Nora

NoraNe la stanza di Nora entrava il sole.Era una dolce mattinata di febbraio senza nebbia e senza vento; e quell'onda di luce si estendeva con l'allegrezza infantile della stagione che ormai si rinnova, per il lettuccio bianco, su per il ripiano del comò, su per la mussolina candida che copriva latoilette.E quivi e ne la luce dello specchio rinfrangendosi, suscitava un più vivo riflesso come di pagliuzze e di cirri d'oro, dentro cui pareano nuotare e godere i molti ninnoli che vi erano sparsi e confusi.Molti ve n'erano: alcuni puerili, altri che rivelavano la mondana sapienza e l'eleganza di Nora;ma gli uni e gli altri stavano in buona armonia e senza scandalo delle vicinanze: anzi, risvegliati a quel sole, pareano ragionare e ridere sottilmente fra loro, quasi fossero un coro di piccoli genietti maligni. V'erano, fra gli altri, due pupine di smalto, rosee e snodate che volevano nascondere le loro nudità entro il pizzo di un fazzoletto, un gruppo di ciondoli d'argento, i tre ladroni dellaGran via, un mazzolino vizzo di gardenie, un tubero di giacinto con le radici natanti in una caraffa, due giarrettiere aggrovigliate come biscie presso un libriccino da messa, piumini che si abbeveravano ne' carnali profumi della cipria, e tutti e tutte susurravano, ridevano, e spedivano i loro messaggi ad ignota destinazione lungo i raggi del sole.E quel loro susurro poteva essere inteso da una di quelle anime che hanno il sesto senso di intendere la melanconia e il linguaggio delle cose, se in quella stanza avesse avuto la grazia di penetrarvi; l'avrebbe ben potuto intendere perchè le due persone che vi erano non si parlavano: Nora scriveva, e una servetta, in cuffia e grembiale,metteva la stanza in assetto: dal di fuori non giungeva alcun rumore.Le mura di quel palazzo attutivano ogni frastuono della città, e dal giardino su cui dava la finestra di Nora, non si elevava altra voce che il pispiglio delle passere, ora simile ad un sorriso soffocato, come risposta alle malizie dei piccoli genietti; ora più intenso e modulato a canto, quasi un richiamo d'amore che venisse da ignota parte.Le passere si levavano a stormo da un gruppo di quattro o cinque platani; giganti secolari che si aprivano in tronchi, in branche, in rami, in ramoscelli, oltre il cornicione del palazzo. Affondati con le radici in quel recinto, parevano sognare le foreste spesse e vive, palpitanti al sole e ai venti ne la selvaggia libertà della materia.Ma gli stormi delle passere garrivano a prova e si spingevano con tanto impeto su fino ai più sottili rami, che questi ondeggiavano a lungo..., poi se ne staccavano; una si spingeva sino al davanzale della finestra, allungava il collo, lo inturgidiva e vibrava delle note furenti come un'ambasciata, e poi volava via.Ma Nora non ascoltava quel canto, nè si accorgeva del destarsi delle cose al tepido sole.Nora scriveva una lettera, o più tosto la copiava da un libro.Il braccio fuor dell'accappatoio e la mano si moveano in fretta sul foglio.I capelli liberati dalla fronte come un cimiero selvaggio, ad ondate scorrevano giù lungo la spalliera della seggiola. Ogni tanto però ella si arrestava, puntava la penna in aria, si mordeva le labbra e faceva saltellare la pantofola su la punta del piede, poi ripigliava a scrivere.— Auf! è finita, finalmente! — esclamò buttando via la penna come un arnese di tortura, e si rovesciava indietro per isgranchirsi le membra.A quella esclamazione la servetta si volse e domandò sorridendo:— È lunga?— To', guarda, due e due quattro facciate....— Questa volta sarà contento il signorino.— Lo spero bene. Ma è un lavoro da copista un giorno sì e un giorno no scrivere di queste letterone...; lasciami un po' muovere.Si levò e apparve rigogliosa e superba in quella cruda verginità delle forme; poi si mosse, girellò per la stanza e infine si postò dinanzi allo specchio, e con ambedue le mani sollevando quella massa di nere chiome e immergendovele dentro, cominciò a pettinarsi.— Un lavoro da copista! — seguitava. — Ah! ora che ci penso, nascondi il libro; lui è capace di venire a frugare anche ne la mia stanza.— Se è capace!... — rinforzò la servetta.— Perchè l'hai visto qualche volta?— Altro che visto! Un giorno che lei era fuori, l'ho sorpreso qui che baciava il guanciale, un'altra volta che avea messo in tasca un suo fazzoletto.— Oh che sciocco! — sclamò Nora senza voltarsi.— Se s'accorge poi che le lettere lei le copia dal Segretario galante è capace di morir dalla disperazione...!Nora fece spallucce.Lisetta, la cameriera, proseguì: — Ha poi risposto, signorina, a tutte le sue domande?— Ce ne sono tante delle belle espressioni ne la lettera d'oggi... — rispose Nora con indifferenza.— Per quell'altro però — ribattè la servetta — le lettere le fa di sua testa! Quelle sì che sono belle!— Quell'altro è quell'altro.... E l'hai visto? — domandò con premura volgendosi.— Lo vedrò oggi, quando vado fuori. Che risposta poi gli devo dare?— No!— Proprio no?— No; digli che abbia un po' di pazienza.— Però — insiste la cameriera dopo qualche minuto di silenzio e ritornando all'argomento di prima — il signorino finirà con l'accorgersi che quelle lettere non sono roba di lei: bisognerebbe almeno aggiungerci qualche cosa di più preciso!...— Allora aspetta... — rispose Nora, e con un moto rapido si accostò di nuovo al tavolo, prese un altro foglietto e scrisse a larghi caratteri dettando forte: «Poscritto: lei è un gran curioso; vuol sapere troppe cose; oggi non ho voglia dirispondere a tutto. Faccia la penitenza di aspettare sino alla lettera di domani l'altro; così vedrò anche se ha pazienza. Un uomo prima di sposarlo, bisogna conoscerlo bene, ha capito?» Ecco fatto.— Sì, così va bene — approvò Lisetta —, ma c'è poi quella cosa che domanda sempre in tutte le lettere, come la grazia ai santi.— Ah, il famoso bacio! Aspetta: «Secondo poscritto: quella cosa è impossibile per ora. Ne parleremo meglio a voce.» Va bene così?— Io però glielo darei un bacio — aggiunse l'altra in tono compassionevole —; è tanto buono, poverino, e le vuole tanto bene!— Ma ti pare?... Dopo non si accontenta più: e poi mi fa senso a baciarlo!— Gli metta almeno una buona parola; con le parole si può andare avanti un pezzo — consigliò Lisetta.— Be'... facciamo a tuo modo: «Terzo poscritto: tuttavia sperate.» E adesso prendi la lettera e nascondila sotto il suo capezzale... E per oggi è finita!Si sedette al piano e ne fece zampillare fuori un gorgoglio di note allegre e andanti come di galoppo: il preludio dellaCarmen. Si fermò, poi giù altro scoppio di suoni, ma baccanti e lascivi che durarono un pezzo: un'aria dellaGran via.Si fermò ancora, e stava per riprendere un terzo motivo, quando qualche cosa di lugubre si udì in quell'intervallo. Nora si scosse e rimase con la mano sollevata su la tastiera.Era uno scoppio di tosse, ma così cavernosa e secca che pareva che le viscere si dovessero staccare e lacerare. Gli scoppi di tosse si susseguirono con spasimo decrescente poi tacquero in una specie di rantolo.— Povero ragazzo! — sospirò Nora.Ma allora si udì un passo che strascicava in fretta sul corridoio.— Dio! la signora! — mormorò la cameriera, e si curvò tutta nell'atto di spolverare.Anche Nora fece per istinto la mossa di alzarsi dallo sgabello, ma non ne ebbe il tempo, che la signora sollevò il velluto della portiera.Una figura scarna e patita s'inquadrò su la soglia.Disse con voce sibilante:— Voi, nipote mia, mi volete obbligare di dire ad Antonio che venga a portarvi via il piano: è una misura severa, ma voi mi costringete.Fu una breve pausa; Nora non rispose. La voce della signora si ammorbidì, come di un tremito e continuò:— Tu lo sai, Nora, nessuna emozione, sopra tutto nessuna emozione; i medici dicono tutti così; e la musica è una emozione.— Ma scusate, zia — rispose questa volta la giovane con mal celata impazienza — io non ho mica suonato la marcia funebre dell'Aida! Guardate: tutta la musica seria l'ho messa via. Questa che mi rimane, eccola qui:Madama Angot, laCarmen, laGran via...; tutta musica allegra....— E sconveniente — ribattè la signora.— Adesso la musica sarà diventata un romanzo dello Zola da essere sconveniente! — rispose Nora con lieve accento di scherno.— Si vede dunque che li leggete — ribattè la signora con ironia.Nora tacque.— O sconveniente o no — riprese colei — non si suona. Anzi permettete. — Si mosse verso il piano, lo chiuse e si mise la chiave in tasca.— Così è levata anche la tentazione. E poi — aggiunse osservandola meglio — siete ancora in accappatoio, a quest'ora! Sono le undici oramai. Che cosa avete fatto tutta la mattina? Tutta nuda — e aperse con dispetto l'uno e l'altro lembo dell'accappatoio denudando le spalle e il seno —, tutta nuda e tutta spettinata ancora! e la finestra aperta! Volete dunque ammalarvi anche voi?... Le stanze devono essere a dodici gradi; qui si gela! chiudete quella finestra.Lisetta si affrettò a chiudere.— E voi siete ancora qui? — riprese notando la cameriera —. A quest'ora avreste dovuto finire di mettere la stanza in assetto. Ma si capisce, fra voi due!.... Però non è dignitosa, Nora, questa confidenza con una persona di servizio; si vede proprio che avete nelle vene ilsangue di vostra madre buon'anima, che Dio l'abbia in paradiso. Provvederò anche a questo; due ragazze come voi non stanno bene insieme.Nora non si era mossa, nè aveva aperto bocca; solo teneva gli occhi rivolti al cielo in atto di rassegnazione forzata e si mordeva le labbra.— E oggi a pranzo — aggiunse con voce sommessa — mi raccomando, tenete un contegno più serio; meno gesti, meno sorrisi, meno smorfiette. Ed ora pettinatevi, ma senza tanti riccioli; e mi farete anche il piacere di mettervi l'abito marrone scuro.... Eh! avete sì un bel far l'offesa: me l'avete stregato per dovere, povero figlio — conchiuse con accento di rabbia e di dolore insieme.— Ma vi giuro, zia — supplicò Nora — che non sono io; è lui che vuole che gli scriva, che vuole che lo ami....— Eh, non dico adesso, io! dico prima quando lui era ancora un bambino che me l'avete stregato. Adesso le cose sono quello che sono. Ma, se Dio vuole, non dureranno molto così. A pena si apre la stagione, lui a Nizza e per voi in unmodo o nell'altro si provvederà — e voltatele le spalle se ne andò.— Ha sentito la signora — domandò con impertinenza Lisetta dopo che il passo di colei si fu allontanato, e rifacendole il gesto — ha sentito? È stata lei a fare innamorare il signorino! Se ne possono dir di peggio? Ma sicuro lei è stata, lei! Non basta la vita che lei fa da più di un anno, niente feste, niente conversazioni, come in un convento, non basta; ma la signorina non si deve fare i riccioli, come se non fossero i capelli che sono ondati per natura! Ha un bel vitino, e se lo deve far brutto! L'abitomarron: vi metterete l'abitomarronscuro: e che tono! Lei vorrebbe così far andar via l'amore al suo figliuolo....: e dovrebbe invece ringraziarla che lei gli dà retta....; ringraziarla come si fa coi santi, perchè se lei fosse una giovane come ve ne sono tante e gli dicesse chiaro e tondo il suo sentimento, li vorrei vedere tutti e due... madre e figlio! Proprio vero che a far del bene è tempo perso con certa gente!Nora non diceva nulla, ma piangeva di rabbia.— Oh io poi — continuava Lisetta — se fossiin lei, questa pazienza da santa non ce l'avrei mica. Dopo tutto lei è libera, dispotica di sè, e io me ne sarei andata da un pezzo....— Sì! e dove vado? e con cosa vivo? — domandò Nora con voce alterata levando il fazzoletto dagli occhi.— Bella! va dove vuole: non ci ha la sua dote?— Ah, se ci avessi la dote, non dubitare che non sarei rimasta tanto per i loro begl'occhi!....— Ma dunque non ci ha la sua dote? — ridomandò con gran sorpresa Lisetta.— Se non se la fosse giocata mio padre prima di ammazzarsi, ce l'avrei ancora; ma l'ha fatta saltar lui a Montecarlo. Ah! cara mia — seguitò consolandosi ne le memorie del passato —, quella fu una disgrazia, una disdetta da non darsi pace. Ma che vita si faceva allora, se tu l'avessi provata! Pensa che si viaggiava tutto l'anno: io era ancora bambina, ero libera come il sole. E come mi divertivo! Avevo labonne; ma quella badava a fare l'amore!... Dopo ho fatto la penitenza quando la zia mi ha raccolta qui per carità, orfana e senza niente....— Sicuro che allora — sentenziò Lisetta — lei ha la sua buona ragione di tenersi da conto la signora e di fare a modo suo. Lui, già, il signorino, non campa. Dopo chi resta? Nessuno: e la parente più vicina è lei. Anche la vecchia non vivrà mica gli anni di Noè, e allora il palazzo, tutti i finimenti d'oro e di brillanti, e tutto il capitale viene a lei per legge.... Poi lei sposa quell'altro.... e tutto finisce bene.... — Così seguitava ad almanaccare Lisetta.Nora non diceva nulla e seguitava a vestirsi.***Dopo mezzodì il cameriere venne ad annunciare a Nora che il pranzo era servito.La tavola era preparata per quattro, ma ne la sala v'era solo suor Angela, una specie d'infermiera; donna senza sesso, lunga ed ossuta. Si stropicciava le palme con forza e pianamente, dilatava le narici e stirava le labbra: segni di un costante e solido appetito.— Adesso madama viene — disse a Nora con la sua voce ombrata e fuggevole di sibilanti —; l'ha voluto aiutar lei a vestirsi. Una martire, povera signora, una vera martire!Nora non disse nulla.Febo entrò dando il braccio alla madre.Non era brutto Febo: anzi un certo non so che di signorile e di eretto nel portamento e nel vestire allontanava a prima vista l'idea della tisi che lo minava; ma osservandolo meglio nel volto, sotto la pelle terrea e smorta, troppo forti apparivano i rilievi e le insenature del teschio, e ciò incuteva non solo pietà ma ribrezzo, tanto più che la forza tetra del male spirava da tutta la sua persona. E questi sentimenti si imprimevano più vivi per ragione di contrasto quando parlava e sorrideva, giacchè in quel volto gli occhi grandissimi e neri scintillavano e la voce avea quelle inflessioni di quiete e di soavità che hanno quelli su cui spira vicina la beatifica aura della morte.I capelli solo conservavano la vita che da tutto il corpo gli sfuggiva, chè erano di un nero bellissimo e lucente, e incorniciando a lievi ondatela fronte, vi imprimevano quel non so che di ingenuo e di nobile che è proprio della sacra e ancor virginale giovanezza del maschio.Appena vide Nora, le pupille scintillarono di più larghezza, le guance gli si colorirono di un fugace rossore, e le labbra tracciando un fuggevole sorriso scopersero il madore dei denti, d'un color grasso d'avorio.Lasciò il braccio di sua madre e accostandosi galantemente alla giovane:— Come va, cugina? — chiese con lieve turbamento; — e come siete bella! — esclamò poi fermandosi a contemplare quella rigogliosa forma di giovane donna.Nora interruppe e chiese di lui, come stesse, se la tosse era diminuita, se più riposato il sonno durante la notte.Febo rispondeva di sentirsi assai meglio. Oramai con la buona stagione si alzerebbe tutti i dì; poi l'aura mite e il mare della riviera avrebbero compita la guarigione.Si posero a tavola. Febo sedeva presso Nora e con bel servire e con piacevoli conversari si studiava di renderle gradita la sua compagnia.La vecchia signora, non osservata, osservava ansiosamente il figliuolo, e ogni tanto dei fremiti convulsi le agitavano le estremità delle labbra. La suora badava a mangiare con correttezza, non perciò meno vorace.Sovente la signora con voce timida e persuasiva osservava:— Febo, non parlare tanto; sai che ti fa male....— No, mammina, sta buona — e seguitava a conversare con Nora.Ma una volta si eccitò d'improvviso perchè lei, la povera mamma, ripeteva sempre la stessa raccomandazione.La voce gli tremò di rabbia, spiegazzò la salvietta con tutte e due le mani e disse con voce stridente e convulsa:— Ma che sono un bambino, io? Tu dici che sto meglio, lo dice il medico, lo dicono tutti: oggi v'è un bel sole, m'alzo, mi sento bene, e non volete che parli? Allora vuol dire che sto molto male. Voglio parlare finchè mi pare. Sei noiosa come tutte le mamme!La povera donna abbassò il capo senza rispondere, ma il moto convulso delle labbra si accrebbe, e quando non potè più trattenere il pianto, si alzò piano e se ne andò senza che Febo se ne avvedesse.Egli si era subito calmato e seguitava a parlare con Nora della villa in riviera, del mare, del dispiacere di aver perso due anni di studi, dei progetti per l'avvenire.— Sapete, cugina, quando avrò la laurea? a venticinque anni. E se a uno di quelli che hanno bisogno di guadagnarsi il pane fosse toccato il mio male, con tutta la spesa e le cure che ci vogliono, come avrebbe fatto? Eh, un po' di socialismo bene inteso non guasta mica, non è vero, suor Angela?Suor Angela aggrinzò il naso senza rispondere.— Ma vedete! — diceva sorridendo a Nora — la buona suora è così religiosa ed ha paura del socialismo! E la mamma dov'è, dov'è la mammina?Suor Angela si levò per andare a chiamarla.Allora, come furono soli, Febo prese con lesue mani umidicce la mano di Nora e se la pose alle labbra.— No, Febo — ella diceva, cercando lievemente di liberarsi — no, mi fai male, mi fai!...— Giurami che mi sposerai, Nora!...— Sì, te lo giuro, ma lasciami....Si udì il passo della signora e della suora pel corridoio. Febo si ricompose e domandò:— Hai scritto, mi hai risposto?— Sì.— È una lettera lunga?— Otto pagine.— Anima cara e santa! — sospirò Febo.In quella entrò la signora e dietro suor Angela: avea gli occhi un po' rossi, ma era serena.— Tu, mamma — le osservò Febo scherzosamente — sei proprio egoista e cattiva. Oggi mi sento così bene, mi sento così allegro che mi vien da ridere, e tu mi sgridi e vai via....— Io lo dico per tuo bene, figliuolo — ella rispose con pacata mestizia.Un filo di sole sbiadito avea intanto trovato strada fra i cortinaggi e si stendeva su la tovaglia.Il cameriere avea recato il vassoio col caffè. Febo volle porgere lui la tazza a Nora e la guardava a sorbire; poichè ci metteva tanta grazia con quelle labbra che si stringevano così rosee sull'orlo della tazza, e la pelle della gola che le risaliva in su ad ogni sorso.— Voi, Febo, non prendete il caffè? — domandò voltandosi e chinandosi verso di lui; e in quell'atto il raggio di sole la investì nel volto e balenavano le gote e le pupille; e i riccioli neri e ribelli parevano tutti vaneggiare largamente su la fronte.— La mamma non vuole — rispose il giovane scotendosi dalla sua contemplazione estatica. — Vero che non vuoi, mamma?— No, figliuolo, se no perdi il sonno questa notte.... — rispose la signora e si rivolse ancora distrattamente ad udir suor Angela che avea ripigliato a raccontare di una mirabile guarigione della Madonna di Lourdes.— Allora niente caffè, signorino! — disse Nora scherzosamente.Febo intanto era riuscito a posare la mano sula palma di lei e mormorava piano che la mamma non intendesse:— Come saremo felici quando sarai mia..., la sposa mia..., l'anima mia!... Tu potrai comandare i miracoli e io li farò....Il raggio di sole era salito via, e la storia di Lourdes era finita: l'ora piegava verso il vespero e la signora e suor Angela con vaghe e timide parole allusive cercavano d'indurre Febo a ritornare a letto.— Sentite quello che dice vostra madre? ubbidite, cugino mio, è per vostro bene — disse nettamente Nora che aveva capito a che voleano intendere le due donne.Febo allora si levò, e salutatala con un:— A domani, dunque! — si avviò verso la stanza seguito dalla madre e da suor Angela.Anche Nora poco dopo si ritirò ne la sua stanza; ma il sole non la illuminava più, anzi ci si sentiva un'aria fredda che faceva come rabbrividire la pelle.Si ravvolse le spalle in una mantellina e sedette presso la finestra. Avrebbe voluto far qualchecosa e pensare ad altro, ma l'imagine di Febo non le si voleva partire dalla mente e ne sentiva tristezza.Povero Febo! Rivedeva la sua faccia smorta, le risonavano le sue parole. No! non sarebbe guarito più: da quel palazzo sarebbe uscito, ma solo in una bara stretta e nera.Ella stessa quando parlava di lui, non diceva sempre: «Febo era, Febo faceva?» Si vede dunque che per lei Febo non era più una persona viva. Era destino, doveva morire; ma non sarebbe stato solo a morire: qualche cosa anche di lei Febo si sarebbe portato via nel mistero della bara, qualche cosa anche della giovinezza di lei. Era questo il pensiero che confusamente la impauriva. Nora si guardava le mani su cui si erano posate le mani di lui come a cercare se ne rimanevano le impronte, se sentivano ancora il madore della etica pelle. No, lei non lo voleva seguire. Era Febo che voleva bene alla sua giovanezza; e per questo la divorava con gli occhi, ma lei non voleva.Da cinque anni, da che la zia l'avea accoltaorfana e povera, era legata a Febo, a quel bambino grande che adesso moriva. Si ricordava il giorno in cui l'aveva visto per la prima volta. Veniva dalla scuola ed era entrato nel salotto cantando e buttando i libri su di un sofà. Ma appena vide la giovanetta, che era giunta da poche ore, tutta vestita a lutto, si fermò, si ricompose e rimase lì come impacciato.— Questa è la tua cuginetta che ha avuto tante disgrazie e che tu amerai come una sorella — disse la signora.— Oh, questa è mia cugina!... — avea esclamato e da quel giorno se ne era innamorato morto.Allora, nei primi anni, anche Nora era una ragazzina e ci pigliava gusto a stuzzicarlo; a vederlo così.Quelle lettere sentimentali che non finivano mai, quel raccogliere i fiori che lei toccava, baciarle i capelli che portava lunghi e sciolti, quelle frasi di adorazione, di paura che lei dovesse fuggire, che era l'allodola, il sogno, il raggio di sole, erano cose che allora le piacevano. Ma più ella cresceva nel rigoglio delle forme e delle carni, piùlui sprofondava in quell'ebbrezza di stupida contemplazione. Arrossiva al vederla, piangeva pensando a lei, lo sentiva tremare tutto quando gli porgeva la mano o per caso lo toccasse col ginocchio o col piede.Nora oramai si era fatta grande, sapeva tante cose e quell'amore da ragazzi non la soddisfaceva più. Gli uomini non devono amare così, pensava. Fu a quel tempo che conobbe l'altro in un salotto dove le era stato presentato, e se ne era invaghita con un senso di soggezione che non avea mai provato per Febo.Quello sì era un bel giovane; così elegante, così mondano. Nè Febo nè altri se ne erano accorti. Febo era così bambino, di che cosa si sarebbe accorto lui? Al teatro l'altro c'era sempre quando lei ci andava: al corso, alle feste quando le si accostava e la salutava, Nora provava un brivido di orgoglio e di gioia pensando: «Questi è mio!».Ma da quasi due anni, da che Febo si era ammalato, la zia non riceveva più nè si andava ad alcuna festa o ritrovo dove potesse abboccarsi conlui. Era molto se lo poteva scorgere qualche volta di sfuggita quando usciva in carrozza per andare a messa. Intanto gli anni passavano, e lui si sarebbe stancato. V'erano tante donne che sospiravano il suo amore, che glielo avrebbero rubato! Questo pensiero la struggeva con un senso di gelosia e di rimpianto acre e senza conforto.E poi v'era sempre quell'ombra pallida di Febo che non le si staccava mai. Anche dopo che si era ammalato il suo modo di amare era rimasto sempre uguale: lo stesso sentimentalismo, la stessa tirannide delle lettere che gli doveva scrivere e che egli leggeva e rileggeva ne le lunghe e solitarie ore del letto. Era rimasto sempre uguale; solo le pareva che i suoi occhi avessero talvolta dei lampeggiamenti tetri e ne le lettere di lui c'erano delle frasi che adesso le facevano paura, suo malgrado.Diceva ancora: tu sei l'allodola che fuggi: io mi levo al mattino, e non ti trovo. Ma, aggiungeva: il cielo non è abbastanza grande perchè tu mi possa sfuggire, io ti raggiungerò, e ti terrò sempre con me!No ella, Nora, non gli voleva dare la sua giovanezza. Ella avea bisogno di amare, ma non a quel modo nè lui: e più cresceva il desiderio d'amore come più chiusa e melanconica si faceva la vita in quella casa sotto l'approssimarsi della morte.Il sole intanto si era offuscato e senza alcun raggiare di sua luce, come un globo d'oro pallido, piegava giù dietro i platani ne la malinconia del cielo. Anche il terreno non si vedeva che ombrato e fondo, perchè la nebbia cominciava a salire.E intanto lei, seguitava pensando, aveva oramai ventun'anni! Cominciava a percorrere il decennio della trentina: inutile illudersi. Camminava verso i trent'anni! E ancora quel carnevale, ultimo dei suoi vent'anni, finiva!Ieri notte, che ora fosse stata non sapeva, la destò un coro di mandolini e di chitarre che suonarono tutta la notte: mandavano i mandolini note acute d'argento che parevano risa, e le chitarre ripigliavano un dolce ed appassionato motivo. Lei aveva pianto e non aveva più potuto chiudere occhio.E quella notte sarebbe stato lo stesso ripetersi di canti e suoni; anzi di più perchè era l'ultima notte di carnevale.Dopo ci volevano ancora altri dodici mesi perchè tornasse il carnevale!Il sole finì con lo scomparire sotto la nebbia che montava più densa insieme alla notte. La nebbia maligna si sviluppava come globi di fumo dalla terra e aveva ravvolto tutta la foresta dei platani, di cui a stento si distinguevano i grandi tronchi.Le cupole, i tetti della città smarrivano i loro contorni e si confondevano in un grigio uniforme.Nessun rumore giungeva; solo qualche grido avvinazzato, e il rotolare di qualche carro: echi indistinti dell'ultimo giorno di carnevale che riprendeva la sua pazzia per le strade.Molto rimase Nora con la fronte sul cristallo. Quando fu buio, venne il cameriere e disse che la signorina avrebbe cenato da sola perchè la signora zia avea dovuto uscire per un affare improvviso. Nora era così assorta che non pensò nèmeno a domandare del perchè di quell'insolita assenza: le portasse qualcosa; avrebbe cenato in camera.E tornò ancora alla finestra. La città si illuminava; i fanali non si distinguevano per la nebbia, ma dei bagliori luccicavano qua e là e la tingevano di sprazzi sanguigni. Più lontano luceva un non so che di bianco lunare e vivo: era la lampada elettrica sopra la cupola delfestival, dove vanno a ballare le sartine.Come devono essere felici le altre donne che non stanno in casa le sere di carnevale! Anche le sartine, anche le modiste che agucchiano tutto il giorno, devono essere felici perchè la sera hanno l'amante che le aspetta e vanno a spasso e ridono e vanno a ballare.In quella casa non si rideva più, si moriva: anche la sua giovanezza ci moriva!Passa così presto la gioventù della donna! E lei ce lo avea l'amante; bello, più bello di tutti e non poterlo nè meno vedere!Tutte le sue amiche a quell'ora erano occupate (lei le vedeva) a mettere in ordine le lorotoilettes.Si ballava in casa C***, in casa B***. Anche quell'anno la nobile signora X*** dava una festa per le signorine con esclusione di babbi e di mamme: qualche cosa di delizioso. Lei ne sapeva bene qualcosa!Come dovevano essere felici di non trovarcela! Era Nora che le schiacciava tutte. Adesso invece era lei la vinta. Bella vittoria! Un assassinio della sua giovinezza. Ci sarebbe stato anche lui; si sarebbe innamorato di qualche altra e per lei era finita.Questi pensieri confusamente, mal definiti e quasi incoscienti di sè, passavano per la mente di Nora come le nubi sui monti l'una dopo l'altra passano in una giornata autunnale, squallida e stillante di pioggia.In quella si udì un passo lieve ne la stanza che fece trasalire Nora.— Sono io, signorina! — disse Lisetta con voce sommessa.— Sei tu? — domandò Nora voltandosi e distinguendola a pena nel buio della stanza.— Sì, io — e accese la lampada. — Ma leiha pianto! — sclamò poi accostandosi e fissandola in volto.— Io?... — e si guardò in uno specchietto che avea sul tavolo: di fatto gli occhi erano rossi. — Non ho pianto, ma mi sento poco bene. È una sera così noiosa, così melanconica....— Allora ho una bella nuova da darle.... — disse maliziosamente Lisetta.— L'hai veduto? — domandò Nora con premura.— L'ho veduto.— Di' su.— Ha detto che le vuole parlare assolutamente....Nora si strinse ne le spalle.— Gli ho fatto bene osservare anch'io che era impossibile....— E lui?— Oh, lui niente. La aspetta questa sera alla porta del teatro dove c'è il veglione....— Ma è diventato matto?— A sentir lui ragiona sul serio. Mi ha detto di farle sapere che da mezzanotte sino alle tre cisarà davanti alla porticina di servizio qui del palazzo una vettura chiusa, e poi mi ha consegnato un domino e una maschera....Nora non rispose. Lisetta seguitò ancora:— Dice che ha una notizia importante e che non la può comunicare che a voce....— E che faccia aveva? — chiese Nora.— Oh, una faccia scura, signorina. Si vede che è proprio innamorato, ma che è stanco di andare avanti così.... Qualche progetto lo deve avere certo per la testa....Nora stette ancora un poco in silenzio poi domandò:— Fammi vedere il domino.Lisetta ruppe svelta i legami di un grosso pacco e sciorinò qualche cosa di lungo e di lucente che si svolse con un fruscìo di seta e di nastri.— È molto ricco, molto elegante! — mormorò palpandolo.— Uno splendore, signorina!— Sì, ma è una pazzia la sua! — concluse posando il domino su di una sedia. — Non ti pare che sia una pazzia?— Pare anche a me....— È vero?— Sì..., ma io se fossi in lei ci andrei, perchè è sicuro che nessuno se ne accorgerà.— Ma la zia che gira tutte le notti? — obbiettò vivacemente Nora.— Ma la signora è andata via...! Ha ricevuto un dispaccio. Da prima non voleva lasciare la casa, poi si è decisa ed è partita alle cinque per Torino.... Non sarà di ritorno che domani.— Sei sicura?— Eh, lo domandi ad Antonio che l'ha accompagnata alla stazione....— Di fatti me ne ha detto qualcosa — mormorò la giovane. — Ma e suor Angela.... e Antonio?....— Quelli dormono della quarta — rispose Lisetta sprezzantemente. — Infine faccia una cosa: vada in fondo al corridoio, giri la chiavetta della porticina a vetri, e chi vuole che venga a cercare di lei?... E poi la sua stanza si può dire come separata dal resto dell'appartamento; può fare anche del rumore che nessuno sente niente....Lisetta seguitava a parlare, Nora rispondeva e interrogava a monosillabi.Fuori, in lontananza, luceva la luce bianca sopra ilfestivalin quell'ultima notte di carnevale.II.Quante ore della notte erano trascorse quando Febo si svegliò? Era essa giunta alla metà del suo corso, ovvero le ore fuggivano verso l'aurora?Fuggivano verso l'aurora. Ma i cavalli del sole dormivano pur ne le stalle d'oriente; soltanto dietro le nebbie le stelle s'inchinavano all'orizzonte.La casa era profondata nel sonno; ma i geni dell'inguaribile male vigilavano e minavano con maggior fretta le loro caverne; e rallegravano il loro lavoro con un rantolo gorgogliante continuamente nel sonno.Si destò Febo soffocato dalla tosse, la quale scoppiò con un urlo che avea dei suoni laceranti come di metalli spezzati, e risonava nel silenzioe ne la notte così lugubre che pareva il grido di vittoria della Morte cavalcante la sua caccia selvaggia.Il sudore gemeva alle radici dei capelli, alle ascelle, al collo, con un senso di orripilazione e di caldo febbrile.Finalmente la tosse si placò e allora Febo riprese coscienza di sè e riguardò attorno per la stanza. La luce della lampada da notte, nascosta dietro il paravento verde, si diffondeva tranquilla; ma gli oggetti così illuminati dal basso in alto, i cortinaggi specialmente, quei cortinaggi che scendevano giù sul tappeto, avevano assunte attitudini fantastiche e si prestavano a paurose visioni.La specchiera aveva poi dei riverberi strani. Tutto era immobile e muto...; pure pareva a Febo che qualche cosa si dovesse muovere fra poco e d'improvviso; che la porta si dovesse spalancare, o che la tappezzeria si dovesse aprire in una parte e una persona uggiosa avesse dovuto entrare alzando le braccia e parlare con voce cupa.Chi era che entrava? Egli non lo sapeva; ma un'aspettazione paurosa lo teneva sospeso.Ecco: era la suora che entrava. La suora con la tonaca che le sbatteva a dosso col rumore delle ali delle falene; con quella voce velata, con la faccia gialla: era lei che entrava a domandare se avesse bisogno di alcun servizio.Era lei: era e non era lei, perchè si era fatta erta sino al soffitto come i cortinaggi, e la tonaca le cadeva giù dietro come un manto.Gesticolava con delle braccia così lunghe che andavano sempre a battere contro le pareti. Pareva adesso una maga che facesse sue arti e chiamasse i demoni. «Monaca! monaca! Tu andrai all'inferno, non hai paura di andare all'inferno?» così credeva Febo di dire; e quella non rispondeva, ma scoppiò in un riso sgangherato che le aprì tutta la mascella, e chinando quelle braccia, si era preso i lembi della tonaca e si moveva a torno in una ridda: ma non urtava più nel soffitto nè contro i mobili perchè la stanza si era ingrandita come la scena di un teatro; tutto era gigantesco; lui solo era piccino e lontano come per chi guarda con un binoccolo a rovescio. «Monaca, monaca,» gli pareva ripetere«vengono i diavoli con i cavalli di fuoco e la carrozza di ferro, e ti portano in fondo all'inferno!» Ma la monaca non rideva più. Si era stesa supina su la poltrona a sdraio dove il medico faceva stendere lui per ascoltargli il petto, e quivi si contorceva con gesti da ossessa.Egli la voleva scacciare quell'imagine impura e faceva dei gesti; e così avvenne che rovesciò un cristallo che era sul tavolo da notte. Il lieve rumore lo scosse e provò un senso di sgomento come s'avvide che non era desto, ma che era ricaduto un'altra volta nel sogno. Erano tutti quei calmanti che producevano tante e così stanche visioni. Allora per meglio destarsi girò il bottone della lampada elettrica.La luce bianca, innondando di colpo la stanza, fece volar via la monaca con la tonaca su pel soffitto; e la stanza aveva riprese le sue proporzioni.Finalmente era scomparsa! Era stato un sogno; ma non importa; il giorno seguente avrebbe pregato la mamma che la mandasse via. Già gli era sempre stata insoffribile quella faccia gialla! Dovevaben essere, sotto la tonaca benedetta, piena di cupidigie infernali! E poi se stava oramai bene, che bisogno c'era dell'infermiera la notte?Via, via la monaca; solo lei, la soave, la immacolata Nora.Dov'era lei? Nel suo letticciuolo, immersa nel sonno, con i capelli raccolti e le mani in croce sul petto.Quando, mio Dio, pensava, sarebbero venuti i giorni della felicità? Perchè Febo vedeva sempre davanti a sè una grande felicità come di oasi con palme e fontane e quei giorni dovevano venire certo.Tutto dipendeva dalla tosse, come diceva anche il dottore. Cessata la tosse, cessato il male; questione di tempo e di buona stagione.Perchè l'aprile tarda tanto a venire? Allora sarebbe andato in riviera, in una bella villa, tutta circondata di verzura e di rose. Avrebbe visto il mare azzurro, con le barche che hanno le vele bianche e girano il mare quanto è grande: avrebbe visto il sole e la luna quando albeggiano, perchè le finestre le avrebbe tenute sempre aperte che cientrasse tanta aria; e se egli stava male era anche perchè tenevano le finestre sempre chiuse e l'aria non c'entrava.Non la voleva capir nessuno che la guarigione stava tutta lì: far entrare molta aria nel petto.Ma in riviera avrebbe fatto entrare tutta l'aria che sta sopra il mare! E appena guarito, subito avrebbe sposato Nora. Un sogno, una felicità sovra umana, tanto che gli pareva impossibile. E perchè impossibile? Nora era contenta e questo era il tutto. La mamma certo avrebbe fatto molte obbiezioni, cioè che era troppo giovane, che doveva terminare gli studi; ma in fine avrebbe detto di sì. Era così buona la mamma! E poi v'era un argomento ultimo, decisivo: «Se vuoi che viva lasciami sposare Nora». Avrebbe detto di no? Dunque l'avrebbe sposata subito in riviera, ne la villa davanti a cui s'alza il mare: le vele lo percorrono; s'alza il sole. V'è un bosco di rose, Nora è stretta al suo braccio, gli si abbandona su la spalla....Ma insensibilmente s'accorgeva che i pensieri gli si tornavano a confondere e a dilagare inmolti sogni dove discendeva come in un gorgo cupo, quasi egli fosse una cosa grave, e laggiù gli mancava il respiro. Le palpebre gli si tornavano a chiudere e la luce che si sprigionava dalla lampada diventava animata e pareva dire: «Io sono bianca come l'aurora, io sono bianca come la veste da sposa, io sono bianca come una fata; io sono la fata lucente che ti trascino a poco a poco giù nei sogni e tu non lo vuoi ed io ti addormenterò lo stesso e tu verrai....»No, egli non voleva più dormire, avea paura di quel torpore grave che si impadroniva dei suoi sensi, e con uno sforzo si levò a sedere sul letto e discese giù. Finalmente non dormiva, non avrebbe dormito.— E dell'oppio non ne voglio più! — diceva legandosi i cordoni del lungo e denso camice da notte.E infilati i piedi ne le babbucce, si mosse per la stanza come per liberarsi dalla nebbia del sogno. Sollevò la portiera e fece alcuni passi pel corridoio illuminato a metà dalla luce della sua stanza. Ma ebbe fatti a pena pochi passi che urtò control'usciolo a vetri. Non pensò per quale cagione potesse essere chiuso, ma si ricordò che era stato sempre aperto. Mosse la maniglia, e questa resistette. Allora con uno sforzo alzò il braccio e abbassò la stanghetta che fermava in alto i battenti, i quali non rattenuti che dal piccolo dente della serratura, si apersero con una lieve spinta.Febo mosse verso la stanza di Nora. Attraversò due sale dove la luce del corridoio moriva, e si trovò nel buio. Avanzava brancicando. Ma come ebbe svoltato, vide in fondo un filo di luce che passando per il vano lasciato dalla portiera della stanza di Nora, si proiettava sul pavimento; e nel tempo stesso un rumore breve come un soffio, lo fece sostare. Era come un sorriso ovvero un gemito che non avea mai udito. Oh che sorriso strano! Eppure era il sorriso di lei! Dunque che era? perchè Nora rideva? Era la dolce creatura divenuta pazza come Ofelia, la melanconica, ovvero era lui ancora giù, immerso in fondo, nell'abisso dei sogni?Ma dopo qualche tempo che stava in ascolto, quel fievole suono assunse un carattere più languido,ma spiccato e deciso. Febo sussultò, e un'onda di terrore gli si aggirò attorno al capo.Procedette per quel filo di luce senza esitare; e quando ebbe sollevato il velluto della portiera, gli si offerse una vista che lo fermò; nè le fauci riarse poterono emettere un grido.Nora era stretta fra le braccia di un giovane, e i capelli dalla nuca e dalla fronte le cadevano diffusi per una veste sontuosa e fiammante. Il giovane si chinava a baciarla; ella levava le braccia e con ambe le mani gli accarezzava languida i capelli e le tempie.Un senso mortale atterrò Febo sul tappeto; ma gli occhi, nel piegarsi delle membra, rimasero fissi.A quel rumore i due amanti trasalirono e scorsero il velluto della portiera che si scoteva: un braccio vi si disegnava e tentava di aggrapparvisi.Poi sporse la testa di Febo con gli occhi fuori e finalmente tutta la persona ritta in piedi, e sarebbe parso una statua se non fosse stato il tremore che lo scoteva: con la mano faceva cenno di voler dire qualche parola.— A me.... a me.... Nora!... — riuscì a pronunciare con un accento che non era più quello di Febo, e fece per camminare verso di lei stendendo le braccia.Nora mandò un lieve grido e retrocedeva stretta fra le braccia dell'altro, e non staccava gli occhi da Febo. Lo vide oscillare due o tre grandi passi, poi il camice diventar tutto rosso di molto sangue e lui cadere grave e rotolarsi presso i suoi piedi, presso i piedi di lei, l'amabile Nora.

Ne la stanza di Nora entrava il sole.

Era una dolce mattinata di febbraio senza nebbia e senza vento; e quell'onda di luce si estendeva con l'allegrezza infantile della stagione che ormai si rinnova, per il lettuccio bianco, su per il ripiano del comò, su per la mussolina candida che copriva latoilette.

E quivi e ne la luce dello specchio rinfrangendosi, suscitava un più vivo riflesso come di pagliuzze e di cirri d'oro, dentro cui pareano nuotare e godere i molti ninnoli che vi erano sparsi e confusi.

Molti ve n'erano: alcuni puerili, altri che rivelavano la mondana sapienza e l'eleganza di Nora;ma gli uni e gli altri stavano in buona armonia e senza scandalo delle vicinanze: anzi, risvegliati a quel sole, pareano ragionare e ridere sottilmente fra loro, quasi fossero un coro di piccoli genietti maligni. V'erano, fra gli altri, due pupine di smalto, rosee e snodate che volevano nascondere le loro nudità entro il pizzo di un fazzoletto, un gruppo di ciondoli d'argento, i tre ladroni dellaGran via, un mazzolino vizzo di gardenie, un tubero di giacinto con le radici natanti in una caraffa, due giarrettiere aggrovigliate come biscie presso un libriccino da messa, piumini che si abbeveravano ne' carnali profumi della cipria, e tutti e tutte susurravano, ridevano, e spedivano i loro messaggi ad ignota destinazione lungo i raggi del sole.

E quel loro susurro poteva essere inteso da una di quelle anime che hanno il sesto senso di intendere la melanconia e il linguaggio delle cose, se in quella stanza avesse avuto la grazia di penetrarvi; l'avrebbe ben potuto intendere perchè le due persone che vi erano non si parlavano: Nora scriveva, e una servetta, in cuffia e grembiale,metteva la stanza in assetto: dal di fuori non giungeva alcun rumore.

Le mura di quel palazzo attutivano ogni frastuono della città, e dal giardino su cui dava la finestra di Nora, non si elevava altra voce che il pispiglio delle passere, ora simile ad un sorriso soffocato, come risposta alle malizie dei piccoli genietti; ora più intenso e modulato a canto, quasi un richiamo d'amore che venisse da ignota parte.

Le passere si levavano a stormo da un gruppo di quattro o cinque platani; giganti secolari che si aprivano in tronchi, in branche, in rami, in ramoscelli, oltre il cornicione del palazzo. Affondati con le radici in quel recinto, parevano sognare le foreste spesse e vive, palpitanti al sole e ai venti ne la selvaggia libertà della materia.

Ma gli stormi delle passere garrivano a prova e si spingevano con tanto impeto su fino ai più sottili rami, che questi ondeggiavano a lungo..., poi se ne staccavano; una si spingeva sino al davanzale della finestra, allungava il collo, lo inturgidiva e vibrava delle note furenti come un'ambasciata, e poi volava via.Ma Nora non ascoltava quel canto, nè si accorgeva del destarsi delle cose al tepido sole.

Nora scriveva una lettera, o più tosto la copiava da un libro.

Il braccio fuor dell'accappatoio e la mano si moveano in fretta sul foglio.

I capelli liberati dalla fronte come un cimiero selvaggio, ad ondate scorrevano giù lungo la spalliera della seggiola. Ogni tanto però ella si arrestava, puntava la penna in aria, si mordeva le labbra e faceva saltellare la pantofola su la punta del piede, poi ripigliava a scrivere.

— Auf! è finita, finalmente! — esclamò buttando via la penna come un arnese di tortura, e si rovesciava indietro per isgranchirsi le membra.

A quella esclamazione la servetta si volse e domandò sorridendo:

— È lunga?

— To', guarda, due e due quattro facciate....

— Questa volta sarà contento il signorino.

— Lo spero bene. Ma è un lavoro da copista un giorno sì e un giorno no scrivere di queste letterone...; lasciami un po' muovere.Si levò e apparve rigogliosa e superba in quella cruda verginità delle forme; poi si mosse, girellò per la stanza e infine si postò dinanzi allo specchio, e con ambedue le mani sollevando quella massa di nere chiome e immergendovele dentro, cominciò a pettinarsi.

— Un lavoro da copista! — seguitava. — Ah! ora che ci penso, nascondi il libro; lui è capace di venire a frugare anche ne la mia stanza.

— Se è capace!... — rinforzò la servetta.

— Perchè l'hai visto qualche volta?

— Altro che visto! Un giorno che lei era fuori, l'ho sorpreso qui che baciava il guanciale, un'altra volta che avea messo in tasca un suo fazzoletto.

— Oh che sciocco! — sclamò Nora senza voltarsi.

— Se s'accorge poi che le lettere lei le copia dal Segretario galante è capace di morir dalla disperazione...!

Nora fece spallucce.

Lisetta, la cameriera, proseguì: — Ha poi risposto, signorina, a tutte le sue domande?

— Ce ne sono tante delle belle espressioni ne la lettera d'oggi... — rispose Nora con indifferenza.

— Per quell'altro però — ribattè la servetta — le lettere le fa di sua testa! Quelle sì che sono belle!

— Quell'altro è quell'altro.... E l'hai visto? — domandò con premura volgendosi.

— Lo vedrò oggi, quando vado fuori. Che risposta poi gli devo dare?

— No!

— Proprio no?

— No; digli che abbia un po' di pazienza.

— Però — insiste la cameriera dopo qualche minuto di silenzio e ritornando all'argomento di prima — il signorino finirà con l'accorgersi che quelle lettere non sono roba di lei: bisognerebbe almeno aggiungerci qualche cosa di più preciso!...

— Allora aspetta... — rispose Nora, e con un moto rapido si accostò di nuovo al tavolo, prese un altro foglietto e scrisse a larghi caratteri dettando forte: «Poscritto: lei è un gran curioso; vuol sapere troppe cose; oggi non ho voglia dirispondere a tutto. Faccia la penitenza di aspettare sino alla lettera di domani l'altro; così vedrò anche se ha pazienza. Un uomo prima di sposarlo, bisogna conoscerlo bene, ha capito?» Ecco fatto.

— Sì, così va bene — approvò Lisetta —, ma c'è poi quella cosa che domanda sempre in tutte le lettere, come la grazia ai santi.

— Ah, il famoso bacio! Aspetta: «Secondo poscritto: quella cosa è impossibile per ora. Ne parleremo meglio a voce.» Va bene così?

— Io però glielo darei un bacio — aggiunse l'altra in tono compassionevole —; è tanto buono, poverino, e le vuole tanto bene!

— Ma ti pare?... Dopo non si accontenta più: e poi mi fa senso a baciarlo!

— Gli metta almeno una buona parola; con le parole si può andare avanti un pezzo — consigliò Lisetta.

— Be'... facciamo a tuo modo: «Terzo poscritto: tuttavia sperate.» E adesso prendi la lettera e nascondila sotto il suo capezzale... E per oggi è finita!Si sedette al piano e ne fece zampillare fuori un gorgoglio di note allegre e andanti come di galoppo: il preludio dellaCarmen. Si fermò, poi giù altro scoppio di suoni, ma baccanti e lascivi che durarono un pezzo: un'aria dellaGran via.

Si fermò ancora, e stava per riprendere un terzo motivo, quando qualche cosa di lugubre si udì in quell'intervallo. Nora si scosse e rimase con la mano sollevata su la tastiera.

Era uno scoppio di tosse, ma così cavernosa e secca che pareva che le viscere si dovessero staccare e lacerare. Gli scoppi di tosse si susseguirono con spasimo decrescente poi tacquero in una specie di rantolo.

— Povero ragazzo! — sospirò Nora.

Ma allora si udì un passo che strascicava in fretta sul corridoio.

— Dio! la signora! — mormorò la cameriera, e si curvò tutta nell'atto di spolverare.

Anche Nora fece per istinto la mossa di alzarsi dallo sgabello, ma non ne ebbe il tempo, che la signora sollevò il velluto della portiera.

Una figura scarna e patita s'inquadrò su la soglia.

Disse con voce sibilante:

— Voi, nipote mia, mi volete obbligare di dire ad Antonio che venga a portarvi via il piano: è una misura severa, ma voi mi costringete.

Fu una breve pausa; Nora non rispose. La voce della signora si ammorbidì, come di un tremito e continuò:

— Tu lo sai, Nora, nessuna emozione, sopra tutto nessuna emozione; i medici dicono tutti così; e la musica è una emozione.

— Ma scusate, zia — rispose questa volta la giovane con mal celata impazienza — io non ho mica suonato la marcia funebre dell'Aida! Guardate: tutta la musica seria l'ho messa via. Questa che mi rimane, eccola qui:Madama Angot, laCarmen, laGran via...; tutta musica allegra....

— E sconveniente — ribattè la signora.

— Adesso la musica sarà diventata un romanzo dello Zola da essere sconveniente! — rispose Nora con lieve accento di scherno.

— Si vede dunque che li leggete — ribattè la signora con ironia.

Nora tacque.

— O sconveniente o no — riprese colei — non si suona. Anzi permettete. — Si mosse verso il piano, lo chiuse e si mise la chiave in tasca.

— Così è levata anche la tentazione. E poi — aggiunse osservandola meglio — siete ancora in accappatoio, a quest'ora! Sono le undici oramai. Che cosa avete fatto tutta la mattina? Tutta nuda — e aperse con dispetto l'uno e l'altro lembo dell'accappatoio denudando le spalle e il seno —, tutta nuda e tutta spettinata ancora! e la finestra aperta! Volete dunque ammalarvi anche voi?... Le stanze devono essere a dodici gradi; qui si gela! chiudete quella finestra.

Lisetta si affrettò a chiudere.

— E voi siete ancora qui? — riprese notando la cameriera —. A quest'ora avreste dovuto finire di mettere la stanza in assetto. Ma si capisce, fra voi due!.... Però non è dignitosa, Nora, questa confidenza con una persona di servizio; si vede proprio che avete nelle vene ilsangue di vostra madre buon'anima, che Dio l'abbia in paradiso. Provvederò anche a questo; due ragazze come voi non stanno bene insieme.

Nora non si era mossa, nè aveva aperto bocca; solo teneva gli occhi rivolti al cielo in atto di rassegnazione forzata e si mordeva le labbra.

— E oggi a pranzo — aggiunse con voce sommessa — mi raccomando, tenete un contegno più serio; meno gesti, meno sorrisi, meno smorfiette. Ed ora pettinatevi, ma senza tanti riccioli; e mi farete anche il piacere di mettervi l'abito marrone scuro.... Eh! avete sì un bel far l'offesa: me l'avete stregato per dovere, povero figlio — conchiuse con accento di rabbia e di dolore insieme.

— Ma vi giuro, zia — supplicò Nora — che non sono io; è lui che vuole che gli scriva, che vuole che lo ami....

— Eh, non dico adesso, io! dico prima quando lui era ancora un bambino che me l'avete stregato. Adesso le cose sono quello che sono. Ma, se Dio vuole, non dureranno molto così. A pena si apre la stagione, lui a Nizza e per voi in unmodo o nell'altro si provvederà — e voltatele le spalle se ne andò.

— Ha sentito la signora — domandò con impertinenza Lisetta dopo che il passo di colei si fu allontanato, e rifacendole il gesto — ha sentito? È stata lei a fare innamorare il signorino! Se ne possono dir di peggio? Ma sicuro lei è stata, lei! Non basta la vita che lei fa da più di un anno, niente feste, niente conversazioni, come in un convento, non basta; ma la signorina non si deve fare i riccioli, come se non fossero i capelli che sono ondati per natura! Ha un bel vitino, e se lo deve far brutto! L'abitomarron: vi metterete l'abitomarronscuro: e che tono! Lei vorrebbe così far andar via l'amore al suo figliuolo....: e dovrebbe invece ringraziarla che lei gli dà retta....; ringraziarla come si fa coi santi, perchè se lei fosse una giovane come ve ne sono tante e gli dicesse chiaro e tondo il suo sentimento, li vorrei vedere tutti e due... madre e figlio! Proprio vero che a far del bene è tempo perso con certa gente!

Nora non diceva nulla, ma piangeva di rabbia.

— Oh io poi — continuava Lisetta — se fossiin lei, questa pazienza da santa non ce l'avrei mica. Dopo tutto lei è libera, dispotica di sè, e io me ne sarei andata da un pezzo....

— Sì! e dove vado? e con cosa vivo? — domandò Nora con voce alterata levando il fazzoletto dagli occhi.

— Bella! va dove vuole: non ci ha la sua dote?

— Ah, se ci avessi la dote, non dubitare che non sarei rimasta tanto per i loro begl'occhi!....

— Ma dunque non ci ha la sua dote? — ridomandò con gran sorpresa Lisetta.

— Se non se la fosse giocata mio padre prima di ammazzarsi, ce l'avrei ancora; ma l'ha fatta saltar lui a Montecarlo. Ah! cara mia — seguitò consolandosi ne le memorie del passato —, quella fu una disgrazia, una disdetta da non darsi pace. Ma che vita si faceva allora, se tu l'avessi provata! Pensa che si viaggiava tutto l'anno: io era ancora bambina, ero libera come il sole. E come mi divertivo! Avevo labonne; ma quella badava a fare l'amore!... Dopo ho fatto la penitenza quando la zia mi ha raccolta qui per carità, orfana e senza niente....

— Sicuro che allora — sentenziò Lisetta — lei ha la sua buona ragione di tenersi da conto la signora e di fare a modo suo. Lui, già, il signorino, non campa. Dopo chi resta? Nessuno: e la parente più vicina è lei. Anche la vecchia non vivrà mica gli anni di Noè, e allora il palazzo, tutti i finimenti d'oro e di brillanti, e tutto il capitale viene a lei per legge.... Poi lei sposa quell'altro.... e tutto finisce bene.... — Così seguitava ad almanaccare Lisetta.

Nora non diceva nulla e seguitava a vestirsi.

***

Dopo mezzodì il cameriere venne ad annunciare a Nora che il pranzo era servito.

La tavola era preparata per quattro, ma ne la sala v'era solo suor Angela, una specie d'infermiera; donna senza sesso, lunga ed ossuta. Si stropicciava le palme con forza e pianamente, dilatava le narici e stirava le labbra: segni di un costante e solido appetito.

— Adesso madama viene — disse a Nora con la sua voce ombrata e fuggevole di sibilanti —; l'ha voluto aiutar lei a vestirsi. Una martire, povera signora, una vera martire!

Nora non disse nulla.

Febo entrò dando il braccio alla madre.

Non era brutto Febo: anzi un certo non so che di signorile e di eretto nel portamento e nel vestire allontanava a prima vista l'idea della tisi che lo minava; ma osservandolo meglio nel volto, sotto la pelle terrea e smorta, troppo forti apparivano i rilievi e le insenature del teschio, e ciò incuteva non solo pietà ma ribrezzo, tanto più che la forza tetra del male spirava da tutta la sua persona. E questi sentimenti si imprimevano più vivi per ragione di contrasto quando parlava e sorrideva, giacchè in quel volto gli occhi grandissimi e neri scintillavano e la voce avea quelle inflessioni di quiete e di soavità che hanno quelli su cui spira vicina la beatifica aura della morte.

I capelli solo conservavano la vita che da tutto il corpo gli sfuggiva, chè erano di un nero bellissimo e lucente, e incorniciando a lievi ondatela fronte, vi imprimevano quel non so che di ingenuo e di nobile che è proprio della sacra e ancor virginale giovanezza del maschio.

Appena vide Nora, le pupille scintillarono di più larghezza, le guance gli si colorirono di un fugace rossore, e le labbra tracciando un fuggevole sorriso scopersero il madore dei denti, d'un color grasso d'avorio.

Lasciò il braccio di sua madre e accostandosi galantemente alla giovane:

— Come va, cugina? — chiese con lieve turbamento; — e come siete bella! — esclamò poi fermandosi a contemplare quella rigogliosa forma di giovane donna.

Nora interruppe e chiese di lui, come stesse, se la tosse era diminuita, se più riposato il sonno durante la notte.

Febo rispondeva di sentirsi assai meglio. Oramai con la buona stagione si alzerebbe tutti i dì; poi l'aura mite e il mare della riviera avrebbero compita la guarigione.

Si posero a tavola. Febo sedeva presso Nora e con bel servire e con piacevoli conversari si studiava di renderle gradita la sua compagnia.

La vecchia signora, non osservata, osservava ansiosamente il figliuolo, e ogni tanto dei fremiti convulsi le agitavano le estremità delle labbra. La suora badava a mangiare con correttezza, non perciò meno vorace.

Sovente la signora con voce timida e persuasiva osservava:

— Febo, non parlare tanto; sai che ti fa male....

— No, mammina, sta buona — e seguitava a conversare con Nora.

Ma una volta si eccitò d'improvviso perchè lei, la povera mamma, ripeteva sempre la stessa raccomandazione.

La voce gli tremò di rabbia, spiegazzò la salvietta con tutte e due le mani e disse con voce stridente e convulsa:

— Ma che sono un bambino, io? Tu dici che sto meglio, lo dice il medico, lo dicono tutti: oggi v'è un bel sole, m'alzo, mi sento bene, e non volete che parli? Allora vuol dire che sto molto male. Voglio parlare finchè mi pare. Sei noiosa come tutte le mamme!

La povera donna abbassò il capo senza rispondere, ma il moto convulso delle labbra si accrebbe, e quando non potè più trattenere il pianto, si alzò piano e se ne andò senza che Febo se ne avvedesse.

Egli si era subito calmato e seguitava a parlare con Nora della villa in riviera, del mare, del dispiacere di aver perso due anni di studi, dei progetti per l'avvenire.

— Sapete, cugina, quando avrò la laurea? a venticinque anni. E se a uno di quelli che hanno bisogno di guadagnarsi il pane fosse toccato il mio male, con tutta la spesa e le cure che ci vogliono, come avrebbe fatto? Eh, un po' di socialismo bene inteso non guasta mica, non è vero, suor Angela?

Suor Angela aggrinzò il naso senza rispondere.

— Ma vedete! — diceva sorridendo a Nora — la buona suora è così religiosa ed ha paura del socialismo! E la mamma dov'è, dov'è la mammina?

Suor Angela si levò per andare a chiamarla.

Allora, come furono soli, Febo prese con lesue mani umidicce la mano di Nora e se la pose alle labbra.

— No, Febo — ella diceva, cercando lievemente di liberarsi — no, mi fai male, mi fai!...

— Giurami che mi sposerai, Nora!...

— Sì, te lo giuro, ma lasciami....

Si udì il passo della signora e della suora pel corridoio. Febo si ricompose e domandò:

— Hai scritto, mi hai risposto?

— Sì.

— È una lettera lunga?

— Otto pagine.

— Anima cara e santa! — sospirò Febo.

In quella entrò la signora e dietro suor Angela: avea gli occhi un po' rossi, ma era serena.

— Tu, mamma — le osservò Febo scherzosamente — sei proprio egoista e cattiva. Oggi mi sento così bene, mi sento così allegro che mi vien da ridere, e tu mi sgridi e vai via....

— Io lo dico per tuo bene, figliuolo — ella rispose con pacata mestizia.

Un filo di sole sbiadito avea intanto trovato strada fra i cortinaggi e si stendeva su la tovaglia.Il cameriere avea recato il vassoio col caffè. Febo volle porgere lui la tazza a Nora e la guardava a sorbire; poichè ci metteva tanta grazia con quelle labbra che si stringevano così rosee sull'orlo della tazza, e la pelle della gola che le risaliva in su ad ogni sorso.

— Voi, Febo, non prendete il caffè? — domandò voltandosi e chinandosi verso di lui; e in quell'atto il raggio di sole la investì nel volto e balenavano le gote e le pupille; e i riccioli neri e ribelli parevano tutti vaneggiare largamente su la fronte.

— La mamma non vuole — rispose il giovane scotendosi dalla sua contemplazione estatica. — Vero che non vuoi, mamma?

— No, figliuolo, se no perdi il sonno questa notte.... — rispose la signora e si rivolse ancora distrattamente ad udir suor Angela che avea ripigliato a raccontare di una mirabile guarigione della Madonna di Lourdes.

— Allora niente caffè, signorino! — disse Nora scherzosamente.

Febo intanto era riuscito a posare la mano sula palma di lei e mormorava piano che la mamma non intendesse:

— Come saremo felici quando sarai mia..., la sposa mia..., l'anima mia!... Tu potrai comandare i miracoli e io li farò....

Il raggio di sole era salito via, e la storia di Lourdes era finita: l'ora piegava verso il vespero e la signora e suor Angela con vaghe e timide parole allusive cercavano d'indurre Febo a ritornare a letto.

— Sentite quello che dice vostra madre? ubbidite, cugino mio, è per vostro bene — disse nettamente Nora che aveva capito a che voleano intendere le due donne.

Febo allora si levò, e salutatala con un:

— A domani, dunque! — si avviò verso la stanza seguito dalla madre e da suor Angela.

Anche Nora poco dopo si ritirò ne la sua stanza; ma il sole non la illuminava più, anzi ci si sentiva un'aria fredda che faceva come rabbrividire la pelle.

Si ravvolse le spalle in una mantellina e sedette presso la finestra. Avrebbe voluto far qualchecosa e pensare ad altro, ma l'imagine di Febo non le si voleva partire dalla mente e ne sentiva tristezza.

Povero Febo! Rivedeva la sua faccia smorta, le risonavano le sue parole. No! non sarebbe guarito più: da quel palazzo sarebbe uscito, ma solo in una bara stretta e nera.

Ella stessa quando parlava di lui, non diceva sempre: «Febo era, Febo faceva?» Si vede dunque che per lei Febo non era più una persona viva. Era destino, doveva morire; ma non sarebbe stato solo a morire: qualche cosa anche di lei Febo si sarebbe portato via nel mistero della bara, qualche cosa anche della giovinezza di lei. Era questo il pensiero che confusamente la impauriva. Nora si guardava le mani su cui si erano posate le mani di lui come a cercare se ne rimanevano le impronte, se sentivano ancora il madore della etica pelle. No, lei non lo voleva seguire. Era Febo che voleva bene alla sua giovanezza; e per questo la divorava con gli occhi, ma lei non voleva.

Da cinque anni, da che la zia l'avea accoltaorfana e povera, era legata a Febo, a quel bambino grande che adesso moriva. Si ricordava il giorno in cui l'aveva visto per la prima volta. Veniva dalla scuola ed era entrato nel salotto cantando e buttando i libri su di un sofà. Ma appena vide la giovanetta, che era giunta da poche ore, tutta vestita a lutto, si fermò, si ricompose e rimase lì come impacciato.

— Questa è la tua cuginetta che ha avuto tante disgrazie e che tu amerai come una sorella — disse la signora.

— Oh, questa è mia cugina!... — avea esclamato e da quel giorno se ne era innamorato morto.

Allora, nei primi anni, anche Nora era una ragazzina e ci pigliava gusto a stuzzicarlo; a vederlo così.

Quelle lettere sentimentali che non finivano mai, quel raccogliere i fiori che lei toccava, baciarle i capelli che portava lunghi e sciolti, quelle frasi di adorazione, di paura che lei dovesse fuggire, che era l'allodola, il sogno, il raggio di sole, erano cose che allora le piacevano. Ma più ella cresceva nel rigoglio delle forme e delle carni, piùlui sprofondava in quell'ebbrezza di stupida contemplazione. Arrossiva al vederla, piangeva pensando a lei, lo sentiva tremare tutto quando gli porgeva la mano o per caso lo toccasse col ginocchio o col piede.

Nora oramai si era fatta grande, sapeva tante cose e quell'amore da ragazzi non la soddisfaceva più. Gli uomini non devono amare così, pensava. Fu a quel tempo che conobbe l'altro in un salotto dove le era stato presentato, e se ne era invaghita con un senso di soggezione che non avea mai provato per Febo.

Quello sì era un bel giovane; così elegante, così mondano. Nè Febo nè altri se ne erano accorti. Febo era così bambino, di che cosa si sarebbe accorto lui? Al teatro l'altro c'era sempre quando lei ci andava: al corso, alle feste quando le si accostava e la salutava, Nora provava un brivido di orgoglio e di gioia pensando: «Questi è mio!».

Ma da quasi due anni, da che Febo si era ammalato, la zia non riceveva più nè si andava ad alcuna festa o ritrovo dove potesse abboccarsi conlui. Era molto se lo poteva scorgere qualche volta di sfuggita quando usciva in carrozza per andare a messa. Intanto gli anni passavano, e lui si sarebbe stancato. V'erano tante donne che sospiravano il suo amore, che glielo avrebbero rubato! Questo pensiero la struggeva con un senso di gelosia e di rimpianto acre e senza conforto.

E poi v'era sempre quell'ombra pallida di Febo che non le si staccava mai. Anche dopo che si era ammalato il suo modo di amare era rimasto sempre uguale: lo stesso sentimentalismo, la stessa tirannide delle lettere che gli doveva scrivere e che egli leggeva e rileggeva ne le lunghe e solitarie ore del letto. Era rimasto sempre uguale; solo le pareva che i suoi occhi avessero talvolta dei lampeggiamenti tetri e ne le lettere di lui c'erano delle frasi che adesso le facevano paura, suo malgrado.

Diceva ancora: tu sei l'allodola che fuggi: io mi levo al mattino, e non ti trovo. Ma, aggiungeva: il cielo non è abbastanza grande perchè tu mi possa sfuggire, io ti raggiungerò, e ti terrò sempre con me!

No ella, Nora, non gli voleva dare la sua giovanezza. Ella avea bisogno di amare, ma non a quel modo nè lui: e più cresceva il desiderio d'amore come più chiusa e melanconica si faceva la vita in quella casa sotto l'approssimarsi della morte.

Il sole intanto si era offuscato e senza alcun raggiare di sua luce, come un globo d'oro pallido, piegava giù dietro i platani ne la malinconia del cielo. Anche il terreno non si vedeva che ombrato e fondo, perchè la nebbia cominciava a salire.

E intanto lei, seguitava pensando, aveva oramai ventun'anni! Cominciava a percorrere il decennio della trentina: inutile illudersi. Camminava verso i trent'anni! E ancora quel carnevale, ultimo dei suoi vent'anni, finiva!

Ieri notte, che ora fosse stata non sapeva, la destò un coro di mandolini e di chitarre che suonarono tutta la notte: mandavano i mandolini note acute d'argento che parevano risa, e le chitarre ripigliavano un dolce ed appassionato motivo. Lei aveva pianto e non aveva più potuto chiudere occhio.

E quella notte sarebbe stato lo stesso ripetersi di canti e suoni; anzi di più perchè era l'ultima notte di carnevale.

Dopo ci volevano ancora altri dodici mesi perchè tornasse il carnevale!

Il sole finì con lo scomparire sotto la nebbia che montava più densa insieme alla notte. La nebbia maligna si sviluppava come globi di fumo dalla terra e aveva ravvolto tutta la foresta dei platani, di cui a stento si distinguevano i grandi tronchi.

Le cupole, i tetti della città smarrivano i loro contorni e si confondevano in un grigio uniforme.

Nessun rumore giungeva; solo qualche grido avvinazzato, e il rotolare di qualche carro: echi indistinti dell'ultimo giorno di carnevale che riprendeva la sua pazzia per le strade.

Molto rimase Nora con la fronte sul cristallo. Quando fu buio, venne il cameriere e disse che la signorina avrebbe cenato da sola perchè la signora zia avea dovuto uscire per un affare improvviso. Nora era così assorta che non pensò nèmeno a domandare del perchè di quell'insolita assenza: le portasse qualcosa; avrebbe cenato in camera.

E tornò ancora alla finestra. La città si illuminava; i fanali non si distinguevano per la nebbia, ma dei bagliori luccicavano qua e là e la tingevano di sprazzi sanguigni. Più lontano luceva un non so che di bianco lunare e vivo: era la lampada elettrica sopra la cupola delfestival, dove vanno a ballare le sartine.

Come devono essere felici le altre donne che non stanno in casa le sere di carnevale! Anche le sartine, anche le modiste che agucchiano tutto il giorno, devono essere felici perchè la sera hanno l'amante che le aspetta e vanno a spasso e ridono e vanno a ballare.

In quella casa non si rideva più, si moriva: anche la sua giovanezza ci moriva!

Passa così presto la gioventù della donna! E lei ce lo avea l'amante; bello, più bello di tutti e non poterlo nè meno vedere!

Tutte le sue amiche a quell'ora erano occupate (lei le vedeva) a mettere in ordine le lorotoilettes.Si ballava in casa C***, in casa B***. Anche quell'anno la nobile signora X*** dava una festa per le signorine con esclusione di babbi e di mamme: qualche cosa di delizioso. Lei ne sapeva bene qualcosa!

Come dovevano essere felici di non trovarcela! Era Nora che le schiacciava tutte. Adesso invece era lei la vinta. Bella vittoria! Un assassinio della sua giovinezza. Ci sarebbe stato anche lui; si sarebbe innamorato di qualche altra e per lei era finita.

Questi pensieri confusamente, mal definiti e quasi incoscienti di sè, passavano per la mente di Nora come le nubi sui monti l'una dopo l'altra passano in una giornata autunnale, squallida e stillante di pioggia.

In quella si udì un passo lieve ne la stanza che fece trasalire Nora.

— Sono io, signorina! — disse Lisetta con voce sommessa.

— Sei tu? — domandò Nora voltandosi e distinguendola a pena nel buio della stanza.

— Sì, io — e accese la lampada. — Ma leiha pianto! — sclamò poi accostandosi e fissandola in volto.

— Io?... — e si guardò in uno specchietto che avea sul tavolo: di fatto gli occhi erano rossi. — Non ho pianto, ma mi sento poco bene. È una sera così noiosa, così melanconica....

— Allora ho una bella nuova da darle.... — disse maliziosamente Lisetta.

— L'hai veduto? — domandò Nora con premura.

— L'ho veduto.

— Di' su.

— Ha detto che le vuole parlare assolutamente....

Nora si strinse ne le spalle.

— Gli ho fatto bene osservare anch'io che era impossibile....

— E lui?

— Oh, lui niente. La aspetta questa sera alla porta del teatro dove c'è il veglione....

— Ma è diventato matto?

— A sentir lui ragiona sul serio. Mi ha detto di farle sapere che da mezzanotte sino alle tre cisarà davanti alla porticina di servizio qui del palazzo una vettura chiusa, e poi mi ha consegnato un domino e una maschera....

Nora non rispose. Lisetta seguitò ancora:

— Dice che ha una notizia importante e che non la può comunicare che a voce....

— E che faccia aveva? — chiese Nora.

— Oh, una faccia scura, signorina. Si vede che è proprio innamorato, ma che è stanco di andare avanti così.... Qualche progetto lo deve avere certo per la testa....

Nora stette ancora un poco in silenzio poi domandò:

— Fammi vedere il domino.

Lisetta ruppe svelta i legami di un grosso pacco e sciorinò qualche cosa di lungo e di lucente che si svolse con un fruscìo di seta e di nastri.

— È molto ricco, molto elegante! — mormorò palpandolo.

— Uno splendore, signorina!

— Sì, ma è una pazzia la sua! — concluse posando il domino su di una sedia. — Non ti pare che sia una pazzia?

— Pare anche a me....

— È vero?

— Sì..., ma io se fossi in lei ci andrei, perchè è sicuro che nessuno se ne accorgerà.

— Ma la zia che gira tutte le notti? — obbiettò vivacemente Nora.

— Ma la signora è andata via...! Ha ricevuto un dispaccio. Da prima non voleva lasciare la casa, poi si è decisa ed è partita alle cinque per Torino.... Non sarà di ritorno che domani.

— Sei sicura?

— Eh, lo domandi ad Antonio che l'ha accompagnata alla stazione....

— Di fatti me ne ha detto qualcosa — mormorò la giovane. — Ma e suor Angela.... e Antonio?....

— Quelli dormono della quarta — rispose Lisetta sprezzantemente. — Infine faccia una cosa: vada in fondo al corridoio, giri la chiavetta della porticina a vetri, e chi vuole che venga a cercare di lei?... E poi la sua stanza si può dire come separata dal resto dell'appartamento; può fare anche del rumore che nessuno sente niente....

Lisetta seguitava a parlare, Nora rispondeva e interrogava a monosillabi.

Fuori, in lontananza, luceva la luce bianca sopra ilfestivalin quell'ultima notte di carnevale.

II.

Quante ore della notte erano trascorse quando Febo si svegliò? Era essa giunta alla metà del suo corso, ovvero le ore fuggivano verso l'aurora?

Fuggivano verso l'aurora. Ma i cavalli del sole dormivano pur ne le stalle d'oriente; soltanto dietro le nebbie le stelle s'inchinavano all'orizzonte.

La casa era profondata nel sonno; ma i geni dell'inguaribile male vigilavano e minavano con maggior fretta le loro caverne; e rallegravano il loro lavoro con un rantolo gorgogliante continuamente nel sonno.

Si destò Febo soffocato dalla tosse, la quale scoppiò con un urlo che avea dei suoni laceranti come di metalli spezzati, e risonava nel silenzioe ne la notte così lugubre che pareva il grido di vittoria della Morte cavalcante la sua caccia selvaggia.

Il sudore gemeva alle radici dei capelli, alle ascelle, al collo, con un senso di orripilazione e di caldo febbrile.

Finalmente la tosse si placò e allora Febo riprese coscienza di sè e riguardò attorno per la stanza. La luce della lampada da notte, nascosta dietro il paravento verde, si diffondeva tranquilla; ma gli oggetti così illuminati dal basso in alto, i cortinaggi specialmente, quei cortinaggi che scendevano giù sul tappeto, avevano assunte attitudini fantastiche e si prestavano a paurose visioni.

La specchiera aveva poi dei riverberi strani. Tutto era immobile e muto...; pure pareva a Febo che qualche cosa si dovesse muovere fra poco e d'improvviso; che la porta si dovesse spalancare, o che la tappezzeria si dovesse aprire in una parte e una persona uggiosa avesse dovuto entrare alzando le braccia e parlare con voce cupa.

Chi era che entrava? Egli non lo sapeva; ma un'aspettazione paurosa lo teneva sospeso.

Ecco: era la suora che entrava. La suora con la tonaca che le sbatteva a dosso col rumore delle ali delle falene; con quella voce velata, con la faccia gialla: era lei che entrava a domandare se avesse bisogno di alcun servizio.

Era lei: era e non era lei, perchè si era fatta erta sino al soffitto come i cortinaggi, e la tonaca le cadeva giù dietro come un manto.

Gesticolava con delle braccia così lunghe che andavano sempre a battere contro le pareti. Pareva adesso una maga che facesse sue arti e chiamasse i demoni. «Monaca! monaca! Tu andrai all'inferno, non hai paura di andare all'inferno?» così credeva Febo di dire; e quella non rispondeva, ma scoppiò in un riso sgangherato che le aprì tutta la mascella, e chinando quelle braccia, si era preso i lembi della tonaca e si moveva a torno in una ridda: ma non urtava più nel soffitto nè contro i mobili perchè la stanza si era ingrandita come la scena di un teatro; tutto era gigantesco; lui solo era piccino e lontano come per chi guarda con un binoccolo a rovescio. «Monaca, monaca,» gli pareva ripetere«vengono i diavoli con i cavalli di fuoco e la carrozza di ferro, e ti portano in fondo all'inferno!» Ma la monaca non rideva più. Si era stesa supina su la poltrona a sdraio dove il medico faceva stendere lui per ascoltargli il petto, e quivi si contorceva con gesti da ossessa.

Egli la voleva scacciare quell'imagine impura e faceva dei gesti; e così avvenne che rovesciò un cristallo che era sul tavolo da notte. Il lieve rumore lo scosse e provò un senso di sgomento come s'avvide che non era desto, ma che era ricaduto un'altra volta nel sogno. Erano tutti quei calmanti che producevano tante e così stanche visioni. Allora per meglio destarsi girò il bottone della lampada elettrica.

La luce bianca, innondando di colpo la stanza, fece volar via la monaca con la tonaca su pel soffitto; e la stanza aveva riprese le sue proporzioni.

Finalmente era scomparsa! Era stato un sogno; ma non importa; il giorno seguente avrebbe pregato la mamma che la mandasse via. Già gli era sempre stata insoffribile quella faccia gialla! Dovevaben essere, sotto la tonaca benedetta, piena di cupidigie infernali! E poi se stava oramai bene, che bisogno c'era dell'infermiera la notte?

Via, via la monaca; solo lei, la soave, la immacolata Nora.

Dov'era lei? Nel suo letticciuolo, immersa nel sonno, con i capelli raccolti e le mani in croce sul petto.

Quando, mio Dio, pensava, sarebbero venuti i giorni della felicità? Perchè Febo vedeva sempre davanti a sè una grande felicità come di oasi con palme e fontane e quei giorni dovevano venire certo.

Tutto dipendeva dalla tosse, come diceva anche il dottore. Cessata la tosse, cessato il male; questione di tempo e di buona stagione.

Perchè l'aprile tarda tanto a venire? Allora sarebbe andato in riviera, in una bella villa, tutta circondata di verzura e di rose. Avrebbe visto il mare azzurro, con le barche che hanno le vele bianche e girano il mare quanto è grande: avrebbe visto il sole e la luna quando albeggiano, perchè le finestre le avrebbe tenute sempre aperte che cientrasse tanta aria; e se egli stava male era anche perchè tenevano le finestre sempre chiuse e l'aria non c'entrava.

Non la voleva capir nessuno che la guarigione stava tutta lì: far entrare molta aria nel petto.

Ma in riviera avrebbe fatto entrare tutta l'aria che sta sopra il mare! E appena guarito, subito avrebbe sposato Nora. Un sogno, una felicità sovra umana, tanto che gli pareva impossibile. E perchè impossibile? Nora era contenta e questo era il tutto. La mamma certo avrebbe fatto molte obbiezioni, cioè che era troppo giovane, che doveva terminare gli studi; ma in fine avrebbe detto di sì. Era così buona la mamma! E poi v'era un argomento ultimo, decisivo: «Se vuoi che viva lasciami sposare Nora». Avrebbe detto di no? Dunque l'avrebbe sposata subito in riviera, ne la villa davanti a cui s'alza il mare: le vele lo percorrono; s'alza il sole. V'è un bosco di rose, Nora è stretta al suo braccio, gli si abbandona su la spalla....

Ma insensibilmente s'accorgeva che i pensieri gli si tornavano a confondere e a dilagare inmolti sogni dove discendeva come in un gorgo cupo, quasi egli fosse una cosa grave, e laggiù gli mancava il respiro. Le palpebre gli si tornavano a chiudere e la luce che si sprigionava dalla lampada diventava animata e pareva dire: «Io sono bianca come l'aurora, io sono bianca come la veste da sposa, io sono bianca come una fata; io sono la fata lucente che ti trascino a poco a poco giù nei sogni e tu non lo vuoi ed io ti addormenterò lo stesso e tu verrai....»

No, egli non voleva più dormire, avea paura di quel torpore grave che si impadroniva dei suoi sensi, e con uno sforzo si levò a sedere sul letto e discese giù. Finalmente non dormiva, non avrebbe dormito.

— E dell'oppio non ne voglio più! — diceva legandosi i cordoni del lungo e denso camice da notte.

E infilati i piedi ne le babbucce, si mosse per la stanza come per liberarsi dalla nebbia del sogno. Sollevò la portiera e fece alcuni passi pel corridoio illuminato a metà dalla luce della sua stanza. Ma ebbe fatti a pena pochi passi che urtò control'usciolo a vetri. Non pensò per quale cagione potesse essere chiuso, ma si ricordò che era stato sempre aperto. Mosse la maniglia, e questa resistette. Allora con uno sforzo alzò il braccio e abbassò la stanghetta che fermava in alto i battenti, i quali non rattenuti che dal piccolo dente della serratura, si apersero con una lieve spinta.

Febo mosse verso la stanza di Nora. Attraversò due sale dove la luce del corridoio moriva, e si trovò nel buio. Avanzava brancicando. Ma come ebbe svoltato, vide in fondo un filo di luce che passando per il vano lasciato dalla portiera della stanza di Nora, si proiettava sul pavimento; e nel tempo stesso un rumore breve come un soffio, lo fece sostare. Era come un sorriso ovvero un gemito che non avea mai udito. Oh che sorriso strano! Eppure era il sorriso di lei! Dunque che era? perchè Nora rideva? Era la dolce creatura divenuta pazza come Ofelia, la melanconica, ovvero era lui ancora giù, immerso in fondo, nell'abisso dei sogni?

Ma dopo qualche tempo che stava in ascolto, quel fievole suono assunse un carattere più languido,ma spiccato e deciso. Febo sussultò, e un'onda di terrore gli si aggirò attorno al capo.

Procedette per quel filo di luce senza esitare; e quando ebbe sollevato il velluto della portiera, gli si offerse una vista che lo fermò; nè le fauci riarse poterono emettere un grido.

Nora era stretta fra le braccia di un giovane, e i capelli dalla nuca e dalla fronte le cadevano diffusi per una veste sontuosa e fiammante. Il giovane si chinava a baciarla; ella levava le braccia e con ambe le mani gli accarezzava languida i capelli e le tempie.

Un senso mortale atterrò Febo sul tappeto; ma gli occhi, nel piegarsi delle membra, rimasero fissi.

A quel rumore i due amanti trasalirono e scorsero il velluto della portiera che si scoteva: un braccio vi si disegnava e tentava di aggrapparvisi.

Poi sporse la testa di Febo con gli occhi fuori e finalmente tutta la persona ritta in piedi, e sarebbe parso una statua se non fosse stato il tremore che lo scoteva: con la mano faceva cenno di voler dire qualche parola.

— A me.... a me.... Nora!... — riuscì a pronunciare con un accento che non era più quello di Febo, e fece per camminare verso di lei stendendo le braccia.

Nora mandò un lieve grido e retrocedeva stretta fra le braccia dell'altro, e non staccava gli occhi da Febo. Lo vide oscillare due o tre grandi passi, poi il camice diventar tutto rosso di molto sangue e lui cadere grave e rotolarsi presso i suoi piedi, presso i piedi di lei, l'amabile Nora.


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