Rientriamo nelle nostre linee.
Quella di passare, in guerra, dalle linee di un esercito dentro quelle dell'altro non è impresa facile. Nemmeno per chi avesse la turpe intenzione di disertare: alla partenza facilmente lo arriva la schioppettata nella schiena di chi lo ha visto partire; prima dell'arrivo gli può venire incontro quella del nemico che non sa con quali intenti il disertore venga a lui.
Se dalle file nemiche filtrano ogni tanto nelle nostre i disertori austriaci, bisogna pur credere che la vita sia traloro meno sopportabile della morte. Ce ne sono stati di quelli che, per uscire da codesto inferno, di notte si sono buttati nelle acque gelide dell'Isonzo, e, passatolo a nuoto, hanno atteso l'alba appiattati nei canneti, per venire ai nostri avamposti a rendersi prigionieri, zuppi e congelati.
Chi sa quanti soldati austriaci si dolgono amaramente di non avere imparato a nuotare! E quanti altri, chiusi nelle gabbie fortificate delle loro trincee, canticchiano rabbiosamente la vecchia canzoncina:
Se fossi un uccellino e avessi l'ale....
Se avessero le ali molti non mancherebbero di spiegarle per fare un bel volo verso le gabbie che li attendono in Italia, attraenti gabbie a cui non manca ilbecchime. Alcuni prigionieri austriaci hanno avuto perfino l'onore di essere allogati in quella che fu la prigione del più grande imperatore latino: la villa di Napoleone, nell'Elba solatia e pensosa.
Non credo però che, prendendo forma di uccelli, i disertori dell'Austria vorrebbero prender quella del piccione. Tra i volatili, in guerra, il piccione naturalmente è il più sospetto. Iniquo destino, a cui non pensava dovessero soggiacere i suoi discendenti la colomba che portò a Noè il ramicello di olivo, segno di conciliazione e di pace. Oggi tra i combattenti la comparsa di un piccione è interpretata in tutt'altro modo. Tutti i colombi, i più candidi di dentro e di fuori, portano la pena di una loro famiglia giustamente diffidata: qualunquecolombo, in guerra, è fortemente sospetto di essere viaggiatore. E non è il tempo più propizio per viaggiare tra frontiere nemiche in tempo di guerra.
Trattandosi di piccioni, non è il caso di interrogarli, e magari convincersi che le loro intenzioni erano pure. E poi non bastano nemmeno le intenzioni: per viaggiare in zona di guerra ci vogliono dei passaporti molto autentici. I piccioni, che non li hanno, cadono sotto la sanzione dei bandi che regolano la circolazione nei paesi guerreggiati: la pena più leggera che può toccar loro è quella di essere internati. E per lo più si internano in qualche cucina in cui subiscono le estreme conseguenze della loro imprudenza. In tal caso non riman loro che la speranza di esercitare una postumarappresaglia opponendo ai denti dei commensali una resistenza tenace.
Vittime innocenti talvolta. Ma come si fa? Lo spionaggio è un'arte in cui i nostri nemici sono tutti grandi artisti. Anche in tempo di pace qualunque viaggiatore tedesco o austriaco era sempre un po' piccione viaggiatore. Ora anche il giusto, se c'è, può pagarla per il colpevole. Vuol dire che, in seguito, chi vorrà non essere mai sospetto, si guarderà dal nascer tedesco, o, nascendo tedesco, non escirà più dalla sua colombaia.
Sospetti che salterebbero nell'occhio anche della polizia più distratta. Come si fa a spiegarsi che in una casa occupata da un comando militare un bel giorno appaiano, ospiti nuovi, una o due dozzine di piccioni sconosciuti? In quellacasa può esserci rimasto ancora il casiere del padrone di prima, un austriaco della più bell'acqua. Mettiamo che il vecchio casiere non abbia nessuna intenzione di attaccare agli zampetti dei piccioni alcun messaggio furtivo. Tanto meglio: così, facendo sparire i piccioni appena arrivati, si evitano anche al buon vecchio Johann o Franzele i disturbi che legalmente gli potrebbero toccare.
Tanto, i piccioni corrono il pericolo di fare la stessa fine anche ritornando nelle linee austriache. L'aneddoto è vero, e avvenuto qualche anno fa, quando l'esercito e la marina dell'Austria si preparavano a dare all'Italia quello che oggi ricevono. Un tenente di vascello, aveva avuto la missione di uscire con una torpediniera da Sebenico, navigare versoAncona e di qui dare il volo ai piccioni viaggiatori che teneva in gabbia. Senonchè codesto tenente aveva delle ragioni sue particolari per amar poco lo Stato che serviva, e d'accordo con i marinai, che erano Dalmati, quando era uscito dalle isole si fermava lì e, tolti i piccioni dalle gabbie, li passava al cuoco che ne componeva per l'equipaggio un eccellente risotto. Da Sebenico il comando si meravigliava di veder ritornare troppo pochi piccioni: l'ufficiale rassicurava i suoi superiori spiegando loro che nelle acque di Ancona c'erano di gran falchi marini....
Pur troppo il piccione per tradizione è animale messaggero: e pochi proverbi sono falsi come quello che il messaggero non porti pena.
D'altra parte, se il sospetto è inguerra sempre legittimo, la giustizia e il buon senso anche in guerra valgono a dileguarlo. Il sospetto che non vuol ragionare è indizio di cattiva coscienza. Erano i Tedeschi che, invadendo il Belgio, se trovavano danneggiata una linea telefonica, fucilavano i borghesi trovati vicini «fossero colpevoli o no», come stampava il maresciallo von der Goltz nel suo proclama del 5 ottobre 1914 a Bruxelles....
Noi, se abbiamo potuto lì per lì prendere qualche equivoco, siamo stati felici di riconoscerlo pubblicamente.
Sui primissimi giorni della guerra, un reparto dei nostri soldati entrava in un paese abbandonato dal nemico. Poco dopo, proprio sulla piazzola dove i soldati si erano fermati, arrivarono alcune granate. Contemporaneamente, da unafinestra che guardava verso le linee nemiche, qualche soldato aveva creduto di scorgere un telo bianco che si agitava, come segnalando. C'era infatti, attaccata ad un ramo d'albero, una specie di bandiera bianca. I soldati salirono nella casa e sorpresero una donna proprio dietro la finestra da cui si agitava il telo. La arrestarono. Pochi giorni dopo le fu fatto il processo. La donna, una bella figura di popolana intelligente, si difese con quella sicurezza che solo può dare una coscienza tranquilla. Fece osservare la bandiera incriminata; in alto, dove il telo bianco era annodato al ramo che gli faceva da asta, c'erano legati due straccetti di colore, poco più che due nastri, l'uno rosso e l'altro verde, o quasi. Con i ritagli che aveva trovato nel suo cassettone di contadina, lei s'era ingegnatadi fare qualche cosa che avrebbe inteso di essere un tricolore italiano. Era vero: ora, sventolata nell'aula del tribunale, veramente un'intenzione di bandiera si riconosceva in quella combinazione d'un ramo di gelso, di un lenzuolo e di due fazzoletti di colore: la innocente aveva vinta la causa.
Non solo fu assolta, ma poi i giudici militari, l'avvocato fiscale, gli ufficiali presenti si fecero intorno a lei commossi, lodandola, consolandola. Quando si è condannato un reo si può uscire sereni, ma quando si è reso giustizia a un innocente si esce felici. E due volte felici da un tribunale di guerra, in territorio tolto al nemico.
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Pur troppo c'è da temere che in avvenire non si potrà parlare mai più dell'innocenza della colomba. Colpa dei Tedeschi che hanno rovinato tante cose buone e anche tante oneste riputazioni, cominciando dalla loro. Ma perchè anche quella della colomba? Perchè chiamareTauben, colombe, i loro aereoplani assassini?
Meno male quando li chiamanoalbatros, uccelli di tempesta; quantunque si è potuto osservare che tutti i loro velivoli, quando tira vento forte, poco si fidano di volare: siano Albatros, Etrich,Aviatik, o i cariTauben. I quali tutti poi, all'ingrosso, visti da terra, presentano la medesima figura di uccellacci da rapina, falchi e non colombe. Caso mai, qualche volta, guardati contro la luce, quando nel virare si sbandano, mostrano luccicori da coleotteri: e anche il volo hanno rigido e ronzante come mostruosi cervi volanti. Ma se vogliamo paragonarli ad uccelli, per via dei piani che hanno piegati e smussati come ali, non v'è da uscire dalla famiglia dei falchi e dei gheppi. Ai quali somigliano veramente quando filano e incrociano minacciosi sui paesi, come uccelli di rapina sui pollai e i pulcini. Sono tristi e neri; debbono parere uccelli del malo augurio ai soldati del loro stesso campo. Certo anche gli Austriaci, quando vedonopassare sulle loro linee gli aereoplani nostri, non debbono in cuor loro benedire chi ha inventato l'aviazione; ma devono riconoscere che, in sè, gli aereoplani italiani non sono lugubri come i loro. L'ala verde e l'ala rossa dei nostri apparecchi fanno pensare piuttosto a una grandiosa libellula meccanica; o più precisamente non fanno pensare ad altro se non ad un aereoplano che tiene ad essere ben visibile, che non vuoi lasciar dubbio sulla sua qualità di nemico quando vola sopra gli accampamenti nemici, e li osserva e li fotografa e fa tutto quello che deve fare un aereoplano in guerra.
Molte azioni di buona guerra può fare l'aereoplano esploratore, con vantaggio del suo esercito e suo proprio pericolo; dunque da guerriero e non da assassino.Quella di gettare a caso le sue bombe sulle piazze affollate è la più odiosa, ma anche la più facile; il bersaglio è il più largo e il solo che non si nasconda. Impresa non dissimile dalla cattiveria del ragazzo crudele che si diverte a buttar paglia accesa sopra uno stuolo di formiche intente al lavoro, per il gusto di vederle sbandarsi da tutte le parti. Ma nel moto del formicaio sbandato rimane sempre qualche formica che si divincola accanto a qualche compagna stecchita. E nella piazza, quando è dileguato il fumo della bomba scoppiata, anche il bombardiere austriaco deve scorgere dei punti neri che non si sono mossi, che non si moveranno più. È possibile che un giorno quel bombardiere racconti ai suoi figliuoli che questa è stata la sua parte in guerra: ammazzare dall'alto, quasidal sicuro, dei borghesi, delle donne, dei ragazzi?
Ma egli sperava di ammazzare dei soldati, possibilmente degli ufficiali, dei comandanti, perchè la guerra che fa l'aereoplano—così pretendono gli Austriaci e i Tedeschi—è specialmente una guerra contro i comandi. Ragionamento simile a quello degli anarchici criminali che tirano una bomba nella folla, facendo finta di credere che volevano soltanto uccidere un sovrano o un ministro. Così ragionano e fanno Austriaci e Tedeschi che hanno fatto la guerra per vendicare—hanno detto—un loro principe assassinato da un anarchico serbo: ma Gabrilo Princip non sparò sulla folla: cercò le sue vittime sole e non fallì il segno.
L'aviatore tedesco e austriaco invecetira ai comandi sapendo di colpire qualcun altro; e più spesso non tira ai comandi, che non sa dove sono, ma sulle piazze dove vede che gente c'è.
Questa gente—si pensa—dovrebbe ripararsi quando compaiono i tristi mosconi della morte. Dovrebbe, ma spesso non lo fa. E si capisce che non lo faccia, perchè l'idea che veramente un uomo voglia in quel modo, a freddo e a casaccio, ammazzare qualcuno, chiunque, non un soldato nemico, è un'idea contro natura a cui gli uomini non riescono ad abituarsi. È troppo nuova nella sua ferocia. E la gente rimane, guarda curiosa: innocentemente sarebbe disposta ad ammirare l'uomo che vola, tranquillo fra i lampi deglishrapnells. Su codesta ingenuità ammirativa del nostro popolo per ogni forma di coraggio e sul'errore antico che coraggio significhi anche lealtà, devono contare gli aviatori nemici che tirano bombe sugli abitati. Tirando sono sicuri di non colpire nè stazioni, nè depositi, nè comandi, ma di ammazzare qualche innocente, sì. La maledizione li perseguita e fa che ogni loro colpo sia un assassinio più bestiale. Le loro vittime—è un destino che non sembra casuale—sono state per la maggior parte donne e fanciulli.
Io non potrò vedere mai più unTaubesenza pensare alla strage di casa Donda. Su Cormons gli aereoplani austriaci venivano tutti i giorni più volte al giorno a spiare. La popolazione borghese non se ne faceva caso; chi era in casa ci rimaneva, chi era fuori restava fuori; le donne che prendevano acqua alla fontana di piazza alzavano appena la testaquando le batterie antiaeree ne segnavano l'arrivo con i loro colpi. Fra quei colpi, l'aereoplano non aveva voglia di trattenersi.
Così alla sfuggita qualche bomba l'aveva già tirata, ma verso la stazione o su qualche parco vicino; non aveva fatto che qualche buca in terra, qualche falciata nell'erba. Soltanto una volta con una scheggia aveva riferito un ferito che attendeva nel treno della Croce Rossa fermo. Quel mattino però l'aereoplano pareva più insistente; era passato e ripassato, tagliando il paese proprio in mezzo. Un momento ognuno lo vide al proprio zenit; era così basso che se ne distingueva il ronzio duro del motore. Mirava sulla piazza, facile mira. Si udì uno sfrigolìo, poi uno schianto e del fumo dietro il muro.
Aveva colpito sì questa volta, nelgiardino di casa Donda. Le schegge erano saltate oltre il muro del giardino sulla casa dall'altra parte della strada, a cinquanta metri; una era entrata per una finestra senza far male a nessuno.
Nel giardino invece aveva colpito in pieno; sei uccisi di un colpo, schiantati come la granata che li aveva schiantati. C'era una mamma con i suoi due figliuoli e un nipote: c'erano un vecchio ed un carabiniere che si erano riparati sotto un platano frondoso. La bomba era precipitata tra i rami, stritolandoli; era scoppiata ai piedi dei sei raccolti lì: il loro sangue era schizzato lungo il tronco del platano come se la bomba fosse stata caricata a sangue.
Non volli veder altro: ma vidi correre gente impazzita, ma sentii urla—oh!non erano i colpiti che urlavano!—, ma ho sempre negli occhi un ragazzo, un cugino, che piangeva piangeva mentre un carabiniere lo teneva sotto braccio perchè non vedesse, non cadesse per terra. Furono portati lenzuoli e gettati su quella povera carne lacerata. La mamma ed i bambini erano tutta la famiglia di un uomo che in quel momento era fuori di paese: quando ritornò, i cadaveri erano stati portati via. Nel giardino dei suoi bambini non c'era che una buca piena di calce e calce sull'albero senza rami, e calce da per tutto, che non si vedesse tutto quel sangue.
La guerra è la guerra—ghigna un tedesco—e, stupido anche nella ferocia, chiama i suoi aereoplani colombe.
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Volerà ancora la colomba della Pace sulle case degli uomini degni di vivere in pace; ma per salvarla c'è da dare ancora al falco della guerra quanto sangue ci vorrà.
Così ammonisce l'antichissimo mito che la sapienza umana degli Indiani fermò nel canto universale delMahâbârata.
Era il tempo che gli uomini e gli altri animali, non ancora dimentichi delle origini comuni, vivevano sulla terra, ospiti di uguale diritto, e parlavano insiemedelle necessità comuni e della giustizia che ne equilibra i contrasti.
Il re Uçivara, savio e magnanimo, sedeva nel parco silenzioso quando una colomba gli volò in seno, con volo spaventato: la inseguiva un falco dal becco forte e dalla fronte bassa. La colomba chiuse le ali tremanti sulle ginocchia del re, implorando salvezza. Il falco infatti si fermò senza ghermirla, ma prima che il re lo avesse scacciato, cominciò a parlare: l'uccello da preda aveva anche una sua certa logica di bestia sofista e disse:
—Re Uçivara, io so che tu sei giusto e vuoi mantenere la tua fama di giusto. Ora, per pietà verso codesta colomba, commetti, un'azione di grande ingiustizia. Per non privare costei della vita, tu privi me del cibo che mi è destinato.Poichè è legge divina che i falchi mangino le colombe.
Rispose il Re:
—Ma è anche legge divina che chi implora salvezza la trovi sulle ginocchia del giusto.
Oppose il falco, ghignando negli occhi malvagi:
—La legge a cui m'appello è la legge della necessità. Necessità vuole che tutti gli animali viventi abbiano il loro cibo. È natura dei falchi procurarselo con la forza del volo e degli artigli che hanno infinitamente più robusti dei colombi. Tutti abbiamo diritto di vivere.
Il re Uçivara forse aveva voglia di rispondere che, nel caso speciale del falco, non ne vedeva la necessità; ma poichè, come i veri giusti, era propenso a riconoscere anche le ragioni dell'avversario,rimase un po' turbato da codesto argomento, che il falco, abile nei sofismi, rinforzò passando dall'aspro al flebile:
—Di certo, perchè lasciandomi morir di fame, non morirei soltanto io; resterebbero soli, senza cibo e senza difesa, mia moglie e i miei figli. Anch'io ho nella rupe una buona compagna che tien caldi i nostri cari falchetti. Io li amo come tu ami i tuoi figli. Perchè vuoi lasciarmi morire?
Il Re, pietoso, mentre accarezzava la colomba accoccolata sulle sue ginocchia, pensò di dover giustizia anche alla fame feroce del falco e dei suoi falchetti. Perciò gli venne un'idea:
—Hai ragione. Ma tu potresti mangiare anche un altro cibo. Io te ne darò, dimmi quale; lo avrai.
—E sia; accetto un compenso peril grave danno che mi fai. Ma, prima, devi giurare che mi darai del cibo che ti chiederò, qualunque sia. Giuri?
Il re Uçivara pensò che qualunque carne del suo celliere, di manzo o di lepre, avrebbe contentata la fame del rapace causidico, e giurò.
Allora il falco disse:
—O Uçivara, se vuoi tanto bene alla colomba, mettila sulla bilancia e taglia dal tuo proprio corpo un pezzo di carne che pesi quanto codesta colomba. Di quella carne io sarò contento.
Il Re aveva giurato: prese la colomba che teneva sulle sue ginocchia, e la depose sopra un piatto della bilancia; poi, tratta la spada, si tagliò un pezzo della sua carne viva e lo pose sanguinante sull'altro piatto della giustizia terribile....
Qui il mito indiano fa che il falco simanifesti per quello che era, il Dio Indra, che aveva voluto mettere a prova la giustizia e la pietà del Sovrano giusto e pietoso.
Oggi altro significato dà il simbolo feroce.
Il falco è il popolo rapace insaziabile che ha spiccato il volo per ghermire e divorare la colomba della pace: è la Germania, è il germanesimo che aveva fame di carne pacifica. Alla minaccia si sono levati i popoli che avevano pietà della pace, e gli hanno chiesto perchè osasse tanta crudele ingiustizia. La belva teutonica si è appellata alla giustizia della Necessità, dellasuanecessità: voleva carne altrui perchè aveva da ingrassare le sue belvette sempre più fameliche. Se avevan più fame—hadetto—avevan diritto a più cibo: quella violenza era giusta perchè quella fame era vera: lasciatemi mangiare, senza contrasto, la colomba di cui sono ghiotta.
Ma i popoli giusti hanno detto che la colomba doveva essere salvata. E, se l'oscura legge che domina la vita degli uomini, esige che, per salvare la pace, si dia alla guerra tanto di carne viva quanto è il peso di quella, esse hanno accettato il sacrifizio, con dolore, ma con fede: per la giustizia e per la pietà le loro vene colano il fiore del sangue. Ma gli occhi non piangono, sbarrati dallo spasimo; guardano il falco mostruoso con l'odio divino che santifica la vendetta.
Perchè la giustizia eterna si compia, la guerra, che in questo primo tempo è stata di difesa, diventerà domani guerradi punizione. E la stirpe dei falchi sparirà dalla terra contristata: e sia pure a prezzo della nostra carne. Così la colomba della pace torni a volare sicura nel mondo, che è labirinto di misteri, ma potrebbe essere un parco di sogni, quando venga tempo che fioriscano tutti i suoi germogli di amore.
FINE.
[Pg 186][Pg 187]
PREMESSA.Austriaco.... austriaco.... tedesco.Cavalli senza cavalleria.Cavalli e Guide a cavallo.Cavallacci.La gloria del mulo.Cani di guerra.Cani redenti.La bertuccia Cecco Beppe.Confidenze canine.I gatti che non ci sono.Quando la gatta non è in paese.Fastidi.«Italia detta dai giovenchi....»Buoi e profughi.Animali da cortile.Un cuculo.Selvaggina fortunata.Trasfigurazioni.Piccioni sospetti.Colombe e «Tauben».Il falco e la colomba.
Note del Trascrittore.Corretti gli ovvii errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta in pubblico dominio.