L'INELUTTABILE.

Erano le cinque, l'ora del convegno. Egli balzò in piedi, tendendo l'orecchio. Nessun rumore. Passarono dei minuti; poi, varii minuti; poi, molti minuti. Ritto, immobile, in mezzo alla stanza, rigido di ansietà, egli aspettava. Nulla. Udì, una volta, un passo: ma nessun giro di serratura vi corrispose: e la sua persona s'irrigidì, di nuovo, in una intensità terribile di aspettativa. Nulla. Si mosse: andò sino alla porta, origliò, se per le scale alcuno salisse. Nulla. Andò presso alla finestra, sollevò una tenda, guardò nella via: i passanti erano rari, rarissime le donne, niuna si fermava. Talvolta, prima, tardava; anche oggi, dunque, poteva tardare. Cavò il suo orologio e si mise a seguire le sfere del minuti secondi col tichettìo che gli cresceva di fragore, nel cervello. Guardava, ma non vedeva: sentiva che il tempo passava, ecco tutto. Minuti secondi, minuti primi, ore? Tempo che passava. Adesso quel silenzio, intorno, lo terrorizzava; e uno strazio nasceva, germogliava, cresceva dal fondo del suo essere convulso. Nulla, intorno. La candela ardeva, con un battito leggiero e appena diradava le ombre. Le altre stanze erano oscurissime. Non le aveva visitate, preso e vinto dall'attesa. Ora, non levava gli occhi verso esse, come se racchiudessero paurose e terribilissime cose. Volle provare a parlare, per dar della vita a quella stanza oramai tetra e taciturna: ma la voce non gli uscì dalle labbra. Avrebbe voluto andare ad aprire la porta, così per farla entrare più presto: ma una misteriosa volontà lo inchiodava al suo posto. Quanto tempo? Lo ignorava. Aspettava il suo unico amore e la unica donna. Non conosceva altro. Ella doveva venire, poichè lo aveva detto e poichè lo aveva chiamato, alla mezzanotte del giorno prima, dandogli il convegno. Forse era in via; forse già arrivava; forse era quello il suo passo. Egli aspettava, la creatura, unica, la sola per cui egli vivesse, la sola per cui egli avesse del sangue nelle vene e un palpito nel cuore: Maria.

* * * * *

Egli non si levò dal divano dove si era buttato, che udendo battere mezzanotte a una chiesa poco lontana, con suono cristallino. La candela era quasi consumata. Maria non era venuta. Freddamente si rammentò tutto quello che era accaduto, fra loro, nel passato, come se ne vedesse la rappresentazione in uno specchio: egli si guardò attorno, freddamente, trovando sopratutto quell'amore e quella donna riflessi e viventi e pur finiti, dapertutto. Poi, si ricordò quello che aveva visto e inteso la notte prima, il convegno datogli da una voce chepareva la sua, il convegno a cui era venuto, ineluttabilmente. E intese subito. In quella casa, gli aveva dato convegno la Morte.

(Miss Geraldina).

Miss Geralda Fitz-Gèrald, di Gèrald Castle nel Somerset, per diminutivo vezzoso chiamata miss Geraldina, passava nove mesi dell'anno in Italia, e gli altri in viaggio sempre altrove che in Inghilterra. Miss Geraldina non amava punto il suo paese e non vi ritornava che malvolentieri, una volta l'anno, per tre o quattro giorni. Faceva i conti coll'intendente, firmava i nuovi contratti coi suoi affittaiuoli, visitava Gèrald Castle, visitava la sua vecchia matrigna lady Hilda Brosborough, visitava il cimitero dove dormivano suo padre, sua madre e tutti i Fitz-Gèrald suoi antenati, lasciava una grossa elemosina al Pastore, e partiva senza aver voluto vedere nessuno. Miss Geraldina era ricca, possedendo per sè sola ottantamila lire di rendita; era senza fratelli, senza sorelle, senza parenti poveri che la seccassero, e a ventotto anni, era perfettamente libera di andare, venire, viaggiare, dove le paresse e piacesse. Miss Geraldina conosceva e parlava cinque lingue; aveva studiato il canto, il pianoforte e l'arpa; era un'acquarellista molto abile; aveva molto spirito e lo manifestava in tutte le forme: dallo spirito secco e caustico allo spirito placido e bonario. Miss Geraldina aveva delle idee. Miss Geraldina pensava.

Miss Geraldina a diciotto anni pesava novantacinque chilogrammi, a ventidue ne pesava cento, a ventotto ne pesava centoquindici. A centoquindici si era fermata da un anno e pareva che non ingrassasse più. Era naturalmente e mostruosamente grassa. Aveva la diffusione eguale e permanente della grassezza, per tutta la persona; l'uniformità del grasso; era un grasso coscienzioso ed onesto che si allargava dapertutto, senza parzialità. Grasse le braccia, come le spalle; grasse le mani come i piedi, grasse le guancie come il collo.

In questo modo, a prima vista, non si distinguevano le forme del suo corpo, ma si percepiva confusamente una massa informe, semovente a stento: un testone grosso, grasso e rotondo, quasi affogato nelle spalle che salivano: sulla testa un treccione nero, che per quanto fosse folto, pareva miserabile, come una corda sdrucita. Gli occhietti neri, vivaci, troppo piccoli, scomparivano nel grasso della faccia, sembravano due bucherelli neri; il naso rotondo, come senza ossa, lucido, polputo nelle nari, era sommerso fra le due masse carnose delle gote. La bocca troppo piccola, troppo infantile, era sempre un po' schiusa di traverso, per respirare: un primo mento piccolo, bambinesco, giaceva sopra un secondo, largo come una collana. Di collo solamente una linea. Poi un corpo quadrato, largo, senza linea di cintura, senza curva di fianchi, con due grosse travi per braccia, con due masse di grasso per mani, un grasso roseo, tutto pieno di fossette. Nessuna curva, nessuna linea spezzata. Il cubo—e nient'altro.

A cagione di questa sua formidabile persona, miss Geraldina non poteva fare moltissime cose che le altre ragazze fanno. Non poteva, per esempio, vestirsi in nessun altro modo, che con una larghissima veste da camera, in lana, a pieghe profonde, serrata con un cordone dove avrebbero dovuto essere i fianchi: veste senza ornamenti, senza balze, monacale. Le erano inibiti la seta, il raso, il velluto che disegnano le forme; i merletti che ingrossano la persona. Questa veste doveva essere per forza nera, o molto scura; sarebbe stato ridicolo portare un colore chiaro, che raddoppia le proporzioni. Di goletti in merletto, di cravatte a cappii vistosi, non se ne parla: la straziavano. Appena una linea di goletto, dritto, in tela bianca: e spesso per quello stringimento, le saliva il sangue alla testa, il viso si faceva scarlatto e il naso cremisi. Pei cappelli, era un affar serio; piccoli, erano ridicoli; grandi, ridicolissimi: non si trovava una forma che le andasse, senza sfigurarla troppo. Miss Geraldina aveva finito col portare una cuffia in velo nero come le portano le vecchie nonne. Aveva da tempo rinunziato a tutti gli ornamenti, fiori, piume, nodi di nastro, gioielli, spilloni: poichè tutte queste cose minute ed eleganti erano sproporzionate a quell'adipe. Così non poteva portare gli stivalini bizzarri, dalla suola inarcata, dal tacco svelto: non ci si reggeva sopra, e portava le scarpe di panno, molto forti, a doppia suola e senza tacco. Così non poteva infilare quelle dita simili a salsicciotti nei guanti di seta, di camoscio, di capretto, poichè li faceva crepare su tutte le cuciture; invece portava i mezzi guanti di filo nero, quei mezzi guanti borghesi che servono a deformare la mano.

Naturalmente miss Geraldina non andava mai al ballo, poichè sarebbe stato buffo, solamente l'immaginare quella massa in giro per unwaltzer. Buffo e spaventoso. Non potendo usare altra acconciatura che il suo sacco di lana nera, ella non andava ai concerti, non andava a nessuno spettacolo pubblico, dove latoiletteè di obbligo. Che lei cantasse, che lei suonasse il pianoforte, che lei suonasse l'arpa, nessuno poteva saperne nulla, poichè niuno pensava che un elefante mormorasse le romanze di Tosti, che un elefante facesse scricchiolare la sedia del pianoforte ed i tasti, per suonare una polka di Chopin, che un elefante osasse sedersi presso l'arpa e abbracciarla e trarne suoni divini. Alle esposizioni non andava, poichè non poteva molto camminare e le poltroncine giranti non la contenevano; così non andava mai a visitare i musei. In conversazione non andava, poichè il moto di stupore e quello di terrore talvolta, d'ogni nuova presentazione, erano cose non destinate a farle buona impressione. Non usciva se non in carrozza, una carrozza speciale, bassa di montatoio, larga di cuscini, dove lei si distendeva, sola, in tutto il torpore della propria persona.

Naturalmente miss Geraldina non aveva amiche. Nel suo passato giovanile due o tre disinganni amari le avevano fatto intorno questa solitudine femminile. In fondo all'affetto di tutte le sue amiche essa aveva trovato, o la falsità, o la compassione. Ed anche la compassione, per quanto ella sopra i nervi avesse quel settemplice strato di grasso, non le andava a' versi. Poi il paragone delle donne sottili, magre o anche grassottelle ma gentili, non era fatto per allietare il suo spirito, ed essa aveva, a poco a poco, ferite una ad una le amiche, con la sua acredine. Tutte si erano allontanate, mormorando: "quella specie di mastodonte sembra buono, ma è maligno."

E neppure gli uomini amava miss Geraldina. Sfuggiva la loro compagnia, sempre, dovunque; sfuggiva le presentazioni, le nuove conoscenze. Essa non credeva alla loro bontà, quando le si mostravano premurosi e cortesi: pensava che lo facessero per interesse e li disprezzava; pensava che lo facessero per pietà e ne aveva sdegno. Forse, preferiva quelli che la burlavano apertamente, che la guardavano con aria ironica, che la squadravano fra loro, additandosela e soffocando le risate. Mai miss Geraldina si sarebbe maritata. A farle la corte, non pensava nessuno. In verità era troppo enorme perchè si potesse concepirla maritata. La cieca ispira una gentile pietà, la gobba ha lo spirito e la malignità per sè, la zoppa può dissimulare il suo difetto, tutto può essere nascosto o attenuato, ma l'esagerazione del grasso non si nasconde, non si attenua. È ridicolo. È ridicolo per ogni chilogrammo, per ogni palmo, per tutta la sua estensione, per tutta la sua enormità. È ridicolo ed è volgare. E per quanto le ottantamila lire fossero lì per sollievo, niuno osava affrontare tanto ridicolo e tanta volgarità. Miss Geraldina lo sapeva; richiesta, avrebbe rifiutato. Ma non la chiedevano.

Così questa giovane miss inglese viveva singolarmente, in Italia, a Sorrento, in un albergo, dove aveva bisogno di sedie fatte apposta, di letto fatto apposta, tutto vasto, tutto solido. Pranzava nella sua stanza, sola; leggicchiava storie d'amore che non la riguardavano e versi che nessuno mai le avrebbe mormorati; canticchiava ritornelli amorosi; dipingeva all'acquerello qualche veduta di Sorrento; sempre sola. Non scriveva mai, perchè non doveva scrivere a nessuno e perchè scrivere le faceva venire l'affanno. Non cuciva nè ricamava perchè era inutile. Non piangeva perchè non aveva per chi piangere; non rideva, perchè il suo destino era di far ridere.

Questa miss Geraldina Fitz-Gèrald di Gèrald Castle nel Somerset, morì a trentaquattro anni, dopo due anni di una crescente malattia di cuore, che le toglieva il respiro. È la malattia dei grassi. Di rossa divenne gialla; invece di dimagrare si gonfiò tutta. Nell'albergo dove morì, dovettero ordinare una cassa grandissima per chiudervela dentro. Io l'ho vista questa morta. Sulla larga faccia, simile a quella di certi angioloni di marmo diventati gialli col tempo, sulla larga faccia bonaria stava il rancore doloroso di un essere innocente, inoffensivo, colpito da una grande ingiustizia.

(Cariclea).

Nella camera chiusa, in quelle giornate di agosto, si soffocava; al mattino vi ronzavano pesantemente le mosche, attirate dalla zuccheriera scoperta sul comodino, dal bicchiere di aranciata, dallo sciroppo di codeina che stillava dal collo di una bottiglina e dall'odor grave di malattia che era nell'aria. Esse si posavano sul volto bruno dell'ammalata, dai pomelli arrossati, mentre ella dormiva, gittata in quei torpori profondi che sono il preludio della morte: il figliuolo invano le scacciava con un ventaglio, esse ritornavano a posarsi su quelle labbra semiaperte da cui sfuggiva breve, rôco, rantoloso, il respiro. Di sera non si poteva aprire la finestra, non un filo d'aria entrava ad agitare la fiammella diritta; di sera, vampe di calore, fra cui mettevano una nota acuta l'acqua di finocchio e il catrame distillato, salivano al cervello di Pietro, il figliuolo che vegliava sua madre. Il silenzio della camera era rotto dal rantolo cupo o dal fischio sottile di quei polmoni agonizzanti; era rotto dallo scoppio di quella tosse dura, insistente.

Egli vegliava, tenendo lo sguardo fisso, immoto, sulla faccia di sua madre. Pareva volesse scolpirsi in mente quel volto affilato, diminuito dal male, volto di cui già alcune linee erano diventate immobili. Egli sapeva che la madre moriva; lo sapeva, e l'anima sua lo mormorava a sè stessa, quasi per convincersene. Non una lagrima saliva agli occhi riarsi di quel figlio, non un singulto lacerava il petto di quel figlio. Era stupefatto. Egli viveva, quasi pietrificato, in quella stanza, andando, venendo, porgendo le medicine, porgendo da bere, accomodando i cuscini, aiutandola a sollevarsi. Viveva come un sonnambulo, con gli occhi spalancati e fissi, prestando tutte le cure più affettuose e più umili, lentamente ma carezzevolmente, meglio di una donna, senza parlare. Non si scuoteva, non trasaliva, avendo costretto all'indifferenza il proprio viso; solo quando la tosse si faceva sentire, egli impallidiva lievemente e voltava la testa in là. Mentre la madre giaceva in quei torpori che lo spaventavano, peggiori della veglia, egli pensava. Che madre era stata quella per lui! Per lui quella era la madre delle madri, era stata l'amor materno come idea fissa, l'amor materno come follia. Dalla nascita fino a quelle ultime giornate, così monotonamente disperate, non si erano lasciati mai un minuto, madre e figlio. Aveva dormito fino a dieci anni nel letto della madre, con la testa appoggiata sul petto di lei; dopo, nella stessa stanza; dopo, nella stanza accanto, con la porta aperta, parlandosi. Ella lo aveva salvato da tutte le terribili malattie d'infanzia, pregandogli la vita con la voce, comunicandogli la vita con lo sguardo magnetico, soffiandogli la vita col respiro; aveva preso da lui una volta il vaiuolo, una volta il tifo. Ma essa si ammalava pel figlio e guariva pel figlio. Ella lo conduceva a scuola, sotto la pioggia; ella veniva a riprenderlo. A casa studiavano insieme le lezioni e lei si stillava il cervello come lui sui problemi di aritmetica. Pietro era impertinente, nervoso; la madre lo sgridava, poi piangeva, e lui scoppiava in lagrime. Andavano insieme a passeggiare, Pietro bello ed elegante, cogli abitini che ella gli cuciva, lei dimessa e sorridente. Parlavano insieme lungamente, nei tramonti estivi, il figlio abbracciato alla madre, guancia a guancia; ella gli diceva con la voce bassa dove mormoravano le note dell'intimità, tutto quello che vi è di bello e di brutto nella vita. Il figlio ascoltava, senza rispondere; poi con la mano accarezzava la faccia della mamma e talvolta la trovava bagnata di lagrime. La mamma non gli parlava mai di sè, mai del proprio passato, mai della propria vita; gli parlava di lui, dell'avvenire. Talvolta, più grandetto, egli domandava:

—Dimmi di te, mamma buona.

—No; non serve,—rispondeva lei brevemente, mentre un'onda di pallore le saliva al viso.

Tale madre era stata la moribonda per lui; madre per il cuore, madre per la mente, madre per il corpo, madre per il sacrifizio, madre per la stravaganza dell'affetto, madre per l'immensità della passione. Il figliuolo le rassomigliava tratto per tratto, tanto era statofattoda lei. Nell'anima era come lei, tanta era stata la trasfusione del pensiero e del sentimento. Fra quei due vi era un continuo scambio di vita. Si sorridevano col medesimo sorriso; si guardavano e l'idea andava dall'uno all'altro, senza bisogno di parola. Ancora egli sedeva ai piedi della madre e le appoggiava il capo sulle ginocchia, mentre la mano delicata e lieve di lei gli carezzava i capelli, mentre la voce bassa susurrava a lei le parole della vita—ma questo bambino era un uomo, a diciannove anni, forte, virile, coraggioso, apprezzatore sereno degli uomini e delle cose. D'un tratto, come se finita l'opera sua, la madre non avesse più ragione di vivere, tutte le forze della sua robusta salute declinarono: parve colpita fatalmente e sicuramente.

Come la morte si avvicinava, questo scambievole amore di madre e di figlio aumentava d'intensità senza parole, straziante e profondo.

—Mamma, mamma,—si ripeteva egli a sè stesso sperando di impazzire a furia di ripeterlo.

E le girava attorno, incapace di lasciarla un minuto. Ella lo guardava fisamente concentrando nello sguardo tutto il suo amore.

—Come ti senti, mamma?

—Meglio.

—Mamma cara, mamma bella….

E il figliuolo nascondeva il capo nei cuscini. Poi venivano certi lunghi e paurosi silenzi che lo sgomentavano.

—Dimmi qualche cosa, mamma….

Ella faceva cenno che non poteva, chiudeva gli occhi, crollava il capo come stanca. Sempre quel sonno penoso, in cui la faccia s'induriva, le palpebre socchiuse, la bocca storta, la testa inclinata sul lato destro, poichè il polmone sinistro era consumato.

—Mamma….—mormorava il figlio, piano.

E lei, svegliata, conservava quella durezza di tratti, gli occhi fissi e vitrei.

—Mamma, parlami, dimmi….

Talora quando la vedeva così ritirata in sè stessa, l'anima lontana, con quella indifferenza suprema per cui la mente sembra già staccata dalle cose terrene, con quel disinteressamento per cui il morrente pare già fatto cosa di un'altra sfera, pare già in alto, trattenuto appena da un filo invisibile, egli la chiamava, disperato, con la voce turbata con cui il Redentore dovette chiamare Lazzaro:

—Mamma, mamma!

Ella viveva ancora. Si pigliavano per mano: Pietro le parlava sottovoce, come un bambino, pieno di carezze nella intonazione, dicendole che l'amava, che le voleva bene, che l'adorava, che la idolatrava, che era la sua mamma cara, unica, immensa. Ella stava a sentire, come rianimata da quella voce tutto amore, respirava meglio, la mano non bruciava più tanto, la fronte non aveva più quei sudori gelati. Ma quando, in fondo alle parole del figliuolo, ricompariva, inconscia ma fatale, quella interrogazione; quando queldimmi, vago ma insistente, ritornava sulle labbra del figliuolo, quando la curiosità ardente e latente trapelava da quanto egli dicesse, allora ella si riversava sui cuscini, chiudeva gli occhi, voltava la testa, come se scegliesse la posizione per morire in pace. Se lui, cieco, disperato, mosso da un istinto egoistico o da un istinto amoroso insisteva su queldimmi, dimmi, un lamento tetro usciva da quel petto distrutto, un lamento di anima morente e disperata. Il figlio taceva, mortificato, avvilito.

E per dieci giorni, fra questa madre e questo figlio che si adoravano, fra questa madre che non voleva morire per amore e questo figlio che non voleva farla morire per amore, una lotta muta e terribile fu combattuta.

Il segreto si ergeva grande, possente, feroce fra loro, il segreto che faceva balbettare quel figliuolo ai piedi del letto di sua madre, mentre lei si rigettava nell'ostinato mutismo dell'agonia. Fu una lotta accanita, in cui l'anima umana mostrava tutta la sua dolcezza e tutta la sua mostruosità, in cui l'amore era egoismo e l'egoismo amore.

Ardeva la sottile fiammella della candela. Dalla via saliva il suono di un organetto che mandava nell'aria le note di unamazurka. Nella stanza soffiava la morte. Ella aprì gli occhi.

—Perchè hai spento il lume, Pietro?

—Dio! non vede più il lume! mi muore, dunque,—pensò lui.

E allora, buttato accanto al letto, perduto nell'immenso dolore della sua vita, smarrito dalla solitudine in cui entrava, gridando, piangendo, strappandosi i capelli, singhiozzando, gli salì alle labbra la domanda che mai aveva osato pronunziare:

—O mamma bella, dimmelo! O mamma buona, mamma del cuore, mamma, dimmelo! Non vorrò bene che a te, non amerò che te, dimmelo! Per pietà di tuo figlio, dimmelo! Se mi vuoi ancora bene, dimmelo! Mamma, mamma, dimmi il nome di mio padre.

Ella gli spalancò in volto gli occhi vitrei, aprì la bocca per pigliar fiato:

—No,—disse con la voce confusa e pastosa dei morenti.

Poi, volto il capo, dette tre gridi lunghi, striduli, strazianti; non respirò per un minuto secondo; tastò vagamente il lenzuolo con le dita; respirò fortemente e morì.

(Angelica).

Signora,

Voglio scrivere a voi, in quest'ora di morte. Non voglio mandare a mio padre, così amabile e così indifferente, così indulgente e così freddo, l'ultima mia parola: non a mio marito, tanto cortese e tanto crudele, voglio scrivere io, per dargli l'ultimo saluto. Quando sentiranno che io mi sono uccisa, ne avranno grande sgomento, perchè la morte fa paura agli indifferenti e ai crudeli: dopo, diranno checosì dovea finire. Dieci lettere, mille lettere, scritte nel dolore di questa lenta agonia, innanzi alla piccola rivoltella scintillante come un prezioso gioiello, non giungerebbero a dare a mio padre, a mio marito, la pietà, o il rimorso. La loro glaciale e confortante ragione ripeterebbe loro chedovea finire cosìe lo strazio mio soffrirebbe una postuma ingiuria. No, no, ad essi non voglio scrivere nulla. Solo a voi, signora, mentre non vi conosco, mentre non mi conoscete, voglio dire che muoio, uccidendomi, voglio dire perchè mi uccido. Vi è un uomo che adoro, Francesco Sangiorgio: ma è inutile che io gli scriva, è inutile che io gli mandi l'estremo addio, è inutile che io gli raccomandi la mia memoria, è inutile tutto. Francesco Sangiorgio vi ama: voi lo amate. Ecco perchè tutto è inutile, il mio amore come il mio dolore, la mia vita come la mia morte. Egli vi ama e voi lo amate: ecco perchè debbo morire. Scrivere a voi, significa scrivere a lui: voi siete lui. Gli leggerete questa lettera: la leggerete insieme. E il soffio tragico della morte che ne spira, darà un sapore più profondo di emozione ai vostri baci; la immensa dolcezza della vostra passione avrà una vena di amarezza, che legherà più solidamente i vostri cuori; all'impeto dell'amore, si unirà il supremo orgoglio di aver fatto soffrire, l'orgoglio che hanno le persone più buone e più dolci: egli vi sembrerà più bello, più nobile, più degno di essere amato, poichè non ha saputo tradirvi e ha lasciato che me ne andassi alla morte; voi gli sembrerete più bella, più cara, più preziosa, poichè una donna è morta per voi. Per voi muoio, signora: morire per voi, significa morire per lui: voi siete lui. E le ultime torbide visioni di quest'ora terribile, queste visioni che mi fanno fremere di angoscia, di gelosia, di odio, mi mostrano sempre voi e lui, sempre insieme; e le schernitrici visioni mi dicono che, morendo, io vi unisco più saldamente, che eravate amanti e che io vi rendo compiici. Oh Dio, Dio, Dio, non avere scampo neppure nella morte!

Signora, vi odio. Mi hanno detto che siete stata amata, che uomini austeri hanno singhiozzato d'amore alle vostre ginocchia: so che Francesco Sangiorgio vi ha dato tutto sè stesso, nell'abbandono della più ardente passione. Ma nessuno amore del vostro passato e del vostro presente può arrivare alla misura dell'odio profondo, cieco, invariabile che trabocca dal mio cuore per voi: ma tutti gli amori presi insieme, compreso quello di Francesco, non giungono all'altezza del mio odio. Ho ventiquattro anni: sono piena di gioventù e di salute: ho dritto alla mia parte di gioia, di felicità—eppure debbo morire disperata, senz'avere avuto il conforto di un bacio, senza sperare il conforto di un rimpianto. Muoio a ventiquattro anni, lascio la mia famiglia, la mia casa, il mio paese dove è tanto sole e sono tanti fiori, me ne vado nella morte, sette palmi nella terra nera e pesante, chiusa in una bara di legno, nell'ombra eterna, nella morte, nella morte: e questo per voi, e per questo vi odio, così mortalmente vi odio, che il mio sangue abbrucia e le mie tempie scoppiano, quando l'anima mia pronunzia il vostro nome. Vi odio. Se voi non foste, ora, non morirei: se voi non foste, Francesco Sangiorgio mi avrebbe amato. Era l'uomo del mio cuore, Francesco: era l'uomo dell'anima mia, destinato a me dalla legge arcana della passione e voi me lo avete tolto, per sempre. Sentite, sentite, quando io penso al passato tutta la mia collera si abbatte e si trasforma in una tenerezza immensa, tutte le lacrime della mia esistenza piovono dai miei occhi e io piango già—saranno le sole lacrime versate su me—su questa povera creatura a cui hanno portato via l'unica forza e l'unica speranza. Ah signora, signora, che siete così dolce, così soave, così umile, che vi chiamate Angelica, come avete potuto far questo, come avete potuto volere la morte di una donna, di una cristiana, perchè mi avete fatto questo, voi che siete una buona e mite anima femminile? Signora, signora, voi siete innocente: ma veramente, ve lo dico, voi avete armato la rivoltella che mi deve uccidere e voi mi avete detto che debbo morire.

Poichè, se voi non foste, egli mi avrebbe amata. Ci conoscevamo da tanti anni, siamo nati nello stesso paese e nello stesso anno, amiamo le stesse cose, abbiamo insieme desiderato un ideale di esistenza più buono, più semplice e più intimo. Mi avrebbe amata! Io conosceva tutto il morboso vagabondaggio del suo spinto irrequieto e dolente; io conosceva tutte le miserie di una volontà ribelle, di un ingegno potente e incompleto, di un cuore che fluttuava fra il cinismo e l'entusiasmo; e dove il mondo lo misconosceva e lo biasimava, io aveva pietà per questa nobile tempra di uomo, in lotta con le idee e con le cose.

Egli mi conosceva: egli aveva pietà di me! Francesco Sangiorgio sapeva che sotto la vivacità insolente dei miei discorsi e del mio sorriso, si celava la piaga insanabile di una esistenza sbagliata; egli sapeva che la seducente dama che appariva a tutti i teatri, a tutte le feste, sempre lieta, col diadema fulgente sui neri capelli, tornando a casa, soffocava i suoi singulti nell'origliere, piangendo sopra la vita frivola e sciocca che faceva; egli sapeva che non avevo conforti nè dalla ricchezza, nè dal nome, nè dai trionfi della vanità, perchè l'anima vuole il suo pascolo, perchè è l'amore che serve all'anima, perchè niuno sfuggirà a questa necessità dell'anima. Come egli aveva compassione di me! io leggevo nei suoi occhi, quando mi guardava, una così infinita tristezza, che mi faceva fremere di dolore: io sentiva tale compassione, nella sua voce, quando mi parlava, che mi veniva una disperazione immensa, come se tutte le sorgenti segrete della mia infelicità fossero interrogate, insieme. Ah egli era il fratello dell'anima mia, era il mio fratello e il mio amante, il mio protettore e il mio sposo: i suoi occhi eran tristi tanto, guardandomi, e la sua voce era triste, parlandomi, perchè egli doveva essere il balsamo malinconico delle mie sofferenze—e l'ho perduto, l'ho perduto! Una sera di estate, mi rammento, io sono escita sulla terrazza della mia villa, lasciando nel salone tutti i miei invitati, cercando un po' di pace nella fresca notte, volendo respirare l'odore inebbriante dei bianchi gelsomini del giardino: e sono restata lì, nella notte, abbandonata a una stanchezza improvvisa, sentendomi crollata in fondo a un precipizio. Non so quando Francesco mi raggiunse; ma lo trovai accanto a me, improvvisamente, e un gran tremore mi colse, come nell'imminenza di un grande pericolo, di una grande gioia. Fumava una sigaretta: e i suoi occhi, fissi su me, avevano una tristezza, una dolcezza! Io lo guardava, tremante, aspettando che mi dicesse una parola. Tacque, per qualche tempo.

—Perchè ridete tanto?—mi chiese, con una profonda malinconia nella voce.—Non ridete più tanto.

—È il mio modo di piangere,—mormorai.

L'ho veduto impallidire, nella notte. Poi la sua mano ha preso la mia e l'ha tenuta un minuto brevissimo: tutta la mia vita è corsa in quella mano e mi sono sentita vacillare.

—Povera e cara donna,—egli soggiunse, pianissimo.

Egli lasciò la mia mano e se ne andò, lentamente. Così l'ho amato.

E quanto ho pianto, su quella terrazza dove giungevano tutti i profumi dei voluttuosi fiori dell'estate. Lo aspettavo ogni sera, tendendo l'orecchio a ogni rumor di carrozza che arrivasse da Napoli: e arrivava un indifferente, una qualunque delle tante inutili conoscenze che ci contristano minutamente la vita. Egli non giungeva e io continuava a chiacchierare, e ridere, sfogando in parole e in sorrisi la mia agitazione: tutti andavano via: la notte era avanzata, egli non sarebbe più venuto e io diventava pallida come un lenzuolo funebre, mi colpiva il freddo dalla desolazione. Signora, egli era presso voi, in quelle sere, perchè voi me lo avevate preso, quando ancora egli non mi aveva detto di amarmi: e ora non me lo dirà mai più, non udrò mai la sua voce pronunziare le più vibranti parole dell'amore, le due parole,ti amo, oltre le quali nessun'altra parola esiste! Egli giungeva, talvolta molto tardi, e subito ogni mia pena si dileguava: ma voi mi mandavate, signora, un uomo assorto, chiuso nel suo segreto che non aveva più occhi per vedere, nè orecchie per udire. Veniva da voi! L'ho saputo dopo. Una volta, signora, voi lo avete accompagnato in carrozza, sino all'angolo del grande viale della mia villa: e io non ho sospettato nulla, a quella carrozza che se ne tornava indietro. Dopo l'ho saputo. Lo accompagnavate da me! Non eravate gelosa, voi. Ah quanto vi odio, creatura debole e timida, che rubate i cuori, che rubate gli amanti e ve li tenete per sempre, e non siete gelosa, di nessuna donna, tanto il vostro fascino, fatto di debolezza, è più forte di ogni cosa e di ogni persona. Quanto vi odio, per questi due anni di atroci dolori segreti, che mi avete inflitti, per queste roventi lacrime che hanno consumata la freschezza del mio volto, per questa rovina quotidiana di tutte le mie speranze: quanto vi odio, per le torture che mi avete fatto soffrire, voi che siete, dicono, un'anima semplice e tenera; quanto vi odio perchè voi amate Francesco Sangiorgio e perchè egli vi adora, perchè in due anni egli non ha mai cessato di adorarvi, perchè in tutti i giorni, in tutti i minuti di questi due anni, egli ha preferito sempre voi a me, così, naturalmente, con la inconscia crudeltà degli amanti. Quanto vi odio, per quello che siete, per quello che rappresentate! I miei occhi sono neri e anche se l'amore m'ispira tutta la sua tenerezza, io non posso dominarne il fiero lampo: i vostri occhi sono azzurri, con un'espressione d'infantile candore. I miei capelli sono neri e si torcono in masse brune: i vostri biondi capelli vi mettono un'aureola dolcissima alla fronte e alle tempie.

Io sono alta e non so piegarmi: e voi siete piccola, voi avete la piccolezza che piace all'amore, poichè l'amore dell'uomo vuol essere anche protezione. Io rido, sempre: voi sorridete, talvolta. Io mi nascondo, quando piango, per superbia: quando l'amore vi fa piangere, voi piangete innanzi a lui e Francesco non resiste al pianto di una donna. E mentre in me, in tutto quel che faccio, in tutto quel che dico, vi è l'orgoglio sterile della mia nascita e della mia tradizione, in voi vi è la infinita umiltà della donna che è semplicemente donna, che sa soltanto amare e immergersi in questo amore. Ah come io odio questi vostri capelli biondi e questi vostri occhi azzurri, come io odio il vostro tenue sorriso e la vostra profonda umiltà, come io odio il vostro nome che è quello degli angioli, mentre io mi chiamo Teresa, un duro nome di donna che ha spasimato ed è morta nella passione! Come vorrei che tutto questo non fosse, che i vostri capelli cadessero, che i vostri occhi perdessero il loro innocente azzurrino fulgore, che il vaiuolo divorasse le pure linee giovanili del vostro volto, come vorrei che voi non esisteste, che non foste mai nata! Maledetto quel giorno e quell'ora in cui siete nata, maledetto il primo vostro respiro, maledetto chi vi ha dato questi bei capelli e questi cari occhi che Francesco adora, maledetto chi vi ha messo il nome di Angelica, maledetto chi vi ha insegnato a sorridere, maledette, maledette tutte le persone che avete conosciute, tutti i paesi dove avete abitato, tutte le cose fra cui siete vissuta, maledetto il primo bacio che avete dato a Francesco, maledetti tutti i baci di voi due, essi sono la febbre delle mie vene, la pazzia del mio cervello, la dannazione della mia anima!

Ho cercato di salvarmi, io. Sono giovane, l'istinto della vita combatte in me. Ho viaggiato, ma il mio tormento mi ha seguito dovunque, nei paesi più lontani; ho cercato di riamare il mio cortese e crudele marito, ma non sono giunta che a violare la mia coscienza; ho cercato di amare qualcun altro, di farmi amare, ma non ho potuto, non ho potuto. L'immagine di Francesco Sangiorgio, nitida, imperiosa fin nella dolcezza, gloriosa fin nella tristezza, è restata in me, intangibile. Nessun uomo, nè io stessa, nè Dio potranno giammai cancellarla da me: e io vado a chiedere alla morte la salvazione. Ho tentato di vivere, ho tentato di sperare. Ho tentato! Ho sperato che il suo amore per voi s'illanguidisse, ho sperato che voi lo tradiste; ho negato fede all'amore, ho negato fede alla costanza femminile, mentre io amava sino a morirne, mentre nulla al mondo mi potea consolare di non essere amata! Ho aspettato, poichè dicono che l'amore, l'arte, la felicità sono il risultato di una sublime pazienza. Ma da tutte le parti, da tutte le persone, ogni giorno io sapeva una novella pruova del vostro amore; ma quasi che tutto mi spingesse alla perdizione, la cronaca sentimentale dell'amor vostro mi era riferita, da mille testimoni indifferenti, che credeano di narrarmi una cronaca indifferente. Quanto vi odio! So tutto: e per quel che so, vi odio. Vivevate, vivete quasi sempre insieme, uscite insieme, insieme tornate a casa e voi suonate il pianoforte, assai dolcemente—egli odiava il pianoforte, un tempo—ed egli vi ascolta, e vi parlate teneramente, soavemente, e quando egli è nei suoi periodi di collera, la vostra soavità è tale, che lo vincete. Oh io sono una donna appassionata, io ho l'impeto dei temperamenti generosi, io non so essere dolce, io non so che amare violentemente, sino a morirne: e così voi mi avete vinta, voi che siete dolce, mentre che io amo con tutte le forze del mio spirito e della mia gioventù, debbo fra cinque minuti tirarmi un colpo di rivoltella al cuore. Signora Angelica, l'altro giorno, per la grande via lungo il mare, vi ho incontrati. Era la prima volta, che vi ho visti insieme. Andavate accanto, senza tenervi a braccetto, senza darvi la mano, senza sfiorarvi, ma andavate così uniti, avevate così le anime assorte nello stesso sentimento, vi amavate tanto, senza parlarvi, senza guardarvi, che io ho inteso tutto. Ho inteso che nulla vi avrebbe divisi giammai e che io dovea morire. I miei occhi non vi vedranno per la seconda volta insieme. Qualcuno di noi tre dovrebbe morire, se rivedessi questo spettacolo atroce: e siccome vi amate e vi amerete sempre, sono io che muoio. Addio dunque, signora Angelica: io amo Francesco Sangiorgio e odio voi. Il resto è silenzio.

L'imperfetto amante (Nino Stresa) Pag. 1L'imperfetto amante (Giustino Morelli) " 25Il perfetto amante (Massimo Dias) " 47Il perfettissimo amante (Luigi Caracciolo) " 67Il viale degli oleandri (Mario Felice) " 85Nella via (Vicenzella) " 107La veste di seta (Madame la marquise) " 129La veste di crespo (Madame Héliotrope) " 151Un suicidio (Julian Sorel) " 171Il convegno (La piccola Maria) " 199L'ineluttabile (Miss Geraldina) " 237Il segreto (Cariclea) " 249L'ultima lettera (Angelica) " 261

PREZZO DEL PRESENTE VOLUME:Lire 4.

BALOSSARDI.GiobbeL. 4 —D'ANNUNZIO.L'Isotteo e La Chimera4 ———Poema Paradisiaco—Odi navali4 —DE AMICIS.Poesie4 —GRAF.Dopo il tramonto4 —MARRADI.Nuovi canti4 ———Ricordi lirici4 —NEGRI (Ada).Fatalità4 —SARFATTI.Rime Veneziane e Minuetto4 —VIVANTI (Annie).Lirica5 —

GIACOSA.La Contessa di Challant.Dramma in 5 atti 4 —MANTEGAZZA.L'arte di prender moglie4 —PANZACCHI.I miei racconti4 —RAGUSA MOLETI.Memorie e acqueforti4 ———Miniature e filigrane3 —SERAO (Matilde).Gli Amanti4 —VERGA.Storia di una Capinera, 13ª ed. 3 —

LE PELLEGRINEpoesie di REMIGIO ZENA

Dirigere commiss. e vaglia ai Filli Treves, Editori.


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