Come tutto ciò era lontano benchè due soli mesi fossero passati!
Il morire di quel giorno mi parve ancora più triste dell'usato. Riprendendo a poco a poco le vecchie abitudini, dacchè mi trovavo sola, Orsola e Pietro davano delle capatine nel mio salotto offrendo alla mia mestizia l'ingenuo conforto delle celie che conoscevo da un quarto di secolo e che non bastavano più a distrarmi. Ero presa da una specie di sgomento davanti a quei due esseri che erano invecchiati così placidamente nella mia casa, vicini e calmi come i due vasi dalla fioritura di zinco che ornavano i pilastri del cancello. Quante volte le brine erano cadute davanti a loro ed erano fioriti i mandorli e gli uccelli avevano cantato e le farfalle si erano inseguite lungo le siepi ed aveva odorato cupamente il bosso in fondo alla selva senza che essi avessero chiesto di più alla vita! La giovinezza non li toccò, la vecchiaia li raggiunse sfiorandoli appena, la morte li attendeva con braccia di madre. Domandai loro in un momento di tenerezza se non avessero mai amato. La donna mi rispose di no, l'uomo sorrise. Chi di essi aveva ragione?
Io venivo frattanto a conoscere sempre più la inenarrabile malinconia delle cose. Somigliava il mio salotto a un cimitero sparso di croci; vi piangevo nel vano della finestra le illusioni fuggite sui fili azzurri e rosei delle mie sete da ricamo e accanto al cembalo le note appassionate della canzone che non avevo più avuto il coraggio di cantare. Un parafuoco che Egli soleva prendere in mano per gingillarsi durante le nostre discussioni, una coppa di bronzo che Egli ammirava, il posto dove aveva l'abitudine di mettersi, la sedia che preferiva e la luce che gli era più cara rappresentavano a' miei occhi i termini del sentiero che avevamo percorso insieme. Mi dicevano: è finito, di qui non passerai più. Sì, lo sentivo, tutto era irrimediabilmente finito senza ebbrezza e senza colpa, quasi senza lotta, così—finito!
La regolarità della gradazione che mio cugino poneva nel rendere le sue visite più rare e più brevi mi dimostrava la freddezza del suo calcolo e mi faceva perdere anche l'ultima speranza che avessi potuto avere in una amichevole spiegazione. C'era qualche volta tanta ferocia nella sua indifferenza, tanta durezza nel suo disdegno, lanciava con tanta voluttà le parole più atte a ferirmi che mi riusciva di sollievo la fine della sua visita e lo salutavo anch'io con freddezza e con indifferenza. È ben vero che mi struggevo internamente in un folle desiderio di abbracciare i suoi ginocchi che mi faceva prendere in orrore me stessa, per ricominciare poche ore dopo la sua partenza a desiderarne il ritorno.—Questo lavoro di sdoppiamento continuamente rinnovato, queste violenti repressioni che non impedivano la reazione di inauditi ardori abbattevano la mia salute, non potei nasconderglielo, e anche questo gli servì per pungermi. Disse che mio marito aveva ragione di lasciarmi in campagna, che la donna è una creatura imperfetta, di ostacolo e d'impaccio sempre alle forti lotte maschili, salvo—Egli soggiunse con un raddoppiamento di crudeltà—qualche rara eccezione di florida giovinezza che bisognava tanto più ammirare ed amare.
Mi trovò in un pallido pomeriggio della fine d'autunno semi-sdraiata sul divano. Vedendolo tentai subito di alzarmi, respingendo una pelliccia che mi copriva le gambe.
—Restate, restate—disse—sono avvezzo a tali cose oramai; la mia vicina è sempre ammalata. Questa è anche una ragione per cui mi vedete di rado, le dedico tutto il tempo disponibile; faccio bene nevvero?
C'era nel suo accento una nota di durezza che non volli rilevare.
—Io lo penso—risposi.
—Mi sembrate accesa in volto.
—Deve essere una fiamma momentanea, ho freddo invece. L'inverno si annuncia rigido quest'anno.
—Tutt'altro. È un tempo splendido per passeggiare; sicuro bisogna essere sani. La signorina Emma… ve l'ho detto che la signorina si chiama Emma…
—Non so, non ricordo…
—Emma! il più bel nome che io conosca. Non è vero che è un bel nome?
Mi trovavo del parere contrario; tuttavia un sentimento di fierezza mi impedì di contraddirlo apertamente. Frattanto Egli insistette:
—Non è vero? Non è vero? Dite che è bello.
Allora soggiunsi con indifferenza:
—Se vi fa piacere! Sapete, è questione di gusti.
—Lei che è la viva immagine della primavera—soggiunse mio cugino con fuoco—non sente punto l'inverno; ha bisogno di muoversi, di camminare. Sua madre mi permette di accompagnarla qualche volta in fondo ai prati—non più in là, si capisce—ma sono passeggiate deliziose. Ora Ella mi precede colla sua bella figura onduleggiante, ora mi sta a lato inebbriandomi della sua vicinanza, di quel fresco odore di mammola che hanno certe fanciulle… è curioso, a guardarvi adesso mi sembrate pallida.
—Non vi badate.
—Scherzi nervosi senza dubbio.
—Può darsi.
Fin qui arrivai a rispondere; dopo, un tintinnio nelle orecchie e un velo davanti agli occhi mi impedirono di seguire il filo del discorso, senza però che Egli se ne accorgesse, essendomi celate le mani e mezzo il volto sotto la pelliccia. Ma forse Egli ebbe allora un impeto di compassione; mi accomodò delicatamente la pelliccia intorno alle braccia e vidi nei suoi occhi un raggio dell'antica luce. Tremai tutta ed ebbi paura di me. Come lo amavo, come lo amavo, se il solo tocco della sua mano mi faceva beata in mezzo a tanta umiliazione!
—Myriam—così Egli disse per tentarmi, già pentito della sua bontà—non vi dispiace che vi prenda per mia confidente?
—Perchè dovrebbe dispiacermi? Io sono sempre quella che conosceste.
—Quella, quale?
—Colei che vi accolse or fa un anno unico suo parente e che da voi apprese la via delle verità superiori.
Un lungo silenzio seguì le mie parole. Potei credere per un istante di essere tornata ai dolci e profondi colloqui di un tempo. A un tratto Egli esclamò:
—Non conoscete la vita, non sapete nulla, non comprendete nulla.
—Ohimè—feci quasi involontariamente—lo temo.
Egli proseguì con violenza.
—Avete voi solamente un concetto dei diritti dell'uomo, del suo posto di fronte all'esistenza? Sapete di quali lotte, di quali combattimenti noi abbiamo bisogno? Sapete che ardente focolare d'amore sia il nostro cuore?… Oh! non interrompetemi. Non mi parlate dei vostri amori di femminuccia fatti di lagrime e di rinuncie. Noi nell'amore vogliamo il trionfo sempre, la vittoria sempre e quando non ci riesce di ottenerli il nostro cuore è così vasto che accogliamo in esso l'odio e la vendetta. Misere, misere animuccie che ci venite a parlare di perdono nello stesso modo che rechereste colle vostre piccole e bianche mani inermi un secchiolino d'acqua per spegnere un incendio!
Pronunciando le ultime parole si era alzato. Il suo volto aveva una fierezza dolorosa, le labbra erano contratte, gli occhi scintillarono tutti invasi dalla sua anima. Io credo di non averlo mai amato tanto come in quel momento. Vidi allora ed abbracciai i suoi più intimi pensieri, li accolsi in me, li strinsi dentro di me, compresi le sue lotte, i suoi dolori, le sue intime tristezze; fui sua in uno slancio irresistibile quanto occulto. Volli parlare, ma nessun accento uscì dalla mia bocca.
—Mi accorgo di stancarvi, vi lascio—disse Egli con una dolcezza protettrice e benigna, come se lo sfogo precedente lo avesse calmato.—Guarite!
Gli stesi la mano in silenzio. Egli la prese senza stringerla. Disse: Avete freddo ancora? ed avendo io risposto di no, col capo, si avviò per uscire; ma dopo pochi passi riprese voltandosi indietro:
—Vi mando l'Orsola?
Feci uno sforzo per sorridere.
—Grazie, sto bene.
Non era precisamente quello che volevo dire; non era, ad ogni modo, tutto. Mi rizzai sul gomito seguendo ansiosamente collo sguardo la sua persona che stava per scomparire. Apersi le labbra, sospirai, ricaddi. No, non poteva ancora comprendere.
Però dopo quel colloquio mi sentii più forte. La mia strada si veniva delineando retta e sicura; perseverare doveva essere il mio motto, non importa a quale prezzo. Sarebbe stato assurdo se avessi preteso di lesinare sul prezzo di un premio così ardentemente agognato come il suo amore—oh! non il volubile e basso amore ch'Egli m'aveva offerto, ma l'amore nuovo, peregrino che Egli stesso vagheggiava senza potervi credere, a cui aveva accennato una volta chiamandolouna cosa grandee del quale senza dubbio non mi giudicava degna—dimenticando che ero della sua famiglia e che in me pure ferveva un desiderio di emulazione, quasi un bisogno di lotta e di conquista.
Era precisamente dinanzi alla sua forza che si era risvegliata la mia; era dinanzi al suo piccolo orgoglio d'uomo che la mia coscienza mi apriva la via ad un orgoglio superiore, dal quale mi veniva tanto coraggio e tanta fede insieme. Dare, dare ancora, dare più di quanto si ottiene e di quanto si può sperare, non è questo il divino segreto dell'amore? Dare tutto è molto, ma dare il meglio è più che dare, poichè implica la scelta e l'innalzamento.
La principessa che amando sotto spoglie bestiali un principe degno di lei gli fece il dono della sua gioventù e della sua bellezza, non avrebbe amato che a metà se il principe non doveva per forza del di lei amore riprendere i caratteri di creatura spirituale. Nella favola tutto procede per la completa felicità—il principe e la principessa si sposano—ma la vita offre di rado la felicità completa. Bisogna scegliere. Io non dubitavo di avere scelta la parte più preziosa, quella che il tempo non può distruggere, che gli uomini non invidiano e non insidiano, che non mi avrebbe data nessuna gioia esterna, ma che doveva essere il tabernacolo delle mie più segrete compiacenze.
Fu in uno di quei giorni che Orsola venne a farmi la confidenza delle relazioni che passavano fra mio cugino e le pigionali della Querciaia, concludendo:
—È evidente che la vecchia signora tende le reti per procurare un marito a sua figlia.
—Non è forse un giudizio temerario?—mi arrischiai a dire, con calma, quantunque il mio cuore palpitasse d'ansia.
—Tutto il paese ne parla. Parlerebbe se non ci fosse niente?
—Sai bene che la malignità è sempre pronta. È così facile pensar male!
—Ma si tratta di fatti e non di pensieri. Egli passa la giornata da quelle signore e come non bastasse esce per i prati insieme alla signorina…. Io, se fossi madre, non lo permetterei, ma quella signora le dico ha il suo fine.
—Dopo tutto è un fine onesto.
Pronunciai certamente queste parole con un fil di voce, perchè l'Orsola non vi badò e stava per continuare le sue indiscrezioni, se io non avessi provato una crescente vergogna dello stare ad ascoltarla e non le avessi imposto recisamente il silenzio.
Con queste piccole vittorie mi abituavo al dominio di me stessa; quasi ogni giorno rinunciavo a una gioia, a una curiosità, a una lieve soddisfazione, tendendo tutte le mie forze a raggiungere ciò che era oramai il mio unico scopo, che doveva tenermi luogo di felicità: mostrarmi degna di Lui. E mi abituavo pure a pensare la mia vita priva di Lui, a sostituire a Lui i suoi ideali, spiritualizzando la mia passione, elevandola alla dolce religiosità di un culto. Mettevo un ardore tenace a cancellare dalla mia memoria ciò che avrebbe potuto rimpicciolirlo per ricordarmi solo della benefica influenza che aveva esercitata sopra di me colle qualità del suo ingegno e del suo animo così nobilmente virile. è questo che dobbiamo fare noi donne: emulare l'uomo nelle forze spirituali, non per contendergliele, ma per aggiungervi le nostre idealità. La sfida che Egli m'aveva lanciata una sera nel viale del mio giardino, si svolgeva ora cogli inevitabili particolari cruenti. Oh! Dio, non somigliava al terribile combattimento narrato nella sacra scrittura di Giacobbe lottante una notte intera nella oscurità con un angelo? Lo stesso mistero dolente ci avvolgeva, i nostri colpi cadevano ciechi nel buio, ma al pari di Giacobbe io sentivo che avrei vinto. Che importano allora le ferite?
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La chiesa del nostro villaggio era piccolina e molto antica. Collocata sopra una altura, vi si accedeva per uno di quei sentieri scaglionati nella montagna, dove l'erba cresce tra sasso e sasso, che è così dolce salire lentamente nelle mattine bianche o nei pomeriggi soleggiati, colla pace nello spirito e la fede nel cuore. Io l'amava particolarmente, la chiesetta. I miei genitori vi si erano sposati; vi ero stata battezzata e sposata io pure e molti sogni, molte aspirazioni indefinite vi avevano preso il volo insieme alle nuvole d'incenso e alle rose offerte alla Madonna. La conoscevo palmo per palmo, dalle pareti grigie al soffitto di legno e all'unico altare di stucco verdastro colle statue dei quattro apostoli. Sapevo che non era bella, me lo avevano detto; ma a me, poichè l'amava, sembrava anche bella.
Tutte le domeniche prendevo il mio posto nel banco di famiglia con Orsola e con Alessio ed era un'ora ben soave quella che passavo così, tranquilla, nella dolce religiosità del culto cattolico, in mezzo alle umili e buone donne del villaggio. Le distinguevo una per una; elle sorridevano dai loro posti al mio bambino e facevano all'Orsola dei cenni amichevoli. Ma una domenica—Alessio era leggermente indisposto—andai sola.
Volgeva la fine di novembre, un novembre grigio e freddo che vestiva di tristezza tutte le cose; eppure, camminando sotto gli alberi mezzo sfrondati, nella reliquia delle foglie che già da lungo tempo cadute stendevano sul terreno un tappeto bruno chiazzato di giallo, era in me una insolita energia che mi faceva tenere la testa alta e aspirare con avidità la brezza pungente, già quasi invernale. Mi stringevo nel mio abito un po' troppo leggero con una intima sensazione di resistenza fisica in perfetta armonia colle mie lotte interne. La salita la feci leggerissimamente, portata da una forza occulta su per il declivio erboso fino alla porta della chiesa. Un vecchio cieco che da vent'anni vi tiene dimora vendendo le immagini mi riconobbe non so se al passo o al fruscìo del mio abito.—La pace sia con voi—disse e l'augurio mi scese al cuore, dolcissimo.
Trovai la chiesa piena di gente, le sacre funzioni già incominciate. Avviandomi al mio posto fra il gruppo delle donne inginocchiate che si stringevano per lasciarmi passare, vidi accanto alla pila dell'acqua santa due signore; una attempata, l'altra giovanissima. Non ebbi bisogno di chiedere chi fossero. Un tuffo nel sangue me lo disse. Raggiunsi il banco a tentoni e mi inginocchiai o piuttosto caddi nascondendo il volto fra le mani.
Venivano certo per la prima volta in chiesa perchè io non ve le avevo mai scorte. La persona cadente della vecchia signora, la sue guancie profondamente emaciate, serbavano traccie di una nobile bellezza sulla quale la malattia lenta e implacabile aveva già posto il suggello sacro della morte. Fu una apparizione che mi impressionò oltre ogni credere. Della figlia non mi fu dato vedere che l'alta figura elegante e snella come l'aveva descritta mio cugino; girò la testa al mio passaggio, ma io l'avevo già oltrepassata e nulla potei afferrare della sua fisionomia. Però, durante la messa, sentii la loro presenza ossessionante e quella vaga specialissima sensazione di malessere da cui siamo presi quando abbiamo qualcuno alle spalle che ci osserva e che noi non possiamo osservare.
Appena terminati i divini uffici uscii. Nel ripassare nuovamente davanti alle due signore speravo di poterle vedere meglio; non fu così, perchè al momento opportuno, invece di sollevare gli occhi, fui presa da uno scrupolo bizzarro e chinai il capo affrettando il passo.
Fuori, sulla spianata deserta, mi fermai a respirare fortemente l'aria che così frizzante e cruda mi entrava con un grande refrigerio nel petto. Anche quella prova era venuta! Tutto arriva, fatalmente, inesorabilmente, di ciò che deve arrivare.—Oh! mio Dio!—pensai—datemi forza fino alla fine.—E poichè i fedeli già uscivano in folla dalla chiesa mi allontanai con maggiore rapidità, dileguandomi sotto gli alberi, con fermezza sì, ma non senza affanno; lo conosceva questo affanno il mio cuore che sembrava essersi fatto piccino piccino e non battere più che colla lentezza di una agonia…………………………………………….. …………………………………………………………
Nevicava da tre giorni senza interruzione; un deserto bianco mi separava da ogni essere vivente. Sapevo da Pietro che le strade erano quasi impraticabili e mi parve una giustificazione sufficiente per mio cugino che non vedevo da due settimane, motivo per cui restai molto sorpresa una mattina, al trovarmelo innanzi.
—Sono qui per combinazione—disse subito Lui—andai d'urgenza a chiamare il medico per la mia vicina che si trova agli estremi e pensai di entrare a salutarvi perchè chi sa quando potrò tornare.
—Vi ringrazio, ma vi prego non datevi pena per me.
—Le donne sono spesso puntigliose…
Interruppi tranquillamente:
—Non credo di avervi mai dato motivo di pensar questo. In ogni modo sappiate che vi giudico assoluto padrone del vostro tempo.
Egli non rispose. Dominato da una eccitazione nervosa seguì il corso dei propri pensieri a voce alta dicendo:
—Fanno veramente pietà.
Vidi che era molto impressionato dalla malattia della sua vicina e gliene chiesi notizie.
—Vi preme dunque di saperle? Credevo che non aveste simpatia per loro.
—Io non le conosco e non le giudico. So che vi sono care e tanto basta per interessarmi ai loro dolori.
Mi guardò intensamente per la durata di un secondo; abbassando poi gli occhi sul suo cappello dove stavano rapprese alcune falde di neve, disse:
—La madre ha pochi giorni da vivere, la figlia resta sola al mondo.
—Dio vegli su di loro!—esclamai con una commozione sincera.—Pregherò con tutto il mio cuore.
Ancora un lampo de' suoi occhi, ancora un silenzio; indi:
—Addio.
—Arrivederci—mormorai con infinito dolore e tenerezza insieme.
—Sì, arrivederci.
Pentito di questa parola che gli parve troppo dolce soggiunse:
—Non sarà tanto presto.
Restai agitata per tutto il giorno in preda a una folla di sentimenti contradditorî. La mia immaginazione fatta all'improvviso veggente lo seguiva nel padiglione abitato dalle due straniere; scorgeva la madre abbattuta nel suo letto; la figlia desolata, smarrita—e Lui dividersi fra l'una e l'altra. Oh! certo, esse dovevano amarlo. Una stretta al cuore mi avvertiva che il sacrificio non era ancora consumato, che avrei dovuto spargere ancora molte lagrime segrete e soffocare molti desideri ribelli.
L'indomani mandai Pietro a chiedere nuove dell'inferma. Stava male. Allora ci unimmo tutti, io, Pietro, Orsola e il mio piccolo Alessio e recitammo la preghiera degli agonizzanti. Quando l'ebbimo finita io dissi: Preghiamo ancora perchè questa madre, se Dio lo permette, sia conservata alla sua creatura.
L'Orsola mi si fece accanto e accostando al mio orecchio le labbra tremanti sussurrò:
—Sarai benedetta, Myriam.
—Oh! perchè?—feci io turbata, sentendomi salire al volto un rossore improvviso.
La mia buona vecchia non rispose, e siccome la vidi chinare la fronte sulle palme congiunte pensai ch'ella pregasse per me.
Verso il tramonto un merciaiuolo ambulante al quale Pietro aveva consegnato delle stoviglie da accomodare ci avvertì che la signora forestiera era morta e che la figlia abbandonata sul cadavere pareva volesse seguirla, tanto era l'eccesso della sua disperazione.
—Non c'è nessuno che la conforta?—chiesi.
—Chi vuol mai! La Querciaia è affatto isolata e quelle signore non le conosce anima viva. Io lo so perchè passo di là colla mia merce.
Mi guardai attorno, guardai fuori dalla finestra nel deserto di neve, guardai in alto il cielo quasi bianco. Povera fanciulla!
Il merciaiuolo intanto si disponeva a continuare il suo viaggio e già si era posto sulle spalle il suo carico quando io gli chiesi se avrebbe potuto mandarmi prima di notte una carrozza. Mi rispose di sì e in mezzo alla stupefazione di Orsola e di Pietro gli ordinai di condurmela subito senza perder tempo. Baciai Alessio che si era aggrappato alle mie gonne e che si pose a gridare:
—Mamma, perchè piangi?
Io non lo sapevo; non mi ero accorta di piangere.
Feci i miei preparativi con una grande commozione, avvertendo che avrei condotto a casa l'orfanella per quella notte e raccomandando all'Orsola di apparecchiarle una camera.
Quando giunse la carrozza vi salii, seguita dai consigli dei miei buoni vecchi che mi esortavano a ripararmi bene e a tenere chiusi i vetri. Poco più di mezz'ora ci separava dalla Querciaia ma ne impiegammo quasi il doppio a rompere una via in mezzo alla neve che il freddo intenso aveva congelata e sulla quale volavano affamati e rattristanti i pochi superstiti di una tribù di corvi.
In quel paesaggio squallido, non più velato dalle folte piante e dai rosai, la Querciaia mi apparve colla sua strana architettura multiforme di rôcca e di convento insieme. Feci fermare dinanzi alla porticina del padiglione che mi venne aperta da mio cugino in persona.
—Voi!—esclamò, e nessuna parola potrebbe esprimere ciò che vi era di sovrumano nel suo accento e nel suo sguardo.
In piedi, sulla soglia, circondata da un fitto nuvolo di neve, io non sapevo come spiegare la mia presenza. Fu Lui che mi prese per la mano con dolce impero e rapidamente, in poche parole, ci intendemmo.
Mi guidò presso la fanciulla che si trovava in uno stato compassionevole e che mi guardò senza stupore ricevendo le mie prime parole con una atonia di persona che il dolore rende quasi demente.
La camera dove si trovava era nuda, gelida; vi era stato acceso il fuoco evidentemente ma nessuno lo aveva alimentato. Osservandola non mi parve più quella elegante figura che avevo intravista un giorno in chiesa. Aveva le treccie sciolte e scomposte, le mani pavonazze per il freddo; un tutto insieme di abbandonato, di scorato, di fuori di sè, che trovò subito la via della mia pietà. Se qualche sentimento poco nobile e poco puro mi aveva altre volte turbata cessò in quel punto, davanti a quella vera tristezza.
Mio cugino che mi guardava intensamente si accorse di ciò che si svolgeva nel mio interno. Prese una mano della fanciulla e ponendola nelle mie mani le disse con calore:
—Fidatevi di lei! È un'amica.
Non si era potuto piegarla nè al riposo, nè al cibo; non c'era lì accanto una sola famiglia che potesse ospitarla, non una sola donna che la accarezzasse. La notte si avanzava terribile e paurosa in queste condizioni. Mi chinai sulla poveretta mormorando con quanta maggior dolcezza mi fu possibile:
—Volete venire con me?
Ella fece un balzo e mi guardò sbigottita.
—Non temete—soggiunsi—sono madre.
A queste parole ruppe in un gran pianto e mi nascose la testa in seno.
A poco a poco riuscimmo a persuaderla. Mio cugino le promise che non avrebbe abbandonata la casa, che la salma sarebbe stata vegliata religiosamente. Così cedette e ripartii insieme alla fanciulla, nella carrozza chiusa, attraverso il deserto di neve che formava una ben degna cornice ai nostri due dolori. Mio cugino restò sulla soglia finchè la carrozza scomparve. L'ultima espressione che mi restò della sua fisionomia fu quella di una serietà infinitamente dolce.
L'Orsola aveva preparato un buon fuoco e dei cordiali. Ella mi aiutò efficacemente a sostenere e a confortare la derelitta al primo arrivo. Più tardi, quando l'ebbi condotta nella sua camera e che il sonno venne finalmente a calmarla, quando la vidi riposante e sicura sotto il mio tetto, affidata a me, protetta da me, una larga onda di dolcezza mi invase e pensai che Lui in quello stesso momento doveva essermi vicino coll'anima.
Vegliai tardi quella sera, rileggendo una lettera di mio marito lunga e complicata nella quale mi diceva che era deciso a stabilirsi definitivamente a Parigi in vista di un posto all'ambasciata e che gli gioverebbe avere con sè la famiglia, che Alessio trovavasi oramai nell'età propizia per incominciare la sua educazione e che se io non avessi nulla in contrario potrei raggiungerlo a Parigi col bambino. Le riflessioni suggeritemi da questa proposta erano tali da tenermi sveglia, venendo a incrociarsi in un momento così solenne con altre preoccupazioni ed altri pensieri egualmente gravi.
La mia vita cambiava; vedevo necessariamente in essa un nuovo indirizzo, nuovi doveri, nuove lotte forse.
L'orfanella stava ancora vestendosi nella sua camera quando venne mio cugino a prendere le disposizioni per il funerale. Mi trovò sul pianerottolo della scala con un fascio di semprevivi sulle braccia. Indovinandone la destinazione arrossì come per eccesso di piacere, poi facendosi subito pallido mormorò con nobile semplicità:
—Non vi conoscevo, Myriam, ora sì. Come siete buona!
Nessuna parola poteva riuscirmi più cara di quella—tanto invocata, tanto desiderata—epperò un grande turbamento e una commozione vivissima mi obbligarono ad appoggiarmi contro la parete.
Egli soggiunse:
—Mi perdonate?
Dio, che gioie vi sono al mondo!
Le mie mani sotto i semprevivi tremarono; abbassai il capo per invitarlo tacitamente a seguirmi ed anche per dirgli di sì. Avrà Egli compreso il mio silenzio?
Le occupazioni serie e penose di quella giornata non mi lasciarono più sola con Lui nè con me stessa, ma io avevo una gioia così profonda nel cuore che mi sentivo le ali.
Decisi di tenere la fanciulla presso di me finchè non fosse venuta una vecchia amica di sua madre che si era offerta per ricoverarla, in attesa di provvedere meglio al suo avvenire. Intanto le fui compagna nella triste cerimonia del distacco, la sorressi e asciugai le sue lagrime. Scoprivo in me delle energie insospettate e un coraggio che non avrei mai creduto di avere. La poveretta mi dimostrava la sua riconoscenza in modo toccante. Furono giornate calme insomma, piene di intima e malinconica dolcezza, quali non avrei credute possibili.
Un segreto istinto mi trattenne dall'interrogare mio cugino sui suoi progetti per l'avvenire dal momento che Egli non vi faceva nessuna allusione e quando la fanciulla fu partita e che Egli riprese le sue visite assiduo, affettuoso, sembrò che nulla fosse cambiato intorno a noi. Meglio ancora, era come se avessi fatto un cattivo sogno e provavo la gioia ingenua del risveglio.
Una sera—veniva ancora qualche volta alla sera—gli comunicai la risoluzione di raggiungere mio marito a Parigi. L'improvvisa notizia lo scosse ma in fondo conservava forse una certa incredulità. Mi guardò intensamente come per vedere se avevo un secondo fine e la diffidenza tornò a sfiorarlo.
—Perchè andreste a Parigi proprio ora?…
Presi la lettera di mio marito e gliela lessi tutta, facendogli notare che Alessio entrava nel suo settimo anno e che se suo padre cominciava ad occuparsene il mio dovere era di secondarlo.
—In fondo non vi dispiace a andare a Parigi. Deve essere così.
Ignoro quale espressione di intima tristezza salì in quel momento dal mio cuore al mio volto perchè Egli soggiunse con una pronta effusione di simpatia:
—No, no, Parigi non è fatto per voi. Vi troverete peggio che in un deserto e vi tornerà spesso in mente questa casa e queste campagne.
—Sì, lo credo.
—E tutto quello che lasciate qui.
—Anche.
Sopra queste parole ci fermammo. Avevo l'impressione che qualcuno nel salotto ci stesse a guardare. Erano forse le ore dell'anno trascorso, le ore piene di luce e di tenebre che non dovevano tornare mai più.
—Che cosa faranno—disse Egli, colla intonazione scherzosa che gli serviva quasi sempre per nascondere un sentimento profondo—queste sedie, queste poltrone, questo tavolino da lavoro così pieni della vostra fisionomia e del vostro profumo?
—Riposeranno sotto le loro coperte di tela greggia.
—E i vostri due vecchi?
—Poveri vecchi!
—Ed io?…..
—Ah! voi…
Qualcuna delle ore che ci stavano ascoltando dovette fremere nel suo involucro di larva; mi parve che un velo sbattesse nell'aria; mi sentivo presa da mani invisibili. Egli ripetè a voce bassa:
—Che farò io?
—Voi—(era appena un soffio la mia voce) prenderete una compagna.
—E se non volessi prenderla?
Tacqui. Egli ripetè con grande ardore:
—Se non volessi prenderla, dite?…
Non aveva fatto un sol passo verso di me, il suo corpo era rigidamente immobile, ma negli occhi gli bruciava una fiamma.
Misurai tutti i confini della tentazione, ne vidi la profonda dolcezza, sentii salire a me da oscurità ancora inesplorate inauditi fantasmi di ebbrezza e di passione. Una sola parola che pronunciassi ed Egli era mio—lo sentivo—tutto mio in quella solitudine beata, lungi dal mondo, nella primavera che rinasceva, nel mio cuore che si era aperto all'amore, che tremava e palpitava sotto il suo sguardo e nella visione della sua carezza. Tutto si sarebbe rinnovato; le soavi sere, i colloqui confidenti, l'abbandono dell'anima, la gioia di vivere insieme… Era così violento il desiderio che ne tremavo. Ma che cosa ne vedeva Egli? Col capo chino sul mio ricamo tentavo di contarne i punti e solo dopo averli contati risposi:
—Fareste male. Le vie del sogno sono molte, quella della vita è una sola. Dovete ammogliarvi.
—Siete sincera?—domandò, figgendomi gli occhi in volto.
Pensai che un momento di debolezza mi avrebbe perduta irremissibilmente.
—Lo sono—risposi.
Egli mi lanciò uno sguardo acuto e chinò la fronte.
Fu quello uno dei nostri ultimi colloqui. Avendo scritto a mio marito che acconsentivo a andare a Parigi col bambino, mi rispose invitandomi ad affrettare la partenza perchè avrebbe potuto venirmi incontro a mezza strada. Il destino aiutava così il mio coraggio.
L'inverno era quasi finito, la temperatura non era più rigida e qua e là si squagliava la neve; il mio giardino esposto al sole non ne serbava più traccia. Guardando i rami nudi delle acacie pensavo con malinconia che non li avrei visti fiorire.—Oh! mia diletta signora, aveva esclamato l'Orsola piangendo—quando ritornerai io sarò morta.
Dovetti nascondere anche a lei la mia angoscia, mentre salutavo in silenzio tutte le piante, tutti i sassi, tutti i muri. Andando in chiesa una domenica—l'ultima domenica—salutai pure da lontano la Querciaia ricordando il giorno sereno in cui l'avevo visitata con altri occhi e con un altro cuore.
—Io so—dissi a mio cugino la vigilia della partenza avendomi sorpresa dinanzi al cembalo occupata a riunire la musica—che dovrò pur rivedere questi cari luoghi e questi cari oggetti, ma li rivedrò iocome sono ora?
—Siatene certa. Che mai si perde lungo la vita se non la materialità del fatto? Lo spirito delle cose è immortale. è questo in fondo ciò che noi amiamo.
Egli sapeva dire, come sempre, al momento opportuno le parole più penetranti. A un tratto mi chiese:
—Fate conto di portare questa musica a Parigi?
Ebbi un momento di confusione durante il quale dai tasti del cembalo gemettero le patetiche battute della canzone antica, ma ripresi subito:
—Occorre forse?
Una segreta involontaria espressione dovette trapelare dalla mia voce perchè Egli non diede alcuna importanza al suono di quelle tre parole e subito ne penetrò il significato di profonda tenerezza. Vidi allora il suo bel volto rischiararsi e l'anima sua venire a me fiduciosa ed intera. Era questo che Egli aveva sognato nelle prime aurore del suo affetto, prima, assai prima che l'oscuro mistero dei sensi lo acciecasse? Era a questo che Egli pensava la sera memorabile in cui mi aveva detto: "Non vi immaginate il bene che potrebbero fare le donne riconducendo la fede nel cuore degli scettici?" E comprendeva anche questo—questo sopratutto—che solo da una ispirazione alta poteva nascere un amore come il mio? Io lo credo; altrimenti non avrebbe avuto il suo sguardo tanta serenità e tanta dolcezza.
Ogni dubbio era scomparso oramai. Dalla penombra del cembalo dove si era posto vidi sorgere in Lui un desiderio soave di comunione che aveva qualche cosa di toccante nella maschia fierezza di quell'anima. Pensai allora: Una donna—Emma od un'altra—verrà a prendere un posto nella sua casa vuota, nel suo cuore appassionato. Molti cambiamenti troverò certo ritornando di qui ad alcuni anni, molti fiori morti, molte cose morte e qualche sepolcro sarà pure dentro di me…. ma chi mi potrà togliere questa suprema gioia di avergli dato, io, una fede?
Ero presso alla finestra. Sollevai la cortina color di fiamma guardando giù nel giardino. Nei primi tempi della nostra relazione mio cugino aveva osservato che esso era troppo ben tenuto, troppo regolare, che gli mancava la poesia e il mistero dei luoghi abbandonati. Ecco—pensai—ora si vestirà della poesia che gli manca; verrà l'abbandono a tessere le sue fitte ragne intorno alle aiuole, verrà la tristezza, verrà il mistero ad oscurare l'ombra degli alberi e verrà mai l'ala dei nostri spiriti a battere insieme su questo sentiero dove pur senza confessarlo ci amammo?
Egli mi si pose accanto, mi prese la mano. Io continuai tuttavia i miei pensieri e accarezzando cogli occhi i dolci rosai che nella brezza di marzo si preparavano alla rinascenza udii la sua voce profonda che mormorava:
—Dunque addio, Myriam. Ci rivedremo?
Gli strinsi la mano con un leggero indugio, senza voltare la testa, senza guardarlo, senza parlare; ma Egli ben comprese questa volta ciò che nascondeva di malinconico e di ardente il mio silenzio.