SCENA IV.

POLISENA. Va' tu e fa' venir qui Carizia.—Quando voi li mandaste quella cruda ambasciata, il dolor la fe' cader morta. Il mio marito per l'offesa dell'onor, che s'imaginava aver ricevuto da lei, la fece conficcare in un'arca, volea farla sepellire. Io, non potendo soffrir che la mia cara figlia fosse posta sotterra senza darle le lacrime e gli ultimi baci, feci schiodar l'arca; e mentre la baciava tutta, intesi che sotto le mammelle li palpitava il core. Oprai tanti remedi che rivenne. Rivenuta, fu veramente spettacolo miserabile: stracciandosi i capelli si dolea della sorte che l'avesse di nuovo ritornata in vita assai peggior che la morte, pensando al torto che l'era fatto. Io, reimpiendo l'arca di un altro peso, la mandai a sepellire. Ella volea entrarsene in un monastero e servir a Dio, per non aver a cadere mai piú in podestá di uomo.

DON IGNAZIO. O madre, cavami fuor delle porte della morte, dimmelo certamente se è viva; perché ella sará mia, ancorché voglia o non voglia tutto il mondo.

POLISENA. Ed ella piú tosto vol esser vostra che sua, e per non esser d'altri volea esser piú tosto della morte.

DON IGNAZIO. Donque gli occhi miei vedranno un'altra volta Carizia, e aran pur lieto fine le mie disperate speranze?

EUFRANONE. O moglie cara, tu arrechi in un tempo nuove dolcezze a molti: tu pacifichi i fratelli, allegri il zio, dái dolcezza non al padre amorevole di colei ma a chi le fu rigido e inumano, e consoli tutta questa cittá.

DON FLAMINIO. Ma io come uscirò di tant'obligo? che grazie vi potrò rendere, essendo stato cagione di tante rovine?

POLISENA. Rendete le grazie a Dio, non a me indegna serva! Egli solo ha ordinato nel cielo che i fatti cosí difficili e impossibili ad accommodarsi siano ridotti a cosí lieto fine.

DON IGNAZIO. Ecco che l'aria comincia a dischiararsi da' raggi de' suoi begli occhi! oh come il mio core si rallegra della sua dolce e desiata vita!

CARIZIA. Madre, che comandate?

POLISENA. Conoscetela ora? v'ho detto la bugia?

DON IGNAZIO. O Dio, è questa l'ombra sua o qualche spirito ha preso la sua stanza?

POLISENA. Toccala e vedi si è ombra o spirito.

DON IGNAZIO. O don Ignazio, sei vivo o morto? e se sei vivo, sogni o vaneggi? e se vaneggi, per lo soverchio desiderio ti par di vederla? Io vivo e veggio e odo; ma l'infinito contento che ho nell'alma mi accieca gli occhi, mi offusca i sensi e mi conturba l'intelletto, ché veggiando dormo, vivendo moro, ed essendo sordo e cieco odo e veggio. Ma se eri sepolta e morta, come or sei qui viva? o quello o questo è sogno. E se sei viva, come posso soffrir tant'allegrezza e non morire? O tanto desiato oggetto degli occhi miei, hai sofferte tante ingiurie insin alla morte, insin alla sepoltura; e or volevi finir la vita in un monastero!

CARIZIA. Veramente avea cosí deliberato per non aver a trattar piú con uomo, poiché era stata ingiuriata e rifiutata dal primo a cui avea dato le premizie de' mia amori e i primi fiori d'ogni mio amoroso pensiero.

DON IGNAZIO. Deh! signora della mia vita, poiché sei mia, fammi degno che ti tocchi; e no potendoti ponere dentro il cuore, almeno che ti ponga in queste braccia. Io pur ti tocco e stringo; donque io son vivo. Ma oimè, che per lo smisurato contento par che sia per isvenirmi! i spiriti del core, sciolti dal corpo per i meati troppo aperti per lo caldo dell'allegrezza, par che se ne volino via, e l'anima abbandonata non può soffrir il corpo, e il corpo afflitto non può sostener l'anima: mi sento presso al morire. Ma come posso morire se tengo abbracciata la vita? O cara vita mia, quanto sei stata pianta da me, dal tuo padre, fratello e zio mio, e da tutto Salerno!

CARIZIA. Donque mi spiace che viva sia, essendo onorate le mie essequie da persone di tanto conto.

DON IGNAZIO. Ecco, o vita mia, hai reso il cor al corpo, lo spirito all'anima, la luce agli occhi e il vigore alle membra.

DON FLAMINIO. Ecco, o signora, l'infelicissimo vostro innamorato gettato innanzi a' vostri piedi, quale, spinto da un ardentissimo amore e gelosia, con falsa illusione per ingannar il fratello, ha offeso ancor voi. E arei offeso e tradito anche mio padre e zio e tutto il parentado insiememente per possedervi, tanto è la vostra bellezza e pregio delle dignissime vostre qualitadi, degne d'essere invidiate da tutte le donne; ma il disegno sortí contrario fine. Ma chi può contrastar con gli inevitabili accidenti della fortuna? Vi prego a perdonarmi con quella generositá d'animo, eguale all'alte sue virtú, offerendomi in ricompensa, mentre serò vivo, servir voi e il vostro meritevolissimo sposo.

CARIZIA. Signor don Flaminio, a me i travagli non mi son stati punto discari, perché da quelli è stato cimentato l'onore e la mia vita. Questo sí m'ha dispiaciuto: che la mia infelice bellezza, che che ella si sia, abbi data occasione di turbar un'amorevolissima fratellanza di duo valorosi cavalieri.

DON FLAMINIO. Generosissimo mio fratello, le mie pazzie vi hanno aperto un largo campo di esercitar la vostra virtute. Io non ardirei cercarvi perdono se Amore e la disgrazia non me ne facessero degno, la quale, quando viene, viene talmente che l'uomo non può ripararla. Essendo tolta la cagione, si devono spengere gli odii ancora; e poiché sète gionto a quel segno dove aspiravano tutte le vostre speranze e possedete giá il caro e glorioso pregio delle vostre fatiche, pregovi a perdonar le mie inperfezioni e smenticarle, e ricevermi in quel grado di servitú e amore nel quale prima mi avevate, restando io con perpetuo obligo di pregar Iddio che con la vostra desiata sposa in lunga e felicissima vita vi conservi.

DON IGNAZIO. Caro mio don Flaminio, se è disdicevole a tutti tener memoria dell'ingiurie, quanto si denno in minor stima aver quelle che accaggiono tra fratelli? e poi per liti amorose? E questo ch'avete voi fatto a me, l'avrei io fatto a voi parimente. Mi sète or cosí caro e amorevole piú che mai foste, e in fede del vero io vengo ad abbracciarvi.

DON FLAMINIO. Abbattuto dalla propria conscienza e confuso da tanta cortesia, io non so che respondervi né basta ad esprimere il mio obligo: arò particolar memoria della grazia ch'or mi fate.

EUFRANONE. Ed io, soprapreso da diversi effetti, non so qual io mi sia: allegro dell'amorevol fratellanza, ripieno d'ineffabil meraviglia della prudenza di mia moglie, allegro della figlia risuscitata, confuso e pieno di vergogna veggendomi dinanzi a quella che ho ingiuriata a torto con la lingua e uccisa con le mie mani. Però, figlia, perdona a tuo padre, il quale falsamente informato ha cercato d'offenderti; e ti giuro che io ho sentito la penitenza del mio peccato senza che voi me l'avesti data. Vieni e abbraccia il tuo non occisore ma carissimo padre!

CARIZIA. Ancorché m'aveste uccisa, o padre, non mi areste fatto ingiuria: la vita che voi m'avete data la potevate repetere quando vi piacea. Mi è sí ben ora di somma sodisfazione che siate chiaro che non ho peccato; questo sí mi è di contento: che la mia morte v'ha fatto fede dell'innocenza mia.

EUFRANONE. La tua bontá, o figlia, ha commosso Iddio ad aiutarti: egli ne' secreti del tuo fato aveva ordinato che per te ogni cosa si fusse pacificato; e perciò di tutto si ringrazi Iddio che ha fatto che le disaventure diventino venture e le pene allegrezze.

DON RODORICO. Veramente mi son assai maravigliato, essendo spettatore d'un crudel abbattimento di dui per altro valorosi e degni cavalieri; ma or che veggio tanta bellezza in Carizia—e cosí ancor stimo la sorella,—gli escuso e non gl'incolpo, e giudico che l'immenso Iddio governi queste cose con secreta e certa legge de fati, e che molto prima abbi ordinato che succedano questi gravi disordini, accioché cosí degna coppia di sorelle si accoppino con sí degno paro di fratelli, che par l'abbi fatti nascere per congiungerli insieme. E come il mio sangue onorerá voi, cosí dal vostro il mio prenderá splendore e onore. E giá veggio scolpite nelle lor fronti una lunga descendenza di figliuoli e nepoti che mi nasceranno dalla mia indarno sperata successione, per non esservi altro germe nel nostro sangue. E perché queste gentildonne mancano di doti, io li faccio un donativo degno dell'amore e generositá loro, di ventimila ducati per una; dopo la mia morte a succedere non solo alla ereditá ma nell'amore: e se agli altri si dánno per usanza, vo' donarli a voi per premio. E per segno d'amore vuo' abbracciarvi: il sangue mi sforza a far l'offizio suo.

CARIZIA. E noi saremo perpetue serve e conservatrici della vostra salute.

EUFRANONE. E noi quando di tanta largitá vi renderemo grazie condegne?

DON IGNAZIO. Carissimo padre e nostro zio, vi abbiamo tal obligo che la lingua non sa trovar parole per ringraziarvi.

DON RODORICO. Or, poiché tutti i travagli han sortito sí lieto fine, ordinisi un banchetto reale per le nozze e corte bandita per dieci giorni per tutt'i gentiluomini e gentildonne di questa cittá, acciò un publico dolore si converti in una publica allegrezza. E perché non vi sia cosa melancolica in Salerno, si scarcerino tutti i prigioni per debito e si paghino del mio, e si facci grazia a tutti quei che han remissioni delle parti. E per voi, Eufranone caro, scriverò e supplicherò Sua Maestá che vi si restituisca quello che ingiustissimamente vi è stato tolto.

DON FLAMINIO. Poiché a tutti si fa grazia, sará anco giusto che l'abbiLeccardo il parasito.

DON RODORICO. Olá! ordinate che Leccardo sia libero. Ma mi par oggimai tempo che questi felici sposi e amanti dopo tanti travagli colgano il desiato frutto degli disperati loro amori. Entriamo.

DON FLAMINIO. Ma ecco Panimbolo.

PANIMBOLO. Padrone, che allegrezza è la vostra?

DON FLAMINIO. È tanta che non basto dirla. Panimbolo, la fortuna secondo il suo costume tutt'oggi ha scherzato con noi valendosi della varietá de' casi; e all'ultimo Iddio ha essauditi i nostri desiri. Rallegrati, ché la poco dinanzi infelice miseria mia or sia ridotta in tanta felicitá.

PANIMBOLO. Stimo che di questo giorno vi ricorderete ogni giorno che viverete.

DON FLAMINIO. Oh dolcezza infinita degli innamorati, quando, dopo i casi di tanti infortuni, fortunatamente li è concesso di giunger a quel desiato segno che bersagliò da principio! Oh come ottimamente dissero i savi: che Amor alberga sovra un gran monte dove solo per miserabili fatiche e discoscese balze si perviene, volendo inferir che negli amori gran pene e amaritudini si soffriscono, ma quelle pene son condimento delle loro dolcezze!—Ma ecco Leccardo.

LECCARDO. Io ho avuto tanta paura d'esser appiccato che la gola si è chiusa da se stessa senza capestro, e mi ha data la stretta piú de mille volte e senza morir mi ha fatto patir mille morti; e ancora che io abbi avuto grazia della vita, per ciò non sento allargar il cappio e sono appicato senza essere stato appiccato. Adio, cavaliero! oh come presto m'era riuscito il pronostico che mi feci questa mattina! Ma per prender un poco di fiato, bisogna almeno bermi un barril di greco e quattro piatti di maccheroni; se non, che or mi mangerò voi vivo e crudo.

DON FLAMINIO. Or non si parli piú di scontentezza, poiché la fortuna dal colmo delle miserie mi ha posto nel colmo di tutte le sue felicitá. Starai meco tutto il tempo della tua vita, e comune sará la tavola, le robbe, le facultadi e le fortune. Licenzia costoro che son stati a disaggio ascoltando le nostre istorie, e vieni a prender possesso della mia tavola.

LECCARDO. Spettatori, ho la gola tanto stretta che non posso parlare.Andate in pace e fate segno d'allegrezza.


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