AL LETTORE

AL LETTOREIn un giornale di letteratura, che a' giorni suoi belli godette di buona rinomanza, comparve, non sono molt'anni, un articoletto, nel quale si asseriva che la storia dell'Antologianon piú fosse da scriversi. E l'autore di quell'articoletto, che non era un gran che e non valeva gran cosa, può con profitto risparmiare a sé la lettura di questo libro, nel quale mi sono appunto proposto di tutta narrare la storia del giornal fiorentino. Per gli altri (né forse son pochi), spero non aver fatto lavoro inutile in tutto.Que' dodici anni di vita dell'Antologiaebbero nello svolgimento del pensiero italiano tale importanza, che molti per certo sono i libri ne' quali, piú o men brevemente, a quella vita si accenna: del come, giudichi il lettore da sé. Io rammento soltanto che in un libricciuolo (dove spesso è discorso di una Casa d'Est, quasiavesse anche a esserci una Casa d'Ovest), d'altre cose parlando si tocca dell'Antologia; e si dice il Vieusseux “un distinto giovane,... dotato di buoni studî, conosciuto da tutta la società intelligente fiorentina„; il quale “già dal 1817 dimorava in Firenze„: il Vieusseux, che anco innanzi al '17 vi era pur stato, ma ripartitone per lungo viaggio, solo nel '19 vi pose sua stanza; il Vieusseux, che aveva allora già oltrepassato il quarantesimo anno; l'educazione del quale, il Tommaséo, amico carissimo suo, riconosceva[1]“non assai letteraria„; che da sé stesso, anzi, confessava di “poco„ aver letto innanzi che l'attività sua gli aprisse altra via che quella de' commerci; e tanto conosciuto nel primo suo fermarsi in Firenze, che il Niccolini (ma non so s'egli facesse parte della “società intelligente„) il Niccolini, nell'aprile del '20 (tre mesi cioè dopo aperto al pubblico ilGabinetto), scriveva al Capponi: “Un certo Vieusseux ginevrino ha messo qui un gabinetto di lettura„.Ma di troppe altre notizie, peregrine se non esatte, è ricco quel libricciuolo: né io voglio togliere al lettore il gusto di notarle da sé. Rammento invece un altro libro, nel quale poche pagine fanno parola dell'Antologia, e scarsi documenti vi sono riportati, e qualche epigramma, attinti all'Archiviodi Firenze e altrove. Ma vegga il lettore se sia sistema di critica buono, mutare, come piú giovi o piú piaccia, i documenti che si allegano, e fin dividere a mezzo uno spiritosoepigramma! E in altro libro piú grosso, che pur tratta d'altre cose non male, nel fare menzione dell'Antologiai medesimi documenti si riportano co' mutamenti medesimi (quello dell'epigramma compreso), perché quantunque si citi in esso non di rado l'Archivio, quel libro piú grosso si nutre in verità del piú piccolo; come accade tra' pesci. Ma, quel che è peggio, rammento che in un trattato di letteratura, che pur va per molte scuole d'Italia, s'insegna a' giovani, che nell'Antologia“si segnalarono, fra tanti altri, Niccolò Tommaséo e Giuseppe Mazzini„: il Mazzini, che soli due scritti le diede. Al quale proposito, anche in un libro di fresco uscito alla luce, e che non iscarse notizie ha di editori e d'autori, si ripete che “parecchi suoi articoli„ diede il Mazzini all'Antologia; la quale il Vieusseux diresse “sino ai primi del '32„! Che piú? Lo stesso professore Angelo De Gubernatis afferma[2]cheun articolo del Montanifu “involontaria cagione che l'Antologiafosse obbligata a cessare le sue pubblicazioni„!!A queste, piú o meno gravi, inesattezze, altre molte di molti altri libri potrei aggiungerne (e alcuna qua e là ne addito, alcuna il lettore avvertirà da sé stesso): ma bastano di per sé sole le qui rammentate, a mostrare quanta, dirò cosí, la manchevolezza o l'inesattezza di cognizioni in chi ebbe pur a accennare, nelle sue linee piú generali, alla storia dell'Antologia.L'opera del Tommaséo rimaneva, che degnamente trattasse del giornale fiorentino, e di chi lo fondò e lo diresse: un'opera sola, ma tale da far veramente sentire il peso della propria piccolezza a chi volesse cimentarsi nell'istesso argomento. All'uomo già vecchio, ed esperto, per lunghi anni d'esilio, della vita e degli uomini, e per la fecondità sua, di giornali molti di varî luoghi e paesi, memore gratitudine e affetto non mai smentito la dettarono: non però che l'affetto e la gratitudine facesser ombra al giudizio. E benché, nello scriverla, il Capponi lo soccorse di consigli e d'aiuti, è delle cose di lui piú felici; quasi direi, piú singolari. Tutto vi si rispecchia per entro l'autore, in ciò ch'egli ebbe, e come artista e come uomo, di piú grande e anche di men degno: ivi con rapidissimi tocchi delineati (modo a lui tutto proprio) aspetti di cose e persone, e a quando a quando minuzie, come di quadro fiammingo: ivi l'arguzia finissima, la pungente ironia, il sarcasmo crudele: ivi la novità delle vedute, e la meravigliosa proprietà corretta della parola e dello stile; e nella brevità, la dovizia di concetti e di fatti.Se non che, non era al Tommaséo, nello scrivere tra lacrime vere quell'opera, scopo precipuo narrare la vita dell'Antologia; la quale in tanto v'ha parte grande in quanto essa fu parte grande della vita del Vieusseux: e al Tommaséo, che della storia dell'Antologiatante cose pur seppe, e potentemente seppe dire, molti fatti restarono (né potevano non restare) ignoti: di altri, affidandosialla memoria, benché tenacissima, gli si annebbiarono come a dire i contorni: e a lui, attore tra' primi, non era forse consentito né giudicare né godere dello spettacolo come a chi, spettatore, porga a ogni motto l'orecchio, e di lontano, spassionato, rimiri.Altri vegga, dopo ciò, se la storia dell'Antologianon fosse da scriversi piú. Io so che, per intendere que' quarantotto volumi, oltre gl'incartamenti voluminosi dell'Archivio di Firenze nelle sue varie parti, e le numerosecartedel Vieusseux, e i suoiappuntinon pochi, e le bozze di stampa di numero grande d'articoli che portano le tracce della censura, e varî Archivi privati[3], piú che trentamila lettere di amici al Vieusseux, in vario grado rinomati o famosi, mi sono passate fra mano: alle quali (benché inedite in massima parte) ho attinto, spero, con temperanza: un periodo, una frase, un motto solo, talvolta; direi quasi, un sospiro; se questo bastasse a rappresentare la vita di quegli uomini o di quegli anni.Del resto, chi mediocremente abbia in uso l'Indice generaleche dell'Antologianel 1863 è stato fatto, piú volte avrà avuto da dolersi che in esso de' soli scrittori che firmavano co 'l lor proprio si rincontrino i nomi. Degli altri, che apponevano o l'istesso sempre, o segni diversi,o nessuno, è riportato quel segno: cosí che tre soli scritti vi appaiono de' non pochi di Gino Capponi: uno appena de' numerosissimi di Silvestro Centofanti; e uno de' non men numerosi di Giovanni Valeri, e di Luigi Cibrario, e di Ottaviano Targioni Tozzetti. Némaisi rincontra il nome del professore Federico del Rosso, né di Luigi Leoni, né di Gabriello Pepe, né (pare inaudito!) di Giuseppe Montani.In fondo al volume ho dato la spiegazione delle sigle: la qual cosa, quand'altro non vi fosse, sarà utile certamente. Molti degli scrittori solevano i loro scritti segnare con le iniziali de' nomi loro: ma non per questo dee pensare il lettore che troppo facil cosa fosse rintracciare la sigla di ognuno. Pur tacendo che non pochi usavano segni diversi, Cosimo Ridolfi potrebbe confondersi con Ridolfo Castinelli; il dottore Giuseppe Giusti con Giuseppe Gazzeri; Pietro Colletta con Pietro Capei; Vincenzo Salvagnoli con Salvatore Viale; Giuseppe Montanelli e Giuseppe Melchiorri con Giuseppe Mazzini e con Giuseppe Montani; Sebastiano Ciampi con Silvestro Centofanti; Leopoldo Cicognara con Luigi Cibrario: Giuseppe Pagnozzi con Gabriello Pepe; Giovanni Castinelli e Costantino Golyeroniades con Gaetano Cioni e con Gino Capponi. E cosí via di séguito.Eppure ognun d'essi aveva segno o segni suoi proprî, differenti dagli altri; de' quali segni, con lunga pazienza, ma altresí con certezza, ho potuto rintracciare l'autore, ora tra lecartedelVieusseux, ora nelle lettere a lui dirette; ora ne' suoi registri, ora nell'esemplare dell'Antologiache insieme con le altre cose di lui si conserva nella “Nazionale„ di Firenze: nel qual esemplare (ma solo ne' primi numeri) è dal Vieusseux segnato il nome dello scrivente.Queste cose ho voluto che il lettore sapesse. Alle quali aggiungo quest'altra ancora: che qualunque possa essere il suo giudizio su l'opera mia, non potrà mai togliermi né la serena coscienza né il puro compiacimento d'aver lavorato onestamente, perseverantemente.P. P.

In un giornale di letteratura, che a' giorni suoi belli godette di buona rinomanza, comparve, non sono molt'anni, un articoletto, nel quale si asseriva che la storia dell'Antologianon piú fosse da scriversi. E l'autore di quell'articoletto, che non era un gran che e non valeva gran cosa, può con profitto risparmiare a sé la lettura di questo libro, nel quale mi sono appunto proposto di tutta narrare la storia del giornal fiorentino. Per gli altri (né forse son pochi), spero non aver fatto lavoro inutile in tutto.

Que' dodici anni di vita dell'Antologiaebbero nello svolgimento del pensiero italiano tale importanza, che molti per certo sono i libri ne' quali, piú o men brevemente, a quella vita si accenna: del come, giudichi il lettore da sé. Io rammento soltanto che in un libricciuolo (dove spesso è discorso di una Casa d'Est, quasiavesse anche a esserci una Casa d'Ovest), d'altre cose parlando si tocca dell'Antologia; e si dice il Vieusseux “un distinto giovane,... dotato di buoni studî, conosciuto da tutta la società intelligente fiorentina„; il quale “già dal 1817 dimorava in Firenze„: il Vieusseux, che anco innanzi al '17 vi era pur stato, ma ripartitone per lungo viaggio, solo nel '19 vi pose sua stanza; il Vieusseux, che aveva allora già oltrepassato il quarantesimo anno; l'educazione del quale, il Tommaséo, amico carissimo suo, riconosceva[1]“non assai letteraria„; che da sé stesso, anzi, confessava di “poco„ aver letto innanzi che l'attività sua gli aprisse altra via che quella de' commerci; e tanto conosciuto nel primo suo fermarsi in Firenze, che il Niccolini (ma non so s'egli facesse parte della “società intelligente„) il Niccolini, nell'aprile del '20 (tre mesi cioè dopo aperto al pubblico ilGabinetto), scriveva al Capponi: “Un certo Vieusseux ginevrino ha messo qui un gabinetto di lettura„.

Ma di troppe altre notizie, peregrine se non esatte, è ricco quel libricciuolo: né io voglio togliere al lettore il gusto di notarle da sé. Rammento invece un altro libro, nel quale poche pagine fanno parola dell'Antologia, e scarsi documenti vi sono riportati, e qualche epigramma, attinti all'Archiviodi Firenze e altrove. Ma vegga il lettore se sia sistema di critica buono, mutare, come piú giovi o piú piaccia, i documenti che si allegano, e fin dividere a mezzo uno spiritosoepigramma! E in altro libro piú grosso, che pur tratta d'altre cose non male, nel fare menzione dell'Antologiai medesimi documenti si riportano co' mutamenti medesimi (quello dell'epigramma compreso), perché quantunque si citi in esso non di rado l'Archivio, quel libro piú grosso si nutre in verità del piú piccolo; come accade tra' pesci. Ma, quel che è peggio, rammento che in un trattato di letteratura, che pur va per molte scuole d'Italia, s'insegna a' giovani, che nell'Antologia“si segnalarono, fra tanti altri, Niccolò Tommaséo e Giuseppe Mazzini„: il Mazzini, che soli due scritti le diede. Al quale proposito, anche in un libro di fresco uscito alla luce, e che non iscarse notizie ha di editori e d'autori, si ripete che “parecchi suoi articoli„ diede il Mazzini all'Antologia; la quale il Vieusseux diresse “sino ai primi del '32„! Che piú? Lo stesso professore Angelo De Gubernatis afferma[2]cheun articolo del Montanifu “involontaria cagione che l'Antologiafosse obbligata a cessare le sue pubblicazioni„!!

A queste, piú o meno gravi, inesattezze, altre molte di molti altri libri potrei aggiungerne (e alcuna qua e là ne addito, alcuna il lettore avvertirà da sé stesso): ma bastano di per sé sole le qui rammentate, a mostrare quanta, dirò cosí, la manchevolezza o l'inesattezza di cognizioni in chi ebbe pur a accennare, nelle sue linee piú generali, alla storia dell'Antologia.

L'opera del Tommaséo rimaneva, che degnamente trattasse del giornale fiorentino, e di chi lo fondò e lo diresse: un'opera sola, ma tale da far veramente sentire il peso della propria piccolezza a chi volesse cimentarsi nell'istesso argomento. All'uomo già vecchio, ed esperto, per lunghi anni d'esilio, della vita e degli uomini, e per la fecondità sua, di giornali molti di varî luoghi e paesi, memore gratitudine e affetto non mai smentito la dettarono: non però che l'affetto e la gratitudine facesser ombra al giudizio. E benché, nello scriverla, il Capponi lo soccorse di consigli e d'aiuti, è delle cose di lui piú felici; quasi direi, piú singolari. Tutto vi si rispecchia per entro l'autore, in ciò ch'egli ebbe, e come artista e come uomo, di piú grande e anche di men degno: ivi con rapidissimi tocchi delineati (modo a lui tutto proprio) aspetti di cose e persone, e a quando a quando minuzie, come di quadro fiammingo: ivi l'arguzia finissima, la pungente ironia, il sarcasmo crudele: ivi la novità delle vedute, e la meravigliosa proprietà corretta della parola e dello stile; e nella brevità, la dovizia di concetti e di fatti.

Se non che, non era al Tommaséo, nello scrivere tra lacrime vere quell'opera, scopo precipuo narrare la vita dell'Antologia; la quale in tanto v'ha parte grande in quanto essa fu parte grande della vita del Vieusseux: e al Tommaséo, che della storia dell'Antologiatante cose pur seppe, e potentemente seppe dire, molti fatti restarono (né potevano non restare) ignoti: di altri, affidandosialla memoria, benché tenacissima, gli si annebbiarono come a dire i contorni: e a lui, attore tra' primi, non era forse consentito né giudicare né godere dello spettacolo come a chi, spettatore, porga a ogni motto l'orecchio, e di lontano, spassionato, rimiri.

Altri vegga, dopo ciò, se la storia dell'Antologianon fosse da scriversi piú. Io so che, per intendere que' quarantotto volumi, oltre gl'incartamenti voluminosi dell'Archivio di Firenze nelle sue varie parti, e le numerosecartedel Vieusseux, e i suoiappuntinon pochi, e le bozze di stampa di numero grande d'articoli che portano le tracce della censura, e varî Archivi privati[3], piú che trentamila lettere di amici al Vieusseux, in vario grado rinomati o famosi, mi sono passate fra mano: alle quali (benché inedite in massima parte) ho attinto, spero, con temperanza: un periodo, una frase, un motto solo, talvolta; direi quasi, un sospiro; se questo bastasse a rappresentare la vita di quegli uomini o di quegli anni.

Del resto, chi mediocremente abbia in uso l'Indice generaleche dell'Antologianel 1863 è stato fatto, piú volte avrà avuto da dolersi che in esso de' soli scrittori che firmavano co 'l lor proprio si rincontrino i nomi. Degli altri, che apponevano o l'istesso sempre, o segni diversi,o nessuno, è riportato quel segno: cosí che tre soli scritti vi appaiono de' non pochi di Gino Capponi: uno appena de' numerosissimi di Silvestro Centofanti; e uno de' non men numerosi di Giovanni Valeri, e di Luigi Cibrario, e di Ottaviano Targioni Tozzetti. Némaisi rincontra il nome del professore Federico del Rosso, né di Luigi Leoni, né di Gabriello Pepe, né (pare inaudito!) di Giuseppe Montani.

In fondo al volume ho dato la spiegazione delle sigle: la qual cosa, quand'altro non vi fosse, sarà utile certamente. Molti degli scrittori solevano i loro scritti segnare con le iniziali de' nomi loro: ma non per questo dee pensare il lettore che troppo facil cosa fosse rintracciare la sigla di ognuno. Pur tacendo che non pochi usavano segni diversi, Cosimo Ridolfi potrebbe confondersi con Ridolfo Castinelli; il dottore Giuseppe Giusti con Giuseppe Gazzeri; Pietro Colletta con Pietro Capei; Vincenzo Salvagnoli con Salvatore Viale; Giuseppe Montanelli e Giuseppe Melchiorri con Giuseppe Mazzini e con Giuseppe Montani; Sebastiano Ciampi con Silvestro Centofanti; Leopoldo Cicognara con Luigi Cibrario: Giuseppe Pagnozzi con Gabriello Pepe; Giovanni Castinelli e Costantino Golyeroniades con Gaetano Cioni e con Gino Capponi. E cosí via di séguito.

Eppure ognun d'essi aveva segno o segni suoi proprî, differenti dagli altri; de' quali segni, con lunga pazienza, ma altresí con certezza, ho potuto rintracciare l'autore, ora tra lecartedelVieusseux, ora nelle lettere a lui dirette; ora ne' suoi registri, ora nell'esemplare dell'Antologiache insieme con le altre cose di lui si conserva nella “Nazionale„ di Firenze: nel qual esemplare (ma solo ne' primi numeri) è dal Vieusseux segnato il nome dello scrivente.

Queste cose ho voluto che il lettore sapesse. Alle quali aggiungo quest'altra ancora: che qualunque possa essere il suo giudizio su l'opera mia, non potrà mai togliermi né la serena coscienza né il puro compiacimento d'aver lavorato onestamente, perseverantemente.

P. P.


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