Per un ribelle

Per un ribelle. . . . . . . Pictoribus atque poetisquidlibet audendi semper fuit aequa potestas.Al tempo delle recenti sommosse in Sicilia, ne la piccola quanto illustre città di R*** in Romagna (illustre perchè ha di molti e bei monumenti antichi) furono sequestrate circa tre mila copie di un opuscoletto di versi e di prose intitolatoScaglie roventi. Il provvedimento del sequestro — inutile dirlo — era giustificato dal fatto che l'autore non potendo gettare bombe autentiche, si accontentava di appuntare la prosa e la rima in forma di saette, e te le scagliava con una irruenza di entusiasmo e di rabbia tale che guai se invece di essere archilochee fossero state di semplice ferro.Dunque il provvedimento era giusto; specie oggi che, grazie a Dio, non si è più ai tempi di Renzo Tramaglino, ne' quali un facinoroso, un barattiere o un soperchiatore di professione poteva ridersene della legge e di chi ne portava le insegne.Ma pure approvando il sequestro, faceva pena il pensare alla persona colpita e danneggiata; perchè bisogna sapere che l'autore delleScaglie roventinon era un sanguinario di razza, ma un povero giovane non ancora trentenne, pittore per vocazione e non di mestiere per la ragione che di commissioni non ne avea; ed affetto inoltre da una malattia che per lui era divenuta cronica: la miseria.Costui ne gli ultimi tempi si era buttato tra la compagnia dei peggio anarchici e rivoluzionari di quella città: i socialisti per costoro non erano che dei borghesucci annacquati: perchè bisogna anche sapere per chi non ci ha pratica con quelle regioni, che in Romagna la politica, oltre a tante cose, è una specie disteeple-chaseistintivo a chi trova le forme più avanzate: giuoco certo noninnocente e che abbisogna di molta sorveglianza, ma non così pericoloso come può sembrare a prima vista, e come alcuni credono o fanno credere, almeno sintanto che v'è da mangiare e da bere: ed a questo provvedono a bastanza bene il buon Dio e le campagne ubertose e felici. Perchè quella è gente che di digiuni non ne vuol sapere. Solamente la sera che dovessero andare a letto a stomaco vuoto o scemo, sarebbe una scarsa garanzia per il domani. Ma sino a quel giorno si può esser tranquilli: o fan di gran chiacchiere o si accoltellano fraternamente fra di loro. Hanno inoltre un disprezzo per la legge che è divenuto proverbiale; così invece che dire: «io non voglio prepotenze», dicono nel loro rude dialetto: «io non voglio leggi».Or dunque i compagnoni conducevano a torno il nostro pittore per tutte le osterie; e alle ore piccole, quando rincasava, era forse più la gravezza del vino che avea in corpo di quello che potessero pesare quelle sue ossa e la poca carne che vi era attorno. Gli amici e i compagnoni gli pagavano da bere e questo era il prezzo dellesue conferenze, perchè quando era brillo avea delle sortite bizzarre e degli sproloqui paradossali; insomma faceva ridere o faceva piangere; il che è tutt'uno. Ma da mangiare non ne avrebbe accettato: non era dignitoso per un artista.Il luogo di ritrovo era ne le tipiche e indimenticabili osterie o, meglio, cantine di Romagna. Altrove non si costumano e val la pena di descriverle. Sono delle grotte a volta nei sotterranei stessi dei palazzi e vi si scende per molti scalini sotto il livello della strada.Due file di botti adornano le pareti; lampade caliginose pendono dalla volta. Il muro più stretto è occupato da un camino medioevale dove ardono fascine di sarmenti e, su la brace, in graticole enormi cuociono pesce e sardella e carne porcina. Uno degli avventori fa vento, un altro vi versa l'olio a stille, e l'odore nauseabondo si spande dal focolare. I boccali di coccio bianco a fiorami circolano ricolmi e spumosi di ben fermentato mosto, e il cantiniere che siede presso la botte, con la mano su la spina, a fatica soddisfa alle richieste dei molti che gli si accalcano con i boccali sporti.Su le panche, attorno ad un tavolo lungo e stretto, stavano dunque i compagnoni, ravvolti dentro le capparelle tradizionali, gettate a due colpi attorno al collo e alle spalle; il cappello a cencio con l'ala schiacciata su la fronte; fisonomie o incoscienti o feroci: tutti intenti all'oratore, appoggiati alle palme; e su di essi le lampade improntavano colpi di luce e di buio alla Rembrandt.Lui era a capo tavola, ritto, esile, macilento, con l'occhio smarrito. A gran gesti, con certe mani bianche ed affilate, parlava con voce stridente e con certo digrignare di denti contro la tirannide dei borghesi e dei preti: propositi immani, applausi feroci. Uno dei seduti interrompeva con un pugno sul tavolo da sfondarlo in segno di approvazione, e con una formidabile bestemmia si alzava; abbrancava un bicchiere colmo, si accostava all'oratore e lo obbligava a bere, per la Madonna! Entusiasmo bestiale a cui non era possibile sottrarsi. Il vino talora sgocciolava sul soprabito nero del nostro pittore, miserabile segno di un'aristocrazia invincibile: e poi seguitava a parlare.Delle volte, tanto era il vino ingurgitato, che la madre di lui aprendo la porta ai replicati bussi, vedeva i compagnoni che gli riportavano il figlio su le spalle mezzo morto dal vino. Questo avviene talora in segno di buona amicizia ne la dolce terra di Romagna. Ma prima che si fosse dato a così mala compagnia, ed anche allora, quando il fumo del vino non lo rendeva aggressivo, egli era la più mite e schietta creatura che si possa imaginare e si accompagnava anche agli odiati borghesi e li conduceva su, ne la sua stanza a vedere i suoi abbozzi e i suoi quadri.Era tanto che voleva andarsene via di quella città, all'estero, lontano, in Australia, come diceva lui. Ma ogni anno era sempre lì: ci volevano i soldi del viaggio, e le speranze rifiorivano con la buona stagione e poi cadevano giù all'autunno, quando le cantine si aprono per il vino nuovo, e quelle diventavano per lui il rifugio e il solo ritrovo possibile. Intanto scriveva le sueScaglie roventicontro i borghesi; anzi avea un progetto: se ne sarebbe messe le copie in una bisaccia e sarebbe andato su per il Montefeltro, per le Marchee per altre terre e castella di Romagna: le avrebbe declamate in piazza, per le fiere, e le avrebbe vendute. Per mangiare e per dormire avrebbe accettato l'ospitalità degli amici: in viaggio era permesso.— Già ho bisogno di aria libera di montagna! — e aggiungeva: — Vuoi che non le venda le mieScaglie roventi? sono tre mila copie: a cinque soldi l'una fanno settecento cinquanta franchi, e poi vuoi dire che lassù in montagna non trovi qualche prete che abbia da rifare la testa alla Madonna e le ali agli angeli? Dopo faccio fagotto e vado via e non ci torno più da queste parti.Ma le tre mila copie furono sequestrate tutte in tipografia, fresche fresche, a pena venute fuori dalla macchina: una burla lepidissima su cui la plebea arguzia romagnola trovò modo di sbizzarrirsi in motti e facezie in gran copia.— Mi hanno voluto far fare un debito come fate voialtri borghesi! — esclamava lui arrotando i denti; ed alludeva al fatto di non potere soddisfare il tipografo, che avea promesso di pagare col ricavato della vendita.Ma per quanto si inferocisse o celiasse, si capiva che il colpo del sequestro gli era andato diritto al cuore: ultima speranza volata via per terre lontane più che l'Australia e senza pagare il biglietto di viaggio ai borghesi! Poi v'era anche la vanità del poeta ferita crudamente in quelle sventuratissimeScaglie, legate e portate via come una balla di carta straccia; perchè quei versi non erano brutti, anzi come arte aveano un certo pregio; e l'indignazione e l'odio acuiti dai patimenti e congiunti ad una naturale esaltazione, aveano valicato di un balzo tutte quelle difficoltà che si frappongono a chi voglia scrivere in rima.V'erano delle strofe davvero potenti e scintillanti di furore e ne citerò alcuna delle più miti per ossequio al sequestro e alla legge.Ecco ad esempio come comincia il «Canto di un ribelle affamato»:Quando cadon le folgorie i venti fanno urlare le foreste,quando passeggia liberoil genio che conduce le tempeste;ed i torrenti fuggonoper le chine e le valli spumeggiando,coll'onda fiera e torbidacase, roveri e abeti trascinando;sento in me dentro crescerel'odio ai potenti ed il desio di guerra,sento la furia indomitadel ribelle che tutto arde ed atterra.Poichè pezzente e miseromi veggo, e come fossi un vil carcamei felici mi fuggonoed è compagna mia solo la fame. . . . . . . . . . . . . .[1]Oh, ma mi faranno il processo, mi faranno — diceva a questo e a quello il nostro pittore e poeta —, e mi voglio difendere io e allora ne sentiranno!....Per ventura ci fu un'anima pietosa che lo dissuase e con buone ragioni perchè gli disse: — Se tu parli come ne hai l'intenzione, ti legano e ti mandano a far compagnia alle tueScaglie roventi. Ti difenderò io se tu lo vuoi.— Ma tu sei un borghese e un brigante... rispose il giovane pittore; e se per avventura alcuno non lo sapesse, dirò che la voce di «brigante» costumasi dare abitualmente a coloro che sono di opinioni moderate e conservatrici. È una figura retorica che è in uso laggiù!Ma tanto disse e fece che quegli promise di farsi difendere. La cosa si riseppe e se ne fece un gran parlare, perchè il sig. C***, difensore improvvisato, era noto per le sue idee regressive, anzi per le continue intransigenze contro ogni novità. Avea in sua gioventù viaggiato e studiato ed anche avea nome di uomo di talento, qualità punto pregiata in quella città per la semplice cagionedel soverchio numero di talenti che quivi attecchiscono.Il sig. C*** faceva da molto tempo il gentiluomo di campagna e ci teneva tanto alla sua proprietà che quando gli parlavano di collettivismo rispondeva semplicemente che per suo conto li avrebbe difesi a fucilate i suoi poderi. Queste affermazioni sanguinarie, comuni del resto in Romagna, non è a credere che gli togliessero dimestichezza e facilità pur con gli stessi avversari: e la ragione è che in quei paesi un po' selvaggi e primitivi, vi fiorisce per buona ventura un certo senso di bonarietà e di umana semplicità e gentilezza che vale ad attutire le fierezze e gli odi di parte, ed accomuna gli uomini di varia fortuna e natura.Non parrà dunque cosa strana se in quel dì la sala dell'udienza in pretura fosse gremita di gente delle più disparate opinioni politiche e di sfaccendati ed oziosi, di cui in quel paese è gran numero: e costoro farebbero la fortuna degli impresari e delle compagnie comiche e liriche se in teatro ci si potesse andar gratis; ed anche gliautori ed i librai molto se ne avvantaggerebbero se i libri si potessero dar per niente e il leggerli e l'intenderli non costasse una certa fatica.Ecco il discorso di difesa che tenne il sig. C***; e a me spiace che il mio stile non sia del tutto adatto a rendere la tinta di festevole serenità e di sarcastica piacevolezza con cui l'oratore seppe rendere facile quella sua bizzarra e paradossale orazione.***«L'imputato che vi è qui dinanzi, illustrissimo sig. Pretore, sotto la grave e terribile accusa di anarchico, di Tirteo della dinamite, è tanto per noi, rappresentati e vindici del presente ordine costituito, quanto per gli innovatori o socialisti che qui vedo largamente rappresentati fra il pubblico, come anche per i suoi compagni di fede, un individuo eterogeneo ed eteroclito, cioè è il campione di una specie che va scomparendo.Egli è un accusato, senza dubbio. Ma guardateil fremito che lo agita, la macerie che lo divora, il fuoco che gli si versa dagli occhi, e voi capirete che egli, ne la sua mente, è un accusatore. Condanniamolo a venti anni di reclusione; alla ghigliottina, allo squartamento coi cavalli ed egli non ci domanderà grazie e molto meno si riconoscerà colpevole.Condannarlo è facile, ucciderlo pure sarebbe facile.Il difficile, o signori, sarebbe di provare che tutti i torti stanno dalla parte sua e tutte le ragioni dalla parte nostra.Ma pretendere nel mondo questa giustizia ideale sarebbe un pretendere l'assurdo. Fino dall'età dell'oro, e lo attesta Esiodo, Temi se ne volò al cielo coprendosi gli occhi con le ali per orrore di noi, e da allora non è più tornata.Voi poi avete purificato i cieli dagli angeli e dai fantasmi biblici, e va bene; pure dai vostri più potenti telescopi non si annuncia ancora che Temi accenni al ritorno. Stiamo dunque nel reale e nel possibile: la giustizia con la sua spada vigili in difesa dell'ordine sociale stabilitodalla volontà dei più e dalla forza delle cose; tuttavia voglia per pietà rendere meno selvaggio il diritto di quelli che trionfano e regnano, e pur meno amaro il pianto di chi in ogni età deve formare le fatali schiere dei vinti.Questa è la melanconica e pur vera parola di Cristo.***Ed ora cominciamo: Chi è costui? Vi potrei rispondere con una frase d'effetto: È un uomo che ha fame. E sarei nel vero, perchè a casa sua è una inverosimiglianza che a mezzogiorno bolla la pentola. È anche la fame che lo fa cantare quelle atroci cose.Ma io vi dirò di più: Egli è un'anima che ha fame!I suoi compagni lo hanno spesso costretto ad assidersi a delle imbandigioni da disgradarne Panurgio e Pantagruel, e gli hanno posto innanziuna serie interminabile di bottiglie; poi lo hanno accompagnato a casa cantando.Ma la sua è una bulimia che non si placa per cibo, è un'arsura che non si smorza col vino, è un dolore che non si conforta coi canti.Andiamo innanzi: Voi lo accusate anche dello abbominevole vizio dell'ubbriachezza. Di fatto egli si è dato a questo smodato uso del succo settembrino. Ma, in sostanza, egli è sobrio. Assicurategli ogni giorno una ciotola di minestra, sia pure di fagiuoli, una stanza al quinto piano senza che il locatario lo venga a infastidire con la pigione, un abito nero per uscire decente, e voi lo troverete tutto il giorno occupato a dipingere le sue teste di angeli e di Madonne; e barbe di profeti e vergini supplicanti.Se poi lo accoglierete con onore ne le vostre case, se lo farete partecipe della vostra intimità, gli comprerete o almeno gli loderete il quadro, lo andrete a visitare nel suo studio, egli sarà un uomo felice e troverà che il mondo gira così bene col sole e con la luna che lo vagheggiano a volta a volta, con tutto quel bel mare azzurroe quei boschi e quei campi, e non gli verrà nè pure in mente di invocareil rabidocoro degli Austri fremebondi e urlantie di dire:Amerò sempre i pallidimorbi spavento e morte seminanticome scrive a pagina ventitrè dell'incriminato opuscolo.***È un'anima che ha fame. Sentite: una volta un giornalucolo di provincia portava in terza pagina, prima del sonetto diréclameal Ferro China, un annuncio così concepito: «La riproduzione dell'effigie dell'illustre patriotta è stata affidata all'egregio giovane pittore Francesco A***....» Ebbene,io l'ho veduto per molti giorni consecutivi, contro suo uso, aggirarsi per le vie, fermarsi alle cantonate e spiare sul volto dei passanti se lo guardavano, se avessero letto l'annuncio, e poi domandare al giornalaio quante copie si vendevano del detto foglio. Egli ne avea le tasche piene.— Hai comperato molto salame da cena? — gli chiesi vedendolo in quello strano atteggiamento e con quelle sacche rigonfie di carte. — Dice Murger ne la suaVie de Bohème, che per diventare artisti, bisogna mangiare prima molti metri o chilometri di salcicciotto.— No, è la giustizia che si fa strada — rispose, — forse è la via della gloria che mi si apre!! — e mi sciorinò fremendo il giornale.Infelice! Dopo cinque anni ecco dove io lo ritrovo!V'ho detto che egli per natura è sobrio: meglio: è un asceta. Sapete la sua storia, signori illustrissimi del tribunale? È breve. Suo padre era un clericale intransigente. Adempiva alle mansioni di distributore di libri ne la biblioteca municipale.Percepiva cinquanta lire mensili, più qualcheincerto commerciando in libri vecchi. Aveva una barba mosaica e una figura inspirata del vecchio testamento. Con quelle cinquanta lire manteneva la moglie, sè, una figliuolina e il presente suo figliuolo in una povertà decentissima e dignitosa. Al figliuolo insegnò lui a leggere e a scrivere, perchè alle scuole del Governo non lo volle mandare. Lo teneva sempre con sè sino alle quattro che si chiudeva la libreria e si apriva il Duomo per il vespero.Il giovanetto era un cosino smilzo e macilento, e in quella solitudine della biblioteca, in mezzo a que' quadri e a quelle vecchie stampe si innamorò pazzamente dei colori e dei pennelli.Le sue letture preferite erano il Trattato della Pittura del Vinci, le Vite del Vasari e quella del Cellini, e ne sapeva molti passi a memoria; e voi avrete osservato che egli, senza avere mai messo piede in una delle così dette scuole classiche, scrive con una robustezza sintetica e con periodi vibranti e densi di pensiero che fanno contrasto con le abbominevoli massime di distruzione che vi professa.Ma la sua passione era il contemplare le vecchie stampe che riproducevano i quadri e le tavole dei pittori antichi. Il Lippi, il Masaccio, Sandro Botticelli, in genere i pittori del quattrocento, esercitavano su di lui un fascino irresistibile. Parlava del Ghirlandaio, di Luca Signorelli come di amici presenti, e in mirare quelle energiche e forti espressioni umane della nostra rinascente arte italiana la quale con tanta coscienza si era emancipata dalle mistiche e ingenue forme medioevali e avea così divinamente, così audacemente affermata la natura e la vita, egli, il giovanetto, perdè la ragione e il senso delle cose reali; ma vivea sempre in mezzo a quelle figure e le sognava, io credo, rinnovate in un'altra e grande arte contemporanea.Per lui tutta la storia dei secoli XV e XVI si riempiva della vita e delle opere di questi grandi pittori. Pontefici, re, guerrieri, gran signori non esistevano che come seguito e corteo di quelli.Tutto quel magnifico e meraviglioso cinquecento gli passava davanti agli occhi come unavisione di fate e gli tenevano le veci quasi del mangiare e del bere. Erano i suoi amici che passavano!Allora cominciò a sporcarsi le dita coi carboncini e poi co' colori, tutto da per sè, senza aiuto o consiglio e così durava da non breve tempo.Qualche vecchio gentiluomo, qualche canonico, qualche stravagante erudito, i soli che (voi lo sapete) in questa nostra città frequentino la libreria, vedendo il giovanetto tutto curvo sul telaio, là in una delle aule, nel punto dove batteva un raggio di sole giù dagli alti finestroni, si fermavano a guardare.— Questo garzonetto o giovincello ha inclinazione per l'arte della pittura, eh? — si domandavano con voce chioccia e nasale — Bene, bene! Bravo, figliuolo mio, lavora, carino...! E che dipingi mai? Ah, una Madonna! Bene, figliuolo caro, sempre con la santissima religione e farai buona fine! Iddio ti assisterà.— Fa tutto da per sè! — avvertiva pianamente il padre che si era accostato al visitatore.— Ah sì? Allora — dicevano coloro — è proprio la benedizione del Signore! Coraggio!Al vecchio gli occhi che avea sempre rossi e lagrimosi, si colmavano di maggior pianto e il giovanetto movea la matita con alacrità convulsa come avesse voluto far venir fuori la sua figura dalla tela, in un colpo, e farla rizzar gigante e ridente su per quel raggio di sole.Ma dopo alcun tempo pensò che pur bisognava uscir fuori da quella solitudine della biblioteca e farsi conoscere; ed allora avvenne che esponesse un quadro. Il babbo con la sua barba bianca poteva servire da modello, e così fu.Le domeniche e tutti i giorni che la libreria stava chiusa, il vecchio posava davanti al figliuolo con in dosso la cappa rossa di un sagrestano e gli occhi rivolti al cielo: dovea figurare un profeta o un veggente al naturale. Quando il quadro fu finito, si lavorò per la cornice, e con certi regoli di legno e loro arnesi l'ebbero condotta a termine. Un libraio che avea una bella vetrina sul corso si acconciò ad esporre il quadro; e il giovanetto trepidante, una serain su l'imbrunire, lo trasportò in quella bottega e lo dispose in modo che fosse in buona luce. Se ne fece un gran parlare, ma le critiche non furono benevoli e la cosa poi finì ne la solita indifferenza. I primi giorni tutti andavano a vedere; e i contadini che venivano al mercato, davano di grandi urtoni perchè volevano vedere anche loro. — Chi è? cos'è? È un beccamorto con la tonaca rossa! È un matto che muore! To' to'! è il vecchio della libreria. Proprio lui, vivo sputato! È il figliuolo che ha fatto il ritratto al padre: si vede che gli vuol bene; e perchè l'ha vestito di rosso? che bisogno c'era di metter fuori i ritratti di famiglia? Vada, vada ad imparare il disegno geometrico, l'ornato e la prospettiva ne le scuole — sentenziava fra gli altri con amaro spregio il maestro di disegno delle scuole tecniche — e poi farà l'imbrattatele.— Tutte le pulci han la tosse — diceva uno degli intelligenti — Tutti dottori, tutti avvocati, tutti artisti! Vecchio matto, all'officina lo mandi!Poi la gente non si fermava più e il veggente rimase per qualche giorno ne la vetrina con lasua tonaca rossa, gli occhi inspirati e l'indice alzato ad indicare il cielo tutto il giorno fra quella gente che non ci badava più che tanto.In questo tempo il vecchio venne a morte e per il giovanetto cominciarono i giorni tragici della fame.Uscì dalla biblioteca, si rivolse ai signori, ai preti se avessero avuto da fare qualche ritratto, da ripulire o accomodare qualche quadro in chiesa. — Mi dispiace, figliuolo, ma proprio non ne ho di commissioni! — rispondevano tutti. E pure per le nozze della contessina B*** avevano fatto venire un pittore da Firenze a farle il ritratto e lo aveano pagato fior di quattrini. Perchè non affidare a lui l'incarico? Egli piangeva di dolore e di rabbia e pure seguitava a dipingere, a dipingere, a dipingere nel suo stambugio sotto i tetti.Un giorno il bibliotecario che era un uomo da bene e aiutava la vedova di nascosto del figliuolo, gli disse: — Carino mio, tu bisogna che cominci da capo e vada a studiar fuori. Breve: lo indusse a fare una domanda al municipioper avere un piccolo sussidio, e poi si diè attorno a raccomandarlo ai consiglieri. — Ma chi è costui? — dicevano — È figlio di un clericale. Deve essere uno stravagante come il padre. Se il municipio dovesse aiutare tutti quelli che si credono di avere una vocazione, addio finanze. — E il dabben uomo ribatteva: — E avete pure i fondi stanziati per i sussidi agli studi. — Ma gli altri — rispondeano — presentano dei buoni documenti e in regola: questo qui che studi regolari ha fatto? Dove è andato a scuola? Le scuole allora a che fine ci sono?— Ti devi raccomandare un po' anche tu, figliuolo — diceva poi al giovane il suo protettore.— Io? io no. Io ho la mia arte. — Basta: tanto disse e fece quell'uomo per bene che gli fu assegnato un sussidio di trecento lire. E allora andò a Roma a studiare e vi rimase sei mesi. Avea ne la valigetta due paia di scarpe con la suola ferrata come costumano i montanari, ma le riportò a casa sfondate, tanto avea fatto un gran girare pei musei, per i fori, per le strade. E l'accademia? L'accademia niente.E quando gli domandarono le carte di frequenza per rinnovargli il sussidio, rispose che non ne avea ma che avea senz'altro frequentato la scuola del nudo e del colore. Per questo o per altra malevolenza il sussidio gli fu tolto ed egli ricominciò la vita misera e deserta di prima, qui fra noi.Vennero i giorni dell'inverno, della neve, del freddo e della fame.Il conte B***, un nostro degno gentiluomo, che l'avea conosciuto quando da ragazzetto dipingeva in biblioteca, ebbe commiserazione di lui e gli offrì una stanza ne la sua villa e un posto alla sua tavola senza alcuna servitù od obbligo. Accettò; ma la mattina seguente la stanza era vuota, il letto ne pur disfatto e un bigliettino sul tavolo diceva al conte che egli gli sapeva grazie della sua ospitalità, ma che voleva vivere della sua arte e non di elemosina.A questo punto comincia il suo errore di giudizio e, se volete un'espressione più energica, la sua lagrimevole pazzia. La diagnosi della sua pazzia è di una semplicità assoluta:«Egli vuole vivere della sua grande arte». Ma vivere non gli basta: pennello e tavolozza gli devono dare la gloria, le ricchezze, il piacere dell'esistenza. Io ho cercato di farglielo capire che questo è un assurdo anche se potesse apprendere perfettamente l'arte del dipingere; e per il passato gli ho detto molte cose.Vedi, amico — io gli ho detto — oggi la grande arte è finita e quella poca che rimane, se gli si può dar questo nome, è proprietà di pochi e già famosi artisti, nè credere che la società li ricompensi di onori e di lodi come faceva coi tuoi amici pittori dei bei tempi antichi. Oggi se ad un Tiziano cadesse il pennello non vi sarebbe nessun Carlo V a raccoglierlo.Un posto di professore in qualche accademia, ecco quello che la società può concedere. D'altra parte tu, povero ragazzo, hai bisogno di vivere: ebbene datti all'arte spiccia, all'arte chincagliera. Lì, se hai fortuna, potrai riuscire. Vi sono le bomboniere da dipingere, i quadretti per i salottini dellecocottes. Esse qualche soldo lo spendono per amor dell'arte: puoi anche darti a decorare le stanze.Vedi i poeti come segnano la buona via. Calliope non canta più gli eroi, ma i callifughi e le pomate. Leggi i giornali e vedrai se dico la verità. Potrai rispondere che sono poeti da strapazzo. D'accordo. Ma se tu sapessi come è facile perder la dignità e diventar pagliaccio senza accorgersene quando la gente non ti dà il soldino se non a patto che tu faccia quattro capriole in piazza! Dopo però ci si abitua e non si fa più caso di nulla.Ma egli mi adduceva gli esempi di coloro che hanno buon nome nell'arte, e mi ricordava le esposizioni che si inaugurano con tanta frequenza e sì gran sfoggio di gente decorata. Lascia da parte le esposizioni, rispondeva io: esse servono a tante cose che non hanno a che vedere con l'arte, oppure sono inventari, e tu sai che gli inventari si fanno quando uno è morto o sta lì lì per tirar le cuoia. Ma quanto ai pittori, è vero, ci sono di quelli che hanno la fede e il genio dell'arte; e pure a me, a simiglianza dei poeti, fanno l'effetto di persone fuor di posto e smarrite; e mi ricordano una certa compagnia di bimbi cheuna volta ho veduto soffiare, soffiare sotto un pallone.Il pallone si gonfiava da una parte, poi si faceva floscio dall'altra: ma in alto non voleva salire.I pittori fanno press'a poco lo stesso; buffano sino a perdere il fiato; ci muoiono anche. Che si vuole di più? Ma è impresa che fa ridere. È che manca l'aria: v'è nell'aria qualche cosa di micidiale per l'arte! Perchè la pittura non è solo la rappresentazione con segni e colori delle cose esterne, chè in tal caso sarebbe una lotta impari ed assurda col vero e meglio riesce la fotografia che qualsiasi ottimo pennello; ma essa è grande arte in quanto rappresenta un'idealità universalmente vagheggiata e sentita. Ma ora mai la nostra maggiore idealità si affissa tutta nell'intento di raggiungere un equilibrio economico e sociale di là da venire.Pure l'ignoto ed il meraviglioso, queste due grandi sorgenti a cui l'arte attingeva a piene mani, non sono più. Dentro l'animo umano, per la vasta terra, per i cieli si è esplorato tutto o almeno,si è convinti di avere fugato ogni errore, ogni sogno, ogni superstizione. Lavoro mirabile, conquista portentosa dell'uomo! E pure siamo forse più tristi di prima! Tutto su la terra va diventando uguale, a rettifilo, a proporzioni determinate, nel modo stesso che gli uomini vestono tutti ugualmente, hanno all'incirca la stessa fisonomia, e le case, le città, le vie le campagne si vanno assomigliando.L'arte, credi, non può ridere, distendersi fra queste cose e uomini geometrici!Senti questa: vi fu una volta un grande poeta, grande come pochi altri, il quale non fece altro che ridere ne la vita, tanto che è morto del troppo ridere; un poeta il più ricco di contraddizioni che mai si possa pensare. Ma veramente non era lui che si contraddiceva: era il mondo che è una perpetua contraddizione. Però pensa che il popolo non sbaglia mai, ed il poeta che aveva tanto spirito da ridergli in faccia, si vide posto su la divina fronte quel berretto da giullare che egli avea osato di mettere su la testa di quel terribile tiranno.Questo poeta si chiamava Arrigo Heine.Da molti anni egli si sentiva morire e non poteva morire: tuttavia ne la sua tomba di materassi ove giacque per tanto tempo, non cessò di ridere e di piangere, perchè ridicola e pur lagrimevole cosa è in fine il mondo. Un giorno riuscì a levarsi dal letto e si trascinò sino alLouvre. Là, dinanzi alla Venere di Milo, si pose a sedere. Il cuore gli si intenerì alla vista della Dea e ruppe in un torrente di lagrime.Questo è un fatto vero ed è anche un simbolo. La Venere di Milo è l'Arte e Arrigo Heine è l'età presente. V'è qualche cosa che muore attorno a noi; tu lo senti!Ma queste ragioni non lo persuadevano. Egli ha anche adesso un'idea fissa. Si sente soffocare nell'espansione delle sue forze e ne dà la colpa alla borghesia.No, ragazzo — io gli ho detto anche — la borghesia non ci ha maggior colpa di quello che ne abbia una sagoma di legno che il bimbo percuote perchè ci è andato ad urtar contro con la testa. Un poeta antico lasciò detto che le cosehanno la loro melanconia. Bene: credi che anche le cose hanno la loro fatalità, e gli uomini formano le cose e nessuno in particolare come nessuna classe di gente ci ha colpa se le cose sono così.La società ti farà l'elemosina, se la chiedi. Ma se persisti a far della grande arte, non ti dirà nè meno un bravo. Esiste un'economia inesorabile ed una logica spietata contro coloro che si ostinano in una funzione di cui gli uomini e i tempi più non sentono il bisogno. Tu ne ignori la cagione ma ne devi riconoscere l'effetto dall'odio implacabile fra le tue tasche e il più straccio bigliettino da una lira.Che se vedi qualche pittore vendere il quadro, ciò non ti deve illudere nè fuorviare dal retto giudizio. Non lo comprano, credi, per amor dell'arte, ma perchè l'uso, le esigenze hanno ancora una certa forza; e il pubblico, questa gran bestia che oggi veste più o meno all'inglese, ci si spassa, specie ne le esposizioni, a vedere tutte le pareti coperte di quadri posti l'uno sopra l'altro, e fa confronti e ci si appassiona quasi come ad una corsa di cavalli. Allora butta il suo soldo etutti pari. Ma la grande arte non se ne avvantaggia per questo, e il pittore che per compiacere al pubblico ha deturpato in quadretti di genere e civettuoli le austere idealità che avea forse in mente, ci muore lo stesso. E allora: «all right; vettura, all'ospedale!» La nostra è un'età umanitaria e previdente che melanconia di cadaveri e di moribondi non ne vuol veder per le vie. Tientelo a mente, amico pittore!Ma sempre furono vane parole le mie: lui è rimasto fisso nell'idea della grande arte. Avea troppo ingegno e troppo amore a quelle sue figure che gli splendeano ne la mente per adattarsi ad un qualche mestiere; ed è così che prima ha perduto la fede in Dio, ed è divenuto ateo; poi ha perduto la fede ne gli uomini ed è divenuto anarchico, che è un ateismo anche questo! Oh, le orribili parole! E pure oramai egli vive pazzo per questa pazzia, e quanti ve ne sono con lui!Egli ha finito poi col buttarsi in braccio delle cattive compagnie, l'infelice, e quivi trascina la sua ruinata giovinezza, fin che dura. Viene da piangere a pensarci!Egli la sera, fra i boccali e le sanguinarie proposte, la bestemmia atrocemente la Madonna che da giovanetto pregava fra gli incensi, presso suo padre; quasi che la Madonna dopo la borghesia fosse lei la colpa di tutto e avesse le orecchie per intendere!Ma la mattina riprende stanco i pennelli e la dipinge ancora, per istinto, la soave figura della Vergine, come l'uccello fa il nido che la sera i fanciulli distruggeranno.Oh, quando un raggio di sole entra ne la tua stanza, allora su per il raggio di sole, su fino al cielo tu vedi un ondeggiare e muoversi di figure che la mente comprende, e di cui il pennello sa a pena rendere un'imagine fuggitiva! Ed anche il mondo ne le notti stellate, ai dolci tramonti, e pur ne le tempeste, quale splendore di quadro è desso mai!Ebbene, no! Egli a questo bellissimo mondo vorrebbe dar fuoco come si fa ad un malvagio topolino che i monelli cospargono di acceso petrolio!Ma non è questa una cosa orribile che vi debbaessere una classe di uomini anelanti alla distruzione?LeScaglie roventisono state sequestrate, e va bene: ed a più forte ragione anche da coloro che lanciano ben altro che dardi poetici, noi abbiamo il diritto di premunirci, e di opporre arma ad arma.Ma io mi sono domandato: e dopo questo? Forse che distruggendo con ferro e fuoco le manifestazioni del male ne avremo anche estirpate le cause? E poi il male è solamente limitato a questi pazzi furiosi e sanguinari, o non ha più tosto un'estensione maggiore che non si creda e che sfugge alle ricerche?Perchè da quello che si legge e che si ode pare che non scarso sia il numero di coloro (e questa non è gente nè malvagia nè volgare) che vivono malcontenti e che hanno perduta ogni fede in ogni buon ordinamento e in ogni legge: ma si sentono gravati come da un'immensa oppressione che non si sa in che cosa propriamente consista, ed hanno bisogno di muoversi più liberamente e più lietamente per questo mondo.Allora ho voluto consultare quei savi che si dicono antropologi e filosofi positivi per sapere quale sia la diagnosi di questo male che affligge la nostra età, ed ecco quale ne fu il responso: «Anarchia: cioè adempimento di ogni istinto indomabile ed irrefrenabile; antisociabilità, ritorno atavico all'animalità primitiva, degenerazione ampiamente diffusa che si manifesta tanto con una opera dell'Ibsen e del Tolstoi, degenerazione superiore; come una pentola di nitroglicerina, degenerazione inferiore — forme varie di una malattia unica».Il linguaggio di questi signori è categorico e proviene dalla gran sicurezza che sentono della loro scienza. Essi, in certo modo, sono come dei medici che hanno in cura l'umanità e col termometro sotto l'ascella ne sanno compulsare ogni menomo moto ed ogni più lieve squilibrio. Da tale superiorità proviene anche il fatto che essi ragionano con un'olimpica indifferenza come se questa infermità crescesse non sul nostro corpo sociale ma su quello degli abitanti della Luna.O come avviene — ho chiesto loro umilmente — chela nostra società la quale corre a tutto vapore su le rotaie positive della scienza, verso la stazione di un avvenire sociale perfetto, debba avere il sangue così guasto da produrre tali degenerazioni?La risposta che si degnarono di darmi fu enigmatica, e da quel che ho capito, pare che dicessero che le cause del male si debbono trovare nel fatto che noi attraversiamo ora un periodo di passaggio: ma che il giorno in cui le democrazie sociali avranno raggiunto il loro completo sviluppo, l'umanità si muoverà liscia senza stridere e senza urti, come una macchina motrice dei più perfetti sistemi.Essi ne hanno la piena convinzione, ed io mi sono ben guardato dal dubitarne.Uno anzi dei maggiori sacerdoti dell'avvenire e del positivismo in un suo libro recente non esita a dichiarare che la fede in Dio, gli entusiasmi, gli eccitamenti affettivi sono un errore soggettivo dell'uomo. Anche l'arte non è altro che una deviazione iniziale dalla salute perfetta.E dal punto di vista di questi signori le cosesono propriamente così. Se l'ideale della società deve essere come il funzionamento di una gran macchina di cui ogni individuo rappresenta un ordigno condannato alla schiavitù di movimenti prestabiliti, certo in tale caso ogni forma autonoma dell'individuo diventa una deviazione dalla verità. Così poniamo che io parta dal concetto che solamente le forme geometriche siano normali e buone: e ognuno può vedere quale immenso lavoro rimarrebbe a fare per disporre le cose naturali secondo questa supposta perfetta struttura. Del resto è innegabile che se noi potessimo, ridurremmo tutto a forme simmetriche e geometriche, come quelle che ci si presentano più belle e conformi al nostro gusto. La meravigliosa assimetria, la sapiente irregolarità della natura ci spiace. Quale felicità se noi potessimo dare ai monti, ai mari, ai fiumi una forma uguale, con i cucuzzoli, i bacini, i corsi già stabiliti in qualche studio tecnico, ne lo stesso modo che nei giardini si potano le piante, le si contorcono, si cimano le erbe come la barba di una persona per bene.Ma ritornando a quei signori sapienti, io sarei anche disposto a credere che essi come gente di molto ingegno e di grande studio, non ragionino così perchè ne abbiano una convinzione vera e profonda, ma perchè esiste per così dire nell'aria, questa specie di diffusa tirannide contro le manifestazioni individuali e geniali, ed essi di questa opinione sentono l'influsso o la suggestione, come ora si dice, e sono portati involontariamente a darvi la sanzione scientifica.Si aggiunge poi un altro fatto: e questo è che, per la ragione del forte contrasto e del confronto che ne segue, tutte quelle che sono davvero forme individuali e geniali, assumono indubbiamente uno strano aspetto di pazzesco e di ridicolo. Uno che abbia una grande idealità ci fa l'effetto come di un torrione diroccato che debba caderci a dosso e farci del male. Lo si guarda un po' ridendo, un po' con sospetto: ma lo si lascia solo. Ed è in questo caso che si svolgono nell'individuo quelle forme davvero generative ed anarchiche di cui il nostro pittore è un modesto ma ben eloquente saggio.Io penso anche che se i più famosi e savi personaggi delle età trascorse, come guerrieri, filosofi, artisti, dovessero rivivere nel nostro tempo, si troverebbero in gran disagio e le loro virtù geniali che tuttora ammiriamo ne le storie e ne le opere che rimangono, finirebbero con lo scomporsi in forme stravaganti e ridicole.E un altro fatto pure è notevole: mentre i più belli esemplari della famiglia umana si vanno perseguitando e finiscono per iscomparire, è un fatto innegabile che con molto amore e con infiniti mezzi si allevano e si migliorano quelli che sono tipi inferiori, tanto dal lato fisico come dal lato intellettuale, i quali la natura tenderebbe a rendere sterili o ad uccidere in breve tempo.E questo fatto lo si considera come una delle più grandi conquiste della civiltà e del progresso, una delle glorie indiscutibili del nostro secolo. Ed è vero, e come negarlo?Bisogna però anche concedere che le democrazie sociali verso cui camminiamo sono per avere una ragione fisiologica oltre quelle che hanno di natura economica e storica.Oggi, ad esempio, la scienza medica e l'igiene hanno trovato il modo di vincere tante infermità che prima conducevano a pronta morte. Etici, rachitici, scrofolosi, epilettici, che so io, si curano o per lo meno si portano ben avanti nel tempo; anche i deformi, i muti, i cretini, i piccoli delinquenti si allevano in massa, si raddrizzano e si adattano alla vita sociale.Anche lo stupefacente estendersi degli asili, delle scuole di vario grado non è senza una ben potente ragione di volontà universale; perchè è fuor di dubbio che le scuole, oltre a molti nobili fini che si propongono, sono diventate nel fatto una specie di lungo e raffinato stabilimento di incubazione dove i meno forniti di intelligenza giungono al grado voluto di maturità per entrare poi nel torrente vivo della vita. Solo per questa ragione voi vi spiegate tutte le minuzie dei metodi pedagogici, la moltiplicità delle materie, il frazionamento in piccolissime dosi di quelle discipline che sono a pena un po' astruse: e questo metodo che sembra assurdo anzi dannoso per uno scolaro di intelligenza vera e forte, diventainvece razionale e proficuo per l'allevamento dei piccoli idioti o semi idioti delle presenti e future democrazie.Questo esercito di deformi, mantenuto a spesa dei più adatti alla vita, finisce un po' per volta col diventare suscettibile di miglioramento, di energie e di riproduzione, ed acquistando forza dal grandissimo numero, si sovrappone con una concorrenza disastrosa e con un'energia feroce in proporzione della conoscenza della loro originaria inferiorità. Eccone un piccolo saggio: Ad un tavolino da caffè, in una grande città industriale, ho udito questo dialogo autentico. Un signore con moglie e quattro figli si siede presso un giovane, e battendogli su la spalla, gli dice famigliarmente:— Caro amico, ho letto il vostro libro di poesie: ma, scusate, non mi accordo col giudizio del giornale tale, della rivista tal'altra che ne fanno un mucchio di elogi.— Mi dispiace: vi trovate de' difetti? è scritto male? i caratteri non vi paiono veri? vi scarseggia il sentimento, il senso del bello, le considerazioni? — domandò l'altro timidamente.— Questo non so, anzi, vi sarà tutto ciò che voi dite; anche troppo! Il difetto è — aggiunse in tono reciso e di rimprovero come quel tal bravo a don Abbondio — che voi artisti non scrivete per le masse. Dovete lavorare per le masse, avete capito? A questo solo patto, vi concediamo di essere artisti. Altrimenti non avete ragione di esistere.Così tu, mio stravagante pittore, che hai ne la mente la tua grande arte e le tue fantasiose figure, devi dipingere per le masse. Che cosa? io non saprei dirtelo. So che devi dipingere per le masse; se no, crepa di fame.È innegabile che noi ci troviamo di fronte ad una nuova specie di tirannide e delle più crudeli; e fin qui nulla di nuovo giacchè la tirannide vi fu e vi sarà sempre fra gli uomini; ma la cosa notevole è che non ce ne avvediamo o non abbiamo il coraggio di confessarla. E pure in nessun tempo si è tanto imprecato contro la cieca e feroce ignoranza teocratica che ardeva Giordano Bruno e impediva a Galileo di affermare una verità di natura! Ma che cosa si dovrebbe dire dellaodierna tirannide di tanto più paurosa in quanto essa non risiede in un individuo nè in un ceto di persone ma nell'universale?Con tutto ciò è un fatto notevole e da un certo punto di vista meraviglioso questo miglioramento fisico ed intellettuale delle masse per quanto sia a discapito degli individui migliori, e certo è una grande vittoria contro questa terribile e muta Sfinge che è la natura.Ma a me pare che essa intenda, e seguendo certe sue leggi di fatale equilibrio, prepari la tarda vendetta contro il piccolo uomo che l'ha voluta correggere del suo divino errore e strappare ha osato le bende entro cui si avvolgea.I degenerati superiori, come li chiamano gli scienziati, di cui è tipo il nostro pittore, finiranno per iscomparire; e sia pur pace con loro, se pace almeno fosse per essere con quelli che rimarranno.Ma così verosimilmente non sarà. Perchè io temo che questo allevamento delle moltitudini e delle masse quanto più crescerà di raffinatezza e di estensione, tanto più metterà allo scoperto una infinità di germi gretti e malefici, di cattivie bassi istinti che senza quell'allevamento sarebbero rimasti sterili o occulti o oppressi dagli uomini, veramente migliori. Già se ne vedono i segni.Chi avrà un da fare enorme saranno gli scienziati nel registrare tutti i nuovi fenomeni di criminologia e di degenerazioni devianti dalla salute perfetta dell'uomo modello. Gran sventura che gli organismi debbano nascere nell'utero delle donne con fatali leggi e non si possano invece formare secondo le dosi di una ricetta razionale entro un laboratorio di chimica!Queste cose ho voluto dire al nostro giovane pittore affinchè si persuada a non scrivere più altre rime sul modello delleScaglie roventie si convinca a non prendersela contro nessuno: non contro Dio che è troppo lontano, non contro la borghesia che non ce n'ha colpa e pensa a ben altro, non contro i socialisti i quali non hanno altro torto se non di dire: questa è pasta da far gnocchi!Il meglio è che tu rompa il pennello e ti butti a qualche mestiere.»***Con questa persuasiva conclusione finì la difesa di quello spirito bizzarro; ma la disputa non ebbe termine ne la sala d'udienza chè fu proseguita calorosamente per le vie e non sarebbe cessata così presto se quell'oratore non avesse proposto di pagar da bere ai più intimi ed arrabbiati avversari.E bevvero allegramente, perchè quando non finiscono male, possono anche finire con un buon desinare le questioni ne la dolce terra di Romagna solatia, come la chiama un caro nostro poeta.

. . . . . . . Pictoribus atque poetisquidlibet audendi semper fuit aequa potestas.

Al tempo delle recenti sommosse in Sicilia, ne la piccola quanto illustre città di R*** in Romagna (illustre perchè ha di molti e bei monumenti antichi) furono sequestrate circa tre mila copie di un opuscoletto di versi e di prose intitolatoScaglie roventi. Il provvedimento del sequestro — inutile dirlo — era giustificato dal fatto che l'autore non potendo gettare bombe autentiche, si accontentava di appuntare la prosa e la rima in forma di saette, e te le scagliava con una irruenza di entusiasmo e di rabbia tale che guai se invece di essere archilochee fossero state di semplice ferro.

Dunque il provvedimento era giusto; specie oggi che, grazie a Dio, non si è più ai tempi di Renzo Tramaglino, ne' quali un facinoroso, un barattiere o un soperchiatore di professione poteva ridersene della legge e di chi ne portava le insegne.

Ma pure approvando il sequestro, faceva pena il pensare alla persona colpita e danneggiata; perchè bisogna sapere che l'autore delleScaglie roventinon era un sanguinario di razza, ma un povero giovane non ancora trentenne, pittore per vocazione e non di mestiere per la ragione che di commissioni non ne avea; ed affetto inoltre da una malattia che per lui era divenuta cronica: la miseria.

Costui ne gli ultimi tempi si era buttato tra la compagnia dei peggio anarchici e rivoluzionari di quella città: i socialisti per costoro non erano che dei borghesucci annacquati: perchè bisogna anche sapere per chi non ci ha pratica con quelle regioni, che in Romagna la politica, oltre a tante cose, è una specie disteeple-chaseistintivo a chi trova le forme più avanzate: giuoco certo noninnocente e che abbisogna di molta sorveglianza, ma non così pericoloso come può sembrare a prima vista, e come alcuni credono o fanno credere, almeno sintanto che v'è da mangiare e da bere: ed a questo provvedono a bastanza bene il buon Dio e le campagne ubertose e felici. Perchè quella è gente che di digiuni non ne vuol sapere. Solamente la sera che dovessero andare a letto a stomaco vuoto o scemo, sarebbe una scarsa garanzia per il domani. Ma sino a quel giorno si può esser tranquilli: o fan di gran chiacchiere o si accoltellano fraternamente fra di loro. Hanno inoltre un disprezzo per la legge che è divenuto proverbiale; così invece che dire: «io non voglio prepotenze», dicono nel loro rude dialetto: «io non voglio leggi».

Or dunque i compagnoni conducevano a torno il nostro pittore per tutte le osterie; e alle ore piccole, quando rincasava, era forse più la gravezza del vino che avea in corpo di quello che potessero pesare quelle sue ossa e la poca carne che vi era attorno. Gli amici e i compagnoni gli pagavano da bere e questo era il prezzo dellesue conferenze, perchè quando era brillo avea delle sortite bizzarre e degli sproloqui paradossali; insomma faceva ridere o faceva piangere; il che è tutt'uno. Ma da mangiare non ne avrebbe accettato: non era dignitoso per un artista.

Il luogo di ritrovo era ne le tipiche e indimenticabili osterie o, meglio, cantine di Romagna. Altrove non si costumano e val la pena di descriverle. Sono delle grotte a volta nei sotterranei stessi dei palazzi e vi si scende per molti scalini sotto il livello della strada.

Due file di botti adornano le pareti; lampade caliginose pendono dalla volta. Il muro più stretto è occupato da un camino medioevale dove ardono fascine di sarmenti e, su la brace, in graticole enormi cuociono pesce e sardella e carne porcina. Uno degli avventori fa vento, un altro vi versa l'olio a stille, e l'odore nauseabondo si spande dal focolare. I boccali di coccio bianco a fiorami circolano ricolmi e spumosi di ben fermentato mosto, e il cantiniere che siede presso la botte, con la mano su la spina, a fatica soddisfa alle richieste dei molti che gli si accalcano con i boccali sporti.

Su le panche, attorno ad un tavolo lungo e stretto, stavano dunque i compagnoni, ravvolti dentro le capparelle tradizionali, gettate a due colpi attorno al collo e alle spalle; il cappello a cencio con l'ala schiacciata su la fronte; fisonomie o incoscienti o feroci: tutti intenti all'oratore, appoggiati alle palme; e su di essi le lampade improntavano colpi di luce e di buio alla Rembrandt.

Lui era a capo tavola, ritto, esile, macilento, con l'occhio smarrito. A gran gesti, con certe mani bianche ed affilate, parlava con voce stridente e con certo digrignare di denti contro la tirannide dei borghesi e dei preti: propositi immani, applausi feroci. Uno dei seduti interrompeva con un pugno sul tavolo da sfondarlo in segno di approvazione, e con una formidabile bestemmia si alzava; abbrancava un bicchiere colmo, si accostava all'oratore e lo obbligava a bere, per la Madonna! Entusiasmo bestiale a cui non era possibile sottrarsi. Il vino talora sgocciolava sul soprabito nero del nostro pittore, miserabile segno di un'aristocrazia invincibile: e poi seguitava a parlare.

Delle volte, tanto era il vino ingurgitato, che la madre di lui aprendo la porta ai replicati bussi, vedeva i compagnoni che gli riportavano il figlio su le spalle mezzo morto dal vino. Questo avviene talora in segno di buona amicizia ne la dolce terra di Romagna. Ma prima che si fosse dato a così mala compagnia, ed anche allora, quando il fumo del vino non lo rendeva aggressivo, egli era la più mite e schietta creatura che si possa imaginare e si accompagnava anche agli odiati borghesi e li conduceva su, ne la sua stanza a vedere i suoi abbozzi e i suoi quadri.

Era tanto che voleva andarsene via di quella città, all'estero, lontano, in Australia, come diceva lui. Ma ogni anno era sempre lì: ci volevano i soldi del viaggio, e le speranze rifiorivano con la buona stagione e poi cadevano giù all'autunno, quando le cantine si aprono per il vino nuovo, e quelle diventavano per lui il rifugio e il solo ritrovo possibile. Intanto scriveva le sueScaglie roventicontro i borghesi; anzi avea un progetto: se ne sarebbe messe le copie in una bisaccia e sarebbe andato su per il Montefeltro, per le Marchee per altre terre e castella di Romagna: le avrebbe declamate in piazza, per le fiere, e le avrebbe vendute. Per mangiare e per dormire avrebbe accettato l'ospitalità degli amici: in viaggio era permesso.

— Già ho bisogno di aria libera di montagna! — e aggiungeva: — Vuoi che non le venda le mieScaglie roventi? sono tre mila copie: a cinque soldi l'una fanno settecento cinquanta franchi, e poi vuoi dire che lassù in montagna non trovi qualche prete che abbia da rifare la testa alla Madonna e le ali agli angeli? Dopo faccio fagotto e vado via e non ci torno più da queste parti.

Ma le tre mila copie furono sequestrate tutte in tipografia, fresche fresche, a pena venute fuori dalla macchina: una burla lepidissima su cui la plebea arguzia romagnola trovò modo di sbizzarrirsi in motti e facezie in gran copia.

— Mi hanno voluto far fare un debito come fate voialtri borghesi! — esclamava lui arrotando i denti; ed alludeva al fatto di non potere soddisfare il tipografo, che avea promesso di pagare col ricavato della vendita.

Ma per quanto si inferocisse o celiasse, si capiva che il colpo del sequestro gli era andato diritto al cuore: ultima speranza volata via per terre lontane più che l'Australia e senza pagare il biglietto di viaggio ai borghesi! Poi v'era anche la vanità del poeta ferita crudamente in quelle sventuratissimeScaglie, legate e portate via come una balla di carta straccia; perchè quei versi non erano brutti, anzi come arte aveano un certo pregio; e l'indignazione e l'odio acuiti dai patimenti e congiunti ad una naturale esaltazione, aveano valicato di un balzo tutte quelle difficoltà che si frappongono a chi voglia scrivere in rima.

V'erano delle strofe davvero potenti e scintillanti di furore e ne citerò alcuna delle più miti per ossequio al sequestro e alla legge.

Ecco ad esempio come comincia il «Canto di un ribelle affamato»:

Quando cadon le folgorie i venti fanno urlare le foreste,quando passeggia liberoil genio che conduce le tempeste;ed i torrenti fuggonoper le chine e le valli spumeggiando,coll'onda fiera e torbidacase, roveri e abeti trascinando;sento in me dentro crescerel'odio ai potenti ed il desio di guerra,sento la furia indomitadel ribelle che tutto arde ed atterra.Poichè pezzente e miseromi veggo, e come fossi un vil carcamei felici mi fuggonoed è compagna mia solo la fame. . . . . . . . . . . . . .[1]

Quando cadon le folgorie i venti fanno urlare le foreste,quando passeggia liberoil genio che conduce le tempeste;ed i torrenti fuggonoper le chine e le valli spumeggiando,coll'onda fiera e torbidacase, roveri e abeti trascinando;

Quando cadon le folgori

e i venti fanno urlare le foreste,

quando passeggia libero

il genio che conduce le tempeste;

ed i torrenti fuggono

per le chine e le valli spumeggiando,

coll'onda fiera e torbida

case, roveri e abeti trascinando;

sento in me dentro crescerel'odio ai potenti ed il desio di guerra,sento la furia indomitadel ribelle che tutto arde ed atterra.

sento in me dentro crescere

l'odio ai potenti ed il desio di guerra,

sento la furia indomita

del ribelle che tutto arde ed atterra.

Poichè pezzente e miseromi veggo, e come fossi un vil carcamei felici mi fuggonoed è compagna mia solo la fame. . . . . . . . . . . . . .[1]

Poichè pezzente e misero

mi veggo, e come fossi un vil carcame

i felici mi fuggono

ed è compagna mia solo la fame

. . . . . . . . . . . . . .[1]

Oh, ma mi faranno il processo, mi faranno — diceva a questo e a quello il nostro pittore e poeta —, e mi voglio difendere io e allora ne sentiranno!....

Per ventura ci fu un'anima pietosa che lo dissuase e con buone ragioni perchè gli disse: — Se tu parli come ne hai l'intenzione, ti legano e ti mandano a far compagnia alle tueScaglie roventi. Ti difenderò io se tu lo vuoi.

— Ma tu sei un borghese e un brigante... rispose il giovane pittore; e se per avventura alcuno non lo sapesse, dirò che la voce di «brigante» costumasi dare abitualmente a coloro che sono di opinioni moderate e conservatrici. È una figura retorica che è in uso laggiù!

Ma tanto disse e fece che quegli promise di farsi difendere. La cosa si riseppe e se ne fece un gran parlare, perchè il sig. C***, difensore improvvisato, era noto per le sue idee regressive, anzi per le continue intransigenze contro ogni novità. Avea in sua gioventù viaggiato e studiato ed anche avea nome di uomo di talento, qualità punto pregiata in quella città per la semplice cagionedel soverchio numero di talenti che quivi attecchiscono.

Il sig. C*** faceva da molto tempo il gentiluomo di campagna e ci teneva tanto alla sua proprietà che quando gli parlavano di collettivismo rispondeva semplicemente che per suo conto li avrebbe difesi a fucilate i suoi poderi. Queste affermazioni sanguinarie, comuni del resto in Romagna, non è a credere che gli togliessero dimestichezza e facilità pur con gli stessi avversari: e la ragione è che in quei paesi un po' selvaggi e primitivi, vi fiorisce per buona ventura un certo senso di bonarietà e di umana semplicità e gentilezza che vale ad attutire le fierezze e gli odi di parte, ed accomuna gli uomini di varia fortuna e natura.

Non parrà dunque cosa strana se in quel dì la sala dell'udienza in pretura fosse gremita di gente delle più disparate opinioni politiche e di sfaccendati ed oziosi, di cui in quel paese è gran numero: e costoro farebbero la fortuna degli impresari e delle compagnie comiche e liriche se in teatro ci si potesse andar gratis; ed anche gliautori ed i librai molto se ne avvantaggerebbero se i libri si potessero dar per niente e il leggerli e l'intenderli non costasse una certa fatica.

Ecco il discorso di difesa che tenne il sig. C***; e a me spiace che il mio stile non sia del tutto adatto a rendere la tinta di festevole serenità e di sarcastica piacevolezza con cui l'oratore seppe rendere facile quella sua bizzarra e paradossale orazione.

***

«L'imputato che vi è qui dinanzi, illustrissimo sig. Pretore, sotto la grave e terribile accusa di anarchico, di Tirteo della dinamite, è tanto per noi, rappresentati e vindici del presente ordine costituito, quanto per gli innovatori o socialisti che qui vedo largamente rappresentati fra il pubblico, come anche per i suoi compagni di fede, un individuo eterogeneo ed eteroclito, cioè è il campione di una specie che va scomparendo.

Egli è un accusato, senza dubbio. Ma guardateil fremito che lo agita, la macerie che lo divora, il fuoco che gli si versa dagli occhi, e voi capirete che egli, ne la sua mente, è un accusatore. Condanniamolo a venti anni di reclusione; alla ghigliottina, allo squartamento coi cavalli ed egli non ci domanderà grazie e molto meno si riconoscerà colpevole.

Condannarlo è facile, ucciderlo pure sarebbe facile.

Il difficile, o signori, sarebbe di provare che tutti i torti stanno dalla parte sua e tutte le ragioni dalla parte nostra.

Ma pretendere nel mondo questa giustizia ideale sarebbe un pretendere l'assurdo. Fino dall'età dell'oro, e lo attesta Esiodo, Temi se ne volò al cielo coprendosi gli occhi con le ali per orrore di noi, e da allora non è più tornata.

Voi poi avete purificato i cieli dagli angeli e dai fantasmi biblici, e va bene; pure dai vostri più potenti telescopi non si annuncia ancora che Temi accenni al ritorno. Stiamo dunque nel reale e nel possibile: la giustizia con la sua spada vigili in difesa dell'ordine sociale stabilitodalla volontà dei più e dalla forza delle cose; tuttavia voglia per pietà rendere meno selvaggio il diritto di quelli che trionfano e regnano, e pur meno amaro il pianto di chi in ogni età deve formare le fatali schiere dei vinti.

Questa è la melanconica e pur vera parola di Cristo.

***

Ed ora cominciamo: Chi è costui? Vi potrei rispondere con una frase d'effetto: È un uomo che ha fame. E sarei nel vero, perchè a casa sua è una inverosimiglianza che a mezzogiorno bolla la pentola. È anche la fame che lo fa cantare quelle atroci cose.

Ma io vi dirò di più: Egli è un'anima che ha fame!

I suoi compagni lo hanno spesso costretto ad assidersi a delle imbandigioni da disgradarne Panurgio e Pantagruel, e gli hanno posto innanziuna serie interminabile di bottiglie; poi lo hanno accompagnato a casa cantando.

Ma la sua è una bulimia che non si placa per cibo, è un'arsura che non si smorza col vino, è un dolore che non si conforta coi canti.

Andiamo innanzi: Voi lo accusate anche dello abbominevole vizio dell'ubbriachezza. Di fatto egli si è dato a questo smodato uso del succo settembrino. Ma, in sostanza, egli è sobrio. Assicurategli ogni giorno una ciotola di minestra, sia pure di fagiuoli, una stanza al quinto piano senza che il locatario lo venga a infastidire con la pigione, un abito nero per uscire decente, e voi lo troverete tutto il giorno occupato a dipingere le sue teste di angeli e di Madonne; e barbe di profeti e vergini supplicanti.

Se poi lo accoglierete con onore ne le vostre case, se lo farete partecipe della vostra intimità, gli comprerete o almeno gli loderete il quadro, lo andrete a visitare nel suo studio, egli sarà un uomo felice e troverà che il mondo gira così bene col sole e con la luna che lo vagheggiano a volta a volta, con tutto quel bel mare azzurroe quei boschi e quei campi, e non gli verrà nè pure in mente di invocare

il rabidocoro degli Austri fremebondi e urlanti

il rabido

coro degli Austri fremebondi e urlanti

e di dire:

Amerò sempre i pallidimorbi spavento e morte seminanti

Amerò sempre i pallidi

morbi spavento e morte seminanti

come scrive a pagina ventitrè dell'incriminato opuscolo.

***

È un'anima che ha fame. Sentite: una volta un giornalucolo di provincia portava in terza pagina, prima del sonetto diréclameal Ferro China, un annuncio così concepito: «La riproduzione dell'effigie dell'illustre patriotta è stata affidata all'egregio giovane pittore Francesco A***....» Ebbene,io l'ho veduto per molti giorni consecutivi, contro suo uso, aggirarsi per le vie, fermarsi alle cantonate e spiare sul volto dei passanti se lo guardavano, se avessero letto l'annuncio, e poi domandare al giornalaio quante copie si vendevano del detto foglio. Egli ne avea le tasche piene.

— Hai comperato molto salame da cena? — gli chiesi vedendolo in quello strano atteggiamento e con quelle sacche rigonfie di carte. — Dice Murger ne la suaVie de Bohème, che per diventare artisti, bisogna mangiare prima molti metri o chilometri di salcicciotto.

— No, è la giustizia che si fa strada — rispose, — forse è la via della gloria che mi si apre!! — e mi sciorinò fremendo il giornale.

Infelice! Dopo cinque anni ecco dove io lo ritrovo!

V'ho detto che egli per natura è sobrio: meglio: è un asceta. Sapete la sua storia, signori illustrissimi del tribunale? È breve. Suo padre era un clericale intransigente. Adempiva alle mansioni di distributore di libri ne la biblioteca municipale.

Percepiva cinquanta lire mensili, più qualcheincerto commerciando in libri vecchi. Aveva una barba mosaica e una figura inspirata del vecchio testamento. Con quelle cinquanta lire manteneva la moglie, sè, una figliuolina e il presente suo figliuolo in una povertà decentissima e dignitosa. Al figliuolo insegnò lui a leggere e a scrivere, perchè alle scuole del Governo non lo volle mandare. Lo teneva sempre con sè sino alle quattro che si chiudeva la libreria e si apriva il Duomo per il vespero.

Il giovanetto era un cosino smilzo e macilento, e in quella solitudine della biblioteca, in mezzo a que' quadri e a quelle vecchie stampe si innamorò pazzamente dei colori e dei pennelli.

Le sue letture preferite erano il Trattato della Pittura del Vinci, le Vite del Vasari e quella del Cellini, e ne sapeva molti passi a memoria; e voi avrete osservato che egli, senza avere mai messo piede in una delle così dette scuole classiche, scrive con una robustezza sintetica e con periodi vibranti e densi di pensiero che fanno contrasto con le abbominevoli massime di distruzione che vi professa.

Ma la sua passione era il contemplare le vecchie stampe che riproducevano i quadri e le tavole dei pittori antichi. Il Lippi, il Masaccio, Sandro Botticelli, in genere i pittori del quattrocento, esercitavano su di lui un fascino irresistibile. Parlava del Ghirlandaio, di Luca Signorelli come di amici presenti, e in mirare quelle energiche e forti espressioni umane della nostra rinascente arte italiana la quale con tanta coscienza si era emancipata dalle mistiche e ingenue forme medioevali e avea così divinamente, così audacemente affermata la natura e la vita, egli, il giovanetto, perdè la ragione e il senso delle cose reali; ma vivea sempre in mezzo a quelle figure e le sognava, io credo, rinnovate in un'altra e grande arte contemporanea.

Per lui tutta la storia dei secoli XV e XVI si riempiva della vita e delle opere di questi grandi pittori. Pontefici, re, guerrieri, gran signori non esistevano che come seguito e corteo di quelli.

Tutto quel magnifico e meraviglioso cinquecento gli passava davanti agli occhi come unavisione di fate e gli tenevano le veci quasi del mangiare e del bere. Erano i suoi amici che passavano!

Allora cominciò a sporcarsi le dita coi carboncini e poi co' colori, tutto da per sè, senza aiuto o consiglio e così durava da non breve tempo.

Qualche vecchio gentiluomo, qualche canonico, qualche stravagante erudito, i soli che (voi lo sapete) in questa nostra città frequentino la libreria, vedendo il giovanetto tutto curvo sul telaio, là in una delle aule, nel punto dove batteva un raggio di sole giù dagli alti finestroni, si fermavano a guardare.

— Questo garzonetto o giovincello ha inclinazione per l'arte della pittura, eh? — si domandavano con voce chioccia e nasale — Bene, bene! Bravo, figliuolo mio, lavora, carino...! E che dipingi mai? Ah, una Madonna! Bene, figliuolo caro, sempre con la santissima religione e farai buona fine! Iddio ti assisterà.

— Fa tutto da per sè! — avvertiva pianamente il padre che si era accostato al visitatore.

— Ah sì? Allora — dicevano coloro — è proprio la benedizione del Signore! Coraggio!

Al vecchio gli occhi che avea sempre rossi e lagrimosi, si colmavano di maggior pianto e il giovanetto movea la matita con alacrità convulsa come avesse voluto far venir fuori la sua figura dalla tela, in un colpo, e farla rizzar gigante e ridente su per quel raggio di sole.

Ma dopo alcun tempo pensò che pur bisognava uscir fuori da quella solitudine della biblioteca e farsi conoscere; ed allora avvenne che esponesse un quadro. Il babbo con la sua barba bianca poteva servire da modello, e così fu.

Le domeniche e tutti i giorni che la libreria stava chiusa, il vecchio posava davanti al figliuolo con in dosso la cappa rossa di un sagrestano e gli occhi rivolti al cielo: dovea figurare un profeta o un veggente al naturale. Quando il quadro fu finito, si lavorò per la cornice, e con certi regoli di legno e loro arnesi l'ebbero condotta a termine. Un libraio che avea una bella vetrina sul corso si acconciò ad esporre il quadro; e il giovanetto trepidante, una serain su l'imbrunire, lo trasportò in quella bottega e lo dispose in modo che fosse in buona luce. Se ne fece un gran parlare, ma le critiche non furono benevoli e la cosa poi finì ne la solita indifferenza. I primi giorni tutti andavano a vedere; e i contadini che venivano al mercato, davano di grandi urtoni perchè volevano vedere anche loro. — Chi è? cos'è? È un beccamorto con la tonaca rossa! È un matto che muore! To' to'! è il vecchio della libreria. Proprio lui, vivo sputato! È il figliuolo che ha fatto il ritratto al padre: si vede che gli vuol bene; e perchè l'ha vestito di rosso? che bisogno c'era di metter fuori i ritratti di famiglia? Vada, vada ad imparare il disegno geometrico, l'ornato e la prospettiva ne le scuole — sentenziava fra gli altri con amaro spregio il maestro di disegno delle scuole tecniche — e poi farà l'imbrattatele.

— Tutte le pulci han la tosse — diceva uno degli intelligenti — Tutti dottori, tutti avvocati, tutti artisti! Vecchio matto, all'officina lo mandi!

Poi la gente non si fermava più e il veggente rimase per qualche giorno ne la vetrina con lasua tonaca rossa, gli occhi inspirati e l'indice alzato ad indicare il cielo tutto il giorno fra quella gente che non ci badava più che tanto.

In questo tempo il vecchio venne a morte e per il giovanetto cominciarono i giorni tragici della fame.

Uscì dalla biblioteca, si rivolse ai signori, ai preti se avessero avuto da fare qualche ritratto, da ripulire o accomodare qualche quadro in chiesa. — Mi dispiace, figliuolo, ma proprio non ne ho di commissioni! — rispondevano tutti. E pure per le nozze della contessina B*** avevano fatto venire un pittore da Firenze a farle il ritratto e lo aveano pagato fior di quattrini. Perchè non affidare a lui l'incarico? Egli piangeva di dolore e di rabbia e pure seguitava a dipingere, a dipingere, a dipingere nel suo stambugio sotto i tetti.

Un giorno il bibliotecario che era un uomo da bene e aiutava la vedova di nascosto del figliuolo, gli disse: — Carino mio, tu bisogna che cominci da capo e vada a studiar fuori. Breve: lo indusse a fare una domanda al municipioper avere un piccolo sussidio, e poi si diè attorno a raccomandarlo ai consiglieri. — Ma chi è costui? — dicevano — È figlio di un clericale. Deve essere uno stravagante come il padre. Se il municipio dovesse aiutare tutti quelli che si credono di avere una vocazione, addio finanze. — E il dabben uomo ribatteva: — E avete pure i fondi stanziati per i sussidi agli studi. — Ma gli altri — rispondeano — presentano dei buoni documenti e in regola: questo qui che studi regolari ha fatto? Dove è andato a scuola? Le scuole allora a che fine ci sono?

— Ti devi raccomandare un po' anche tu, figliuolo — diceva poi al giovane il suo protettore.

— Io? io no. Io ho la mia arte. — Basta: tanto disse e fece quell'uomo per bene che gli fu assegnato un sussidio di trecento lire. E allora andò a Roma a studiare e vi rimase sei mesi. Avea ne la valigetta due paia di scarpe con la suola ferrata come costumano i montanari, ma le riportò a casa sfondate, tanto avea fatto un gran girare pei musei, per i fori, per le strade. E l'accademia? L'accademia niente.

E quando gli domandarono le carte di frequenza per rinnovargli il sussidio, rispose che non ne avea ma che avea senz'altro frequentato la scuola del nudo e del colore. Per questo o per altra malevolenza il sussidio gli fu tolto ed egli ricominciò la vita misera e deserta di prima, qui fra noi.

Vennero i giorni dell'inverno, della neve, del freddo e della fame.

Il conte B***, un nostro degno gentiluomo, che l'avea conosciuto quando da ragazzetto dipingeva in biblioteca, ebbe commiserazione di lui e gli offrì una stanza ne la sua villa e un posto alla sua tavola senza alcuna servitù od obbligo. Accettò; ma la mattina seguente la stanza era vuota, il letto ne pur disfatto e un bigliettino sul tavolo diceva al conte che egli gli sapeva grazie della sua ospitalità, ma che voleva vivere della sua arte e non di elemosina.

A questo punto comincia il suo errore di giudizio e, se volete un'espressione più energica, la sua lagrimevole pazzia. La diagnosi della sua pazzia è di una semplicità assoluta:

«Egli vuole vivere della sua grande arte». Ma vivere non gli basta: pennello e tavolozza gli devono dare la gloria, le ricchezze, il piacere dell'esistenza. Io ho cercato di farglielo capire che questo è un assurdo anche se potesse apprendere perfettamente l'arte del dipingere; e per il passato gli ho detto molte cose.

Vedi, amico — io gli ho detto — oggi la grande arte è finita e quella poca che rimane, se gli si può dar questo nome, è proprietà di pochi e già famosi artisti, nè credere che la società li ricompensi di onori e di lodi come faceva coi tuoi amici pittori dei bei tempi antichi. Oggi se ad un Tiziano cadesse il pennello non vi sarebbe nessun Carlo V a raccoglierlo.

Un posto di professore in qualche accademia, ecco quello che la società può concedere. D'altra parte tu, povero ragazzo, hai bisogno di vivere: ebbene datti all'arte spiccia, all'arte chincagliera. Lì, se hai fortuna, potrai riuscire. Vi sono le bomboniere da dipingere, i quadretti per i salottini dellecocottes. Esse qualche soldo lo spendono per amor dell'arte: puoi anche darti a decorare le stanze.

Vedi i poeti come segnano la buona via. Calliope non canta più gli eroi, ma i callifughi e le pomate. Leggi i giornali e vedrai se dico la verità. Potrai rispondere che sono poeti da strapazzo. D'accordo. Ma se tu sapessi come è facile perder la dignità e diventar pagliaccio senza accorgersene quando la gente non ti dà il soldino se non a patto che tu faccia quattro capriole in piazza! Dopo però ci si abitua e non si fa più caso di nulla.

Ma egli mi adduceva gli esempi di coloro che hanno buon nome nell'arte, e mi ricordava le esposizioni che si inaugurano con tanta frequenza e sì gran sfoggio di gente decorata. Lascia da parte le esposizioni, rispondeva io: esse servono a tante cose che non hanno a che vedere con l'arte, oppure sono inventari, e tu sai che gli inventari si fanno quando uno è morto o sta lì lì per tirar le cuoia. Ma quanto ai pittori, è vero, ci sono di quelli che hanno la fede e il genio dell'arte; e pure a me, a simiglianza dei poeti, fanno l'effetto di persone fuor di posto e smarrite; e mi ricordano una certa compagnia di bimbi cheuna volta ho veduto soffiare, soffiare sotto un pallone.

Il pallone si gonfiava da una parte, poi si faceva floscio dall'altra: ma in alto non voleva salire.

I pittori fanno press'a poco lo stesso; buffano sino a perdere il fiato; ci muoiono anche. Che si vuole di più? Ma è impresa che fa ridere. È che manca l'aria: v'è nell'aria qualche cosa di micidiale per l'arte! Perchè la pittura non è solo la rappresentazione con segni e colori delle cose esterne, chè in tal caso sarebbe una lotta impari ed assurda col vero e meglio riesce la fotografia che qualsiasi ottimo pennello; ma essa è grande arte in quanto rappresenta un'idealità universalmente vagheggiata e sentita. Ma ora mai la nostra maggiore idealità si affissa tutta nell'intento di raggiungere un equilibrio economico e sociale di là da venire.

Pure l'ignoto ed il meraviglioso, queste due grandi sorgenti a cui l'arte attingeva a piene mani, non sono più. Dentro l'animo umano, per la vasta terra, per i cieli si è esplorato tutto o almeno,si è convinti di avere fugato ogni errore, ogni sogno, ogni superstizione. Lavoro mirabile, conquista portentosa dell'uomo! E pure siamo forse più tristi di prima! Tutto su la terra va diventando uguale, a rettifilo, a proporzioni determinate, nel modo stesso che gli uomini vestono tutti ugualmente, hanno all'incirca la stessa fisonomia, e le case, le città, le vie le campagne si vanno assomigliando.

L'arte, credi, non può ridere, distendersi fra queste cose e uomini geometrici!

Senti questa: vi fu una volta un grande poeta, grande come pochi altri, il quale non fece altro che ridere ne la vita, tanto che è morto del troppo ridere; un poeta il più ricco di contraddizioni che mai si possa pensare. Ma veramente non era lui che si contraddiceva: era il mondo che è una perpetua contraddizione. Però pensa che il popolo non sbaglia mai, ed il poeta che aveva tanto spirito da ridergli in faccia, si vide posto su la divina fronte quel berretto da giullare che egli avea osato di mettere su la testa di quel terribile tiranno.

Questo poeta si chiamava Arrigo Heine.

Da molti anni egli si sentiva morire e non poteva morire: tuttavia ne la sua tomba di materassi ove giacque per tanto tempo, non cessò di ridere e di piangere, perchè ridicola e pur lagrimevole cosa è in fine il mondo. Un giorno riuscì a levarsi dal letto e si trascinò sino alLouvre. Là, dinanzi alla Venere di Milo, si pose a sedere. Il cuore gli si intenerì alla vista della Dea e ruppe in un torrente di lagrime.

Questo è un fatto vero ed è anche un simbolo. La Venere di Milo è l'Arte e Arrigo Heine è l'età presente. V'è qualche cosa che muore attorno a noi; tu lo senti!

Ma queste ragioni non lo persuadevano. Egli ha anche adesso un'idea fissa. Si sente soffocare nell'espansione delle sue forze e ne dà la colpa alla borghesia.

No, ragazzo — io gli ho detto anche — la borghesia non ci ha maggior colpa di quello che ne abbia una sagoma di legno che il bimbo percuote perchè ci è andato ad urtar contro con la testa. Un poeta antico lasciò detto che le cosehanno la loro melanconia. Bene: credi che anche le cose hanno la loro fatalità, e gli uomini formano le cose e nessuno in particolare come nessuna classe di gente ci ha colpa se le cose sono così.

La società ti farà l'elemosina, se la chiedi. Ma se persisti a far della grande arte, non ti dirà nè meno un bravo. Esiste un'economia inesorabile ed una logica spietata contro coloro che si ostinano in una funzione di cui gli uomini e i tempi più non sentono il bisogno. Tu ne ignori la cagione ma ne devi riconoscere l'effetto dall'odio implacabile fra le tue tasche e il più straccio bigliettino da una lira.

Che se vedi qualche pittore vendere il quadro, ciò non ti deve illudere nè fuorviare dal retto giudizio. Non lo comprano, credi, per amor dell'arte, ma perchè l'uso, le esigenze hanno ancora una certa forza; e il pubblico, questa gran bestia che oggi veste più o meno all'inglese, ci si spassa, specie ne le esposizioni, a vedere tutte le pareti coperte di quadri posti l'uno sopra l'altro, e fa confronti e ci si appassiona quasi come ad una corsa di cavalli. Allora butta il suo soldo etutti pari. Ma la grande arte non se ne avvantaggia per questo, e il pittore che per compiacere al pubblico ha deturpato in quadretti di genere e civettuoli le austere idealità che avea forse in mente, ci muore lo stesso. E allora: «all right; vettura, all'ospedale!» La nostra è un'età umanitaria e previdente che melanconia di cadaveri e di moribondi non ne vuol veder per le vie. Tientelo a mente, amico pittore!

Ma sempre furono vane parole le mie: lui è rimasto fisso nell'idea della grande arte. Avea troppo ingegno e troppo amore a quelle sue figure che gli splendeano ne la mente per adattarsi ad un qualche mestiere; ed è così che prima ha perduto la fede in Dio, ed è divenuto ateo; poi ha perduto la fede ne gli uomini ed è divenuto anarchico, che è un ateismo anche questo! Oh, le orribili parole! E pure oramai egli vive pazzo per questa pazzia, e quanti ve ne sono con lui!

Egli ha finito poi col buttarsi in braccio delle cattive compagnie, l'infelice, e quivi trascina la sua ruinata giovinezza, fin che dura. Viene da piangere a pensarci!

Egli la sera, fra i boccali e le sanguinarie proposte, la bestemmia atrocemente la Madonna che da giovanetto pregava fra gli incensi, presso suo padre; quasi che la Madonna dopo la borghesia fosse lei la colpa di tutto e avesse le orecchie per intendere!

Ma la mattina riprende stanco i pennelli e la dipinge ancora, per istinto, la soave figura della Vergine, come l'uccello fa il nido che la sera i fanciulli distruggeranno.

Oh, quando un raggio di sole entra ne la tua stanza, allora su per il raggio di sole, su fino al cielo tu vedi un ondeggiare e muoversi di figure che la mente comprende, e di cui il pennello sa a pena rendere un'imagine fuggitiva! Ed anche il mondo ne le notti stellate, ai dolci tramonti, e pur ne le tempeste, quale splendore di quadro è desso mai!

Ebbene, no! Egli a questo bellissimo mondo vorrebbe dar fuoco come si fa ad un malvagio topolino che i monelli cospargono di acceso petrolio!

Ma non è questa una cosa orribile che vi debbaessere una classe di uomini anelanti alla distruzione?

LeScaglie roventisono state sequestrate, e va bene: ed a più forte ragione anche da coloro che lanciano ben altro che dardi poetici, noi abbiamo il diritto di premunirci, e di opporre arma ad arma.

Ma io mi sono domandato: e dopo questo? Forse che distruggendo con ferro e fuoco le manifestazioni del male ne avremo anche estirpate le cause? E poi il male è solamente limitato a questi pazzi furiosi e sanguinari, o non ha più tosto un'estensione maggiore che non si creda e che sfugge alle ricerche?

Perchè da quello che si legge e che si ode pare che non scarso sia il numero di coloro (e questa non è gente nè malvagia nè volgare) che vivono malcontenti e che hanno perduta ogni fede in ogni buon ordinamento e in ogni legge: ma si sentono gravati come da un'immensa oppressione che non si sa in che cosa propriamente consista, ed hanno bisogno di muoversi più liberamente e più lietamente per questo mondo.

Allora ho voluto consultare quei savi che si dicono antropologi e filosofi positivi per sapere quale sia la diagnosi di questo male che affligge la nostra età, ed ecco quale ne fu il responso: «Anarchia: cioè adempimento di ogni istinto indomabile ed irrefrenabile; antisociabilità, ritorno atavico all'animalità primitiva, degenerazione ampiamente diffusa che si manifesta tanto con una opera dell'Ibsen e del Tolstoi, degenerazione superiore; come una pentola di nitroglicerina, degenerazione inferiore — forme varie di una malattia unica».

Il linguaggio di questi signori è categorico e proviene dalla gran sicurezza che sentono della loro scienza. Essi, in certo modo, sono come dei medici che hanno in cura l'umanità e col termometro sotto l'ascella ne sanno compulsare ogni menomo moto ed ogni più lieve squilibrio. Da tale superiorità proviene anche il fatto che essi ragionano con un'olimpica indifferenza come se questa infermità crescesse non sul nostro corpo sociale ma su quello degli abitanti della Luna.

O come avviene — ho chiesto loro umilmente — chela nostra società la quale corre a tutto vapore su le rotaie positive della scienza, verso la stazione di un avvenire sociale perfetto, debba avere il sangue così guasto da produrre tali degenerazioni?

La risposta che si degnarono di darmi fu enigmatica, e da quel che ho capito, pare che dicessero che le cause del male si debbono trovare nel fatto che noi attraversiamo ora un periodo di passaggio: ma che il giorno in cui le democrazie sociali avranno raggiunto il loro completo sviluppo, l'umanità si muoverà liscia senza stridere e senza urti, come una macchina motrice dei più perfetti sistemi.

Essi ne hanno la piena convinzione, ed io mi sono ben guardato dal dubitarne.

Uno anzi dei maggiori sacerdoti dell'avvenire e del positivismo in un suo libro recente non esita a dichiarare che la fede in Dio, gli entusiasmi, gli eccitamenti affettivi sono un errore soggettivo dell'uomo. Anche l'arte non è altro che una deviazione iniziale dalla salute perfetta.

E dal punto di vista di questi signori le cosesono propriamente così. Se l'ideale della società deve essere come il funzionamento di una gran macchina di cui ogni individuo rappresenta un ordigno condannato alla schiavitù di movimenti prestabiliti, certo in tale caso ogni forma autonoma dell'individuo diventa una deviazione dalla verità. Così poniamo che io parta dal concetto che solamente le forme geometriche siano normali e buone: e ognuno può vedere quale immenso lavoro rimarrebbe a fare per disporre le cose naturali secondo questa supposta perfetta struttura. Del resto è innegabile che se noi potessimo, ridurremmo tutto a forme simmetriche e geometriche, come quelle che ci si presentano più belle e conformi al nostro gusto. La meravigliosa assimetria, la sapiente irregolarità della natura ci spiace. Quale felicità se noi potessimo dare ai monti, ai mari, ai fiumi una forma uguale, con i cucuzzoli, i bacini, i corsi già stabiliti in qualche studio tecnico, ne lo stesso modo che nei giardini si potano le piante, le si contorcono, si cimano le erbe come la barba di una persona per bene.

Ma ritornando a quei signori sapienti, io sarei anche disposto a credere che essi come gente di molto ingegno e di grande studio, non ragionino così perchè ne abbiano una convinzione vera e profonda, ma perchè esiste per così dire nell'aria, questa specie di diffusa tirannide contro le manifestazioni individuali e geniali, ed essi di questa opinione sentono l'influsso o la suggestione, come ora si dice, e sono portati involontariamente a darvi la sanzione scientifica.

Si aggiunge poi un altro fatto: e questo è che, per la ragione del forte contrasto e del confronto che ne segue, tutte quelle che sono davvero forme individuali e geniali, assumono indubbiamente uno strano aspetto di pazzesco e di ridicolo. Uno che abbia una grande idealità ci fa l'effetto come di un torrione diroccato che debba caderci a dosso e farci del male. Lo si guarda un po' ridendo, un po' con sospetto: ma lo si lascia solo. Ed è in questo caso che si svolgono nell'individuo quelle forme davvero generative ed anarchiche di cui il nostro pittore è un modesto ma ben eloquente saggio.

Io penso anche che se i più famosi e savi personaggi delle età trascorse, come guerrieri, filosofi, artisti, dovessero rivivere nel nostro tempo, si troverebbero in gran disagio e le loro virtù geniali che tuttora ammiriamo ne le storie e ne le opere che rimangono, finirebbero con lo scomporsi in forme stravaganti e ridicole.

E un altro fatto pure è notevole: mentre i più belli esemplari della famiglia umana si vanno perseguitando e finiscono per iscomparire, è un fatto innegabile che con molto amore e con infiniti mezzi si allevano e si migliorano quelli che sono tipi inferiori, tanto dal lato fisico come dal lato intellettuale, i quali la natura tenderebbe a rendere sterili o ad uccidere in breve tempo.

E questo fatto lo si considera come una delle più grandi conquiste della civiltà e del progresso, una delle glorie indiscutibili del nostro secolo. Ed è vero, e come negarlo?

Bisogna però anche concedere che le democrazie sociali verso cui camminiamo sono per avere una ragione fisiologica oltre quelle che hanno di natura economica e storica.

Oggi, ad esempio, la scienza medica e l'igiene hanno trovato il modo di vincere tante infermità che prima conducevano a pronta morte. Etici, rachitici, scrofolosi, epilettici, che so io, si curano o per lo meno si portano ben avanti nel tempo; anche i deformi, i muti, i cretini, i piccoli delinquenti si allevano in massa, si raddrizzano e si adattano alla vita sociale.

Anche lo stupefacente estendersi degli asili, delle scuole di vario grado non è senza una ben potente ragione di volontà universale; perchè è fuor di dubbio che le scuole, oltre a molti nobili fini che si propongono, sono diventate nel fatto una specie di lungo e raffinato stabilimento di incubazione dove i meno forniti di intelligenza giungono al grado voluto di maturità per entrare poi nel torrente vivo della vita. Solo per questa ragione voi vi spiegate tutte le minuzie dei metodi pedagogici, la moltiplicità delle materie, il frazionamento in piccolissime dosi di quelle discipline che sono a pena un po' astruse: e questo metodo che sembra assurdo anzi dannoso per uno scolaro di intelligenza vera e forte, diventainvece razionale e proficuo per l'allevamento dei piccoli idioti o semi idioti delle presenti e future democrazie.

Questo esercito di deformi, mantenuto a spesa dei più adatti alla vita, finisce un po' per volta col diventare suscettibile di miglioramento, di energie e di riproduzione, ed acquistando forza dal grandissimo numero, si sovrappone con una concorrenza disastrosa e con un'energia feroce in proporzione della conoscenza della loro originaria inferiorità. Eccone un piccolo saggio: Ad un tavolino da caffè, in una grande città industriale, ho udito questo dialogo autentico. Un signore con moglie e quattro figli si siede presso un giovane, e battendogli su la spalla, gli dice famigliarmente:

— Caro amico, ho letto il vostro libro di poesie: ma, scusate, non mi accordo col giudizio del giornale tale, della rivista tal'altra che ne fanno un mucchio di elogi.

— Mi dispiace: vi trovate de' difetti? è scritto male? i caratteri non vi paiono veri? vi scarseggia il sentimento, il senso del bello, le considerazioni? — domandò l'altro timidamente.

— Questo non so, anzi, vi sarà tutto ciò che voi dite; anche troppo! Il difetto è — aggiunse in tono reciso e di rimprovero come quel tal bravo a don Abbondio — che voi artisti non scrivete per le masse. Dovete lavorare per le masse, avete capito? A questo solo patto, vi concediamo di essere artisti. Altrimenti non avete ragione di esistere.

Così tu, mio stravagante pittore, che hai ne la mente la tua grande arte e le tue fantasiose figure, devi dipingere per le masse. Che cosa? io non saprei dirtelo. So che devi dipingere per le masse; se no, crepa di fame.

È innegabile che noi ci troviamo di fronte ad una nuova specie di tirannide e delle più crudeli; e fin qui nulla di nuovo giacchè la tirannide vi fu e vi sarà sempre fra gli uomini; ma la cosa notevole è che non ce ne avvediamo o non abbiamo il coraggio di confessarla. E pure in nessun tempo si è tanto imprecato contro la cieca e feroce ignoranza teocratica che ardeva Giordano Bruno e impediva a Galileo di affermare una verità di natura! Ma che cosa si dovrebbe dire dellaodierna tirannide di tanto più paurosa in quanto essa non risiede in un individuo nè in un ceto di persone ma nell'universale?

Con tutto ciò è un fatto notevole e da un certo punto di vista meraviglioso questo miglioramento fisico ed intellettuale delle masse per quanto sia a discapito degli individui migliori, e certo è una grande vittoria contro questa terribile e muta Sfinge che è la natura.

Ma a me pare che essa intenda, e seguendo certe sue leggi di fatale equilibrio, prepari la tarda vendetta contro il piccolo uomo che l'ha voluta correggere del suo divino errore e strappare ha osato le bende entro cui si avvolgea.

I degenerati superiori, come li chiamano gli scienziati, di cui è tipo il nostro pittore, finiranno per iscomparire; e sia pur pace con loro, se pace almeno fosse per essere con quelli che rimarranno.

Ma così verosimilmente non sarà. Perchè io temo che questo allevamento delle moltitudini e delle masse quanto più crescerà di raffinatezza e di estensione, tanto più metterà allo scoperto una infinità di germi gretti e malefici, di cattivie bassi istinti che senza quell'allevamento sarebbero rimasti sterili o occulti o oppressi dagli uomini, veramente migliori. Già se ne vedono i segni.

Chi avrà un da fare enorme saranno gli scienziati nel registrare tutti i nuovi fenomeni di criminologia e di degenerazioni devianti dalla salute perfetta dell'uomo modello. Gran sventura che gli organismi debbano nascere nell'utero delle donne con fatali leggi e non si possano invece formare secondo le dosi di una ricetta razionale entro un laboratorio di chimica!

Queste cose ho voluto dire al nostro giovane pittore affinchè si persuada a non scrivere più altre rime sul modello delleScaglie roventie si convinca a non prendersela contro nessuno: non contro Dio che è troppo lontano, non contro la borghesia che non ce n'ha colpa e pensa a ben altro, non contro i socialisti i quali non hanno altro torto se non di dire: questa è pasta da far gnocchi!

Il meglio è che tu rompa il pennello e ti butti a qualche mestiere.»

***

Con questa persuasiva conclusione finì la difesa di quello spirito bizzarro; ma la disputa non ebbe termine ne la sala d'udienza chè fu proseguita calorosamente per le vie e non sarebbe cessata così presto se quell'oratore non avesse proposto di pagar da bere ai più intimi ed arrabbiati avversari.

E bevvero allegramente, perchè quando non finiscono male, possono anche finire con un buon desinare le questioni ne la dolce terra di Romagna solatia, come la chiama un caro nostro poeta.


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