LE ORIGINI DEL COMUNE DI FIRENZEDIPASQUALE VILLARII.Signori e Signore.Chiunque sente annunziare una conferenza sulle origini di Firenze, immagina subito una serie svariata di avvenimenti fantastici e pittoreschi: castelli feudali; associazioni di operai, che combattono intorno al Carroccio; poeti; pittori; l'origine delle arti, della lingua, della cultura italiana. Chi invece ha l'onore di fare la conferenza, e si pone a studiare coscienziosamente il soggetto, si trova dinanzi alcuni brani di vecchi annalisti, i quali contengono una serie scarsa di aride notizie, poco più che dei nomi e delle date: le date spesso sbagliate, i nomi non sempre intelligibili. È facile immaginarsi come gli antichi sciupassero qualche volta i nomi, se noi pensiamo che, per esempio, un cronista quale era Giovanni Villani, nel parlarci di Federico II di Svevia, di Corradino e degli altri della famigliaHohenstaufen, di Casa Sveva, traduce questo nome in Stuffo di Soave. E così avvenne che gli scrittori moderni, in tanta scarsità di notizie, ricorsero fra di noi al partito di rinunziare addirittura a discorrere delle origini di Firenze. Basti dire che l'illustre marchese Gino Capponi, nella sua grande opera, dopo una brevissimaintroduzione, fa un salto fino alla morte della Contessa Matilde, e poi in dodici pagine tratta più di un secolo di storia, arrivando fino al 1215.Gli antichi si trovarono dinanzi a questa medesima difficoltà . Ma essi seguirono un metodo molto semplice. Il Villani ed altri cronisti, non trovando notizie sulle origini di Firenze, ci dettero una leggenda, che non ha nessun fondamento storico, e non ha neppure la poesia che si trova nelle leggende che circondano le origini di Roma e delle città della Grecia. È una leggenda, invece, che qualche volta manca addirittura di senso comune. Basti dire che in essa (quale almeno la leggiamo nel Malespini) ci si descrive la moglie di Catilina, che, il giorno della Pentecoste, va a sentire la messa nella Canonica di Fiesole.Bisogna quindi ricorrere ai documenti; ma i documenti fiorentini che noi abbiamo, cominciano quando già il comune esisteva da un pezzo. È naturale che il Comune non potesse fare dei trattati, delle leggi prima di cominciare ad esistere. Abbiamo quindi bisogno d'aiutarci colla storia generale del tempo, coi documenti posteriori, o di altri luoghi vicini; di interpretare delle frasi; fare delle indagini, per potere, retrocedendo con la induzione, cercare la spiegazione degli avvenimenti anteriori. E così è che a voler fare davvero una buona conferenza sulle origini di Firenze, bisognerebbe farla estremamente noiosa.Ma si dirà : perchè scegliere allora un tale argomento? Ve ne sono tanti nella storia d'Italia meno oscuri e più dilettevoli. Perchè scegliere questo appunto delle origini? Il vero è che esso ha pure la sua grande importanza, la quale risulta da più e diverse cagioni. E prima di tutto ve n'è una assai generale. Il Comune italiano è una istituzione che creò la società moderna. Il Medio Evo non conosceva lo Stato; l'Europa era divisa incastelli feudali, in associazioni, quasi in piccoli gruppi e frammenti. Al di sopra di questi frammenti, in cui la società si era sgretolata, v'erano due grandi, due universali istituzioni: l'Impero e la Chiesa; l'Impero, che rappresentava il principio giuridico e politico del mondo; la Chiesa, che rappresentava l'unità del principio religioso. Ma queste due istituzioni, appunto perchè universali, non potevano favorire la costituzione dello Stato moderno, nazionale. Il Comune si pose a tale opera, e gettò le basi dello Stato moderno. Il Medio Evo non conosceva la civile uguaglianza; l'aristocrazia era una casta separata dal resto della popolazione; essa in Italia rappresentava il sangue straniero. I lavoratori, specialmente i lavoratori della terra, non erano liberi, erano attaccati alla gleba, erano in condizioni servili. Il Comune italiano proclamò l'indipendenza del lavoro, l'uguaglianza degli uomini. Queste sono le basi su cui si fonda la società moderna; e così noi, studiando le origini del Comune, veniamo come a studiare le origini della società di cui facciamo parte, a cercare quasi le origini del nostro proprio essere civile. Quindi è che tutti i problemi, i quali si riferiscono alle origini dei Comuni italiani hanno una grande importanza, destano un singolare interesse. Questa è anche la ragione per la quale si è tanto disputato, per sapere se il Comune discendeva dalle istituzioni e dalla cultura romana o doveva invece la sua esistenza ad un principio nuovo, portato fra noi dai popoli germanici, i quali avrebbero così avuto il vanto d'aver messo le prime basi alla moderna civiltà . Il patriottismo si è mescolato in questa disputa, ed ha reso sempre più difficile il trovare una soluzione imparziale e scientifica.Ma pel Comune di Firenze v'è ancora una ragione speciale, che rende maggiore la sua importanza, e più vivo il desiderio d'indagarne le origini. Esso è il piùdemocratico di tutti quanti i Comuni italiani, è quello che ha più di tutti lavorato per l'uguaglianza civile degli uomini. Uno storico, assai celebre, il Thiers, appunto per questa ragione, aveva deciso di dedicare gran parte della sua vita alla storia di Firenze. Egli diceva: nessun altro Comune ha, nel Medio Evo, affrontato tanti problemi economici, politici, sociali, e nessuno s'avvicinò tanto alla loro soluzione; nessun creò un così gran numero di nuove, ingegnose, mirabili istituzioni, come il Comune di Firenze. Ed aveva perciò in molti anni raccolto una vasta serie di materiali, che andarono poi bruciati al tempo della Comune di Parigi. Ma vi è di più. La storia fiorentina si può dire che sia a tutti noi notissima. Nessun paese in fatti ha avuto un così gran numero di sottoscrittori che l'abbiano illustrata. Ogni avvenimento, ogni individuo, ogni pietra di Firenze fu oggetto di lunghi studi, di dotte ricerche. Le sue rivoluzioni furono descritte con grande eleganza di stile, ed i personaggi che si presentano nella sua storia, sono a noi tutti famigliarissimi. Ma, ciò non ostante, la storia di Firenze apparisce assai spesso come un enigma. Rivoluzioni succedono a rivoluzioni, senza che noi possiamo capire il perchè di tanta irrequietezza. Questo popolo sembra non avere e non lasciar mai pace e nessuno. Per un matrimonio avvenuto in un modo piuttosto che in un altro, perchè il Buondelmonti, invece di sposare l'Amidei, sposa la Donati, non basta averlo pugnalato sul Ponte Vecchio, ai piedi della statua di Marte; ma la cittadinanza intera si divide in Guelfi e Ghibellini, che lacerano la Città per secoli, e non si acquetano mai fino a che non sorge la tirannide ad opprimerli tutti. E vien fatto qualche volta di chiedere: che cosa vogliono questi Fiorentini, che empiono continuamente di tumulto e di sangue le strade della loro bella città ? Perchè non posano mai? Sono essi così assetati di sangue,così pieni del desiderio della vendetta, da non poter trovare nè lasciare tregua a nessuno?Ma quando ci facciamo questa domanda, il mistero cresce ancora più, perchè in mezzo a tanto tumulto, noi vediamo fiorire splendidamente le arti della pace. Il commercio, le industrie dei Fiorentini riempiono colle loro manifatture tutti quanti i mercati dell'Europa, dell'Oriente e dell'Occidente. E, come se questa contraddizione fosse poca, a crescere ancora più il mistero, noi vediamo qui sorgere le più pure, le più ideali immagini che la mente umana abbia mai saputo creare. La Beatrice di Dante, la Santa Cecilia di Donatello, le Madonne di Luca della Robbia, i Santi, gli Angeli di Benozzo Gozzoli e di Beato Angelico sorgono in mezzo a questo tumulto infernale, così splendidi e numerosi, che noi siamo spinti a domandarci: di dove mai essi vengono? chi li ha creati? Essi sembrano discesi in una bolgia infernale, come l'Angelo di Dante, che, a piedi asciutti, sdegnoso, frettoloso, traversa la palude Stige, rimuovendo con la mano dal viso le ingrate esalazioni. E allora nasce la speranza, che forse, studiando le origini del Comune, vedendo in che modo esso fu costituito, di dove questa società è partita, dove si è fin dal principio indirizzata, la ricerca, per quanto arida, per quanto penosa ed incompiuta, possa gettare una qualche luce sugli avvenimenti posteriori della storia fiorentina. Ed è perciò che gli scrittori moderni si sono oggi più che mai rivolti nuovamente a studiare le origini di questo Comune. Cerchiamo dunque di affrontare l'arido problema. E qui ho bisogno di raccomandarmi non solo alla vostra indulgenza, ma anche a tutta la vostra pazienza.II.Innanzi tutto, come ho già accennato, ci si presenta una leggenda. Questa incomincia da Adamo, poi salta ad Attalante, il quale viene a cercare il luogo più salubre d'Europa, per formarvi una città . Trova questo luogo sulla collina che è a settentrione di Firenze, e col consiglio e l'aiuto di un astrologo, vi costruisce una città , unica al mondo per la sua salubrità , e che perciò vien chiamata Fiesole,Fie-sola. Ciò che vale a darci un'idea della rozzezza di questa leggenda, si è il modo in cui essa spiega il nome di quasi tutte le città della Toscana. Lucca si chiama Lucca dalucere, perchè i Lucchesi furono i primi ad accertare la luce del Cristianesimo. Pistoia si chiama Pistoia perchè in quella campagna fu già grandissima guerra ai tempi di Catilina, tale che vi morì così gran gente, che si sviluppò la peste, donde il nome di Pistoia. Siena è nel luogo in cui i Francesi, andando a combattere i Longobardi, che erano nel mezzogiorno d'Italia, lasciarono tutti i loro vecchi. Di qui il nomeSenæ, Senarum, adoperato in plurale. Pisa è nel luogo dove i Romani pesavano i tributi dei popoli soggetti. Era necessario pesare contemporaneamente in due luoghi diversi, e però,Pisæ Pisarum, al plurale.La leggenda prosegue dicendo che Attalante ebbe varii figli, uno dei quali, Dardano, andò a fondare la città di Troia, e quindi narra l'assedio e l'incendio di questa città , la fuga di Enea, l'origine di Roma. E qui si salta a Catilina, che venne a Fiesole, inseguito dai Romani, comandati da un generale, il quale si chiamava Fiorino, e fu disfatto sulle rive dell'Arno. Cesare allora venne a vendicarlo, e fondò in suo onore, sull'Arno, la città di Firenze, la quale fu costruita come una piccolaRoma, con tutti i monumenti che erano nella Città eterna, il Campidoglio, l'Anfiteatro, le Terme, il Foro, e fu chiamata perciò la piccola Roma. Vengono poi i barbari, e Totila distrugge Firenze; ma Carlo Magno la ricostruisce. E finalmente arriviamo alla guerra che Firenze muove a Fiesole, distruggendola.Che cosa possiamo noi cavare da questa leggenda, la quale fu certo compilata nel secolo duodecimo, il secolo cioè in cui nacque il Comune fiorentino? Innanzi tutto ne caviamo, che nel secolo in cui Firenze nasceva, i Fiorentini avevano la mente piena di idee e di tradizioni romane. Qui noi non troviamo tracce di tradizioni germaniche, anzi la leggenda sembra respingerle sdegnosamente ogni volta che si presentano. In una delle sue compilazioni, si ricorda essere stata opinione molto diffusa, quella che diceva la famiglia Uberti venuta di Germania, discesa dall'imperatore Ottone. Ma ciò, si aggiunge subito, è un errore, perchè gli Uberti discesero invece dal sangue di Catilina «nobilissimo re di Roma». Questi ebbe un figlio, Uberto Cesare, a cui una moglie fiesolana dette 16 figliuoli, uno dei quali fu mandato da Augusto a sottomettere la Sassonia, che s'era ribellata, e colà sposò una dama tedesca, da cui nacque Ottone imperatore. E così non sono già gli Uberti discesi dagl'imperatori tedeschi; ma gl'imperatori sono discesi dagli Uberti di Firenze, i quali vengono dal sangue di Catilina romano. La leggenda ci dice ancora che tra Fiesole e Firenze vi fu un antagonismo perpetuo. Fiesole infatti è città etrusca, Firenze città romana. Tutti i nemici di Roma sono, secondo essa, nemici di Firenze; tutti gli amici di Roma sono amici di Firenze; Cesare, Fiorino, Augusto. Carlo Magno è quello che ricostruisce Firenze, dopo la distruzione fattane da Totila, ed esso è il restauratore dell'Impero. Totila rappresenta i barbari che lo distrussero.Catilina, nemico di Roma, è l'amico di Fiesole, il nemico di Firenze.Se noi guardiamo alle poche notizie storiche che abbiamo su tutto ciò, vedremo che la leggenda non fa altro che ripeterle nel suo fantastico linguaggio. Fino dai tempi di Dante era noto che Firenze discese da Fiesole ab antico, ed il Machiavelli ci dice che Firenze fu una città , la quale nacque dai mercanti fiesolani, che vennero a cercare un emporio sull'Arno, là dove il Mugnone si congiunge con esso. Fondarono delle capanne, le quali divennero case, e le case formarono più tardi una città . Questa si formò, secondo tutte le notizie che abbiamo, due secoli circa innanzi Cristo. Era un municipio florido al tempo di Silla, e gli scavi recentemente fatti hanno confermato tali notizie, essendosi trovate monete, colonne, ruderi, i quali provano che la Città a quel tempo aveva già le terme ed un Anfiteatro di pietra. Augusto la restaurò e vi fondò, secondo alcuni, una colonia, che fu chiamata perciòJulia Augusta Florentia. Secondo altri, la colonia fu fondata invece da Silla. È certo che Firenze ebbe mura romane, le quali esistevano ancora a' tempi del Villani, e qualche avanzo se n'è ritrovato ai giorni nostri. Il suo anfiteatro fu in tutto il Medio Evo conosciuto col nome di Parlascio, e di esso qualche traccia può vedersi ancora nel Borgo dei Greci. Le Terme erano presso la strada che oggi porta questo medesimo nome. La città aveva pure il suo Campidoglio, in Mercato Vecchio, nel luogo dove fu la Chiesa lungamente chiamata di Santa Maria in Campidoglio. Era nondimeno piccolissima; non solamente non andava al di là d'Arno, ma anche la strada che ora è chiamata Borgo Santi Apostoli, rimaneva fuori delle mura. Questo è tutto quello che noi sappiamo dei tempi più antichi.Quanto alla notizia poi che ci dà la leggenda, delladistruzione di Firenze per opera di Totila, essa non è vera che in parte. È certo che Totila coi Goti venne in Toscana, verso la metà del sesto secolo, la oppresse, la saccheggiò, entrò in Firenze, e la trattò assai duramente, ma non la distrusse. Se non che Firenze allora, e durante tutto il dominio dei Longobardi, cadde in una così grande oscurità , che par quasi scomparsa dal mondo, e nei documenti è qualche volta menzionata, come se non fosse altro che un borgo di Fiesole. La leggenda esprime tutto questo, dicendo che Totila distrusse Firenze. E siccome essa incominciò finalmente a risorgere alquanto al tempo dei Franchi, sotto Carlo Magno, così la leggenda, seguendo sempre lo stesso metodo, dice che Firenze fu ricostruita da Carlo Magno. Questi vi si fermò per celebrarvi il Natale nel 786, e dopo di lui molti Imperatori, trovandola sulla via di Roma, dove andavano a prendere la corona, vi si fermarono del pari. Più volte ci vennero anche i Papi, quando i frequenti tumulti popolari li cacciavano dalla Città eterna. Alcuni di essi morirono a Firenze, dove tennero Concilio, ed Alessandro II vi fu eletto. Certo è che le continue relazioni di Firenze con Roma cominciarono a farla risorgere alquanto dalla profonda oscurità in cui era caduta durante il dominio longobardo.III.È noto che i Longobardi per due secoli oppressero duramente l'Italia, ponendo nelle città principali i loro duchi. A questi i Franchi sostituirono poi i conti. Ma perchè i Ducati erano assai grandi, e i duchi troppo potenti, i Franchi, non volendo che questi principi mettessero a pericolo l'unità e la forza dell'Impero, resero più deboli i conti e più piccoli i loro Comitati. Sui confini dell'Imperooccorreva però aver forza maggiore alla difesa, quindi vi crearono quello che chiamaronoMarche, le quali erano grossi Comitali, e i conti che le comandarono, furonoMark-grafen, margravi, marchesi. La Toscana fu uno di questi Margraviati. Il marchese o duca, giacchè qui usavano allora l'uno e l'altro titolo, aveva il supremo comando, in nome dell'Impero, e al disotto di lui erano i conti. Al tempo di questi margravi, Firenze rimase lungamente una città oscura. Pisa e Lucca cominciarono a sorgere più presto, la prima perchè favorita dalla sua posizione sul mare; la seconda perchè, stata già sede dei duchi longobardi, era adesso sede principale dei margravii. Conseguenza di questa forma di governo stabilitasi in Toscana, fu che, mentre in Lombardia ed in tutta l'Italia settentrionale, gl'Imperatori favorivano i nobili minori ed i vescovi, a danno dei maggiori, che volevano indebolire, l'esistenza dei margravii in Toscana portò invece l'indebolimento dei conti minori, dei vescovi, ed in generale uno svolgimento meno vigoroso del feudalismo.Questo stato di cose durò fino ai tempi della contessa Matilde, la quale comandava nella Toscana, ed in gran parte dell'Italia centrale. Essa si trovò trascinata nella lotta fra l'Impero e la Chiesa, fu severa contro quelle città , quei conti e nobili che non s'univano a lei, ma favorivano l'Impero. È questo il momento in cui Firenze, stata quasi sempre amica dei Papi, cominciò a prosperare, senza che però il Comune si fosse ancora formato. Il vederlo così tardi apparire è un fatto che stimolò continuamente l'attenzione degli storici, i quali non si seppero rendere ragione del perchè un Comune che poi progredì con tanta rapidità , dovesse essere quasi l'ultimo a sorgere. Infatti esso ci si presenta, non solamente dopo i Comuni di Venezia, di Amalfi, delle principali città marittime, che precedettero tutte le altre;non solamente dopo i Comuni lombardi; ma anche dopo i Comuni stessi della Toscana. È questo un altro dei tanti misteri, che troviamo nella storia di Firenze.Il primo segno, che incominci a farci vedere come già si formi una cittadinanza fiorentina, e ci presenta non un Municipio, ma quasi l'ombra lontana d'un Municipio che vuole apparire, è un fatto assai strano. Nel 1063 il popolo di Firenze si ribellava contro il suo vescovo Mezzabarba, perchè lo credeva eletto simoniacamente, cioè per danaro pagato al duca Goffredo, marito di Beatrice, la madre di Matilde. Volevano che il vescovo si dimettesse, e le passioni si accesero perciò a segno che centinaia e centinaia morirono senza sacramenti, piuttosto che riceverli da preti ordinati dal vescovo simoniaco. Il Papa disapprovò questa condotta, ma invano scrisse e mandò suoi messi a calmare gli animi. Quando il furor popolare era al colmo, un frate dell'ordine di Vallombrosa, del quale si narra che era stato guardiano di giumenti, si offrì di passare attraverso al fuoco per provare che il vescovo non era legittimamente eletto. La prova ebbe luogo presso la Badia di Settimo e noi abbiamo un documento del tempo, che minutamente descrive il fatto. In esso si racconta, che il vescovo aveva minacciato coloro che non volevano obbedirgli, di farli «non condurre, ma trascinare» dinanzi alPræsesdalMunicipale Præsidium, e di fare confiscare i loro beni dalPotestas.Queste sono le prime parole che incominciano a farci vedere l'esistenza di alcune magistrature, magistrature però che esistono prima che il Comune sia nato, e si connettono ancora con le istituzioni feudali. IlPotestasperò qui non ha nulla da fare col Podestà , che si trova più tardi; non è altro che il margravio, il duca Goffredo. Qui come altrove noi troviamo nei documenti del tempo nomi romani anche per indicare idee e istituzioni germaniche.IlMunicipale Præsidiumnon poteva essere che un presidio, dal duca Goffredo e poi dalla contessa Matilde tenuto in Firenze. Ma il chiamarloMunicipalefa credere che fosse composto di cittadini, e dimostra che la Città cominciava a sentire la sua personalità , la sua individualità . La narrazione degli avvenimenti citati, è fatta in forma di lettera scritta al Papa, in nome delClerus et Populus Florentinus; e le lettere che San Pier Damiano, incaricato dallo stesso Papa di calmare il furore popolare, mandava a Firenze, sono indirizzate:Civibus florentinis. Noi dunque non abbiamo ancora il Comune, ma ci accorgiamo che oramai è vicino a sorgere. Pure esso tarda ancora, e lo vediamo, la prima volta, apparire, quando già altri Comuni vicini si sono non solamente formati, ma cominciano a prosperare.E qui si presenta una prima osservazione, la quale giova anch'essa a spiegarci, perchè mai il Comune fiorentino nacque più tardi degli altri. La condizione geografica di Firenze ebbe in ciò una parte grandissima. Se la città si fosse trovata sulla pianura, come Lucca e Pisa; se si fosse trovata sulla collina, come Siena, Arezzo, i nobili avrebbero avuto interesse ad entrarvi, perchè i cittadini, che alla nobiltà erano avversi, avrebbero avuto non piccolo vantaggio nell'assalire i castelli nella valle o nella pianura. Ma Firenze essendo invece nella valle, circondata da colline, sulle quali erano moltissimi castelli che l'accerchiavano, i nobili avevano una posizione vantaggiosa, che tornava loro conto mantenere, perchè così potevano più facilmente minacciare e vincere la cittadinanza. Da questo fatto vennero due conseguenze. La prima fu che il Comune fiorentino, col suo territorio, come dice il Villani, tutto incastellato, stretto cioè da un cerchio di castelli feudali, non poteva facilmente espandersi; e così il suo nascere e la sua indipendenza furono da tali condizioni ritardati.La seconda conseguenza fu, che tra i nobili e gli abitanti della Città , la maggior parte dei quali erano commercianti o artigiani, nacque un antagonismo molto più profondo e duraturo, che non si vide a Pisa, a Siena, a Lucca, in alcun altro dei Comuni italiani. La democrazia e l'aristocrazia si trovarono di fronte, separate in due campi avversi, senza potersi fra loro mai conciliare.IV.Così noi abbiamo una spiegazione del perchè il nostro Comune sorse più tardi degli altri, e la spiegazione del perchè, sin dal principio, esso ebbe un carattere più democratico. E questo ci viene indirettamente confermato dai documenti toscani, nei quali, quando si parla di Firenze, non troviamo quasi mai la parolanobiles, che pure s'incontra assai spesso quando si parla di Pisa, di Siena, di Lucca. Ma oltre di ciò, bisogna osservare che questa cittadinanza (se così dobbiamo ora chiamarla) di Fiorentini, che apparisce già formata prima del Comune, non era costituita quale noi ce la potremmo immaginare oggi. Essa era divisa in un numero grandissimo di piccoli gruppi, sopratutto associazioni di arti e mestieri, le quali erano una trasformazione delle anticheScholæromane, quali le troviamo a Ravenna ed a Roma in tutto il Medio Evo. Queste associazioni primitive, informi di arti e mestieri, noi le vediamo a Venezia, fin dal nono secolo, ricordate nella cronaca Altinate. E sebbene i documenti e le cronache di Firenze non ce ne parlino, perchè noi non possiamo pretendere di trovare nè documenti nè cronisti d'un Comune che ancora non esisteva, che ancora non aveva proclamata la sua indipendenza, ciò non basta a negare che la cittadinanza fosse già divisa in gruppi più o meno ordinati e costituiti.Questa divisione anzi è quella che ci fa intendere come mai, prima che fosse nato il Comune, la società potesse prosperare di ricchezza e di forza, tanto da muoversi qualche volta a far guerra per proprio conto. Il governo locale s'andava formando in queste associazioni embrionali, le quali, coi loro capi, reggevano la cittadinanza, senza bisogno d'un governo centrale; così la prosperità poteva crescere e l'indipendenza esistere di fatto, prima che di diritto, prima che il Comune fosse nato. Di maniera che alla contessa Matilde bastava avere nella Città un presidio composto di Fiorentini, i quali, in nome di lei, facevano quello che la Città voleva. Ai Fiorentini non giovava dichiararsi indipendenti prima del tempo. Quando si fossero allora separati dalla Contessa, questa, col solo abbandonarli, li avrebbe lasciati in balìa di tutti quei nobili che d'ogni lato li circondavano. Prima dunque d'arrischiarsi ad un tal passo ardito, dovevano mettersi in grado di poter combattere e demolire i vicini castelli, sentirsi forza sufficiente a condur soli una guerra lunga e difficile. Perciò essi tardarono tanto, e così può dirsi che il Comune esista già prima che sia nato.Nel 1081 noi troviamo che l'imperatore Arrigo concedeva ai Lucchesi di poter liberamente commerciare nei mercati di San Donnino e Capannori, dai quali esplicitamente escludeva i Fiorentini. Ciò vuol dire che il commercio di questi era già grande abbastanza e temibile, in un tempo nel quale noi siamo ancora lontani dal veder sorgere il Comune. Con gli artigiani v'erano anche delle famiglie di signori, di grandi, che si chiamavanoSapientes, Boni homines, i quali a Firenze non erano nè conti nè visconti o duchi; erano quasi sempre nobili decaduti, che, non potendo vivere nel contado colla società feudale, s'erano ridotti in Città , o erano nuovi ricchi, saliti su dal popolo, col quale serbavanosempre stretti legami. Erano anch'essi associati fra loro, e possedevano in comune delle torri, intorno alle quali cominciarono a formare le cosidette Compagnie o Società delle torri.Tali sono le condizioni in cui noi ci possiamo immaginare Firenze, prima che il Comune nascesse. E tanto è vero che i Fiorentini avevano già di fatto una indipendenza reale, prima che avessero una indipendenza legale, che noi troviamo nel 1107, nel 1110, nel 1113 tre guerre da essi combattute contro i vicini castelli di Monte Orlando, di Prato, di Monte Cascioli, vincendo i Cadolingi e gli Alberti, conti allora potentissimi. E queste guerre furono condotte nell'interesse commerciale delle Città , contro il feudalismo, il che ci riconferma nella opinione, che le forze crescenti della cittadinanza venivano dal commercio e dall'industria, e che gli artigiani dovevano formare la parte principalissima di quella cittadinanza, se tutto si faceva a loro vantaggio.Un altro fatto che, in tanta scarsità di notizie, ha pure la sua importanza, si è che nel 1113, quando i Pisani andarono all'impresa delle Baleari contro i Saraceni, temendo che la loro città potesse essere assalita dai Lucchesi, ne affidarono la guardia ai Fiorentini. E questi presero subito il loro campo fuori delle mura, con ordine ai soldati, che nessuno, pena la vita, osasse entrare nella Città , perchè non volevano che fosse fatto ingiuria ad alcuno, sopra tutto alle donne: non volevano che la lealtà fiorentina potesse essere neppure un momento sospettata. Uno solo, violando le leggi della disciplina, osò entrare in città , e fu messo a morte. I cronisti raccontano tutto ciò con molti particolari che tradiscono la leggenda. Nondimeno questo ed altri simili racconti ci dicono, che i Fiorentini erano allora in concetto di una grande lealtà d'animo, di una grande moralità di costumi, e ciò risponde anche a tutte le descrizioniche i cronisti ci fanno dei tempi più antichi del Comune, risponde alla descrizione che ci fa Dante di Firenze, quando vivevasobria e pudica. Il Villani si ferma con orgoglio a descrivere la semplicità di quei costumi, e finisce col dirci, che una dote di 100 lire era allora una dote comune, e una di 300 lire era tenutadota isfolgorata. Dal che noi possiamo nuovamente concludere, che nella Città non potevano esservi ancora nè una vera aristocrazia, nè costumi feudali. Vediamo semplicemente i costumi dei primi artigiani fiorentini, costumi che continuarono a durare un pezzo nella loro antica purità .Ma perchè tutti questi fatti non hanno grandi narratori, non hanno molti documenti? Torniamo a ripeterlo, perchè il Comune non era nato, non poteva quindi fare trattati in suo nome; e se combatteva per proprio conto, lo faceva col consenso di Matilde, dalla quale tuttavia dipendeva, dalla quale non era e non voleva essere indipendente, perchè non gli conveniva.V.Ed ora, o Signori, siamo all'anno 1115, anno in cui muore la contessa Matilde, e l'indipendenza del Comune incomincia. Come incomincia? Prima di tutto l'esercizio principale del potere di Matilde in Firenze, consisteva nel rendere giustizia solenne nei tribunali che presiedeva; e noi abbiamo in fatti molte sentenze da lei pronunciate. Un dotto scrittore tedesco ha esaminato queste sentenze, ed ha osservato che in esse, a poco a poco, il carattere germanico margraviale del tribunale si andava alterando, sotto l'azione crescente del diritto romano. E quale era questa alterazione? Secondo l'antica usanza, il presidente del tribunale pronunziava solennementele sentenze, le quali esso formulava col parere dei giudici. A poco a poco l'importanza dei giudici crebbe in maniera, che il presidente divenneinattivo, fece cioè poco più che pronunziare la sentenza da altri apparecchiata. Questo fatto semplicissimo portò che la presenza di Matilde cominciò a divenire quasi superflua, a segno che essa di tanto in tanto non intervenne nei giudizii, lasciando i tribunali a sè stessi. Negli ultimi quindici anni della sua vita, noi infatti non la vediamo quasi più comparire nei tribunali fiorentini. I giudici che spesso erano fiorentini, pronunziarono allora essi le sentenze, e così i cittadini si trovarono già fino dai tempi della Contessa, ad esercitare uno dei principali attributi della sovranità . Di maniera che, quando essa morì, restò un popolo, che non era ancora libero e indipendente davvero, ma che aveva già fatto guerre per proprio conto, e si amministrava da sè stesso la giustizia.Quando la contessa Matilde scomparì dalla scena del mondo, vi fu nell'Italia centrale un periodo di estrema confusione. Essa aveva lasciata erede di tutti i suoi beni la Chiesa, la quale perciò voleva assumere il governo della Toscana. Ma il Margraviato apparteneva all'Impero che voleva riprenderlo. La Contessa poteva disporre dei soli beni allodiali, non dei feudali. Distinguere gli uni dagli altri non era facile, spesso non era possibile; e così ne nacque una crisi economico-sociale-politica. Il Margraviato ne andò in fascio, e le sue varie parti si separarono, per mancanza di un'autorità superiore che potesse esercitare il potere. In mezzo a questo stato di cose, Firenze si trovò libera e indipendente, senza quasi avvedersene, senza quasi sentire il bisogno di avere un nuovo governo. La società era già tutta quanta in mano delle associazioni; di un governo centrale v'era appena bisogno. Quelle famiglie che avevano comandato il presidio, che avevano amministrato la giustiziain nome di Matilde, continuarono a farlo in nome del popolo, e furono i Consoli del Comune. Quale è il primo segno di questa indipendenza? La ripresa della guerra contro il Castello di Monte Cascioli, che fu demolito e bruciato. Questo fatto ebbe una speciale importanza.L'imperatore Arrigo IV aveva mandato un tale Rabodo a restaurare l'autorità dell'Impero in Toscana. Questi, a San Miniato al Tedesco (che allora cominciò ad essere così chiamato) raccolse i nobili, per riprendere, in nome del suo sovrano, il potere; andò poi alla difesa di Monte Cascioli e i Fiorentini, combattendo il Castello, combatterono il vicario e lo uccisero. Così essi presero finalmente il loro partito, e dichiarandosi avversi all'Impero, divennero un Comune indipendente, senza quasi accorgersene. E questa è la ragione per la quale gli storici rimasero maravigliati e confusi. Come! Firenze la patria di Dante, la patria di Michelangelo, quella che ha avuto così gran parte nella coltura del mondo, nasce senza che nessuno se ne avveda? Vi deve essere qualche errore, vi devono essere stati documenti ora scomparsi, deve essere avvenuta una catastrofe che è stata dimenticata. Non è avvenuta nulla di ciò. Firenze aveva cominciato ad essere di fatto indipendente; continuò per la medesima via, quando scomparve la contessa Matilde. La rivoluzione avvenne senza grandi scosse, senza quasi che alcuno se ne avvedesse. Ma gli scrittori come Giovanni Villani non sapevano persuadersi di dover cominciare così modestamente la storia della Città , essi che vivevano nei giorni in cui la patria loro primeggiava e risplendeva. E però, quando nel 1300, al tempo del giubileo, il Villani si trovò a Roma, e ne ammirò i grandi monumenti, «io voglio scrivere, esso diceva, la storia di Firenze, perchè Firenze è figlia di Roma, ed è ora nel suo salire, quando invece Roma è nel suo cadere.»Pieno di questa idea, voleva imitare Tito Livio, e scoprirvi qualche cosa di simile alle origini di Roma. Trovando invece una città nata modestamente da un gruppo di mercanti, arrivata alla libertà e indipendenza senza fare alcun rumore, non se ne contentava, non se ne persuadeva, e ricorreva invece alla leggenda, che connetteva Firenze con Roma, con Troja, con Enea, e la narrava come se fosse storia. Per queste stesse ragioni anche i moderni cercarono nella storia quello che non v'era. I fautori dell'origine germanica dei Comuni non vogliono credere che questa cittadinanza si sia potuta formare di artigiani, senza che vi sia entrato elemento feudale germanico; lo cercano, e non ve lo trovano, e non sanno di ciò persuadersi. Gli scrittori italiani, se sono nemici del Papa, ghibellini, non si persuadono che questa repubblica, la patria di Dante e del Machiavelli, sia nata, si sia formata, sotto la contessa Matilde, amica del Papa, e protetta da lei. E vanno anch'essi in cerca di avvenimenti che non seguirono mai. Gli scrittori guelfi, è vero, si rassegnano a ciò più facilmente assai; ma non sanno neppur essi capire come mai Firenze sia potuta nascere dopo di Pisa, di Lucca, di Siena, di tante altre città . Così tutti cercano quello che non si può trovare, perchè non avvenne mai, e non vogliono vedere la verità che è chiara e lampante sotto i nostri occhi, e sta tutta nelle poche notizie certe che abbiamo. Altre non ve ne sono, altre non sarà facile, non sarà possibile, io credo, trovarne.VI.La Repubblica si formò dunque come da sè stessa. I capi delle famiglie, i quali avevano giudicato, comandato il presidio, guidato l'esercito in campo, divennero i Consoli. I capi delle associazioni, insieme coi loro aderenti,formarono il Consiglio, che si chiamò anche Senato. Nelle grandi occasioni, quando si trattava d'affari assai importanti, si sonava la campana e si raccoglieva il popolo a Parlamento. E questo era il Comune fiorentino. Noi però non dobbiamo immaginarci che un tal governo avesse l'importanza che hanno i governi delle società moderne, perchè in Firenze il governo vero restava sempre nelle mani delle associazioni. Ciò è tanto vero, che nei documenti, nei trattati che si fanno fra città e città , si dice spesso che saranno eseguiti dai Consoli,se vi saranno, e se non vi saranno, li faranno eseguire iBoni homines, i capi delle Arti o altri cittadini. Il governo centrale aveva un'importanza assai secondaria, il che ci spiega ancora, come mai, in quelle continue rivoluzioni, in quei continui mutamenti di leggi e di statuti, quando a noi pare qualche volta che un governo più non esista, le cose potessero nondimeno procedere secondo il loro ordine naturale e normale. La Città passava di rivoluzione in rivoluzione, senza che alcuno sembrasse turbarsene, e quando a noi parrebbe che dovesse seguirne il finimondo, tutto invece continuava secondo il solito, perchè il governo era sempre restato in mano delle associazioni. Non era uno Stato accentrato come i moderni, era una specie di confederazione di arti e mestieri, di consorterie, di società diverse. Questo carattere generale lo troviamo in tutti i Comuni italiani, ma in Firenze più che altrove. Ciò spiega in gran parte la prodigiosa attività e intelligenza popolare di quei tempi. Il cittadino era ogni giorno chiamato a prender parte alla cosa pubblica; la discussione era continua; continui gli attriti nei quali si formava e svolgeva una varietà infinita di caratteri, di attitudini morali, industriali, politiche. E spiega ancora come, in mezzo a così incessanti tumulti, potessero così splendidamente fiorire le arti della pace: l'industria il commercio,le lettere, la pittura, la scultura, l'architettura.La seconda guerra che fece Firenze, nei primi tempi della sua vita popolare, fu la guerra contro Fiesole, presa e distrutta nel 1125. E perchè fu fatta questa guerra? Perchè, ci dice il Villani, Fiesole era divenuta il nido di tutti i cattani lombardi, cioè i conti che avevano, secondo lui, origine longobarda, e che veramente avevano la più parte origine germanica. In questo momento, in fatti, nel quale i messi imperiali sono a San Miniato, i signori feudali del contado si raccolgono intorno a loro, contro la Città , e nei documenti troviamo spesso che gli uni e gli altri sono chiamatiTeutonici. La popolazione toscana s'era così come divisa in due. Da un lato si vede un partito germanico, feudale, imperiale; dall'altro le città , in cui erano principalmente gli artigiani, gli eredi del sangue romano, che rappresentavano il lavoro e l'industria, e divenivano ogni giorno più una forza, una potenza capace di misurarsi col partito imperiale. A Fiesole, per la posizione assai forte che essa aveva sul monte, resa più forte da una rôcca, s'erano raccolti molti di questi nobili feudali, e minacciavano la sottoposta Città ; ne devastavano le campagne, ne impedivano il commercio. I Fiorentini perciò mossero all'assalto. Leggendo la narrazione, che di questa guerra ci dà il più antico cronista fiorentino, il Sanzanome, il quale era un notaio, par di leggere la descrizione d'una delle guerre fra i Romani ed i Cartaginesi. Egli ci presenta un Fiorentino, che si leva in mezzo al popolo e dice: Se siete veramente i figli di Roma, come pretendete, questo è il momento di mostrarlo. E subito dopo fu emanato un editto dai Consoli, che dichiararono la guerra. Si direbbe che il cronista fosse un erudito del secolo XV, tanto le idee, la coltura, la forma, i pensieri romani erano sin d'allora vivi in quella cittadinanza.Se dunque noi troviamo forme e tradizioni romane, prima che il Comune sia costituito, nella narrazione che descrive la prova del fuoco seguita nel 1068; se troviamo tradizioni e forme romane, quando il Comune si va costituendo, nella leggenda che descrive le sue origini; se troviamo forme e tradizioni romane nel primo cronista che descrive la prima grossa guerra, che fecero i Fiorentini, sempre a difesa del loro commercio, sempre contro i nobili feudali, ci deve esser lecito di concludere, che nelle sue mura stava il sangue romano di fronte agli avanzi delle tradizioni e del sangue germanico, raccolto nei castelli che l'accerchiavano, e che ritardarono la sua indipendenza. Ritardandola, non impedirono però l'incremento delle sue forze industriali, commerciali, militari, e così fu che quando morì la contessa Matilde, Firenze era già di fatto un Comune indipendente, sebbene tal non fosse ancora legalmente. E dopo ciò facilmente capiremo che, quando molti non vogliono in nessun modo persuadersi che la cosa sia così semplice, e vanno cercando astruse spiegazioni con grande dottrina, questa assai spesso serve solo a rendere difficili fatti che per sè stessi sarebbero assai facili.VII.Ma qui occorre un'altra osservazione. Se questi concetti sono giusti, se veramente il Comune fiorentino è nato in tal modo, dovrebbe avverarsi quello che noi accennavamo sin dal principio, cioè che qualche luce essi dovrebbero gettare sugli avvenimenti posteriori, e ciò varrebbe anche a confermare la verità di quanto abbiam detto fin qui. Vediamo dunque se gli avvenimenti posteriori confermano le considerazioni finora esposte.Se noi apriamo il Villani, troviamo che il primo periodo della storia fiorentina è una serie di guerre continue contro i castelli. Il territorio era tuttoincastellato, esso dice, ed i Fiorentini uscivano ogni primavera a combattere. Quale fu la conseguenza di queste guerre? I castelli vennero demoliti; ma i conti che li abitavano non si potevano uccidere; venivano quindi costretti a vivere in Città almeno una parte dell'anno, il che li sottoponeva alle leggi del Comune. Tutto ciò in sul principio non ebbe grande importanza; ma a poco a poco alterò la cittadinanza fiorentina, introducendovi un elemento feudale, che era nuovo, estraneo al Comune, ed aveva un'origine germanica, rappresentava una società nemica. Così dentro le mura si troveranno ben presto due società avverse, che non potranno vivere insieme: l'una dovrà distruggere l'altra; la guerra civile sarà inevitabile. Questi nobili hanno usi e costumi, tradizioni, educazione diversa assai da quella del popolo. Essi vengono, si asserragliano, si fortificano nei loro palazzi, che sono come castelli dal contado portati dentro la Città . Le stesse ragioni che costrinsero i Fiorentini a combattere i castelli nel contado, li costringeranno a combattere i nuovi palazzi fortificati, che sorgono dentro le mura. La guerra civile non ha origine dal fatto del Buondelmonti; non è conseguenza di odii e vendette personali; è una guerra fatale fra due razze, fra due civiltà , una delle quali non può vivere insieme con l'altra: bisogna che l'una o l'altra scomparisca dalla terra. Questa guerra non è una prova che le passioni individuali dominassero tanto in Firenze da prevalere su tutto; ma è invece una prova che i sentimenti di quegli artigiani erano talmente uniti, concordi e tenaci e che essi avevano una fede così profonda nei loro destini, che si apparecchiavano a combattere dentro la Città , quel nemico, che avevano combattuto fuori di essa.Giovanni Villani, il quale affermava che il fatto del Buondelmonti, nel 1215, aveva la prima volta diviso la cittadinanza di Firenze, dimenticava di averci precedentemente detto, che nel 1177 la guerra civile era già cominciata per opera dei grandi, cioè degli Uberti, che combatterono sin d'allora il governo consolare. Ciò prova che il fatto del Buondelmonti fu uno di quei tanti episodii, che seguirono spesso in tutti i Comuni del Medio Evo, ma non ebbe una vera importanza politica, perchè non fu causa, ma conseguenza della guerra assai prima incominciata.Noi abbiamo dunque un secondo periodo nella storia di Firenze, il quale è una lunga serie di guerre e rivoluzioni interne, che portano una serie di trasformazioni sociali e politiche del Comune. Vediamo da una parte i nobili col Podestà alla loro testa, dall'altra il popolo comandato dal suo Capitano. Scopo e fine di questa lotta è la totale distruzione del partito aristocratico, il che seguì nel 1293 con gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella, i quali esclusero affatto i Grandi da ogni partecipazione al governo. Tutte queste rivoluzioni hanno di mira uno scopo costante, hanno un'origine comune, si seguono con un ordine determinato. Non è il caso che domina la storia di Firenze, è una legge storica, che risulta dai varii elementi, che costituirono la società fiorentina nel Medio Evo.Ma, finita che fu la prima serie di rivoluzioni, con gli Ordinamenti di Giano della Bella, non finiva perciò la guerra civile. Come i nobili del contado, demoliti che furono i loro castelli, non scomparvero affatto, ma entrarono dentro la Città ; così, esclusi ora dal governo, non per questo scomparvero affatto, ma s'unirono ad una parte del popolo, cioè ai capi delle principali Arti, e si formò il partito delle Arti maggiori contro le minori, del popolo grasso contro il popolo minuto. Questorappresentava ora la democrazia già avanzata, quello che oggi diremmo il partito radicale: era l'infima plebe, la quale non capiva, perchè essa, che aveva preso parte alle guerre civili contro i nobili, alle battaglie contro i castelli, dovesse rimanere esclusa dal governo. E quindi, se la prima guerra civile era cominciata per escludere i nobili dal governo, la seconda non fu fatta per escluderne il popolo grasso, ma perchè il popolo minuto voleva insieme con esso avervi la sua parte. E come nel 1293 vedemmo l'ultima conseguenza logica del primo periodo, così nel 1378, col tumulto dei Ciompi, abbiamo l'ultima conseguenza logica del secondo, ed il popolo minuto sale finalmente anch'esso al governo, rimanendo in continuo contrasto coi ricchi. La plebe sin dal principio eccedette nei suoi trionfi, ed allora comparvero sulla scena i Medici, i quali, appoggiandosi ad essa, con accortezza impareggiabile, s'impadronirono del governo. E così la Repubblica, dopo quasi un altro secolo di lotte, finalmente cadde.Questa storia fiorentina, adunque, non è un mistero, non è una serie di rivoluzioni sottoposte al caso; essa è invece chiara come una proposizione geometrica. Le sue rivoluzioni hanno una causa costante; il suo scopo politico è sempre lo stesso. Dal giorno in cui il Comune ha messo la prima pietra, noi possiamo, se studiamo quali sono gli elementi che lo compongono, determinare logicamente, prevedere sicuramente quali saranno le rivoluzioni, cui esso anderà soggetto. Sotto i Medici noi troviamo che sono scomparse le Consorterie, la cui distruzione era in fatti cominciata sin dal 1293. Troviamo che le Arti ancora esistono, ma hanno perduto ogni importanza politica; vediamo un governo forte, accentrato; una società che par quasi una società moderna. Una grande uguaglianza civile apparisce per tutto; non più classi, nè gruppi separati ed ostili; non titoli dinobiltà ; non privilegi di alcuna sorte; dagli ultimi si può salire, a forza d'ingegno, ai supremi gradi sociali. Sotto un tale aspetto può dirsi che il Comune abbia raggiunto il fine cui aveva sempre mirato, abbia ottenuto un vero trionfo.VIII.Ma questa, pur troppo, è un'ora funesta per lo spirito italiano; è l'ora in cui incominciano la nostra corruzione e la nostra decadenza. La società del Medio Evo più non esiste. Quelle associazioni a cui gli uomini erano stati così affezionati, fra le quali avevano vissuto, per le quali avevano combattuto ed erano morti, si sono disciolte; ma la nazione non si è ancora formata. La piccola patria più non esiste, la nuova ancora non si è formata. L'uomo del Medio Evo è scomparso, e l'uomo moderno è nato, l'uomo, cioè, che deve fidare nelle sole sue forze, nel solo suo ingegno, nella sola sua operosità ; ma esso è nato prima che si sia costituita la nazione. La conseguenza è che l'Italiano di questo nuovo periodo, che si chiama il Rinascimento, si trova come ad un tratto isolato nel mondo. Egli non può fidare in altri che in sè stesso, egli non ha nessuno per cui vivere, nè c'è alcuno che viva per lui. Egli si abbandona quindi al suo egoismo personale, nel momento stesso in cui si aumentano, si acuiscono le forze della sua attività e del suo ingegno. La decadenza morale incomincia quando il progresso intellettuale continua più rapido che mai. E noi abbiamo un popolo, in cui la cultura progredisce, in cui la scienza s'innalza, ma nel quale il livello morale continuamente, rapidamente si abbassa. La nostra splendida letteratura rivela anch'essa questa morale decadenza. Noi vediamo apparire sulle labbra dell'Italiano quel cinico sorriso, che ci è cosìspesso descritto nelle nostre commedie, nelle nostre novelle, in cui si beffeggiano le cose più sante, e l'amore è privo d'ogni sentimento davvero umano, e tutti gli affetti più nobili sono scomparsi, quando non sono derisi. Lo scrittore somiglia allora a quei romanzieri moderni, i quali, descrivendo ildemi-monde, credono di descrivere il mondo. E noi vediamo quegli accorti politici italiani, che sono i maestri di tutti in Europa, che rappresentano la sapienza diplomatica, che dovunque vanno sono ammirati, non riescire in casa loro ad altro, che a costruire un mondo, il quale cade sotto il peso della sua stessa corruzione. Vediamo questi uomini, che sono i primi calcolatori del mondo, calcolar sempre e sbagliare tutti i loro calcoli, perchè essi hanno dimenticato che nella vita umana v'è qualche cosa che non si pesa e non si misura, che non si ragiona e non si calcola, ma si sente, ed essi non la sentivano più. I tiranni italiani di quel tempo ci presentano anch'essi un singolare spettacolo. Noi li vediamo apparecchiare i loro veleni, affilare i loro pugnali, ridere di Dio, e tremare dinanzi all'astrologo, da cui aspettano di conoscere l'ora propizia ai loro delitti.La storia, o Signori, non è una filosofia, non è una predica morale, non fa che constatare i fatti. Ma percorretela in lungo ed in largo, ed essa vi ripeterà di continuo, che l'egoismo veramente, profondamente umano, è l'abnegazione; che ciò che solo può rendere l'uomo felice sulla terra, è il vivere per gli altri; che quando le leggi e le istituzioni ci spingono per questa via a cercare un ideale, cui far sacrifizio della nostra esistenza, e dal quale solamente la vita può ricevere il suo valore e la sua dignità , quello è il momento in cui il carattere morale s'innalza e le nazioni diventano forti. Quando invece gli uomini si rinchiudono, come gli Italiani del Rinascimento, nel proprio egoismo, la decadenza diventa allora inevitabile.Ma vi è ancora un'ultima osservazione. Gli stranieri, i quali si sono mossi a studiare il Rinascimento, hanno detto: Ecco una nazione, la quale, nel momento in cui più le sue arti e le sue lettere fioriscono, nel momento in cui le più nobili qualità del suo ingegno si manifestano, si corrompe sempre più rapidamente; ecco una nazione che cinicamente ride sempre di tutto, una nazione che, allora quando più fiorisce intellettualmente, è priva di ogni fede. Quelle idee stesse, che saran sempre sua gloria, che essa mise nel mondo con la sua arte, la sua letteratura, la sua scienza, percorrono l'Europa, e ne fecondano la civiltà , perchè vi trovano un'atmosfera morale; ma in Italia non riescono ad impedire la sua decadenza, perchè in essa il senso morale è pervertito. E ne hanno concluso, che, quasi per legge di natura, nel nostro carattere nazionale risplendono l'ingegno e tutte le qualità intellettuali, ma sono invece offuscate le morali. Manca la veraintimità , come essi dicono, del cuore, dell'animo. E però anche nella loro arte gl'Italiani vedono più la forma che la sostanza, più il sensibile che l'intelligibile e l'ideale. Quando si vogliono davvero penetrare i misteri dell'anima, rappresentare la profondità , la santità degli umani sentimenti, occorre rivolgersi alle nazioni germaniche, che vi riescono assai meglio, perchè questo è il loro proprio regno, nel quale agl'Italiani non è dato entrare. Uno storico tedesco di grandissimo valore, che meglio d'ogni altro conosce il nostro Rinascimento, il Burckhardt, a questo proposito, osservava: Ma se fosse proprio vero che il carattere degl'Italiani fu quale voi lo descrivete; se non fossero allora vissuti altri che i Borgia, gli Sforza, i Malatesta, e i più corrotti novellieri avessero davvero rappresentato tutto l'essere morale della nazione, questa sarebbe caduta in un tale abisso da non poterne mai più risorgere in eterno. Il vostro giudizio deve certamente avere qualche cosa diunilaterale, di erroneo. È meglio lasciare in pace i popoli, quando non si è in grado di giudicarli serenamente, sicuramente.Ed invero queste condanne nazionali, che pretendono essere giudizii imparziali, dimenticano prima di tutto, che la storia del pensiero italiano cominciò allora con Dante e si chiuse con Michelangelo, le due intelligenze, cioè, che hanno in supremo grado quelle qualità appunto che si vorrebbero a noi negare; hanno tutta quella così dettaintimità , tutto quel carattere epico, tragico, che nello spirito italiano dovrebbe assolutamente mancare, perchè manca nel Rinascimento. Dante e Michelangelo, si disse, furono due eccezioni. Certo i sommi ingegni sono eccezioni; ma sono pur quelli che meglio rappresentano il paese che li produce. E dimenticano ancora, che la storia da noi conosciuta, da noi studiata si occupa quasi sempre di quei soli ordini sociali che, nel Rinascimento italiano, furono primi a sentire l'azione corruttrice dell'atmosfera politica mutata, e che perciò più rapidamente si erano corrotti, avendo subito preso parte al nuovo vivere sociale. Che se quegli scrittori avessero voluto studiare davvero quali erano allora le condizioni dello spirito italiano, avrebbero dovuto esaminare anche gli ordini inferiori della società , nei quali, in tutti i tempi, le vecchie tradizioni si mantengono più lungamente, e vedere quali sentimenti, quali caratteri erano in essi. Avrebbero allora modificato i proprii giudizii. Una prova sicura di quanto diciamo si ebbe recentemente in due libri, che furono pubblicati dal compianto Cesare Guasti, e sono gli epistolarii d'un oscuro notaio fiorentino e di una gentildonna, che non aveva molta coltura. Ebbene, leggendo tali lettere (quelle del notaio Mazzei sono della fine del XIV secolo e dei primi del XV; quelle della Macinghi Strozzi, sono della fine del secolo XV), leggendole, ci par di tornare quasi duesecoli indietro. Noi ritroviamo in esse ancora vivi tutti quei più puri sentimenti morali, che ricordano i tempi in cui la Repubblica veniva fondata, quando Firenze viveva sobria e pudica, e possiamo non solo scoprire un altro lato della società di quel tempo, ma vedere anche quali furono veramente gli uomini che fondarono la libertà , quali i loro animi quando essi crearono quelle grandi istituzioni, che i politici e letterati del Rinascimento cominciavano a disfare. Chi vuole accuratamente conoscere il Rinascimento e l'opera sua, per cavarne giudizii generali sull'indole del popolo italiano, dovrebbe pur distinguere ciò che in esso sopravvive del passato, e dà ancora frutti di cui il solo Rinascimento sarebbe stato incapace. Nel popolo, negli ordini inferiori della società , questo passato sopravvive sempre più tenacemente, e si può meglio studiarlo. Anche ai nostri giorni si ritrovano qualche volta gli avanzi di un passato assai lontano, che non dobbiamo trascurare nelle società moderne, se vogliamo conoscere bene il tempo in cui viviamo. A giudicarla tutta, la società bisogna esaminarla da tutti i lati.Certo quando noi guardiamo in Firenze il Duomo, il Palazzo Vecchio e gli altri monumenti che gli stranieri tanto ammirano e tanto studiano, dobbiamo ammirarli anche noi. Ma, sebbene assai pochi vi pensino, non meno ammirabile è la condizione in cui la Repubblica fiorentina lasciò le campagne della Toscana, non per le amene colline, non per le ricche messi, ma per l'armonia sociale che vi regna, per le condizioni economiche in cui l'antica Repubblica pose il contadino. Nel 1289 i Fiorentini fecero una legge, la quale, con un linguaggio che sembra quello stesso dell'Assemblea Costituente in Francia, dichiarava che la libertà è sacra, inalienabile, che è voluta da Dio, è necessaria alla prosperità di tutto il popolo, e liberava perciò i contadinida ogni servitù. E sono questi i tempi medesimi, in cui s'iniziava quel contratto agrario che fino ai nostri giorni fu tanto ammirato, che il nobile animo del Sismondi chiamava uno dei grandi monumenti della sapienza civile degl'Italiani, che gli economisti moderni dichiarano uno dei mezzi più efficaci a liberare la società moderna dal pericolo sociale d'un conflitto di classi, da cui essa sembra minacciata. E questo fu fatto dai Fiorentini nel Medio Evo, quando il dominio della società spettava alla forza, e per tutto regnavano persecuzione e violenza. Fu quello il tempo in cui nell'Italia centrale venne trovata quella forma di contratto, secondo la quale il coltivatore della terra poteva, allora come ora, dire al proprietario: Tu sei il lavoro accumulato dei secoli, io sono il lavoro vivente. Abbiamo bisogno l'uno dell'altro, diamoci dunque amica la mano, e siamo soci. Così si chiamarono allora, e così si chiamano oggi. E allora come ora, o Signori, il lavoratore dei campi, il quale col sudore della sua fronte feconda la terra italiana, che produce quella ricchezza, che è tanta parte della prosperità nazionale, poteva tornare a casa tranquillo la sera, e godere anch'esso le gioie della famiglia, e sentirsi uomo come noi, e crescere con la sua la nostra felicità . E questo fu fatto dai Fiorentini quando in Inghilterra, in Germania, in Francia i contadini erano schiavi, erano servi della gleba. Quegl'Italiani che emanciparono l'uomo, che emanciparono il lavoro, dovevano pure avere un alto sentimento morale.Il marchese Gino Capponi, l'illustre autore della Storia di Firenze, soleva dire che i Fiorentini non avevano mai così bene impiegato il loro denaro, come quando costruirono quel Duomo, che richiamò nella Città tanta gente ad ammirarlo. Ma si potrebbe aggiungere, che essi non furono mai così profondi calcolatori, come quando liberarono i coltivatori della terra, in un temponel quale erano schiavi da per tutto. E calcolarono non solo a vantaggio della loro prosperità economica, ma io credo che calcolassero anche a vantaggio della loro prosperità intellettuale e morale. Forse anzi in ciò sta una non ultima ragione del perchè tanto le lettere e le arti progredirono allora in Firenze. Io non credo, o Signori, che sia indifferente agli alti ingegni, i quali spingono sereno, profondo, sicuro lo sguardo nella luce del vero, come l'aquila fissa intrepida il suo occhio nel sole, non credo che sia inutile il non avere lo sguardo turbato dalle ingiuste sofferenze di coloro che onestamente lavorano. Credo invece, che giovi assai agli artisti ed ai poeti, i quali si sollevano nel regno dell'arte; giovi, affinchè le creazioni della loro fantasia serbino tutta la sacra purità dell'ideale, il serbare, con la mente serena, una coscienza non tormentata da rimorsi. — Ma allora quelle immagini divine dei poeti, dei pittori del Trecento e del Quattrocento, di cui parlammo, non ci appariranno più come l'Angelo di Dante nella bolgia infernale, che traversa sdegnoso, frettoloso la palude Stige. Esse non vengono di fuori, sono nate nella coscienza stessa di questo popolo, nei giorni in cui difendeva la libertà e rispettava la giustizia, sono come la sostanza stessa della sua anima. E così, o Signori, voi vedete, io spero, come lo studio delle origini possa gettare una qualche luce o rischiarare anche i fatti della storia posteriore del Comune e della società italiana.
DIPASQUALE VILLARI
Signori e Signore.
Chiunque sente annunziare una conferenza sulle origini di Firenze, immagina subito una serie svariata di avvenimenti fantastici e pittoreschi: castelli feudali; associazioni di operai, che combattono intorno al Carroccio; poeti; pittori; l'origine delle arti, della lingua, della cultura italiana. Chi invece ha l'onore di fare la conferenza, e si pone a studiare coscienziosamente il soggetto, si trova dinanzi alcuni brani di vecchi annalisti, i quali contengono una serie scarsa di aride notizie, poco più che dei nomi e delle date: le date spesso sbagliate, i nomi non sempre intelligibili. È facile immaginarsi come gli antichi sciupassero qualche volta i nomi, se noi pensiamo che, per esempio, un cronista quale era Giovanni Villani, nel parlarci di Federico II di Svevia, di Corradino e degli altri della famigliaHohenstaufen, di Casa Sveva, traduce questo nome in Stuffo di Soave. E così avvenne che gli scrittori moderni, in tanta scarsità di notizie, ricorsero fra di noi al partito di rinunziare addirittura a discorrere delle origini di Firenze. Basti dire che l'illustre marchese Gino Capponi, nella sua grande opera, dopo una brevissimaintroduzione, fa un salto fino alla morte della Contessa Matilde, e poi in dodici pagine tratta più di un secolo di storia, arrivando fino al 1215.
Gli antichi si trovarono dinanzi a questa medesima difficoltà . Ma essi seguirono un metodo molto semplice. Il Villani ed altri cronisti, non trovando notizie sulle origini di Firenze, ci dettero una leggenda, che non ha nessun fondamento storico, e non ha neppure la poesia che si trova nelle leggende che circondano le origini di Roma e delle città della Grecia. È una leggenda, invece, che qualche volta manca addirittura di senso comune. Basti dire che in essa (quale almeno la leggiamo nel Malespini) ci si descrive la moglie di Catilina, che, il giorno della Pentecoste, va a sentire la messa nella Canonica di Fiesole.
Bisogna quindi ricorrere ai documenti; ma i documenti fiorentini che noi abbiamo, cominciano quando già il comune esisteva da un pezzo. È naturale che il Comune non potesse fare dei trattati, delle leggi prima di cominciare ad esistere. Abbiamo quindi bisogno d'aiutarci colla storia generale del tempo, coi documenti posteriori, o di altri luoghi vicini; di interpretare delle frasi; fare delle indagini, per potere, retrocedendo con la induzione, cercare la spiegazione degli avvenimenti anteriori. E così è che a voler fare davvero una buona conferenza sulle origini di Firenze, bisognerebbe farla estremamente noiosa.
Ma si dirà : perchè scegliere allora un tale argomento? Ve ne sono tanti nella storia d'Italia meno oscuri e più dilettevoli. Perchè scegliere questo appunto delle origini? Il vero è che esso ha pure la sua grande importanza, la quale risulta da più e diverse cagioni. E prima di tutto ve n'è una assai generale. Il Comune italiano è una istituzione che creò la società moderna. Il Medio Evo non conosceva lo Stato; l'Europa era divisa incastelli feudali, in associazioni, quasi in piccoli gruppi e frammenti. Al di sopra di questi frammenti, in cui la società si era sgretolata, v'erano due grandi, due universali istituzioni: l'Impero e la Chiesa; l'Impero, che rappresentava il principio giuridico e politico del mondo; la Chiesa, che rappresentava l'unità del principio religioso. Ma queste due istituzioni, appunto perchè universali, non potevano favorire la costituzione dello Stato moderno, nazionale. Il Comune si pose a tale opera, e gettò le basi dello Stato moderno. Il Medio Evo non conosceva la civile uguaglianza; l'aristocrazia era una casta separata dal resto della popolazione; essa in Italia rappresentava il sangue straniero. I lavoratori, specialmente i lavoratori della terra, non erano liberi, erano attaccati alla gleba, erano in condizioni servili. Il Comune italiano proclamò l'indipendenza del lavoro, l'uguaglianza degli uomini. Queste sono le basi su cui si fonda la società moderna; e così noi, studiando le origini del Comune, veniamo come a studiare le origini della società di cui facciamo parte, a cercare quasi le origini del nostro proprio essere civile. Quindi è che tutti i problemi, i quali si riferiscono alle origini dei Comuni italiani hanno una grande importanza, destano un singolare interesse. Questa è anche la ragione per la quale si è tanto disputato, per sapere se il Comune discendeva dalle istituzioni e dalla cultura romana o doveva invece la sua esistenza ad un principio nuovo, portato fra noi dai popoli germanici, i quali avrebbero così avuto il vanto d'aver messo le prime basi alla moderna civiltà . Il patriottismo si è mescolato in questa disputa, ed ha reso sempre più difficile il trovare una soluzione imparziale e scientifica.
Ma pel Comune di Firenze v'è ancora una ragione speciale, che rende maggiore la sua importanza, e più vivo il desiderio d'indagarne le origini. Esso è il piùdemocratico di tutti quanti i Comuni italiani, è quello che ha più di tutti lavorato per l'uguaglianza civile degli uomini. Uno storico, assai celebre, il Thiers, appunto per questa ragione, aveva deciso di dedicare gran parte della sua vita alla storia di Firenze. Egli diceva: nessun altro Comune ha, nel Medio Evo, affrontato tanti problemi economici, politici, sociali, e nessuno s'avvicinò tanto alla loro soluzione; nessun creò un così gran numero di nuove, ingegnose, mirabili istituzioni, come il Comune di Firenze. Ed aveva perciò in molti anni raccolto una vasta serie di materiali, che andarono poi bruciati al tempo della Comune di Parigi. Ma vi è di più. La storia fiorentina si può dire che sia a tutti noi notissima. Nessun paese in fatti ha avuto un così gran numero di sottoscrittori che l'abbiano illustrata. Ogni avvenimento, ogni individuo, ogni pietra di Firenze fu oggetto di lunghi studi, di dotte ricerche. Le sue rivoluzioni furono descritte con grande eleganza di stile, ed i personaggi che si presentano nella sua storia, sono a noi tutti famigliarissimi. Ma, ciò non ostante, la storia di Firenze apparisce assai spesso come un enigma. Rivoluzioni succedono a rivoluzioni, senza che noi possiamo capire il perchè di tanta irrequietezza. Questo popolo sembra non avere e non lasciar mai pace e nessuno. Per un matrimonio avvenuto in un modo piuttosto che in un altro, perchè il Buondelmonti, invece di sposare l'Amidei, sposa la Donati, non basta averlo pugnalato sul Ponte Vecchio, ai piedi della statua di Marte; ma la cittadinanza intera si divide in Guelfi e Ghibellini, che lacerano la Città per secoli, e non si acquetano mai fino a che non sorge la tirannide ad opprimerli tutti. E vien fatto qualche volta di chiedere: che cosa vogliono questi Fiorentini, che empiono continuamente di tumulto e di sangue le strade della loro bella città ? Perchè non posano mai? Sono essi così assetati di sangue,così pieni del desiderio della vendetta, da non poter trovare nè lasciare tregua a nessuno?
Ma quando ci facciamo questa domanda, il mistero cresce ancora più, perchè in mezzo a tanto tumulto, noi vediamo fiorire splendidamente le arti della pace. Il commercio, le industrie dei Fiorentini riempiono colle loro manifatture tutti quanti i mercati dell'Europa, dell'Oriente e dell'Occidente. E, come se questa contraddizione fosse poca, a crescere ancora più il mistero, noi vediamo qui sorgere le più pure, le più ideali immagini che la mente umana abbia mai saputo creare. La Beatrice di Dante, la Santa Cecilia di Donatello, le Madonne di Luca della Robbia, i Santi, gli Angeli di Benozzo Gozzoli e di Beato Angelico sorgono in mezzo a questo tumulto infernale, così splendidi e numerosi, che noi siamo spinti a domandarci: di dove mai essi vengono? chi li ha creati? Essi sembrano discesi in una bolgia infernale, come l'Angelo di Dante, che, a piedi asciutti, sdegnoso, frettoloso, traversa la palude Stige, rimuovendo con la mano dal viso le ingrate esalazioni. E allora nasce la speranza, che forse, studiando le origini del Comune, vedendo in che modo esso fu costituito, di dove questa società è partita, dove si è fin dal principio indirizzata, la ricerca, per quanto arida, per quanto penosa ed incompiuta, possa gettare una qualche luce sugli avvenimenti posteriori della storia fiorentina. Ed è perciò che gli scrittori moderni si sono oggi più che mai rivolti nuovamente a studiare le origini di questo Comune. Cerchiamo dunque di affrontare l'arido problema. E qui ho bisogno di raccomandarmi non solo alla vostra indulgenza, ma anche a tutta la vostra pazienza.
Innanzi tutto, come ho già accennato, ci si presenta una leggenda. Questa incomincia da Adamo, poi salta ad Attalante, il quale viene a cercare il luogo più salubre d'Europa, per formarvi una città . Trova questo luogo sulla collina che è a settentrione di Firenze, e col consiglio e l'aiuto di un astrologo, vi costruisce una città , unica al mondo per la sua salubrità , e che perciò vien chiamata Fiesole,Fie-sola. Ciò che vale a darci un'idea della rozzezza di questa leggenda, si è il modo in cui essa spiega il nome di quasi tutte le città della Toscana. Lucca si chiama Lucca dalucere, perchè i Lucchesi furono i primi ad accertare la luce del Cristianesimo. Pistoia si chiama Pistoia perchè in quella campagna fu già grandissima guerra ai tempi di Catilina, tale che vi morì così gran gente, che si sviluppò la peste, donde il nome di Pistoia. Siena è nel luogo in cui i Francesi, andando a combattere i Longobardi, che erano nel mezzogiorno d'Italia, lasciarono tutti i loro vecchi. Di qui il nomeSenæ, Senarum, adoperato in plurale. Pisa è nel luogo dove i Romani pesavano i tributi dei popoli soggetti. Era necessario pesare contemporaneamente in due luoghi diversi, e però,Pisæ Pisarum, al plurale.
La leggenda prosegue dicendo che Attalante ebbe varii figli, uno dei quali, Dardano, andò a fondare la città di Troia, e quindi narra l'assedio e l'incendio di questa città , la fuga di Enea, l'origine di Roma. E qui si salta a Catilina, che venne a Fiesole, inseguito dai Romani, comandati da un generale, il quale si chiamava Fiorino, e fu disfatto sulle rive dell'Arno. Cesare allora venne a vendicarlo, e fondò in suo onore, sull'Arno, la città di Firenze, la quale fu costruita come una piccolaRoma, con tutti i monumenti che erano nella Città eterna, il Campidoglio, l'Anfiteatro, le Terme, il Foro, e fu chiamata perciò la piccola Roma. Vengono poi i barbari, e Totila distrugge Firenze; ma Carlo Magno la ricostruisce. E finalmente arriviamo alla guerra che Firenze muove a Fiesole, distruggendola.
Che cosa possiamo noi cavare da questa leggenda, la quale fu certo compilata nel secolo duodecimo, il secolo cioè in cui nacque il Comune fiorentino? Innanzi tutto ne caviamo, che nel secolo in cui Firenze nasceva, i Fiorentini avevano la mente piena di idee e di tradizioni romane. Qui noi non troviamo tracce di tradizioni germaniche, anzi la leggenda sembra respingerle sdegnosamente ogni volta che si presentano. In una delle sue compilazioni, si ricorda essere stata opinione molto diffusa, quella che diceva la famiglia Uberti venuta di Germania, discesa dall'imperatore Ottone. Ma ciò, si aggiunge subito, è un errore, perchè gli Uberti discesero invece dal sangue di Catilina «nobilissimo re di Roma». Questi ebbe un figlio, Uberto Cesare, a cui una moglie fiesolana dette 16 figliuoli, uno dei quali fu mandato da Augusto a sottomettere la Sassonia, che s'era ribellata, e colà sposò una dama tedesca, da cui nacque Ottone imperatore. E così non sono già gli Uberti discesi dagl'imperatori tedeschi; ma gl'imperatori sono discesi dagli Uberti di Firenze, i quali vengono dal sangue di Catilina romano. La leggenda ci dice ancora che tra Fiesole e Firenze vi fu un antagonismo perpetuo. Fiesole infatti è città etrusca, Firenze città romana. Tutti i nemici di Roma sono, secondo essa, nemici di Firenze; tutti gli amici di Roma sono amici di Firenze; Cesare, Fiorino, Augusto. Carlo Magno è quello che ricostruisce Firenze, dopo la distruzione fattane da Totila, ed esso è il restauratore dell'Impero. Totila rappresenta i barbari che lo distrussero.Catilina, nemico di Roma, è l'amico di Fiesole, il nemico di Firenze.
Se noi guardiamo alle poche notizie storiche che abbiamo su tutto ciò, vedremo che la leggenda non fa altro che ripeterle nel suo fantastico linguaggio. Fino dai tempi di Dante era noto che Firenze discese da Fiesole ab antico, ed il Machiavelli ci dice che Firenze fu una città , la quale nacque dai mercanti fiesolani, che vennero a cercare un emporio sull'Arno, là dove il Mugnone si congiunge con esso. Fondarono delle capanne, le quali divennero case, e le case formarono più tardi una città . Questa si formò, secondo tutte le notizie che abbiamo, due secoli circa innanzi Cristo. Era un municipio florido al tempo di Silla, e gli scavi recentemente fatti hanno confermato tali notizie, essendosi trovate monete, colonne, ruderi, i quali provano che la Città a quel tempo aveva già le terme ed un Anfiteatro di pietra. Augusto la restaurò e vi fondò, secondo alcuni, una colonia, che fu chiamata perciòJulia Augusta Florentia. Secondo altri, la colonia fu fondata invece da Silla. È certo che Firenze ebbe mura romane, le quali esistevano ancora a' tempi del Villani, e qualche avanzo se n'è ritrovato ai giorni nostri. Il suo anfiteatro fu in tutto il Medio Evo conosciuto col nome di Parlascio, e di esso qualche traccia può vedersi ancora nel Borgo dei Greci. Le Terme erano presso la strada che oggi porta questo medesimo nome. La città aveva pure il suo Campidoglio, in Mercato Vecchio, nel luogo dove fu la Chiesa lungamente chiamata di Santa Maria in Campidoglio. Era nondimeno piccolissima; non solamente non andava al di là d'Arno, ma anche la strada che ora è chiamata Borgo Santi Apostoli, rimaneva fuori delle mura. Questo è tutto quello che noi sappiamo dei tempi più antichi.
Quanto alla notizia poi che ci dà la leggenda, delladistruzione di Firenze per opera di Totila, essa non è vera che in parte. È certo che Totila coi Goti venne in Toscana, verso la metà del sesto secolo, la oppresse, la saccheggiò, entrò in Firenze, e la trattò assai duramente, ma non la distrusse. Se non che Firenze allora, e durante tutto il dominio dei Longobardi, cadde in una così grande oscurità , che par quasi scomparsa dal mondo, e nei documenti è qualche volta menzionata, come se non fosse altro che un borgo di Fiesole. La leggenda esprime tutto questo, dicendo che Totila distrusse Firenze. E siccome essa incominciò finalmente a risorgere alquanto al tempo dei Franchi, sotto Carlo Magno, così la leggenda, seguendo sempre lo stesso metodo, dice che Firenze fu ricostruita da Carlo Magno. Questi vi si fermò per celebrarvi il Natale nel 786, e dopo di lui molti Imperatori, trovandola sulla via di Roma, dove andavano a prendere la corona, vi si fermarono del pari. Più volte ci vennero anche i Papi, quando i frequenti tumulti popolari li cacciavano dalla Città eterna. Alcuni di essi morirono a Firenze, dove tennero Concilio, ed Alessandro II vi fu eletto. Certo è che le continue relazioni di Firenze con Roma cominciarono a farla risorgere alquanto dalla profonda oscurità in cui era caduta durante il dominio longobardo.
È noto che i Longobardi per due secoli oppressero duramente l'Italia, ponendo nelle città principali i loro duchi. A questi i Franchi sostituirono poi i conti. Ma perchè i Ducati erano assai grandi, e i duchi troppo potenti, i Franchi, non volendo che questi principi mettessero a pericolo l'unità e la forza dell'Impero, resero più deboli i conti e più piccoli i loro Comitati. Sui confini dell'Imperooccorreva però aver forza maggiore alla difesa, quindi vi crearono quello che chiamaronoMarche, le quali erano grossi Comitali, e i conti che le comandarono, furonoMark-grafen, margravi, marchesi. La Toscana fu uno di questi Margraviati. Il marchese o duca, giacchè qui usavano allora l'uno e l'altro titolo, aveva il supremo comando, in nome dell'Impero, e al disotto di lui erano i conti. Al tempo di questi margravi, Firenze rimase lungamente una città oscura. Pisa e Lucca cominciarono a sorgere più presto, la prima perchè favorita dalla sua posizione sul mare; la seconda perchè, stata già sede dei duchi longobardi, era adesso sede principale dei margravii. Conseguenza di questa forma di governo stabilitasi in Toscana, fu che, mentre in Lombardia ed in tutta l'Italia settentrionale, gl'Imperatori favorivano i nobili minori ed i vescovi, a danno dei maggiori, che volevano indebolire, l'esistenza dei margravii in Toscana portò invece l'indebolimento dei conti minori, dei vescovi, ed in generale uno svolgimento meno vigoroso del feudalismo.
Questo stato di cose durò fino ai tempi della contessa Matilde, la quale comandava nella Toscana, ed in gran parte dell'Italia centrale. Essa si trovò trascinata nella lotta fra l'Impero e la Chiesa, fu severa contro quelle città , quei conti e nobili che non s'univano a lei, ma favorivano l'Impero. È questo il momento in cui Firenze, stata quasi sempre amica dei Papi, cominciò a prosperare, senza che però il Comune si fosse ancora formato. Il vederlo così tardi apparire è un fatto che stimolò continuamente l'attenzione degli storici, i quali non si seppero rendere ragione del perchè un Comune che poi progredì con tanta rapidità , dovesse essere quasi l'ultimo a sorgere. Infatti esso ci si presenta, non solamente dopo i Comuni di Venezia, di Amalfi, delle principali città marittime, che precedettero tutte le altre;non solamente dopo i Comuni lombardi; ma anche dopo i Comuni stessi della Toscana. È questo un altro dei tanti misteri, che troviamo nella storia di Firenze.
Il primo segno, che incominci a farci vedere come già si formi una cittadinanza fiorentina, e ci presenta non un Municipio, ma quasi l'ombra lontana d'un Municipio che vuole apparire, è un fatto assai strano. Nel 1063 il popolo di Firenze si ribellava contro il suo vescovo Mezzabarba, perchè lo credeva eletto simoniacamente, cioè per danaro pagato al duca Goffredo, marito di Beatrice, la madre di Matilde. Volevano che il vescovo si dimettesse, e le passioni si accesero perciò a segno che centinaia e centinaia morirono senza sacramenti, piuttosto che riceverli da preti ordinati dal vescovo simoniaco. Il Papa disapprovò questa condotta, ma invano scrisse e mandò suoi messi a calmare gli animi. Quando il furor popolare era al colmo, un frate dell'ordine di Vallombrosa, del quale si narra che era stato guardiano di giumenti, si offrì di passare attraverso al fuoco per provare che il vescovo non era legittimamente eletto. La prova ebbe luogo presso la Badia di Settimo e noi abbiamo un documento del tempo, che minutamente descrive il fatto. In esso si racconta, che il vescovo aveva minacciato coloro che non volevano obbedirgli, di farli «non condurre, ma trascinare» dinanzi alPræsesdalMunicipale Præsidium, e di fare confiscare i loro beni dalPotestas.
Queste sono le prime parole che incominciano a farci vedere l'esistenza di alcune magistrature, magistrature però che esistono prima che il Comune sia nato, e si connettono ancora con le istituzioni feudali. IlPotestasperò qui non ha nulla da fare col Podestà , che si trova più tardi; non è altro che il margravio, il duca Goffredo. Qui come altrove noi troviamo nei documenti del tempo nomi romani anche per indicare idee e istituzioni germaniche.IlMunicipale Præsidiumnon poteva essere che un presidio, dal duca Goffredo e poi dalla contessa Matilde tenuto in Firenze. Ma il chiamarloMunicipalefa credere che fosse composto di cittadini, e dimostra che la Città cominciava a sentire la sua personalità , la sua individualità . La narrazione degli avvenimenti citati, è fatta in forma di lettera scritta al Papa, in nome delClerus et Populus Florentinus; e le lettere che San Pier Damiano, incaricato dallo stesso Papa di calmare il furore popolare, mandava a Firenze, sono indirizzate:Civibus florentinis. Noi dunque non abbiamo ancora il Comune, ma ci accorgiamo che oramai è vicino a sorgere. Pure esso tarda ancora, e lo vediamo, la prima volta, apparire, quando già altri Comuni vicini si sono non solamente formati, ma cominciano a prosperare.
E qui si presenta una prima osservazione, la quale giova anch'essa a spiegarci, perchè mai il Comune fiorentino nacque più tardi degli altri. La condizione geografica di Firenze ebbe in ciò una parte grandissima. Se la città si fosse trovata sulla pianura, come Lucca e Pisa; se si fosse trovata sulla collina, come Siena, Arezzo, i nobili avrebbero avuto interesse ad entrarvi, perchè i cittadini, che alla nobiltà erano avversi, avrebbero avuto non piccolo vantaggio nell'assalire i castelli nella valle o nella pianura. Ma Firenze essendo invece nella valle, circondata da colline, sulle quali erano moltissimi castelli che l'accerchiavano, i nobili avevano una posizione vantaggiosa, che tornava loro conto mantenere, perchè così potevano più facilmente minacciare e vincere la cittadinanza. Da questo fatto vennero due conseguenze. La prima fu che il Comune fiorentino, col suo territorio, come dice il Villani, tutto incastellato, stretto cioè da un cerchio di castelli feudali, non poteva facilmente espandersi; e così il suo nascere e la sua indipendenza furono da tali condizioni ritardati.La seconda conseguenza fu, che tra i nobili e gli abitanti della Città , la maggior parte dei quali erano commercianti o artigiani, nacque un antagonismo molto più profondo e duraturo, che non si vide a Pisa, a Siena, a Lucca, in alcun altro dei Comuni italiani. La democrazia e l'aristocrazia si trovarono di fronte, separate in due campi avversi, senza potersi fra loro mai conciliare.
Così noi abbiamo una spiegazione del perchè il nostro Comune sorse più tardi degli altri, e la spiegazione del perchè, sin dal principio, esso ebbe un carattere più democratico. E questo ci viene indirettamente confermato dai documenti toscani, nei quali, quando si parla di Firenze, non troviamo quasi mai la parolanobiles, che pure s'incontra assai spesso quando si parla di Pisa, di Siena, di Lucca. Ma oltre di ciò, bisogna osservare che questa cittadinanza (se così dobbiamo ora chiamarla) di Fiorentini, che apparisce già formata prima del Comune, non era costituita quale noi ce la potremmo immaginare oggi. Essa era divisa in un numero grandissimo di piccoli gruppi, sopratutto associazioni di arti e mestieri, le quali erano una trasformazione delle anticheScholæromane, quali le troviamo a Ravenna ed a Roma in tutto il Medio Evo. Queste associazioni primitive, informi di arti e mestieri, noi le vediamo a Venezia, fin dal nono secolo, ricordate nella cronaca Altinate. E sebbene i documenti e le cronache di Firenze non ce ne parlino, perchè noi non possiamo pretendere di trovare nè documenti nè cronisti d'un Comune che ancora non esisteva, che ancora non aveva proclamata la sua indipendenza, ciò non basta a negare che la cittadinanza fosse già divisa in gruppi più o meno ordinati e costituiti.Questa divisione anzi è quella che ci fa intendere come mai, prima che fosse nato il Comune, la società potesse prosperare di ricchezza e di forza, tanto da muoversi qualche volta a far guerra per proprio conto. Il governo locale s'andava formando in queste associazioni embrionali, le quali, coi loro capi, reggevano la cittadinanza, senza bisogno d'un governo centrale; così la prosperità poteva crescere e l'indipendenza esistere di fatto, prima che di diritto, prima che il Comune fosse nato. Di maniera che alla contessa Matilde bastava avere nella Città un presidio composto di Fiorentini, i quali, in nome di lei, facevano quello che la Città voleva. Ai Fiorentini non giovava dichiararsi indipendenti prima del tempo. Quando si fossero allora separati dalla Contessa, questa, col solo abbandonarli, li avrebbe lasciati in balìa di tutti quei nobili che d'ogni lato li circondavano. Prima dunque d'arrischiarsi ad un tal passo ardito, dovevano mettersi in grado di poter combattere e demolire i vicini castelli, sentirsi forza sufficiente a condur soli una guerra lunga e difficile. Perciò essi tardarono tanto, e così può dirsi che il Comune esista già prima che sia nato.
Nel 1081 noi troviamo che l'imperatore Arrigo concedeva ai Lucchesi di poter liberamente commerciare nei mercati di San Donnino e Capannori, dai quali esplicitamente escludeva i Fiorentini. Ciò vuol dire che il commercio di questi era già grande abbastanza e temibile, in un tempo nel quale noi siamo ancora lontani dal veder sorgere il Comune. Con gli artigiani v'erano anche delle famiglie di signori, di grandi, che si chiamavanoSapientes, Boni homines, i quali a Firenze non erano nè conti nè visconti o duchi; erano quasi sempre nobili decaduti, che, non potendo vivere nel contado colla società feudale, s'erano ridotti in Città , o erano nuovi ricchi, saliti su dal popolo, col quale serbavanosempre stretti legami. Erano anch'essi associati fra loro, e possedevano in comune delle torri, intorno alle quali cominciarono a formare le cosidette Compagnie o Società delle torri.
Tali sono le condizioni in cui noi ci possiamo immaginare Firenze, prima che il Comune nascesse. E tanto è vero che i Fiorentini avevano già di fatto una indipendenza reale, prima che avessero una indipendenza legale, che noi troviamo nel 1107, nel 1110, nel 1113 tre guerre da essi combattute contro i vicini castelli di Monte Orlando, di Prato, di Monte Cascioli, vincendo i Cadolingi e gli Alberti, conti allora potentissimi. E queste guerre furono condotte nell'interesse commerciale delle Città , contro il feudalismo, il che ci riconferma nella opinione, che le forze crescenti della cittadinanza venivano dal commercio e dall'industria, e che gli artigiani dovevano formare la parte principalissima di quella cittadinanza, se tutto si faceva a loro vantaggio.
Un altro fatto che, in tanta scarsità di notizie, ha pure la sua importanza, si è che nel 1113, quando i Pisani andarono all'impresa delle Baleari contro i Saraceni, temendo che la loro città potesse essere assalita dai Lucchesi, ne affidarono la guardia ai Fiorentini. E questi presero subito il loro campo fuori delle mura, con ordine ai soldati, che nessuno, pena la vita, osasse entrare nella Città , perchè non volevano che fosse fatto ingiuria ad alcuno, sopra tutto alle donne: non volevano che la lealtà fiorentina potesse essere neppure un momento sospettata. Uno solo, violando le leggi della disciplina, osò entrare in città , e fu messo a morte. I cronisti raccontano tutto ciò con molti particolari che tradiscono la leggenda. Nondimeno questo ed altri simili racconti ci dicono, che i Fiorentini erano allora in concetto di una grande lealtà d'animo, di una grande moralità di costumi, e ciò risponde anche a tutte le descrizioniche i cronisti ci fanno dei tempi più antichi del Comune, risponde alla descrizione che ci fa Dante di Firenze, quando vivevasobria e pudica. Il Villani si ferma con orgoglio a descrivere la semplicità di quei costumi, e finisce col dirci, che una dote di 100 lire era allora una dote comune, e una di 300 lire era tenutadota isfolgorata. Dal che noi possiamo nuovamente concludere, che nella Città non potevano esservi ancora nè una vera aristocrazia, nè costumi feudali. Vediamo semplicemente i costumi dei primi artigiani fiorentini, costumi che continuarono a durare un pezzo nella loro antica purità .
Ma perchè tutti questi fatti non hanno grandi narratori, non hanno molti documenti? Torniamo a ripeterlo, perchè il Comune non era nato, non poteva quindi fare trattati in suo nome; e se combatteva per proprio conto, lo faceva col consenso di Matilde, dalla quale tuttavia dipendeva, dalla quale non era e non voleva essere indipendente, perchè non gli conveniva.
Ed ora, o Signori, siamo all'anno 1115, anno in cui muore la contessa Matilde, e l'indipendenza del Comune incomincia. Come incomincia? Prima di tutto l'esercizio principale del potere di Matilde in Firenze, consisteva nel rendere giustizia solenne nei tribunali che presiedeva; e noi abbiamo in fatti molte sentenze da lei pronunciate. Un dotto scrittore tedesco ha esaminato queste sentenze, ed ha osservato che in esse, a poco a poco, il carattere germanico margraviale del tribunale si andava alterando, sotto l'azione crescente del diritto romano. E quale era questa alterazione? Secondo l'antica usanza, il presidente del tribunale pronunziava solennementele sentenze, le quali esso formulava col parere dei giudici. A poco a poco l'importanza dei giudici crebbe in maniera, che il presidente divenneinattivo, fece cioè poco più che pronunziare la sentenza da altri apparecchiata. Questo fatto semplicissimo portò che la presenza di Matilde cominciò a divenire quasi superflua, a segno che essa di tanto in tanto non intervenne nei giudizii, lasciando i tribunali a sè stessi. Negli ultimi quindici anni della sua vita, noi infatti non la vediamo quasi più comparire nei tribunali fiorentini. I giudici che spesso erano fiorentini, pronunziarono allora essi le sentenze, e così i cittadini si trovarono già fino dai tempi della Contessa, ad esercitare uno dei principali attributi della sovranità . Di maniera che, quando essa morì, restò un popolo, che non era ancora libero e indipendente davvero, ma che aveva già fatto guerre per proprio conto, e si amministrava da sè stesso la giustizia.
Quando la contessa Matilde scomparì dalla scena del mondo, vi fu nell'Italia centrale un periodo di estrema confusione. Essa aveva lasciata erede di tutti i suoi beni la Chiesa, la quale perciò voleva assumere il governo della Toscana. Ma il Margraviato apparteneva all'Impero che voleva riprenderlo. La Contessa poteva disporre dei soli beni allodiali, non dei feudali. Distinguere gli uni dagli altri non era facile, spesso non era possibile; e così ne nacque una crisi economico-sociale-politica. Il Margraviato ne andò in fascio, e le sue varie parti si separarono, per mancanza di un'autorità superiore che potesse esercitare il potere. In mezzo a questo stato di cose, Firenze si trovò libera e indipendente, senza quasi avvedersene, senza quasi sentire il bisogno di avere un nuovo governo. La società era già tutta quanta in mano delle associazioni; di un governo centrale v'era appena bisogno. Quelle famiglie che avevano comandato il presidio, che avevano amministrato la giustiziain nome di Matilde, continuarono a farlo in nome del popolo, e furono i Consoli del Comune. Quale è il primo segno di questa indipendenza? La ripresa della guerra contro il Castello di Monte Cascioli, che fu demolito e bruciato. Questo fatto ebbe una speciale importanza.
L'imperatore Arrigo IV aveva mandato un tale Rabodo a restaurare l'autorità dell'Impero in Toscana. Questi, a San Miniato al Tedesco (che allora cominciò ad essere così chiamato) raccolse i nobili, per riprendere, in nome del suo sovrano, il potere; andò poi alla difesa di Monte Cascioli e i Fiorentini, combattendo il Castello, combatterono il vicario e lo uccisero. Così essi presero finalmente il loro partito, e dichiarandosi avversi all'Impero, divennero un Comune indipendente, senza quasi accorgersene. E questa è la ragione per la quale gli storici rimasero maravigliati e confusi. Come! Firenze la patria di Dante, la patria di Michelangelo, quella che ha avuto così gran parte nella coltura del mondo, nasce senza che nessuno se ne avveda? Vi deve essere qualche errore, vi devono essere stati documenti ora scomparsi, deve essere avvenuta una catastrofe che è stata dimenticata. Non è avvenuta nulla di ciò. Firenze aveva cominciato ad essere di fatto indipendente; continuò per la medesima via, quando scomparve la contessa Matilde. La rivoluzione avvenne senza grandi scosse, senza quasi che alcuno se ne avvedesse. Ma gli scrittori come Giovanni Villani non sapevano persuadersi di dover cominciare così modestamente la storia della Città , essi che vivevano nei giorni in cui la patria loro primeggiava e risplendeva. E però, quando nel 1300, al tempo del giubileo, il Villani si trovò a Roma, e ne ammirò i grandi monumenti, «io voglio scrivere, esso diceva, la storia di Firenze, perchè Firenze è figlia di Roma, ed è ora nel suo salire, quando invece Roma è nel suo cadere.»Pieno di questa idea, voleva imitare Tito Livio, e scoprirvi qualche cosa di simile alle origini di Roma. Trovando invece una città nata modestamente da un gruppo di mercanti, arrivata alla libertà e indipendenza senza fare alcun rumore, non se ne contentava, non se ne persuadeva, e ricorreva invece alla leggenda, che connetteva Firenze con Roma, con Troja, con Enea, e la narrava come se fosse storia. Per queste stesse ragioni anche i moderni cercarono nella storia quello che non v'era. I fautori dell'origine germanica dei Comuni non vogliono credere che questa cittadinanza si sia potuta formare di artigiani, senza che vi sia entrato elemento feudale germanico; lo cercano, e non ve lo trovano, e non sanno di ciò persuadersi. Gli scrittori italiani, se sono nemici del Papa, ghibellini, non si persuadono che questa repubblica, la patria di Dante e del Machiavelli, sia nata, si sia formata, sotto la contessa Matilde, amica del Papa, e protetta da lei. E vanno anch'essi in cerca di avvenimenti che non seguirono mai. Gli scrittori guelfi, è vero, si rassegnano a ciò più facilmente assai; ma non sanno neppur essi capire come mai Firenze sia potuta nascere dopo di Pisa, di Lucca, di Siena, di tante altre città . Così tutti cercano quello che non si può trovare, perchè non avvenne mai, e non vogliono vedere la verità che è chiara e lampante sotto i nostri occhi, e sta tutta nelle poche notizie certe che abbiamo. Altre non ve ne sono, altre non sarà facile, non sarà possibile, io credo, trovarne.
La Repubblica si formò dunque come da sè stessa. I capi delle famiglie, i quali avevano giudicato, comandato il presidio, guidato l'esercito in campo, divennero i Consoli. I capi delle associazioni, insieme coi loro aderenti,formarono il Consiglio, che si chiamò anche Senato. Nelle grandi occasioni, quando si trattava d'affari assai importanti, si sonava la campana e si raccoglieva il popolo a Parlamento. E questo era il Comune fiorentino. Noi però non dobbiamo immaginarci che un tal governo avesse l'importanza che hanno i governi delle società moderne, perchè in Firenze il governo vero restava sempre nelle mani delle associazioni. Ciò è tanto vero, che nei documenti, nei trattati che si fanno fra città e città , si dice spesso che saranno eseguiti dai Consoli,se vi saranno, e se non vi saranno, li faranno eseguire iBoni homines, i capi delle Arti o altri cittadini. Il governo centrale aveva un'importanza assai secondaria, il che ci spiega ancora, come mai, in quelle continue rivoluzioni, in quei continui mutamenti di leggi e di statuti, quando a noi pare qualche volta che un governo più non esista, le cose potessero nondimeno procedere secondo il loro ordine naturale e normale. La Città passava di rivoluzione in rivoluzione, senza che alcuno sembrasse turbarsene, e quando a noi parrebbe che dovesse seguirne il finimondo, tutto invece continuava secondo il solito, perchè il governo era sempre restato in mano delle associazioni. Non era uno Stato accentrato come i moderni, era una specie di confederazione di arti e mestieri, di consorterie, di società diverse. Questo carattere generale lo troviamo in tutti i Comuni italiani, ma in Firenze più che altrove. Ciò spiega in gran parte la prodigiosa attività e intelligenza popolare di quei tempi. Il cittadino era ogni giorno chiamato a prender parte alla cosa pubblica; la discussione era continua; continui gli attriti nei quali si formava e svolgeva una varietà infinita di caratteri, di attitudini morali, industriali, politiche. E spiega ancora come, in mezzo a così incessanti tumulti, potessero così splendidamente fiorire le arti della pace: l'industria il commercio,le lettere, la pittura, la scultura, l'architettura.
La seconda guerra che fece Firenze, nei primi tempi della sua vita popolare, fu la guerra contro Fiesole, presa e distrutta nel 1125. E perchè fu fatta questa guerra? Perchè, ci dice il Villani, Fiesole era divenuta il nido di tutti i cattani lombardi, cioè i conti che avevano, secondo lui, origine longobarda, e che veramente avevano la più parte origine germanica. In questo momento, in fatti, nel quale i messi imperiali sono a San Miniato, i signori feudali del contado si raccolgono intorno a loro, contro la Città , e nei documenti troviamo spesso che gli uni e gli altri sono chiamatiTeutonici. La popolazione toscana s'era così come divisa in due. Da un lato si vede un partito germanico, feudale, imperiale; dall'altro le città , in cui erano principalmente gli artigiani, gli eredi del sangue romano, che rappresentavano il lavoro e l'industria, e divenivano ogni giorno più una forza, una potenza capace di misurarsi col partito imperiale. A Fiesole, per la posizione assai forte che essa aveva sul monte, resa più forte da una rôcca, s'erano raccolti molti di questi nobili feudali, e minacciavano la sottoposta Città ; ne devastavano le campagne, ne impedivano il commercio. I Fiorentini perciò mossero all'assalto. Leggendo la narrazione, che di questa guerra ci dà il più antico cronista fiorentino, il Sanzanome, il quale era un notaio, par di leggere la descrizione d'una delle guerre fra i Romani ed i Cartaginesi. Egli ci presenta un Fiorentino, che si leva in mezzo al popolo e dice: Se siete veramente i figli di Roma, come pretendete, questo è il momento di mostrarlo. E subito dopo fu emanato un editto dai Consoli, che dichiararono la guerra. Si direbbe che il cronista fosse un erudito del secolo XV, tanto le idee, la coltura, la forma, i pensieri romani erano sin d'allora vivi in quella cittadinanza.
Se dunque noi troviamo forme e tradizioni romane, prima che il Comune sia costituito, nella narrazione che descrive la prova del fuoco seguita nel 1068; se troviamo tradizioni e forme romane, quando il Comune si va costituendo, nella leggenda che descrive le sue origini; se troviamo forme e tradizioni romane nel primo cronista che descrive la prima grossa guerra, che fecero i Fiorentini, sempre a difesa del loro commercio, sempre contro i nobili feudali, ci deve esser lecito di concludere, che nelle sue mura stava il sangue romano di fronte agli avanzi delle tradizioni e del sangue germanico, raccolto nei castelli che l'accerchiavano, e che ritardarono la sua indipendenza. Ritardandola, non impedirono però l'incremento delle sue forze industriali, commerciali, militari, e così fu che quando morì la contessa Matilde, Firenze era già di fatto un Comune indipendente, sebbene tal non fosse ancora legalmente. E dopo ciò facilmente capiremo che, quando molti non vogliono in nessun modo persuadersi che la cosa sia così semplice, e vanno cercando astruse spiegazioni con grande dottrina, questa assai spesso serve solo a rendere difficili fatti che per sè stessi sarebbero assai facili.
Ma qui occorre un'altra osservazione. Se questi concetti sono giusti, se veramente il Comune fiorentino è nato in tal modo, dovrebbe avverarsi quello che noi accennavamo sin dal principio, cioè che qualche luce essi dovrebbero gettare sugli avvenimenti posteriori, e ciò varrebbe anche a confermare la verità di quanto abbiam detto fin qui. Vediamo dunque se gli avvenimenti posteriori confermano le considerazioni finora esposte.
Se noi apriamo il Villani, troviamo che il primo periodo della storia fiorentina è una serie di guerre continue contro i castelli. Il territorio era tuttoincastellato, esso dice, ed i Fiorentini uscivano ogni primavera a combattere. Quale fu la conseguenza di queste guerre? I castelli vennero demoliti; ma i conti che li abitavano non si potevano uccidere; venivano quindi costretti a vivere in Città almeno una parte dell'anno, il che li sottoponeva alle leggi del Comune. Tutto ciò in sul principio non ebbe grande importanza; ma a poco a poco alterò la cittadinanza fiorentina, introducendovi un elemento feudale, che era nuovo, estraneo al Comune, ed aveva un'origine germanica, rappresentava una società nemica. Così dentro le mura si troveranno ben presto due società avverse, che non potranno vivere insieme: l'una dovrà distruggere l'altra; la guerra civile sarà inevitabile. Questi nobili hanno usi e costumi, tradizioni, educazione diversa assai da quella del popolo. Essi vengono, si asserragliano, si fortificano nei loro palazzi, che sono come castelli dal contado portati dentro la Città . Le stesse ragioni che costrinsero i Fiorentini a combattere i castelli nel contado, li costringeranno a combattere i nuovi palazzi fortificati, che sorgono dentro le mura. La guerra civile non ha origine dal fatto del Buondelmonti; non è conseguenza di odii e vendette personali; è una guerra fatale fra due razze, fra due civiltà , una delle quali non può vivere insieme con l'altra: bisogna che l'una o l'altra scomparisca dalla terra. Questa guerra non è una prova che le passioni individuali dominassero tanto in Firenze da prevalere su tutto; ma è invece una prova che i sentimenti di quegli artigiani erano talmente uniti, concordi e tenaci e che essi avevano una fede così profonda nei loro destini, che si apparecchiavano a combattere dentro la Città , quel nemico, che avevano combattuto fuori di essa.
Giovanni Villani, il quale affermava che il fatto del Buondelmonti, nel 1215, aveva la prima volta diviso la cittadinanza di Firenze, dimenticava di averci precedentemente detto, che nel 1177 la guerra civile era già cominciata per opera dei grandi, cioè degli Uberti, che combatterono sin d'allora il governo consolare. Ciò prova che il fatto del Buondelmonti fu uno di quei tanti episodii, che seguirono spesso in tutti i Comuni del Medio Evo, ma non ebbe una vera importanza politica, perchè non fu causa, ma conseguenza della guerra assai prima incominciata.
Noi abbiamo dunque un secondo periodo nella storia di Firenze, il quale è una lunga serie di guerre e rivoluzioni interne, che portano una serie di trasformazioni sociali e politiche del Comune. Vediamo da una parte i nobili col Podestà alla loro testa, dall'altra il popolo comandato dal suo Capitano. Scopo e fine di questa lotta è la totale distruzione del partito aristocratico, il che seguì nel 1293 con gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella, i quali esclusero affatto i Grandi da ogni partecipazione al governo. Tutte queste rivoluzioni hanno di mira uno scopo costante, hanno un'origine comune, si seguono con un ordine determinato. Non è il caso che domina la storia di Firenze, è una legge storica, che risulta dai varii elementi, che costituirono la società fiorentina nel Medio Evo.
Ma, finita che fu la prima serie di rivoluzioni, con gli Ordinamenti di Giano della Bella, non finiva perciò la guerra civile. Come i nobili del contado, demoliti che furono i loro castelli, non scomparvero affatto, ma entrarono dentro la Città ; così, esclusi ora dal governo, non per questo scomparvero affatto, ma s'unirono ad una parte del popolo, cioè ai capi delle principali Arti, e si formò il partito delle Arti maggiori contro le minori, del popolo grasso contro il popolo minuto. Questorappresentava ora la democrazia già avanzata, quello che oggi diremmo il partito radicale: era l'infima plebe, la quale non capiva, perchè essa, che aveva preso parte alle guerre civili contro i nobili, alle battaglie contro i castelli, dovesse rimanere esclusa dal governo. E quindi, se la prima guerra civile era cominciata per escludere i nobili dal governo, la seconda non fu fatta per escluderne il popolo grasso, ma perchè il popolo minuto voleva insieme con esso avervi la sua parte. E come nel 1293 vedemmo l'ultima conseguenza logica del primo periodo, così nel 1378, col tumulto dei Ciompi, abbiamo l'ultima conseguenza logica del secondo, ed il popolo minuto sale finalmente anch'esso al governo, rimanendo in continuo contrasto coi ricchi. La plebe sin dal principio eccedette nei suoi trionfi, ed allora comparvero sulla scena i Medici, i quali, appoggiandosi ad essa, con accortezza impareggiabile, s'impadronirono del governo. E così la Repubblica, dopo quasi un altro secolo di lotte, finalmente cadde.
Questa storia fiorentina, adunque, non è un mistero, non è una serie di rivoluzioni sottoposte al caso; essa è invece chiara come una proposizione geometrica. Le sue rivoluzioni hanno una causa costante; il suo scopo politico è sempre lo stesso. Dal giorno in cui il Comune ha messo la prima pietra, noi possiamo, se studiamo quali sono gli elementi che lo compongono, determinare logicamente, prevedere sicuramente quali saranno le rivoluzioni, cui esso anderà soggetto. Sotto i Medici noi troviamo che sono scomparse le Consorterie, la cui distruzione era in fatti cominciata sin dal 1293. Troviamo che le Arti ancora esistono, ma hanno perduto ogni importanza politica; vediamo un governo forte, accentrato; una società che par quasi una società moderna. Una grande uguaglianza civile apparisce per tutto; non più classi, nè gruppi separati ed ostili; non titoli dinobiltà ; non privilegi di alcuna sorte; dagli ultimi si può salire, a forza d'ingegno, ai supremi gradi sociali. Sotto un tale aspetto può dirsi che il Comune abbia raggiunto il fine cui aveva sempre mirato, abbia ottenuto un vero trionfo.
Ma questa, pur troppo, è un'ora funesta per lo spirito italiano; è l'ora in cui incominciano la nostra corruzione e la nostra decadenza. La società del Medio Evo più non esiste. Quelle associazioni a cui gli uomini erano stati così affezionati, fra le quali avevano vissuto, per le quali avevano combattuto ed erano morti, si sono disciolte; ma la nazione non si è ancora formata. La piccola patria più non esiste, la nuova ancora non si è formata. L'uomo del Medio Evo è scomparso, e l'uomo moderno è nato, l'uomo, cioè, che deve fidare nelle sole sue forze, nel solo suo ingegno, nella sola sua operosità ; ma esso è nato prima che si sia costituita la nazione. La conseguenza è che l'Italiano di questo nuovo periodo, che si chiama il Rinascimento, si trova come ad un tratto isolato nel mondo. Egli non può fidare in altri che in sè stesso, egli non ha nessuno per cui vivere, nè c'è alcuno che viva per lui. Egli si abbandona quindi al suo egoismo personale, nel momento stesso in cui si aumentano, si acuiscono le forze della sua attività e del suo ingegno. La decadenza morale incomincia quando il progresso intellettuale continua più rapido che mai. E noi abbiamo un popolo, in cui la cultura progredisce, in cui la scienza s'innalza, ma nel quale il livello morale continuamente, rapidamente si abbassa. La nostra splendida letteratura rivela anch'essa questa morale decadenza. Noi vediamo apparire sulle labbra dell'Italiano quel cinico sorriso, che ci è cosìspesso descritto nelle nostre commedie, nelle nostre novelle, in cui si beffeggiano le cose più sante, e l'amore è privo d'ogni sentimento davvero umano, e tutti gli affetti più nobili sono scomparsi, quando non sono derisi. Lo scrittore somiglia allora a quei romanzieri moderni, i quali, descrivendo ildemi-monde, credono di descrivere il mondo. E noi vediamo quegli accorti politici italiani, che sono i maestri di tutti in Europa, che rappresentano la sapienza diplomatica, che dovunque vanno sono ammirati, non riescire in casa loro ad altro, che a costruire un mondo, il quale cade sotto il peso della sua stessa corruzione. Vediamo questi uomini, che sono i primi calcolatori del mondo, calcolar sempre e sbagliare tutti i loro calcoli, perchè essi hanno dimenticato che nella vita umana v'è qualche cosa che non si pesa e non si misura, che non si ragiona e non si calcola, ma si sente, ed essi non la sentivano più. I tiranni italiani di quel tempo ci presentano anch'essi un singolare spettacolo. Noi li vediamo apparecchiare i loro veleni, affilare i loro pugnali, ridere di Dio, e tremare dinanzi all'astrologo, da cui aspettano di conoscere l'ora propizia ai loro delitti.
La storia, o Signori, non è una filosofia, non è una predica morale, non fa che constatare i fatti. Ma percorretela in lungo ed in largo, ed essa vi ripeterà di continuo, che l'egoismo veramente, profondamente umano, è l'abnegazione; che ciò che solo può rendere l'uomo felice sulla terra, è il vivere per gli altri; che quando le leggi e le istituzioni ci spingono per questa via a cercare un ideale, cui far sacrifizio della nostra esistenza, e dal quale solamente la vita può ricevere il suo valore e la sua dignità , quello è il momento in cui il carattere morale s'innalza e le nazioni diventano forti. Quando invece gli uomini si rinchiudono, come gli Italiani del Rinascimento, nel proprio egoismo, la decadenza diventa allora inevitabile.
Ma vi è ancora un'ultima osservazione. Gli stranieri, i quali si sono mossi a studiare il Rinascimento, hanno detto: Ecco una nazione, la quale, nel momento in cui più le sue arti e le sue lettere fioriscono, nel momento in cui le più nobili qualità del suo ingegno si manifestano, si corrompe sempre più rapidamente; ecco una nazione che cinicamente ride sempre di tutto, una nazione che, allora quando più fiorisce intellettualmente, è priva di ogni fede. Quelle idee stesse, che saran sempre sua gloria, che essa mise nel mondo con la sua arte, la sua letteratura, la sua scienza, percorrono l'Europa, e ne fecondano la civiltà , perchè vi trovano un'atmosfera morale; ma in Italia non riescono ad impedire la sua decadenza, perchè in essa il senso morale è pervertito. E ne hanno concluso, che, quasi per legge di natura, nel nostro carattere nazionale risplendono l'ingegno e tutte le qualità intellettuali, ma sono invece offuscate le morali. Manca la veraintimità , come essi dicono, del cuore, dell'animo. E però anche nella loro arte gl'Italiani vedono più la forma che la sostanza, più il sensibile che l'intelligibile e l'ideale. Quando si vogliono davvero penetrare i misteri dell'anima, rappresentare la profondità , la santità degli umani sentimenti, occorre rivolgersi alle nazioni germaniche, che vi riescono assai meglio, perchè questo è il loro proprio regno, nel quale agl'Italiani non è dato entrare. Uno storico tedesco di grandissimo valore, che meglio d'ogni altro conosce il nostro Rinascimento, il Burckhardt, a questo proposito, osservava: Ma se fosse proprio vero che il carattere degl'Italiani fu quale voi lo descrivete; se non fossero allora vissuti altri che i Borgia, gli Sforza, i Malatesta, e i più corrotti novellieri avessero davvero rappresentato tutto l'essere morale della nazione, questa sarebbe caduta in un tale abisso da non poterne mai più risorgere in eterno. Il vostro giudizio deve certamente avere qualche cosa diunilaterale, di erroneo. È meglio lasciare in pace i popoli, quando non si è in grado di giudicarli serenamente, sicuramente.
Ed invero queste condanne nazionali, che pretendono essere giudizii imparziali, dimenticano prima di tutto, che la storia del pensiero italiano cominciò allora con Dante e si chiuse con Michelangelo, le due intelligenze, cioè, che hanno in supremo grado quelle qualità appunto che si vorrebbero a noi negare; hanno tutta quella così dettaintimità , tutto quel carattere epico, tragico, che nello spirito italiano dovrebbe assolutamente mancare, perchè manca nel Rinascimento. Dante e Michelangelo, si disse, furono due eccezioni. Certo i sommi ingegni sono eccezioni; ma sono pur quelli che meglio rappresentano il paese che li produce. E dimenticano ancora, che la storia da noi conosciuta, da noi studiata si occupa quasi sempre di quei soli ordini sociali che, nel Rinascimento italiano, furono primi a sentire l'azione corruttrice dell'atmosfera politica mutata, e che perciò più rapidamente si erano corrotti, avendo subito preso parte al nuovo vivere sociale. Che se quegli scrittori avessero voluto studiare davvero quali erano allora le condizioni dello spirito italiano, avrebbero dovuto esaminare anche gli ordini inferiori della società , nei quali, in tutti i tempi, le vecchie tradizioni si mantengono più lungamente, e vedere quali sentimenti, quali caratteri erano in essi. Avrebbero allora modificato i proprii giudizii. Una prova sicura di quanto diciamo si ebbe recentemente in due libri, che furono pubblicati dal compianto Cesare Guasti, e sono gli epistolarii d'un oscuro notaio fiorentino e di una gentildonna, che non aveva molta coltura. Ebbene, leggendo tali lettere (quelle del notaio Mazzei sono della fine del XIV secolo e dei primi del XV; quelle della Macinghi Strozzi, sono della fine del secolo XV), leggendole, ci par di tornare quasi duesecoli indietro. Noi ritroviamo in esse ancora vivi tutti quei più puri sentimenti morali, che ricordano i tempi in cui la Repubblica veniva fondata, quando Firenze viveva sobria e pudica, e possiamo non solo scoprire un altro lato della società di quel tempo, ma vedere anche quali furono veramente gli uomini che fondarono la libertà , quali i loro animi quando essi crearono quelle grandi istituzioni, che i politici e letterati del Rinascimento cominciavano a disfare. Chi vuole accuratamente conoscere il Rinascimento e l'opera sua, per cavarne giudizii generali sull'indole del popolo italiano, dovrebbe pur distinguere ciò che in esso sopravvive del passato, e dà ancora frutti di cui il solo Rinascimento sarebbe stato incapace. Nel popolo, negli ordini inferiori della società , questo passato sopravvive sempre più tenacemente, e si può meglio studiarlo. Anche ai nostri giorni si ritrovano qualche volta gli avanzi di un passato assai lontano, che non dobbiamo trascurare nelle società moderne, se vogliamo conoscere bene il tempo in cui viviamo. A giudicarla tutta, la società bisogna esaminarla da tutti i lati.
Certo quando noi guardiamo in Firenze il Duomo, il Palazzo Vecchio e gli altri monumenti che gli stranieri tanto ammirano e tanto studiano, dobbiamo ammirarli anche noi. Ma, sebbene assai pochi vi pensino, non meno ammirabile è la condizione in cui la Repubblica fiorentina lasciò le campagne della Toscana, non per le amene colline, non per le ricche messi, ma per l'armonia sociale che vi regna, per le condizioni economiche in cui l'antica Repubblica pose il contadino. Nel 1289 i Fiorentini fecero una legge, la quale, con un linguaggio che sembra quello stesso dell'Assemblea Costituente in Francia, dichiarava che la libertà è sacra, inalienabile, che è voluta da Dio, è necessaria alla prosperità di tutto il popolo, e liberava perciò i contadinida ogni servitù. E sono questi i tempi medesimi, in cui s'iniziava quel contratto agrario che fino ai nostri giorni fu tanto ammirato, che il nobile animo del Sismondi chiamava uno dei grandi monumenti della sapienza civile degl'Italiani, che gli economisti moderni dichiarano uno dei mezzi più efficaci a liberare la società moderna dal pericolo sociale d'un conflitto di classi, da cui essa sembra minacciata. E questo fu fatto dai Fiorentini nel Medio Evo, quando il dominio della società spettava alla forza, e per tutto regnavano persecuzione e violenza. Fu quello il tempo in cui nell'Italia centrale venne trovata quella forma di contratto, secondo la quale il coltivatore della terra poteva, allora come ora, dire al proprietario: Tu sei il lavoro accumulato dei secoli, io sono il lavoro vivente. Abbiamo bisogno l'uno dell'altro, diamoci dunque amica la mano, e siamo soci. Così si chiamarono allora, e così si chiamano oggi. E allora come ora, o Signori, il lavoratore dei campi, il quale col sudore della sua fronte feconda la terra italiana, che produce quella ricchezza, che è tanta parte della prosperità nazionale, poteva tornare a casa tranquillo la sera, e godere anch'esso le gioie della famiglia, e sentirsi uomo come noi, e crescere con la sua la nostra felicità . E questo fu fatto dai Fiorentini quando in Inghilterra, in Germania, in Francia i contadini erano schiavi, erano servi della gleba. Quegl'Italiani che emanciparono l'uomo, che emanciparono il lavoro, dovevano pure avere un alto sentimento morale.
Il marchese Gino Capponi, l'illustre autore della Storia di Firenze, soleva dire che i Fiorentini non avevano mai così bene impiegato il loro denaro, come quando costruirono quel Duomo, che richiamò nella Città tanta gente ad ammirarlo. Ma si potrebbe aggiungere, che essi non furono mai così profondi calcolatori, come quando liberarono i coltivatori della terra, in un temponel quale erano schiavi da per tutto. E calcolarono non solo a vantaggio della loro prosperità economica, ma io credo che calcolassero anche a vantaggio della loro prosperità intellettuale e morale. Forse anzi in ciò sta una non ultima ragione del perchè tanto le lettere e le arti progredirono allora in Firenze. Io non credo, o Signori, che sia indifferente agli alti ingegni, i quali spingono sereno, profondo, sicuro lo sguardo nella luce del vero, come l'aquila fissa intrepida il suo occhio nel sole, non credo che sia inutile il non avere lo sguardo turbato dalle ingiuste sofferenze di coloro che onestamente lavorano. Credo invece, che giovi assai agli artisti ed ai poeti, i quali si sollevano nel regno dell'arte; giovi, affinchè le creazioni della loro fantasia serbino tutta la sacra purità dell'ideale, il serbare, con la mente serena, una coscienza non tormentata da rimorsi. — Ma allora quelle immagini divine dei poeti, dei pittori del Trecento e del Quattrocento, di cui parlammo, non ci appariranno più come l'Angelo di Dante nella bolgia infernale, che traversa sdegnoso, frettoloso la palude Stige. Esse non vengono di fuori, sono nate nella coscienza stessa di questo popolo, nei giorni in cui difendeva la libertà e rispettava la giustizia, sono come la sostanza stessa della sua anima. E così, o Signori, voi vedete, io spero, come lo studio delle origini possa gettare una qualche luce o rischiarare anche i fatti della storia posteriore del Comune e della società italiana.