IX.LASCIAMO PASSARE LA GIUSTIZIA!
Ella passa terribile per la notte... canta il poeta. Chi passa? La giustizia. Quale? Passa la giustizia italiana del 1898.
Questa giustizia procede innanzi secura perchè non è alle sue prime armi. Ha progredito dal 1860 in poi: si è provata in Sicilia e nel mezzogiorno contro Garibaldi e i suoi, contro i renitenti, contro il brigantaggio; ha ripetuto le prove a Palermo nel 1866; nell’Emilia — quando il pane fu impastato col sangue — con Lobbia, con Barsanti, con Tanlongo; si fortificò nel 1894 in Sicilia. Ora è adulta, è forte, è vigorosa.
Ella passa terribile..... ed è cieca affinchè la vista di colui che dovrà essere colpito dalla sua spada non la conturbi e non la trascini a parzialità; ed ha la bilancia in mano affinchè il pro ed il contro venga equamente pesato. Si può sospettare che abbia falsi i pesi e disuguali i piatti? Puòanche temersi che, per essere troppo giusta, la questura tolga di mano, alla Dea venerata, pesi e bilancia?
Può sospettarlo un giornale maldicente e farlo sospettare coi suoi pupazzetti (Don Chisciotte); ma per togliere ogni pericolo che le venga arrecata offesa, la forza si è messa a disposizione della giustizia; l’esercito l’ha messa sotto la sua protezione e la fa amministrare nei tribunali militari.
Dicono che questa giustizia italiana del 1898 non sia quella consentita dallo Statuto e voluta dalle leggi; chi lo dice non è un malcontento, un volgare brontolone: è un uomo d’ordine, che presiede la più alta e importante Magistratura del Regno, la istituzione destinata controllare tutta l’azione del governo. È il senatore Finali che nella Gran Corte dei Conti si è rifiutato a registrare i decreti relativi allo Stato d’Assedio, da cui contortamente si volle far derivare il diritto di sottoporre i liberi cittadini a Tribunali eccezionali di Guerra esplicitamente condannati dallo Statuto[30].
A che pro discutere delle legittimità dello Stato di Assedio e dei Tribunali Militari quando essi sono un fatto che l’Italia ha subìto e che il Parlamento ha approvato? La discussione teorica in questo momento non conta; meglio esaminare se questa giustizia eccezionale ha assolto bene il compito suo sanando anche i vizî possibili della sua origine; più utile indagare se la giustizia, amministrata da questi Tribunali eccezionali, abbia aumentato il prestigio dell’Esercito da cui emanano, colla serietà dei reati puniti, colla correttezza nella istruzione dei processi, colle garanzie indispensabili accordate alla difesa, colla sapienza dei giudici, col tatto nella direzione dei dibattimenti, colla equità nell’applicazione delle pene.
Un uomo d’ordine per il primo nella Camera dei Deputati, l’on. Galimberti, discutendosi l’autorizzazione a procedere contro i deputati Bissolati, Costa, De Andreis, Morgari e Turati osservò: che nel modo come si facevano funzionare i Tribunali di Guerra e colla competenza a giudicare di frivolezze per le quali dovrebbe bastare un Vice-Pretore, si toglie alla istituzione la solennità dei giudizî suoi e si attenta all’autorità ed al prestigio dell’esercito. Fu più esplicito e più alto chi meno erasospettabile di tenerezza per i rivoltosi, chi non può non avere a cuore l’esercito di cui fa parte: il colonnello Siacci, infatti, in Senato ebbe a pronunziare gravi parole sui Tribunali di Guerra istituiti nel 1898 e che egli vide funzionare a Napoli.
«I recenti bandi militari, disse l’illustre Senatore, hanno allargata smisuratamente la cerchia delle attribuzioni dei Tribunali di Guerra, chiamando questi Tribunali a conoscere anche delitti contemplati dal Codice penale comune, delitti le cui figure non sempre si riesce chiaramente a distinguere senza un certo acume, senza una certa pratica di diritto penale. Per esempio, l’istigazione a delinquere. Un articolo di giornale, quattro chiacchiere fatte al caffè,il discorso stesso che ho l’onore di fare in questo momento al Senato, diventano facilmente istigazione a delinquere.[31]Dal Ministro guardasigilli, perciò, invoco che si provveda ad una revisione sollecita, sia pur sommaria, di tutti i processi, e ad unapronta riparazione di molte condanne eccessive, per non dire ingiuste. Egli è ministro di grazia e di giustizia, ma in questo caso la grazia e la giustizia fanno una cosa sola.... Io questo invoco, non solo per amore della giustizia,ma anche nell’interesse del prestigio dell’esercito. Fanno più male all’esercito certe ingiustizie a freddo che venti uomini caduti sotto una scarica provocata da una folla che insulta latruppa; e mal provvede al suo prestigio tanto chi l’obbliga a subire impassibile coll’armi al braccio le replicate offese della piazza, quanto chi gl’impone funzioni odiose, contrarie alla sua stessa natura»[32].
Ma il deputato e il senatore forse avevano le traveggiole scorgendo certi pericoli dove non c’erano? Così pare.
I Tribunali di guerra, invece, si occuparono di certi reati gravi, che avevano davvero bisogno di una punizione esemplare, solenne! Vediamo.
Un Caimi prende due anni di reclusione e 500 lire di multa per rottura di lampioni; un Majocchi viene condannato perchè dà dellostupit, delmacacoad una sentinella. Non è ben sicuro che quelle parole fossero indirizzate alla sentinella; ad ogni modo il capitano De Caroli che tradusse l’accusato in Tribunale, riconobbe che il Majocchi pronunziò quelle parole per fare lo spiritoso! Un Bianchi compare innanzi al Tribunale di guerra perchè chiamacappelloneun brigadiere dei carabinieri; Pedotti e Brusa, alla loro volta, vengono condannati perchè chiamanomangiapagnottaun tenente di cavalleria che passava in carrozza. A Firenze si danno otto mesi di reclusione al Cassi perchè chiamòpagliacciategli arresti. Nella stessa Firenze si procede contro Melani perchè ha chiamato mangiapatate un sott’ufficialeche non può mentire, dice il Presidente. E questa perla di Presidente, ad un accusato che dice di aver deplorato i tumulti, dàuna lezione di fierezza esclamando:Come!... voi socialista, deplorate le gesta dei vostri compagni?...
Questi ed altri casi simili a Milano. C’è di meglio — ossia di peggio — a Napoli. Filosa, un ragazzo, prende tre mesi di detenzione per avere gridato:E billoco!(Eccoli!) — una frase trovata nell’agosto 1893 per avvisare l’arrivo di dimostrazioni e degli agenti di polizia. Verniero, il famoso gobbetto il cui caso fu portato in Senato dal colonnello Siacci, ebbe due anni di reclusione perchè leggeva i giornali al caffè e li commentava, manifestando delle simpatie pel socialismo; si badi: lettura e commento precedettero la proclamazione dello stato di assedio. Un ragazzetto si buscò quattro mesi per avere abbattuto(?) un albero; tre donne rispettivamente ebbero un anno, 9 mesi e 7 mesi di reclusione, per aver preso parte ad una pacifica dimostrazione; 2 anni ciascuno ebbero Del Giudice e Carozza per avere presentato al Prefetto, la mattina del 30 aprile, una commissione di donne: erano stati arrestati la stessa sera, ma vennero rilasciati spontaneamente l’indomani perchè non si era trovata alcuna ragione per processarli. Altri tre, nello stesso processo e per gli stessi reati(?) ebbero un anno, due anni e mezzo e tre anni; 18 mesi per uno altri tre ragazzi per avere abbattuto un palo. Bavarese e Fiore di Torre Annunziata, due donne, ebbero tre anni per una, con 6 mesi di segregazione cellulare per avere detto che sarebbe avvenuta la rivoluzione come nel 1848. De Cicco ebbe 8 mesi per avere eccitato all’odio di classe in Pomegliano d’Arco cogli articoli pubblicati a Gallipoli. Alcuni soldati delle compagnie di disciplinaebbero 3, 4 e 5 anni di reclusione come accusati d’insubordinazione e di anarchismo, per avere detto, vedendo maltrattare un compagno:queste sono boiate!Il soldato Muscari fu condannato a 7 anni e mezzo di reclusione per avere sfidato un tale in borghese, che lo aveva insultato perchè gli chiese un cerino per accendere un sigaro. E sì che il Tribunale gli accordò le circostanze attenuanti... Sotto gli abiti di un borghese si nascondeva un ufficiale e il disgraziato ebbe il torto di non accorgersene!
I processi e le condanne per contravvenzioni di ogni genere ai bandi non si contano; e furono tanti che i maligni dissero che si processava e si condannava per giustificare la continuazione dello stato di assedio; mentre si manteneva lo stato di assedio perchè i Tribunali Militari avevano ancora della carne al fuoco... Strano circolo vizioso!
Alla qualità dei processi svoltisi innanzi ai Tribunali Militari naturalmente doveva corrispondere e corrispose la quantità. Si vedrà dal riassunto statistico. Del pari è facile supporre che si sia proceduto con soverchia leggerezza — quale parola più mite potrebbe adoperarsi? — nello imbastire i suddetti processi.
Se la supposizione risponda alla realtà si può argomentarlo facilmente da quanto appresso. Base generale ai processi furono: le confidenze, le denunzie anonime, le asserzioni gratuite... ed umoristiche, altri elementi che se pur avessero avuto un valore intrinseco, c’erano passati sopra tanti anni a farglielo perdere completamente.
Mi sbarazzo alla lesta di questi ultimi e ne cito uno tipico; la lettera di Andrea Costa ad un Bordigiagodi Padova... del 1881. Ma questo singolarissimo documento non potè essere valutato dai giudici militari, perchè la Camera dei deputati non gli accordò alcuna importanza, quantunque gliene abbia data una schiacciante l’on. Tommaso Villa! In compenso l’Inno dei lavoratoripubblicati nel 1884, mai sequestrato per lo passato, servì a fare aggravare la pena contro Filippo Turati.
In quanto alleconfidenzee alle denunzie anonime, furono il prodotto dello spionaggio rimesso in onore come ai tempi dei passati regimi. A Milano, come a Firenze, come a Napoli, gli amici si guardavano sospettosi e non si comunicavano le impressioni che con straordinaria circospezione. Per Milano il fenomeno fu constatato da parecchi giornali; per Napoli posso aggiungere, per personale esperienza, che in qualche caffè dove riunivansi deputati e senatori, i più prudenti consigliavano spesso di parlare a bassa voce. E la prudenza non era superflua: al gobbetto dell’on. Siacci si appiopparono due anni di reclusione per avere chiacchierato in un caffè.
Lo spionaggio assunse tali proporzioni che ben cinquemila lettere anonime furono indirizzate alla polizia nella sola Milano (Secolo). E la libertà, l’onore, la posizione dei cittadini furono lasciati in balìa dei miserabili che per invidia, per rancore, per bassa speculazione si abbandonarono all’infame mestiere di spia.
Era tanto iniqua la base di questi processi, che laNazionedi Firenze, benchè tardivamente — in Settembre — a proposito della perquisizione in casa del Prof. Pullè, protestò energicamente contro laperfidia dell’anonimo e delle denunzie false.
Quale influenza abbiano esercitata non solo sui processi, ma anche sulle condanne leconfidenzedelle spie si apprenderà da questo dato: la pretesa prova più importante contro Gustavo Chiesi fu quella di essere stato visto in carrozza in luogo dove vennero erette delle barricate. Negava l’accusato; affermava il questore Minozzi, che l’aveva saputo da persona che non volle nominare. Meno male se una semplice guardia, un carabiniere, a viso aperto, avesse deposto di averlo visto!
L’insieme delle deposizioni degli agenti della forza pubblica, delle confidenze, delle denunzie portava seco l’impronta evidente della falsità. E per falsi bollò i rapporti alla Questura il tenente difensore Forzano nella udienza del Tribunale di Milano del 18 Giugno. E lo stesso avvocato fiscale in Firenze rimprovera aspramente una guardia di pubblica sicurezza a nome Ghezzi per le sue palmari contraddizioni nell’accusa contro Teschi; ma Teschi viene condannato!
Poteva ammettersi per vero, ad esempio, un rapporto della questura di Milano su certa riunione notturna in casa di un Dottor Ceretti? I convenuti furono designati come anarchici, repubblicani e socialisti. Chiesti i nomi, si rispose dalla questura che non li sapeva! Si designa il colore politico di individui che.... non si conoscono. Siamo in piena amenità — i tempi non consentono adoperare altra parola — a Napoli nel processo pei fatti di Resina. Le guardie barricate in caserma riconobbero i tumultuanti attraverso.... il buco della serratura.
Meno male se i rei riconosciuti in tale strana guisa fossero stati pochi: trattavasi di una verafolla; a ben sessantaquattro individui si distribuironocentoventun’anni e nove mesidi reclusione.
La falsità dei rapporti talora è umiliante.... anche per un poliziotto italiano. Egli è così che la Questura di Milano scrive essere stato visto Angiolo Cabrini insieme ad altri a parlare con la Kulichoff in via dell’Unione il 6 Maggio. L’accusa — se il parlate con amici è un reato — è precisa; ma l’alibidi Cabrini è irrefragabile. Egli insegna nel Ginnasio di Mendrisio e il direttore Borella manda certificato sulla presenza del Cabrini nella scuola per tutto il giorno 6 a fare, come di dovere, le sue lezioni. Cabrini venne condannato in contumacia a tre anni di detenzione ed a 1000 lire di multa. Tal altra la falsità apparisce lampante all’udienza. Nel processo pei tumulti di Resina un brigadiere accusò un imputato di avergli afferrato la sciabola:tanto vero, soggiungeva, che l’accusato ha ancora le mani tagliate. L’accusato leva le mani e le mostra vergini di qualunque ferita; e davvero, in questo caso, potevano essere levate verso il cielo invocando giustizia.
Il record tra i documenti di questi processi viene vinto dalla famosa cartolina-fantasma partita da Firenze. È la cartolina firmata:Speranza 333, il cui sequestro, come quello del cifrario dell’onor. Bissolati, fece annunziare trionfanti agli organi della reazione che si era scoperto e documentato il complotto con tutto il suo seguito. La gioia loro però fu di breve durata, perchè il Generale Heusch — il regio Commissario straordinario per la Toscana: nientemeno! — appena ne fu annunziata là scoperta gloriosa, dichiarò esplicitamente:trattarsi di un artifizio allo scopo di fuorviare il sereno corso della giustizia e di danneggiare le persone nella lettera nominata.
Per credere alla serietà e realtà di una cospirazione i cui segreti comunicavansi per mezzo dellecartoline postali, ci voleva tutta la imbecillità e la malvagità della polizia italiana che aveva prestato fede al proclamafirmatissimodi Petralia ed alTrattato di Bisacquino. Ad onore del vero, però, deve avvertirsi subito, che l’avvocato fiscale, a richiesta della difesa, nel processo Chiesi, Romussi e Compagni, dichiarò di non volersi avvalere di un siffatto documento: tanto, era sicuro della condanna degli accusati![33]
Il Tribunale militare di Firenze chiuse bene la sua vita condannando l’autore della cartolinaSperanza 333e di altri quattro analoghi documenti, lo sciagurato Sciascia-Sicurelli. Ma di questo atto di giustizia finale sentì rammarico la magistratura cosidetta civile; ed a Piacenza, nel processo Verrazzani-Marchesi, condannò in base ad una cartolina rassomigliante al documentoSperanza 333chefu letta e vedutada testimoni di accusa che l’ebbero in mano.... e non la conservarono! La circostanza va notata perchè dà la misura della illusione nutrita da coloro che credono tuttavia che la giustizia sarebbe stata amministrata meglio dai magistrati ordinarî.
Questi mezzi edificanti, presentati come prove contro le migliaia di accusati che passarono dinanzi ai Tribunali militari, lasciano l’adito a pensare che alla difesa in ogni caso sarà riuscito facile la demolizione degli edifizi artificiosi dell’accusa. Il senatore colonnello Siacci che aveva constatato la deficiente coltura giuridica degli avvocati fiscali, causa prima di errori e di esagerazioni, con rara opportunità aveva deplorato vivamente che tale deficienza sia stata maggiore tra gli improvvisati difensori; di talchè il duello tra l’accusa e la difesa avveniva quasi sempre ad armi disuguali — cioè sleale.[34]Quando uno diquesti difensori di ufficio, onestamente, confessa la propria ignoranza e domanda un breve rinvio per farsi chiarire, da persone competenti, un punto di diritto per lui indecifrabile, i superiori non mancano di infliggergli una punizione disciplinare[35]. I difensori intelligenti e coscienziosi, del resto, venivano continuamente beffeggiati dall’avv. fiscale e redarguiti in nome della disciplina dal Presidente in piena udienza. Così nel Tribunale di Firenze pel processo pei tumulti di Riglione il tenente Ercolani si azzardò a dire, che quel processo era stato ordito dai preti. Il presidente si alza infuriato e lo redarguisce: «Così non si va! Cotesti apprezzamenti se li tenga per sè.Osserviamo la disciplina, se no rinvio il dibattimento; e allora guai a chi tocca!».
Incredibile dictu: finiti i processi, fu punito coll’allontanamento da Firenze l’avvocato fiscale Gavino Ricci perchè non era stato abbastanza feroce! La misura era tanto punitiva che l’avvocato fiscale Bargalossi, chiamato a sostituirlo, alla prima udienza si disseaddolorato pel suo ingiusto allontanamento...(Nazionedel 5-6 ottobre). Del resto siamo arrivati a questo: che agli ufficiali s’impone didifenderegli accusati; ma non si lascia loro libertà di difesa; e pare che agli stessi ufficiali le autorità politiche vogliano proibire di dire la veritàse chiamati come testimoni in un processo. Parrebbe inverosimile se non fosse vero; ciò si rileva dal processo Barbato e dall’inchiesta fatta contro il maggiore e il capitano di fanteria, che deposero in favore dell’accusato!
Meno male se davanti ai Tribunali militari, come presso tutti i popoli civili, fosse stata sacra la difesa! Ma a questa furono imposti limiti davvero inqualificabili e la si fece svolgere in condizioni, che dovevano renderla assolutamente inefficace, inadeguata. Tale, a mo’ d’esempio, doveva riescire quando ad un solo ufficialetto ignaro del diritto e delle schermaglie procedurali, affidavasi la difesa di dieci, di venti accusati; e per di più, si presentavano in blocco requisitoria e difesa di molti processi in una volta. Così a Milano, si raggrupparono sei processi — dal 41º al 46º in un giorno; ed altri sei — dal 47º al 52º — se ne raggrupparono in un altro.
Il povero ufficiale difensore quasi sempre si rimetteva in questi casi alla clemenza del Tribunale segnalando la buona condotta e i buoni precedenti dei suoi poveri clienti. Oh, se si correva nell’accusare e nel condannare! si correva tanto, che l’avvocato fiscale in Milano, sicuro del fatto suo, dichiarava inutile provare l’accusa.... Era inutile l’accusa perchè era impossibile la difesa.
Gli ostacoli, spesso insormontabili, si sollevano al punto di origine dei documenti della difesa: il Prefetto di Ravenna, ad esempio, negasi, contro legge, a legalizzarne uno che doveva servire alla difesa di De Andreis. Del resto tutti i documenti possibili e immaginabili non pesano nella bilancia dei Tribunali militari.
Della libertà di difesa consentita agli accusati si avrà un idea da questo breve dialogo avvenuto nel processo pei fatti di Pomigliano d’Arco (Tribunale di Napoli):Imputato: Debbo dire mezza parola.Presidente: Dite pure.Imputato: Domandate al Signor Brigadiere....Presidente: Oh! ne avete già dette cinque di parole... Basta! — E lo fa sedere. Ancora. Nel processo dei ferrovieri di Napoli:Imputato Fortina: Vorrei s’inscrivesse nel verbale questa circostanza....Presidente: Qui non state nella vostralega, ma innanzi al Tribunale di Guerra e basta che noi sentiamo; non occorre inserire nel verbale. In quanto a verbali — afferma Walter Mocchi in un giornale di Roma — gl’istruttori non si curano di fare firmare gl’interrogatori; ed a domanda rispondevano: «Non importa; tanto ve la vedrete col Tribunale il giorno dell’udienza!»
L’ottimo colonnello Mondino, Presidente di uno dei due Tribunali di Napoli, aveva dichiarato non occorrere verbale:bastare che egli sentisse. Avrebbe potuto bastare realmente se egli e i giudici suoi colleghi avessero sentito da tutte e due le orecchie. Disgraziatamente per la giustizia e ancora di più per gl’imputati, i Presidenti dei Tribunali di Guerra non sentivano che da una sola; sicchè la bilancia non poteva che essere falsa perchè la lancia non poteva pendere fatalmente che dal solo lato del piatto esistente, ch’era quello dell’accusa.
Lo dichiarano più volte ed esplicitamente i signori Presidenti dei Tribunali di Guerra, con grave scandalo di coloro che dai medesimi attendevansi giustizia spiccia e sollecita, perchè liberata dalle formalità curialesche, ma giusta. Detti illustrissimiPresidenti dichiarano che non volevano testimoni a difesa, o ne volevano pochi; pochi o molti, del resto, soggiungevano che non avrebbero loro prestato fede.
Queste dichiarazioni fatte caso per caso, improvvise, nel calore del dibattimento — se dibattimenti possono chiamarsi i monologhi dell’accusa — senza consultare i membri del Tribunale, costituivano in sè un’offesa alla dignità di questi ultimi ed erano contro la legge. Il Presidente, come argutamente osservò il Mocchi[36], anticipava la legge sul Giudice unico, e parafrasando il motto del Re Sole esclamava:Il Tribunale sono io!
Non c’è dubbio su questa che sembrerebbe una enormità incredibile se non fosse rigorosamente vera: il partito preso di impedire la presentazione dei testimoni della difesa. Chi percorre i resoconti dei Tribunali di Milano se ne può convincere; ed a Milano occorse il caso più clamoroso della condanna iniqua di un imputato, che aveva un omonimo, di cui non si vollero ascoltare i testimoni a difesa. L’iniquità è stata documentata dallo stesso Avvocato fiscale, che sotto l’aculeo del rimorso ha avanzato egli stesso la domanda di grazia al Re in favore del povero condannato.
Si capisce, però, la renitenza dei Presidenti a sentire i testimoni a difesa: li credevano perfettamente inutili, perchè non degni di fede.
Lasciamo apprendere al lettore la grave circostanza dal drammatico resoconto dei dibattimenti. Siamo a Firenze nel processo pei tumulti di Figline. Il tenente Thermes, a difesa del colono Nocentini, presenta una lista di otto testimoni; non se ne ammette che uno. Il difensore ci tiene al numero:Presidente: al numero e a qualche cos’altro....Tenente Thermes: Sta bene: ma se otto testimoni deponessero che il Nocentini non si mosse del lavoro...Presidente:Anche se fossero cinquanta sarebbe lo stesso(Mormorio). I carabinieri e le guardie hanno deposto in modo da non lasciar dubbio, dando prova di possedere una memoria assai lucida.Tenente Thermes: Eccezionalmente lucida...Presidente: Qui non si tratta di far discussione. L’incidente è esaurito. — E Nocentini è condannato. Lo stesso Presidente del Tribunale di Firenze dichiara:Si citano solamente i testimoni che possono deporre su cose importanti!(Processo Guiducci e Teschi).
A Napoli. Processo di Resina.Presidente: D’Antonio Maria, alzatevi. Negate pure se volete: ma vi avverto che non crederò una parola di quanto direte. — Processo di Giuliano.Tenente Susanna: Il mio difeso ha citato quattro testimoni, che non sono presenti.Presidente: oh! se lei lascia fare a quelli lì, faranno venire a testimoniare tutta Giuliano! E fa comprendere che se tutta Giuliano venisse, non servirebbe a scuotere l’edifizio dell’accusa.=Nello stesso processo.Un imputato: Ma io tengo i testimoni...Presidente: Oh! per me i vostri testimoni valgono zero.Per me i testimoni buoni sono i carabinieri e le guardie.
In quanto a Milano, i dialoghi hanno forma più garbata; ma il succo è lo stesso ed è questo: il Presidente non accorda valore al numero e alle qualità dei testimoni a difesa. Ne accorda tanto poco a tutta la difesa, che a Filippo Turati preannunzia la condanna. E su questaineziagiuridica l’on. Barzilai ha presentato una interpellanza alla Camera dei Deputati. I criterî del magistrato sulla utilità della difesa appaiono nella loro ributtante nudità nella risposta che lo stesso Presidente dette all’onorevole De Andreis:Ma crede lei che il tribunale sia disposto a prestar fede alle sue difese?...
Fermiamoci un istante sulla questione dei testimoni. Il difensore tenente Ponti, nel 36º processo di Milano, con amarezza, che gli fa onore, diceva: «Prima di terminare, noto che le risultanze dei vari processi m’inducono a credere che è assai più facile il venir qui ad accusare che a difendere. È noto: 1º che si ha tendenza a prestare maggior fede a chi accusa che a chi difende; 2º che le classi meno elevate dimostrano di possedere in misura ben ristretta quella qualità che si chiama coraggio civile e che fa ritenere fra i più sacri doveri quello di saper difendere a tempo e luogo il proprio simile, lasciando a parte il timore di conseguenze spiacevoli».
No, tenente Ponti! Non è ilcoraggio civileche mancò alle classi meno elevate. Egli è che i rappresentanti delle classi più elevate resero assai pericoloso l’adempimento del proprio dovere. I testimoni della difesa andavano incontro al pericolo di essere incriminati, — e si arrestò il Sartori aFirenze perchè l’Avvocato Fiscale dichiaròessersi formato il convincimento ch’esso mentiva— mentre non s’incriminarono mai i testimoni dell’accusa anche quando il mendacio loro era lampante. E poi, a che pro’ esporsi a questi pericoli? Anche quando in favore degli accusati vanno a deporre gli uomini che occupano le più elevate e delicate posizioni sociali, il risultato non muta: si nega a loro la fede, che si accorda intera alle guardie di P. S., ai carabinieri, agli anonimi, alle spie reclutate nei più bassi fondi sociali. Un’enorme quantità di testimoni appartenenti alle classi dirigenti depone in Firenze in favore dell’Avv. Crosti; e Crosti è condannato; il Comm. Pirelli depone in favore di Turati: Turati è condannato. L’on. Colombo depone in favore di De Andreis: De Andreis è condannato. Il capo del gabinetto del Questore di Napoli depone in favore di Lamberto Sbarra: Sbarra è condannato. Il capitano dei carabinieri che ha il servizio politico in Napoli depone in favore di De Cicco: De Cicco è condannato. Il tenente colonnello comandante l’arsenale di Castellammare di Stabia depone in favore di Scognamiglio: e Scognamiglio viene condannato. Il Senatore colonnello Siani depone in favore di Verniero: e Verniero viene condannato....
A che cosa possono servire i testimoni più degni di fede quando un sostituto avvocato fiscale Ricci (processo dei socialisti di Monza, 30 Giugno e 1 Luglio) dichiara che non sono attendibili i testimoni tutti, tra i quali ilSottoprefetto di Monza?c’è di meglio: nell’udienza del 1 Giugno a Firenze, un maresciallo dei carabinieri afferma e il fornaio Beccani nega. E il Presidente:nonesito a credere piuttosto al valoroso maresciallo, che al Beccani, ch’è un pusillanime!
Non è tutto. Se mancano i testimoni della stessa accusa, non si manda in libertà l’imputato, ma si rinvia il processo per supplemento d’istruttoria sino a tanto che si riesce a condannarlo per un qualsiasi plausibile motivo. Ciò accadde ad un Raffaele Esposito in Napoli.
Con processi istruiti con metodi assolutamente incivili e nella mancanza completa di una vera difesa, le probabilità in favore di giudizi giusti rimanevano attaccate al filo sottilissimo delle qualità personali dei giudici: dovevano supporsi in loro eccezionalmente sviluppate l’intelligenza e l’equanimità.
In generale, dello sviluppo intellettuale di un individuo si ha un primo ed importante indizio nel tatto, nella garbatezza, nel sapere rispettare quelle che sono le regole del galateo. Questo rispetto imponevasi specialmente di fronte agli accusati, che presentavansi innanzi ai Tribunali militari in così straziante inferiorità.
Usare modi cortesi verso questi poveri inermi costretti a combattere contro uomini ferrati, era un dovere più che una generosità; ma anche ogni residuo di gentilezza venne meno nelle pubbliche udienze e la brutalità della caserma si mise in evidenza in tutta la sua bruttura. Si dice che delle invettive, dei sarcasmi inopportuni, ingenerosi, adoperati dal colonnello Parvopassu nei primi dibattimenti davanti il Tribunale militare, si scandalizzarono anche in alto e gli furono rivolti consigli di temperanza. Ammansato egli arrivò al processo De-Andreis-Turati,nel quale volle dar mostra di gentilezza col rivolgere a Turati qualche complimento —senza sarcasmo— egli stesso fu costretto ad aggiungere — sapendo che non sarebbe stato creduto sincero. Chi alla brutalità ed alle ingenerosità aggiunse i tratti del buffone, fu il colonnello Mondino che credette poter passare alla storia provocando indecentemente l’ilarità del pubblico nel distribuire secoli di galera.
Di lui ricostruì la ributtantesilhouetteil Mocchi nell’articolo cennato e credo doveroso non insistervi oltre; aggiungo soltanto, che suscitò la nausea il Presidente del Tribunale di Milano quando tentò vilipendere villanamente l’on. Maffi. E che dire di quel tenente colonnello Giacosa che alla fine della udienza del 9 agosto, in Firenze, consiglia gli accusati:se vi vengono tra i piedi socialisti e anarchici, mettete una mano nell’orologio e l’altra nel portamonete?
In questi processi pei tumulti di Aprile e Maggio 1898 non occorreva soltanto l’ordinaria sapienza giuridica; ma era indispensabile pure una discreta conoscenza delle scienze politiche e sociali, senza la quale non potevansi valutare al giusto i fatti e si dovevano scorgere dei reati dove tra i popoli civili non se ne scorge traccia alcuna. Ora, l’ignoranza dei giudici militari su questo si chiarì sbalorditoria ed indusse il colonnello Parvopassu a chiedere all’Ing. Valsecchi cosa s’intendesse dai socialisti perconquista dei poteri pubblici; a Maffi imputava a delitto — eccitamento all’odio di classe — il parlare disane e pratiche rivendicazioni del proletariato; a Gustavo Chiesi rimproverasi il discredito gettato sull’esercito colle sue critiche della campagna d’Africa del 1887;e sempre si videro terribili reati nelle frasi:lotta di classe, leghe di resistenza, ecc., ecc.
Nel campo giuridico, l’ignoranza non era minore; e preferisco attribuire ad ignoranza certi errori e certe contraddizioni, che altrimenti si dovrebbero ascrivere a brutale malvagità.
Egli è così che Romussi, Chiesi e altri giornalisti vengono condannati comecomplicinei fatti che procurarono devastazione e saccheggio, mentre la stessa sentenza dichiara quei fatti essere avvenuti indipendentemente dalla loro volontà. Per Valera, Koulichoff, ecc., manca l’estremo delle pubblicità necessarie perchè ci sia il reato imputato. Al gruppo dei giornalisti contumaci, che dovevano rispondere dei reati contemplati negli art. 246 e 247 si regalarono sei mesi di più di quelli che loro spettavano. A Pescetti si danno 10 anni, mentre a Turati e De-Andreis, per un reato minore, se ne danno dodici. Rilevo infine, che si distribuirono pene enormi per reati insussistenti ed anzichè rilevarlo colla parola calda e dotta dei valorosi avvocati che difesero i condannati in Cassazione mi piace farlo con quelle di un modesto difensore militare.
Il tenente Mazza, nell’udienza del 21 Giugno, in difesa di Valera innanzi al Tribunale militare di Milano osserva:
«Trovo scritto in un libro, compilato da una delle menti più eccelse che onorano l’Italia (parlo dell’illustre Zanardelli e del suo Codice Penale, che segnò il trionfo del senso morale e della sociologia) come: «Nessuno possa essere punito per un fatto che secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva reato». (Articolo 2)
«Ora, lo stato di assedio coi Tribunali di guerra, per quanto possa modificare la procedura penale, per quanto accordi competenza a reati anteriormente commessi, non potrà mai annullare il dispositivo di un articolo di legge, facendo considerare reato un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu commesso, reato non costituiva.
«E che fatti ora incriminati, sia per articoli di giornali o discorsi o conferenze pubbliche, non costituissero reato, lo prova con evidenza l’aver liberamente concesso ai giornali di circolare senza sequestro, il non aver mai spiccato contro i direttori, collaboratori, gerenti e conferenzieri alcun mandato di arresto o di semplice comparizione.
«Se i miei difesi avessero, come sostiene l’accusa, commesso delitti contro i poteri dello Stato, o eccitato a commettere tali delitti, se avessero pubblicamente istigato a delinquere, o fatto l’apologia d’un reato, o incitato all’odio fra le classi sociali, certamente il potere giudiziario sarebbe intervenuto per reprimere il reato coll’azione penale.
«Ora invece il Regio Procuratore mai intervenne contro i nostri difesi e la stessa autorità di P. S., che con i suoi rapporti ha scoperto ora tanto materiale di accusa, non ha mai provocato dal potere giudiziario alcun provvedimento.
«Cosa dice adunque codesto non intervento, se non che discorsi, conferenze, sermoni ed articoli di giornali, che ora si vogliono incriminare, non raggiunsero mai gli estremi del reato, e quindi non si agì a termine di legge, perchè il fatto nel suo assieme non costituiva reato?»
E non basta condannare per i reati insussistenti; ma si condanna per i reati che avrebbero potuto avvenire, nel processo dei socialisti del Circolo di Chiusi — Firenze, udienza del 13 Giugno — si accusa l’Avv. Crosti peidisordini che si sarebbero verificati se il circolo non fosse stato sciolto....
Questo è di una evidenza sorprendente e si applica alle numerosa categoria dei condannati giornalisti — da Chiesi, Romussi e Valera a Menzione e De Cicco.
La stessa sapienza giuridica fa condannare la povera Maria Marone di Napoli a 12 anni di reclusione comecomplicedello studente Cupola, suo amante, che si seppe difendere da sè e che perciò venne assolto![37]
Questa ignoranza crassa può spiegare certe sentenze davvero draconiane: 7 anni ad una donna per essersi trovata a capo di una innocua dimostrazione di donne; 100 anni di reclusione a 60 persone accusate di avere incendiato un carrozzone di tram in Milano; 2 anni a chi affrettossi a portare nei casotti i fucili abbandonati dalle guardie daziarie di Resina — ebbe pure le lodi del Presidente! — 20, 22, 25 e 30 mesi di reclusione aquattroimputati di avere datounasola bastonata ad un agente della forza pubblica in Casoria...
Quattro anni di reclusione ebbe il Trinci per avere scagliato dei sassi innocui in Firenze....
È chiaro: i Tribunali di guerra, in quanto a somministrazione di pene, adottarono questa savia massima:melius est abundare quam deficere!
Ed abbondano anche contro il parere dell’accusa: a Firenze l’Avv. Fiscale Gavino Ricci domandò sei mesi di detenzione contro Del Buono ed un anno contro Ciotti; il Tribunale ne dette quattro anni e due mesi a quest’ultimo, otto mesi al primo.
Tanta severità viene compensata dalle imparzialità!.. Imparziali sempre i giudici militari passano sopra alla parola del Re e condannano gli amnistiati, i contumaci, i pazzi, gli ubbriachi. Sui reati del borbonico Menzione passano sopra due amnistie e la pena scontata, ma il Tribunale di guerra cancella tutto e condanna. I contumaci erano stati risparmiati sotto Francesco Crispi, che non si lasciò smuovere dallo scrupolo insolito pel rispetto alla legge da chi avvertivalo che sfuggiva alla lontana una grossa preda: Cipriani (Don Chisciotte, N. 208 del 1898); ma furono inesorabilmente condannati nell’anno di grazia 1898. I pazzi furono ritenuti sempre irresponsabili; ma il Tribunale militare di Milano scrive un nuovo capitolo di psichiatrica, e pei fatti di Seregno condanna un Confalonieri il cui solo testimone di accusa — il maresciallo dei carabinieri — lo dichiara pazzo; e condanna Zoppini per avere gridato il19 Maggionel corso Vercelli:Viva il socialismo! Viva l’anarchia!La sola data del reato bastava ad assodare lo squilibrio mentale; lo dichiararono irresponsabile tre periti medici; ma Zoppini viene condannato, benchè sia statodiciannove volteal manicomio!
Si può immaginare se trovarono grazia gli ubbriachi: un De Ambrogi venne condannato per avere emesso non so qual grido sovversivo dopo essere stato per sette ore continuo all’osteria... e per avere gridato:vorrei avere tanta...cartada dare fuoco a tutto il mondo!
Pietà non si ha se non per coloro che nei processi del mezzogiorno risultarono all’evidenza istigatori e promotori dei disordini per gare municipali: nessuno di loro fu condannato. Erano cavalieri, commendatori, uominid’ordine, che a data ora davano la caccia ai sovversivi e meritarono tutti i riguardi. Nessuno sospettò in questa pietà l’influenza del pregiudizio o dell’interesse di classe!
E se a Milano si condanna Don Albertario, trovano pietà i preti in Firenze, dove vengono assolti tutti quelli del 25 giugno per accuse che avrebbero procurato anni ed anni di reclusione ai socialisti.
Con processi istruiti nel modo che abbiamo visto, senza difesa, coi criteri, colla sapienza e colla imparzialità dei giudici che ci sono noti: i Tribunali di Milano distribuirono anni 1390, mesi 3 e giorni 2 di reclusione; anni 90, mesi 1 e giorni 6 di detenzione; anni 307 di sorveglianza e L. 33,952 di multa a 688 imputati — dei quali 17 donne e molti minorenni. A Napoli vennero condannati 812 individui — tra i quali molte donne e molti minorenni — a 624 anni, 11 mesi e 21 giorni di reclusione e detenzione; 80 anni e 6 mesi di sorveglianza e L. 50,927 di multa. Le condanne più gravi furono quelle del Tribunale di Firenze pei fatti di Figline: un Pampoloni ebbe 27 anni di galera; Fabbricantie Giani 25, Musuai 24, Laperini, Borghesi e Gabrielli 22, Coloni 20, ecc., ecc.[38]Questa statistica è veramente paurosa e fa temere che i Tribunali di guerra abbiano sparso copiosamente seme di odio; ed è un giornale conservatore, cui non sfugge la realtà, a pensare che le condanne degli uomini politici e dei giornalisti di Milano ha avuto tutto il carattere di unavendetta, più che di un severo atto di giustizia. (Mattino19 Agosto 1898).
Se la vendetta e l’odio seminati possano produrre la pace o l’amore non so; auguriamoci che l’avvenire sia migliore di quello intravvisto e temuto. Per ora concludiamo col senatore e colonnello Siani: coi Tribunali di guerra si sono avute condanne feroci;feroci sino al ridicolo!
L’illegittimità dei Tribunali militari, le basi delle accuse, la mancanza della difesa, l’ignoranza dei giudici — il tutto coronato da questaferocia sino al ridicolonelle pene, spiegano come e perchè il movimento in favore dell’amnistia si accentui e divenga una valanga irresistibile che schiaccierà coloro che vogliono arrestarla: valanga a cui hanno portato il loro contributo tutti i partiti e tutte le classi sociali. E si vuole l’amnistia, nel senso di giustizia riparatrice, perchè nei condannati si riconoscono delle vittime, non dei delinquenti — nè politici, nè comuni. Di grazia, di perdono hanno bisogno soltanto i giudici.