Chapter 13

Oh alfin la gloria nostratorni a brillar qual era,e i tiranni vedran l'ultima sera.Né con intenti letterarî soltanto, al Guizot il quale scriveva essere stata la Francia il centro e il fomite dell'europea civiltà, il Forti rispondeva[1058]ricordando quanto alle altre nazioni, e all'Italia in particolare, debba la Francia; come, tra l'altre cose, nel diritto pubblico, e nel civile romano, e nel canonico per gran parte. Delle quali rivendicazioni, in tempi in cui opprimere in ogni modo l'Italia sembrava gloria a non pochi, potrei rammentarne piú d'una: né certo al lettore saranno fuggite di mente le fiere parole intorno a questo argomento proferite[1059]dal Libri. E mentre per un lato l'Antologiaintendeva cosí dimostrare come l'Italia in sé possedesse gli elementi di qualunque gloria scientifica e letteraria, coglieva dall'altro ogni occasione per difenderla dalle accuse ingiustamente lanciatele da certi stranieri: e senza adulare né in un modo né nell'altro la patria, esercitava sempre una missione italianamente civile.Onorata difesa dell'Italia faceva,[1060]tra gli altri, Tommaso Tonelli: e il Capponi augura[1061]che sia meno esposta “alle false rappresentazioni di viaggiatori stranieri„, desiderando che gl'Italiani siano “gelosi nel rivendicar dalle ingiustizie degli stranieri que' fatti che importano alla gloria nazionale„: e altrove l'Antologiacon isdegno pacato rammenta[1062]le ingiurie di un viaggiatore, il quale asseriva essere necessario portare seco anche il pane a chi volesse viaggiando l'Italia non morire per fame.Opera parimenti civile compieva l'Antologianel rammentare sollecita e con rara costanza le cose onorevoli nelle varie parti d'Italia o fuori d'Italia da Italiani compiute, additandole come esempi imitabili. Al quale proposito, il Niccolini dà lode[1063]ad Angelo D'Elci, che alla sua città donava la preziosa collezione de' suoi libri con tanto dispendio per tutta Europa cercati: e il Montani dà lode[1064]a Lorenzo Da Ponte, che chiama “promulgatore della gloria italiana in America„: e non senza vivo compiacimento piú volte nell'Antologiasi ragiona[1065]della spedizione scientifica toscana in Egitto. Ma al bene d'Italia piú efficacemente il Vieusseux provvedeva con l'ampia trattazione di ogni argomento morale ed economico, con le proposte di necessarie riforme, co 'l desiderio continuo della libertà, guarantigia di beni durevoli, e con l'ispirare l'amore fraterno di tutti quelli che, nati in Italia, avevano comuni bisogni e desiderî e onte e glorie comuni.Già dissi a suo luogo le varie proposte di riforme di leggi; dissi come e quanto l'Antologias'adoprasse in vantaggio dell'istruzione e dell'educazione del popolo: ma ogni altra cosa, che in qualche modo giovasse alla patria, sollecita proponeva o lodava. Non a caso ammoniva[1066]che “un governo che voglia conservare potenza e vita, deve di necessità spingersi nella via dell'innovazione, del progresso; e per non lasciarsimai menare non si lasciar precedere, mai„: ma di questa sentenza, troppo in ritardo, per nostra fortuna, i principi d'allora si mostraron convinti. Saggiamente del pari, il Vieusseux d'altra parte avvertiva[1067], che “l'amministrazione pubblica può far molto... ma è pur d'uopo che sia intesa e secondata dagli amministrati„, ai quali è lecito attendere “purché sappiano desiderare e operare„. Al quale proposito il Mayer lodava[1068]l'Inghilterra, dove il governo e i privati cooperano al pubblico bene, senza gelosie da una parte, e senza timori dall'altra. Piú volte discorre l'Antologiadelle bonifiche nel territorio grossetano intraprese per motuproprio del granduca, al quale il Vieusseux assicura[1069]“l'applauso d'Europa„: e il medico militare Giovan Battista Thaon, di quasi trent'anni precorrendo l'opera del barone Ricasoli, discorre[1070]delle industrie nuove di oliveti, di vigne e di alveari, da incoraggiarsi in Maremma. Dà notizia[1071]l'Antologiadel progetto di unire Ferrara all'Adriatico con un canale: a lungo ragiona[1072]degli studî di Pietro Ferrari su la costruzione di un canale navigabile che l'Adriatico unisse al Mediterraneo: e il Capponi discute[1073]della proposta di un signor Casarini, di unire Venezia alla terra ferma con una via ombreggiata da alberi.Le quali proposte non erano senza grande significato, come bene dimostrano queste parole[1074]: “Peraffratellarsi conviene conoscersi: e... l'Italia mal conosce sé stessa;... mezzo potentissimo dunque della concordia italiana... sono i viaggi; elemento essenziale della italiana... unità sono i canali e le strade„. Fraternamente l'Antologiacommiserava[1075]le triste condizioni economiche della Sicilia; fraternamente affermava che gli sforzi di quegl'isolani tornano in comun lode del nome italiano. E non senza ragione politica, con principî opposti a quelli dell'avvocato Aldobrando Paolini, il quale voleva[1076]limitata da imposizioni e da tasse l'entrata in Toscana de' prodotti non toscani, sosteneva[1077]il Capponi la libertà di commercio: e alle sue idee pienamente assentiva[1078]il Ridolfi con nuovi argomenti convalidandole. E della libera concorrenza trattava[1079]anche Ferdinando Tartini Salvatici, che la poneva fondamento della pubblica economia: tutti e tre però ben lontani dall'andare tant'oltre quanto il commendatore Lapo de' Ricci, il quale sperava[1080]non lontano un libero commercio coi cosacchi del Don, con gli Arabi dell'Egitto e co' selvaggi del Canadà.In somma, il Vieusseux voleva[1081]che il suo giornale potesse dagli stranieri considerarsi come “la vera espressione della società italiana e de' bisogni morali e letterarii di essa nel secolo XIX„: e bene lo strumento rispondeva al sonatore, il sonatore allo strumento. Cosí che il Capponi ebbe a chiamarlo[1082]“giornaleinteso a raccogliere ogni bell'esempio per l'Italia e ogni buono insegnamento„. L'Antologiarappresentava non solo la vita letteraria e scientifica, ma le tendenze generali, le aspirazioni, i bisogni della nazione: e ben poté Niccolò Tommaséo, parlando dell'Antologia, riandare per intero la civiltà italiana in un quarto di secolo, perché essa fu come uno specchio che da ogni parte ne accoglieva i raggi, e tutto intorno e lontano piú potente ne rifletteva la luce.Mirabile è la costanza con che, piú o meno palesemente, difese la libertà della patria; non meno mirabile il modo, anzi l'arte, con che in ogni argomento trovò occasione per diffondere aspirazioni e sentimenti tutti italiani. Annunciava[1083], ad esempio, il Tommaséo laNovissima guida dei viaggiatoriin Italia: ma nell'investigare la varietà e le vicende de' popoli primi, il suo discorso ritorna sempre al presente, nel quale i suoi pensieri sempre ricadono, quasi a centro; cosí che la storia de' popoli antichi è commento alle cose presenti. Parla di certe provincie, che discorrono dell'Italia come di paese diverso dal proprio, e soggiunge: “non par egli d'essere ancora a' tempi anteriori alla dominazione di Roma, quando cotesto titolo spettava in proprio alle meridionali provincie?„. Parla della ruina di Babilonia e di Roma, e ne deduce l'aforisma: “quando un sovrano è ridotto a mantenere le sue possessioni lontane con la violenza delle armi, con quant'ha di piú basso la politica del sospetto, allora si può ben dire che il suo regno è finito„. Parla de' tanti invasori venuti in Italia da tante regioni diverse, e rammenta “quegli Inglesi che accorrono aproteggerel'Italia,... quegli Austriaci alle cui grida risponde l'eco... di Milano e di Napoli„. E si poteva, nelrammentare le antiche vicende, parlar piú chiaro e piú ardito de' tempi presenti? “Sui campi d'Italia — egli dice — fu piú volte disputato dei destini del mondo: Canne lo dica e Marengo. Ma l'Italia il piú delle volte fu posta quasi prezzo del vincitore; come la favola dice di Deianira. I suoi cambiamenti non furono che novità di dolori: e il dolore piú pungente fu sempre per lei la vergogna d'una speranza delusa. Ma ad ogni modo, non è egli questo singolare destino che fece di lei quasi il nodo delle grandi questioni politiche, definite finora con le catene, col laccio, col ferro? E da un terreno consacrato con tanto sangue non escirà alcuna voce di rimprovero o di consiglio agli oppressori avvenire? Oh se da queste zolle feconde alzassero il capo que' milioni d'infelici che per l'Italia morirono, questo esercito di spettri troverebbe contro gli spietati invasori un grido terribile come il rimorso, se il rimorso fosse terribile ad altri che al malvagio infelice....„: ma “l'Italia troverà ben miglior modo di vincere i violenti che quello di soffrirne gli assalti e d'ingoiarne i cadaveri: allora potrà con altra voce che con quella delle proprie sventure ammaestrare le genti„.Se non che, alla parola franca e spirante civile ardimento, anche nella mite Toscana difficili mostravansi i tempi non raramente. Come a un cavallo bizzarro, il quale si suole richiamare al dovere con una buona tirata di morso, di tanto in tanto il Corsini pregava[1084]al censore di “far sentire„ al Vieusseux, che era necessario “ricondurre al primitivo scopo il giornale, che deve trattare soltanto di scienze, lettere ed arti, e non già di materie politiche„. Eil Vieusseux, a tu per tu co 'l censore, discuteva, spiegava, rischiarava; e serbando a migliore occasione gli scritti piú vivi, cantava per un istante la nanna al dispotismo perché tornasse a dormire. E non potendosi intanto dare a tutti i pensieri la via, si andava innanzi con frasi velate, mezzo nascoste tra le parentisi e le citazioni erudite; con allusioni, come per cenni. Parlando, ad esempio, dell'Alfieri, l'avvocato Aldobrando Paolini dopo aver detto ch'egli “vivificò certe passioni che si volevano morte„, e queste risvegliò in un tempo in cui il loro sonno era “blandito da tutti coloro che ne temevano il risvegliamento„; “parlo ad uomini — soggiungeva[1085]— per i quali basta il segnale delle idee„. Né a poche cose alludeva il breve commento[1086]del Forti nel dare notizia del ritorno in Parma di Giacomo Tommasini: che cioè la civiltà moderna fa sí che gli uomini grandi, “molestati in un paese, possan subito trovare in un altro maggiori agi e tranquillità. Il che deve esser freno alle soverchierie de' potenti„. Una volta, nellenotizie epilogate, brevemente parlando dell'istruzione nella Lombardia, comparve questo periodo[1087]: “Quello che parrà molto piú singolare, e che è verissimo, si è che l'istruzione popolare negli Stati Austriaci è piú diffusa che in tutti quasi gli Stati d'Europa. Il rapporto tra gli alunni e gli abitanti nell'Austria superiore è di 1 a 20, nell'inferiore di 1 a 16, nella Moravia e nella Slesia e nella Lombardia (vedete ravvicinamento singolare), di 1 a 13„. Nel quale periodo innocentissimo, quella parentisi mezzo nascosta significava certo non poco. Altrove, nel parlare di certo Azzaloni condannato ad avere il coperchio della sua arca convertitoin abbeveratoio di pecore e d'asini, commentava[1088]: “tanto è vero che chi vuol soprastare, rimane al di sotto, e a Modena e in tutte le parti del mondo„. E poche pagine dopo, discorrendo di un metodo nuovo per insegnare a' fanciulli, “questo — diceva[1089]lo scrittore — richiederebbe una rivoluzione nell'arte dell'educare, lo so: ma son tante le rivoluzioni inevitabili ormai!„.Queste, e altre cose ancora consimili, leggevansi nell'Antologia, la quale accoglieva in sé quanto potesse dirsi di piú ardito in Toscana, cioè in Italia. Tanto è vero che il censore veneto canonico Pianton giudicò[1090]quell'articolo del Tommaséo su laNovissima guida dei viaggiatori, pieno di “sensi sí franchi, arditi e pieni delle rivoltose massime della insubordinazione„, che non poté ristarsi dall'invocarne la classificazione (per diportarsi, com'egli diceva, “con distinta mitezza„) all'erga schedam. E all'erga schedamcondannava del pari in quel fascicolo istesso lo scritto del Pepe su Federico il Grande, e quello del Montani su' canti del Leopardi. In Milano poi l'intero fascicolo passava coltranseat, ciò che equivaleva ad una semi-proibizione[1091].Ma non per la sola nostra patria infelice, con tanta franchezza quanta consentivano i tempi, l'Antologiacombatteva: per tutti i popoli gementi sotto il giogo, e cospiranti per romperlo e rannodarsi sotto un solo vessillo; per tutti i popoli che le stesse grandi sventuree le stesse grandi speranze affratellavano co 'l nostro; per tutte le patrie avaramente mercanteggiate, per tutti i diritti dell'umanità conculcati, l'Antologiaaveva fremiti e lacrime. Non so chi diede in essa la traduzione[1092]di alcuni canti di Federica Brunn, che rampognano l'Europa vituperosamente neghittosa dinanzi allo sterminio de' Greci: ma so che Antonio Renzi fa voti[1093]per la loro “santa e nobile impresa„: e il Capponi chiama[1094]la Grecia “la terra del sapere e della libertà„, e spera che quella catena di monti, la quale si ricongiunge co 'l mare alle Termopili, ed ha il Parnaso nella sua estrema pendice a mezzogiorno, saranno “i limiti e la difesa di quel popolo che è destinato a risorgere„. Altrove il Pagnozzi scriveva[1095]: “non sapremmo indovinare su qual fondamento si creda fra noi, che sia utile il dominio dei Turchi in Europa„: al quale pensiero oggi i Turchi rispondono con le stragi in Armenia. E degli Armeni e degli Ebrei discorre Gabriello Pepe con pietà vera; e li chiama[1096]“miserande reliquie de' due popoli i piú vetusti e singolari fra tutti i popoli della terra: de' due popoli i piú contemplabili... dell'uman genere„. Piú volte, e con dolore, l'Antologiadiscorre della Polonia; e nel parlarne, avvertiva[1097]tra questa e l'Italia “una certa similitudine di vicende e di sventure„.In somma, l'Antologiacombattendo per la libertà della patria combatteva del pari per la libertà di tutti gli oppressi, abbracciando in uno solo affetto i lontani e i vicini, i noti e gli ignoti. E prima assaiche Giuseppe Mazzini con accese parole cantasse nellaGiovine Italiala fratellanza de' popoli; prima assai il Tommaséo scriveva[1098]nell'Antologia: “... l'Europa sente ancora l'orgoglio di possedere milioni di soldati, pronti a spargere il sangue ad ogni occorrenza; e... passeranno ancora molti secoli prima che l'ammazzare uomini a migliaia, prender città, e riscuotere piú tributi del solito, cessi di parere una onorevolissima cosa„. E altrove scriveva[1099]: “l'amor di patria, quando cresceranno le idee o le sventure, speriamo, diventerà a poco a poco europeo„. Lo stesso colonnello Pepe esprimeva[1100]la sua fede in un ordine sociale, in cui le genti riconoscerebbero e rinuncierebbero al “fatale errore ereditato dallo stato selvaggio, di non potere cioè avere esistenza e sussistenza che a spese della vita e roba altrui„. E il Montani affermava[1101]: “l'incivilimento farà un giorno di tutti i popoli un popolo solo, distinto anzichè diviso in differenti famiglie, tutte egualmente avventurate, perché tutte egualmente illuminate„.In una parola, l'Antologiasollevandosi dalla realtà presente al concetto che divina il futuro, intravedeva il popolo d'Italia e tutti i popoli della terra levarsi sublimi, affratellati in un solo pensiero di sviluppo progressivo, in una sola fede, in un solo patto di eguaglianza o d'amore.***Giova a questo punto considerare nel suo insieme il giornale: e nell'indagarne lo spirito e la significazionemorale, mi verrà fatto di dimostrare come e in che cosa le differenze (alle quali ho altrove accennato) tra i varî scrittori si conciliassero; e come la varietà delle opinioni fosse in esso, come in certe opere in musica, non già disarmonia ma ricchezza di accordi.Se con due sole parole dovessi definire l'Antologia, la chiamerei giornale di conciliazione e di rivendicazione. Sorta in tempi difficili, come quelli che erano succeduti alle grandi disfatte della libertà, l'opera sua fu di riunire nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti, gli avanzi delle falangi disperse, e cosí ricominciare l'opera rigeneratrice interrotta. Conciliare da prima, per indi apparecchiare, e in ultimo riconquistare.Per questo, in ogni argomento trattato giudicava senza preconcetti di parte e senza esagerazioni ridicole. Nelle questioni di lingua, ad esempio, se tutti i suoi scrittori preferivano, come quelli delCaffé, le idee alle parole, se tutti concordemente ammiravano i grandi maestri della parola d'ogni parte d'Italia; nessuno di essi però giunse mai, come quelli delCaffé, a fare[1102]“solenne rinuncia alla pretesa purezza della Toscana favella„. E se i varî critici dell'Antologiapiú volte combatterono il sistema di ammassare notizie e particolari minimi, meglio che indagare con ispirito filosofico la storia secreta delle anime, e l'anima universale del popolo; nessuno di essi però giunse mai a deridere, come gli scrittori delConciliatore, gli eruditi e l'erudizione. Può bensí il Montani giudicare[1103]un'opera del Denina non composta con grandissima arte, ma non per questo la crede del tuttoinutile: e se al Padre Affò il Mamiani non concede[1104]il vanto d'essere filosofo né bello scrittore, pure lo chiama “cima d'erudito„, e dice che “non è da meravigliarsi se tanta vastità e esattezza d'erudizione è scompagnata dalla filosofia, e da quell'ingegno speculativo che analizza e approfonda le cose„. Parimenti, se piú pagine dell'Antologiafurono scritte in difesa di una giudiziosa libertà nello svolgimento del dramma, piú volte però l'Antologiarammenta l'Alfieri con lode grande, e Vincenzo Salvagnoli lo difende[1105]da' biasimi ingiusti di censori pedanti. È bensí nell'Antologiaun articolo[1106]in cui, a similitudine di certi articoli delConciliatore, gridando contro l'educazione classica si afferma che lo studio del latino e del greco non ha altra utilità se non di impedire che per un certo numero d'ore i giovani facciano nessun male: e che è necessario liberarsi dal monopolio de' maestri di lingue classiche: ma quell'articolo è estratto dallaRivista britannica, né il Vieusseux lo inserí senza prima temperarlo con note prudenti.In somma, il Vieusseux, aborrente da ogni esagerazione, sapeva tenerle lontane dal suo giornale, e conciliando anche in questo principio gli amici suoi, sapeva su ogni questione ottenerne giudizî, se non sempre giusti sempre sereni, quant'era possibile da gente letterata ottenerli. Cosí che il Giordani poteva, come altrove ho notato, affermare senza mentire all'amico suo né a sé stesso, che non era possibile a lui trovare nell'Antologiacose che direttamente offendessero certe sue massime principali e immutabili.Eguale temperanza s'incontra, e non minore concordia tra gli scrittori, nel muovere guerra alle dispute meramente grammaticali, alle gare arcadiche, a quella letteraturadelle nude parole, come la dicevano i critici delConciliatore. Tutta quanta infatti l'Antologiapropugnò sempre una letteratura intelligibile ai piú; che cercasse nel passato le ragioni e i rimedî del presente, le speranze e i successi dell'avvenire; una letteratura libera egualmente dalla pedanteria classica e dalla licenza romantica; piena degli affetti vivi del cuore, degl'idoli vivi della fantasia, delle vive rimembranze de' tempi recenti. Essa, tenendosi lontana, quant'era possibile, dagli eccessi delle fazioni, restaurare voleva con acquisto d'idee e di forme; e conservare con decoro di ricchezza; e innovare con vantaggio d'aumento.Per ciò che riguarda la politica, nessuno degli scrittori voleva rivoluzioni: cosí che “timidi„ li disse[1107]piú tardi il Mazzini, che se ne divise: e certo erano, in paragone di lui, agitatore infaticabile. Se non che, il biasimo è assai temperato dall'avere súbito soggiunto “ma d'animo italiano„: né egli certo ignorava che ne' tempi tristi pe' popoli, i campi di battaglia sono per ogni dove, e che ciascuno sceglie quello che piú gli si confà. La spada loro non avrebbe fatto per il bene d'Italia, quello che fece la loro penna. E opera patria infatti compiva l'Antologia, grande del pari e forse piú, co 'l patrocinare con somma costanza la necessità di liberare gli uomini dall'ignoranza, co 'l muovere guerra, quanto consentivano i tempi, implacata, agli oscurantisti; a quella che il Giordani chiamò[1108]“generazione pestifera che si sforzava(invano) ad assicurarsiil dominio del mondo, col mantenerci il vaiolo e cacciarne l'alfabeto„. Primo fra tutti, il Vieusseux voleva che l'Antologiafosse scritta in modo intelligibile ai piú; che anche la scienza in essa fosse resa “popolare„[1109]; che abbracciasse, per cosí dire, tutte le parti del bene che poteva farsi al popolo. E il Valeriani affermava[1110]che gli scrittori tutti, assentendo al desiderio del Vieusseux, volevano “che potesse emergere da ogni pagina dell'Antologiaqualche utile verità„. In essa infatti si imprendeva a far progredire le scienze industriali, agrarie ed economiche, le quali preparano e procurano al popolo il benessere materiale: in essa a far progredire le scienze morali e razionali in quanto, con le loro applicazioni, concorrono al suo perfezionamento. Forse per questo ilGiornale Ligusticochiamava[1111]l'Antologia“giornale dei dilettanti„, e quello di Pisa “giornale dei dotti„: ma se men ricca di questo e di altri giornali d'Italia, di soda erudizione, fu però men pedante e piú gradevole a leggere, piú varia e piú largamente benefica.L'opera dell'Antologiafu, come dissi, di conciliazione e di apparecchio: e appunto per questo, i suoi scrittori, concordi anche in ciò, propugnarono in essa una letteratura popolare, cioè utile all'Italia. Tale la voleva[1112]il Giordani; e il Tommaséo si doleva[1113]che la scarsa famiglia de' dotti fosse tra noi “una razza d'uomini segregata dalla umana, parlante un linguaggio che il volgo non ebbe mai la felicità di comprendere pienamente, ma che comprese abbastanzaper annoiarsene„. Nella quale sentenza conveniva[1114]il Capponi, notando che “i dotti formarono sempre un popolo segregato„, e che “le faticose investigazioni degli eruditi... si rendono famigliari a poco numero di persone„. Lamentava[1115]del pari Giuseppe Bianchetti, che il popolo italiano non avesse libri adatti da leggere; che le idee già prima concepite da noi apprendesse da' libri stranieri, e in questi le amasse solo perché gli stranieri mirabilmente posseggono l'arte di farsi leggere.Al quale proposito, il Lambruschini, dolendosi della mancanza di buoni libri popolari, e prevedendo co 'l pensiero il momento in cui gli adulti e i fanciulli saprebbero leggere, con vero sconforto dimandava[1116]: “che servirà loro questo sapere? Quai libri leggeranno essi?„ E il Mayer affermava[1117]non potersi piú la letteratura separare dall'esistenza morale della nazione; e le parole dello scrittore essere semi che tosto o tardi verranno fecondati.Ora, il bandire la guerra alle canzoni d'amore e alle inezie d'arcadia, incoraggiando invece le severe meditazioni e gli studî severi, necessaria preparazione alla pubblica vita, alla quale gl'Italiani sarebbero un dí o l'altro chiamati; il propugnare una letteratura popolare, e l'essere essa stessa l'Antologiarivolta, il piú che fosse possibile, al popolo, promovendone l'istruzione elementare, la diffusione del reciproco insegnamento, e tutte le scoperte utili della scienza; il rappresentare al popolo, con tutti que' modi che deludevano l'oculatezza censoria, le oppressioni presenti e i suoi fatti antichi e le antiche franchigie ele memorie e le glorie; tutto questo poteva, se cosí si vuole, essere opera di scrittori e di uominitimidi, ma certo era veramente italiana, e tanto necessaria che forse senz'essa, che fu tutta preparazione, non si sarebbe avuta quella primavera sacra di Curtatone e di Montanara.“L'Antologia— ben disse[1118]il Guerrazzi, — non fu scudo, non fu lancia, bensí una intera panoplia con la quale in tempi malvagi con senno e pertinacia meravigliosa ebbe difesa la patria libertà„. Oh gli sforzi mirabili del Vieusseux e di tutti i suoi amici, in ogni argomento scientifico e letterario, in ogni proposta, sempre, pur di cancellare ogni avanzo di gare antiche, ogni vestigio di quelle tante piccole patrie “seminate — al dire[1119]del Ciampi — in Italia come i cocomeri per i campi del Pistoiese„! Tutti concordi, in questo principalmente preparavano l'avvenire d'Italia; da tutte le pagine dell'Antologiaesce l'espressione di un solo pensiero: conoscere i mali del vicino, e patirne come de' proprî; esce un augurio solo: l'oblio di tante discordie inveterate per lunga memoria di stragi, e l'amore non immiserito in quello della propria provincia, ma l'amore vero d'Italia.Anche parlando delGiornale agrario, il Lambruschini affermava[1120]ch'esso doveva considerarsi come “un vincolo di famiglia... tra i campagnoli d'una provincia e quelli d'un'altra„. E non a caso il Tommaséo proponeva[1121]che i dotti italiani ora in una, ora in altra città si adunassero: egli scorgeva in quel riavvicinarsi un perfezionamento fecondo di quelleidee “dalla nazionale divisione quasi lacerate„; un vincere, o almeno uno scemare, di pregiudizi e di odî municipali. Fin da' primi numeri del giornale, “io vorrei non essere nato — scriveva[1122]il Benci — piuttostoché ristringere l'amor di patria al solo lido toscano„. E il Vieusseux, felicemente compendiando il pensiero de' suoi amici e l'anima del giornale; “o Italiani — esclamava[1123]— vogliate bene esser certi che l'Antologiaè affatto esente da quello che chiamasi spirito di municipio; che per lei ci possono essere Alpi, ma non vi sono Appennini„.Che importa dunque, se ognuno si fingeva un'Italia futura in modo conforme a' suoi pensieri e a' suoi affetti? Potevano le aspirazioni essere non solo diverse ma contrarie, quanto alle forme di governo: tutti però si accordavano nel desiderare qualche cosa di meno umiliante delle condizioni imposte dal congresso di Vienna; nel desiderare la patria libera tutta, e signora di tutte le sue terre, di tutti i suoi mari. Che importa, se nelle idee scientifiche e letterarie non tutti si accordavano, e si contradicevano molti? Tutti però si trovavano uniti nel fine supremo: e questo bastava al Vieusseux. Essi con idee differenti svolgevano i principî delle scienze sociali, ma tutti ponevano intanto le basi del diritto nazionale: in guise diverse trattavano di pubblica economia, della libertà commerciale, ma in questo concetto inchiudevano tutti la libertà politica: variamente discorrevano di asili infantili, dell'educazione de' bimbi poveri e delle donne; pareva un'opera di semplice pedagogia, ed era invece tutta di civiltà vera e di vera italianità: discutevano con opposti criterî de' migliori e piú fruttuosiavvicendamenti di cultura, di nuove seminagioni e di nuove macchine; ma i loro discorsi si levavano tutti ben piú alti dal suolo: pareva che discorressero di contadini, e invece parlavano d'uomini, cioè di menti da persuadere, di cuori da illuminare; pareva che limitassero il loro sguardo a' poderi, alle fattorie, e miravano invece all'Italia.Cosí appunto il giornale acquistava non pure varietà di materie, ma di idee, di inspirazioni, di forme: e tutte queste differenti gradazioni non appaiono se non solo alla superficie, perché nella varietà, e spesso contrarietà, de' concetti, è l'unità del principio fondamentale. Cosí l'albero grande dà frutti al cittadino e dà legna, dà nidi agli uccelli, al passeggiero ombre grate e freschi susurri: ma il suo tronco è uno solo.

Oh alfin la gloria nostratorni a brillar qual era,e i tiranni vedran l'ultima sera.

Oh alfin la gloria nostra

torni a brillar qual era,

e i tiranni vedran l'ultima sera.

Né con intenti letterarî soltanto, al Guizot il quale scriveva essere stata la Francia il centro e il fomite dell'europea civiltà, il Forti rispondeva[1058]ricordando quanto alle altre nazioni, e all'Italia in particolare, debba la Francia; come, tra l'altre cose, nel diritto pubblico, e nel civile romano, e nel canonico per gran parte. Delle quali rivendicazioni, in tempi in cui opprimere in ogni modo l'Italia sembrava gloria a non pochi, potrei rammentarne piú d'una: né certo al lettore saranno fuggite di mente le fiere parole intorno a questo argomento proferite[1059]dal Libri. E mentre per un lato l'Antologiaintendeva cosí dimostrare come l'Italia in sé possedesse gli elementi di qualunque gloria scientifica e letteraria, coglieva dall'altro ogni occasione per difenderla dalle accuse ingiustamente lanciatele da certi stranieri: e senza adulare né in un modo né nell'altro la patria, esercitava sempre una missione italianamente civile.

Onorata difesa dell'Italia faceva,[1060]tra gli altri, Tommaso Tonelli: e il Capponi augura[1061]che sia meno esposta “alle false rappresentazioni di viaggiatori stranieri„, desiderando che gl'Italiani siano “gelosi nel rivendicar dalle ingiustizie degli stranieri que' fatti che importano alla gloria nazionale„: e altrove l'Antologiacon isdegno pacato rammenta[1062]le ingiurie di un viaggiatore, il quale asseriva essere necessario portare seco anche il pane a chi volesse viaggiando l'Italia non morire per fame.

Opera parimenti civile compieva l'Antologianel rammentare sollecita e con rara costanza le cose onorevoli nelle varie parti d'Italia o fuori d'Italia da Italiani compiute, additandole come esempi imitabili. Al quale proposito, il Niccolini dà lode[1063]ad Angelo D'Elci, che alla sua città donava la preziosa collezione de' suoi libri con tanto dispendio per tutta Europa cercati: e il Montani dà lode[1064]a Lorenzo Da Ponte, che chiama “promulgatore della gloria italiana in America„: e non senza vivo compiacimento piú volte nell'Antologiasi ragiona[1065]della spedizione scientifica toscana in Egitto. Ma al bene d'Italia piú efficacemente il Vieusseux provvedeva con l'ampia trattazione di ogni argomento morale ed economico, con le proposte di necessarie riforme, co 'l desiderio continuo della libertà, guarantigia di beni durevoli, e con l'ispirare l'amore fraterno di tutti quelli che, nati in Italia, avevano comuni bisogni e desiderî e onte e glorie comuni.

Già dissi a suo luogo le varie proposte di riforme di leggi; dissi come e quanto l'Antologias'adoprasse in vantaggio dell'istruzione e dell'educazione del popolo: ma ogni altra cosa, che in qualche modo giovasse alla patria, sollecita proponeva o lodava. Non a caso ammoniva[1066]che “un governo che voglia conservare potenza e vita, deve di necessità spingersi nella via dell'innovazione, del progresso; e per non lasciarsimai menare non si lasciar precedere, mai„: ma di questa sentenza, troppo in ritardo, per nostra fortuna, i principi d'allora si mostraron convinti. Saggiamente del pari, il Vieusseux d'altra parte avvertiva[1067], che “l'amministrazione pubblica può far molto... ma è pur d'uopo che sia intesa e secondata dagli amministrati„, ai quali è lecito attendere “purché sappiano desiderare e operare„. Al quale proposito il Mayer lodava[1068]l'Inghilterra, dove il governo e i privati cooperano al pubblico bene, senza gelosie da una parte, e senza timori dall'altra. Piú volte discorre l'Antologiadelle bonifiche nel territorio grossetano intraprese per motuproprio del granduca, al quale il Vieusseux assicura[1069]“l'applauso d'Europa„: e il medico militare Giovan Battista Thaon, di quasi trent'anni precorrendo l'opera del barone Ricasoli, discorre[1070]delle industrie nuove di oliveti, di vigne e di alveari, da incoraggiarsi in Maremma. Dà notizia[1071]l'Antologiadel progetto di unire Ferrara all'Adriatico con un canale: a lungo ragiona[1072]degli studî di Pietro Ferrari su la costruzione di un canale navigabile che l'Adriatico unisse al Mediterraneo: e il Capponi discute[1073]della proposta di un signor Casarini, di unire Venezia alla terra ferma con una via ombreggiata da alberi.

Le quali proposte non erano senza grande significato, come bene dimostrano queste parole[1074]: “Peraffratellarsi conviene conoscersi: e... l'Italia mal conosce sé stessa;... mezzo potentissimo dunque della concordia italiana... sono i viaggi; elemento essenziale della italiana... unità sono i canali e le strade„. Fraternamente l'Antologiacommiserava[1075]le triste condizioni economiche della Sicilia; fraternamente affermava che gli sforzi di quegl'isolani tornano in comun lode del nome italiano. E non senza ragione politica, con principî opposti a quelli dell'avvocato Aldobrando Paolini, il quale voleva[1076]limitata da imposizioni e da tasse l'entrata in Toscana de' prodotti non toscani, sosteneva[1077]il Capponi la libertà di commercio: e alle sue idee pienamente assentiva[1078]il Ridolfi con nuovi argomenti convalidandole. E della libera concorrenza trattava[1079]anche Ferdinando Tartini Salvatici, che la poneva fondamento della pubblica economia: tutti e tre però ben lontani dall'andare tant'oltre quanto il commendatore Lapo de' Ricci, il quale sperava[1080]non lontano un libero commercio coi cosacchi del Don, con gli Arabi dell'Egitto e co' selvaggi del Canadà.

In somma, il Vieusseux voleva[1081]che il suo giornale potesse dagli stranieri considerarsi come “la vera espressione della società italiana e de' bisogni morali e letterarii di essa nel secolo XIX„: e bene lo strumento rispondeva al sonatore, il sonatore allo strumento. Cosí che il Capponi ebbe a chiamarlo[1082]“giornaleinteso a raccogliere ogni bell'esempio per l'Italia e ogni buono insegnamento„. L'Antologiarappresentava non solo la vita letteraria e scientifica, ma le tendenze generali, le aspirazioni, i bisogni della nazione: e ben poté Niccolò Tommaséo, parlando dell'Antologia, riandare per intero la civiltà italiana in un quarto di secolo, perché essa fu come uno specchio che da ogni parte ne accoglieva i raggi, e tutto intorno e lontano piú potente ne rifletteva la luce.

Mirabile è la costanza con che, piú o meno palesemente, difese la libertà della patria; non meno mirabile il modo, anzi l'arte, con che in ogni argomento trovò occasione per diffondere aspirazioni e sentimenti tutti italiani. Annunciava[1083], ad esempio, il Tommaséo laNovissima guida dei viaggiatoriin Italia: ma nell'investigare la varietà e le vicende de' popoli primi, il suo discorso ritorna sempre al presente, nel quale i suoi pensieri sempre ricadono, quasi a centro; cosí che la storia de' popoli antichi è commento alle cose presenti. Parla di certe provincie, che discorrono dell'Italia come di paese diverso dal proprio, e soggiunge: “non par egli d'essere ancora a' tempi anteriori alla dominazione di Roma, quando cotesto titolo spettava in proprio alle meridionali provincie?„. Parla della ruina di Babilonia e di Roma, e ne deduce l'aforisma: “quando un sovrano è ridotto a mantenere le sue possessioni lontane con la violenza delle armi, con quant'ha di piú basso la politica del sospetto, allora si può ben dire che il suo regno è finito„. Parla de' tanti invasori venuti in Italia da tante regioni diverse, e rammenta “quegli Inglesi che accorrono aproteggerel'Italia,... quegli Austriaci alle cui grida risponde l'eco... di Milano e di Napoli„. E si poteva, nelrammentare le antiche vicende, parlar piú chiaro e piú ardito de' tempi presenti? “Sui campi d'Italia — egli dice — fu piú volte disputato dei destini del mondo: Canne lo dica e Marengo. Ma l'Italia il piú delle volte fu posta quasi prezzo del vincitore; come la favola dice di Deianira. I suoi cambiamenti non furono che novità di dolori: e il dolore piú pungente fu sempre per lei la vergogna d'una speranza delusa. Ma ad ogni modo, non è egli questo singolare destino che fece di lei quasi il nodo delle grandi questioni politiche, definite finora con le catene, col laccio, col ferro? E da un terreno consacrato con tanto sangue non escirà alcuna voce di rimprovero o di consiglio agli oppressori avvenire? Oh se da queste zolle feconde alzassero il capo que' milioni d'infelici che per l'Italia morirono, questo esercito di spettri troverebbe contro gli spietati invasori un grido terribile come il rimorso, se il rimorso fosse terribile ad altri che al malvagio infelice....„: ma “l'Italia troverà ben miglior modo di vincere i violenti che quello di soffrirne gli assalti e d'ingoiarne i cadaveri: allora potrà con altra voce che con quella delle proprie sventure ammaestrare le genti„.

Se non che, alla parola franca e spirante civile ardimento, anche nella mite Toscana difficili mostravansi i tempi non raramente. Come a un cavallo bizzarro, il quale si suole richiamare al dovere con una buona tirata di morso, di tanto in tanto il Corsini pregava[1084]al censore di “far sentire„ al Vieusseux, che era necessario “ricondurre al primitivo scopo il giornale, che deve trattare soltanto di scienze, lettere ed arti, e non già di materie politiche„. Eil Vieusseux, a tu per tu co 'l censore, discuteva, spiegava, rischiarava; e serbando a migliore occasione gli scritti piú vivi, cantava per un istante la nanna al dispotismo perché tornasse a dormire. E non potendosi intanto dare a tutti i pensieri la via, si andava innanzi con frasi velate, mezzo nascoste tra le parentisi e le citazioni erudite; con allusioni, come per cenni. Parlando, ad esempio, dell'Alfieri, l'avvocato Aldobrando Paolini dopo aver detto ch'egli “vivificò certe passioni che si volevano morte„, e queste risvegliò in un tempo in cui il loro sonno era “blandito da tutti coloro che ne temevano il risvegliamento„; “parlo ad uomini — soggiungeva[1085]— per i quali basta il segnale delle idee„. Né a poche cose alludeva il breve commento[1086]del Forti nel dare notizia del ritorno in Parma di Giacomo Tommasini: che cioè la civiltà moderna fa sí che gli uomini grandi, “molestati in un paese, possan subito trovare in un altro maggiori agi e tranquillità. Il che deve esser freno alle soverchierie de' potenti„. Una volta, nellenotizie epilogate, brevemente parlando dell'istruzione nella Lombardia, comparve questo periodo[1087]: “Quello che parrà molto piú singolare, e che è verissimo, si è che l'istruzione popolare negli Stati Austriaci è piú diffusa che in tutti quasi gli Stati d'Europa. Il rapporto tra gli alunni e gli abitanti nell'Austria superiore è di 1 a 20, nell'inferiore di 1 a 16, nella Moravia e nella Slesia e nella Lombardia (vedete ravvicinamento singolare), di 1 a 13„. Nel quale periodo innocentissimo, quella parentisi mezzo nascosta significava certo non poco. Altrove, nel parlare di certo Azzaloni condannato ad avere il coperchio della sua arca convertitoin abbeveratoio di pecore e d'asini, commentava[1088]: “tanto è vero che chi vuol soprastare, rimane al di sotto, e a Modena e in tutte le parti del mondo„. E poche pagine dopo, discorrendo di un metodo nuovo per insegnare a' fanciulli, “questo — diceva[1089]lo scrittore — richiederebbe una rivoluzione nell'arte dell'educare, lo so: ma son tante le rivoluzioni inevitabili ormai!„.

Queste, e altre cose ancora consimili, leggevansi nell'Antologia, la quale accoglieva in sé quanto potesse dirsi di piú ardito in Toscana, cioè in Italia. Tanto è vero che il censore veneto canonico Pianton giudicò[1090]quell'articolo del Tommaséo su laNovissima guida dei viaggiatori, pieno di “sensi sí franchi, arditi e pieni delle rivoltose massime della insubordinazione„, che non poté ristarsi dall'invocarne la classificazione (per diportarsi, com'egli diceva, “con distinta mitezza„) all'erga schedam. E all'erga schedamcondannava del pari in quel fascicolo istesso lo scritto del Pepe su Federico il Grande, e quello del Montani su' canti del Leopardi. In Milano poi l'intero fascicolo passava coltranseat, ciò che equivaleva ad una semi-proibizione[1091].

Ma non per la sola nostra patria infelice, con tanta franchezza quanta consentivano i tempi, l'Antologiacombatteva: per tutti i popoli gementi sotto il giogo, e cospiranti per romperlo e rannodarsi sotto un solo vessillo; per tutti i popoli che le stesse grandi sventuree le stesse grandi speranze affratellavano co 'l nostro; per tutte le patrie avaramente mercanteggiate, per tutti i diritti dell'umanità conculcati, l'Antologiaaveva fremiti e lacrime. Non so chi diede in essa la traduzione[1092]di alcuni canti di Federica Brunn, che rampognano l'Europa vituperosamente neghittosa dinanzi allo sterminio de' Greci: ma so che Antonio Renzi fa voti[1093]per la loro “santa e nobile impresa„: e il Capponi chiama[1094]la Grecia “la terra del sapere e della libertà„, e spera che quella catena di monti, la quale si ricongiunge co 'l mare alle Termopili, ed ha il Parnaso nella sua estrema pendice a mezzogiorno, saranno “i limiti e la difesa di quel popolo che è destinato a risorgere„. Altrove il Pagnozzi scriveva[1095]: “non sapremmo indovinare su qual fondamento si creda fra noi, che sia utile il dominio dei Turchi in Europa„: al quale pensiero oggi i Turchi rispondono con le stragi in Armenia. E degli Armeni e degli Ebrei discorre Gabriello Pepe con pietà vera; e li chiama[1096]“miserande reliquie de' due popoli i piú vetusti e singolari fra tutti i popoli della terra: de' due popoli i piú contemplabili... dell'uman genere„. Piú volte, e con dolore, l'Antologiadiscorre della Polonia; e nel parlarne, avvertiva[1097]tra questa e l'Italia “una certa similitudine di vicende e di sventure„.

In somma, l'Antologiacombattendo per la libertà della patria combatteva del pari per la libertà di tutti gli oppressi, abbracciando in uno solo affetto i lontani e i vicini, i noti e gli ignoti. E prima assaiche Giuseppe Mazzini con accese parole cantasse nellaGiovine Italiala fratellanza de' popoli; prima assai il Tommaséo scriveva[1098]nell'Antologia: “... l'Europa sente ancora l'orgoglio di possedere milioni di soldati, pronti a spargere il sangue ad ogni occorrenza; e... passeranno ancora molti secoli prima che l'ammazzare uomini a migliaia, prender città, e riscuotere piú tributi del solito, cessi di parere una onorevolissima cosa„. E altrove scriveva[1099]: “l'amor di patria, quando cresceranno le idee o le sventure, speriamo, diventerà a poco a poco europeo„. Lo stesso colonnello Pepe esprimeva[1100]la sua fede in un ordine sociale, in cui le genti riconoscerebbero e rinuncierebbero al “fatale errore ereditato dallo stato selvaggio, di non potere cioè avere esistenza e sussistenza che a spese della vita e roba altrui„. E il Montani affermava[1101]: “l'incivilimento farà un giorno di tutti i popoli un popolo solo, distinto anzichè diviso in differenti famiglie, tutte egualmente avventurate, perché tutte egualmente illuminate„.

In una parola, l'Antologiasollevandosi dalla realtà presente al concetto che divina il futuro, intravedeva il popolo d'Italia e tutti i popoli della terra levarsi sublimi, affratellati in un solo pensiero di sviluppo progressivo, in una sola fede, in un solo patto di eguaglianza o d'amore.

***

Giova a questo punto considerare nel suo insieme il giornale: e nell'indagarne lo spirito e la significazionemorale, mi verrà fatto di dimostrare come e in che cosa le differenze (alle quali ho altrove accennato) tra i varî scrittori si conciliassero; e come la varietà delle opinioni fosse in esso, come in certe opere in musica, non già disarmonia ma ricchezza di accordi.

Se con due sole parole dovessi definire l'Antologia, la chiamerei giornale di conciliazione e di rivendicazione. Sorta in tempi difficili, come quelli che erano succeduti alle grandi disfatte della libertà, l'opera sua fu di riunire nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti, gli avanzi delle falangi disperse, e cosí ricominciare l'opera rigeneratrice interrotta. Conciliare da prima, per indi apparecchiare, e in ultimo riconquistare.

Per questo, in ogni argomento trattato giudicava senza preconcetti di parte e senza esagerazioni ridicole. Nelle questioni di lingua, ad esempio, se tutti i suoi scrittori preferivano, come quelli delCaffé, le idee alle parole, se tutti concordemente ammiravano i grandi maestri della parola d'ogni parte d'Italia; nessuno di essi però giunse mai, come quelli delCaffé, a fare[1102]“solenne rinuncia alla pretesa purezza della Toscana favella„. E se i varî critici dell'Antologiapiú volte combatterono il sistema di ammassare notizie e particolari minimi, meglio che indagare con ispirito filosofico la storia secreta delle anime, e l'anima universale del popolo; nessuno di essi però giunse mai a deridere, come gli scrittori delConciliatore, gli eruditi e l'erudizione. Può bensí il Montani giudicare[1103]un'opera del Denina non composta con grandissima arte, ma non per questo la crede del tuttoinutile: e se al Padre Affò il Mamiani non concede[1104]il vanto d'essere filosofo né bello scrittore, pure lo chiama “cima d'erudito„, e dice che “non è da meravigliarsi se tanta vastità e esattezza d'erudizione è scompagnata dalla filosofia, e da quell'ingegno speculativo che analizza e approfonda le cose„. Parimenti, se piú pagine dell'Antologiafurono scritte in difesa di una giudiziosa libertà nello svolgimento del dramma, piú volte però l'Antologiarammenta l'Alfieri con lode grande, e Vincenzo Salvagnoli lo difende[1105]da' biasimi ingiusti di censori pedanti. È bensí nell'Antologiaun articolo[1106]in cui, a similitudine di certi articoli delConciliatore, gridando contro l'educazione classica si afferma che lo studio del latino e del greco non ha altra utilità se non di impedire che per un certo numero d'ore i giovani facciano nessun male: e che è necessario liberarsi dal monopolio de' maestri di lingue classiche: ma quell'articolo è estratto dallaRivista britannica, né il Vieusseux lo inserí senza prima temperarlo con note prudenti.

In somma, il Vieusseux, aborrente da ogni esagerazione, sapeva tenerle lontane dal suo giornale, e conciliando anche in questo principio gli amici suoi, sapeva su ogni questione ottenerne giudizî, se non sempre giusti sempre sereni, quant'era possibile da gente letterata ottenerli. Cosí che il Giordani poteva, come altrove ho notato, affermare senza mentire all'amico suo né a sé stesso, che non era possibile a lui trovare nell'Antologiacose che direttamente offendessero certe sue massime principali e immutabili.

Eguale temperanza s'incontra, e non minore concordia tra gli scrittori, nel muovere guerra alle dispute meramente grammaticali, alle gare arcadiche, a quella letteraturadelle nude parole, come la dicevano i critici delConciliatore. Tutta quanta infatti l'Antologiapropugnò sempre una letteratura intelligibile ai piú; che cercasse nel passato le ragioni e i rimedî del presente, le speranze e i successi dell'avvenire; una letteratura libera egualmente dalla pedanteria classica e dalla licenza romantica; piena degli affetti vivi del cuore, degl'idoli vivi della fantasia, delle vive rimembranze de' tempi recenti. Essa, tenendosi lontana, quant'era possibile, dagli eccessi delle fazioni, restaurare voleva con acquisto d'idee e di forme; e conservare con decoro di ricchezza; e innovare con vantaggio d'aumento.

Per ciò che riguarda la politica, nessuno degli scrittori voleva rivoluzioni: cosí che “timidi„ li disse[1107]piú tardi il Mazzini, che se ne divise: e certo erano, in paragone di lui, agitatore infaticabile. Se non che, il biasimo è assai temperato dall'avere súbito soggiunto “ma d'animo italiano„: né egli certo ignorava che ne' tempi tristi pe' popoli, i campi di battaglia sono per ogni dove, e che ciascuno sceglie quello che piú gli si confà. La spada loro non avrebbe fatto per il bene d'Italia, quello che fece la loro penna. E opera patria infatti compiva l'Antologia, grande del pari e forse piú, co 'l patrocinare con somma costanza la necessità di liberare gli uomini dall'ignoranza, co 'l muovere guerra, quanto consentivano i tempi, implacata, agli oscurantisti; a quella che il Giordani chiamò[1108]“generazione pestifera che si sforzava(invano) ad assicurarsiil dominio del mondo, col mantenerci il vaiolo e cacciarne l'alfabeto„. Primo fra tutti, il Vieusseux voleva che l'Antologiafosse scritta in modo intelligibile ai piú; che anche la scienza in essa fosse resa “popolare„[1109]; che abbracciasse, per cosí dire, tutte le parti del bene che poteva farsi al popolo. E il Valeriani affermava[1110]che gli scrittori tutti, assentendo al desiderio del Vieusseux, volevano “che potesse emergere da ogni pagina dell'Antologiaqualche utile verità„. In essa infatti si imprendeva a far progredire le scienze industriali, agrarie ed economiche, le quali preparano e procurano al popolo il benessere materiale: in essa a far progredire le scienze morali e razionali in quanto, con le loro applicazioni, concorrono al suo perfezionamento. Forse per questo ilGiornale Ligusticochiamava[1111]l'Antologia“giornale dei dilettanti„, e quello di Pisa “giornale dei dotti„: ma se men ricca di questo e di altri giornali d'Italia, di soda erudizione, fu però men pedante e piú gradevole a leggere, piú varia e piú largamente benefica.

L'opera dell'Antologiafu, come dissi, di conciliazione e di apparecchio: e appunto per questo, i suoi scrittori, concordi anche in ciò, propugnarono in essa una letteratura popolare, cioè utile all'Italia. Tale la voleva[1112]il Giordani; e il Tommaséo si doleva[1113]che la scarsa famiglia de' dotti fosse tra noi “una razza d'uomini segregata dalla umana, parlante un linguaggio che il volgo non ebbe mai la felicità di comprendere pienamente, ma che comprese abbastanzaper annoiarsene„. Nella quale sentenza conveniva[1114]il Capponi, notando che “i dotti formarono sempre un popolo segregato„, e che “le faticose investigazioni degli eruditi... si rendono famigliari a poco numero di persone„. Lamentava[1115]del pari Giuseppe Bianchetti, che il popolo italiano non avesse libri adatti da leggere; che le idee già prima concepite da noi apprendesse da' libri stranieri, e in questi le amasse solo perché gli stranieri mirabilmente posseggono l'arte di farsi leggere.

Al quale proposito, il Lambruschini, dolendosi della mancanza di buoni libri popolari, e prevedendo co 'l pensiero il momento in cui gli adulti e i fanciulli saprebbero leggere, con vero sconforto dimandava[1116]: “che servirà loro questo sapere? Quai libri leggeranno essi?„ E il Mayer affermava[1117]non potersi piú la letteratura separare dall'esistenza morale della nazione; e le parole dello scrittore essere semi che tosto o tardi verranno fecondati.

Ora, il bandire la guerra alle canzoni d'amore e alle inezie d'arcadia, incoraggiando invece le severe meditazioni e gli studî severi, necessaria preparazione alla pubblica vita, alla quale gl'Italiani sarebbero un dí o l'altro chiamati; il propugnare una letteratura popolare, e l'essere essa stessa l'Antologiarivolta, il piú che fosse possibile, al popolo, promovendone l'istruzione elementare, la diffusione del reciproco insegnamento, e tutte le scoperte utili della scienza; il rappresentare al popolo, con tutti que' modi che deludevano l'oculatezza censoria, le oppressioni presenti e i suoi fatti antichi e le antiche franchigie ele memorie e le glorie; tutto questo poteva, se cosí si vuole, essere opera di scrittori e di uominitimidi, ma certo era veramente italiana, e tanto necessaria che forse senz'essa, che fu tutta preparazione, non si sarebbe avuta quella primavera sacra di Curtatone e di Montanara.

“L'Antologia— ben disse[1118]il Guerrazzi, — non fu scudo, non fu lancia, bensí una intera panoplia con la quale in tempi malvagi con senno e pertinacia meravigliosa ebbe difesa la patria libertà„. Oh gli sforzi mirabili del Vieusseux e di tutti i suoi amici, in ogni argomento scientifico e letterario, in ogni proposta, sempre, pur di cancellare ogni avanzo di gare antiche, ogni vestigio di quelle tante piccole patrie “seminate — al dire[1119]del Ciampi — in Italia come i cocomeri per i campi del Pistoiese„! Tutti concordi, in questo principalmente preparavano l'avvenire d'Italia; da tutte le pagine dell'Antologiaesce l'espressione di un solo pensiero: conoscere i mali del vicino, e patirne come de' proprî; esce un augurio solo: l'oblio di tante discordie inveterate per lunga memoria di stragi, e l'amore non immiserito in quello della propria provincia, ma l'amore vero d'Italia.

Anche parlando delGiornale agrario, il Lambruschini affermava[1120]ch'esso doveva considerarsi come “un vincolo di famiglia... tra i campagnoli d'una provincia e quelli d'un'altra„. E non a caso il Tommaséo proponeva[1121]che i dotti italiani ora in una, ora in altra città si adunassero: egli scorgeva in quel riavvicinarsi un perfezionamento fecondo di quelleidee “dalla nazionale divisione quasi lacerate„; un vincere, o almeno uno scemare, di pregiudizi e di odî municipali. Fin da' primi numeri del giornale, “io vorrei non essere nato — scriveva[1122]il Benci — piuttostoché ristringere l'amor di patria al solo lido toscano„. E il Vieusseux, felicemente compendiando il pensiero de' suoi amici e l'anima del giornale; “o Italiani — esclamava[1123]— vogliate bene esser certi che l'Antologiaè affatto esente da quello che chiamasi spirito di municipio; che per lei ci possono essere Alpi, ma non vi sono Appennini„.

Che importa dunque, se ognuno si fingeva un'Italia futura in modo conforme a' suoi pensieri e a' suoi affetti? Potevano le aspirazioni essere non solo diverse ma contrarie, quanto alle forme di governo: tutti però si accordavano nel desiderare qualche cosa di meno umiliante delle condizioni imposte dal congresso di Vienna; nel desiderare la patria libera tutta, e signora di tutte le sue terre, di tutti i suoi mari. Che importa, se nelle idee scientifiche e letterarie non tutti si accordavano, e si contradicevano molti? Tutti però si trovavano uniti nel fine supremo: e questo bastava al Vieusseux. Essi con idee differenti svolgevano i principî delle scienze sociali, ma tutti ponevano intanto le basi del diritto nazionale: in guise diverse trattavano di pubblica economia, della libertà commerciale, ma in questo concetto inchiudevano tutti la libertà politica: variamente discorrevano di asili infantili, dell'educazione de' bimbi poveri e delle donne; pareva un'opera di semplice pedagogia, ed era invece tutta di civiltà vera e di vera italianità: discutevano con opposti criterî de' migliori e piú fruttuosiavvicendamenti di cultura, di nuove seminagioni e di nuove macchine; ma i loro discorsi si levavano tutti ben piú alti dal suolo: pareva che discorressero di contadini, e invece parlavano d'uomini, cioè di menti da persuadere, di cuori da illuminare; pareva che limitassero il loro sguardo a' poderi, alle fattorie, e miravano invece all'Italia.

Cosí appunto il giornale acquistava non pure varietà di materie, ma di idee, di inspirazioni, di forme: e tutte queste differenti gradazioni non appaiono se non solo alla superficie, perché nella varietà, e spesso contrarietà, de' concetti, è l'unità del principio fondamentale. Cosí l'albero grande dà frutti al cittadino e dà legna, dà nidi agli uccelli, al passeggiero ombre grate e freschi susurri: ma il suo tronco è uno solo.


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