Cosí per li gran savi si confessache la fenice muore e poi rinasce.E si proponeva[1318]creare un giornale “come maiera statofatto in Italia. Tutte persone conosciute, e lire 100 il foglio. Tutti gli articoli firmati. Ma sono sogni...„, conchiudeva poi come sfiduciato. Che importa però se questi erano sogni? Essi dimostrano bene come nel Vieusseux fosse il desiderio di non vivere inoperoso.Ma i suoi dolori non dovevano ancora aver fine, ché altri ne sopraggiunsero nuovi e piú fieri a inacerbire i non pochi sofferti. Anche dopo soppressa l'Antologia, anche dopo dileguati i timori che potesse risorgere quell'“insidioso mortifero giornale„ (cosí lo chiamava[1319]il bali Sanminiatelli), non ristette lacolonia di Modena dalla guerra; e le calunnie furono piú spesse e piú vili. Aveva il Vieusseux, morto il Montani, stampato[1320]intorno all'amico poche parole, come il dolor suo comportava; non belle, letterariamente parlando, ma piene di lacrime vere: e alla lettera di lui seguivano alcune considerazioni di Defendente Sacchi. Annunciando codesta lettera, non mancarono i compilatori dellaVoce della Veritàdal fare i loro commenti[1321]; e senza risparmiare neppure il Lambruschini (le cui parole pronunciate dinanzi la tomba del Montani erano dal Vieusseux giudicate “sublimi pei nobili sentimenti di purissima religione„), dicevano: “noi non sappiamo se molto ci dobbiam congratulare con un cattolico, per esser la sua religione dichiaratapurissimada un ginevrino„. Servendosi poi di certe comunicazioni tratte da lettera “non iscritta per la stampa„, asserivano che “finiti gli uffici della Chiesa, il convoglio (meno il parroco e i preti, s'intende) si portò in luogo ove era imbandita una lauta mensa che terminò in una festa di ballo per compimento dei funerali„.A sí goffa calunnia rispose[1322]il Vieusseux una breve e dignitosa risposta, pensata tutta e scritta da lui, ma poi modificata dal Lambruschini[1323]; e la inviò a que' di Modena, pregandoli in jnome della giustizia e della lealtà, che volessero inserirla nel loro giornale. La inserirono[1324]essi, non senza però dire innanzi, che troppostrano sembrava loro che nessuno de' molti amici si fosse presa la pena di avvisarli della falsità detta: e scusando persin l'autore della lettera ch'essi avevano riportata, malignamente scrivevano avere quegli forse confusa “la verisimiglianza colla realtà„. E quasi ciò non bastasse, alla risposta del Vieusseux aggiunsero “qualche noterella„: ma cosí goffamente malvagie, che lo stesso Monaldo Leopardi, al quale il Vieusseux aveva inviata una copia della sua protesta, pensando[1325]che il Vieusseux lo credesse partecipe di quelli articoli, attestava, pur confessando la sua molta stima per laVoce della Verità, ch'egli non era tra' redattori del foglio di Modena, e che non aveva parte nessuna in tutto ciò di cui il Vieusseux si doleva. Né paghi ancora, pubblicavano un'altra “graziosa lettera„[1326]scritta, com'essi dicevano, da Firenze; ove si parlava della “scandalosa adunanza„, dicendo che il Governo aveva proibito portare “torcie ed altre cose emblematiche (e chi sa poi che cose!)„.***Eppure, non ostante il rifiuto di pubblicarel'Indicatore bibliografico, non ostante le atroci calunnie di quei di Modena, ancora non si stancava il Vieusseux di tentare altre vie con che giovasse alla patria. “Se c'è un santo al mondo — gli scriveva[1327]il Giordani — se c'è un santo al mondo siete voi: almeno io vi adoroper tale; ché sovrumana è la vostra pazienza a non stancarvi di fare il bene in mezzo a tante vessazioni„. Vedendo infatti che la parolagiornaleimpauriva di per sé stessa il Governo, e che gli si negava fino la stampa di un catalogo sistematico delle opere italiane e de' loro prezzi, pensò allora il Vieusseux compilare una raccolta diOpuscoli scientifici e letterarî, ridando cosí la vita alla collezione[1328]nel 1807 intrapresa da Francesco Daddi: e presentava al Bernardini ilmanifesto[1329], nel quale affermava non essere suo pensiero compilare un giornale né cosa che a giornale simigliasse, ma riunire in un volume discorsi e dissertazioni, trattatelli e memorie, lettere e dialoghi, scene e novelle. “Per tal modo — seguitava — alternando un discorso d'economia pubblica ad un poemetto; la traduzione d'una memoria storica ad una scena storica; un frammento di opera inedita alla lettera inedita di celebre antico; un prezioso documento ad una novella piacevole; una memoria di tecnologia, di storia naturale, di chimica, di fisica..., ad uno scherzo di fantasia; noi speriamo poter conciliare il divertimento al profitto, l'interesse del lettore a quel degli autori, interessi non facilmente e non di frequente conciliabili„.Non negò il Corsini al Vieusseux il permesso richiesto, perché il divieto poteva, al dire[1330]del Padre Mauro, apparire fondato “sopra motivi personali„: ma perché la nuova collezione poteva altresí (sempre secondo il parere del Padre Mauro) poteva “servire di veicolo per dare alla luce molte materie della naturastessa di quelle solite inserirsi nella cessataAntologia„; il Corsini intimava al Vieusseux presentare tutti gli opuscoli che pensava inserire nel primo volume, a ciò che si potesse avere una chiara idea del piano e dello spirito della sua collezione, innanzi di approvare ilManifestopresentato.Credendo il Vieusseux che tutti gli ostacoli fossero suscitati dal Padre Mauro (non imaginava egli che ministro e censore mirabilmente consentissero), si rivolse[1331]al Corsini, con la speranza di ottenere da lui ciò che dal censore non aveva potuto. Ma invano rammentò “il letterario decoro della Toscana„, e “i bisogni della stamperia Pezzati, ridotta a deplorabile stato„, e le spese grandi ch'egli dovrebbe affrontare pubblicando il primo volume senz'averlo annunciato avanti co 'l manifesto, e senza avere certezza che troverebbe cooperatori; invano fece considerare non poter egli alle sue abitudini “senza dolore e senza danno rinunciare, dopo dieci anni di penoso, dispendioso, infaticabile e non inonorato lavoro„. Il Corsini rimase fermo nelle prese deliberazioni, tra le quali era questa,[1332]notevolissima, con che si interdiva comprendere nella divisata raccolta, lecorrispondenze, che troppo avrebbero fatto assomigliare il nuovo lavoro alla cessataAntologia, e potevano farlo considerare come una continuazione di questa. E cosí non venne neppur consentito che il semplicemanifestocomparisse alla luce.Dopo tanti e sí varî tentativi infelicemente riusciti, per la prima volta il Vieusseux veramente scoraggiato rivolse il 5 luglio 1833 unacircolare a' varîcorrispondenti[1333], nella quale rammentando i propositi suoi contrastati e le speranze deluse, mostravasi rassegnato ad aspettare “tempi migliori„, e si affidava che il pubblico non lo accuserebbe né di pigrizia né di indifferenza per le cose patrie, vedendolo limitare le sue premure al migliore andamento del Gabinetto e delGiornale agrario.Egli però poteva bensí mostrarsi rassegnato ad aspettaretempi migliori; poteva bensí affermare che limiterebbe le sue premure al soloGiornale agrarioe al suo Gabinetto: ma s'ingannava davvero. Gian Pietro Vieusseux non era capace di limitarsi a questo soltanto.Non potendo egli avere un giornale proprio, sempre però continuava con tutti que' mezzi che naturalmente e abbondantemente gli fornivano il Gabinetto e le relazioni sue molte, ad essere utile alle lettere italiane co 'l favorire la diffusione degli altri buoni giornali, co 'l facilitare lo scambio di quelli del mezzogiorno con quelli dell'alta Italia, e con l'eccitare i molti scrittori a lui noti, a fare per le altre provincie della penisola quanto insieme con lui avevano fatto per la Toscana. Gli avevano tolta l'Antologia, gli avevanotuttonegato; ma solo una cosa non gli potevano togliere: i saldi convincimenti e il fermo volere.Il progresso delle scienze lettere ed arti, fondato[1334]nel '32 dal Ricciardi co 'l proposito[1335](non nuovo per vero a chi abbia seguito la storia che dell'Antologiasono venuto facendo) di “esporre all'Italia i tesori d'ogni maniera che in questa e quella parte racchiudeva„,e di far sí che l'Italia “conoscesse alcunché di quel tanto a cui si poneva mano oltremonti e oltremare„; ilProgressotraeva stentata la vita. Modesto confessava[1336]il Ricciardi mancare a lui l'esperienza del Vieusseux, e i molti collaboratori, e le vaste corrispondenze, e la censura tollerabile, e la posizione centrale di Firenze: e il fatto si è che il suo giornale a molti spiaceva, benché fosse opera, se non da reggere il confronto con l'Antologia, certo non disprezzabile. Il Tommaséo giudicava[1337]che in esso valevano le sole notizie statistiche; ma in quanto al resto, diceva: “stile o barbaro, o arcadico, peggio che barbaro; idee nessuna, calore nessuno, grazia nessuna„. E anche quando, carcerato il Ricciardi, successe nella direzione il Bianchini, al Guerrazzi quel giornale pareva[1338]composto di articoli alcuni pesanti, altri leggerissimi, senza autorità di materia, scritti con stile ostrogoto: pareva insomma “un progresso da funaioli„, ciò che indicava un tornare indietro.Ma il Vieusseux, che sapeva quanto il far bene costi, e stimava quel giornale, non ristava dal cercare per esso collaboratori, e dal raccomandarlo in Italia e fuori. “Bisogna far tutto il possibile — scriveva[1339]al Tommaséo — perché ilProgressoacquisti riputazione; bisogna che voi, Libri, Mamiani e Orioli mandiate materiali...„. Il che prova, tra le altre cose,come il Vieusseux, non potendo per sé, senza invidia si adoprasse per gli altri. Egli stimava un dovere giovare alla patria; solo questo cercava e voleva. Che importava a lui dunque, se altri giovasse meglio e di piú? Non potendo far altro, era lieto di aiutare perché altri facesse.Oltre questa ragione principale, lo induceva a farsi aiutatore e divulgatore delProgresso, il vedere la guerra che que' di Modena gli avevano già mosso contro. Caduta l'Antologia, laVoce della Veritàaveva preso di mira il giornale napolitano. Avendo infatti ilConstitutionelasserito[1340]che, pubblicandosi in Napoli un giornale letterario, ilProgresso, “compilato con molto ingegno da giovani scrittori liberali„, il Governo non aveva fatto uso di alcun mezzo violento per combatterlo, sebbene dal primo momento ne avesse compresa latendenza; laVoce della Verità, co 'l sistema felicemente adottato per l'Antologia, commentava[1341]: “l'ufficio non è cattivo, e il Governo se ne terrà per ben avvertito„. Al quale proposito, Giuseppe Ricciardi assicurava[1342]al Vieusseux, “essersi riportate al Governo queste parole: “l'Opera periodica intitolataIl Progresso, altro non è che una succursale dellaGiovine Italia„„.Il Vieusseux però, ben lungi dal limitare la sua attività alGiornale Agrarioe al suo Gabinetto, veniva meno a' propositi espressi pubblicamente, non solo divulgando ilProgressoe facendosi, com'egli diceva[1343], “intermediario tra Napoli e il nord della penisola„, ma in ben altro modo. Passati i brevi scoramenti del luglio,sentí rinascere in cuore le care speranze, e nel dicembre del '33 scriveva[1344]infatti al Sismondi, fiducioso che il Governo toscano verrebbe a sentimenti piú moderati verso di lui, e gli concederebbe ricominciare l'Antologia. E vagheggiava un periodico “assai piú importante„, trimestrale, in cui metterebbe a profitto la sua esperienza di tredici anni. Riflettendo meglio però, gli parve piú saggio consiglio compilare per il momento unaRassegna trimestrale, con gli articoli migliori attinti agli altri giornali; e nell'aprile del '34 presentò[1345]il progetto al padre Mauro Bernardini, che ne fece un rapporto favorevole. Il dí 8 di maggio, il Corsini, chiamato a Palazzo Vecchio il Vieusseux, gli disse parergli il progetto “buono in sé, ma che non sarebbe cosa decorosa per la Toscana il non fare un giornale che a spese degli altri, e che si direbbe i Toscani non sapere piú fare un articolo originale„. Ben lieto il Vieusseux replicò, che se il Governo volesse permettergli ricominciare un giornale originale, sarebbe cosa lusinghiera per lui, piú utile per la Toscana e nel tempo stesso piú decorosa. E il Corsini, fatta qualche lieve osservazione su 'l titolo diRassegna, “rifletta — soggiunse — ponderi, veda ciò che si potrebbe fare. Ma poiché, dopo l'accaduto, un giornale nelle sue mani non dipende dalla sola censura, e sarebbe un affare di Governo, bisogna fare una memoria al Granduca„.Vero è che in queste parole era una certa diffidenza: ma il Vieusseux non poté non ringraziare il Corsini de' suggerimenti che gli aprivano il cuore a “liete speranze„. Preparò dunque un nuovoProgettoe laSupplica[1346], da consegnarsi entrambi al granduca; e il 22 di maggio li portò egli stesso al Corsini. Nella supplica, dopo avere notato che in tutta la Toscana non esisteva un giornale letterario, se non solo quello di Pisa, diceva: “Circostanze difficili e di amara rimembranza portarono la soppressione dell'Antologia! oso lusingarmi però non mi fecero perdere la stima dell'I. e R. Governo. Si degni V. A. I. e R. obliando l'accaduto, non contemplar che l'avvenire, e lasciarmi l'onore e la consolazione di ricominciare un giornale in Firenze: mi permetta di esercitare una nobile industria acquistata con quindici anni di cure, di fatiche, di sagrificii; industria che procurava e procurerebbe un'altra volta mezzi di sussistenza a piú di 25 persone. Ho la coscienza di poter condurre decorosamente la progettata intrapresa senza tradire l'aspettativa dell'I. e R. Governo, e quella del pubblico. Io non voglio ingannare né V. A., cui dovrei di risorgere a nuova vita, né quel pubblico cui chiedo sussidii ed associati, né ingannar me medesimo cimentandomi in un'intrapresa che non potesse conseguire un esito onorevole e felice...„.Il progetto a stampa, insieme con la supplica da presentarsi al granduca, era di unaRassegna italiana: diceva in esso, che il piano e l'andamento dell'Antologiapotevano bensí migliorarsi, ma che il titolo istesso del giornale, essendo questo in tutto divenuto originale, non sarebbe piú giustificato; che, quasi tutti i giornali in Italia mostrandosi intenti a rivendicare le glorie e ad esporre i bisogni letterarî di sole quelle provincie in cui vedevano la luce, era suo pensiero creare un'opera, la quale, “prescindendo da qualunque affetto e preoccupazione municipale,fossetanto franca e indipendenteda potere, occorrendo, combatterle tutte; un'opera che con vero spirito filosofico sottoponesse a giudiziosa analisi le produzioni veramente importanti... efosse, quanto piúsarebbepossibile, lo specchio veridico dello stato fisico, economico ed intellettuale dell'Italia...„.Con “liete speranze„, e co 'l desiderio di ricominciare la sua vita operosa di direttore di giornale e l'opera rigeneratrice interrotta, il Vieusseux si volgeva al granduca: ma anche questa volta i suoi desiderî dovevano rimanere insodisfatti, e le sue speranze deluse. Recatosi[1347]il 10 di giugno dal Corsini per avere notizie del suo progetto, “Io non posso — si sentí dire seccamente da S. E. — io non posso proporre al Granduca di lasciar risorgere l'Antologia. Il Governo avendo soppresso questo giornale, non può permettere ch'egli ricomparisca alla luce„. Fece notare il Vieusseux aver egli “rinunziato al titolo diAntologia„: ma questa volta non errava il ministro, giudicando che “lo spirito del nuovo giornale sarebbe lo stesso„; non errava soggiungendo: “Ella vuole trattare di politica e dell'amministrazione di tutti i paesi d'Italia„. Invano il Vieusseux assicurò non aver egli manifestato l'intenzione di trattare politica e di amministrazione: il Corsini bene intendeva che l'ex direttore dell'Antologiaavrebbe considerato le scienze e le lettere “principalmente per l'influenza che possono avere sul benessere e la felicità de' popoli, sulla loro amministrazione„. E il Vieusseux stesso, non ostante le sue proteste, troppo sinceramente gli confessava il suo pensiero, quando diceva: “rinunciando a riprendere il titolo del mio antico giornale, non rinuncio per ciò ad esser coerente con i miei antecedenti, ed a far sempre un giornale filosofico, un giornale dedicatoal progresso, un giornale piú dedicato all'universale che ai soli pedanti„. Cosí che il Corsini coglieva proprio nel segno, quando affermava che “laRassegnanon sarebbe altro che l'Antologiaperfezionata„. Ora, chiedere licenza di fondare un giornalefilosofico,dedicato al progresso, chiedere licenza di restare sempre lo stesso Vieusseux di prima,coerente con i suoi antecedenti; era in verità pretendere un poco troppo dal prudente ministro! Questi poteva un'altra volta cadere in agguati su 'l genere di que' due famosi; potevano (Dio liberi) capitare nuovi rabbuffi... No, no, “simil cosa„ non era neppure da proporsi al granduca.Vedendo il Vieusseux che nulla avrebbe potuto ottenere dal Corsini, francamente dichiarò che da sé stesso porterebbe a Pitti il suo progetto e la sua supplica; e li portò difatti. Ma a nulla valse anche quest'ultimo tentativo. Il 27 di giugno, il Vieusseux con vero dolore scriveva tra' suoi appunti queste brevi parole: “credo dover smettere qualunque passo su questo riguardo„.***Nulla ormai restava al Vieusseux da tentare: tutte le vie gli erano state impedite. Ora l'Amico della Gioventú, laVoce della Ragionee laVoce della Verità, tutta in somma la camarilla modenese, ben poteva a gran voce gridare: Vittoria! Il Governo toscano aveva ridotto all'impotenza il Vieusseux.Ma non per questo il vincitore Canosa e i seguaci suoi risparmiarono al vinto nuove persecuzioni e tormenti nuovi. Come a compire l'architettura del processo nel '33 fatto da loro all'Antologiae al suo direttore, due anni di poi in certi loropensieri, che con la usata eleganza chiamavanodi circostanza, e viavia comparvero su 'l foglio modenese, dopo parlato[1348]diguerra, disommosse, digoverni stabilitie direligione, come nemici della religione e de' governi stabiliti, suscitatori di sommosse e di guerre, accusavano iproclamidi Gian Pietro Vieusseux.A tale accusa non poteva questi non rispondere: e il giorno stesso in cui gli giunse laVoce della Verità, si recò[1349]dal presidente del Buon Governo per dimandare una giustificazione pubblica o un processo. “Io non posso — gli disse — non posso tacere, dopo essere stato in tal modo accusato; e voi, per parte vostra, voi ministro della Polizia toscana, non potete restare spettatore indifferente dinanzi al Vieusseux accusato di fareproclami. Riconoscete dunque la mia innocenza lasciandomi stampare una protesta, oppure fatemi un processo„. Non esitò il Governo toscano (e di ciò il Vieusseux, probo com'era, gli rendeva giustizia) ad approvare la protesta[1350]che il Vieusseux presentava: e il giorno 5 di marzo del '35, mille e cinquecento copie di essa corsero per l'Italia, e molti giornali, anche non importanti, la riprodussero.[1351]Chi fosse l'autor de'pensieri, non è difficile imaginare: era il Canosa. E il Vieusseux scriveva infatti[1352]al Capponi: “sento da Napoli, che autor de' pensieri è il Canosa, motivo per cui Napoli non osò lasciar ristampare la mia protesta sulProgresso„.Ma se alProgressonon fu consentito inserire lo scritto del Vieusseux, questi però ebbe il plauso de' buoni, e di non lieve conforto gli fu il sapere[1353]che la stessa censura austriaca aveva licenziato la sua protesta. Se non che, il principe di Canosa, non sazio ancora del suo trionfo, nel ripubblicare pochi dí appresso in opuscolo que' suoiPensieri, aggiungeva una nota[1354]“in risposta allaprotestapubblicata in data di Firenze 5 marzo dal Sig. G. P. Vieusseux contro l'uso che qui si è fatto della parolaProclami„: nella qual nota, dopo rammentato che il Maroncelli aveva definita l'Antologia sorella del Conciliatore, e ilConciliatoreunacongiura, affermava che l'Antologia“haproclamatocogli elogi dell'illegittimità, colle apologie dei repubblicani e i panegirici di Masaniello e di Bonaparte; haproclamatocolle lezioni del gius penaleBenthamico, e coi corrucci contro i pretoriani, i volontarj, i satelliti del dispotismo, ecc. ecc.; haproclamatoprestando i suoitipial famoso bollettino del 28 marzo 1833;proclamatuttavia, facendosi propagatrice, per l'Italia superiore,delProgressodi Napoli, il di cui fondatore guarda ora il sole a scacchi in Castel Sant'Elmo;proclamacoi manifesti d'uffizio centrale per la diffusione delleletture popolarie deimanuali d'educazione...; e cosí, per fino lasoppracarta stampatadellaprotestacontro l'uso ingiusto della parolaproclami, è un vero e real proclama dell'Antologia, espresso colla lista dei manifesti di opere quasi tutte coordinate alle mire dell'Antologiastessa. Mi accorgo di essere stato troppo mite; invece della parolaproclami, dovevo metterecongiure....„.Oh esempio inaudito di malignità! Il principe di Canosa stimava unacongiurala diffusione delGiornale agrario, de' manuali dell'Aporti, degli scritti del Tommaséo su l'educazione e del dizionario geografico del Repetti![1355]E non contento di asserire falsità manifeste pur di nuocere al Vieusseux, accusandolo editore del famoso bollettino del 28 marzo, non contento di accennare con modi da boia al Ricciardi carcerato, falsava fin le parole del Maroncelli; il quale diceva[1356]invece, che ilConciliatorefu dagli Austriaci detto una congiura, e che è verissimo che, in certo senso, ogni onesto sforzo di miglioramento sociale è congiura: congiura de' buoni contro i cattivi.***Da Parigi allora fieramente si levò il Tommaséo, e per difendere l'amico perseguitato, e “per amor di giustizia„. E rispose con un opuscolo[1357]nel quale dopoaffermato che al foglio di Modena era serbato “superare in barbarie di stile, in goffaggine di concetti, in viltà di delazioni calunniose, in amarezza d'odii spregevoli e di contumelie impotenti, quanti mai scritti conosce l'Europa avversi ad ogni religione, e ad ogni piú venerabile autorità„; dopo affermato che di quel foglio “fu inspiratore degno l'autore deiPifferi di montagna, il villan di Canosa cacciato di Napoli e della Toscana com'uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto„; diceva a' compilatori: “voi siete bugiardi, e stoltamente bugiardi.... voi siete vili, perché vi scagliate contro chi non può ad arme eguale rispondervi.... voi siete empi perché rinnegate la carità... e voi, se siete cristiani, fate eccheggiare questa mia parola allaVocevostra, eccheggiar tutta dal primo all'ultimo accento. Poi rispondete; e sotto allo scritto ponete il nome vostro. I' pongo il mio„.Stampata questa risposta, co 'l cuore in ansia il Tommaséo scriveva[1358]al Capponi: “Attendo con viva sollecitudine l'esito della risposta allaVoce. Male non può fare, io credo: e se l'avessi pur sospettato, non l'avrei fatta. Vedere quel pover'uomo cosí vilmente provocato e vessato mi fece ira, e mi fa. La Voce né stamperà la risposta né tacerà; ben lo so: ma giova averle dato un buono avvertimento, e uno basta per molti. La lessi prima allo Scalvini e all'Ugoni: approvarono„. E il Capponi rispondeva[1359]dicendogli,che la replica allaVocegli era “strapiaciuta„, che non poteva certo far male, e che dinotava tanto bel movimento d'animo, da doversene compiacere. Meglio ancora, scriveva[1360]al Vieusseux: “egli ha fatto opera bellissima, di nessun danno per voi, di grande onore per lui, e in sé stessa di gran pregio. Scritta, pensata e misurata, che non si poteva meglio. Bravo e caro uomo!„.Se la difesa fatta dal Tommaséo piacque al Capponi, imaginate con che cuore il Vieusseux la lesse, e con che gratitudine viva ne ringraziò[1361]il suo “buon amico„. Corse dal Padre Mauro, chiedendo di poterla moltiplicare con la stampa fiorentina, ma sotto data di Parigi: e benché dubitasse che la sua domanda venisse accolta, con vero compiacimento però diceva al Tommaséo aver posto in lettura nel Gabinetto una copia dell'opuscolo, e che lo stesso segretario Fabbroni, avutane conoscenza, aveva esclamato:a questo scritto non si risponde.Non s'ingannava il Vieusseux, credendo che il Governo toscano non assentirebbe alla sua dimanda: il 19 di maggio del '35 il censore Padre Mauro, facendo in unanota[1362]le sue “osservazioni rispettose„ allo scritto del Tommaséo, diceva parergli “foggiato con modi di prestigio e di seduzione„, e quel che è peggio, che mentre con esso si voleva sostenere la rettitudine delle intenzioni del Vieusseux, e mettere in dispregio la gazzetta modenese, indirettamente la difesa del Vieusseux tornava “ad offesa e condanna del Governo che volle soppressa l'Antologia„. Consideratoanche, essere il nome istesso del Tommaséo tale da “inspirare gran diffidenza,„ giudicava lo scritto “periglioso„ e “affatto riprovevole„. Parvero sagge al Governo toscano le osservazioni del Censore, e lo scritto non fu lasciato ristampare.Come il Vieusseux non s'ingannava, dubitando che gli accorderebbero il permesso richiesto, cosí non s'ingannava neppure il Tommaséo, pensando che laVocenon tacerebbe. I redattori stamparono[1363]infatti, com'egli desiderava, lo scritto suo: ma secondo il costume usato, vi aggiunsero assai note; nelle quali, dopo scagliatisi indegnamente contro le scuole gratuite fondate dall'Aporti e dal Lambruschini, chiamavano il Tommaséo “l'Astolfo dei novelli paladini di Francia„, e si dolevano che anch'egli si fosse “posto in partecipanza di delitti e di rimorsi„. Soscriveva l'articolo Cesare Carlo Galvani: ma non egli certo ne era l'autore. Francesco Longhena, scrivendo[1364]nel '41 al Vieusseux, riporta un brano di lettera, a lui diretta dal Tommaséo, il quale gli diceva: “quelle postille sono sottoscritte da un Galvani; ma taluno mi accertò essere stato il Parenti che le distese: l'appurar questo fatto sarà difficile: il Parenti è putta scodata„. Nel '35 però, convinto il Tommaséo che il Galvani fosse l'autore, scrisse[1365]una fierissima lettera contro di lui al prof. Parenti, perché con la sua autorità mettesse vergogna e al direttore e a' compilatori del foglio modenese. Se non che, il principedi Canosa affermò[1366]che “chi pettinò cosí bene la magistrale parrucca del signor Tommaséo„, non fu il Parenti, che “non si mescolò in quella contesa„, ma“un giovine redattore del foglio, il signor Veratti„, che aveva in quel tempo, soli ventidue anni.Come che sia questa faccenda, ben piú curiosa è una lettera a stampa, che il 20 maggio del '35 il Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli “senza timore né di veleni né di stili,„ indirizzava[1367]al Tommaséo. “Dunque — incominciava — bestialissimo, barbarissimo, bugiardissimo, villanissimo signor Niccolò Tommaséo, il Principe Don Antonio Capece Minutolo Principe di Canosa ecc. ecc.è un villano, cacciato di Napoli e della Toscana come uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto?Cosí voi, volgo nondei pensantima della canaglia settaria, sentina nondel Cristianesimoma del sansimonianismo, e feccia nondel fielema delle cloache tutte dell'universo mondo, lo qualificate in una vostra delirantissima ed infernalissima stampa contro l'immortal gazzetta dell'Italia CentraleLa Voce della Verità„. E di questo tono difendeva la Voce (“unico giornale che polemicamente conservi, ed intrinsecamente difenda, vendichi e tuteli l'onore d'Italia presso le presenti e future generazioni„), la Voce ch'egli, Tommaséo, aveva “lacerata e vilipesa... seppure — aggiungeva — le vostre parole, che valutiamo meno dei beli del somaro e del porco, possono offendere„. Difendeva principalmente il Canosa, “l'uomo sommo in Italia dei tempi moderni,„ il “martire della legittimità e della fedeltà„. E ad ogni periodo incalza, come un ritornello, “Niccolò Tommaséobestialissimo„ o “piú che bestialissimo„, perch'egli si era dichiarato “protettore e propugnatore del pestifero, farisaico, buffonesco giornale dell'Antologiadi Firenze, di quellaAntologia, che attraverso la sua innocenzabattesimalepretesa, non poté non eccitare per la soppressione le provvide, illuminate determinazioni del Governo toscano, sebbene indulgentissimo„.Alla lettera del Sanminiatelli, e insieme alle postille dellaVoce della Verità, rispose con un secondo opuscolo[1368]il Tommaséo; non per sé, ma per difendere la pace di un onest'uomo, a lui caro. E dopo avere notato che con risposta lunga quasi tre volte piú dello scritto suo, non sapessero pur uno de' suoi argomenti ribattere davvero, diceva: “chi loro non garba, paragonano alladro, altagliaborse, all'assassino; e gli danno lostilo, ilcoltello, ilpugnale, ilnappo del tossico.... e lo chiamano apartecipanza(nuove voci bisognano alla nuova stoltezza) apartecipanzalo chiamano di non so che rimorsi e delitti. E chi queste cose scrive, e si lagna d'esserevituperato, e parla dipantano, e disozzurae dimondezzaio, ha nome di Cesare Carlo Galvani. I' lo compiango, non l'odio„.Si proponeva il Tommaséo, per “carità dell'Italia„, non scendere piú oltre a risposta: ma que' dellaVoce, tenacemente fedeli al proposito di notare tutti que' fatti, che tanto (dicevano essi) davanoimpaccioal Tommaséo, finché la penna non avesse loro “logorate le polpastrella delle dita„; replicavano[1369]ancora per dire che, viaggiando il Vieusseux la maremma senese, egli “con una suggestione in tutto simile a quella di cui usò Satanasso...„ esortava una madre di famiglia ad educare i suoi figli secondo le sue“capziose norme„, promettendo a quella madre, per farla cadere nel laccio, “un nome distinto nella istoria, relazioni coi letterati piú cospicui, ed altre scipitezze di simil genere„. E in un altro lunghissimo articolo[1370], ripetuto ancora che gliantologisticon le loro dottrine sovvertivano i popoli, congiuravano perpetuamente contro l'altare e i troni, proclamavano la democrazia e l'insurrezione, minacciavano tutti i Governi in Italia stabiliti; dicevano: “Quanto è curioso il vedere il Tommaséo arrovellarsi in due successivi libelli per iscuotere il peso della schietta e franca parola che lo scotta, lo punge, lo avviluppa da ogni lato..... E voi sapete, Sig. Direttore, quanto abbiamo riso insieme di quei ridicolissimi foglietti, e riso di gran gusto, come al piú comico spettacolo, e quanta festa facciamo di cuore quando la posta ci trasmette di sí squisiti regali, che ce ne piovano spesso, e di ben indiavolati e disperatissimi„.Che ridessero non so: ma che gli argomenti del Tommaséo non fossero veramente “sofismi„, com'essi dicevano, da far “compassione„, potrebbe assai bene mostrarlo il fatto, che al Canosa parve necessaria una nuova risposta.[1371]Porgendo in essa al bali Sanminiatelli i sensi della sua “piú sincera e devota gratitudine„ per la difesa fattagli, discendeva anch'egli nell'arena per misurarsi con “quell'arrabbiato paladino della rivoluzione„; e vi parlava della “già putrefatta e fetidaAntologia„, e del “volgare sofista„ Tommaséo, a cui il Galvani aveva fatta “esalare la vita„, e del quale il bali Sanminiatelli aveva sepolto “il fetido cadavere„. Siamo in un cimitero! Ma in quell'opuscolo,tutto scritto per glorificare sé stesso, non solo accusava e il Vieusseux e l'Antologiae il Tommaséo o Mardocheo (cosí talvolta lo chiama), ma tutto e tutti: il Mazzini, ad esempio, e il Colletta, il quale è chiamato “spia, traditore, giudice ingiusto e sanguinario„; e quasi ciò non bastasse, anche “ladro„. Tanto, in una parola, è velenoso questo scritto, che da Modena l'assessore regale del ministero del Buon Governo, Girolamo Riccini, (in esso scritto particolarmente preso di mira perché aveva bandito il Canosa dagli Stati di Francesco IV) scriveva[1372]alla presidenza del Governo Toscano, che non potendo da per tutto essere noto come “il torbido ed irrequieto principe di Canosa„ avesse stampato contro il Tommaséo, un “libro in gran parte calunnioso e pieno di veleno contro i sovrani legittimi„, mandava quattro copie dell'articolo dellaVoce della Verità, firmatoImparzialità, che serviva di “confutazione alle imposture recate dal libro anzidetto„; le mandava perché anche in Firenze fosse pienamente conosciuto il “pernicioso autore di quel libello„.[1373]Non senza un poco di meraviglia il lettore dimanderà a questo punto come mai, pur dopo soppressa l'Antologia, cosí brutale durasse la guerra contro il Vieusseux. Ma la sua meraviglia cadrà del tutto, quando ripensi che la morte del giornale anzi che sciogliere aveva forse viepiú rafforzati quei vincoli che legavano al Vieusseux gli scrittori, e gli scrittori tra loro; quando ripensi che il gabinetto letterario e la casa del Vieusseux erano sempre, rispetto a' desiderî e alle speranze politiche, un centro potentissimo di attrazione da un lato, e di diffusione dall'altro; quando ripensi che il Vieusseux era un editore intelligente e operoso, e che restava sempre, come prima, una vera potenza, unsecondo granduca.Queste sono le cause vere per cui la guerra senza tregua si rinnovava: e ben chiaro i compilatori dellaVocelo dissero. Dissero[1374]: “se al cadere dell'Antologiail suo direttore fossesi ritirato in quell'ozio cui sarebbe mestieri forzarlo, noi ci saremmo guardati per sempre di riaprire la tomba del morto giornale per non riprodurne il puzzo; ma finché costui e nel suo Gabinetto scientifico letterario, e in nuove produzioni per opera sua diffuse, prosegue le tenebrose sue mene, noi grideremo, e grideremo senza cessare„.Senza la suaAntologia, e senza speranza di poter ridare la vita a questa o ad altro nuovo giornale, con ogni mezzo il Vieusseux continuava l'opera rigeneratrice: e le parole iraconde della Voce suonano onorevoli a lui piú che qualunque elogio. Per costringerlo all'ozio, all'ozio ch'egli aborriva, avrebbero volentieri ricorso[1375]“a tutti i mezzi di materiale coercizione„;per lo meno, all'esilio. E infatti il Canosa scriveva, a questo proposito, parole che sono splendida prova e di quel pio desiderio, e insieme dell'efficacia che ebbe il Vieusseux e la suaAntologia; scriveva[1376]: “In Firenze quell'improvviso sfratto di forestieri buoni e cattivi fu un rimedio efficace quanto il mercurio nel mal francese. I Toscani e i Romani devono riguardarsi come altrettanti aggettivi in materia di rivoluzioni. Ora i sostantivi sono i forestieri, quei birbanti che hanno moralmente e politicamente rovinato la nostra Italia, rovinata la gioventú. Cosa erano i Toscani nel 1815, quando io ci passai? Ottimi cattolici, adoratori dell'egualmente ottimo di loro sovrano. Aprirono le locande a canaglia fuoruscita dei diversi paesi, e quei furfanti accomodarono in guisa la povera Toscana, che piú non la conobbi nel 1822 e nel 1830... Approposito come va che, tutti i forestieri cacciati, è rimasto il signor Vieusseux!!! Regolarmente per mantenere l'equilibrio!„.Il Canosa però non vide cacciato in esilio il Vieusseux: ma il Vieusseux ben potè senza superbia affermare[1377]che la guerra mossagli contro, era agli occhi degl'Italiani ben pensanti “un titolo di gloria„; ben potè con grande compiacimento vedere che la suaAntologianon aveva invano vissuto per dodici anni.Tanta efficacia ebbe questa, e tanti ricordi di speranze e di propositi fermi e di carità patria compendiava il suo nome istesso, che volendosi in Abruzzofondare un giornale co 'l titolo diAntologia abruzzese, il ministro della Polizia di Napoli vietò che gli si desse quel nome, e volle che si chiamasseFilologia Abruzzese[1378]. E dieci anni dopo soppressa l'Antologia, mentre laVoce della Veritàaveva da poco miseramente finito i suoi giorni, un editore francese proponeva[1379]la traduzione del giornale fiorentino: della qual cosa il Vieusseux molto si compiaceva, scrivendo[1380]che un monumentoelevato in Francia al giornale che era statola grande impresa della sua vita, sarebbe una cosa ben onorevole a lui, e ben consolante per l'Italia. Ma non ristava egli, probo com'era, dal dire che non poteva mai consigliarne la traduzione completa, e che bisognava fare una scelta “ben severa„ degli articoli da stampare.L'impresa non andò innanzi, è pur vero: ma il solo averla proposta non è senza grande significato.Nel 1846, quando i cuori degl'Italiani cominciarono a palpitare piú forte, tentò il Vieusseux con le risorte speranze della patria far risorgere la suaAntologia: ma perché appunto in quell'anno il Pomba e il Predari, rendendo onore al giornale fiorentino, avevano creato in Torino l'Antologia italiana, il Vieusseux ripensò al titolo diFenice; e con gli stessi sentimenti generosi di un tempo, chiedeva[1381]al Gioberti pe 'l nuovo giornale uno scritto a fine di far cessare con la sua voce autorevole tante “assurde persecuzioni„ contro gli ebrei. Con tanto amore si era accinto all'impresa, che non volle neppur assentire alle preghiere del Capponi, del Ridolfi e del Digny, e poi del Ricasoli, del Salvagnoli e del Lambruschini, che meditavano due giornalidiversi. E persuase a' primi a offrire i loro scritti allaPatria; e si scusò[1382]co' secondi di non potere, quanto avrebbe voluto, aiutarli, dicendo che la “Fenice, come terreno neutro, in mezzo alle gare che potessero nascere tra le varie intraprese di fogli volanti, doveva cercare, bene inteso quanto comportassero i suoi principî, di attirare a sé i migliori fra gli scrittori dei detti giornali„.Viepiú incoraggiato dalla legge granducale su la stampa, il 12 giugno del 1847 divulgò ilManifesto,[1383]nel quale tra l'altre cose ripeteva lo stesso pensiero costantemente espresso nell'Antologia: “laFenicesarà un giornale italiano per ogni rispetto, cioè tale da comprendere, per quanto sarà possibile, gl'interessi di tutta la penisola„. Ma chiesta e avuta licenza[1384]dal consigliere Giuseppe Pauer, e già ottenuto buon numero di soscrittori e promesse di collaborazione da tutte le Provincie d'Italia, nuove e non prevedute difficoltà fecero fallire anche questa volta l'impresa. Appena nel regno Lombardo-Veneto fu conosciuto ilmanifestodel Vieusseux, bandirono contro laFenicenon nata ancora, decreto di proibizione: ciò che indicava sicura proibizione anche in Napoli, in Modena e in Parma. D'altra parte, l'importanza a cui salí la stampa politica e giornaliera, e l'essere da questa quasi interamente assorbita tutta la vita della nazione, fecero certoil Vieusseux, che il suo giornale, essenzialmente filosofico, scientifico e letterario, non avrebbe potuto sostenersi se non con gravissimi sacrifici. Per la qual cosa, il 20 gennaio del 1848 il Vieusseux mandò a' suoi amici unacircolare[1385]con la quale, esprimendo il suo dolore vivissimo di rinunciare a tradurre in atto il suo disegno, diceva attendere “tempi piú propizî a imprese siffatte„.Eppure, dopo tanta acerbità di dolori, dopo tanta amarezza di delusioni, il Vieusseux non rinunciava ancora alla speranza di ridare, quando che fosse, la vita al suo antico giornale: e anche in quellacircolare, pur confessando che con vivissimo dispiacere doveva rinunciare a mandare ad effetto il suo disegno, diceva: “debbo rinunciare (almeno per ora)...„. Era però destino che il Vieusseux non potesse piú mai tradurre in atto la sua speranza!Ma quando nel 1866, nella nuova capitale dell'Italia rinnovellata, si pensò a diffondere nuove cognizioni e principî, de' quali tutte le menti in vario grado partecipassero, scelse il Protonotari come lieto auspicio al suo giornale il titolo diNuova Antologia; sentendo[1386]egli “l'obbligo di rannodare le tradizioni illustri ed intemerate dell'Antologia, e ravvivare altresí con tal nome gli onori e la gratitudine sempre dovuta alla memoria carissima de' suoi fondatori„.Tale è la storia, e insieme la fortuna, del giornale fiorentino. Io quando penso che della vita di Gian Pietro Vieusseux buona parte è la vita dell'Antologia, e che la vita dell'Antologiaè gran parte della vita intellettualenon solo toscana ma italiana in que' dodici anni; quando penso le laboriose non interrotte battaglie che il Vieusseux ebbe da sostenere, e le continue sue aspirazioni al bene; e considero il molto che in tanta avversità di tempi volle e seppe fare co 'l suo giornale per questa terra da lui con elezione pensata scelta per patria; non so trovare elogio migliore di questo, che gli faceva[1387]Pietro Giordani: “oh buon Vieusseux, quanta gratitudine meritate da tutta Italia!„
Cosí per li gran savi si confessache la fenice muore e poi rinasce.
Cosí per li gran savi si confessa
che la fenice muore e poi rinasce.
E si proponeva[1318]creare un giornale “come maiera statofatto in Italia. Tutte persone conosciute, e lire 100 il foglio. Tutti gli articoli firmati. Ma sono sogni...„, conchiudeva poi come sfiduciato. Che importa però se questi erano sogni? Essi dimostrano bene come nel Vieusseux fosse il desiderio di non vivere inoperoso.
Ma i suoi dolori non dovevano ancora aver fine, ché altri ne sopraggiunsero nuovi e piú fieri a inacerbire i non pochi sofferti. Anche dopo soppressa l'Antologia, anche dopo dileguati i timori che potesse risorgere quell'“insidioso mortifero giornale„ (cosí lo chiamava[1319]il bali Sanminiatelli), non ristette lacolonia di Modena dalla guerra; e le calunnie furono piú spesse e piú vili. Aveva il Vieusseux, morto il Montani, stampato[1320]intorno all'amico poche parole, come il dolor suo comportava; non belle, letterariamente parlando, ma piene di lacrime vere: e alla lettera di lui seguivano alcune considerazioni di Defendente Sacchi. Annunciando codesta lettera, non mancarono i compilatori dellaVoce della Veritàdal fare i loro commenti[1321]; e senza risparmiare neppure il Lambruschini (le cui parole pronunciate dinanzi la tomba del Montani erano dal Vieusseux giudicate “sublimi pei nobili sentimenti di purissima religione„), dicevano: “noi non sappiamo se molto ci dobbiam congratulare con un cattolico, per esser la sua religione dichiaratapurissimada un ginevrino„. Servendosi poi di certe comunicazioni tratte da lettera “non iscritta per la stampa„, asserivano che “finiti gli uffici della Chiesa, il convoglio (meno il parroco e i preti, s'intende) si portò in luogo ove era imbandita una lauta mensa che terminò in una festa di ballo per compimento dei funerali„.
A sí goffa calunnia rispose[1322]il Vieusseux una breve e dignitosa risposta, pensata tutta e scritta da lui, ma poi modificata dal Lambruschini[1323]; e la inviò a que' di Modena, pregandoli in jnome della giustizia e della lealtà, che volessero inserirla nel loro giornale. La inserirono[1324]essi, non senza però dire innanzi, che troppostrano sembrava loro che nessuno de' molti amici si fosse presa la pena di avvisarli della falsità detta: e scusando persin l'autore della lettera ch'essi avevano riportata, malignamente scrivevano avere quegli forse confusa “la verisimiglianza colla realtà„. E quasi ciò non bastasse, alla risposta del Vieusseux aggiunsero “qualche noterella„: ma cosí goffamente malvagie, che lo stesso Monaldo Leopardi, al quale il Vieusseux aveva inviata una copia della sua protesta, pensando[1325]che il Vieusseux lo credesse partecipe di quelli articoli, attestava, pur confessando la sua molta stima per laVoce della Verità, ch'egli non era tra' redattori del foglio di Modena, e che non aveva parte nessuna in tutto ciò di cui il Vieusseux si doleva. Né paghi ancora, pubblicavano un'altra “graziosa lettera„[1326]scritta, com'essi dicevano, da Firenze; ove si parlava della “scandalosa adunanza„, dicendo che il Governo aveva proibito portare “torcie ed altre cose emblematiche (e chi sa poi che cose!)„.
***
Eppure, non ostante il rifiuto di pubblicarel'Indicatore bibliografico, non ostante le atroci calunnie di quei di Modena, ancora non si stancava il Vieusseux di tentare altre vie con che giovasse alla patria. “Se c'è un santo al mondo — gli scriveva[1327]il Giordani — se c'è un santo al mondo siete voi: almeno io vi adoroper tale; ché sovrumana è la vostra pazienza a non stancarvi di fare il bene in mezzo a tante vessazioni„. Vedendo infatti che la parolagiornaleimpauriva di per sé stessa il Governo, e che gli si negava fino la stampa di un catalogo sistematico delle opere italiane e de' loro prezzi, pensò allora il Vieusseux compilare una raccolta diOpuscoli scientifici e letterarî, ridando cosí la vita alla collezione[1328]nel 1807 intrapresa da Francesco Daddi: e presentava al Bernardini ilmanifesto[1329], nel quale affermava non essere suo pensiero compilare un giornale né cosa che a giornale simigliasse, ma riunire in un volume discorsi e dissertazioni, trattatelli e memorie, lettere e dialoghi, scene e novelle. “Per tal modo — seguitava — alternando un discorso d'economia pubblica ad un poemetto; la traduzione d'una memoria storica ad una scena storica; un frammento di opera inedita alla lettera inedita di celebre antico; un prezioso documento ad una novella piacevole; una memoria di tecnologia, di storia naturale, di chimica, di fisica..., ad uno scherzo di fantasia; noi speriamo poter conciliare il divertimento al profitto, l'interesse del lettore a quel degli autori, interessi non facilmente e non di frequente conciliabili„.
Non negò il Corsini al Vieusseux il permesso richiesto, perché il divieto poteva, al dire[1330]del Padre Mauro, apparire fondato “sopra motivi personali„: ma perché la nuova collezione poteva altresí (sempre secondo il parere del Padre Mauro) poteva “servire di veicolo per dare alla luce molte materie della naturastessa di quelle solite inserirsi nella cessataAntologia„; il Corsini intimava al Vieusseux presentare tutti gli opuscoli che pensava inserire nel primo volume, a ciò che si potesse avere una chiara idea del piano e dello spirito della sua collezione, innanzi di approvare ilManifestopresentato.
Credendo il Vieusseux che tutti gli ostacoli fossero suscitati dal Padre Mauro (non imaginava egli che ministro e censore mirabilmente consentissero), si rivolse[1331]al Corsini, con la speranza di ottenere da lui ciò che dal censore non aveva potuto. Ma invano rammentò “il letterario decoro della Toscana„, e “i bisogni della stamperia Pezzati, ridotta a deplorabile stato„, e le spese grandi ch'egli dovrebbe affrontare pubblicando il primo volume senz'averlo annunciato avanti co 'l manifesto, e senza avere certezza che troverebbe cooperatori; invano fece considerare non poter egli alle sue abitudini “senza dolore e senza danno rinunciare, dopo dieci anni di penoso, dispendioso, infaticabile e non inonorato lavoro„. Il Corsini rimase fermo nelle prese deliberazioni, tra le quali era questa,[1332]notevolissima, con che si interdiva comprendere nella divisata raccolta, lecorrispondenze, che troppo avrebbero fatto assomigliare il nuovo lavoro alla cessataAntologia, e potevano farlo considerare come una continuazione di questa. E cosí non venne neppur consentito che il semplicemanifestocomparisse alla luce.
Dopo tanti e sí varî tentativi infelicemente riusciti, per la prima volta il Vieusseux veramente scoraggiato rivolse il 5 luglio 1833 unacircolare a' varîcorrispondenti[1333], nella quale rammentando i propositi suoi contrastati e le speranze deluse, mostravasi rassegnato ad aspettare “tempi migliori„, e si affidava che il pubblico non lo accuserebbe né di pigrizia né di indifferenza per le cose patrie, vedendolo limitare le sue premure al migliore andamento del Gabinetto e delGiornale agrario.
Egli però poteva bensí mostrarsi rassegnato ad aspettaretempi migliori; poteva bensí affermare che limiterebbe le sue premure al soloGiornale agrarioe al suo Gabinetto: ma s'ingannava davvero. Gian Pietro Vieusseux non era capace di limitarsi a questo soltanto.
Non potendo egli avere un giornale proprio, sempre però continuava con tutti que' mezzi che naturalmente e abbondantemente gli fornivano il Gabinetto e le relazioni sue molte, ad essere utile alle lettere italiane co 'l favorire la diffusione degli altri buoni giornali, co 'l facilitare lo scambio di quelli del mezzogiorno con quelli dell'alta Italia, e con l'eccitare i molti scrittori a lui noti, a fare per le altre provincie della penisola quanto insieme con lui avevano fatto per la Toscana. Gli avevano tolta l'Antologia, gli avevanotuttonegato; ma solo una cosa non gli potevano togliere: i saldi convincimenti e il fermo volere.
Il progresso delle scienze lettere ed arti, fondato[1334]nel '32 dal Ricciardi co 'l proposito[1335](non nuovo per vero a chi abbia seguito la storia che dell'Antologiasono venuto facendo) di “esporre all'Italia i tesori d'ogni maniera che in questa e quella parte racchiudeva„,e di far sí che l'Italia “conoscesse alcunché di quel tanto a cui si poneva mano oltremonti e oltremare„; ilProgressotraeva stentata la vita. Modesto confessava[1336]il Ricciardi mancare a lui l'esperienza del Vieusseux, e i molti collaboratori, e le vaste corrispondenze, e la censura tollerabile, e la posizione centrale di Firenze: e il fatto si è che il suo giornale a molti spiaceva, benché fosse opera, se non da reggere il confronto con l'Antologia, certo non disprezzabile. Il Tommaséo giudicava[1337]che in esso valevano le sole notizie statistiche; ma in quanto al resto, diceva: “stile o barbaro, o arcadico, peggio che barbaro; idee nessuna, calore nessuno, grazia nessuna„. E anche quando, carcerato il Ricciardi, successe nella direzione il Bianchini, al Guerrazzi quel giornale pareva[1338]composto di articoli alcuni pesanti, altri leggerissimi, senza autorità di materia, scritti con stile ostrogoto: pareva insomma “un progresso da funaioli„, ciò che indicava un tornare indietro.
Ma il Vieusseux, che sapeva quanto il far bene costi, e stimava quel giornale, non ristava dal cercare per esso collaboratori, e dal raccomandarlo in Italia e fuori. “Bisogna far tutto il possibile — scriveva[1339]al Tommaséo — perché ilProgressoacquisti riputazione; bisogna che voi, Libri, Mamiani e Orioli mandiate materiali...„. Il che prova, tra le altre cose,come il Vieusseux, non potendo per sé, senza invidia si adoprasse per gli altri. Egli stimava un dovere giovare alla patria; solo questo cercava e voleva. Che importava a lui dunque, se altri giovasse meglio e di piú? Non potendo far altro, era lieto di aiutare perché altri facesse.
Oltre questa ragione principale, lo induceva a farsi aiutatore e divulgatore delProgresso, il vedere la guerra che que' di Modena gli avevano già mosso contro. Caduta l'Antologia, laVoce della Veritàaveva preso di mira il giornale napolitano. Avendo infatti ilConstitutionelasserito[1340]che, pubblicandosi in Napoli un giornale letterario, ilProgresso, “compilato con molto ingegno da giovani scrittori liberali„, il Governo non aveva fatto uso di alcun mezzo violento per combatterlo, sebbene dal primo momento ne avesse compresa latendenza; laVoce della Verità, co 'l sistema felicemente adottato per l'Antologia, commentava[1341]: “l'ufficio non è cattivo, e il Governo se ne terrà per ben avvertito„. Al quale proposito, Giuseppe Ricciardi assicurava[1342]al Vieusseux, “essersi riportate al Governo queste parole: “l'Opera periodica intitolataIl Progresso, altro non è che una succursale dellaGiovine Italia„„.
Il Vieusseux però, ben lungi dal limitare la sua attività alGiornale Agrarioe al suo Gabinetto, veniva meno a' propositi espressi pubblicamente, non solo divulgando ilProgressoe facendosi, com'egli diceva[1343], “intermediario tra Napoli e il nord della penisola„, ma in ben altro modo. Passati i brevi scoramenti del luglio,sentí rinascere in cuore le care speranze, e nel dicembre del '33 scriveva[1344]infatti al Sismondi, fiducioso che il Governo toscano verrebbe a sentimenti piú moderati verso di lui, e gli concederebbe ricominciare l'Antologia. E vagheggiava un periodico “assai piú importante„, trimestrale, in cui metterebbe a profitto la sua esperienza di tredici anni. Riflettendo meglio però, gli parve piú saggio consiglio compilare per il momento unaRassegna trimestrale, con gli articoli migliori attinti agli altri giornali; e nell'aprile del '34 presentò[1345]il progetto al padre Mauro Bernardini, che ne fece un rapporto favorevole. Il dí 8 di maggio, il Corsini, chiamato a Palazzo Vecchio il Vieusseux, gli disse parergli il progetto “buono in sé, ma che non sarebbe cosa decorosa per la Toscana il non fare un giornale che a spese degli altri, e che si direbbe i Toscani non sapere piú fare un articolo originale„. Ben lieto il Vieusseux replicò, che se il Governo volesse permettergli ricominciare un giornale originale, sarebbe cosa lusinghiera per lui, piú utile per la Toscana e nel tempo stesso piú decorosa. E il Corsini, fatta qualche lieve osservazione su 'l titolo diRassegna, “rifletta — soggiunse — ponderi, veda ciò che si potrebbe fare. Ma poiché, dopo l'accaduto, un giornale nelle sue mani non dipende dalla sola censura, e sarebbe un affare di Governo, bisogna fare una memoria al Granduca„.
Vero è che in queste parole era una certa diffidenza: ma il Vieusseux non poté non ringraziare il Corsini de' suggerimenti che gli aprivano il cuore a “liete speranze„. Preparò dunque un nuovoProgettoe laSupplica[1346], da consegnarsi entrambi al granduca; e il 22 di maggio li portò egli stesso al Corsini. Nella supplica, dopo avere notato che in tutta la Toscana non esisteva un giornale letterario, se non solo quello di Pisa, diceva: “Circostanze difficili e di amara rimembranza portarono la soppressione dell'Antologia! oso lusingarmi però non mi fecero perdere la stima dell'I. e R. Governo. Si degni V. A. I. e R. obliando l'accaduto, non contemplar che l'avvenire, e lasciarmi l'onore e la consolazione di ricominciare un giornale in Firenze: mi permetta di esercitare una nobile industria acquistata con quindici anni di cure, di fatiche, di sagrificii; industria che procurava e procurerebbe un'altra volta mezzi di sussistenza a piú di 25 persone. Ho la coscienza di poter condurre decorosamente la progettata intrapresa senza tradire l'aspettativa dell'I. e R. Governo, e quella del pubblico. Io non voglio ingannare né V. A., cui dovrei di risorgere a nuova vita, né quel pubblico cui chiedo sussidii ed associati, né ingannar me medesimo cimentandomi in un'intrapresa che non potesse conseguire un esito onorevole e felice...„.
Il progetto a stampa, insieme con la supplica da presentarsi al granduca, era di unaRassegna italiana: diceva in esso, che il piano e l'andamento dell'Antologiapotevano bensí migliorarsi, ma che il titolo istesso del giornale, essendo questo in tutto divenuto originale, non sarebbe piú giustificato; che, quasi tutti i giornali in Italia mostrandosi intenti a rivendicare le glorie e ad esporre i bisogni letterarî di sole quelle provincie in cui vedevano la luce, era suo pensiero creare un'opera, la quale, “prescindendo da qualunque affetto e preoccupazione municipale,fossetanto franca e indipendenteda potere, occorrendo, combatterle tutte; un'opera che con vero spirito filosofico sottoponesse a giudiziosa analisi le produzioni veramente importanti... efosse, quanto piúsarebbepossibile, lo specchio veridico dello stato fisico, economico ed intellettuale dell'Italia...„.
Con “liete speranze„, e co 'l desiderio di ricominciare la sua vita operosa di direttore di giornale e l'opera rigeneratrice interrotta, il Vieusseux si volgeva al granduca: ma anche questa volta i suoi desiderî dovevano rimanere insodisfatti, e le sue speranze deluse. Recatosi[1347]il 10 di giugno dal Corsini per avere notizie del suo progetto, “Io non posso — si sentí dire seccamente da S. E. — io non posso proporre al Granduca di lasciar risorgere l'Antologia. Il Governo avendo soppresso questo giornale, non può permettere ch'egli ricomparisca alla luce„. Fece notare il Vieusseux aver egli “rinunziato al titolo diAntologia„: ma questa volta non errava il ministro, giudicando che “lo spirito del nuovo giornale sarebbe lo stesso„; non errava soggiungendo: “Ella vuole trattare di politica e dell'amministrazione di tutti i paesi d'Italia„. Invano il Vieusseux assicurò non aver egli manifestato l'intenzione di trattare politica e di amministrazione: il Corsini bene intendeva che l'ex direttore dell'Antologiaavrebbe considerato le scienze e le lettere “principalmente per l'influenza che possono avere sul benessere e la felicità de' popoli, sulla loro amministrazione„. E il Vieusseux stesso, non ostante le sue proteste, troppo sinceramente gli confessava il suo pensiero, quando diceva: “rinunciando a riprendere il titolo del mio antico giornale, non rinuncio per ciò ad esser coerente con i miei antecedenti, ed a far sempre un giornale filosofico, un giornale dedicatoal progresso, un giornale piú dedicato all'universale che ai soli pedanti„. Cosí che il Corsini coglieva proprio nel segno, quando affermava che “laRassegnanon sarebbe altro che l'Antologiaperfezionata„. Ora, chiedere licenza di fondare un giornalefilosofico,dedicato al progresso, chiedere licenza di restare sempre lo stesso Vieusseux di prima,coerente con i suoi antecedenti; era in verità pretendere un poco troppo dal prudente ministro! Questi poteva un'altra volta cadere in agguati su 'l genere di que' due famosi; potevano (Dio liberi) capitare nuovi rabbuffi... No, no, “simil cosa„ non era neppure da proporsi al granduca.
Vedendo il Vieusseux che nulla avrebbe potuto ottenere dal Corsini, francamente dichiarò che da sé stesso porterebbe a Pitti il suo progetto e la sua supplica; e li portò difatti. Ma a nulla valse anche quest'ultimo tentativo. Il 27 di giugno, il Vieusseux con vero dolore scriveva tra' suoi appunti queste brevi parole: “credo dover smettere qualunque passo su questo riguardo„.
***
Nulla ormai restava al Vieusseux da tentare: tutte le vie gli erano state impedite. Ora l'Amico della Gioventú, laVoce della Ragionee laVoce della Verità, tutta in somma la camarilla modenese, ben poteva a gran voce gridare: Vittoria! Il Governo toscano aveva ridotto all'impotenza il Vieusseux.
Ma non per questo il vincitore Canosa e i seguaci suoi risparmiarono al vinto nuove persecuzioni e tormenti nuovi. Come a compire l'architettura del processo nel '33 fatto da loro all'Antologiae al suo direttore, due anni di poi in certi loropensieri, che con la usata eleganza chiamavanodi circostanza, e viavia comparvero su 'l foglio modenese, dopo parlato[1348]diguerra, disommosse, digoverni stabilitie direligione, come nemici della religione e de' governi stabiliti, suscitatori di sommosse e di guerre, accusavano iproclamidi Gian Pietro Vieusseux.
A tale accusa non poteva questi non rispondere: e il giorno stesso in cui gli giunse laVoce della Verità, si recò[1349]dal presidente del Buon Governo per dimandare una giustificazione pubblica o un processo. “Io non posso — gli disse — non posso tacere, dopo essere stato in tal modo accusato; e voi, per parte vostra, voi ministro della Polizia toscana, non potete restare spettatore indifferente dinanzi al Vieusseux accusato di fareproclami. Riconoscete dunque la mia innocenza lasciandomi stampare una protesta, oppure fatemi un processo„. Non esitò il Governo toscano (e di ciò il Vieusseux, probo com'era, gli rendeva giustizia) ad approvare la protesta[1350]che il Vieusseux presentava: e il giorno 5 di marzo del '35, mille e cinquecento copie di essa corsero per l'Italia, e molti giornali, anche non importanti, la riprodussero.[1351]
Chi fosse l'autor de'pensieri, non è difficile imaginare: era il Canosa. E il Vieusseux scriveva infatti[1352]al Capponi: “sento da Napoli, che autor de' pensieri è il Canosa, motivo per cui Napoli non osò lasciar ristampare la mia protesta sulProgresso„.Ma se alProgressonon fu consentito inserire lo scritto del Vieusseux, questi però ebbe il plauso de' buoni, e di non lieve conforto gli fu il sapere[1353]che la stessa censura austriaca aveva licenziato la sua protesta. Se non che, il principe di Canosa, non sazio ancora del suo trionfo, nel ripubblicare pochi dí appresso in opuscolo que' suoiPensieri, aggiungeva una nota[1354]“in risposta allaprotestapubblicata in data di Firenze 5 marzo dal Sig. G. P. Vieusseux contro l'uso che qui si è fatto della parolaProclami„: nella qual nota, dopo rammentato che il Maroncelli aveva definita l'Antologia sorella del Conciliatore, e ilConciliatoreunacongiura, affermava che l'Antologia“haproclamatocogli elogi dell'illegittimità, colle apologie dei repubblicani e i panegirici di Masaniello e di Bonaparte; haproclamatocolle lezioni del gius penaleBenthamico, e coi corrucci contro i pretoriani, i volontarj, i satelliti del dispotismo, ecc. ecc.; haproclamatoprestando i suoitipial famoso bollettino del 28 marzo 1833;proclamatuttavia, facendosi propagatrice, per l'Italia superiore,delProgressodi Napoli, il di cui fondatore guarda ora il sole a scacchi in Castel Sant'Elmo;proclamacoi manifesti d'uffizio centrale per la diffusione delleletture popolarie deimanuali d'educazione...; e cosí, per fino lasoppracarta stampatadellaprotestacontro l'uso ingiusto della parolaproclami, è un vero e real proclama dell'Antologia, espresso colla lista dei manifesti di opere quasi tutte coordinate alle mire dell'Antologiastessa. Mi accorgo di essere stato troppo mite; invece della parolaproclami, dovevo metterecongiure....„.
Oh esempio inaudito di malignità! Il principe di Canosa stimava unacongiurala diffusione delGiornale agrario, de' manuali dell'Aporti, degli scritti del Tommaséo su l'educazione e del dizionario geografico del Repetti![1355]E non contento di asserire falsità manifeste pur di nuocere al Vieusseux, accusandolo editore del famoso bollettino del 28 marzo, non contento di accennare con modi da boia al Ricciardi carcerato, falsava fin le parole del Maroncelli; il quale diceva[1356]invece, che ilConciliatorefu dagli Austriaci detto una congiura, e che è verissimo che, in certo senso, ogni onesto sforzo di miglioramento sociale è congiura: congiura de' buoni contro i cattivi.
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Da Parigi allora fieramente si levò il Tommaséo, e per difendere l'amico perseguitato, e “per amor di giustizia„. E rispose con un opuscolo[1357]nel quale dopoaffermato che al foglio di Modena era serbato “superare in barbarie di stile, in goffaggine di concetti, in viltà di delazioni calunniose, in amarezza d'odii spregevoli e di contumelie impotenti, quanti mai scritti conosce l'Europa avversi ad ogni religione, e ad ogni piú venerabile autorità„; dopo affermato che di quel foglio “fu inspiratore degno l'autore deiPifferi di montagna, il villan di Canosa cacciato di Napoli e della Toscana com'uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto„; diceva a' compilatori: “voi siete bugiardi, e stoltamente bugiardi.... voi siete vili, perché vi scagliate contro chi non può ad arme eguale rispondervi.... voi siete empi perché rinnegate la carità... e voi, se siete cristiani, fate eccheggiare questa mia parola allaVocevostra, eccheggiar tutta dal primo all'ultimo accento. Poi rispondete; e sotto allo scritto ponete il nome vostro. I' pongo il mio„.
Stampata questa risposta, co 'l cuore in ansia il Tommaséo scriveva[1358]al Capponi: “Attendo con viva sollecitudine l'esito della risposta allaVoce. Male non può fare, io credo: e se l'avessi pur sospettato, non l'avrei fatta. Vedere quel pover'uomo cosí vilmente provocato e vessato mi fece ira, e mi fa. La Voce né stamperà la risposta né tacerà; ben lo so: ma giova averle dato un buono avvertimento, e uno basta per molti. La lessi prima allo Scalvini e all'Ugoni: approvarono„. E il Capponi rispondeva[1359]dicendogli,che la replica allaVocegli era “strapiaciuta„, che non poteva certo far male, e che dinotava tanto bel movimento d'animo, da doversene compiacere. Meglio ancora, scriveva[1360]al Vieusseux: “egli ha fatto opera bellissima, di nessun danno per voi, di grande onore per lui, e in sé stessa di gran pregio. Scritta, pensata e misurata, che non si poteva meglio. Bravo e caro uomo!„.
Se la difesa fatta dal Tommaséo piacque al Capponi, imaginate con che cuore il Vieusseux la lesse, e con che gratitudine viva ne ringraziò[1361]il suo “buon amico„. Corse dal Padre Mauro, chiedendo di poterla moltiplicare con la stampa fiorentina, ma sotto data di Parigi: e benché dubitasse che la sua domanda venisse accolta, con vero compiacimento però diceva al Tommaséo aver posto in lettura nel Gabinetto una copia dell'opuscolo, e che lo stesso segretario Fabbroni, avutane conoscenza, aveva esclamato:a questo scritto non si risponde.
Non s'ingannava il Vieusseux, credendo che il Governo toscano non assentirebbe alla sua dimanda: il 19 di maggio del '35 il censore Padre Mauro, facendo in unanota[1362]le sue “osservazioni rispettose„ allo scritto del Tommaséo, diceva parergli “foggiato con modi di prestigio e di seduzione„, e quel che è peggio, che mentre con esso si voleva sostenere la rettitudine delle intenzioni del Vieusseux, e mettere in dispregio la gazzetta modenese, indirettamente la difesa del Vieusseux tornava “ad offesa e condanna del Governo che volle soppressa l'Antologia„. Consideratoanche, essere il nome istesso del Tommaséo tale da “inspirare gran diffidenza,„ giudicava lo scritto “periglioso„ e “affatto riprovevole„. Parvero sagge al Governo toscano le osservazioni del Censore, e lo scritto non fu lasciato ristampare.
Come il Vieusseux non s'ingannava, dubitando che gli accorderebbero il permesso richiesto, cosí non s'ingannava neppure il Tommaséo, pensando che laVocenon tacerebbe. I redattori stamparono[1363]infatti, com'egli desiderava, lo scritto suo: ma secondo il costume usato, vi aggiunsero assai note; nelle quali, dopo scagliatisi indegnamente contro le scuole gratuite fondate dall'Aporti e dal Lambruschini, chiamavano il Tommaséo “l'Astolfo dei novelli paladini di Francia„, e si dolevano che anch'egli si fosse “posto in partecipanza di delitti e di rimorsi„. Soscriveva l'articolo Cesare Carlo Galvani: ma non egli certo ne era l'autore. Francesco Longhena, scrivendo[1364]nel '41 al Vieusseux, riporta un brano di lettera, a lui diretta dal Tommaséo, il quale gli diceva: “quelle postille sono sottoscritte da un Galvani; ma taluno mi accertò essere stato il Parenti che le distese: l'appurar questo fatto sarà difficile: il Parenti è putta scodata„. Nel '35 però, convinto il Tommaséo che il Galvani fosse l'autore, scrisse[1365]una fierissima lettera contro di lui al prof. Parenti, perché con la sua autorità mettesse vergogna e al direttore e a' compilatori del foglio modenese. Se non che, il principedi Canosa affermò[1366]che “chi pettinò cosí bene la magistrale parrucca del signor Tommaséo„, non fu il Parenti, che “non si mescolò in quella contesa„, ma“un giovine redattore del foglio, il signor Veratti„, che aveva in quel tempo, soli ventidue anni.
Come che sia questa faccenda, ben piú curiosa è una lettera a stampa, che il 20 maggio del '35 il Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli “senza timore né di veleni né di stili,„ indirizzava[1367]al Tommaséo. “Dunque — incominciava — bestialissimo, barbarissimo, bugiardissimo, villanissimo signor Niccolò Tommaséo, il Principe Don Antonio Capece Minutolo Principe di Canosa ecc. ecc.è un villano, cacciato di Napoli e della Toscana come uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto?Cosí voi, volgo nondei pensantima della canaglia settaria, sentina nondel Cristianesimoma del sansimonianismo, e feccia nondel fielema delle cloache tutte dell'universo mondo, lo qualificate in una vostra delirantissima ed infernalissima stampa contro l'immortal gazzetta dell'Italia CentraleLa Voce della Verità„. E di questo tono difendeva la Voce (“unico giornale che polemicamente conservi, ed intrinsecamente difenda, vendichi e tuteli l'onore d'Italia presso le presenti e future generazioni„), la Voce ch'egli, Tommaséo, aveva “lacerata e vilipesa... seppure — aggiungeva — le vostre parole, che valutiamo meno dei beli del somaro e del porco, possono offendere„. Difendeva principalmente il Canosa, “l'uomo sommo in Italia dei tempi moderni,„ il “martire della legittimità e della fedeltà„. E ad ogni periodo incalza, come un ritornello, “Niccolò Tommaséobestialissimo„ o “piú che bestialissimo„, perch'egli si era dichiarato “protettore e propugnatore del pestifero, farisaico, buffonesco giornale dell'Antologiadi Firenze, di quellaAntologia, che attraverso la sua innocenzabattesimalepretesa, non poté non eccitare per la soppressione le provvide, illuminate determinazioni del Governo toscano, sebbene indulgentissimo„.
Alla lettera del Sanminiatelli, e insieme alle postille dellaVoce della Verità, rispose con un secondo opuscolo[1368]il Tommaséo; non per sé, ma per difendere la pace di un onest'uomo, a lui caro. E dopo avere notato che con risposta lunga quasi tre volte piú dello scritto suo, non sapessero pur uno de' suoi argomenti ribattere davvero, diceva: “chi loro non garba, paragonano alladro, altagliaborse, all'assassino; e gli danno lostilo, ilcoltello, ilpugnale, ilnappo del tossico.... e lo chiamano apartecipanza(nuove voci bisognano alla nuova stoltezza) apartecipanzalo chiamano di non so che rimorsi e delitti. E chi queste cose scrive, e si lagna d'esserevituperato, e parla dipantano, e disozzurae dimondezzaio, ha nome di Cesare Carlo Galvani. I' lo compiango, non l'odio„.
Si proponeva il Tommaséo, per “carità dell'Italia„, non scendere piú oltre a risposta: ma que' dellaVoce, tenacemente fedeli al proposito di notare tutti que' fatti, che tanto (dicevano essi) davanoimpaccioal Tommaséo, finché la penna non avesse loro “logorate le polpastrella delle dita„; replicavano[1369]ancora per dire che, viaggiando il Vieusseux la maremma senese, egli “con una suggestione in tutto simile a quella di cui usò Satanasso...„ esortava una madre di famiglia ad educare i suoi figli secondo le sue“capziose norme„, promettendo a quella madre, per farla cadere nel laccio, “un nome distinto nella istoria, relazioni coi letterati piú cospicui, ed altre scipitezze di simil genere„. E in un altro lunghissimo articolo[1370], ripetuto ancora che gliantologisticon le loro dottrine sovvertivano i popoli, congiuravano perpetuamente contro l'altare e i troni, proclamavano la democrazia e l'insurrezione, minacciavano tutti i Governi in Italia stabiliti; dicevano: “Quanto è curioso il vedere il Tommaséo arrovellarsi in due successivi libelli per iscuotere il peso della schietta e franca parola che lo scotta, lo punge, lo avviluppa da ogni lato..... E voi sapete, Sig. Direttore, quanto abbiamo riso insieme di quei ridicolissimi foglietti, e riso di gran gusto, come al piú comico spettacolo, e quanta festa facciamo di cuore quando la posta ci trasmette di sí squisiti regali, che ce ne piovano spesso, e di ben indiavolati e disperatissimi„.
Che ridessero non so: ma che gli argomenti del Tommaséo non fossero veramente “sofismi„, com'essi dicevano, da far “compassione„, potrebbe assai bene mostrarlo il fatto, che al Canosa parve necessaria una nuova risposta.[1371]Porgendo in essa al bali Sanminiatelli i sensi della sua “piú sincera e devota gratitudine„ per la difesa fattagli, discendeva anch'egli nell'arena per misurarsi con “quell'arrabbiato paladino della rivoluzione„; e vi parlava della “già putrefatta e fetidaAntologia„, e del “volgare sofista„ Tommaséo, a cui il Galvani aveva fatta “esalare la vita„, e del quale il bali Sanminiatelli aveva sepolto “il fetido cadavere„. Siamo in un cimitero! Ma in quell'opuscolo,tutto scritto per glorificare sé stesso, non solo accusava e il Vieusseux e l'Antologiae il Tommaséo o Mardocheo (cosí talvolta lo chiama), ma tutto e tutti: il Mazzini, ad esempio, e il Colletta, il quale è chiamato “spia, traditore, giudice ingiusto e sanguinario„; e quasi ciò non bastasse, anche “ladro„. Tanto, in una parola, è velenoso questo scritto, che da Modena l'assessore regale del ministero del Buon Governo, Girolamo Riccini, (in esso scritto particolarmente preso di mira perché aveva bandito il Canosa dagli Stati di Francesco IV) scriveva[1372]alla presidenza del Governo Toscano, che non potendo da per tutto essere noto come “il torbido ed irrequieto principe di Canosa„ avesse stampato contro il Tommaséo, un “libro in gran parte calunnioso e pieno di veleno contro i sovrani legittimi„, mandava quattro copie dell'articolo dellaVoce della Verità, firmatoImparzialità, che serviva di “confutazione alle imposture recate dal libro anzidetto„; le mandava perché anche in Firenze fosse pienamente conosciuto il “pernicioso autore di quel libello„.[1373]
Non senza un poco di meraviglia il lettore dimanderà a questo punto come mai, pur dopo soppressa l'Antologia, cosí brutale durasse la guerra contro il Vieusseux. Ma la sua meraviglia cadrà del tutto, quando ripensi che la morte del giornale anzi che sciogliere aveva forse viepiú rafforzati quei vincoli che legavano al Vieusseux gli scrittori, e gli scrittori tra loro; quando ripensi che il gabinetto letterario e la casa del Vieusseux erano sempre, rispetto a' desiderî e alle speranze politiche, un centro potentissimo di attrazione da un lato, e di diffusione dall'altro; quando ripensi che il Vieusseux era un editore intelligente e operoso, e che restava sempre, come prima, una vera potenza, unsecondo granduca.
Queste sono le cause vere per cui la guerra senza tregua si rinnovava: e ben chiaro i compilatori dellaVocelo dissero. Dissero[1374]: “se al cadere dell'Antologiail suo direttore fossesi ritirato in quell'ozio cui sarebbe mestieri forzarlo, noi ci saremmo guardati per sempre di riaprire la tomba del morto giornale per non riprodurne il puzzo; ma finché costui e nel suo Gabinetto scientifico letterario, e in nuove produzioni per opera sua diffuse, prosegue le tenebrose sue mene, noi grideremo, e grideremo senza cessare„.
Senza la suaAntologia, e senza speranza di poter ridare la vita a questa o ad altro nuovo giornale, con ogni mezzo il Vieusseux continuava l'opera rigeneratrice: e le parole iraconde della Voce suonano onorevoli a lui piú che qualunque elogio. Per costringerlo all'ozio, all'ozio ch'egli aborriva, avrebbero volentieri ricorso[1375]“a tutti i mezzi di materiale coercizione„;per lo meno, all'esilio. E infatti il Canosa scriveva, a questo proposito, parole che sono splendida prova e di quel pio desiderio, e insieme dell'efficacia che ebbe il Vieusseux e la suaAntologia; scriveva[1376]: “In Firenze quell'improvviso sfratto di forestieri buoni e cattivi fu un rimedio efficace quanto il mercurio nel mal francese. I Toscani e i Romani devono riguardarsi come altrettanti aggettivi in materia di rivoluzioni. Ora i sostantivi sono i forestieri, quei birbanti che hanno moralmente e politicamente rovinato la nostra Italia, rovinata la gioventú. Cosa erano i Toscani nel 1815, quando io ci passai? Ottimi cattolici, adoratori dell'egualmente ottimo di loro sovrano. Aprirono le locande a canaglia fuoruscita dei diversi paesi, e quei furfanti accomodarono in guisa la povera Toscana, che piú non la conobbi nel 1822 e nel 1830... Approposito come va che, tutti i forestieri cacciati, è rimasto il signor Vieusseux!!! Regolarmente per mantenere l'equilibrio!„.
Il Canosa però non vide cacciato in esilio il Vieusseux: ma il Vieusseux ben potè senza superbia affermare[1377]che la guerra mossagli contro, era agli occhi degl'Italiani ben pensanti “un titolo di gloria„; ben potè con grande compiacimento vedere che la suaAntologianon aveva invano vissuto per dodici anni.
Tanta efficacia ebbe questa, e tanti ricordi di speranze e di propositi fermi e di carità patria compendiava il suo nome istesso, che volendosi in Abruzzofondare un giornale co 'l titolo diAntologia abruzzese, il ministro della Polizia di Napoli vietò che gli si desse quel nome, e volle che si chiamasseFilologia Abruzzese[1378]. E dieci anni dopo soppressa l'Antologia, mentre laVoce della Veritàaveva da poco miseramente finito i suoi giorni, un editore francese proponeva[1379]la traduzione del giornale fiorentino: della qual cosa il Vieusseux molto si compiaceva, scrivendo[1380]che un monumentoelevato in Francia al giornale che era statola grande impresa della sua vita, sarebbe una cosa ben onorevole a lui, e ben consolante per l'Italia. Ma non ristava egli, probo com'era, dal dire che non poteva mai consigliarne la traduzione completa, e che bisognava fare una scelta “ben severa„ degli articoli da stampare.
L'impresa non andò innanzi, è pur vero: ma il solo averla proposta non è senza grande significato.
Nel 1846, quando i cuori degl'Italiani cominciarono a palpitare piú forte, tentò il Vieusseux con le risorte speranze della patria far risorgere la suaAntologia: ma perché appunto in quell'anno il Pomba e il Predari, rendendo onore al giornale fiorentino, avevano creato in Torino l'Antologia italiana, il Vieusseux ripensò al titolo diFenice; e con gli stessi sentimenti generosi di un tempo, chiedeva[1381]al Gioberti pe 'l nuovo giornale uno scritto a fine di far cessare con la sua voce autorevole tante “assurde persecuzioni„ contro gli ebrei. Con tanto amore si era accinto all'impresa, che non volle neppur assentire alle preghiere del Capponi, del Ridolfi e del Digny, e poi del Ricasoli, del Salvagnoli e del Lambruschini, che meditavano due giornalidiversi. E persuase a' primi a offrire i loro scritti allaPatria; e si scusò[1382]co' secondi di non potere, quanto avrebbe voluto, aiutarli, dicendo che la “Fenice, come terreno neutro, in mezzo alle gare che potessero nascere tra le varie intraprese di fogli volanti, doveva cercare, bene inteso quanto comportassero i suoi principî, di attirare a sé i migliori fra gli scrittori dei detti giornali„.
Viepiú incoraggiato dalla legge granducale su la stampa, il 12 giugno del 1847 divulgò ilManifesto,[1383]nel quale tra l'altre cose ripeteva lo stesso pensiero costantemente espresso nell'Antologia: “laFenicesarà un giornale italiano per ogni rispetto, cioè tale da comprendere, per quanto sarà possibile, gl'interessi di tutta la penisola„. Ma chiesta e avuta licenza[1384]dal consigliere Giuseppe Pauer, e già ottenuto buon numero di soscrittori e promesse di collaborazione da tutte le Provincie d'Italia, nuove e non prevedute difficoltà fecero fallire anche questa volta l'impresa. Appena nel regno Lombardo-Veneto fu conosciuto ilmanifestodel Vieusseux, bandirono contro laFenicenon nata ancora, decreto di proibizione: ciò che indicava sicura proibizione anche in Napoli, in Modena e in Parma. D'altra parte, l'importanza a cui salí la stampa politica e giornaliera, e l'essere da questa quasi interamente assorbita tutta la vita della nazione, fecero certoil Vieusseux, che il suo giornale, essenzialmente filosofico, scientifico e letterario, non avrebbe potuto sostenersi se non con gravissimi sacrifici. Per la qual cosa, il 20 gennaio del 1848 il Vieusseux mandò a' suoi amici unacircolare[1385]con la quale, esprimendo il suo dolore vivissimo di rinunciare a tradurre in atto il suo disegno, diceva attendere “tempi piú propizî a imprese siffatte„.
Eppure, dopo tanta acerbità di dolori, dopo tanta amarezza di delusioni, il Vieusseux non rinunciava ancora alla speranza di ridare, quando che fosse, la vita al suo antico giornale: e anche in quellacircolare, pur confessando che con vivissimo dispiacere doveva rinunciare a mandare ad effetto il suo disegno, diceva: “debbo rinunciare (almeno per ora)...„. Era però destino che il Vieusseux non potesse piú mai tradurre in atto la sua speranza!
Ma quando nel 1866, nella nuova capitale dell'Italia rinnovellata, si pensò a diffondere nuove cognizioni e principî, de' quali tutte le menti in vario grado partecipassero, scelse il Protonotari come lieto auspicio al suo giornale il titolo diNuova Antologia; sentendo[1386]egli “l'obbligo di rannodare le tradizioni illustri ed intemerate dell'Antologia, e ravvivare altresí con tal nome gli onori e la gratitudine sempre dovuta alla memoria carissima de' suoi fondatori„.
Tale è la storia, e insieme la fortuna, del giornale fiorentino. Io quando penso che della vita di Gian Pietro Vieusseux buona parte è la vita dell'Antologia, e che la vita dell'Antologiaè gran parte della vita intellettualenon solo toscana ma italiana in que' dodici anni; quando penso le laboriose non interrotte battaglie che il Vieusseux ebbe da sostenere, e le continue sue aspirazioni al bene; e considero il molto che in tanta avversità di tempi volle e seppe fare co 'l suo giornale per questa terra da lui con elezione pensata scelta per patria; non so trovare elogio migliore di questo, che gli faceva[1387]Pietro Giordani: “oh buon Vieusseux, quanta gratitudine meritate da tutta Italia!„