IL NEOPLATONISMOLa diffusione del Cristianesimo, il suo riconoscimento come religione di Stato, il suo progressivo adattamento alle esigenze ed alle condizioni del tempo, e, finalmente, le terribili lotte intestine che lo hanno dilaniato, durante l'elaborazione di un corpo di dottrina, affermato come ortodossia dogmatica, ecco gli elementi che compongono il quadro della società greco-romana, per tutto il corso del secolo quarto. Se non che la società non si lasciava trasformare senza qualche resistenza, e tentava di contrapporre alla costruzione metafisica e religiosa del Cristianesimo un sistema che, sostituendosi al Politeismo naturalistico e razionale, od, almeno, infondendo nelle sue forme uno spirito nuovo, tenesse in piedi l'antica compagine di tradizioni, di pensiero, di organizzazione sociale. Questo sistema fu il Neoplatonismo. Qui notiamo subito, come, del resto, abbiamo, più sopra, già veduto, che il Neoplatonismo, alla cui fonte Origene si era abbeverato, ponendo Dio nel soprannaturale, dichiarando che il misticismo era la sola via per la quale l'uomo potesse unirsi a un [pg!156] Dio incomprensibile appunto perchè soprannaturale, è stato la matrice da cui è uscita la teologia cristiana. Non erano neoplatonici gli Ariani, che guardavano con sfiducia e sospetto la frondosa ramificazione delle idee metafisiche intorno al tronco del Cristianesimo ed avevano la suprema preoccupazione di salvare il monoteismo evidentemente compromesso. Ma l'ortodossia la quale, mescolandosi all'origenismo temperato, mise poi capo, passando per Atanasio, Ilario, Basilio e i due Gregori, a S. Agostino, non fu che uno schietto Neoplatonismo. Fra il Neoplatonismo cristiano ed il Neoplatonismo ellenico correva, però, una differenza essenziale. Il primo presentava un nuovo Dio, il quale aveva una perfetta oggettività storica ed un'incomparabile efficacia d'attrazione; il secondo teneva in piedi le divinità antiche, ma le spogliava di ogni contenuto personale e le riduceva alla condizione di puri simboli. Era chiaro che, per questo rispetto, il vantaggio era tutto dalla parte del Cristianesimo. Ora, il grande interesse che presenta il tentativo di Giuliano è quello, appunto, di aver voluto, sulla base di una filosofia identica, in fondo, a quella del Cristianesimo, opporre al Dio cristiano gli antichi dei dell'Olimpo ellenico. Giuliano volle fare, nel Politeismo, ciò che il Cristianesimo aveva già fatto, cioè, unire la filosofia alla religione e creare una teologia, una dogmatica politeista, la quale, organizzandosi in una gerarchia ecclesiastica, potesse rivaleggiare col Cristianesimo nella ricchezza della dottrina cosmologica e mistica, e che, insieme, conservando in vita gli antichi numi, le abitudini e le tradizioni antiche, salvasse la civiltà ellenica, l'Ellenismo, com'egli diceva, dalla catastrofe che, per effetto del Cristianesimo, gli pendeva sul capo.[pg!157]❦L'apparizione del Neoplatonismo e l'immensa azione che ha esercitato sullo spirito umano è un fenomeno di suprema importanza nell'evoluzione del pensiero e della civiltà. Il Neoplatonismo rappresenta il fallimento completo del razionalismo platonico ed aristotelico e di tutte le scuole che erano successe ai due grandi organizzatori della filosofia antica. Questa si era affermata sul concetto della distinzione assoluta della materia e dello spirito, del sensibile e dell'intelligibile, e, si era accinta, ragionando sull'idea, sullo spirito, sull'intelligibile, a ricostrurre idealmente il mondo, con una fiducia completa nella ragione astratta, nella solidità di creazioni ideali, innalzate coll'ammucchiamento di materiali logici cavati dalla miniera del pensiero, ma non esposti al fuoco dell'esperienza e dell'osservazione. Il risultato di questo immane lavoro altro non poteva essere che la formazione di miraggi razionali, che scomparivano quando l'osservatore cambiava il punto di vista, così che l'umanità, dopo lunga serie di secoli, sentì il bisogno di qualche cosa che meglio acquietasse le sue ansie e le sue aspirazioni. Allora, nell'anarchia dei sistemi che metteva capo ad uno scetticismo senza uscita o ad una rassegnazione eroica ma sconsolata, apparve il Neoplatonismo, il quale prese da Platone lo spirito, l'idea, Dio, ma non già per vedervi un principio essenzialmente razionale con cui muovere alla ricerca della verità, bensì per affermarlo come un principio, per eccellenza, soprarazionale e soprannaturale, in cui la verità giace irremissibilmente nascosta.La conoscenza razionale, pel Neoplatonismo, non [pg!158] è che un gradino intermedio fra la percezione dei sensi e l'intuizione del soprannaturale. L'idea suprema non si ritrova già in ciò che costituisce il contenuto reale e conoscibile del pensiero, ma in ciò che ne è la base invisibile, il fondo inscrutabile. Il trascendente è posto come la suprema realtà. Le forme intelligibili non sono che i mezzi transitori pei quali l'energia dell'essere trascendente e senza forma si espande nel mondo. Tale affermazione del soprarazionale e del soprannaturale, come origine e ragione del mondo, aveva la necessaria conseguenza che l'uomo, non potendo avvicinarglisi col mezzo della ragione, si sentiva costretto a rivolgersi alla fantasia, la quale poi lo portava al misticismo ed alla superstizione, e siccome, nella vita umana, l'unione con Dio difficilmente si raggiunge con le sole forze dell'anima, così si riconosceva necessario l'aiuto esterno delle religioni positive. Pertanto, il Neoplatonismo divenne, sopratutto nello svolgimento che ebbe nel secolo quarto, una filosofia per eccellenza religiosa, una filosofia che venerava e voleva tener vive tutte le religioni antiche, rinnovandole, però, coll'interpretazione simbolica dei loro miti naturalistici. E il Neoplatonismo non sentiva che quel rinnovamento non voleva dire la restaurazione, ma, bensì, la rovina delle antiche religioni, le quali erano da lui forzate ad un ufficio inadatto alla loro natura, erano propriamente otri vecchie che dovevano scoppiare per la pressione del vino nuovo che vi si versava dentro. Infine, il Neoplatonismo, nel secolo quarto, era un Cristianesimo senza il Cristo, un Cristianesimo che non aveva una divinità storica e reale, e che metteva, al luogo di questa, i vuoti fantasmi di divinità del tutto esaurite, le quali ormai non potevano avere altra esistenza che quella di fantocci insulsi o di simboli incomprensibili.[pg!159]Se non che, io qui vorrei fare un'osservazione che risulterà meglio chiarita nel progresso di questo studio, ed è che il Cristianesimo ha vinto il Neoplatonismo non solo per effetto delle sue virtù, ma anche per quello de' suoi vizi. Infatti, il Cristianesimo, fin dai primi suoi tempi, si era costituito disciplinarmente e si era creata un'organizzazione gerarchica. Fu l'esistenza di questa gerarchia che persuase Costantino a farsi un'alleata della Chiesa cristiana, la quale da quell'alleanza ebbe il suo riconoscimento, diventando uno degli elementi costitutivi del complicato e putrido organismo dell'impero romano-bizantino. Ma il Cristianesimo doveva necessariamente pagare la sua vittoria coll'infettarsi di tutti i mali di cui era afflitta la potenza mondana a cui si abbracciava, e noi già vedemmo come l'ideale della moralità cristiana andasse a rifugiarsi nei conventi e nei cenobî degli asceti. Il Neoplatonismo, il quale non aveva mai saputo organizzarsi, ed era rimasto allo stato di un'opinione, di un'aspirazione, di una dottrina personale, non offriva all'Impero nessuna forza, nessuna nuova risorsa, e l'Impero lo sprezzò. Il tentativo di Giuliano di interessare il Neoplatonismo nell'Impero, come lo zio Costantino vi aveva interessato il Cristianesimo, fu incompreso e considerato dagli uni come lo scherzo innocuo di un idealista, dagli altri come il delitto di uno sciagurato apostata. Ma il punto più curioso di questa storia è che il Neoplatonismo, essendo rimasto appartato nella solitudine dei suoi Misteri e delle sue meditazioni, aveva conservata un'apparenza di idealità che il Cristianesimo, al contatto del mondo, aveva necessariamente perduta. Pertanto, il tentativo di Giuliano di restaurare il Politeismo contro il Cristianesimo ebbe, per quanto la cosa possa parere strana, [pg!160] anche il significato di una restaurazione morale. Fu questa una delle ragioni, e non certo l'ultima, per cui quel tentativo cadde miseramente. I dissensi fra Giuliano e gli Antiochesi, così amaramente narrati nelMisobarba, vennero appunto dal fatto che il neoplatonico e severo imperatore voleva correggere e moralizzare la cristiana e corrotta città. E gli Antiochesi non avevano nessuna inclinazione a seguire le esortazioni del moralista imperiale, e trovavano assai più di loro gusto il cristiano Costanzo, con le sue turbe di eunuchi, di parassiti, di giocolieri, con le sue feste ed i suoi teatri, che l'ellenico Giuliano il quale divideva il suo tempo fra le cure dello Stato e i libri e si chiudeva in una specie di filosofico ascetismo.L'insuccesso del Neoplatonismo religioso, tragicamente constatato nella catastrofe di Giuliano, non portò, come conseguenza, l'insuccesso filosofico, chè anzi il Neoplatonismo ebbe la sua rivincita nella teologia ortodossa. I suoi numi simbolici son caduti davanti al Dio cristiano, ma il Cristianesimo dogmatico si è imbevuto della sua dottrina e ne ha fatta la sua metafisica, e questa ha soffocato con le sue propagini l'albero divino del Cristianesimo evangelico, e gli ha impedito di portare i genuini suoi frutti.Ma vediamo meglio cosa fosse, nella sua essenza, questa filosofia neoplatonica che fu ilvitale nutrimentodell'apostata imperiale.❦La decadenza del mondo antico, la dissoluzione delle sue basi morali e religiose, lo scetticismo filosofico prodotto dalla successione di sistemi i quali, non avendo nessun substrato di verità, si distruggevano [pg!161] l'un l'altro, tutte queste cause che agevolarono la diffusione del Cristianesimo, avevano, insieme, promosso un movimento parallelo nel pensiero greco verso una percezione immediata ed estatica della divinità, la quale ravvivava, simbolizzandolo, l'antico Politeismo e rispondeva alle esigenze ed alle aspirazioni morali che agitavano e tormentavano l'anima umana. Da questo movimento di pensiero e di spirito è uscito, nella prima metà del secolo terzo, il Neoplatonismo, il quale, nel nome e con elementi tolti alla dottrina di Platone, creava un nuovo sistema filosofico che poneva, a principio dell'universo e della natura, il soprannaturale, e trascinava poi la ragione a sprofondarvisi, abdicando ai suoi diritti. La storia del Neoplatonismo si divide in tre periodi; il primo, quello della fondazione del sistema e del suo svolgimento teorico, per opera di Plotino, va dal 200 al 270; il secondo, il più interessante per lo studio nostro, quello della sua elaborazione pratica e dell'applicazione al rinascimento del Politeismo, dal 270 al 400. Vi posero mano, successivamente, Porfirio, Giamblico e i suoi discepoli, fra i quali Giuliano; il terzo periodo, dal 400 al 529, è quello della scuola d'Atene, in cui, per opera specialmente di Proclo, il Neoplatonismo si spoglia dell'apparato mistico e diventa un sistema didattico, che ebbe una grande importanza storica, perchè fu con le sue forme che la filosofia greca, esigliata da Atene per un decreto di Giustiniano, passò nell'Oriente, dove più tardi fu raccolta e salvata dagli Arabi che la trasmisero alla scolastica medioevale.Il fondatore del Neoplatonismo fu Ammonio Sacca di Alessandria, un cristiano riconvertitosi al Paganesimo. Egli non lasciò scritti ma il suo grande valore è dimostrato dagli scolari illustri ch'egli ebbe, il cristiano [pg!162] Origene188e Plotino, il quale afferma di aver trovata la verità e la pace nell'insegnamento diretto del suo grande maestro. Ma, se Ammonio fu il creatore del Neoplatonismo, Plotino ne fu il rivelatore, coi numerosi scritti che ci pervennero ordinati e pubblicati dal suo allievo Porfirio.Il sistema di Plotino è diretto a rialzare l'anima umana dalla degradazione in cui è caduta per essersi alienata dal principio da cui trae l'origine. L'ispirazione della sua filosofia sta in questo desiderio di una perfetta unione con la divinità, nello sforzo incessante di uscire dalle condizioni del finito e del limitato. Plotino vuol insegnare la via per cui l'uomo può ricongiungersi a Dio, vuol descrivere il processo pel quale l'universo, derivato dalla suprema unità, vi ritorna e vi si riconfonde.Plotino pone l'unità assoluta della causa prima. Di questa causa prima, che è l'Essere per eccellenza, noi sappiamo solo che è infinita, che è all'infuori di ogni possibile determinazione, così che noi possiamo dire di essa ciò che non è, non già ciò che è. Come [pg!163] causa attiva, essa genera, pur rimanendo sempre eguale a sè stessa mentre la corrente del divenire sgorga da lei. Il molteplice deriva dall'uno per un processo dinamico di trasmissione di forza. L'Essere primo è la matrice da cui tutto viene, è lo scopo a cui tutto tende. Ma, se l'Essere è presente in tutto l'universo, l'universo costituisce una serie lineare di manifestazioni, lungo la quale la sua azione si attenua, mano mano che è maggiore la lontananza dall'origine, e finisce per spegnersi nel non-essere.In tale serie, il primo posto è preso dal pensiero, dalla ragione, che è poi il logos filoniano e cristiano. Nell'atto che il pensiero generato, nell'uscire dall'unità dell'Essere, si volge ad esso e lo riflette, si formano un contemplante ed un contemplato, un pensante ed un pensato, un conoscente ed un conoscibile, il νοῦς e il κόσμος νοητός.Fra l'idea ed il mondo dei fenomeni, Plotino pone lo spirito che, per una parte, è mosso ed illuminato dall'idea, per l'altra è a contatto col mondo corporeo da lui generato. Lo spirito è uno e molteplice insieme, uno in quanto è il soffio che anima l'universo intiero, molteplice in quanto raccoglie in sè tutte le anime parziali, le quali poi sono buone o cattive, a seconda che sentono o non sentono il desiderio di ricongiungersi e riconfondersi coll'unità divina.Il mondo fenomenale si distingue, per Plotino, dal mondo soprannaturale, perchè, in opposizione a quello, è molteplice, disarmonico e contradditorio, una caricatura della vera realtà. La materia è il puro nulla che non può esser pensato se non astraendo da ogni forma e determinazione, è la negazione delle idee che sono le sole realtà, è l'origine del male, il πρῶτον κακόν. Ma Plotino, da vero panteista, non viene perciò al [pg!164] concetto gnostico e pessimista della creazione del male, fatta da un dio secondario, da un Arimane, in opposizione al dio supremo. Per lui, il mondo è perfetto così com'è, rappresenta un'evoluzione necessaria. Il male deve esistere onde esista il bene, deve esistere la materia onde l'anima, discendendo dall'unità ideale, possa sentire l'aspirazione di ritornarvi, e di chiudere, per tal modo, il ciclo dell'esistenza.Ma come mai l'anima potrà risalire all'unità divina da cui è discesa? A ciò è indispensabile la virtù, la quale purifica l'anima e la riconduce all'idea. Ma non basta che l'uomo sia senza peccato per potersi propriamente ricongiungere a Dio. Ciò diventa possibile nel rapimento estatico dell'uomo puro. Il pensiero, per sè stesso è incapace di questo rapimento, perchè il pensiero non conduce che all'idea. Il pensiero non è che una preparazione all'unione con Dio. Solo nella condizione di perfetta passività e riposo può l'anima conoscere e toccare l'Essere primo. L'anima, pertanto, comincia a contemplare la molteplicità e l'armonia delle cose, poi si sprofonda in sè stessa ed arriva al mondo delle idee; finalmente, in un impeto supremo, dimentica ogni cosa, e si trova faccia a faccia con Dio, con la fonte della vita, col principio dell'essere, coll'origine del bene. Gode, in quel punto, la suprema felicità. Ma non può rimanervi a lungo. Solo quando sarà liberata dal corpo, la sua contemplazione non sarà più interrotta.Plotino, da mistico entusiasta, ebbe, più volte, questi rapimenti che lo ponevano nell'immediata presenza di Dio. Il suo discepolo Porfirio, nella vita ch'egli scrisse del maestro, così narra: «A quest'uomo ispirato che sovente si sollevava verso quel Dio che è primo e che è al di là dell'intelligibile, Dio apparve [pg!165] sebbene non abbia forma alcuna e non sia visibile, perchè ha la sua sede nel pensiero e nel pensato. Egli non aveva che un fine nella vita, avvicinarsi ed unirsi a Dio, che è sopra tutti. Questo fine fu da lui raggiunto quattro volte, mentre che io era con lui, e non già per una potenza esterna, ma, bensì, per un'energia che non si esprimeva. Sul punto di morire, disse che si accingeva a portare il divino che è in noi nel divino che è nell'universo, ed esalò lo spirito»189.Se non fosse l'intonazione panteista delle ultime parole, forse le più belle e più profonde parole che abbia pronunciate l'uomo morente, l'entusiasmo mistico di Plotino potrebbe esser quello di un S. Agostino, e la visione del filosofo neoplatonico ha una grande analogia con quel rapimento estatico pel quale, il più gran teologo dell'ortodossia, contemplando, un giorno, il cielo e il mare dalla finestra della sua casa d'Ostia, si sentì, d'un tratto, sollevato alla presenza di Dio.La filosofia di Plotino ha, pertanto, un carattere essenzialmente religioso. Essa è, in tutte le sue parti, penetrata dal pensiero di Dio e dall'aspirazione di unirsi a lui. I punti di contatto col Cristianesimo sono evidenti per modo che, per certi rispetti, si ha l'identità dei concetti e delle tendenze, ciò che, del resto, si comprende primieramente per la piega che aveva preso il pensiero filosofico del tempo, e poi per la circostanza che i due fondatori della metafisica cristiana e della metafisica neoplatonica, Origene e Plotino, erano allievi del medesimo maestro, Ammonio Sacca. [pg!166] Ma pure, malgrado tanta analogia, esisteva fra i due sistemi, possiamo dire, fra le due religioni, un'antipatia profonda, conseguenza del fatto che il Neoplatonismo era il frutto del genuino albero ellenico, mentre il Cristianesimo era il frutto di quell'albero su cui si era innestato il monoteismo ebraico. Il Neoplatonismo era profondamente panteista. L'eterno processo evolutivo che dall'unità dell'Essere discende alla molteplicità dei fenomeni, per ritornare all'unità, questo processo che rappresenta, per Plotino, l'origine e il successivo annullamento del male, esclude il concetto di una creazione voluta e di un governo cosciente del mondo, esclude la responsabilità dell'esistenza del male, attribuita alla libertà umana, esclude la necessità di un processo di redenzione e di una fine del mondo. Il Cristianesimo, con le sue esigenze e con le sue promesse, appariva ai Neoplatonici come una antifilosofica negazione dell'eterna necessità, dell'ordine, dell'armonia dell'universo, come un irragionevole disconoscimento di quanto avevan detto di buono e di bello i grandi uomini del passato, come un'affermazione pessimista che portava con sè lo sconvolgimento dell'ordine universale. Il Cristianesimo drammatizzava la storia del mondo in un tragico processo di creazione, di colpa, di redenzione. Il Neoplatonismo leggeva, in quella storia, un inno di gloria per la necessità divina, inalterabile, perfetta dell'armonia del Tutto. Il panteismo neoplatonico s'inalberava davanti all'individualismo monoteistico del Cristianesimo. Vedendo Dio dovunque, trovava, nel politeismo e nella mitologia, dei simboli opportuni a dar forma alle varie manifestazioni della divinità. E, per quanto Plotino fosse lontano dalla stravaganza superstiziosa dei suoi successori, egli pure collegava la magia e la mantica [pg!167] al concetto ed al sentimento della continua presenza della divinità. Plotino voleva ravvivare i culti antichi, facendone dei simboli di un pensiero e di una aspirazione filosofica e religiosa. Il Cristianesimo annunciava un monoteismo preciso ed un Dio che aveva una determinata personalità storica, e poi si affaticava a rivestire e l'uno e l'altro con quei medesimi concetti filosofici che formavano la trama del pensiero neoplatonico. C'era, dunque, fra i due sistemi, eguaglianza nell'essenza del pensiero, e differenza nel modo di sentire la religione e di dar forma al pensiero nella manifestazione religiosa. Ed in questa differenza stava appunto la forza del Cristianesimo, il quale presentava all'uomo assetato di divino delle imagini determinate e precise, davanti a cui i vaghi ed oscillanti simboli del Neoplatonismo scomparivano❦Nei discepoli e successori di Plotino apparve più manifesta la tendenza a promuovere, nel Neoplatonismo, un rinascimento ed una restaurazione delle antiche religioni, in opposizione al Cristianesimo. Il primo, tra quei discepoli, fu Porfirio, il quale raccolse e pubblicò le opere del maestro. Spirito geniale e chiaro, sebbene lontano dalla profondità speculativa di Plotino, egli fu il vero iniziatore del rinnovamento del Politeismo. Per lui le religioni tutte rappresentavano lo sforzo dell'anima umana che vuole uscire dal finito per ricongiungersi a Dio. Siccome tale ricongiungimento deve procedere per tre gradi, prima nello spirito, poi nell'idea e finalmente nell'Essere supremo, così il Politeismo, con la varietà dei suoi simboli dà il modo di rappresentare efficacemente questo graduale procedimento. Pur criticando [pg!168] i miti ed i culti irragionevoli e rozzi, ed affermando che il Dio supremo si onora col silenzio e coi puri pensieri, Porfirio voleva tener ritte tutte le antiche religioni, fermo nel concetto che, essendo la religione una manifestazione simbolica e di una verità necessariamente relativa, ognuno può, anzi, deve onorare la divinità secondo il costume del proprio paese. Porfirio, pertanto, riconosceva i diritti di tutte le religioni nazionali, delle barbariche come delle elleniche, ed anche dell'ebraica, considerata, appunto, come religione di una data nazionalità. Ma egli aborriva l'esclusivismo cristiano che, in nome di una verità assoluta, voleva abbattere tutte le forme di culto che non erano le sue, e rompeva tutte le tradizioni della filosofia e della coltura ellenica. Porfirio compose, anzi, un trattato, che andò perduto, contro il Cristianesimo, per dimostrare la mancanza di solidità della pretesa sua base storica e la scarsa credibilità dei suoi documenti. Egli considerava Gesù come un uomo pio, i cui insegnamenti erano stati completamente incompresi e guasti dai suoi discepoli che ne avevano fatto una divinità.In questo indirizzo dato al Neoplatonismo che da speculazione pura si trasformava in religione positiva, Porfirio ha mosso i primi passi, ma il razionalismo assai chiaro da cui era guidato, lo fermò a quel punto, oltre il quale la religione diventa superstizione e magìa. Dice di lui, infatti, S. Agostino «Porphyrius quamdam quasi purgationem animæ per theurgiam, cunctanter tamen et pudibunda, quodam modo, disputatione, promittit. Reversionem vero ad deum hanc artem portare cuiquam negat, ut videas eum inter vitium sacrilegæ curiositatis et philosophiæ professionem, sententiis alternantibus, fluctuare». I suoi successori, primo fra i quali, Giamblico, e poi Edesio, Crisanzio, Massimo e finalmente [pg!169] Giuliano, andarono al di là del maestro. Con le formole panteistiche del Neoplatonismo e con le sue aspirazioni mistiche, pretesero di comporre e di opporre al Cristianesimo una religione simbolica, tutta appoggiata alla più irragionevole e ripugnante superstizione. Giuliano ha voluto fare di questo nuovo Politeismo una religione di Stato. Esisteva, come vedremo, fra le intenzioni morali ed intellettuali di Giuliano e la religione da lui praticata una contraddizione singolare ed, insieme, interessante. Questa contraddizione spiega come il tentativo del giovane imperatore fosse disperato, e dovesse metter capo alla vittoria definitiva del Cristianesimo.Per avere un'idea precisa dei moventi che ispirarono Giuliano in quel tentativo, giova far la conoscenza della piccola consorteria neoplatonica che si adunava in Nicomedia e nelle vicine città. Giuliano, come già sappiamo, ne fece parte, durante gli anni del suo soggiorno in Nicomedia, e vi trovò la consacrazione definitiva delle tendenze che gli aveva inoculate il suo primo educatore, Mardonio. Le notizie che ci offre Eunapio, nelleVite dei Sofisti, sebbene scarse, e dettate senza l'ombra del giudizio critico, riescono, tuttavia, a far rivivere, davanti a noi, quel piccolo e curioso mondo.Il personaggio principale, anzi, il fondatore del Neoplatonismo trasformato in religione teurgica, fu Giamblico, scolaro di Anatolio e di Porfirio, vissuto ai tempi di Costantino, e, nella sua vecchiezza, conosciuto anche da Giuliano, se sono autentiche le lettere che ancor si conservano e che quest'ultimo gli avrebbe dirette. Dalla breve biografia che leggiamo in Eunapio190parrebbe che Giamblico fosse propriamente [pg!170] considerato come un mago, un esecutore di miracoli, per verità molto sciocchi, e che in ciò consistesse il suo massimo valore. Ma Eunapio è un povero di spirito, ed egli impoverisce anche quelli che pure intende illustrare. Di Giamblico si conservano ancora alcuni scritti e molte testimonianze che permettono di fare di lui un giudizio più conforme al vero, e di meglio apprezzare l'importanza della sua produzione filosofica191. Certo, in lui appare cospicuo non tanto il filosofo a cui preme la logica dei ragionamenti dottrinali, quanto il teologo che mira a dare un fondamento speculativo alla religione ed ai suoi riti. Già Porfirio aveva mostrato la tendenza a guardar la filosofia dal suo lato fantastico e religioso, ma Giamblico si è fermato, con maggiore insistenza, a questo punto di vista. Se Porfirio, pel raggiungimento del suo scopo più religioso che filosofico, aveva creduto necessario l'aiuto degli dei, tanto più vi ricorreva Giamblico che riponeva scarsa fiducia nelle forze dell'uomo. Le chiare e semplici categorie del sistema plotinico non bastano a Giamblico. La sua filosofia diventa spaventosamente complicata e confusa per la moltiplicazione delle ipostasi dell'unità divina. Nel suo fantastico pensiero ogni momento razionale si concretizza in una ipostasi distinta. Pareva a Giamblico di non poter meglio rappresentare la divinità che moltiplicandola, suddividendola più che fosse possibile, e ponendo sotto figure distinte tutte le funzioni che esprimono la sua essenza ed i suoi rapporti col finito. Tale sminuzzamento dell'unità ideale, tale successiva degradazione dall'uno al molteplice è ciò che distingue il Neoplatonismo [pg!171] di Giamblico dal Neoplatonismo plotinico. L'importanza storica della dottrina di Giamblico sta nel fatto che il Neoplatonismo il quale, in Plotino, era stato un'affermazione ideale del trascendente e del soprannaturale, diventò una teologia mistica che si mise risolutamente a servizio di una religione positiva.Nel gruppo degli scolari e successori di Giamblico pare che il più cospicuo fosse Edesio. Costui era stato destinato dal padre al commercio, e mandato in Grecia a far pratica. Ma ne ritornò filosofo, con grande sorpresa e sdegno del padre. Il giovane seppe però ottenere il perdono e la licenza di recarsi presso Giamblico a perfezionarsi nelle dottrine filosofiche. Dispersa la scuola di Giamblico, Edesio, seguendo le indicazioni di un miracoloso presagio, si era ritirato nella solitudine di una vita pastorale192. Ma i giovani che anelavano di essere da lui istruiti, andarono a disturbarlo nel suo ritiro, e, non permettendo che tanta sapienza fosse sciupata sulle rupi e in mezzo agli alberi, lo costrinsero a ritornare nel consorzio umano. Edesio acconsentì a malincuore, e, passando in Asia, si stabilì a Pergamo, dove aprì una scuola la cui fama, sempre secondo il credulo ed entusiasta Eunapio, toccò il cielo.Le figure più salienti di quella scuola erano Massimo, Eusebio, Crisanzio e Prisco. Il primo, al dire di Eunapio che, giovanetto, aveva conosciuto Massimo già in tarda età, destava una profonda impressione in quanti lo vedevano per la bellezza della figura, il lampeggiare degli occhi, l'armonia della voce, la fluidità della parola. Ambizioso ed inquieto, ebbe [pg!172] una vita agitata, chiusa tragicamente. Egli ha esercitato su Giuliano un'azione potente, e, con Mardonio, può dirsi il vero autore dell'indirizzo religioso e filosofico del principe. Massimo era tutto infervorato di ritualismo magico, e fu uno dei più efficaci cooperatori della trasformazione del Neoplatonismo in religione teurgica. Era una specie di santo, provvisto della potenza di far miracoli. Interessante e sommamente istruttivo, per la rappresentazione dell'ambiente, è il contrasto che esisteva fra Massimo ed Eusebio. Quest'ultimo inclinava a razionalizzare il Neoplatonismo, e provava una viva antipatia per le superstizioni magiche e teurgiche in cui la filosofia si sprofondava, perdendo il suo carattere speculativo. Ma egli aveva paura di Massimo. Leggiamo in Eunapio che Eusebio, quando Massimo era presente, evitava di usare l'acutezza della propria logica, tutta ad artifizii ed intrecci dialettici. Ma, quando era assente, rifulgeva come un astro, scomparso il raggio del sole193. Il contrasto fra Eusebio e Massimo appare, in tutta la sua luce, nel singolare e sintomatico episodio dei rapporti fra Eusebio e Giuliano. Il giovane principe, assetato di sapienza, era venuto a Pergamo, attrattovi dalla fama di Edesio, e voleva che costui lo istruisse. Ma Edesio era e si sentiva vecchio. — Io vorrei poterti far da maestro, gli diceva, ma il corpo non risponde più ai voleri dell'anima. Io ti consiglio di rivolgerti ai miei scolari. Lì potrai proprio fare una scorpacciata di ogni scienza e dottrina194. Io vorrei che fosse qui Massimo, ma è andato ad Efeso, e Prisco partì per la Grecia. [pg!173] Ma ci sono Eusebio e Crisanzio, ascoltando i quali più non ti rincrescerà che io sia vecchio. — Giuliano naturalmente segue il consiglio. Ma si accorge di qualche cosa di oscuro e di inquietante nelle sue relazioni con quei due maestri. Infatti, Crisanzio, che era un ammiratore ed un seguace di Massimo, non pareva completamente d'accordo con la dottrina di Eusebio, sebbene non si compromettesse a contraddirlo. Quest'ultimo, un giorno, dopo aver istruito Giuliano nell'interpretazione degli antichi filosofi, gli dichiara che la verità è tutta lì, e che le magie e le incantagioni le quali illudono i sensi sono opera degli stregoni che ingannano coll'aiuto di potenze materiali. Giuliano, insospettito, e non riuscendo a comprender bene il significato ed il perchè di questo avvertimento con cui Eusebio chiudeva le sue spiegazioni, prende a parte Crisanzio — O caro Crisanzio, gli dice, tu che conosci la verità, dimmi cosa vuol dire questo epilogo delle spiegazioni di Eusebio. — Ma Crisanzio, che era uomo prudente per eccellenza e non voleva farsi dei nemici, si chiude in un profondo riserbo. — Faresti meglio, risponde, a chiederlo ad Eusebio stesso. — Ed Eusebio, interrogato direttamente da Giuliano, per fargli capire cosa egli intendesse per magia, gli fa questo racconto. «Massimo, diventato per la forza del carattere e dell'ingegno, spregiatore delle nostre dimostrazioni, precipitando in una specie di mania, un giorno, di buon mattino, ci riunì nel tempio di Diana, e si circondò di molti testimoni. Quando fummo raccolti, dopo esserci inchinati alla Dea — sedete, ci disse, o carissimi compagni, guardate ciò che va a succedere, e constatate di quanto io sia al di sopra di tutti. — Ci sedemmo, e Massimo bruciava un grano d'incenso, e cantava, fra sè, un certo inno, quand'ecco [pg!174] la statua comincia a sorridere, poi a ridere apertamente. Noi mandammo gridi di stupore a questa vista, ma nessuno si mosse e parlò, perchè subito si accesero le lampade che la dea porta in ambo le mani, e la fiamma apparve più ratta delle nostre parole. Noi ci ritirammo, colpiti, pel momento, di quello spettacolo miracoloso. Ma tu non devi ammirarlo come io non l'ammiro, e comprendere piuttosto che cosa ben più grande è la purificazione per mezzo della ragione»195. Quest'ultime parole di Eusebio rivelano uno spirito singolarmente acuto, uno di quei razionalisti imperterriti, rari sempre, rarissimi nell'antichità, quando ancor non esisteva la scienza positiva, i quali, davanti al miracolo, sanno negar fede alla testimonianza dei sensi. Ma Giuliano era tutt'altro uomo, e la sua condotta verso Eusebio vale più di qualsiasi altro indizio a illuminarci sull'indole del suo spirito. Aveva, infatti, Eusebio appena finito di parlare, che Giuliano, — addio, esclama, attendi pure ai tuoi libri, quanto a me tu mi indicasti ciò che cercava, — ed abbracciato Crisanzio, parte per Efeso, in cerca di Massimo, e, trovatolo, pende da questo nuovo maestro, e tenacemente si attacca alla sua dottrina. A Massimo, che, evidentemente, era un uomo che sapeva cogliere le occasioni per farsi strada, non parve vero di aver per allievo un principe costantiniano, perseguitato sì, ma pur sempre sui gradini del trono, e si pose con ardore ad istruirlo, ed a farsene un devoto e, non bastando da solo a soddisfare l'insaziabile curiosità del giovane, chiamava presso di sè l'amico Crisanzio, e, fra loro due, hanno fatto di Giuliano [pg!175] quel mistico entusiasta pel quale religione e filosofia si confondevano nella più credula superstizione. Diventato imperatore, Giuliano chiamò a Costantinopoli Massimo e Crisanzio. Massimo accorse immediatamente, ricevuto con straordinaria dimostrazione di rispetto da Giuliano. Ma Crisanzio, amante com'era del quieto vivere, e più previdente di Massimo, perchè meno ambizioso, non si lasciò smuovere, per quante preghiere gli mandasse Giuliano, il quale aveva cercato di aver dalla sua la moglie del filosofo. Intanto, Massimo, a Costantinopoli, viveva circondato e pressato dagli adoratori dell'astro sorgente, che non gli lasciavano un momento di pace, così che doveva cercar l'aiuto di qualcuno che lo sollevasse, in parte, dalle tante cure. Ed, ostinandosi Crisanzio nel suo rifiuto, venne il filosofo Prisco. E Massimo e Prisco non abbandonarono più l'imperatore, lo seguirono nella campagna di Persia, e noi li trovammo sotto la tenda, al fianco del ferito eroe, che, in sereni ed alti colloqui, si preparava alla morte. Caduto Giuliano, la vita di Massimo si protrasse in una tragica vicenda. Perseguitato, spogliato e torturato da Valente e dai suoi soldati, poi salvato da Clearco che lo rimise nelle grazie dell'imperatore, finalmente cadde in sospetto di aver partecipato ad una congiura e fu decapitato ad Efeso196. Massimo ha esercitata un'influenza grandissima e risolutiva sullo spirito inquieto e mistico di Giuliano, il quale lo riconosce nel suo discorso contro il cinico Eraclio, ed attribuisce al «sommo filosofo», che lo ha istruito, tutto il merito della sua iniziazione nella vera filosofia197. Questo [pg!176] Massimo, se è interessante per la sua fedeltà entusiastica a Giuliano, è, considerato nel suo insieme, un personaggio antipatico. Ciarlatano, superstizioso, gonfio di sè stesso, anelante al potere ed alla preminenza, con un'aria d'ispirato e di superuomo, egli destava intorno a sè odii e rancori, che, appena scomparso il suo protettore, lo hanno trascinato alla rovina. Eunapio racconta di lui un episodio tragicomico che, certo, non serve ad attenuare quel senso di repulsione che proviamo per questa specie di mago del Neoplatonismo, malgrado le terribili sciagure che lo hanno colpito verso il termine della sua burrascosa carriera. Mentre Massimo era torturato dagli sgherri di Valente, la moglie appassionata e coraggiosa era presente ed angosciata. Massimo le sussurra: — Moglie mia, va a comperarmi un veleno, dammelo e liberami. — Ed essa tosto se ne va, e ritorna col veleno, ma, non volendo sopravvivere al marito, chiede di bere prima di lui; beve, e, sul colpo, muore. Ma Massimo non bevve! — ὁ δε Μάξιμος ἕπιεν ουκέτι. —198.Un altro personaggio importante, e poco simpatico, che stette fino all'ultimo al fianco di Giuliano, è Prisco, lui pure della scuola di Edesio. Dottissimo, così da avere in sommo della bocca tutta la dottrina degli antichi, bellissimo della persona, era uomo burbero e duro di modi. Non voleva discendere alle discussioni e serbava la sua sapienza, dentro di sè, come un tesoro, e chiamava scialacquatori coloro che con facilità parlavano di filosofia. Edesio pare fosse un amabile maestro che adoperava, nel suo insegnamento, il metodo socratico, parlava con tutti ed insinuava nei suoi discepoli la cortesia e un sentimento [pg!177] d'umanità199. Passeggiando, per le vie di Pergamo, accompagnato da una schiera di scolari, egli appiccava discorso con tutti, con la venditrice di legumi, col tessitore, col fabbro, col falegname. E, da tutti e da tutto, traeva argomento di saggi insegnamenti. Gli scolari godevano di tali conversazioni. Il solo Prisco si ribellava, ed osava chiamare il maestro traditore della dignità filosofica, ed un ciarlone che gonfiava l'anima di ciance, e non cavava un ragno da un buco. Era Prisco, dunque, un fior di pedante, e non può dirsi che il povero Giuliano sia stato fortunato nella scelta dei compagni filosofici che lo seguirono nel suo breve regno. Però la pedanteria non toglieva a Prisco la prudenza e la sagacia nella vita, così che, in ciò ben diverso dell'avventato ed ambizioso Massimo, riuscì a scampare dai pericoli che lo minacciavano dopo la caduta di Giuliano, e si ritirò in Grecia, dove visse fino a novant'anni, sempre chiuso nel suo fare misterioso e cupo, ma ridendo, in cuor suo, della debolezza umana200.Sarebbe stata una gran fortuna per Giuliano se egli avesse potuto trarre a sè, invece delciarlatanescoed orgoglioso Massimo e del pedante e ripulsivo Prisco, l'amabile Crisanzio, il più equilibrato, il più dolce, il più sensato degli allievi di Edesio. Non è a dire che l'indirizzo filosofico di Crisanzio fosse buono e commendevole. Basterebbe a provare che non lo era la sua devozione per Massimo e pei riti teurgici. Nell'esordio della sua educazione filosofica, Crisanzio si era gittato [pg!178] con passione alla dottrina di Platone e di Aristotele, e vi era diventato così forte da non temere competitori, e da riuscire vittorioso in qualsiasi discussione. Ma poi, per l'influenza di Massimo, egli si sentì attratto dalle dottrine pitagoriche e da quei riti teurgici e divinatori che costituivano la religione neoplatonica, e, in breve, vi divenne tanto abile da potersi dire ch'egli vedeva il futuro meglio del presente, quasi fosse in continua relazione con gli dei201. Qui, anzi, nacque un dissenso fra lui e Massimo, perchè questi, nel suo orgoglio, pretendeva che la divinazione del futuro si piegasse alla sua volontà ed ai suoi desideri; Crisanzio, invece, seguiva umilmente gli indizî divini. Ma, con tutto questo, Crisanzio era un uomo di molto acume, e di chiaro buonsenso. Nella sua ostinata resistenza agli inviti del suo antico allievo, quando questi toccò il fastigio della fortuna, egli era guidato non solo dai presagi, che diceva non favorevoli al suo viaggio, ma ben anche da una sicura percezione dell'imprudenza e della leggerezza con cui l'imperatore si era accinto all'impresa di far rivivere l'Ellenismo contro il Cristianesimo. Di ciò Crisanzio ha dato una prova luminosa ed interessante, perchè, venendo da un amico e da un correligionario, è un'implicita condanna della condotta di Giuliano. Costui, per nulla offeso dai ripetuti rifiuti del suo maestro, volle dargli, prima di partire per la Persia, una dimostrazione di affetto e di fiducia, e lo nominava gran sacerdote di Lidia. Crisanzio accettò, ma esercitò il suo sacerdozio in un modo curioso, e, certo, poco consentaneo alle intenzioni di Giuliano. Mentre, [pg!179] in ogni parte dell'impero, si correva con ardore a rialzare i templi, egli non ne fece nulla, e non disturbò menomamente i Cristiani, così che quasi si può dire che, in Lidia, non si conobbe la restaurazione del Politeismo. Venne da ciò che allorquando, caduto Giuliano, le cose tornarono nello stato di prima, nella regione di cui Crisanzio aveva il governo spirituale, non fuvvi turbamento alcuno, anzi regnò una pace profonda, al cui confronto appariva ancor più singolare e meraviglioso il turbine di passioni e di vendette in cui era travolto il resto dell'impero202. Si comprende come, con tanta prudenza e con tanto buon senso, Crisanzio, pur rimanendo ellenista fedele, attraversasse tranquillamente un'epoca così agitata da dispute religiose, e campasse fino alla più tarda vecchiaia.Un uomo che, certo, ebbe un'influenza risolutiva sullo spirito di Giuliano, al momento psicologico della sua ribellione a Costanzo, e che, probabilmente, mise la mano nella preparazione delpronunciamentomilitare che proclamò Giuliano imperatore, è il medico-filosofo, Oribasio di Pergamo, appartenente, lui pure, al cenacolo neoplatonico. Noi sappiamo che Oribasio fu il solo degli amici di Giuliano che potè accompagnarlo in Gallia. Egli lo volle con sè, come medico, ciò che gli fu concesso, perchè s'ignorava l'amicizia esistente fra i due. Già vedemmo la curiosa lettera nella quale Giuliano narra all'amico un sogno, in cui è chiaro il presagio della sua prossima fortuna, uno di quei lieti sogni che non vengono se non a chi vivamente desidera una cosa. Oribasio, insieme al fedele servo Evemero, erano soli nella confidenza delle misteriose [pg!180] e sacre cerimonie che Giuliano praticava insieme al gran sacerdote, da lui fatto venire a Parigi dalla Grecia. Finalmente Eunapio, che dice di riservarsi di narrare minutamente ciò che in quell'occasione aveva fatto Oribasio, in una storia di Giuliano la quale poi non ci è giunta, ha, nella vita di Oribasio, una frase complessa e pregna di significato, che si presta a varie interpretazioni, ma che pare accenni alla parte eminente avuta da lui nella ribellione di Giuliano, perchè dice che il valore di Oribasio era tanto che a lui riuscì di far Giuliano imperatore203. Avvenuta la catastrofe, Oribasio fu mandato in esiglio presso i barbari, ma, essendo prezioso a tutti, per la sua scienza medica, gli riuscì di restar a galla nel naufragio dell'ellenismo, ed anzi fu richiamato e rimesso in onore e nei possessi di cui era stato spogliato.In questo gruppo di filosofi e di amici che erano stati o maestri o compagni di Giuliano e che poi gli si misero al fianco, durante la sua fortunosa carriera, l'uomo più equilibrato e sicuro era Sallustio, il fidato consigliere che già incontrammo, narrando la vita di Giuliano, e che meglio conosceremo, leggendo la lunga lettera che Giuliano gli scrisse al momento della loro separazione. Scrittore e filosofo tanto abile e profondo da saper comporre un chiaro e popolare riassunto delle dottrine neoplatoniche, «per l'uso di coloro che possono ancora esser guidati dalla filosofia e che non hanno l'anima insanabilmente corrotta»204era insieme un uomo di altissimo valore morale, di grande competenza nelle cose militari ed amministrative, un uomo, infine, [pg!181] degno della fiducia che Giuliano riponeva in lui. Sallustio si rispecchia in questa nobile sentenza: «Gli uomini buoni ritornano agli dei, ma, se anche ciò non fosse, la virtù per sè stessa, ed il piacere e la gloria che vengono dalla virtù, ed una vita senza tristezze e senza padroni, bastano alla felicità del virtuoso».Che un uomo, come Sallustio, abbia potuto affigliarsi al cenacolo neoplatonico e seguirne le dottrine, ci prova come, sotto alla fioritura di fantastiche superstizioni, le quali poi erano, in fondo, l'espressione del bisogno religioso dell'epoca, esistesse un nucleo di pensiero e di sentimento sano e verace. L'Ellenismo morente non dava solo bagliore di luce torbida come quella che emanava dalla fantasia esaltata di un Giamblico e di un Massimo, ma aveva ancora una forza moralizzatrice, la quale gli conservava il favore e la devozione di molti fra gli uomini migliori e più colti. Non è vero che il meglio della società, nel secolo quarto, fosse compreso nel Cristianesimo. Il Cristianesimo vittorioso ed imperiale aveva ormai attirato a sè il peggio. Ed alcuni fra gli uomini moralmente forti combattevano ancora per la conservazione della debellata, antica civiltà.Insieme a questi maestri ed a questi uomini illustri, Giuliano avrà avuto, a Nicomedia, a Pergamo, ad Atene, presso di sè, compagni più modesti, il cui nome si è perduto, e che gli avranno fatto una specie di corte, attratti dalla dignità principesca ed anche dalla forza e dal calore del suo ingegno e del suo spirito. Alcuni dei biglietti e delle lettere di Giuliano paiono, infatti, scritti a compagni di studio. Tali erano indubbiamente Eumene e Fariano, ai quali Giuliano, dalla Gallia, manda questa lettera così affettuosa e [pg!182] sensata, in cui si sente il ricordo degli insegnamenti di Edesio e di Eusebio più che di quelli di Massimo e di Prisco. Questi ultimi diventarono dominatori esclusivi del suo pensiero più tardi, quando si trattò di contrapporre religione a religione, miracolo a miracolo.«A Eumene e Fariano». — «Se alcuno vi disse esservi per l'uomo cosa più dolce e più utile del filosofare tranquillamente e senza sopraccapi, colui, ingannato, vi inganna. Se in voi rimane viva l'antica inclinazione, e non si è spenta, d'un colpo, come una fiamma già fulgida, io mi felicito con voi. Son già passati quattro anni e tre mesi dal giorno in cui ci separammo. Quanto avrei caro di constatare i vostri progressi in questo tempo! Quanto a me, se ancora parlo greco, c'è da stupire, tanto siamo imbarbariti da questi luoghi! Vi raccomando di non disprezzare gli esercizi di logica; non trascurate la retorica e la lettura dei poeti. Però sia maggiore il vostro interesse per la scienza, e ponete ogni sforzo nello studio di Aristotele e di Platone. Qui deve farsi tutto il vostro lavoro; qui la base, la fondazione, le pareti, il tetto. Tutto il resto è un accessorio. Ma anche a questo voi dovete attendere con maggior cura di quella che pongano gli altri nell'opera principale. Io, per la divina Giustizia, vi consiglio tutto ciò, perchè vi amo come fratelli. Foste un tempo miei compagni e assai diletti. Se mi darete retta, io vi amerò ancor di più, mentre sarebbe, per me, un dolore, se vedessi che non mi obbedite. E dove va a finire un dolore continuato, vi chiedo di non dirlo, perchè sento di poter farvi un miglior augurio»205.[pg!183]❦Nel chiudere questo studio che ci ha mostrato l'ambiente intellettuale in cui si è svolto lo spirito di Giuliano, possiamo affermare, come conclusione, che il Neoplatonismo e il Cristianesimo son apparsi allorquando il sentimento di patria e di libertà politica, che aveva fatta la forza della società antica, si andava spegnendo, e la religione nazionale non aveva più efficacia, e cadevano le idee che erano state i puntelli della vita sociale, e diventava vivo il presentimento di un'imminente catastrofe e viva, insieme, l'aspirazione ad un rinascimento morale che ridonasse il valore, l'interesse, il significato alla vita. A soddisfare tale aspirazione, nacquero il Neoplatonismo ed il Cristianesimo, che cercarono, e l'uno e l'altro, di ridestare il sentimento del divino, riaccendendolo all'idea di una rivelazione e di una conseguente unione dell'anima umana con Dio. Ma il Neoplatonismo, che non voleva staccarsi dalle tradizioni del pensiero ellenico, cercava la rivelazione nell'ordinamento naturale del mondo, e da qui saliva al concetto del soprannaturale a cui si abbandonava in un'estasi di mistico rapimento. Il Cristianesimo trovava la rivelazione nella persona storica di Gesù, che rappresentava il logos, il Verbo incarnato, ed aveva unito l'uomo a Dio con un vincolo d'amore. Il Neoplatonismo voleva guarire i mali del suo tempo con una speculazione che comprendesse in sè tutti i tesori della filosofia greca, ne fosse quasi il compendio ed il vertice. Il Cristianesimo poneva un nuovo Dio, diffondeva la novella di una celeste redenzione, proclamava l'eguaglianza degli uomini nell'amore paterno di Dio. Il Neoplatonismo [pg!184] e il Cristianesimo erano, e l'uno e l'altro, gli indizii che sorgeva un nuovo ideale a cui le forme antiche sembravano insufficienti. Il Neoplatonismo ha tentato di adattarle, quelle forme antiche, al nuovo ideale. Il Cristianesimo le ha spezzate ed ha inaugurato un nuovo mondo ed una nuova umanità. Dalla eguaglianza del punto d'origine e degli scopi venne che il Neoplatonismo potè introdursi nel Cristianesimo e diventare il fattore principale della sua metafisica. Nella diversità delle vie, per le quali l'uno e l'altro volevano raggiungere quegli scopi, sta il profondo contrasto che ha fatto dei Neoplatonici gli ultimi e più ardenti difensori dell'Ellenismo contro l'azione dissolvente che il Cristianesimo esercitava.[pg!185]
IL NEOPLATONISMOLa diffusione del Cristianesimo, il suo riconoscimento come religione di Stato, il suo progressivo adattamento alle esigenze ed alle condizioni del tempo, e, finalmente, le terribili lotte intestine che lo hanno dilaniato, durante l'elaborazione di un corpo di dottrina, affermato come ortodossia dogmatica, ecco gli elementi che compongono il quadro della società greco-romana, per tutto il corso del secolo quarto. Se non che la società non si lasciava trasformare senza qualche resistenza, e tentava di contrapporre alla costruzione metafisica e religiosa del Cristianesimo un sistema che, sostituendosi al Politeismo naturalistico e razionale, od, almeno, infondendo nelle sue forme uno spirito nuovo, tenesse in piedi l'antica compagine di tradizioni, di pensiero, di organizzazione sociale. Questo sistema fu il Neoplatonismo. Qui notiamo subito, come, del resto, abbiamo, più sopra, già veduto, che il Neoplatonismo, alla cui fonte Origene si era abbeverato, ponendo Dio nel soprannaturale, dichiarando che il misticismo era la sola via per la quale l'uomo potesse unirsi a un [pg!156] Dio incomprensibile appunto perchè soprannaturale, è stato la matrice da cui è uscita la teologia cristiana. Non erano neoplatonici gli Ariani, che guardavano con sfiducia e sospetto la frondosa ramificazione delle idee metafisiche intorno al tronco del Cristianesimo ed avevano la suprema preoccupazione di salvare il monoteismo evidentemente compromesso. Ma l'ortodossia la quale, mescolandosi all'origenismo temperato, mise poi capo, passando per Atanasio, Ilario, Basilio e i due Gregori, a S. Agostino, non fu che uno schietto Neoplatonismo. Fra il Neoplatonismo cristiano ed il Neoplatonismo ellenico correva, però, una differenza essenziale. Il primo presentava un nuovo Dio, il quale aveva una perfetta oggettività storica ed un'incomparabile efficacia d'attrazione; il secondo teneva in piedi le divinità antiche, ma le spogliava di ogni contenuto personale e le riduceva alla condizione di puri simboli. Era chiaro che, per questo rispetto, il vantaggio era tutto dalla parte del Cristianesimo. Ora, il grande interesse che presenta il tentativo di Giuliano è quello, appunto, di aver voluto, sulla base di una filosofia identica, in fondo, a quella del Cristianesimo, opporre al Dio cristiano gli antichi dei dell'Olimpo ellenico. Giuliano volle fare, nel Politeismo, ciò che il Cristianesimo aveva già fatto, cioè, unire la filosofia alla religione e creare una teologia, una dogmatica politeista, la quale, organizzandosi in una gerarchia ecclesiastica, potesse rivaleggiare col Cristianesimo nella ricchezza della dottrina cosmologica e mistica, e che, insieme, conservando in vita gli antichi numi, le abitudini e le tradizioni antiche, salvasse la civiltà ellenica, l'Ellenismo, com'egli diceva, dalla catastrofe che, per effetto del Cristianesimo, gli pendeva sul capo.[pg!157]❦L'apparizione del Neoplatonismo e l'immensa azione che ha esercitato sullo spirito umano è un fenomeno di suprema importanza nell'evoluzione del pensiero e della civiltà. Il Neoplatonismo rappresenta il fallimento completo del razionalismo platonico ed aristotelico e di tutte le scuole che erano successe ai due grandi organizzatori della filosofia antica. Questa si era affermata sul concetto della distinzione assoluta della materia e dello spirito, del sensibile e dell'intelligibile, e, si era accinta, ragionando sull'idea, sullo spirito, sull'intelligibile, a ricostrurre idealmente il mondo, con una fiducia completa nella ragione astratta, nella solidità di creazioni ideali, innalzate coll'ammucchiamento di materiali logici cavati dalla miniera del pensiero, ma non esposti al fuoco dell'esperienza e dell'osservazione. Il risultato di questo immane lavoro altro non poteva essere che la formazione di miraggi razionali, che scomparivano quando l'osservatore cambiava il punto di vista, così che l'umanità, dopo lunga serie di secoli, sentì il bisogno di qualche cosa che meglio acquietasse le sue ansie e le sue aspirazioni. Allora, nell'anarchia dei sistemi che metteva capo ad uno scetticismo senza uscita o ad una rassegnazione eroica ma sconsolata, apparve il Neoplatonismo, il quale prese da Platone lo spirito, l'idea, Dio, ma non già per vedervi un principio essenzialmente razionale con cui muovere alla ricerca della verità, bensì per affermarlo come un principio, per eccellenza, soprarazionale e soprannaturale, in cui la verità giace irremissibilmente nascosta.La conoscenza razionale, pel Neoplatonismo, non [pg!158] è che un gradino intermedio fra la percezione dei sensi e l'intuizione del soprannaturale. L'idea suprema non si ritrova già in ciò che costituisce il contenuto reale e conoscibile del pensiero, ma in ciò che ne è la base invisibile, il fondo inscrutabile. Il trascendente è posto come la suprema realtà. Le forme intelligibili non sono che i mezzi transitori pei quali l'energia dell'essere trascendente e senza forma si espande nel mondo. Tale affermazione del soprarazionale e del soprannaturale, come origine e ragione del mondo, aveva la necessaria conseguenza che l'uomo, non potendo avvicinarglisi col mezzo della ragione, si sentiva costretto a rivolgersi alla fantasia, la quale poi lo portava al misticismo ed alla superstizione, e siccome, nella vita umana, l'unione con Dio difficilmente si raggiunge con le sole forze dell'anima, così si riconosceva necessario l'aiuto esterno delle religioni positive. Pertanto, il Neoplatonismo divenne, sopratutto nello svolgimento che ebbe nel secolo quarto, una filosofia per eccellenza religiosa, una filosofia che venerava e voleva tener vive tutte le religioni antiche, rinnovandole, però, coll'interpretazione simbolica dei loro miti naturalistici. E il Neoplatonismo non sentiva che quel rinnovamento non voleva dire la restaurazione, ma, bensì, la rovina delle antiche religioni, le quali erano da lui forzate ad un ufficio inadatto alla loro natura, erano propriamente otri vecchie che dovevano scoppiare per la pressione del vino nuovo che vi si versava dentro. Infine, il Neoplatonismo, nel secolo quarto, era un Cristianesimo senza il Cristo, un Cristianesimo che non aveva una divinità storica e reale, e che metteva, al luogo di questa, i vuoti fantasmi di divinità del tutto esaurite, le quali ormai non potevano avere altra esistenza che quella di fantocci insulsi o di simboli incomprensibili.[pg!159]Se non che, io qui vorrei fare un'osservazione che risulterà meglio chiarita nel progresso di questo studio, ed è che il Cristianesimo ha vinto il Neoplatonismo non solo per effetto delle sue virtù, ma anche per quello de' suoi vizi. Infatti, il Cristianesimo, fin dai primi suoi tempi, si era costituito disciplinarmente e si era creata un'organizzazione gerarchica. Fu l'esistenza di questa gerarchia che persuase Costantino a farsi un'alleata della Chiesa cristiana, la quale da quell'alleanza ebbe il suo riconoscimento, diventando uno degli elementi costitutivi del complicato e putrido organismo dell'impero romano-bizantino. Ma il Cristianesimo doveva necessariamente pagare la sua vittoria coll'infettarsi di tutti i mali di cui era afflitta la potenza mondana a cui si abbracciava, e noi già vedemmo come l'ideale della moralità cristiana andasse a rifugiarsi nei conventi e nei cenobî degli asceti. Il Neoplatonismo, il quale non aveva mai saputo organizzarsi, ed era rimasto allo stato di un'opinione, di un'aspirazione, di una dottrina personale, non offriva all'Impero nessuna forza, nessuna nuova risorsa, e l'Impero lo sprezzò. Il tentativo di Giuliano di interessare il Neoplatonismo nell'Impero, come lo zio Costantino vi aveva interessato il Cristianesimo, fu incompreso e considerato dagli uni come lo scherzo innocuo di un idealista, dagli altri come il delitto di uno sciagurato apostata. Ma il punto più curioso di questa storia è che il Neoplatonismo, essendo rimasto appartato nella solitudine dei suoi Misteri e delle sue meditazioni, aveva conservata un'apparenza di idealità che il Cristianesimo, al contatto del mondo, aveva necessariamente perduta. Pertanto, il tentativo di Giuliano di restaurare il Politeismo contro il Cristianesimo ebbe, per quanto la cosa possa parere strana, [pg!160] anche il significato di una restaurazione morale. Fu questa una delle ragioni, e non certo l'ultima, per cui quel tentativo cadde miseramente. I dissensi fra Giuliano e gli Antiochesi, così amaramente narrati nelMisobarba, vennero appunto dal fatto che il neoplatonico e severo imperatore voleva correggere e moralizzare la cristiana e corrotta città. E gli Antiochesi non avevano nessuna inclinazione a seguire le esortazioni del moralista imperiale, e trovavano assai più di loro gusto il cristiano Costanzo, con le sue turbe di eunuchi, di parassiti, di giocolieri, con le sue feste ed i suoi teatri, che l'ellenico Giuliano il quale divideva il suo tempo fra le cure dello Stato e i libri e si chiudeva in una specie di filosofico ascetismo.L'insuccesso del Neoplatonismo religioso, tragicamente constatato nella catastrofe di Giuliano, non portò, come conseguenza, l'insuccesso filosofico, chè anzi il Neoplatonismo ebbe la sua rivincita nella teologia ortodossa. I suoi numi simbolici son caduti davanti al Dio cristiano, ma il Cristianesimo dogmatico si è imbevuto della sua dottrina e ne ha fatta la sua metafisica, e questa ha soffocato con le sue propagini l'albero divino del Cristianesimo evangelico, e gli ha impedito di portare i genuini suoi frutti.Ma vediamo meglio cosa fosse, nella sua essenza, questa filosofia neoplatonica che fu ilvitale nutrimentodell'apostata imperiale.❦La decadenza del mondo antico, la dissoluzione delle sue basi morali e religiose, lo scetticismo filosofico prodotto dalla successione di sistemi i quali, non avendo nessun substrato di verità, si distruggevano [pg!161] l'un l'altro, tutte queste cause che agevolarono la diffusione del Cristianesimo, avevano, insieme, promosso un movimento parallelo nel pensiero greco verso una percezione immediata ed estatica della divinità, la quale ravvivava, simbolizzandolo, l'antico Politeismo e rispondeva alle esigenze ed alle aspirazioni morali che agitavano e tormentavano l'anima umana. Da questo movimento di pensiero e di spirito è uscito, nella prima metà del secolo terzo, il Neoplatonismo, il quale, nel nome e con elementi tolti alla dottrina di Platone, creava un nuovo sistema filosofico che poneva, a principio dell'universo e della natura, il soprannaturale, e trascinava poi la ragione a sprofondarvisi, abdicando ai suoi diritti. La storia del Neoplatonismo si divide in tre periodi; il primo, quello della fondazione del sistema e del suo svolgimento teorico, per opera di Plotino, va dal 200 al 270; il secondo, il più interessante per lo studio nostro, quello della sua elaborazione pratica e dell'applicazione al rinascimento del Politeismo, dal 270 al 400. Vi posero mano, successivamente, Porfirio, Giamblico e i suoi discepoli, fra i quali Giuliano; il terzo periodo, dal 400 al 529, è quello della scuola d'Atene, in cui, per opera specialmente di Proclo, il Neoplatonismo si spoglia dell'apparato mistico e diventa un sistema didattico, che ebbe una grande importanza storica, perchè fu con le sue forme che la filosofia greca, esigliata da Atene per un decreto di Giustiniano, passò nell'Oriente, dove più tardi fu raccolta e salvata dagli Arabi che la trasmisero alla scolastica medioevale.Il fondatore del Neoplatonismo fu Ammonio Sacca di Alessandria, un cristiano riconvertitosi al Paganesimo. Egli non lasciò scritti ma il suo grande valore è dimostrato dagli scolari illustri ch'egli ebbe, il cristiano [pg!162] Origene188e Plotino, il quale afferma di aver trovata la verità e la pace nell'insegnamento diretto del suo grande maestro. Ma, se Ammonio fu il creatore del Neoplatonismo, Plotino ne fu il rivelatore, coi numerosi scritti che ci pervennero ordinati e pubblicati dal suo allievo Porfirio.Il sistema di Plotino è diretto a rialzare l'anima umana dalla degradazione in cui è caduta per essersi alienata dal principio da cui trae l'origine. L'ispirazione della sua filosofia sta in questo desiderio di una perfetta unione con la divinità, nello sforzo incessante di uscire dalle condizioni del finito e del limitato. Plotino vuol insegnare la via per cui l'uomo può ricongiungersi a Dio, vuol descrivere il processo pel quale l'universo, derivato dalla suprema unità, vi ritorna e vi si riconfonde.Plotino pone l'unità assoluta della causa prima. Di questa causa prima, che è l'Essere per eccellenza, noi sappiamo solo che è infinita, che è all'infuori di ogni possibile determinazione, così che noi possiamo dire di essa ciò che non è, non già ciò che è. Come [pg!163] causa attiva, essa genera, pur rimanendo sempre eguale a sè stessa mentre la corrente del divenire sgorga da lei. Il molteplice deriva dall'uno per un processo dinamico di trasmissione di forza. L'Essere primo è la matrice da cui tutto viene, è lo scopo a cui tutto tende. Ma, se l'Essere è presente in tutto l'universo, l'universo costituisce una serie lineare di manifestazioni, lungo la quale la sua azione si attenua, mano mano che è maggiore la lontananza dall'origine, e finisce per spegnersi nel non-essere.In tale serie, il primo posto è preso dal pensiero, dalla ragione, che è poi il logos filoniano e cristiano. Nell'atto che il pensiero generato, nell'uscire dall'unità dell'Essere, si volge ad esso e lo riflette, si formano un contemplante ed un contemplato, un pensante ed un pensato, un conoscente ed un conoscibile, il νοῦς e il κόσμος νοητός.Fra l'idea ed il mondo dei fenomeni, Plotino pone lo spirito che, per una parte, è mosso ed illuminato dall'idea, per l'altra è a contatto col mondo corporeo da lui generato. Lo spirito è uno e molteplice insieme, uno in quanto è il soffio che anima l'universo intiero, molteplice in quanto raccoglie in sè tutte le anime parziali, le quali poi sono buone o cattive, a seconda che sentono o non sentono il desiderio di ricongiungersi e riconfondersi coll'unità divina.Il mondo fenomenale si distingue, per Plotino, dal mondo soprannaturale, perchè, in opposizione a quello, è molteplice, disarmonico e contradditorio, una caricatura della vera realtà. La materia è il puro nulla che non può esser pensato se non astraendo da ogni forma e determinazione, è la negazione delle idee che sono le sole realtà, è l'origine del male, il πρῶτον κακόν. Ma Plotino, da vero panteista, non viene perciò al [pg!164] concetto gnostico e pessimista della creazione del male, fatta da un dio secondario, da un Arimane, in opposizione al dio supremo. Per lui, il mondo è perfetto così com'è, rappresenta un'evoluzione necessaria. Il male deve esistere onde esista il bene, deve esistere la materia onde l'anima, discendendo dall'unità ideale, possa sentire l'aspirazione di ritornarvi, e di chiudere, per tal modo, il ciclo dell'esistenza.Ma come mai l'anima potrà risalire all'unità divina da cui è discesa? A ciò è indispensabile la virtù, la quale purifica l'anima e la riconduce all'idea. Ma non basta che l'uomo sia senza peccato per potersi propriamente ricongiungere a Dio. Ciò diventa possibile nel rapimento estatico dell'uomo puro. Il pensiero, per sè stesso è incapace di questo rapimento, perchè il pensiero non conduce che all'idea. Il pensiero non è che una preparazione all'unione con Dio. Solo nella condizione di perfetta passività e riposo può l'anima conoscere e toccare l'Essere primo. L'anima, pertanto, comincia a contemplare la molteplicità e l'armonia delle cose, poi si sprofonda in sè stessa ed arriva al mondo delle idee; finalmente, in un impeto supremo, dimentica ogni cosa, e si trova faccia a faccia con Dio, con la fonte della vita, col principio dell'essere, coll'origine del bene. Gode, in quel punto, la suprema felicità. Ma non può rimanervi a lungo. Solo quando sarà liberata dal corpo, la sua contemplazione non sarà più interrotta.Plotino, da mistico entusiasta, ebbe, più volte, questi rapimenti che lo ponevano nell'immediata presenza di Dio. Il suo discepolo Porfirio, nella vita ch'egli scrisse del maestro, così narra: «A quest'uomo ispirato che sovente si sollevava verso quel Dio che è primo e che è al di là dell'intelligibile, Dio apparve [pg!165] sebbene non abbia forma alcuna e non sia visibile, perchè ha la sua sede nel pensiero e nel pensato. Egli non aveva che un fine nella vita, avvicinarsi ed unirsi a Dio, che è sopra tutti. Questo fine fu da lui raggiunto quattro volte, mentre che io era con lui, e non già per una potenza esterna, ma, bensì, per un'energia che non si esprimeva. Sul punto di morire, disse che si accingeva a portare il divino che è in noi nel divino che è nell'universo, ed esalò lo spirito»189.Se non fosse l'intonazione panteista delle ultime parole, forse le più belle e più profonde parole che abbia pronunciate l'uomo morente, l'entusiasmo mistico di Plotino potrebbe esser quello di un S. Agostino, e la visione del filosofo neoplatonico ha una grande analogia con quel rapimento estatico pel quale, il più gran teologo dell'ortodossia, contemplando, un giorno, il cielo e il mare dalla finestra della sua casa d'Ostia, si sentì, d'un tratto, sollevato alla presenza di Dio.La filosofia di Plotino ha, pertanto, un carattere essenzialmente religioso. Essa è, in tutte le sue parti, penetrata dal pensiero di Dio e dall'aspirazione di unirsi a lui. I punti di contatto col Cristianesimo sono evidenti per modo che, per certi rispetti, si ha l'identità dei concetti e delle tendenze, ciò che, del resto, si comprende primieramente per la piega che aveva preso il pensiero filosofico del tempo, e poi per la circostanza che i due fondatori della metafisica cristiana e della metafisica neoplatonica, Origene e Plotino, erano allievi del medesimo maestro, Ammonio Sacca. [pg!166] Ma pure, malgrado tanta analogia, esisteva fra i due sistemi, possiamo dire, fra le due religioni, un'antipatia profonda, conseguenza del fatto che il Neoplatonismo era il frutto del genuino albero ellenico, mentre il Cristianesimo era il frutto di quell'albero su cui si era innestato il monoteismo ebraico. Il Neoplatonismo era profondamente panteista. L'eterno processo evolutivo che dall'unità dell'Essere discende alla molteplicità dei fenomeni, per ritornare all'unità, questo processo che rappresenta, per Plotino, l'origine e il successivo annullamento del male, esclude il concetto di una creazione voluta e di un governo cosciente del mondo, esclude la responsabilità dell'esistenza del male, attribuita alla libertà umana, esclude la necessità di un processo di redenzione e di una fine del mondo. Il Cristianesimo, con le sue esigenze e con le sue promesse, appariva ai Neoplatonici come una antifilosofica negazione dell'eterna necessità, dell'ordine, dell'armonia dell'universo, come un irragionevole disconoscimento di quanto avevan detto di buono e di bello i grandi uomini del passato, come un'affermazione pessimista che portava con sè lo sconvolgimento dell'ordine universale. Il Cristianesimo drammatizzava la storia del mondo in un tragico processo di creazione, di colpa, di redenzione. Il Neoplatonismo leggeva, in quella storia, un inno di gloria per la necessità divina, inalterabile, perfetta dell'armonia del Tutto. Il panteismo neoplatonico s'inalberava davanti all'individualismo monoteistico del Cristianesimo. Vedendo Dio dovunque, trovava, nel politeismo e nella mitologia, dei simboli opportuni a dar forma alle varie manifestazioni della divinità. E, per quanto Plotino fosse lontano dalla stravaganza superstiziosa dei suoi successori, egli pure collegava la magia e la mantica [pg!167] al concetto ed al sentimento della continua presenza della divinità. Plotino voleva ravvivare i culti antichi, facendone dei simboli di un pensiero e di una aspirazione filosofica e religiosa. Il Cristianesimo annunciava un monoteismo preciso ed un Dio che aveva una determinata personalità storica, e poi si affaticava a rivestire e l'uno e l'altro con quei medesimi concetti filosofici che formavano la trama del pensiero neoplatonico. C'era, dunque, fra i due sistemi, eguaglianza nell'essenza del pensiero, e differenza nel modo di sentire la religione e di dar forma al pensiero nella manifestazione religiosa. Ed in questa differenza stava appunto la forza del Cristianesimo, il quale presentava all'uomo assetato di divino delle imagini determinate e precise, davanti a cui i vaghi ed oscillanti simboli del Neoplatonismo scomparivano❦Nei discepoli e successori di Plotino apparve più manifesta la tendenza a promuovere, nel Neoplatonismo, un rinascimento ed una restaurazione delle antiche religioni, in opposizione al Cristianesimo. Il primo, tra quei discepoli, fu Porfirio, il quale raccolse e pubblicò le opere del maestro. Spirito geniale e chiaro, sebbene lontano dalla profondità speculativa di Plotino, egli fu il vero iniziatore del rinnovamento del Politeismo. Per lui le religioni tutte rappresentavano lo sforzo dell'anima umana che vuole uscire dal finito per ricongiungersi a Dio. Siccome tale ricongiungimento deve procedere per tre gradi, prima nello spirito, poi nell'idea e finalmente nell'Essere supremo, così il Politeismo, con la varietà dei suoi simboli dà il modo di rappresentare efficacemente questo graduale procedimento. Pur criticando [pg!168] i miti ed i culti irragionevoli e rozzi, ed affermando che il Dio supremo si onora col silenzio e coi puri pensieri, Porfirio voleva tener ritte tutte le antiche religioni, fermo nel concetto che, essendo la religione una manifestazione simbolica e di una verità necessariamente relativa, ognuno può, anzi, deve onorare la divinità secondo il costume del proprio paese. Porfirio, pertanto, riconosceva i diritti di tutte le religioni nazionali, delle barbariche come delle elleniche, ed anche dell'ebraica, considerata, appunto, come religione di una data nazionalità. Ma egli aborriva l'esclusivismo cristiano che, in nome di una verità assoluta, voleva abbattere tutte le forme di culto che non erano le sue, e rompeva tutte le tradizioni della filosofia e della coltura ellenica. Porfirio compose, anzi, un trattato, che andò perduto, contro il Cristianesimo, per dimostrare la mancanza di solidità della pretesa sua base storica e la scarsa credibilità dei suoi documenti. Egli considerava Gesù come un uomo pio, i cui insegnamenti erano stati completamente incompresi e guasti dai suoi discepoli che ne avevano fatto una divinità.In questo indirizzo dato al Neoplatonismo che da speculazione pura si trasformava in religione positiva, Porfirio ha mosso i primi passi, ma il razionalismo assai chiaro da cui era guidato, lo fermò a quel punto, oltre il quale la religione diventa superstizione e magìa. Dice di lui, infatti, S. Agostino «Porphyrius quamdam quasi purgationem animæ per theurgiam, cunctanter tamen et pudibunda, quodam modo, disputatione, promittit. Reversionem vero ad deum hanc artem portare cuiquam negat, ut videas eum inter vitium sacrilegæ curiositatis et philosophiæ professionem, sententiis alternantibus, fluctuare». I suoi successori, primo fra i quali, Giamblico, e poi Edesio, Crisanzio, Massimo e finalmente [pg!169] Giuliano, andarono al di là del maestro. Con le formole panteistiche del Neoplatonismo e con le sue aspirazioni mistiche, pretesero di comporre e di opporre al Cristianesimo una religione simbolica, tutta appoggiata alla più irragionevole e ripugnante superstizione. Giuliano ha voluto fare di questo nuovo Politeismo una religione di Stato. Esisteva, come vedremo, fra le intenzioni morali ed intellettuali di Giuliano e la religione da lui praticata una contraddizione singolare ed, insieme, interessante. Questa contraddizione spiega come il tentativo del giovane imperatore fosse disperato, e dovesse metter capo alla vittoria definitiva del Cristianesimo.Per avere un'idea precisa dei moventi che ispirarono Giuliano in quel tentativo, giova far la conoscenza della piccola consorteria neoplatonica che si adunava in Nicomedia e nelle vicine città. Giuliano, come già sappiamo, ne fece parte, durante gli anni del suo soggiorno in Nicomedia, e vi trovò la consacrazione definitiva delle tendenze che gli aveva inoculate il suo primo educatore, Mardonio. Le notizie che ci offre Eunapio, nelleVite dei Sofisti, sebbene scarse, e dettate senza l'ombra del giudizio critico, riescono, tuttavia, a far rivivere, davanti a noi, quel piccolo e curioso mondo.Il personaggio principale, anzi, il fondatore del Neoplatonismo trasformato in religione teurgica, fu Giamblico, scolaro di Anatolio e di Porfirio, vissuto ai tempi di Costantino, e, nella sua vecchiezza, conosciuto anche da Giuliano, se sono autentiche le lettere che ancor si conservano e che quest'ultimo gli avrebbe dirette. Dalla breve biografia che leggiamo in Eunapio190parrebbe che Giamblico fosse propriamente [pg!170] considerato come un mago, un esecutore di miracoli, per verità molto sciocchi, e che in ciò consistesse il suo massimo valore. Ma Eunapio è un povero di spirito, ed egli impoverisce anche quelli che pure intende illustrare. Di Giamblico si conservano ancora alcuni scritti e molte testimonianze che permettono di fare di lui un giudizio più conforme al vero, e di meglio apprezzare l'importanza della sua produzione filosofica191. Certo, in lui appare cospicuo non tanto il filosofo a cui preme la logica dei ragionamenti dottrinali, quanto il teologo che mira a dare un fondamento speculativo alla religione ed ai suoi riti. Già Porfirio aveva mostrato la tendenza a guardar la filosofia dal suo lato fantastico e religioso, ma Giamblico si è fermato, con maggiore insistenza, a questo punto di vista. Se Porfirio, pel raggiungimento del suo scopo più religioso che filosofico, aveva creduto necessario l'aiuto degli dei, tanto più vi ricorreva Giamblico che riponeva scarsa fiducia nelle forze dell'uomo. Le chiare e semplici categorie del sistema plotinico non bastano a Giamblico. La sua filosofia diventa spaventosamente complicata e confusa per la moltiplicazione delle ipostasi dell'unità divina. Nel suo fantastico pensiero ogni momento razionale si concretizza in una ipostasi distinta. Pareva a Giamblico di non poter meglio rappresentare la divinità che moltiplicandola, suddividendola più che fosse possibile, e ponendo sotto figure distinte tutte le funzioni che esprimono la sua essenza ed i suoi rapporti col finito. Tale sminuzzamento dell'unità ideale, tale successiva degradazione dall'uno al molteplice è ciò che distingue il Neoplatonismo [pg!171] di Giamblico dal Neoplatonismo plotinico. L'importanza storica della dottrina di Giamblico sta nel fatto che il Neoplatonismo il quale, in Plotino, era stato un'affermazione ideale del trascendente e del soprannaturale, diventò una teologia mistica che si mise risolutamente a servizio di una religione positiva.Nel gruppo degli scolari e successori di Giamblico pare che il più cospicuo fosse Edesio. Costui era stato destinato dal padre al commercio, e mandato in Grecia a far pratica. Ma ne ritornò filosofo, con grande sorpresa e sdegno del padre. Il giovane seppe però ottenere il perdono e la licenza di recarsi presso Giamblico a perfezionarsi nelle dottrine filosofiche. Dispersa la scuola di Giamblico, Edesio, seguendo le indicazioni di un miracoloso presagio, si era ritirato nella solitudine di una vita pastorale192. Ma i giovani che anelavano di essere da lui istruiti, andarono a disturbarlo nel suo ritiro, e, non permettendo che tanta sapienza fosse sciupata sulle rupi e in mezzo agli alberi, lo costrinsero a ritornare nel consorzio umano. Edesio acconsentì a malincuore, e, passando in Asia, si stabilì a Pergamo, dove aprì una scuola la cui fama, sempre secondo il credulo ed entusiasta Eunapio, toccò il cielo.Le figure più salienti di quella scuola erano Massimo, Eusebio, Crisanzio e Prisco. Il primo, al dire di Eunapio che, giovanetto, aveva conosciuto Massimo già in tarda età, destava una profonda impressione in quanti lo vedevano per la bellezza della figura, il lampeggiare degli occhi, l'armonia della voce, la fluidità della parola. Ambizioso ed inquieto, ebbe [pg!172] una vita agitata, chiusa tragicamente. Egli ha esercitato su Giuliano un'azione potente, e, con Mardonio, può dirsi il vero autore dell'indirizzo religioso e filosofico del principe. Massimo era tutto infervorato di ritualismo magico, e fu uno dei più efficaci cooperatori della trasformazione del Neoplatonismo in religione teurgica. Era una specie di santo, provvisto della potenza di far miracoli. Interessante e sommamente istruttivo, per la rappresentazione dell'ambiente, è il contrasto che esisteva fra Massimo ed Eusebio. Quest'ultimo inclinava a razionalizzare il Neoplatonismo, e provava una viva antipatia per le superstizioni magiche e teurgiche in cui la filosofia si sprofondava, perdendo il suo carattere speculativo. Ma egli aveva paura di Massimo. Leggiamo in Eunapio che Eusebio, quando Massimo era presente, evitava di usare l'acutezza della propria logica, tutta ad artifizii ed intrecci dialettici. Ma, quando era assente, rifulgeva come un astro, scomparso il raggio del sole193. Il contrasto fra Eusebio e Massimo appare, in tutta la sua luce, nel singolare e sintomatico episodio dei rapporti fra Eusebio e Giuliano. Il giovane principe, assetato di sapienza, era venuto a Pergamo, attrattovi dalla fama di Edesio, e voleva che costui lo istruisse. Ma Edesio era e si sentiva vecchio. — Io vorrei poterti far da maestro, gli diceva, ma il corpo non risponde più ai voleri dell'anima. Io ti consiglio di rivolgerti ai miei scolari. Lì potrai proprio fare una scorpacciata di ogni scienza e dottrina194. Io vorrei che fosse qui Massimo, ma è andato ad Efeso, e Prisco partì per la Grecia. [pg!173] Ma ci sono Eusebio e Crisanzio, ascoltando i quali più non ti rincrescerà che io sia vecchio. — Giuliano naturalmente segue il consiglio. Ma si accorge di qualche cosa di oscuro e di inquietante nelle sue relazioni con quei due maestri. Infatti, Crisanzio, che era un ammiratore ed un seguace di Massimo, non pareva completamente d'accordo con la dottrina di Eusebio, sebbene non si compromettesse a contraddirlo. Quest'ultimo, un giorno, dopo aver istruito Giuliano nell'interpretazione degli antichi filosofi, gli dichiara che la verità è tutta lì, e che le magie e le incantagioni le quali illudono i sensi sono opera degli stregoni che ingannano coll'aiuto di potenze materiali. Giuliano, insospettito, e non riuscendo a comprender bene il significato ed il perchè di questo avvertimento con cui Eusebio chiudeva le sue spiegazioni, prende a parte Crisanzio — O caro Crisanzio, gli dice, tu che conosci la verità, dimmi cosa vuol dire questo epilogo delle spiegazioni di Eusebio. — Ma Crisanzio, che era uomo prudente per eccellenza e non voleva farsi dei nemici, si chiude in un profondo riserbo. — Faresti meglio, risponde, a chiederlo ad Eusebio stesso. — Ed Eusebio, interrogato direttamente da Giuliano, per fargli capire cosa egli intendesse per magia, gli fa questo racconto. «Massimo, diventato per la forza del carattere e dell'ingegno, spregiatore delle nostre dimostrazioni, precipitando in una specie di mania, un giorno, di buon mattino, ci riunì nel tempio di Diana, e si circondò di molti testimoni. Quando fummo raccolti, dopo esserci inchinati alla Dea — sedete, ci disse, o carissimi compagni, guardate ciò che va a succedere, e constatate di quanto io sia al di sopra di tutti. — Ci sedemmo, e Massimo bruciava un grano d'incenso, e cantava, fra sè, un certo inno, quand'ecco [pg!174] la statua comincia a sorridere, poi a ridere apertamente. Noi mandammo gridi di stupore a questa vista, ma nessuno si mosse e parlò, perchè subito si accesero le lampade che la dea porta in ambo le mani, e la fiamma apparve più ratta delle nostre parole. Noi ci ritirammo, colpiti, pel momento, di quello spettacolo miracoloso. Ma tu non devi ammirarlo come io non l'ammiro, e comprendere piuttosto che cosa ben più grande è la purificazione per mezzo della ragione»195. Quest'ultime parole di Eusebio rivelano uno spirito singolarmente acuto, uno di quei razionalisti imperterriti, rari sempre, rarissimi nell'antichità, quando ancor non esisteva la scienza positiva, i quali, davanti al miracolo, sanno negar fede alla testimonianza dei sensi. Ma Giuliano era tutt'altro uomo, e la sua condotta verso Eusebio vale più di qualsiasi altro indizio a illuminarci sull'indole del suo spirito. Aveva, infatti, Eusebio appena finito di parlare, che Giuliano, — addio, esclama, attendi pure ai tuoi libri, quanto a me tu mi indicasti ciò che cercava, — ed abbracciato Crisanzio, parte per Efeso, in cerca di Massimo, e, trovatolo, pende da questo nuovo maestro, e tenacemente si attacca alla sua dottrina. A Massimo, che, evidentemente, era un uomo che sapeva cogliere le occasioni per farsi strada, non parve vero di aver per allievo un principe costantiniano, perseguitato sì, ma pur sempre sui gradini del trono, e si pose con ardore ad istruirlo, ed a farsene un devoto e, non bastando da solo a soddisfare l'insaziabile curiosità del giovane, chiamava presso di sè l'amico Crisanzio, e, fra loro due, hanno fatto di Giuliano [pg!175] quel mistico entusiasta pel quale religione e filosofia si confondevano nella più credula superstizione. Diventato imperatore, Giuliano chiamò a Costantinopoli Massimo e Crisanzio. Massimo accorse immediatamente, ricevuto con straordinaria dimostrazione di rispetto da Giuliano. Ma Crisanzio, amante com'era del quieto vivere, e più previdente di Massimo, perchè meno ambizioso, non si lasciò smuovere, per quante preghiere gli mandasse Giuliano, il quale aveva cercato di aver dalla sua la moglie del filosofo. Intanto, Massimo, a Costantinopoli, viveva circondato e pressato dagli adoratori dell'astro sorgente, che non gli lasciavano un momento di pace, così che doveva cercar l'aiuto di qualcuno che lo sollevasse, in parte, dalle tante cure. Ed, ostinandosi Crisanzio nel suo rifiuto, venne il filosofo Prisco. E Massimo e Prisco non abbandonarono più l'imperatore, lo seguirono nella campagna di Persia, e noi li trovammo sotto la tenda, al fianco del ferito eroe, che, in sereni ed alti colloqui, si preparava alla morte. Caduto Giuliano, la vita di Massimo si protrasse in una tragica vicenda. Perseguitato, spogliato e torturato da Valente e dai suoi soldati, poi salvato da Clearco che lo rimise nelle grazie dell'imperatore, finalmente cadde in sospetto di aver partecipato ad una congiura e fu decapitato ad Efeso196. Massimo ha esercitata un'influenza grandissima e risolutiva sullo spirito inquieto e mistico di Giuliano, il quale lo riconosce nel suo discorso contro il cinico Eraclio, ed attribuisce al «sommo filosofo», che lo ha istruito, tutto il merito della sua iniziazione nella vera filosofia197. Questo [pg!176] Massimo, se è interessante per la sua fedeltà entusiastica a Giuliano, è, considerato nel suo insieme, un personaggio antipatico. Ciarlatano, superstizioso, gonfio di sè stesso, anelante al potere ed alla preminenza, con un'aria d'ispirato e di superuomo, egli destava intorno a sè odii e rancori, che, appena scomparso il suo protettore, lo hanno trascinato alla rovina. Eunapio racconta di lui un episodio tragicomico che, certo, non serve ad attenuare quel senso di repulsione che proviamo per questa specie di mago del Neoplatonismo, malgrado le terribili sciagure che lo hanno colpito verso il termine della sua burrascosa carriera. Mentre Massimo era torturato dagli sgherri di Valente, la moglie appassionata e coraggiosa era presente ed angosciata. Massimo le sussurra: — Moglie mia, va a comperarmi un veleno, dammelo e liberami. — Ed essa tosto se ne va, e ritorna col veleno, ma, non volendo sopravvivere al marito, chiede di bere prima di lui; beve, e, sul colpo, muore. Ma Massimo non bevve! — ὁ δε Μάξιμος ἕπιεν ουκέτι. —198.Un altro personaggio importante, e poco simpatico, che stette fino all'ultimo al fianco di Giuliano, è Prisco, lui pure della scuola di Edesio. Dottissimo, così da avere in sommo della bocca tutta la dottrina degli antichi, bellissimo della persona, era uomo burbero e duro di modi. Non voleva discendere alle discussioni e serbava la sua sapienza, dentro di sè, come un tesoro, e chiamava scialacquatori coloro che con facilità parlavano di filosofia. Edesio pare fosse un amabile maestro che adoperava, nel suo insegnamento, il metodo socratico, parlava con tutti ed insinuava nei suoi discepoli la cortesia e un sentimento [pg!177] d'umanità199. Passeggiando, per le vie di Pergamo, accompagnato da una schiera di scolari, egli appiccava discorso con tutti, con la venditrice di legumi, col tessitore, col fabbro, col falegname. E, da tutti e da tutto, traeva argomento di saggi insegnamenti. Gli scolari godevano di tali conversazioni. Il solo Prisco si ribellava, ed osava chiamare il maestro traditore della dignità filosofica, ed un ciarlone che gonfiava l'anima di ciance, e non cavava un ragno da un buco. Era Prisco, dunque, un fior di pedante, e non può dirsi che il povero Giuliano sia stato fortunato nella scelta dei compagni filosofici che lo seguirono nel suo breve regno. Però la pedanteria non toglieva a Prisco la prudenza e la sagacia nella vita, così che, in ciò ben diverso dell'avventato ed ambizioso Massimo, riuscì a scampare dai pericoli che lo minacciavano dopo la caduta di Giuliano, e si ritirò in Grecia, dove visse fino a novant'anni, sempre chiuso nel suo fare misterioso e cupo, ma ridendo, in cuor suo, della debolezza umana200.Sarebbe stata una gran fortuna per Giuliano se egli avesse potuto trarre a sè, invece delciarlatanescoed orgoglioso Massimo e del pedante e ripulsivo Prisco, l'amabile Crisanzio, il più equilibrato, il più dolce, il più sensato degli allievi di Edesio. Non è a dire che l'indirizzo filosofico di Crisanzio fosse buono e commendevole. Basterebbe a provare che non lo era la sua devozione per Massimo e pei riti teurgici. Nell'esordio della sua educazione filosofica, Crisanzio si era gittato [pg!178] con passione alla dottrina di Platone e di Aristotele, e vi era diventato così forte da non temere competitori, e da riuscire vittorioso in qualsiasi discussione. Ma poi, per l'influenza di Massimo, egli si sentì attratto dalle dottrine pitagoriche e da quei riti teurgici e divinatori che costituivano la religione neoplatonica, e, in breve, vi divenne tanto abile da potersi dire ch'egli vedeva il futuro meglio del presente, quasi fosse in continua relazione con gli dei201. Qui, anzi, nacque un dissenso fra lui e Massimo, perchè questi, nel suo orgoglio, pretendeva che la divinazione del futuro si piegasse alla sua volontà ed ai suoi desideri; Crisanzio, invece, seguiva umilmente gli indizî divini. Ma, con tutto questo, Crisanzio era un uomo di molto acume, e di chiaro buonsenso. Nella sua ostinata resistenza agli inviti del suo antico allievo, quando questi toccò il fastigio della fortuna, egli era guidato non solo dai presagi, che diceva non favorevoli al suo viaggio, ma ben anche da una sicura percezione dell'imprudenza e della leggerezza con cui l'imperatore si era accinto all'impresa di far rivivere l'Ellenismo contro il Cristianesimo. Di ciò Crisanzio ha dato una prova luminosa ed interessante, perchè, venendo da un amico e da un correligionario, è un'implicita condanna della condotta di Giuliano. Costui, per nulla offeso dai ripetuti rifiuti del suo maestro, volle dargli, prima di partire per la Persia, una dimostrazione di affetto e di fiducia, e lo nominava gran sacerdote di Lidia. Crisanzio accettò, ma esercitò il suo sacerdozio in un modo curioso, e, certo, poco consentaneo alle intenzioni di Giuliano. Mentre, [pg!179] in ogni parte dell'impero, si correva con ardore a rialzare i templi, egli non ne fece nulla, e non disturbò menomamente i Cristiani, così che quasi si può dire che, in Lidia, non si conobbe la restaurazione del Politeismo. Venne da ciò che allorquando, caduto Giuliano, le cose tornarono nello stato di prima, nella regione di cui Crisanzio aveva il governo spirituale, non fuvvi turbamento alcuno, anzi regnò una pace profonda, al cui confronto appariva ancor più singolare e meraviglioso il turbine di passioni e di vendette in cui era travolto il resto dell'impero202. Si comprende come, con tanta prudenza e con tanto buon senso, Crisanzio, pur rimanendo ellenista fedele, attraversasse tranquillamente un'epoca così agitata da dispute religiose, e campasse fino alla più tarda vecchiaia.Un uomo che, certo, ebbe un'influenza risolutiva sullo spirito di Giuliano, al momento psicologico della sua ribellione a Costanzo, e che, probabilmente, mise la mano nella preparazione delpronunciamentomilitare che proclamò Giuliano imperatore, è il medico-filosofo, Oribasio di Pergamo, appartenente, lui pure, al cenacolo neoplatonico. Noi sappiamo che Oribasio fu il solo degli amici di Giuliano che potè accompagnarlo in Gallia. Egli lo volle con sè, come medico, ciò che gli fu concesso, perchè s'ignorava l'amicizia esistente fra i due. Già vedemmo la curiosa lettera nella quale Giuliano narra all'amico un sogno, in cui è chiaro il presagio della sua prossima fortuna, uno di quei lieti sogni che non vengono se non a chi vivamente desidera una cosa. Oribasio, insieme al fedele servo Evemero, erano soli nella confidenza delle misteriose [pg!180] e sacre cerimonie che Giuliano praticava insieme al gran sacerdote, da lui fatto venire a Parigi dalla Grecia. Finalmente Eunapio, che dice di riservarsi di narrare minutamente ciò che in quell'occasione aveva fatto Oribasio, in una storia di Giuliano la quale poi non ci è giunta, ha, nella vita di Oribasio, una frase complessa e pregna di significato, che si presta a varie interpretazioni, ma che pare accenni alla parte eminente avuta da lui nella ribellione di Giuliano, perchè dice che il valore di Oribasio era tanto che a lui riuscì di far Giuliano imperatore203. Avvenuta la catastrofe, Oribasio fu mandato in esiglio presso i barbari, ma, essendo prezioso a tutti, per la sua scienza medica, gli riuscì di restar a galla nel naufragio dell'ellenismo, ed anzi fu richiamato e rimesso in onore e nei possessi di cui era stato spogliato.In questo gruppo di filosofi e di amici che erano stati o maestri o compagni di Giuliano e che poi gli si misero al fianco, durante la sua fortunosa carriera, l'uomo più equilibrato e sicuro era Sallustio, il fidato consigliere che già incontrammo, narrando la vita di Giuliano, e che meglio conosceremo, leggendo la lunga lettera che Giuliano gli scrisse al momento della loro separazione. Scrittore e filosofo tanto abile e profondo da saper comporre un chiaro e popolare riassunto delle dottrine neoplatoniche, «per l'uso di coloro che possono ancora esser guidati dalla filosofia e che non hanno l'anima insanabilmente corrotta»204era insieme un uomo di altissimo valore morale, di grande competenza nelle cose militari ed amministrative, un uomo, infine, [pg!181] degno della fiducia che Giuliano riponeva in lui. Sallustio si rispecchia in questa nobile sentenza: «Gli uomini buoni ritornano agli dei, ma, se anche ciò non fosse, la virtù per sè stessa, ed il piacere e la gloria che vengono dalla virtù, ed una vita senza tristezze e senza padroni, bastano alla felicità del virtuoso».Che un uomo, come Sallustio, abbia potuto affigliarsi al cenacolo neoplatonico e seguirne le dottrine, ci prova come, sotto alla fioritura di fantastiche superstizioni, le quali poi erano, in fondo, l'espressione del bisogno religioso dell'epoca, esistesse un nucleo di pensiero e di sentimento sano e verace. L'Ellenismo morente non dava solo bagliore di luce torbida come quella che emanava dalla fantasia esaltata di un Giamblico e di un Massimo, ma aveva ancora una forza moralizzatrice, la quale gli conservava il favore e la devozione di molti fra gli uomini migliori e più colti. Non è vero che il meglio della società, nel secolo quarto, fosse compreso nel Cristianesimo. Il Cristianesimo vittorioso ed imperiale aveva ormai attirato a sè il peggio. Ed alcuni fra gli uomini moralmente forti combattevano ancora per la conservazione della debellata, antica civiltà.Insieme a questi maestri ed a questi uomini illustri, Giuliano avrà avuto, a Nicomedia, a Pergamo, ad Atene, presso di sè, compagni più modesti, il cui nome si è perduto, e che gli avranno fatto una specie di corte, attratti dalla dignità principesca ed anche dalla forza e dal calore del suo ingegno e del suo spirito. Alcuni dei biglietti e delle lettere di Giuliano paiono, infatti, scritti a compagni di studio. Tali erano indubbiamente Eumene e Fariano, ai quali Giuliano, dalla Gallia, manda questa lettera così affettuosa e [pg!182] sensata, in cui si sente il ricordo degli insegnamenti di Edesio e di Eusebio più che di quelli di Massimo e di Prisco. Questi ultimi diventarono dominatori esclusivi del suo pensiero più tardi, quando si trattò di contrapporre religione a religione, miracolo a miracolo.«A Eumene e Fariano». — «Se alcuno vi disse esservi per l'uomo cosa più dolce e più utile del filosofare tranquillamente e senza sopraccapi, colui, ingannato, vi inganna. Se in voi rimane viva l'antica inclinazione, e non si è spenta, d'un colpo, come una fiamma già fulgida, io mi felicito con voi. Son già passati quattro anni e tre mesi dal giorno in cui ci separammo. Quanto avrei caro di constatare i vostri progressi in questo tempo! Quanto a me, se ancora parlo greco, c'è da stupire, tanto siamo imbarbariti da questi luoghi! Vi raccomando di non disprezzare gli esercizi di logica; non trascurate la retorica e la lettura dei poeti. Però sia maggiore il vostro interesse per la scienza, e ponete ogni sforzo nello studio di Aristotele e di Platone. Qui deve farsi tutto il vostro lavoro; qui la base, la fondazione, le pareti, il tetto. Tutto il resto è un accessorio. Ma anche a questo voi dovete attendere con maggior cura di quella che pongano gli altri nell'opera principale. Io, per la divina Giustizia, vi consiglio tutto ciò, perchè vi amo come fratelli. Foste un tempo miei compagni e assai diletti. Se mi darete retta, io vi amerò ancor di più, mentre sarebbe, per me, un dolore, se vedessi che non mi obbedite. E dove va a finire un dolore continuato, vi chiedo di non dirlo, perchè sento di poter farvi un miglior augurio»205.[pg!183]❦Nel chiudere questo studio che ci ha mostrato l'ambiente intellettuale in cui si è svolto lo spirito di Giuliano, possiamo affermare, come conclusione, che il Neoplatonismo e il Cristianesimo son apparsi allorquando il sentimento di patria e di libertà politica, che aveva fatta la forza della società antica, si andava spegnendo, e la religione nazionale non aveva più efficacia, e cadevano le idee che erano state i puntelli della vita sociale, e diventava vivo il presentimento di un'imminente catastrofe e viva, insieme, l'aspirazione ad un rinascimento morale che ridonasse il valore, l'interesse, il significato alla vita. A soddisfare tale aspirazione, nacquero il Neoplatonismo ed il Cristianesimo, che cercarono, e l'uno e l'altro, di ridestare il sentimento del divino, riaccendendolo all'idea di una rivelazione e di una conseguente unione dell'anima umana con Dio. Ma il Neoplatonismo, che non voleva staccarsi dalle tradizioni del pensiero ellenico, cercava la rivelazione nell'ordinamento naturale del mondo, e da qui saliva al concetto del soprannaturale a cui si abbandonava in un'estasi di mistico rapimento. Il Cristianesimo trovava la rivelazione nella persona storica di Gesù, che rappresentava il logos, il Verbo incarnato, ed aveva unito l'uomo a Dio con un vincolo d'amore. Il Neoplatonismo voleva guarire i mali del suo tempo con una speculazione che comprendesse in sè tutti i tesori della filosofia greca, ne fosse quasi il compendio ed il vertice. Il Cristianesimo poneva un nuovo Dio, diffondeva la novella di una celeste redenzione, proclamava l'eguaglianza degli uomini nell'amore paterno di Dio. Il Neoplatonismo [pg!184] e il Cristianesimo erano, e l'uno e l'altro, gli indizii che sorgeva un nuovo ideale a cui le forme antiche sembravano insufficienti. Il Neoplatonismo ha tentato di adattarle, quelle forme antiche, al nuovo ideale. Il Cristianesimo le ha spezzate ed ha inaugurato un nuovo mondo ed una nuova umanità. Dalla eguaglianza del punto d'origine e degli scopi venne che il Neoplatonismo potè introdursi nel Cristianesimo e diventare il fattore principale della sua metafisica. Nella diversità delle vie, per le quali l'uno e l'altro volevano raggiungere quegli scopi, sta il profondo contrasto che ha fatto dei Neoplatonici gli ultimi e più ardenti difensori dell'Ellenismo contro l'azione dissolvente che il Cristianesimo esercitava.[pg!185]
La diffusione del Cristianesimo, il suo riconoscimento come religione di Stato, il suo progressivo adattamento alle esigenze ed alle condizioni del tempo, e, finalmente, le terribili lotte intestine che lo hanno dilaniato, durante l'elaborazione di un corpo di dottrina, affermato come ortodossia dogmatica, ecco gli elementi che compongono il quadro della società greco-romana, per tutto il corso del secolo quarto. Se non che la società non si lasciava trasformare senza qualche resistenza, e tentava di contrapporre alla costruzione metafisica e religiosa del Cristianesimo un sistema che, sostituendosi al Politeismo naturalistico e razionale, od, almeno, infondendo nelle sue forme uno spirito nuovo, tenesse in piedi l'antica compagine di tradizioni, di pensiero, di organizzazione sociale. Questo sistema fu il Neoplatonismo. Qui notiamo subito, come, del resto, abbiamo, più sopra, già veduto, che il Neoplatonismo, alla cui fonte Origene si era abbeverato, ponendo Dio nel soprannaturale, dichiarando che il misticismo era la sola via per la quale l'uomo potesse unirsi a un [pg!156] Dio incomprensibile appunto perchè soprannaturale, è stato la matrice da cui è uscita la teologia cristiana. Non erano neoplatonici gli Ariani, che guardavano con sfiducia e sospetto la frondosa ramificazione delle idee metafisiche intorno al tronco del Cristianesimo ed avevano la suprema preoccupazione di salvare il monoteismo evidentemente compromesso. Ma l'ortodossia la quale, mescolandosi all'origenismo temperato, mise poi capo, passando per Atanasio, Ilario, Basilio e i due Gregori, a S. Agostino, non fu che uno schietto Neoplatonismo. Fra il Neoplatonismo cristiano ed il Neoplatonismo ellenico correva, però, una differenza essenziale. Il primo presentava un nuovo Dio, il quale aveva una perfetta oggettività storica ed un'incomparabile efficacia d'attrazione; il secondo teneva in piedi le divinità antiche, ma le spogliava di ogni contenuto personale e le riduceva alla condizione di puri simboli. Era chiaro che, per questo rispetto, il vantaggio era tutto dalla parte del Cristianesimo. Ora, il grande interesse che presenta il tentativo di Giuliano è quello, appunto, di aver voluto, sulla base di una filosofia identica, in fondo, a quella del Cristianesimo, opporre al Dio cristiano gli antichi dei dell'Olimpo ellenico. Giuliano volle fare, nel Politeismo, ciò che il Cristianesimo aveva già fatto, cioè, unire la filosofia alla religione e creare una teologia, una dogmatica politeista, la quale, organizzandosi in una gerarchia ecclesiastica, potesse rivaleggiare col Cristianesimo nella ricchezza della dottrina cosmologica e mistica, e che, insieme, conservando in vita gli antichi numi, le abitudini e le tradizioni antiche, salvasse la civiltà ellenica, l'Ellenismo, com'egli diceva, dalla catastrofe che, per effetto del Cristianesimo, gli pendeva sul capo.
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L'apparizione del Neoplatonismo e l'immensa azione che ha esercitato sullo spirito umano è un fenomeno di suprema importanza nell'evoluzione del pensiero e della civiltà. Il Neoplatonismo rappresenta il fallimento completo del razionalismo platonico ed aristotelico e di tutte le scuole che erano successe ai due grandi organizzatori della filosofia antica. Questa si era affermata sul concetto della distinzione assoluta della materia e dello spirito, del sensibile e dell'intelligibile, e, si era accinta, ragionando sull'idea, sullo spirito, sull'intelligibile, a ricostrurre idealmente il mondo, con una fiducia completa nella ragione astratta, nella solidità di creazioni ideali, innalzate coll'ammucchiamento di materiali logici cavati dalla miniera del pensiero, ma non esposti al fuoco dell'esperienza e dell'osservazione. Il risultato di questo immane lavoro altro non poteva essere che la formazione di miraggi razionali, che scomparivano quando l'osservatore cambiava il punto di vista, così che l'umanità, dopo lunga serie di secoli, sentì il bisogno di qualche cosa che meglio acquietasse le sue ansie e le sue aspirazioni. Allora, nell'anarchia dei sistemi che metteva capo ad uno scetticismo senza uscita o ad una rassegnazione eroica ma sconsolata, apparve il Neoplatonismo, il quale prese da Platone lo spirito, l'idea, Dio, ma non già per vedervi un principio essenzialmente razionale con cui muovere alla ricerca della verità, bensì per affermarlo come un principio, per eccellenza, soprarazionale e soprannaturale, in cui la verità giace irremissibilmente nascosta.
La conoscenza razionale, pel Neoplatonismo, non [pg!158] è che un gradino intermedio fra la percezione dei sensi e l'intuizione del soprannaturale. L'idea suprema non si ritrova già in ciò che costituisce il contenuto reale e conoscibile del pensiero, ma in ciò che ne è la base invisibile, il fondo inscrutabile. Il trascendente è posto come la suprema realtà. Le forme intelligibili non sono che i mezzi transitori pei quali l'energia dell'essere trascendente e senza forma si espande nel mondo. Tale affermazione del soprarazionale e del soprannaturale, come origine e ragione del mondo, aveva la necessaria conseguenza che l'uomo, non potendo avvicinarglisi col mezzo della ragione, si sentiva costretto a rivolgersi alla fantasia, la quale poi lo portava al misticismo ed alla superstizione, e siccome, nella vita umana, l'unione con Dio difficilmente si raggiunge con le sole forze dell'anima, così si riconosceva necessario l'aiuto esterno delle religioni positive. Pertanto, il Neoplatonismo divenne, sopratutto nello svolgimento che ebbe nel secolo quarto, una filosofia per eccellenza religiosa, una filosofia che venerava e voleva tener vive tutte le religioni antiche, rinnovandole, però, coll'interpretazione simbolica dei loro miti naturalistici. E il Neoplatonismo non sentiva che quel rinnovamento non voleva dire la restaurazione, ma, bensì, la rovina delle antiche religioni, le quali erano da lui forzate ad un ufficio inadatto alla loro natura, erano propriamente otri vecchie che dovevano scoppiare per la pressione del vino nuovo che vi si versava dentro. Infine, il Neoplatonismo, nel secolo quarto, era un Cristianesimo senza il Cristo, un Cristianesimo che non aveva una divinità storica e reale, e che metteva, al luogo di questa, i vuoti fantasmi di divinità del tutto esaurite, le quali ormai non potevano avere altra esistenza che quella di fantocci insulsi o di simboli incomprensibili.
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Se non che, io qui vorrei fare un'osservazione che risulterà meglio chiarita nel progresso di questo studio, ed è che il Cristianesimo ha vinto il Neoplatonismo non solo per effetto delle sue virtù, ma anche per quello de' suoi vizi. Infatti, il Cristianesimo, fin dai primi suoi tempi, si era costituito disciplinarmente e si era creata un'organizzazione gerarchica. Fu l'esistenza di questa gerarchia che persuase Costantino a farsi un'alleata della Chiesa cristiana, la quale da quell'alleanza ebbe il suo riconoscimento, diventando uno degli elementi costitutivi del complicato e putrido organismo dell'impero romano-bizantino. Ma il Cristianesimo doveva necessariamente pagare la sua vittoria coll'infettarsi di tutti i mali di cui era afflitta la potenza mondana a cui si abbracciava, e noi già vedemmo come l'ideale della moralità cristiana andasse a rifugiarsi nei conventi e nei cenobî degli asceti. Il Neoplatonismo, il quale non aveva mai saputo organizzarsi, ed era rimasto allo stato di un'opinione, di un'aspirazione, di una dottrina personale, non offriva all'Impero nessuna forza, nessuna nuova risorsa, e l'Impero lo sprezzò. Il tentativo di Giuliano di interessare il Neoplatonismo nell'Impero, come lo zio Costantino vi aveva interessato il Cristianesimo, fu incompreso e considerato dagli uni come lo scherzo innocuo di un idealista, dagli altri come il delitto di uno sciagurato apostata. Ma il punto più curioso di questa storia è che il Neoplatonismo, essendo rimasto appartato nella solitudine dei suoi Misteri e delle sue meditazioni, aveva conservata un'apparenza di idealità che il Cristianesimo, al contatto del mondo, aveva necessariamente perduta. Pertanto, il tentativo di Giuliano di restaurare il Politeismo contro il Cristianesimo ebbe, per quanto la cosa possa parere strana, [pg!160] anche il significato di una restaurazione morale. Fu questa una delle ragioni, e non certo l'ultima, per cui quel tentativo cadde miseramente. I dissensi fra Giuliano e gli Antiochesi, così amaramente narrati nelMisobarba, vennero appunto dal fatto che il neoplatonico e severo imperatore voleva correggere e moralizzare la cristiana e corrotta città. E gli Antiochesi non avevano nessuna inclinazione a seguire le esortazioni del moralista imperiale, e trovavano assai più di loro gusto il cristiano Costanzo, con le sue turbe di eunuchi, di parassiti, di giocolieri, con le sue feste ed i suoi teatri, che l'ellenico Giuliano il quale divideva il suo tempo fra le cure dello Stato e i libri e si chiudeva in una specie di filosofico ascetismo.
L'insuccesso del Neoplatonismo religioso, tragicamente constatato nella catastrofe di Giuliano, non portò, come conseguenza, l'insuccesso filosofico, chè anzi il Neoplatonismo ebbe la sua rivincita nella teologia ortodossa. I suoi numi simbolici son caduti davanti al Dio cristiano, ma il Cristianesimo dogmatico si è imbevuto della sua dottrina e ne ha fatta la sua metafisica, e questa ha soffocato con le sue propagini l'albero divino del Cristianesimo evangelico, e gli ha impedito di portare i genuini suoi frutti.
Ma vediamo meglio cosa fosse, nella sua essenza, questa filosofia neoplatonica che fu ilvitale nutrimentodell'apostata imperiale.
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La decadenza del mondo antico, la dissoluzione delle sue basi morali e religiose, lo scetticismo filosofico prodotto dalla successione di sistemi i quali, non avendo nessun substrato di verità, si distruggevano [pg!161] l'un l'altro, tutte queste cause che agevolarono la diffusione del Cristianesimo, avevano, insieme, promosso un movimento parallelo nel pensiero greco verso una percezione immediata ed estatica della divinità, la quale ravvivava, simbolizzandolo, l'antico Politeismo e rispondeva alle esigenze ed alle aspirazioni morali che agitavano e tormentavano l'anima umana. Da questo movimento di pensiero e di spirito è uscito, nella prima metà del secolo terzo, il Neoplatonismo, il quale, nel nome e con elementi tolti alla dottrina di Platone, creava un nuovo sistema filosofico che poneva, a principio dell'universo e della natura, il soprannaturale, e trascinava poi la ragione a sprofondarvisi, abdicando ai suoi diritti. La storia del Neoplatonismo si divide in tre periodi; il primo, quello della fondazione del sistema e del suo svolgimento teorico, per opera di Plotino, va dal 200 al 270; il secondo, il più interessante per lo studio nostro, quello della sua elaborazione pratica e dell'applicazione al rinascimento del Politeismo, dal 270 al 400. Vi posero mano, successivamente, Porfirio, Giamblico e i suoi discepoli, fra i quali Giuliano; il terzo periodo, dal 400 al 529, è quello della scuola d'Atene, in cui, per opera specialmente di Proclo, il Neoplatonismo si spoglia dell'apparato mistico e diventa un sistema didattico, che ebbe una grande importanza storica, perchè fu con le sue forme che la filosofia greca, esigliata da Atene per un decreto di Giustiniano, passò nell'Oriente, dove più tardi fu raccolta e salvata dagli Arabi che la trasmisero alla scolastica medioevale.
Il fondatore del Neoplatonismo fu Ammonio Sacca di Alessandria, un cristiano riconvertitosi al Paganesimo. Egli non lasciò scritti ma il suo grande valore è dimostrato dagli scolari illustri ch'egli ebbe, il cristiano [pg!162] Origene188e Plotino, il quale afferma di aver trovata la verità e la pace nell'insegnamento diretto del suo grande maestro. Ma, se Ammonio fu il creatore del Neoplatonismo, Plotino ne fu il rivelatore, coi numerosi scritti che ci pervennero ordinati e pubblicati dal suo allievo Porfirio.
Il sistema di Plotino è diretto a rialzare l'anima umana dalla degradazione in cui è caduta per essersi alienata dal principio da cui trae l'origine. L'ispirazione della sua filosofia sta in questo desiderio di una perfetta unione con la divinità, nello sforzo incessante di uscire dalle condizioni del finito e del limitato. Plotino vuol insegnare la via per cui l'uomo può ricongiungersi a Dio, vuol descrivere il processo pel quale l'universo, derivato dalla suprema unità, vi ritorna e vi si riconfonde.
Plotino pone l'unità assoluta della causa prima. Di questa causa prima, che è l'Essere per eccellenza, noi sappiamo solo che è infinita, che è all'infuori di ogni possibile determinazione, così che noi possiamo dire di essa ciò che non è, non già ciò che è. Come [pg!163] causa attiva, essa genera, pur rimanendo sempre eguale a sè stessa mentre la corrente del divenire sgorga da lei. Il molteplice deriva dall'uno per un processo dinamico di trasmissione di forza. L'Essere primo è la matrice da cui tutto viene, è lo scopo a cui tutto tende. Ma, se l'Essere è presente in tutto l'universo, l'universo costituisce una serie lineare di manifestazioni, lungo la quale la sua azione si attenua, mano mano che è maggiore la lontananza dall'origine, e finisce per spegnersi nel non-essere.
In tale serie, il primo posto è preso dal pensiero, dalla ragione, che è poi il logos filoniano e cristiano. Nell'atto che il pensiero generato, nell'uscire dall'unità dell'Essere, si volge ad esso e lo riflette, si formano un contemplante ed un contemplato, un pensante ed un pensato, un conoscente ed un conoscibile, il νοῦς e il κόσμος νοητός.
Fra l'idea ed il mondo dei fenomeni, Plotino pone lo spirito che, per una parte, è mosso ed illuminato dall'idea, per l'altra è a contatto col mondo corporeo da lui generato. Lo spirito è uno e molteplice insieme, uno in quanto è il soffio che anima l'universo intiero, molteplice in quanto raccoglie in sè tutte le anime parziali, le quali poi sono buone o cattive, a seconda che sentono o non sentono il desiderio di ricongiungersi e riconfondersi coll'unità divina.
Il mondo fenomenale si distingue, per Plotino, dal mondo soprannaturale, perchè, in opposizione a quello, è molteplice, disarmonico e contradditorio, una caricatura della vera realtà. La materia è il puro nulla che non può esser pensato se non astraendo da ogni forma e determinazione, è la negazione delle idee che sono le sole realtà, è l'origine del male, il πρῶτον κακόν. Ma Plotino, da vero panteista, non viene perciò al [pg!164] concetto gnostico e pessimista della creazione del male, fatta da un dio secondario, da un Arimane, in opposizione al dio supremo. Per lui, il mondo è perfetto così com'è, rappresenta un'evoluzione necessaria. Il male deve esistere onde esista il bene, deve esistere la materia onde l'anima, discendendo dall'unità ideale, possa sentire l'aspirazione di ritornarvi, e di chiudere, per tal modo, il ciclo dell'esistenza.
Ma come mai l'anima potrà risalire all'unità divina da cui è discesa? A ciò è indispensabile la virtù, la quale purifica l'anima e la riconduce all'idea. Ma non basta che l'uomo sia senza peccato per potersi propriamente ricongiungere a Dio. Ciò diventa possibile nel rapimento estatico dell'uomo puro. Il pensiero, per sè stesso è incapace di questo rapimento, perchè il pensiero non conduce che all'idea. Il pensiero non è che una preparazione all'unione con Dio. Solo nella condizione di perfetta passività e riposo può l'anima conoscere e toccare l'Essere primo. L'anima, pertanto, comincia a contemplare la molteplicità e l'armonia delle cose, poi si sprofonda in sè stessa ed arriva al mondo delle idee; finalmente, in un impeto supremo, dimentica ogni cosa, e si trova faccia a faccia con Dio, con la fonte della vita, col principio dell'essere, coll'origine del bene. Gode, in quel punto, la suprema felicità. Ma non può rimanervi a lungo. Solo quando sarà liberata dal corpo, la sua contemplazione non sarà più interrotta.
Plotino, da mistico entusiasta, ebbe, più volte, questi rapimenti che lo ponevano nell'immediata presenza di Dio. Il suo discepolo Porfirio, nella vita ch'egli scrisse del maestro, così narra: «A quest'uomo ispirato che sovente si sollevava verso quel Dio che è primo e che è al di là dell'intelligibile, Dio apparve [pg!165] sebbene non abbia forma alcuna e non sia visibile, perchè ha la sua sede nel pensiero e nel pensato. Egli non aveva che un fine nella vita, avvicinarsi ed unirsi a Dio, che è sopra tutti. Questo fine fu da lui raggiunto quattro volte, mentre che io era con lui, e non già per una potenza esterna, ma, bensì, per un'energia che non si esprimeva. Sul punto di morire, disse che si accingeva a portare il divino che è in noi nel divino che è nell'universo, ed esalò lo spirito»189.
Se non fosse l'intonazione panteista delle ultime parole, forse le più belle e più profonde parole che abbia pronunciate l'uomo morente, l'entusiasmo mistico di Plotino potrebbe esser quello di un S. Agostino, e la visione del filosofo neoplatonico ha una grande analogia con quel rapimento estatico pel quale, il più gran teologo dell'ortodossia, contemplando, un giorno, il cielo e il mare dalla finestra della sua casa d'Ostia, si sentì, d'un tratto, sollevato alla presenza di Dio.
La filosofia di Plotino ha, pertanto, un carattere essenzialmente religioso. Essa è, in tutte le sue parti, penetrata dal pensiero di Dio e dall'aspirazione di unirsi a lui. I punti di contatto col Cristianesimo sono evidenti per modo che, per certi rispetti, si ha l'identità dei concetti e delle tendenze, ciò che, del resto, si comprende primieramente per la piega che aveva preso il pensiero filosofico del tempo, e poi per la circostanza che i due fondatori della metafisica cristiana e della metafisica neoplatonica, Origene e Plotino, erano allievi del medesimo maestro, Ammonio Sacca. [pg!166] Ma pure, malgrado tanta analogia, esisteva fra i due sistemi, possiamo dire, fra le due religioni, un'antipatia profonda, conseguenza del fatto che il Neoplatonismo era il frutto del genuino albero ellenico, mentre il Cristianesimo era il frutto di quell'albero su cui si era innestato il monoteismo ebraico. Il Neoplatonismo era profondamente panteista. L'eterno processo evolutivo che dall'unità dell'Essere discende alla molteplicità dei fenomeni, per ritornare all'unità, questo processo che rappresenta, per Plotino, l'origine e il successivo annullamento del male, esclude il concetto di una creazione voluta e di un governo cosciente del mondo, esclude la responsabilità dell'esistenza del male, attribuita alla libertà umana, esclude la necessità di un processo di redenzione e di una fine del mondo. Il Cristianesimo, con le sue esigenze e con le sue promesse, appariva ai Neoplatonici come una antifilosofica negazione dell'eterna necessità, dell'ordine, dell'armonia dell'universo, come un irragionevole disconoscimento di quanto avevan detto di buono e di bello i grandi uomini del passato, come un'affermazione pessimista che portava con sè lo sconvolgimento dell'ordine universale. Il Cristianesimo drammatizzava la storia del mondo in un tragico processo di creazione, di colpa, di redenzione. Il Neoplatonismo leggeva, in quella storia, un inno di gloria per la necessità divina, inalterabile, perfetta dell'armonia del Tutto. Il panteismo neoplatonico s'inalberava davanti all'individualismo monoteistico del Cristianesimo. Vedendo Dio dovunque, trovava, nel politeismo e nella mitologia, dei simboli opportuni a dar forma alle varie manifestazioni della divinità. E, per quanto Plotino fosse lontano dalla stravaganza superstiziosa dei suoi successori, egli pure collegava la magia e la mantica [pg!167] al concetto ed al sentimento della continua presenza della divinità. Plotino voleva ravvivare i culti antichi, facendone dei simboli di un pensiero e di una aspirazione filosofica e religiosa. Il Cristianesimo annunciava un monoteismo preciso ed un Dio che aveva una determinata personalità storica, e poi si affaticava a rivestire e l'uno e l'altro con quei medesimi concetti filosofici che formavano la trama del pensiero neoplatonico. C'era, dunque, fra i due sistemi, eguaglianza nell'essenza del pensiero, e differenza nel modo di sentire la religione e di dar forma al pensiero nella manifestazione religiosa. Ed in questa differenza stava appunto la forza del Cristianesimo, il quale presentava all'uomo assetato di divino delle imagini determinate e precise, davanti a cui i vaghi ed oscillanti simboli del Neoplatonismo scomparivano
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Nei discepoli e successori di Plotino apparve più manifesta la tendenza a promuovere, nel Neoplatonismo, un rinascimento ed una restaurazione delle antiche religioni, in opposizione al Cristianesimo. Il primo, tra quei discepoli, fu Porfirio, il quale raccolse e pubblicò le opere del maestro. Spirito geniale e chiaro, sebbene lontano dalla profondità speculativa di Plotino, egli fu il vero iniziatore del rinnovamento del Politeismo. Per lui le religioni tutte rappresentavano lo sforzo dell'anima umana che vuole uscire dal finito per ricongiungersi a Dio. Siccome tale ricongiungimento deve procedere per tre gradi, prima nello spirito, poi nell'idea e finalmente nell'Essere supremo, così il Politeismo, con la varietà dei suoi simboli dà il modo di rappresentare efficacemente questo graduale procedimento. Pur criticando [pg!168] i miti ed i culti irragionevoli e rozzi, ed affermando che il Dio supremo si onora col silenzio e coi puri pensieri, Porfirio voleva tener ritte tutte le antiche religioni, fermo nel concetto che, essendo la religione una manifestazione simbolica e di una verità necessariamente relativa, ognuno può, anzi, deve onorare la divinità secondo il costume del proprio paese. Porfirio, pertanto, riconosceva i diritti di tutte le religioni nazionali, delle barbariche come delle elleniche, ed anche dell'ebraica, considerata, appunto, come religione di una data nazionalità. Ma egli aborriva l'esclusivismo cristiano che, in nome di una verità assoluta, voleva abbattere tutte le forme di culto che non erano le sue, e rompeva tutte le tradizioni della filosofia e della coltura ellenica. Porfirio compose, anzi, un trattato, che andò perduto, contro il Cristianesimo, per dimostrare la mancanza di solidità della pretesa sua base storica e la scarsa credibilità dei suoi documenti. Egli considerava Gesù come un uomo pio, i cui insegnamenti erano stati completamente incompresi e guasti dai suoi discepoli che ne avevano fatto una divinità.
In questo indirizzo dato al Neoplatonismo che da speculazione pura si trasformava in religione positiva, Porfirio ha mosso i primi passi, ma il razionalismo assai chiaro da cui era guidato, lo fermò a quel punto, oltre il quale la religione diventa superstizione e magìa. Dice di lui, infatti, S. Agostino «Porphyrius quamdam quasi purgationem animæ per theurgiam, cunctanter tamen et pudibunda, quodam modo, disputatione, promittit. Reversionem vero ad deum hanc artem portare cuiquam negat, ut videas eum inter vitium sacrilegæ curiositatis et philosophiæ professionem, sententiis alternantibus, fluctuare». I suoi successori, primo fra i quali, Giamblico, e poi Edesio, Crisanzio, Massimo e finalmente [pg!169] Giuliano, andarono al di là del maestro. Con le formole panteistiche del Neoplatonismo e con le sue aspirazioni mistiche, pretesero di comporre e di opporre al Cristianesimo una religione simbolica, tutta appoggiata alla più irragionevole e ripugnante superstizione. Giuliano ha voluto fare di questo nuovo Politeismo una religione di Stato. Esisteva, come vedremo, fra le intenzioni morali ed intellettuali di Giuliano e la religione da lui praticata una contraddizione singolare ed, insieme, interessante. Questa contraddizione spiega come il tentativo del giovane imperatore fosse disperato, e dovesse metter capo alla vittoria definitiva del Cristianesimo.
Per avere un'idea precisa dei moventi che ispirarono Giuliano in quel tentativo, giova far la conoscenza della piccola consorteria neoplatonica che si adunava in Nicomedia e nelle vicine città. Giuliano, come già sappiamo, ne fece parte, durante gli anni del suo soggiorno in Nicomedia, e vi trovò la consacrazione definitiva delle tendenze che gli aveva inoculate il suo primo educatore, Mardonio. Le notizie che ci offre Eunapio, nelleVite dei Sofisti, sebbene scarse, e dettate senza l'ombra del giudizio critico, riescono, tuttavia, a far rivivere, davanti a noi, quel piccolo e curioso mondo.
Il personaggio principale, anzi, il fondatore del Neoplatonismo trasformato in religione teurgica, fu Giamblico, scolaro di Anatolio e di Porfirio, vissuto ai tempi di Costantino, e, nella sua vecchiezza, conosciuto anche da Giuliano, se sono autentiche le lettere che ancor si conservano e che quest'ultimo gli avrebbe dirette. Dalla breve biografia che leggiamo in Eunapio190parrebbe che Giamblico fosse propriamente [pg!170] considerato come un mago, un esecutore di miracoli, per verità molto sciocchi, e che in ciò consistesse il suo massimo valore. Ma Eunapio è un povero di spirito, ed egli impoverisce anche quelli che pure intende illustrare. Di Giamblico si conservano ancora alcuni scritti e molte testimonianze che permettono di fare di lui un giudizio più conforme al vero, e di meglio apprezzare l'importanza della sua produzione filosofica191. Certo, in lui appare cospicuo non tanto il filosofo a cui preme la logica dei ragionamenti dottrinali, quanto il teologo che mira a dare un fondamento speculativo alla religione ed ai suoi riti. Già Porfirio aveva mostrato la tendenza a guardar la filosofia dal suo lato fantastico e religioso, ma Giamblico si è fermato, con maggiore insistenza, a questo punto di vista. Se Porfirio, pel raggiungimento del suo scopo più religioso che filosofico, aveva creduto necessario l'aiuto degli dei, tanto più vi ricorreva Giamblico che riponeva scarsa fiducia nelle forze dell'uomo. Le chiare e semplici categorie del sistema plotinico non bastano a Giamblico. La sua filosofia diventa spaventosamente complicata e confusa per la moltiplicazione delle ipostasi dell'unità divina. Nel suo fantastico pensiero ogni momento razionale si concretizza in una ipostasi distinta. Pareva a Giamblico di non poter meglio rappresentare la divinità che moltiplicandola, suddividendola più che fosse possibile, e ponendo sotto figure distinte tutte le funzioni che esprimono la sua essenza ed i suoi rapporti col finito. Tale sminuzzamento dell'unità ideale, tale successiva degradazione dall'uno al molteplice è ciò che distingue il Neoplatonismo [pg!171] di Giamblico dal Neoplatonismo plotinico. L'importanza storica della dottrina di Giamblico sta nel fatto che il Neoplatonismo il quale, in Plotino, era stato un'affermazione ideale del trascendente e del soprannaturale, diventò una teologia mistica che si mise risolutamente a servizio di una religione positiva.
Nel gruppo degli scolari e successori di Giamblico pare che il più cospicuo fosse Edesio. Costui era stato destinato dal padre al commercio, e mandato in Grecia a far pratica. Ma ne ritornò filosofo, con grande sorpresa e sdegno del padre. Il giovane seppe però ottenere il perdono e la licenza di recarsi presso Giamblico a perfezionarsi nelle dottrine filosofiche. Dispersa la scuola di Giamblico, Edesio, seguendo le indicazioni di un miracoloso presagio, si era ritirato nella solitudine di una vita pastorale192. Ma i giovani che anelavano di essere da lui istruiti, andarono a disturbarlo nel suo ritiro, e, non permettendo che tanta sapienza fosse sciupata sulle rupi e in mezzo agli alberi, lo costrinsero a ritornare nel consorzio umano. Edesio acconsentì a malincuore, e, passando in Asia, si stabilì a Pergamo, dove aprì una scuola la cui fama, sempre secondo il credulo ed entusiasta Eunapio, toccò il cielo.
Le figure più salienti di quella scuola erano Massimo, Eusebio, Crisanzio e Prisco. Il primo, al dire di Eunapio che, giovanetto, aveva conosciuto Massimo già in tarda età, destava una profonda impressione in quanti lo vedevano per la bellezza della figura, il lampeggiare degli occhi, l'armonia della voce, la fluidità della parola. Ambizioso ed inquieto, ebbe [pg!172] una vita agitata, chiusa tragicamente. Egli ha esercitato su Giuliano un'azione potente, e, con Mardonio, può dirsi il vero autore dell'indirizzo religioso e filosofico del principe. Massimo era tutto infervorato di ritualismo magico, e fu uno dei più efficaci cooperatori della trasformazione del Neoplatonismo in religione teurgica. Era una specie di santo, provvisto della potenza di far miracoli. Interessante e sommamente istruttivo, per la rappresentazione dell'ambiente, è il contrasto che esisteva fra Massimo ed Eusebio. Quest'ultimo inclinava a razionalizzare il Neoplatonismo, e provava una viva antipatia per le superstizioni magiche e teurgiche in cui la filosofia si sprofondava, perdendo il suo carattere speculativo. Ma egli aveva paura di Massimo. Leggiamo in Eunapio che Eusebio, quando Massimo era presente, evitava di usare l'acutezza della propria logica, tutta ad artifizii ed intrecci dialettici. Ma, quando era assente, rifulgeva come un astro, scomparso il raggio del sole193. Il contrasto fra Eusebio e Massimo appare, in tutta la sua luce, nel singolare e sintomatico episodio dei rapporti fra Eusebio e Giuliano. Il giovane principe, assetato di sapienza, era venuto a Pergamo, attrattovi dalla fama di Edesio, e voleva che costui lo istruisse. Ma Edesio era e si sentiva vecchio. — Io vorrei poterti far da maestro, gli diceva, ma il corpo non risponde più ai voleri dell'anima. Io ti consiglio di rivolgerti ai miei scolari. Lì potrai proprio fare una scorpacciata di ogni scienza e dottrina194. Io vorrei che fosse qui Massimo, ma è andato ad Efeso, e Prisco partì per la Grecia. [pg!173] Ma ci sono Eusebio e Crisanzio, ascoltando i quali più non ti rincrescerà che io sia vecchio. — Giuliano naturalmente segue il consiglio. Ma si accorge di qualche cosa di oscuro e di inquietante nelle sue relazioni con quei due maestri. Infatti, Crisanzio, che era un ammiratore ed un seguace di Massimo, non pareva completamente d'accordo con la dottrina di Eusebio, sebbene non si compromettesse a contraddirlo. Quest'ultimo, un giorno, dopo aver istruito Giuliano nell'interpretazione degli antichi filosofi, gli dichiara che la verità è tutta lì, e che le magie e le incantagioni le quali illudono i sensi sono opera degli stregoni che ingannano coll'aiuto di potenze materiali. Giuliano, insospettito, e non riuscendo a comprender bene il significato ed il perchè di questo avvertimento con cui Eusebio chiudeva le sue spiegazioni, prende a parte Crisanzio — O caro Crisanzio, gli dice, tu che conosci la verità, dimmi cosa vuol dire questo epilogo delle spiegazioni di Eusebio. — Ma Crisanzio, che era uomo prudente per eccellenza e non voleva farsi dei nemici, si chiude in un profondo riserbo. — Faresti meglio, risponde, a chiederlo ad Eusebio stesso. — Ed Eusebio, interrogato direttamente da Giuliano, per fargli capire cosa egli intendesse per magia, gli fa questo racconto. «Massimo, diventato per la forza del carattere e dell'ingegno, spregiatore delle nostre dimostrazioni, precipitando in una specie di mania, un giorno, di buon mattino, ci riunì nel tempio di Diana, e si circondò di molti testimoni. Quando fummo raccolti, dopo esserci inchinati alla Dea — sedete, ci disse, o carissimi compagni, guardate ciò che va a succedere, e constatate di quanto io sia al di sopra di tutti. — Ci sedemmo, e Massimo bruciava un grano d'incenso, e cantava, fra sè, un certo inno, quand'ecco [pg!174] la statua comincia a sorridere, poi a ridere apertamente. Noi mandammo gridi di stupore a questa vista, ma nessuno si mosse e parlò, perchè subito si accesero le lampade che la dea porta in ambo le mani, e la fiamma apparve più ratta delle nostre parole. Noi ci ritirammo, colpiti, pel momento, di quello spettacolo miracoloso. Ma tu non devi ammirarlo come io non l'ammiro, e comprendere piuttosto che cosa ben più grande è la purificazione per mezzo della ragione»195. Quest'ultime parole di Eusebio rivelano uno spirito singolarmente acuto, uno di quei razionalisti imperterriti, rari sempre, rarissimi nell'antichità, quando ancor non esisteva la scienza positiva, i quali, davanti al miracolo, sanno negar fede alla testimonianza dei sensi. Ma Giuliano era tutt'altro uomo, e la sua condotta verso Eusebio vale più di qualsiasi altro indizio a illuminarci sull'indole del suo spirito. Aveva, infatti, Eusebio appena finito di parlare, che Giuliano, — addio, esclama, attendi pure ai tuoi libri, quanto a me tu mi indicasti ciò che cercava, — ed abbracciato Crisanzio, parte per Efeso, in cerca di Massimo, e, trovatolo, pende da questo nuovo maestro, e tenacemente si attacca alla sua dottrina. A Massimo, che, evidentemente, era un uomo che sapeva cogliere le occasioni per farsi strada, non parve vero di aver per allievo un principe costantiniano, perseguitato sì, ma pur sempre sui gradini del trono, e si pose con ardore ad istruirlo, ed a farsene un devoto e, non bastando da solo a soddisfare l'insaziabile curiosità del giovane, chiamava presso di sè l'amico Crisanzio, e, fra loro due, hanno fatto di Giuliano [pg!175] quel mistico entusiasta pel quale religione e filosofia si confondevano nella più credula superstizione. Diventato imperatore, Giuliano chiamò a Costantinopoli Massimo e Crisanzio. Massimo accorse immediatamente, ricevuto con straordinaria dimostrazione di rispetto da Giuliano. Ma Crisanzio, amante com'era del quieto vivere, e più previdente di Massimo, perchè meno ambizioso, non si lasciò smuovere, per quante preghiere gli mandasse Giuliano, il quale aveva cercato di aver dalla sua la moglie del filosofo. Intanto, Massimo, a Costantinopoli, viveva circondato e pressato dagli adoratori dell'astro sorgente, che non gli lasciavano un momento di pace, così che doveva cercar l'aiuto di qualcuno che lo sollevasse, in parte, dalle tante cure. Ed, ostinandosi Crisanzio nel suo rifiuto, venne il filosofo Prisco. E Massimo e Prisco non abbandonarono più l'imperatore, lo seguirono nella campagna di Persia, e noi li trovammo sotto la tenda, al fianco del ferito eroe, che, in sereni ed alti colloqui, si preparava alla morte. Caduto Giuliano, la vita di Massimo si protrasse in una tragica vicenda. Perseguitato, spogliato e torturato da Valente e dai suoi soldati, poi salvato da Clearco che lo rimise nelle grazie dell'imperatore, finalmente cadde in sospetto di aver partecipato ad una congiura e fu decapitato ad Efeso196. Massimo ha esercitata un'influenza grandissima e risolutiva sullo spirito inquieto e mistico di Giuliano, il quale lo riconosce nel suo discorso contro il cinico Eraclio, ed attribuisce al «sommo filosofo», che lo ha istruito, tutto il merito della sua iniziazione nella vera filosofia197. Questo [pg!176] Massimo, se è interessante per la sua fedeltà entusiastica a Giuliano, è, considerato nel suo insieme, un personaggio antipatico. Ciarlatano, superstizioso, gonfio di sè stesso, anelante al potere ed alla preminenza, con un'aria d'ispirato e di superuomo, egli destava intorno a sè odii e rancori, che, appena scomparso il suo protettore, lo hanno trascinato alla rovina. Eunapio racconta di lui un episodio tragicomico che, certo, non serve ad attenuare quel senso di repulsione che proviamo per questa specie di mago del Neoplatonismo, malgrado le terribili sciagure che lo hanno colpito verso il termine della sua burrascosa carriera. Mentre Massimo era torturato dagli sgherri di Valente, la moglie appassionata e coraggiosa era presente ed angosciata. Massimo le sussurra: — Moglie mia, va a comperarmi un veleno, dammelo e liberami. — Ed essa tosto se ne va, e ritorna col veleno, ma, non volendo sopravvivere al marito, chiede di bere prima di lui; beve, e, sul colpo, muore. Ma Massimo non bevve! — ὁ δε Μάξιμος ἕπιεν ουκέτι. —198.
Un altro personaggio importante, e poco simpatico, che stette fino all'ultimo al fianco di Giuliano, è Prisco, lui pure della scuola di Edesio. Dottissimo, così da avere in sommo della bocca tutta la dottrina degli antichi, bellissimo della persona, era uomo burbero e duro di modi. Non voleva discendere alle discussioni e serbava la sua sapienza, dentro di sè, come un tesoro, e chiamava scialacquatori coloro che con facilità parlavano di filosofia. Edesio pare fosse un amabile maestro che adoperava, nel suo insegnamento, il metodo socratico, parlava con tutti ed insinuava nei suoi discepoli la cortesia e un sentimento [pg!177] d'umanità199. Passeggiando, per le vie di Pergamo, accompagnato da una schiera di scolari, egli appiccava discorso con tutti, con la venditrice di legumi, col tessitore, col fabbro, col falegname. E, da tutti e da tutto, traeva argomento di saggi insegnamenti. Gli scolari godevano di tali conversazioni. Il solo Prisco si ribellava, ed osava chiamare il maestro traditore della dignità filosofica, ed un ciarlone che gonfiava l'anima di ciance, e non cavava un ragno da un buco. Era Prisco, dunque, un fior di pedante, e non può dirsi che il povero Giuliano sia stato fortunato nella scelta dei compagni filosofici che lo seguirono nel suo breve regno. Però la pedanteria non toglieva a Prisco la prudenza e la sagacia nella vita, così che, in ciò ben diverso dell'avventato ed ambizioso Massimo, riuscì a scampare dai pericoli che lo minacciavano dopo la caduta di Giuliano, e si ritirò in Grecia, dove visse fino a novant'anni, sempre chiuso nel suo fare misterioso e cupo, ma ridendo, in cuor suo, della debolezza umana200.
Sarebbe stata una gran fortuna per Giuliano se egli avesse potuto trarre a sè, invece delciarlatanescoed orgoglioso Massimo e del pedante e ripulsivo Prisco, l'amabile Crisanzio, il più equilibrato, il più dolce, il più sensato degli allievi di Edesio. Non è a dire che l'indirizzo filosofico di Crisanzio fosse buono e commendevole. Basterebbe a provare che non lo era la sua devozione per Massimo e pei riti teurgici. Nell'esordio della sua educazione filosofica, Crisanzio si era gittato [pg!178] con passione alla dottrina di Platone e di Aristotele, e vi era diventato così forte da non temere competitori, e da riuscire vittorioso in qualsiasi discussione. Ma poi, per l'influenza di Massimo, egli si sentì attratto dalle dottrine pitagoriche e da quei riti teurgici e divinatori che costituivano la religione neoplatonica, e, in breve, vi divenne tanto abile da potersi dire ch'egli vedeva il futuro meglio del presente, quasi fosse in continua relazione con gli dei201. Qui, anzi, nacque un dissenso fra lui e Massimo, perchè questi, nel suo orgoglio, pretendeva che la divinazione del futuro si piegasse alla sua volontà ed ai suoi desideri; Crisanzio, invece, seguiva umilmente gli indizî divini. Ma, con tutto questo, Crisanzio era un uomo di molto acume, e di chiaro buonsenso. Nella sua ostinata resistenza agli inviti del suo antico allievo, quando questi toccò il fastigio della fortuna, egli era guidato non solo dai presagi, che diceva non favorevoli al suo viaggio, ma ben anche da una sicura percezione dell'imprudenza e della leggerezza con cui l'imperatore si era accinto all'impresa di far rivivere l'Ellenismo contro il Cristianesimo. Di ciò Crisanzio ha dato una prova luminosa ed interessante, perchè, venendo da un amico e da un correligionario, è un'implicita condanna della condotta di Giuliano. Costui, per nulla offeso dai ripetuti rifiuti del suo maestro, volle dargli, prima di partire per la Persia, una dimostrazione di affetto e di fiducia, e lo nominava gran sacerdote di Lidia. Crisanzio accettò, ma esercitò il suo sacerdozio in un modo curioso, e, certo, poco consentaneo alle intenzioni di Giuliano. Mentre, [pg!179] in ogni parte dell'impero, si correva con ardore a rialzare i templi, egli non ne fece nulla, e non disturbò menomamente i Cristiani, così che quasi si può dire che, in Lidia, non si conobbe la restaurazione del Politeismo. Venne da ciò che allorquando, caduto Giuliano, le cose tornarono nello stato di prima, nella regione di cui Crisanzio aveva il governo spirituale, non fuvvi turbamento alcuno, anzi regnò una pace profonda, al cui confronto appariva ancor più singolare e meraviglioso il turbine di passioni e di vendette in cui era travolto il resto dell'impero202. Si comprende come, con tanta prudenza e con tanto buon senso, Crisanzio, pur rimanendo ellenista fedele, attraversasse tranquillamente un'epoca così agitata da dispute religiose, e campasse fino alla più tarda vecchiaia.
Un uomo che, certo, ebbe un'influenza risolutiva sullo spirito di Giuliano, al momento psicologico della sua ribellione a Costanzo, e che, probabilmente, mise la mano nella preparazione delpronunciamentomilitare che proclamò Giuliano imperatore, è il medico-filosofo, Oribasio di Pergamo, appartenente, lui pure, al cenacolo neoplatonico. Noi sappiamo che Oribasio fu il solo degli amici di Giuliano che potè accompagnarlo in Gallia. Egli lo volle con sè, come medico, ciò che gli fu concesso, perchè s'ignorava l'amicizia esistente fra i due. Già vedemmo la curiosa lettera nella quale Giuliano narra all'amico un sogno, in cui è chiaro il presagio della sua prossima fortuna, uno di quei lieti sogni che non vengono se non a chi vivamente desidera una cosa. Oribasio, insieme al fedele servo Evemero, erano soli nella confidenza delle misteriose [pg!180] e sacre cerimonie che Giuliano praticava insieme al gran sacerdote, da lui fatto venire a Parigi dalla Grecia. Finalmente Eunapio, che dice di riservarsi di narrare minutamente ciò che in quell'occasione aveva fatto Oribasio, in una storia di Giuliano la quale poi non ci è giunta, ha, nella vita di Oribasio, una frase complessa e pregna di significato, che si presta a varie interpretazioni, ma che pare accenni alla parte eminente avuta da lui nella ribellione di Giuliano, perchè dice che il valore di Oribasio era tanto che a lui riuscì di far Giuliano imperatore203. Avvenuta la catastrofe, Oribasio fu mandato in esiglio presso i barbari, ma, essendo prezioso a tutti, per la sua scienza medica, gli riuscì di restar a galla nel naufragio dell'ellenismo, ed anzi fu richiamato e rimesso in onore e nei possessi di cui era stato spogliato.
In questo gruppo di filosofi e di amici che erano stati o maestri o compagni di Giuliano e che poi gli si misero al fianco, durante la sua fortunosa carriera, l'uomo più equilibrato e sicuro era Sallustio, il fidato consigliere che già incontrammo, narrando la vita di Giuliano, e che meglio conosceremo, leggendo la lunga lettera che Giuliano gli scrisse al momento della loro separazione. Scrittore e filosofo tanto abile e profondo da saper comporre un chiaro e popolare riassunto delle dottrine neoplatoniche, «per l'uso di coloro che possono ancora esser guidati dalla filosofia e che non hanno l'anima insanabilmente corrotta»204era insieme un uomo di altissimo valore morale, di grande competenza nelle cose militari ed amministrative, un uomo, infine, [pg!181] degno della fiducia che Giuliano riponeva in lui. Sallustio si rispecchia in questa nobile sentenza: «Gli uomini buoni ritornano agli dei, ma, se anche ciò non fosse, la virtù per sè stessa, ed il piacere e la gloria che vengono dalla virtù, ed una vita senza tristezze e senza padroni, bastano alla felicità del virtuoso».
Che un uomo, come Sallustio, abbia potuto affigliarsi al cenacolo neoplatonico e seguirne le dottrine, ci prova come, sotto alla fioritura di fantastiche superstizioni, le quali poi erano, in fondo, l'espressione del bisogno religioso dell'epoca, esistesse un nucleo di pensiero e di sentimento sano e verace. L'Ellenismo morente non dava solo bagliore di luce torbida come quella che emanava dalla fantasia esaltata di un Giamblico e di un Massimo, ma aveva ancora una forza moralizzatrice, la quale gli conservava il favore e la devozione di molti fra gli uomini migliori e più colti. Non è vero che il meglio della società, nel secolo quarto, fosse compreso nel Cristianesimo. Il Cristianesimo vittorioso ed imperiale aveva ormai attirato a sè il peggio. Ed alcuni fra gli uomini moralmente forti combattevano ancora per la conservazione della debellata, antica civiltà.
Insieme a questi maestri ed a questi uomini illustri, Giuliano avrà avuto, a Nicomedia, a Pergamo, ad Atene, presso di sè, compagni più modesti, il cui nome si è perduto, e che gli avranno fatto una specie di corte, attratti dalla dignità principesca ed anche dalla forza e dal calore del suo ingegno e del suo spirito. Alcuni dei biglietti e delle lettere di Giuliano paiono, infatti, scritti a compagni di studio. Tali erano indubbiamente Eumene e Fariano, ai quali Giuliano, dalla Gallia, manda questa lettera così affettuosa e [pg!182] sensata, in cui si sente il ricordo degli insegnamenti di Edesio e di Eusebio più che di quelli di Massimo e di Prisco. Questi ultimi diventarono dominatori esclusivi del suo pensiero più tardi, quando si trattò di contrapporre religione a religione, miracolo a miracolo.
«A Eumene e Fariano». — «Se alcuno vi disse esservi per l'uomo cosa più dolce e più utile del filosofare tranquillamente e senza sopraccapi, colui, ingannato, vi inganna. Se in voi rimane viva l'antica inclinazione, e non si è spenta, d'un colpo, come una fiamma già fulgida, io mi felicito con voi. Son già passati quattro anni e tre mesi dal giorno in cui ci separammo. Quanto avrei caro di constatare i vostri progressi in questo tempo! Quanto a me, se ancora parlo greco, c'è da stupire, tanto siamo imbarbariti da questi luoghi! Vi raccomando di non disprezzare gli esercizi di logica; non trascurate la retorica e la lettura dei poeti. Però sia maggiore il vostro interesse per la scienza, e ponete ogni sforzo nello studio di Aristotele e di Platone. Qui deve farsi tutto il vostro lavoro; qui la base, la fondazione, le pareti, il tetto. Tutto il resto è un accessorio. Ma anche a questo voi dovete attendere con maggior cura di quella che pongano gli altri nell'opera principale. Io, per la divina Giustizia, vi consiglio tutto ciò, perchè vi amo come fratelli. Foste un tempo miei compagni e assai diletti. Se mi darete retta, io vi amerò ancor di più, mentre sarebbe, per me, un dolore, se vedessi che non mi obbedite. E dove va a finire un dolore continuato, vi chiedo di non dirlo, perchè sento di poter farvi un miglior augurio»205.
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Nel chiudere questo studio che ci ha mostrato l'ambiente intellettuale in cui si è svolto lo spirito di Giuliano, possiamo affermare, come conclusione, che il Neoplatonismo e il Cristianesimo son apparsi allorquando il sentimento di patria e di libertà politica, che aveva fatta la forza della società antica, si andava spegnendo, e la religione nazionale non aveva più efficacia, e cadevano le idee che erano state i puntelli della vita sociale, e diventava vivo il presentimento di un'imminente catastrofe e viva, insieme, l'aspirazione ad un rinascimento morale che ridonasse il valore, l'interesse, il significato alla vita. A soddisfare tale aspirazione, nacquero il Neoplatonismo ed il Cristianesimo, che cercarono, e l'uno e l'altro, di ridestare il sentimento del divino, riaccendendolo all'idea di una rivelazione e di una conseguente unione dell'anima umana con Dio. Ma il Neoplatonismo, che non voleva staccarsi dalle tradizioni del pensiero ellenico, cercava la rivelazione nell'ordinamento naturale del mondo, e da qui saliva al concetto del soprannaturale a cui si abbandonava in un'estasi di mistico rapimento. Il Cristianesimo trovava la rivelazione nella persona storica di Gesù, che rappresentava il logos, il Verbo incarnato, ed aveva unito l'uomo a Dio con un vincolo d'amore. Il Neoplatonismo voleva guarire i mali del suo tempo con una speculazione che comprendesse in sè tutti i tesori della filosofia greca, ne fosse quasi il compendio ed il vertice. Il Cristianesimo poneva un nuovo Dio, diffondeva la novella di una celeste redenzione, proclamava l'eguaglianza degli uomini nell'amore paterno di Dio. Il Neoplatonismo [pg!184] e il Cristianesimo erano, e l'uno e l'altro, gli indizii che sorgeva un nuovo ideale a cui le forme antiche sembravano insufficienti. Il Neoplatonismo ha tentato di adattarle, quelle forme antiche, al nuovo ideale. Il Cristianesimo le ha spezzate ed ha inaugurato un nuovo mondo ed una nuova umanità. Dalla eguaglianza del punto d'origine e degli scopi venne che il Neoplatonismo potè introdursi nel Cristianesimo e diventare il fattore principale della sua metafisica. Nella diversità delle vie, per le quali l'uno e l'altro volevano raggiungere quegli scopi, sta il profondo contrasto che ha fatto dei Neoplatonici gli ultimi e più ardenti difensori dell'Ellenismo contro l'azione dissolvente che il Cristianesimo esercitava.
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