NOTE:

LA PROPRIETÀ POCO DIVISA

L’on. Sonnino sulle orme di altri osservatori locali e sulla base di dati statistici—incompleti ed inesatti—sin dal 1876 riconobbe che la proprietà è pochissimo divisa, specialmente nella parte interna e meridionale dell’Isola dove «manca una vera classe di proprietarî piccoli o medi e si salta invece d’un tratto, dal grande proprietario che possiedemigliaia di ettari, al piccolo censuario di poche are di terra. La censuazione dell’asse ecclesiastico ha modificato pochissimo queste condizioni della proprietà giacchè la immensa maggioranza di quelle terre è passata tale e quale nelle mani dei grossi proprietari.» (I contadini ecc., pagine 174 e 175).

Il Prof. Basile molti anni or sono constatò chedal1852 al 1871 il numero dei proprietarî era disceso da 608,601 a 549,957; c’era dunque diminuzione, nonostante il censimento dei beni dell’asse ecclesiastico, da cui si sperava un aumento notevole; e lo stesso Basile riconfermò il fatto doloroso nel 1894.

Il sacerdote Genovese la osservazione generica volle dettagliare per un sito da lui esattamente conosciuto. Egli scrive: «Il comune di Contessa Entellina, in provincia di Palermo, ha un agro di circa 9000 salme di terra (la salma di Contessa corrisponde ad ettari 2,67). Ebbene, quante ne possiede la generalità dei suoitremilaabitanti? Appena 300 salme: precisamente il 3 % di tutto il vasto territorio! E le altre 8700 salme? Non è d’uopo dirlo: eccetto una minimissima porzione spettante a pochi altri piccoli proprietarî, sono tutte possedute da non più cheventibenestanti, tra principi, conti, baroni e cavalieri!» (La quistione agraria in Sicilia, Milano 1894).

Il caso di Entella è quello di cento altri comuni; e in qualcuno—ad esempio Terranova, Siculiana, ecc., ecc.—la concentrazione della proprietà in poche mani è maggiore.

Si avverta altresì che la qualifica diproprietarioin Sicilia come in Sardegna spesse volte non è che una ironia. Si tratta di proprietà polverizzate o si limita alla proprietà di un lurido tugurio, che serve di abitazione e che non ajuta a vivere. I più di questi proprietarii, osservò l’on. Damiani nel volume dell’Inchiesta agrariadedicato alla Sicilia, sono da considerarsi piuttosto come proletarî.

LE CONSEGUENZE DEL LATIFONDO

Sono invero una realtà indiscutibile tutte le tristi conseguenze della esistenza della grande proprietà, del latifondo; conseguenze varie e complesse politiche, economiche, morali, e intellettuali.

«Il latifondo, osserva il Baer, mantiene e conserva una deplorabile dissonanza fra le istituzioni politiche ed amministrative e fra la legislazione civile, che la Sicilia ha comuni al resto d’Italia e le condizioni reali di quella società e della proprietà territoriale. Ed è risaputo che quando siavi tale dissonanza gli effetti delle istituzioni e delle leggi sono alcuna volta nulli, il più soventi perniciosi.» (Il latifondo in SicilianellaNuova Antologia, 15 aprile 1883). E la dissonanza nasce dalla mancanza di un numero sufficiente di piccoli e medii proprietarî.

La esistenza della grande proprietà presuppone la correlativa preponderanza numerica di proletariato agricolo: il quale è più infelice dove l’ex feudo, il latifondo è coltivato dal fittabile; peggio ancora se quest’ultimo lo suddivide ad altri gabellotti minori. Allora il salariato è in condizioni peggiori dello schiavo: ed esso mangia quel pane, di cui dalla provincia di Palermo mi si mandarono due campioni, che suscitarono la indignazione di quanti lo videro nella Camera dei deputati e fuori. La sua non è più vita, che oggi possa considerarsi come umana.Non devesorprenderese insorge e cerca ripetere leJacqueries; ma deve soltanto far meraviglia che tanto tempo abbia aspettato per ribellarsi!

IL FITTO

Il latifondo favorisce il sistema del fitto e genera ilgabellottola cui funzione è tanto esiziale quanto lo è in Irlanda ilmiddleman, che sta tra illandlorde il contadino coltivatore. Intanto dalla scomparsa del gabelloto, acutamente osserva il Salvioli, se il grande proprietario dovesse dare direttamente le terre in fitto ai contadini poco giovamento questi ne trarrebbero per l’aspra concorrenza, che tra loro si farebbero per ottenere gli spezzoni di migliore qualità e più vicini all’abitato.

Se il sistema del fitto riesce di grave nocumento ai lavoratori e produsse pel passato l’agiatezza ed anche la ricchezza deigabellotti, che finirono col costituire la parte più forte della borghesia isolana, adesso rovina questa classe di sfruttatori.

Checchè ne dicano e ne pensino alcuni, nella divisione dei prodotti oggi non sono più i fittabili coloro che se la passano più allegramente, poichè in generale il fitto delle terre in Sicilia dal 1860 aumentò del 40 % mentre diminuì sensibilmente il prezzo del frumento, ch’è il prodotto principale. I fittabili, dunque, stanno male.[20]

Non possono che stare peggio i sub-fittabili, ma coloro che conducono vita veramente inumana sono i contadini o mezzadri, che ricevono la terra di terza mano.

LA COLTURA

Ilgabellottoalla sua volta suddivide il latifondo, ch’è spesso un ex feudo, ad altri; e i sub-gabellotti finalmente danno la terra a mezzadria o la fanno coltivare in economia dai cosidettijurnatara,—lavoratori alla giornata. Ora la terra, generalmente, non può produrre tanto da mantenere, oltre il fisco che attualmente la fa da leone, il proprietario, il gabellotto, il sub-gabellotto e il contadino; produce ancora meno in Sicilia dove nel latifondo vige la coltura primitiva, estensiva: dove l’aratura è superficiale e la concimazione o manca o è deficientissima per la qualità e per la quantità: dove d’irrigazione non è a discorrere e gli avvicendamenti vi sono irrazionali e il suolo viene sfruttato colla vera agricoltura ladra, come la chiamò il Liebig: dove mancano stalle, case coloniche e financo l’acqua potabile. Molti dunque si devono risentire della deficienza della produzione, rilevata testè dal Combes de Lestrade nelJournal des Economistes, che deve essere ripartita tra tanti consumatori—taluni dei quali prendono più di quanto dovrebbero nello stesso presente regime economico; e più di tutti se ne risentono i contadini ai quali non rimangono, che le briciole.

La coltura si mantiene estensiva e la terra produce poco, perchè il grande proprietario non è stimolato dal bisogno a fare miglioramenti e trasformazioni e per un lungo periodo ha visto anche aumentare fortemente le sue rendite per la concorrenzatragabellotti, che ha elevato i fitti; nè i miglioramenti di qualsiasi genere potevano e possono farli igabellotti, che coltivano il latifondo per un brevissimo tempo—la durata dei fitti è al massimo di nove anni, ma più di frequente di quattro o di sei; e molto meno i contadini che vi lavorano a giornata o l’hanno a mezzadria o a terratico solamente per uno o due anni.[21]

LA TERRA È DESERTA

Il latifondo che per mancanza di caseggiati tiene lontani i contadini dalla terra e mantiene questa deserta e priva del tutto di alberi, costringe i primi a vivere in grandi centri producendo queste altre non meno esiziali risultanze: 1. il contadino perde molto tempo nel recarsi ogni giorno dalle città nella campagna e quando vi pernotta, nei pagliai o all’aperto, di estate, vi prende le febbri intermittenti, 2. la solitudine delle campagne e la grande distanza tra i centri abitati favorisce il furto campestre, l’abigeato, il malandrinaggio e il brigantaggio; 3. la coabitazione di contadini e di elementi industriali e commerciali nelle città fa gravare sui primi dei pesi che non dovrebbero sentire—specialmente il dazio di consumo—e mantiene le città o i grossi centri abitati in condizioni igieniche deplorevoli.

L’organizzazione sociale, che fa capo al latifondo dal Baer viene riassunta, infine, così: «un’aristocrazia lontana dalle terre, che possiede e che non conosce, una classe media costituita da pochi esercenti le professioni liberali e da potenti fittajuoli in grande e da coloro, che vivono speculando sulla miseria altrui, ed un numeroso stuolo di poveri coloni e braccianti, è questa l’organizzazione sociale delle regioni dove prevale il latifondo; e non è dessa quella in cui le istituzioni politiche e amministrative della società odierna possano funzionare a pubblico vantaggio, in cui possa trovarsi cooperazione assidua, indipendente, giusta ed efficace agli ufficî del governo nell’amministrazione dei comuni, delle provincie, delle opere pie e fino della giustizia.»

PERCHÈ SUSSISTE IL LATIFONDO?

Se il latifondo è in Sicilia ora com’è stato sempre e in ogni luogo pernicioso sorge spontanea la domanda: perchè esso dura da secoli e non scompare mentre è condannato dalla scienza, dal sentimento di giustizia, dall’umanità?

Fu notato che il latifondo dura in Sicilia da moltissimi secoli e preesisteva alla nascita del feudalismo sotto i Normanni. Il barone Benevantano lo fa rimontare ai tempi di Verre nel territorio di Lentini; e il Genovese sull’autorità di Diego Orlando, di Ludovico Bianchini, di Birri, di Palmieri, di Monsignor Lancia di Brolo, di Amari lo riporta non solo ai Romani, ma anche ai Cartaginesi.

Dal fatto di questa lunga durata se n’è voluto argomentare, che il latifondo in Sicilia è qualche cosa di fatale, che si connette alle condizioni fisiche e climatologiche dell’isola. Se ciò fosse vero ledisgraziate popolazioni agricole della Sicilia sarebbero condannate eternamente al dolore. Ma vero non è, e lo ha dimostrato il Baer con poche acute osservazioni di fatto.

I MIRACOLI DELL’AGRICOLTURA

«Quando si dice che le terre dei latifondi non sono atte ad altra produzione che a quella dei cereali e che al loro spossamento per le replicate colture non possa altrimenti rimediarsi che col lasciarle a pascolo naturale per più anni, si dimenticano tutti i prodigi della coltura intensiva mediante gli avvicendamenti e gl’ingrassi. Le terre sabbiose e pantanose della Prussia orientale sotto un cielo inclemente, sono senza dubbio più sterili di ogni peggior angolo della Sicilia, eppure se ne cava grande profitto. L’agricoltura fiamminga, una delle più perfette del mondo si esercita su terre, che sono il peggior suolo dell’Europa. Il clima ed il terreno presso le città e borgate nelle provincie siciliane ove sono i latifondi non sono per certo diversi da quelli delle terre circostanti, ed intanto le terre prossime alle città sono coltivate con altri sistemi e con eccellenti risultati. Di più in alcuni latifondi, che appartenevano alle corporazioni religiose col censimento si spezzarono e si trasformarono in meglio come attorno a Mazzara e in gran parte della provincia di Trapani: l’osservazione è del Prof. Corleo. Viceversa secondo le diligenti ricerche dell’Amari ventidue grosse città ch’esistevano a’ tempi dei Mussulmani nelle provincie di Girgenti, di Trapani e di Palermo sono sparite così che di moltissimi nomi di castelli e ville ricordati negli scrittori di quell’epoca non si ha più traccia; e l’antico territorio di Giato,ora diviso in tre comuni con circa 18 mila abitanti conteneva ai tempi di Guglielmo il Buono una popolazione di 60 mila abitanti con 40 e più villaggi.»

Ecco come negli stessi siti, nonostante la permanenza delle cause fisiche, compare e scompare il deserto rattristante del latifondo coll’alternarsi delle cause sociali.

LE CAUSE SOCIALI E IL LATIFONDO

Gli esempî relativi alla Sicilia sono tassativi e sufficienti a provare il predominio delle cause sociali sulle cause fisiche e climatologiche; ma se occorresse, molti altri di altrove se ne potrebbero trovare, ed altrettanto convincenti, nei libri del compianto De Laveleye e nella grande opera del Reclus sulla geografia.

Se questa fosse una trattazione storica mi dilungherei nello esporre quali furono le cause sociali, che in Sicilia determinarono la creazione e il mantenimento del latifondo; chi vuol conoscerle ricorra al Palmieri e allo stesso Baer bastando al mio assunto l’avere dimostrato l’inesistenza delle cause fisiche, che furono invocate anche da recente da interessati difensori del latifondo. E questa dimostrazione impone al governo l’obbligo di studiare i mezzi per rompere il giogo del latifondo e per avviarlo a benefica trasformazione, e deve infondere altresì nei lavoratori l’energia e la costanza di chiederla colla coscienza che può venire dalla conosciuta possibilità di conseguire il fine che si propongono.

NOTE:[20]Credo che sia caduto in errore il prof. Salvioli, quando sulla scorta del Caruso ha affermato che dalle L. 450 di prodotto di una salma di terra si devono dedurre L. 288 come spese. Il calcolo è sbagliato per questo: il raccolto del frumento non si ha in ogni anno ma in ogni tre anni o almeno in un anno sì e in un altro no. Perciò delle L. 162 di residuo netto si devono almeno dedurre L. 76,50 somma equivalente al fitto dell’anno in cui la terra si prepara a maggese.[21]I grandi proprietarî siciliani, che non conoscono i loro latifondi e ne godono le rendite ben lontani dal luogo di produzione sono nemici giurati di fare qualunque spesa. So di un riccogabellottodi Castrogiovanni, il sig. Gaetano Restivo, che propose ad un signore di Palermo, di cui aveva preso le terre in gabella, che avrebbe anticipato lui L. 5000 per costruire uno stallone e se ne sarebbe rimborsato nell’ultimo anno di fitto. Ebbe un reciso rifiuto. Così si potrebbe dire di molti altri.

[20]Credo che sia caduto in errore il prof. Salvioli, quando sulla scorta del Caruso ha affermato che dalle L. 450 di prodotto di una salma di terra si devono dedurre L. 288 come spese. Il calcolo è sbagliato per questo: il raccolto del frumento non si ha in ogni anno ma in ogni tre anni o almeno in un anno sì e in un altro no. Perciò delle L. 162 di residuo netto si devono almeno dedurre L. 76,50 somma equivalente al fitto dell’anno in cui la terra si prepara a maggese.

[20]Credo che sia caduto in errore il prof. Salvioli, quando sulla scorta del Caruso ha affermato che dalle L. 450 di prodotto di una salma di terra si devono dedurre L. 288 come spese. Il calcolo è sbagliato per questo: il raccolto del frumento non si ha in ogni anno ma in ogni tre anni o almeno in un anno sì e in un altro no. Perciò delle L. 162 di residuo netto si devono almeno dedurre L. 76,50 somma equivalente al fitto dell’anno in cui la terra si prepara a maggese.

[21]I grandi proprietarî siciliani, che non conoscono i loro latifondi e ne godono le rendite ben lontani dal luogo di produzione sono nemici giurati di fare qualunque spesa. So di un riccogabellottodi Castrogiovanni, il sig. Gaetano Restivo, che propose ad un signore di Palermo, di cui aveva preso le terre in gabella, che avrebbe anticipato lui L. 5000 per costruire uno stallone e se ne sarebbe rimborsato nell’ultimo anno di fitto. Ebbe un reciso rifiuto. Così si potrebbe dire di molti altri.

[21]I grandi proprietarî siciliani, che non conoscono i loro latifondi e ne godono le rendite ben lontani dal luogo di produzione sono nemici giurati di fare qualunque spesa. So di un riccogabellottodi Castrogiovanni, il sig. Gaetano Restivo, che propose ad un signore di Palermo, di cui aveva preso le terre in gabella, che avrebbe anticipato lui L. 5000 per costruire uno stallone e se ne sarebbe rimborsato nell’ultimo anno di fitto. Ebbe un reciso rifiuto. Così si potrebbe dire di molti altri.

Indice

Fatta la descrizione delle condizioni economiche della Sicilia si presenta spontanea una domanda: sono esse peggiori, uguali o migliori di quelle del resto d’Italia?

ALTROVE E IN SICILIA

Chi ha studiato le altre regioni della penisola o la Sardegna ha il dovere di riconoscere, che nel beato italo regno in molti punti si sta peggio che in Sicilia—per quanto ciò possa sembrare impossibile.

Taccio della disgraziatissima Sardegna, dove soltanto i privilegiati azionisti delle sue ferrovie se la godono allegramente, e ch’è stata ricompensata della lunga fedeltà a Casa Savoia con una dimenticanza veramente fenomenale. In molte altre provincie del mezzogiorno continentale perdurano quelle condizioni tristissime, che da Giuseppe Ferrari furono riconosciute come le cause efficienti del brigantaggio.Le lettere meridionalidel senatore Villari, gli scritti del Pani Rossi, di Renato Fucini, della Jessie White Mario, ecc.—che sono illustrazioni monografiche della miseria delle classi lavoratrici di Napoli e dialtre contrade del napoletano—datano da molti anni, ma sono ancora di attualità. LaInchiesta agrariaper queste regioni in generale è stata parzialissima in favore dei proprietarî e delle classi dirigenti, poichè è innegabile che le sofferenze dei lavoratori, la loro abbiezione intellettuale, pari soltanto alla miseria economica—e le due danno come necessario risultato l’altissima delinquenza—in Calabria e in Basilicata sono grandissime.[22]I rapporti sociali non sono dissimili a quelli descritti per altri tempi da Nicola Santamaria nel suo pregiato studio suiFeudi nelle provincie meridionali.

Risalendo verso le Alpi s’incontra l’agro Romano, che non rimane indietro alla Sicilia in quanto a malessere dei suoi abitatori; ma verso l’estremo lembo d’Italia c’è ancora qualche angolo di terra dove gli uomini stanno peggio che nell’isola che attualmente richiama su di sè l’attenzione dell’Europa. Il volume dell’Inchiesta agrariaconsacrato dal compianto Morpurgo aiContadini del Venetoattesta che nel mio giudizio non c’è alcuna esagerazione. Del Mantovano e di qualche altra zona della bassa Lombardia si potrebbe dire altrettanto.

Perchè, dunque, soltanto in Sicilia c’è stata la esplosione del malessere; vi sono stati i tumulti, gl’incendî, le distruzioni, che preludono alle rivoluzioni e che tanta analogia presentano con quellidescritti dal Tocqueville e dal Taine in Francia sotto l’Ancien Regime?

CAUSE DELLE RISULTANZE DIVERSE

Le cause di questa diversità di risultanze sono parecchie e meritano tutte di essere ricordate. Rimanendo per ora sul terreno economico si deve osservare che in Sicilia dopo il 1860 ci fu un rapido sviluppo di ricchezza; tale da indurre il Prof. Maffeo Pantaleoni in un suo pregiato studio pubblicato nelGiornale degli Economistia giudicare, che l’unificazione d’Italia, aveva contribuito in Sicilia più che altrove a determinare un notevole incremento della ricchezza.

Venne la depressione; venne altrettanto intensa e rapida, anzi fulminea, e venne ad un tempo per colpa di governanti e di eventi, che si sottraggono all’azione della volontà umana.

Ecco alcuni dati eloquenti di questa depressione. La produzione del grano da Ettolitri 7,744,981 nel 1891 discese a 4,363,696 nel 1892, a 4,365,300 nel 1893, e il prezzo contemporaneamente è disceso a L. 19,48 per ettolitro nel 1891, a L. 18,91 nel 1893.

La produzione dell’orzo è discesa da ettolitri 1,511,699 nel 1891 a 1,169,061 nel 1893 mentre il prezzo è rimasto stazionario.

La filossera, in breve tempo, ha distrutto numerosi vigneti occupanti un’estensione complessiva di ettari 53,977; perciò la produzione del vino da ettolitri 6,855,555 nel 1891 è discesa a 4,111,331 nel 1893; la discesa dei prezzi dal 1887 in poi—ultimo anno in cui fu aperto il mercato francese—è semplicemente spaventevole: dalle 40 e 50 lire l’ettolitro si arrivò alle 10 ed alle 20 del 1890 al 1893, e solo in questo primo semestre del 1894, si accennaa risalire alquanto. Notevole la diminuizione nella produzione degli agrumi e spaventevole il ribasso dei prezzi. In quanto all’agricoltura l’on. Di San Giuliano osservò che, complessivamente, il 1892 è l’anno della massima depressione, perchè si ebbe una produzione di L. 206,071,012 in meno del 1891 e di L. 137,888,808 meno della media quinquennale.

DATI SCONSOLANTI

Più sconsolanti sono i dati per l’industria zolfifera: poichè il prezzo di quel minerale da L. 112,57 per tonnellata nel 1891 discese a L. 65 nel 1893 e a L. 55 circa nel primo semestre del 1894.

Questi dati vengono illustrati e completati dalla sensibile diminuzione dei depositi presso i diversi Istituti di credito, cominciata nel 1891 e non ancora arrestatasi.

La situazione economica si fece tale negli ultimi anni che il visconte Combes De Lestrade esaminandola dal punto di vista dei proprietarî—ed è proprietario anche lui in Sicilia, quantunque francese, e vive al di là delle Alpi—ne argomenta che oggi sia peggio che nel 1860. «In quell’epoca, egli osserva, le sue rendite e le sue spese, un po’ più un po’ meno, si equilibravano. Se la tradizionale parsimonia siciliana riusciva a mettere da parte qualche cosa, il risparmio non alterava gran fatto l’equilibrio poc’anzi accennato. Istantaneamente i pesi aumentano e ognuno sa con quale rapidità. Il confronto tra il bilancio dell’antico regno delle due Sicilie e quello del regno d’Italia basta per dimostrarlo. Per converso i prezzi delle cose che egli deve comprare sono accresciuti e quelli di cui deve farne la vendita sono diminuiti. I perturbamentieconomici che il governo non ha mai saputo evitare uccidono la coltivazione del cotone e del tabacco; e così i risparmi, dato che ve ne fossero, spariscono ben presto. Di capitale mobile non è il caso di parlare, imperciocchè all’epoca in cui furono messi in vendita i beni del clero tutti si affrettarono di accrescere la proprietà impiegandovi ciascuno la rispettiva disponibilità. Frattanto perdura l’aumento delle tasse e il ribasso dei prodotti...»

E qui è bene aggiungere, che nel determinare tale stato di cose la responsabilità del governo è grande per la politica doganale seguita: politica tutta a beneficio dell’industrie e degli industriali dell’alta Italia e a danno dell’agricoltura del mezzogiorno e delle isole. Ciò dissi rudemente nel 1891 alla Camera dei Deputati e le mie parole furono accolte da vivi rumori e da proteste dei deputati del settentrione; ma le mie parole furono poco dopo luminosamente giustificate dalla confessione onesta e leale dell’on. Ellena fatta prima in un articolo dellaNuova Antologiae dopo nella stessa Camera in occasione della discussione dei trattati di Commercio coll’Austria-Ungheria e colla Germania.

IL DISAGIO E I SALARII

Il peggioramento nelle condizioni economiche dei proprietarî naturalmente si ripercosse nei salarî dei lavoratori, ai quali con ogni studio si cercò di far sentire maggiormente la gravità della crisi; sicchè tali salarî, anche nominali, sono ritornati quali erano nel 1860, come osservò il Salvioli.

Il disagio, adunque, fu generale, intenso e rapido. Esso, se nel paragone con altri tempi può dirsi che non fu assoluto, certamente fu immenso relativamente ai bisogni cresciuti, alle nuove abitudini contratte,e agli obblighi imposti dalle leggi dello Stato ai comuni e agli individui—prescrizioni igieniche, istruzione obbligatoria, ecc. ecc.

I CONGEDATI E LO STANDARD OF LIFE

Su questo riguardo mi pare che non sia stato abbastanza avvertito il perturbamento apportato nelle abitudini e nelle famiglie dei contadini dal ritorno dei congedati. Si è detto che la leva è stato un cemento unificatorequantunqueio creda pochissimo alla efficacia di tale mezzo ed alla utilità del preteso risultato; pur concedendo che quest’ultimo si sia ottenuto, si è dimenticato che si è fatto sorgere nelle classi lavoratrici il desiderio ardente di soddisfare certi bisogni per lo passato sconosciuti e di adottare unostandard of lifesuperiore e inadeguato allo sviluppo economico ed intellettuale. Ciò ha agito ed agisce come un vero lievito che fa fermentare delle masse, inerti precedentemente, che non si scuoterebbero sotto la influenza di altri moventi e di elevate idealità. Intanto rimane assodato, per chiunque abbia studiato da vicino iFasci, che i reduci dall’esercito, mentre in Sicilia hanno scosso la rigida disciplina patriarcale delle famiglie, hanno portato invece la disciplina in molte delle associazioni dei lavoratori sorte da recente.

Il risultato, certamente, è inatteso e spiacevole pei sostenitori dell’esercito permanente. La parte democratica e socialista non può che rallegrarsene.

NOTE:[22]Della Basilicata me ne parlò più volte con parole di fuoco e con intendimenti onestissimi l’amico carissimo Giustino Fortunato. I suoi giudizi sono insospettabili per la lealtà somma e per la condizione sociale di chi li ha emessi.

[22]Della Basilicata me ne parlò più volte con parole di fuoco e con intendimenti onestissimi l’amico carissimo Giustino Fortunato. I suoi giudizi sono insospettabili per la lealtà somma e per la condizione sociale di chi li ha emessi.

[22]Della Basilicata me ne parlò più volte con parole di fuoco e con intendimenti onestissimi l’amico carissimo Giustino Fortunato. I suoi giudizi sono insospettabili per la lealtà somma e per la condizione sociale di chi li ha emessi.

Indice

Questo malessere e questo rapido e profondo perturbamento economico—i quali da soli sarebbero stati capaci di determinare sommosse e rivolte ancora più gravi di quelle che si ebbero a deplorare in Sicilia—spiegavano la loro influenza in un ambiente anormale e anacronistico in cui i conflitti potevano sorgere per altre cause occasionali.

Sin dal 1885, nellaDelinquenza della Sicilia e le sue cause, riassunsi i concordi pareri emessi da pensatori di ogni parte politica sulla organizzazione sociale di fatto esistente in Sicilia. Il feudalismo, abolito spontaneamente dai rappresentanti dell’aristocrazia nel 1812, in realtà rimase in pieno vigore nei rapporti politico-sociali tra le varie classi. Si può anche, senza temerità, asserire che quell’abdicazione di diritti, che forse fu il prodotto di un nobile sentimento, giovò soltanto a coloro che avevano creduto di fare un atto di abnegazione.

Invero colla organizzazione feudale di diritto, la proprietà feudale—dice il Baer—aveva tutto ilcarattere di un ente morale; il diritto di proprietà era impersonale e il proprietariopro temporeera un usufruttuario, un amministratore.

I PROPRIETARII E L’ABOLIZIONE DEL FEUDALESIMO

Di più: su quella proprietà feudale c’erano degli oneri a benefizio delle collettività. L’abolizione legale del feudalismo tolse gli oneri e lasciò ai proprietarî i soli vantaggi: la storia dei varî proscioglimenti dei diritti promiscui e le liti relative—alcune delle quali durano ancora—non potrebbero che raffermare tale modo di vedere.

Questo perdurare di un regime feudale, di fatto persistente sino al 1860, si spiegò colla mancanza del soffio della rivoluzione francese, che non arrivò in Sicilia aggiogata al dominio borbonico dalle armi inglesi, anche quando le armate della repubblica, dell’impero e di Murat erano pervenute sino allo stretto di Messina nel continente. Più esattamente dovrebbe dirsi che a spiegare il fenomeno bisogna rimontare ancora più in alto: la maggiore durata del dominio feudale nei rapporti sociali informati alle istituzioni feudali non fu esclusiva della Sicilia, ma più o meno si constatò anche nel continente meridionale, dove la reazione contro lo spirito della rivoluzione francese fu cosa davvero spontanea e popolare. I fasti delle orde del Cardinale Ruffo e la resistenza vigorosa delle Calabrie sono noti. Il vero è che il soffio della rivoluzione in Italia fu vivificatore dove il terreno era preparato; e lo era in tutto il settentrione e nel centro e non nel mezzogiorno e in Sicilia ch’erano rimasti sotto il giogo monarchico e feudale, mentre il resto della penisola aveva avuto la splendida efflorescenza repubblicana del medio-evo.

Dopo il 1860 la situazione non venne mutata gran fatto e se ne hanno testimonianze numerose di osservatori spassionati e autorevoli, tra le quali credo bastevole ricordare quella dell’on. Sonnino, e pel merito intrinseco del libro in cui venne registrata e per l’autorità che viene allo scrittore dal posto che occupa attualmente.

I RAPPORTI TRA CONTADINO E PROPRIETARIO

L’attuale ministro del Tesoro riferendosi ai rapporti tra contadini e proprietarî (che si possono intendere anche esistenti tra industriali ed operai, tra coltivatori,picconieriecarusidelle miniere, tragalantuomini—come chiamansi generalmente i membri dell’aristocrazia e della borghesia—e artigiani e lavoratori di ogni sorta) così scriveva nel 1876:

«Nelle relazioni tra il contadino e il proprietario molto è rimasto ancora dei costumi feudali; e non è da sorprendersene ove si pensi che il feudalismo in Sicilia fioriva ancora in tutta la sua pienezza al principio di questo secolo, e che la sua abolizione legale nel 1812, completata colle due leggi del 2 e 3 agosto 1818, non fu nè provocata, nè accompagnata, nè seguita da alcuna rivoluzione, da alcun movimento generale che mutasse d’un tratto le condizioni di fatto della società siciliana. Quella che era stata fino allora potenza legale, rimase come potenza o prepotenza di fatto, e il contadino, dichiarato cittadino dalla legge, rimase servo ed oppresso. Il latifondista restò sempre barone e non soltanto di nome: e nel sentimento generale la posizione del proprietario di fronte al contadino, restò quella di feudatario di fronte a vassallo. (I contadiniecc., p. 175).

LA BORGHESIA TERRIERA

Dal 1812 in poi, e sopratutto dal 1860, presemaggiore sviluppo la borghesia, che reclutò i suoi membri più potenti nella classe dei gabellotti; ma in Sicilia generalmente questa borghesia non rappresentò un elemento antagonistico dell’aristocrazia, e invece—priva delle alte idealità e delle benemerenze di quell’altra borghesia che illustrò le rivoluzioni medioevali nel settentrione e nel centro d’Italia, e la grande rivoluzione del 1789—essa pose ogni studio nell’imparentarsi coll’aristocrazia, nel rendersi degna della sua stima e della sua considerazione: in fondo la borghesia terriera siciliana si rivelò una specie di sorella minore dell’aristocrazia, e l’una e l’altra gareggiarono nell’opprimere le classi inferiori.

Quali furono e quali sono intellettualmente e moralmente i rappresentanti dell’aristocrazia e della borghesia, che costituiscono in complesso leclassi dirigentidella Sicilia? È presto detto e bisogna dirlo colle parole di chi non può essere sospettato di livore o di odio partigiano contro di esse: perciò ricorro all’autorità dell’on. Marchese Di Sangiuliano—che delleclassi dirigentisiciliane può dirsi attualmente uno dei più autorevoli rampolli.—Egli si riferisce a quelle dioggidì, che sono certamente migliori, sotto l’aspetto intellettuale, almeno, di quelle di una volta[23].

LE CLASSI DIRIGENTI

Secondo l’on. deputato di Catania, adunque, leclassi dirigenti«non si sa se vogliano la guerrarisolutiva o la politica di raccoglimento colle economie e col disarmo, se aspirino ad ordini politici reputati a torto più liberi, o ad un più vigoroso intervento d’un alto potere, se invochino una politica doganale più protezionista o più liberista, se desiderino un’azione più inframmettente ed attiva dello Stato o una maggiore autonomia locale e scioltezza d’iniziativa individuale; si sa solo che dello stato odierno delle cose i più non sono contenti, che molti credono o dicono che i beneficî dell’unità italiana, dell’indipendenza e della libertà costino troppo gravi ed insopportabili sagrifizî, che nel cuore di molti il sentimento nazionale, è sensibilmente raffreddato, che la fiamma della patriottica abnegazione è affievolita e il culto dei più nobili ideali politici e civili cede il posto alla cura esclusiva del proprio interesse materiale... E, sopratutto di fronte all’agitazione deiFasci, privi di fiducia nella libertà, nella politica conciliativa, nei provvedimenti sociali ed economici, non veggono altra ancora di salute che nel rigore della repressione, nel potere arbitrario del governo o de’ suoi funzionari, nella limitazione, non solo temporanea, ma duratura, delle garanzie che tutelano la libertà personale dei cittadini, e quella non meno preziosa e benefica, della stampa periodica.... Queste classi infine diconsidirigentisovente come....lucus a non lucendo!»

Queste parole in bocca di un altro potrebbero sembrare calunniose; ma non in quella di colui, che scriveva leCondizioni presenti della Sicilia. Al qual libro, dopo alcuni mesi della sua pubblicazione, non si deve fare che una modificazione, poichè dopola riunione deigrandi proprietarînella Sala Ragona di Palermo si sa bene che cosa vogliono leclassi dirigenti: la difesa della grande proprietà e la reazione.

I SIGNORI

La severità dell’on. Di San Giuliano, che vive nella politica ed è un avversario, in pratica, dei socialisti, non viene uguagliata che da quella di un altro conservatore, che vive appartato dalle lotte della politica e dedito all’insegnamento e agli studî agronomici: alludo al Prof. Basile di Messina. Egli nel libro:I catasti d’Italia(Messina 1880) mostrò il più grande disprezzo per «isignoriche sono ricchi perchè esigono affitti dal territorio di mezza provincia; che stimano una villania pensare a coltivare le terre: che non intendono impazzare a far conteggi con zotici castaldi; che neppure conoscono la forma e la estensione dei loro latifondi affidati ai capricci dei procuratori; che sciupano tutte le loro entrate negli alberghi di Parigi, di Londra, della Svizzera, ai giuochi di azzardo di Wiesbaden.»

Siccome quest’ultimo giudizio particolarmente potrebbe applicarsi alla classe aristocratica, il quadro può completarsi collo schizzo assai sintetico che il Sonnino fece della borghesia «non numerosa, e in Sicilia, come da per tutto,avida di guadagno e imitatrice della classe aristocratica soltanto nelle sue stolte vanità e nella sua smania di prepotenza!»

LORO SENTIMENTI VERSO LE CLASSI INFERIORI

Come trattino le classi inferiori questeclassi dirigentisi può immaginarlo: «L’operaio e il contadino—dice l’Alongi—sono secondo ilgabellottoe poteva dire secondo il borghese e l’aristocratico, unaspecie di animale inferiorespesso trattatopeggio del suo cavallo da coscia. Egli non può capire, per esempio, perchè i funzionarî di oggi debbano occuparsi delle violenze gravi, che ungalantuomofa ad un servo.... Tanto meno poi riesce a comprendere che anche un miserabile ha diritto a giustizia, a godere del porto d’armi, e ad altri privilegi, un tempo riservati solo aigalantuomini. Quel che più li urta è poi la insistenza con cui giudici e funzionarî vogliono sapere da loro certe cose intorno ai reati di fresco successi, quasicchè un galantuomo debba essere citato a dir quel che sa come qualunque altro;—e ve n’è poi di semi-ingenui, che strabiliano nel vedere che un governo debba andar cercando prove e far formalità e spese per mandare un miserabile in galera—Ma che! fatelospariresenza tanti complimenti!»

Tali i sentimenti che un egregio funzionario di Pubblica Sicurezza, siciliano, che ha occupato ed occupa posti di fiducia, ha attribuito alleclassi dirigentiverso le classi inferiori! E pur troppo egli non ha esagerato le tinte; il quadro anzi verrà completato aggiungendo che ledirigentisono anche dotate di alterigia, di albagia, eredità spagnuola, che spesso le fa cadere nel ridicolo, perchè scompagnata da una qualsiasi delle condizioni che possono incutere rispetto. E lo spagnolismo grottesco, in generale arriva al punto che ungalantuomocrederebbe di degradarsi andando a bere un bicchiere di vino in una osteria—perchè è frequentata dalle classi inferiori—o anche solo stringendo la mano ad un lavoratore!

Quanta cura leclassi dirigentidella Sicilia si sianopresa delle misere condizioni dei lavoratori, in questi momenti in cui dappertutto altrove o per filantropia per calcolo si fanno inchieste e si votano leggi a loro favore, ci vuol poco a comprenderlo una volta che si conoscono le belle doti del loro intelletto e del loro cuore....

EGOISMO E CECITÀ DELLE CLASSI DIRIGENTI

Il Taine dipingeva la non curanza degli aristocratici francesi per i contadini nel secolo scorso con questi pochi tratti: «Non facendo niente per la terra, come sarebbero capaci di fare qualche cosa per gli uomini? D’altronde sanno essi cos’è la fame? Quale fra di loro ha esperienza delle cose campestri? E come potrebbero rappresentarsi la miseria del povero? Per poter far questo essi sono troppo lontani da lui, troppo estranei alla sua vita. Il ritratto che essi si fanno di lui è immaginario; mai è stato più falsamente rappresentato il contadino.» (L’Ancien régimep. 65).

Altrettanto e peggio si deve affermare del modo di giudicare delleclassi dirigentisiciliane rispetto ai bisogni dei lavoratori e a’ rimedi contro le ingiustizie alle quali soggiacciono.

LaInchiesta agrariane fa fede: essa somministra il documento autentico del loro egoismo e della loro cecità. Tra i Comuni e i privati interrogati, pochissimi si preoccuparono della triste condizione dei lavoratori e la maggior parte invocarono invece provvedimenti favorevoli ai proprietarî, inutili e superflui al proletariato agricolo. E la prova di egoismo hanno ripetuto ora nella riunione ricordata deigrandi proprietarîdella Sala Ragona nella quale non seppero occuparsi che dei propri esclusivi interessi: all’indomani dei tumulti e degli incendi del Dicembre 1893 e del Gennaio 1894!

NOTE:[23]Il Senatore Zini chiamò la Baronia sicilianasuperba ed ignava, non ultima cagione del pervertimento moraleonde volentieri si getta il carico sul mal governo dei Borboni. (Dei Criterî e dei modi di governo nel regno d’Italia.Bologna 1876).

[23]Il Senatore Zini chiamò la Baronia sicilianasuperba ed ignava, non ultima cagione del pervertimento moraleonde volentieri si getta il carico sul mal governo dei Borboni. (Dei Criterî e dei modi di governo nel regno d’Italia.Bologna 1876).

[23]Il Senatore Zini chiamò la Baronia sicilianasuperba ed ignava, non ultima cagione del pervertimento moraleonde volentieri si getta il carico sul mal governo dei Borboni. (Dei Criterî e dei modi di governo nel regno d’Italia.Bologna 1876).

Indice

Leclassi dirigentiin Sicilia non sono ancora feudali soltanto pel disprezzo che ostentano verso gl’inferiori, e per le ingiustizie che fanno loro subire; ma esse si conservano tuttavia medioevali pure nelle loro divisioni in partiti, pel modo come intendono e praticano le lotte, e come amministrano comuni e provincie che cadono sotto le loro unghie.

Anche su questo doloroso argomento nulla si può dire di nuovo; ma ciò che è stato detto e scritto molti anni or sono è stretto dovere riprodurre, perchè meglio che ogni altro dato giova a spiegare la genesi degli ultimi fatti luttuosi.

Il Bonfadini nel 1876 constatò «la sopravvivenza, in molti paesi, di quelle lotte e di quegli odî di famiglia che funestarono la società del medio-evo; chè non è giusto, come taluni fanno per preconcetti politici o contro la evidenza storica, l’asserire che le guerre civili furono un malanno peculiare dei nostri comuni medio-evali...»

I PARTITI E IL PREPOTERE PRIVATO

Ed è altrettanto esplicito il Generale Corsi che osserva «essere tradizionale,ab antico, vivissimo in questo corpo sociale così composto, o per dir meglio, così mal composto, il parteggiare... E può darsi benissimo, che i partiti siano della stessa fede politica gli uni e gli altri o indifferenti del pari. Nel fondo però di quelle gare vi son talvolta antichi rancori di famiglia e allora tanto più facilmente le elezioni amministrative e politiche diventano uncaso di Sciacca.» Così a pag. 280, mentre a pag. 332, dopo avere descritto l’intervento deiFasciin queste gare, giustamente afferma che in molti paesi si fece un veroimbrogliotra Municipio, partiti eFasci.

Chi non sa adesso che questiodîe questelottetra le famiglie più potenti di un comune hanno sopratutto contribuito alla organizzazione di Fasci che non avevano neppur l’ombra dell’idealità socialista, ma che dovevano servire agli interessi e alle passioni di un capo parte, e che aizzarono i contadini ed eccitarono ai tumulti?

In qual modo, poi, e con che mezzi questi partiti a base di odî e di lotte tra famiglie, esercitano il potere e l’influenza è anche noto.

L’on. Franchetti scrisse: «nella capitale dell’Isola e nei suoi contorni domina maggioreprepotenza privata, per effetto del maggiore concorso colà di membri delle clientele dominanti (Le condizioni politiche e amministrative della Sicilia nel 1876); clientele, soggiunse il Turiello, usate a riconoscere più spesso dov’è più folta la popolazione, nelprepotereprivato, un diritto che non è poi impedito da alcunaautorità sociale più forte della loro volontà. (Governo e governati.Vol. 1. p. 79.)»

LE OLIGARCHIE

E l’Alongi rincalzò:

«Ne’ piccoli e medî comuni, ci sono gruppi di preti, professionisti, operai, dati a questo e a quel signore. E i partiti non sono formati che da questi nuclei aderenti a un paio di signorotti sempre nemici per antichi odî, o per spirito di supremazia, o per libidine di potere e di prepotere su tutti, e specialmente sul bilancio comunale.

«Le oligarchie organizzate, sono, è vero, meno violenti e feroci di quelle da cui direttamente promanano (le feudali) ma sin dove possono giungere, ne hanno l’audacia e le pretese.

«E per sostenersi ricorrono a tutti i mezzi.

«Della legge e della legalità hanno un concetto esclusivamente unilaterale; le riconoscono e vi ricorrono solo in quanto sanzionano il loro potere; per tutto il resto, o non esistono, o si possono violare impunemente.»

I maggiorenti, divisi ed organizzati in partiti che non hanno ragione politica, ma bensì di astî e rancori personali, sono pienamente d’accordo;—presso a poco come Carlo V. e Francesco I. che volevano entrambi la stessa cosa: il ducato di Milano—onde alternandosi al potere, si imitano, si ripetono e nei procedimenti, e nei criteri amministrativi e nelle vendette sui vinti avversarî, e nell’imporre sempre le spese ad essi ed ai lavoratori in generale.

SOPRAFFAZIONE DI CLASSE

Le amministrazioni comunali e provinciali d’Italia e particolarmente della Sicilia somministrano le prove più evidenti della sopraffazione di una classe a danno di un’altra, dei favoritismi, delle camorre,delle opere irrisoriamente dette pubbliche, ma che servono a benefizio di pochi, delle imposte fatte pagare di preferenza ai contribuenti appartenenti al partito vinto, delle imposte che gravano maggiormente sui consumi necessarî e sulle classi meno agiate e il cui prodotto serve per il teatro, per i ginnasî, per le passeggiate, per i giardini pubblici, per tutto ciò che diverte o giova ai ricchi o ai meno disagiati.

Di queste spese e di queste imposte mi sono lungamente occupato in un libro pubblicato nel 1882[24]alla vigilia delle elezioni politiche generali; e pur troppo le critiche aspre enunziate allora a carico delle amministrazioni municipali si dovrebbero oggi inasprire di più; e pur troppo le riforme invocate allora sono tuttavia un desiderio!

Allora deplorai che Palermo e Messina discutessero invano per provvedersi dell’elemento più indispensabile alla vita, l’acqua; deplorai che si spendessero milioni e milioni per un Teatro Massimo, che difficilmente,—se si riuscirà a compirlo—si potrà riempire di spettatori; deplorai, che si spendesse poco e male per la istruzione popolare; deplorai che si spendesse poco e male per tutti gli istituti pii, che servono pei poveri e per gli inabili al lavoro; deplorai che si rubasse nello spendere e che si qualificassero come opere pubbliche quelle che sono di semplice interesse privato; deplorai infine che il dazio di consumo, il focatico e la tassa sugli animali costituissero la principale risorsa economica dei Comuni; e deplorai che la tutela esercitata dal governoriuscisse impotente ad impedire il male ed efficace, invece, per aggravarlo, pur di servire al capriccio, al comodo dei beniamini, dei protetti, dei grandi elettori, dei deputati.

Dopo pochi anni si levò la voce dell’Alongi che la vita locale conosce anche perchè è stato più volte RegioCommissariostraordinario presso diversi municipî:

«Si profondono favori,—egli dice—impieghi, esenzioni di tasse e protezioni d’ogni portata agli aderenti e si fa l’opposto con gli avversarî, contro ai quali: persecuzione continua, evidente, spesso sfacciata e feroce, fino al delitto, fino all’omicidio. E si pretende che i funzionarî del governo seguano questo indirizzo.

«Tranne poche e lodevoli eccezioni, nei comuni dominano la incompetenza e la prepotenza più goffe e sfrenate che per contraccolpo vi producono la paura, la sofferenza, i rancori sordi delle masse.

«L’ufficio di Sindaco, nei piccoli comuni, è sfuggito dai buoni perchè arduo e pericoloso; è ricercato avidamente dai tristi cui offre risorse illecite ma sfuggenti al Codice Penale, e voluttà di comando e di prepotenze che fanno rivivere Don Rodrigo senza il blasone.

«A che si riducano, con questo sistema i servizi amministrativi è facile immaginarlo...»


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