Poteva una santa ritornare nei dominii di uno scomunicato, se la scomunica fosse stata legittima e valida? Di certo, no. Il disfavore quindi, che dall'inimicizia del papa proveniva a Ruggiero nelle menti popolari, fu contrastato e dissipato dal favore chegli dimostrava una santa. E Ruggiero non indugiò a giovarsi dell'inaspettato aiuto: ripassò lo stretto, nel 1028: riconquistò più città, ed avanzò sempre, sinchè si trovò di fronte all'esercito del papa al fiume Bradano nella pianura di Pado Petroso. Mentre i due avversari esitavano a venire alle mani, l'esercito del papa si dileguava: poichè s'era al colmo della state, mal tolleravano le fatiche del campo soldati e Baroni. Il papa vistosi a mal partito, senza darsi per inteso dei Baroni, che aveva attirati a così brutto gioco, mandò a offrire a Ruggiero che l'avrebbe rilevato dalla scomunica e investito del Ducato di Puglia a Benevento. Accettato con gioia. E Onorio si ritrasse verso Benevento, e Ruggiero seguì. Ma nella città questo prudente non volle entrare. Dovette il papa venirne fuori, e presso il ponte maggiore compiere l'investitura solenne.
In tutta la regione che fu poi il Regno di Napoli, si reggeva oramai indipendente dai Normanni solo il ducato di Napoli, — ducato durato 500 anni, molto più a lungo di ciascuna delle dinastie che l'hanno seguito; — giacchè il ducato di Gaeta era già caduto in mani normanne. Non era legittima aspettazione, ragionevole ambizione, che oramai tutta questa regione si costituisse a regno, e il duca Ruggiero diventasse re? Poichè egli ebbe represso di nuovo l'insolenza ribelle dei Baroni, e in un'assemblea a Melfi ottenuto l'assenso a un Editto che restava un ordine qual si sia in un paese disertato tutto da moti di violenza continua e instabile, se ne tornò in Sicilia sul finire del 1029. Quivi maturò dentro di sè il pensiero di farsi re. Chi dei re di Europa più potente di lui? I suoi Baroni di Sicilia ve lo incoraggiavano. Ma che contrasto non avrebbe trovato nel Papa! Ed ecco che al fortunato muore Onorio, e la successione n'è contestata tra Innocenzo II e Anacleto. Quando i papi erano due, s'era sicuri di ottenere dall'uno quelloche s'era sicuri di vedersi rifiutato dall'altro. Anacleto furò le mosse ad Innocenzo, o forse questi che contava appoggiarsi sulla Germania e n'era stato riconosciuto, come altresì dalla Francia e dall'Inghilterra, non avrebbe potuto attenersi al partito che l'altro seguì. Certo, Innocenzo lasciò intendere che non avrebbe secondato Ruggiero nella sua ambizione regia; onde questi trovò soltanto canonica l'elezione di Anacleto, come Anacleto trovò legittima l'ambizione del duca. Sicchè vennero a colloquio in Avellino nell'estate del 1130; e il 27 settembre tra il Papa e il Duca fu concluso in Benevento un concordato che non solo conferiva al Normanno nome e diritti di re, ma altresì gli accordava che si sarebbe potuto far coronare re da arcivescovi del regno a sua scelta. E Napoli sarebbe stata anche sua, e Capua, e delle milizie di Benevento avrebbe usato a sua posta. Sarebbe bisognato solo ch'egli e i suoi successori avessero riconosciuto il regno della Sede pontificia e pagatogliene censo. Ruggiero tornato a Palermo convocò i Baroni siciliani a parlamento, comunicò l'accordo col Papa, e ne chiese il parere: tutti assentirono. E il cardinal Conti, legato del Papa, vi lesse un breve, già combinato in Benevento tra Anacleto e Ruggiero, in cui quello, indirizzandosi a questo, gli annunciava che per la virtù della potenza sua e la sua munificenza verso la Chiesa egli s'era risoluto di farlo re, lui e i suoi successori, di Sicilia, di Calabria e di Puglia; e tali li faceva in forza dell'autorità sua; ed elevava la Sicilia a prima provincia del regno. Poi confermava tutte le concessioni fatte dai suoi predecessori ai predecessori del Re: tra le quali v'era pure la legazione di Sicilia, accordata da Urbano II al Gran Conte. Ripeteva il dono di Napoli e del Principato di Capua. E v'era espresso il patto che il Re dovesse mantenere fede al Papa, e pagare alla Chiesa romana un tributo annuo di seicentoschifat.Non vi si diceva però, che il Re sarebbe decaduto, se non avesse mantenuto il patto; bensì che sarebbe caduto in anatema chi vi si fosse opposto.
La cerimonia della coronazione fu celebrata in Palermo nella vecchia cattedrale dal cardinal Conti il 25 dicembre del 1130. Una infinita folla accorse da ogni parte a goderne lo spettacolo. La magnificenza ne fu meravigliosa; ma io ne dirò questo solo: non un sacerdote, ma un laico, il principe Roberto II di Capua, mise la corona sul capo al Re.
Ruggiero regnò altri ventiquattro anni. Il suo impero si distese sulle coste di Africa. L'Oriente attirò anche lui. E che avesse sopra l'Italia ambizioni più larghe del territorio, sopra cui regnò, lo prova il titolo che talora aggiunse agli altri suoi,Italiæ rex: titolo contro di cui i Pisani nel 1136 protestarono non con vane parole, ma con una flotta, quantunque senza felice successo. Non fu uomo minore del padre e dello zio; anzi maggiore per sapienza di governo e larghezza di mente. Un cronista lo dice con verità provvido, sapiente, discreto, di sottile ingegno, di gran consiglio, inclinato a usare piuttosto la ragione che la forza. E fu certo il più gran re dei suoi tempi; poichè Guglielmo d'Inghilterra era morto nel 1087, prima che Ruggiero nascesse.
A me è stato chiesto di esporvi le origini di quella che fu prima la monarchia di Sicilia e di Puglia, poi delle due Sicilie, poi Napoletana; io non oltrepasserò il mio soggetto: pure quel nome che m'è venuto sulle labbra di Guglielmo il Conquistatore mi ferma, e mi consiglia a fermarmi ancora per un momento. Anche Guglielmo era Normanno, un bastardo di Roberto I, il quinto duca di Normandia. Intraprese la conquista, come fu chiamata, dell'Inghilterra nel 1066, quando già Roberto Guiscardo s'era fatto duca di Puglia e di Calabria. Si racconta anzi, che si sentisse punto di emulazionea udire le alte gesta del Guiscardo. Ora perchè la monarchia inglese, che fu l'opera di Guglielmo, ha avuto una storia tanto diversa da quella della monarchia napoletana, che dove nella prima è tutta l'unità e la potenza di un poema epico, nella seconda è tutta la sconnessione e la fiacchezza di una serie di episodi? Certo, nell'undecimo e nel duodecimo secolo la monarchia napoletana era assai più potente, e risplendeva d'ogni pregio di forza e di civiltà assai più dell'inglese. Come e quando la relazione s'è invertita? La monarchia inglese ha avuto variazioni e molte nella sua dinastia, contese civili, feroci e lunghe nella sua storia; la monarchia napoletana n'ha avuto di dinastie sei, e tutte di diversa nazione: Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnuoli, Borboni. Perchè in quella la dinastia, per effetto delle mutazioni stesse cui si è piegata, si è mantenuta; in questa nessuna dinastia ha gittato radici? Perchè?
E poichè questa dimanda sulla vita e sull'efficacia delle dinastie, mi è occorsa alla mente, ditemi ancor questo. Nel principio dell'undecimo secolo, quando quell'omicida del Butterico venne per il primo co' suoi fratelli e con seguito di cavalieri in Italia, e fu primissima origine dei fatti onde nacque nel primo terzo del duodecimo secolo la monarchia napoletana, viveva nel settentrione d'Italia a cavaliere delle Alpi un picciolissimo conte, un Umberto Biancamano, il cui primario possesso era il contado di Salmorene nel Viennese, un contado, che contava, nientemeno, ventidue castelli. Vi aggiunse forse, del suo vivente, dal 1003 al 1056, in tutto o in parte, i contadi di Noyon, di Moriana, di Savoia, di Bellay, il Ciablese e la Tarantasia. Nessuno potrebbe oggi misurarvi per l'appunto i suoi dominî; ma, certo, la loro estensione doveva appena pareggiare quella d'una delle provincie che fecero parte del regno di Ruggiero. Nel 1130, quando questi fu coronato Re nelduomo di Palermo, i discendenti di Umberto erano, sì, più potenti signori di un secolo innanzi, ma di gran lunga, di gran lunga meno potenti di lui. Il quinto successore di Umberto, conte sin dal 1103, Amedeo III, possedeva in soprappiù solo una parte della Contea di Torino, e altresì un tratto di terra, forse il Bugey, donato da Enrico IV imperatore al marchese Pietro e al conte Amedeo II nel 1074 per avergli conceduto il passo: e in quello stesso anno ripigliava per poco la città di Torino che gli si era ribellata. Che differenza tra i possessi di cotesto conte alpigiano, malamente connessi insieme, attraversati e separati da altissimi monti, diversi per qualità di popolazione, con quel mirabile complesso dei possessi isolani e continentali del re Ruggiero? Questi assunse il titolo di Re d'Italia; fu il primo dei principi del mezzogiorno a farlo, ma non fu l'ultimo; però nè egli nè alcuni dei suoi successori compì l'impresa cui il titolo accennava. Perchè? E perchè invece la compirono i discendenti di Umberto, tra i cui ascendenti v'era forse stato qualcuno che l'avesse preso prima di Ruggiero, ma eran parsi per tanto tempo poi così lontani dal potervi pretendere? Certo, l'unità regia d'Italia doveva esser fatta dall'uno o dall'altro dei due regni che si costituirono a così grande diversità di data, l'uno dalla dinastia normanna nel 1130, l'altro da quella di Savoia nel 1713; ed è curioso che al Duca di Savoia, così si chiama fin dal 1416, il titolo di Re venisse dall'acquisto della Sicilia, appunto perchè il Ruggiero aveva di quest'isola fatto un regno. Nell'Italia Centrale e neanche nella Valle del Po, per diverse ragioni, si sarebbe potuto aggruppare, addensare un nocciolo di forza, sufficiente a compire l'impresa di una nuova unità politica dell'Italia come si sia. Dove il soverchio di vigoria aveva esausto i potenti comuni del medio evo, dove ogni vita politica s'era via via assiderata ed estinta, dove ognipossanza di armi era venuta meno. Ma se è così, perchè dal regno del settentrione è venuta l'unità all'Italia, e il regno del mezzogiorno n'è stato disfatto? Perchè?
Questi e molti altri perchè mi si affollano alla mente, e il rispondervi sarebbe soggetto di maggior interesse, che non è stato forse quello di cui vi ho discorso. Ma richiedono che di questo si fosse discorso prima; e a ogni modo vogliono esser trattati in pieno e con penetrante e imparziale esame. Troverete, di certo, altri che ve li esponga così; e a me non resta se non di pregarvi a benedire la storia tale e quale si è fatta e si è conclusa; poichè dalla triturazione di tanti uomini e cose n'è uscito infine questo; che in voi io non saluto e ringrazio Toscani, nè voi avete sopportato in me un napoletano: ma un italiano, per desiderio vostro, vi ha parlato, e Italiani, per bontà loro, l'hanno udito.