VII.LE ISTITUZIONI IN PERICOLO!
Il saccheggio e la devastazione di Milano ricca e colta furono inventati per suscitare l’indignazione contro i barbari contemporanei; ma queste menzogne forse non erano sufficienti per determinare l’azione energica del governo.
Chi poteva assicurare che al Ministero stessero proprio a cuore gl’interessi delle civiltà! Bisognava creare il pericolo delle istituzioni; inventare, perciò, o esagerare le forze e la resistenza dei tumultuanti. Presto fatto: donne e bambini, uomini inermi furono tramutati in combattenti, cuionestamenteaccordossi anche l’eroismo, che faceva comodo.
Analizziamo le creazioni dei denunziatori della pericolosa insurrezione di Milano. Ecco un primo gruppo di notizie assolutamente fantastiche: gli alpini uccisi, una compagnia disarmata, gli studenti di Pavia in marcia sopra Milano, ecc., ecc.
Di alpini uccisi si seppe a Palazzo Braschi e nei corridoi di Montecitorio; ma, malauguratamenteper coloro cui faceva comodo il grave fatto, nulla se ne seppe a Milano. I becchini non poterono trovare, tra i cadaveri dei cittadini massacrati, alcun soldato alpino ucciso dai tumultuanti, così del pari i superiori non poterono prender conoscenza di alcuna compagnia disarmata; come la cavalleria mandata in perlustrazione fuori Milano, le truppe appiattate nelle cascine non poterono sorprendere in marcia iduemilastudenti armati di Pavia. Sperossi di trovarne qualcuno travestito da cappuccino; ma le barbe dei frati arrestati dopo la breccia erano barbe autentiche....
E si passi sopra ai diversi strombazzati assalti della stazione, alla complicità dei ferrovieri per impedire la partenza dei treni: in grazia della esagerazione della confusione, che doveva esservi in una stazione di città cannoneggiata, si ha almeno la soddisfazione di cogliere una preziosa confessione dalla bocca dellaPerseveranza. Eccola: «Insistente era la voce della sommossa alla stazione, con demolizione della tettoia, sciopero dei ferrovieri, arresti, fuoco, vittime. Quando ieri — il 9 — ci recammo alla stazione per assumere informazioni, trovammo l’ex onor. Zavattari che si affannava a persuadere gli increduli — increduli anche sul posto! — che nulla, nulla era succeduto. Tutti i treni andavano e venivano regolarmente, tranne, come era noto dal giorno precedente, quelli della linea Alessandria in seguito anche ai fatti di P. Genova e di P. Ticinese di ieri l’altro. Però la stazione e il difuori erano garantiti dalla truppa.Dobbiamo una parola di elogio ai facchini della stazione — il seguito dello Zavattari— che si prestarono coi migliori modi adassistere i forestieri in arrivo, specialmente alla sera, quando non c’erano più nè vetture, nè omnibus. Non ostante l’ora tarda, parecchi accompagnarono i forestieri agli alberghi». (N. del 10 Maggio).
Pare, dunque, che Zavattari si sia adoperato efficacemente per il mantenimento dell’ordine; per ciò, forse, fu arrestato e condotto innanzi al Tribunale militare, che —incredibile dictu!— lo assolvette non ostante il suo riaffermato repubblicanesimo.
Ma se fin qui siamo di fronte al fantastico, entriamo nel campo della realtà colleBande svizzere, colla complicità di Cipriani ed un po’ anche — come nelTrattato di Bisacquino— della Francia: l’ingrediente necessario per fare effetto sulla immaginazione deipatrioti.
A tumulti finiti — si badi bene — scrivono da Torino alla diligente e onestaPerseveranza. «Voci dall’estero assai esplicite. — Mi si afferma dapersona autorevoleche a Parigi si sapeva quanto doveva succedere a Milano, dove la preparazione alla sommossa era stata ideata e condotta abilmente da qualcuno di coloro i quali o vennero arrestati in flagrante, oppure presero il largo. Pare che anche il Cipriani non ignorasse ogni cosa, ma che egli abbia consigliato o sconsigliato, ignoro perchè non mi si volle, o non mi si seppe dir di più. Certo la miccia venne accesa a Bari e percorse tutta linea ascendente fino a Milano, lasciando nello scoppio parecchi strascichi e numerosi addentellati a nuovi incendi ovunque il malcontento, la miseria, la corruzione, la malvagità trovavano buona presa davanti il sonno delle cosidette Autorità di vigilanza e ditutela dell’ordine pubblico». (N. del 15 Maggio)[11].
Tutto questo sarebbe stato grave... se fosse stato vero. Non lo era; e a quali innocenti, anzi miserevoli proporzioni si riducesse la partecipazione dell’indispensabile Cipriani lo si apprese dal processo dei giornalisti: allo scambio di poche parole tra Carlo Romussi e il valoroso di Domokos nel passare da Milano per ritornare in Francia.
Ma chi può negare l’esistenza delle bande d’insorti italiani, che dovevano calare dalla Svizzera sopra Milano?
Le avevano organizzate l’on. Rondani e gli altri rifugiati in Lugano, Lausanne ecc; l’on Morgari aveva valicato il confine per condurle in Italia; l’Agenzia Stefanile aveva annunziate; tutta la stampa monarchica aveva protestato energicamente contro l’indegna repubblica elvetica, che non sapeva esercitare i suoi doveri di buon vicinato. È l’Opinionedi Roma — l’ufficiosa di tutti i ministeri — che dà il monito alla Svizzera; e Visconti Venosta rincara la dose con unanotadiplomatica.
Quanti erano gl’italiani delle bande? dove erano indirizzati? La stampa monarchica non esitò a valutarne le forze: da 500 a 5000; indicò la direzione o meglio la meta precisa: Milano. Questo è certo: le bande non penetrarono in Italia e non furono arrestate nemmeno dall’esercito, che in forza discreta venne scaglionato al confine per impedire l’entrata di questo pericoloso contrabbando.
In questa creazione delle bande svizzere c’era un nocciolo di verità, che fu ridotto alle sue giuste proporzioni sopratutto dalle risultanze processuali e dalle testimonianze delle autorità federali e cantonali — Camuzzi, Bernasconi, Primavesi e Rupa. — Le notizie false ed esagerate sugli avvenimenti di Milano avevano messo il fermento nella numerosa colonia italiana in Isvizzera; i primi esaltati socialisti — poco più di un centinaio — mossero verso il confine; vi arrivarono indieci; non avevano nè armi nè denaro; mancavano di pane e di vestiti... (Deposizione del Consigliere di Appello Primavesi, giudice istruttore in Lugano. Udienza del 29 Luglio). Verso il confine potevano arrivare più numerosi; ma ciò fu impedito dai telegrammi, dalle lettere, dai consigli e dalle preghiere degli on. Morgari e Rondani e dell’avv. Tanzi. Rondani e Tanzi rimasero in Isvizzera. Morgari rientra in Italia, di nulla diffidando come chi ha coscienza di aver fatto doverosa opera di pace; ma n’è punito col carcere preventivo e col processo e dovette sentirsi ascrivere a colpa dal Tribunale Militare l’influenza esercitata nello scongiurare un tentativo d’invasione. Punito come Zavattari!
E siamo alle barricate. L’Italia e l’Europa seppero che a Milano i tumulti si erano trasformati in vera rivoluzione; tanto che vi erano sorte le barricate come a Palermo nel 1860 e 1866; come a Vienna, a Parigi, a Berlino, nella stessa Milano nel 1848 ecc.
La notizia, se anche vera nella sua essenza, non doveva lasciarsi circolare perchè non poteva non esercitare una influenza eccitatrice; e il governo che sopprimeva giornali e telegrammi che dicevano la verità poteva impedire la trasmissione dei dettagli di queste barricate; doveva almeno ridurle a quello che erano in realtà. Che fosse necessaria la riduzione è evidente.
Si sa dalla breve cronaca che barricate erano sorte in vari punti della città e nei tre giorni di conflitto. Stando alCorriere della Sera(N. 125) rinforzato dallaPerseveranza, queste barricate dovevano essere una cosa molto seria la cui espugnazione avrebbe dovuto costare molto sangue alla truppa, se fossero state il prodottodi una rivolta preparata con tutta la calma, mentre la truppa era impegnata in altri punti della cittàe non l’episodio di un tumulto improvviso. Queste barricate costituivano, secondo i giornali delle reazioni, unafortezzanel punto in cui s’incontrano corso Garibaldi, via Moscova e via Statuto; e ne avevano altre dirinforzoin altre vie collaterali. E laPerseveranzadel giorno 8 scrisse che il giorno precedente soltanto a Porta Garibaldi vi furono tredici barricatesapientementecostrutte etenacementedifese.
Chi conosce la storia delle barricate vere nelle varie rivoluzioni di Europa si attende uno svolgimento tragico. E ci fu la tragedia; molti cittadinilasciarono la vita o furono feritipressole barricate; non ve la lasciò alcun soldato o ufficiale.
Un criterio veramente infallibile sulla entità di queste barricate l’abbiamo nei processi e nelle condanne del Tribunale Militare. Il 31º processo, ad esempio, per le barricate, per così dire premeditate — quelle delCorriere— di Corso Garibaldi e Via Moscova avrebbe dovuto presentare il maggiore interesse e i più gravi accusati. Invece tra i quindici condannati la maggiore pena inflitta fu di un anno e mezzo di reclusione. Una vera miseria per difensori di barricate, che si suppongono presi colle armi in mano; ai preparatori ideali della insurrezione si appiopparono sei, dieci, quindici anni di reclusione!
Non a Milano soltanto, ma dapertutto le risultanze processuali sono riuscite a smentire le menzogne della polizia sulla gravità dei fatti. Così idelittidei cittadini di Sesto Fiorentino, che condussero ad altro piccolo massacro, furono così terribili, che le pene inflitte ai colpevoli dal Tribunale militare di Firenze non raggiunsero isei mesidi carcere!
La verità è diversa da quella che si vorrebbe dare ad intendere per il decoro e per la serietà dei conservatori, dei generali e dei Ministri del regno d’Italia. Queste famose barricate non rappresentano che una specie di esercizio sportivo dei ragazzi e dei dimostranti; erano poco consistenti e mancavano del requisito principale: mancavano di difensori. Si espugnavano senza alcun pericolo, senza fucilate e senza cannonate: a colpi di scudiscio. Erano una parata da teatro che non meritava il sangue di cuifurono bagnate. Se i processi e le pene non bastassero per giustificare questo giudizio, ci sarebbe una prova strana — in un certo senso anche umiliante: furono tranquillamente fotografate e dalla parte, naturalmente, nella quale stavano gli assalitori....
Veniamo all’ultima invenzione sbalorditoia: alla resistenza degli insorti ed alla breccia aperta nel Convento dei Cappuccini.
Per giustificare questo ignominioso episodio, s’inventarono rivoltosi e combattenti all’Acquabella e altrove. Nello stesso intento laPerseveranzadel giorno 10 Maggio narrò che uno squadrone del reggimento cavalleria Milano, appena arrivato da Lodi, veniva lanciato fuori Porta Monforte e riusciva a prendere alle spalle ungruppo di riottosi, intimando la resa, minacciando la carica colle lance; e il gruppo si arrese: i 150 circa, che lo componevano, erano lapiù parte armati di rivoltella e altri di coltello; Falso, falso, falso!
Affare grosso quello dei Cappuccini! Infatti, dice laPerseveranza, gl’insorti, inseguiti lungo i bastioni, continuarono a sparare e ripararono nel Convento dei Cappuccini invadendolo etrincerandovisi fortemente. La truppa dovette snidarli mediante un vigoroso fuoco di fucileria. I soldati poterono accerchiare l’edifizio e la chiesa attigua. Furono circuiti earrestati tutti i combattenti, che non riuscirono a salvarsi.
Qui siamo in piena e vergognosa menzogna. Qui, come alle barricate, mancarono gl’insorti e i difensori dell’improvvisata fortezza; in loro vece c’erano frati caritatevoli, che vennero arrestati in vent’otto, e vecchi e vecchie mendicanti che eranoandati a prendere la loro scodella di minestra e vi trovarono la morte.
La menzogna vergognosa viene confessata a denti stretti dalCorriere della Sera(N. 128); più dettagliatamente dallaPerseveranza(giorno 11) che sente il rimorso delle precedenti affermazioni e, forse, voleva farsi perdonare dai suoi buoni amici di una volta, i clericali.La Perseveranzaci narra che la truppaignorava(!?) l’esistenza del convento e che si allarmò del movimento attorno al cancello — ed erano i poveri che atterriti dalle fucilate cercavano riparo in luogo, che, scioccamente, ritenevano sacro — ed aprì la breccia a colpi di cannone; è laPerseveranzache ci narra che il Padre Isaia venne arrestato eferito— avrà ricevuto una medaglia il valoroso che lo ferì? — mentre lavava una ferita ad una vecchia....; è laPerseveranzache riproduce dallaLega Lombardala notizia della sorpresa che fece allibire il Prefetto Winspeare quando si trovò dinanzi quegli strani prigionieri: i frati cappuccini e i vecchi mendicanti!
Questo episodio dei Cappuccini di Monforte fu tanto enorme che l’Autorità Militare ordinò un’inchiesta; la quale dovettespiegarel’errore di chi ordinò il fuoco e la breccia, ma non potè fare a meno di condurre alla liberazione dei poveri frati — avvenuta il 15 Maggio — che devono solo alle loro condizioni se non ricevettero i loro anni di reclusione anzichè le scuse umilianti di tutte le autorità. In questa liberazione sta, però, l’implicita condanna di autorità militari, che si mostrarono deficienti di tutto — specialmente di prudenza, di umanità e d’intelligenza — e che completaronoi trofei raccolti nei giorni precedenti raccogliendo larga messe d’infamia e di ridicolo: infamia per avere ucciso dei poveri in cerca di pane; ridicolo per avere aperto la breccia in un inerme e pacifico convento, con cannonate che sono degne di essere messe alla pari con quelle contro i bovi del pozzo di Tata nellagloriosacampagna contro Re Giovanni nel 1887.
Riassumo. La cronaca e le poche considerazioni esposte in questo capitolo dimostrano che cosa fosse la pericolosa insurrezione di Milano. Ci sono ancora altre prove schiaccianti contro coloro che inventarono pericoli inesistenti o li centuplicarono.
Queste prove vengono somministrate: dal numero dei morti e dei feriti tra i combattenti; dalla natura della morte e delle ferite tra le truppe; dalla condizione delle vittime tra i cittadini.
Con insistenza meravigliosa, nella cronaca delle luttuose giornate di Maggio, dai giornali si narra di fucilate e di colpi di revolver partiti dalle barricate e dalle finestre delle case vicine. Ma da tutti i processi non si potè apprendere che nelle case immediatamente visitate dalla polizia e dai soldati si siano trovate armi da fuoco e combattenti. Se combattenti colle armi in mano si fossero trovati sarebbero stati certamente fucilati. E non mancava l’animo al generale Bava Beccaris di farli fucilare — a lui che avrebbe già voluto far passare per le armi l’onor. De Andreis, cui si trovò in tasca un terribile esplodente: un progetto per la illuminazione elettrica.
L’inchiesta sulla breccia dei Cappuccini avrebbe dovuto condurre alla scoperta di queste case, chedavano asilo agli insorti omicidi — di queste case cui il Regio Commissario straordinario consacrò uno dei tanti suoi balordi proclami.
Ma guardate, fatalità: durante l’assalto dei Cappuccini si va ad esplorare una casa dalla quale si supponeva che si fosse sparato; e in quella stessa casa si conduce, per farlo curare, un ufficiale ferito in via Moscova! Almeno a Napoli trovarono da condannare la disgraziata complice di uno studente, che sparò da una casa, ma che fu assolto... per non provato reato. A Milano nulla!
Se gli insorti spararono per tre giorni di seguito in tanti punti, tra i soldati avrebbero dovuto essere numerosi i morti e i feriti per arma da fuoco. Ma la forza non ebbe che due morti; la guardia di Pubblica Sicurezza Viola e il soldato Grazia Antonio Tommazzetti. Il primo venne ucciso da una scarica della truppa; il secondonon si sa(?!)se venne ucciso per arma da fuoco o per una caduta di comignolo sul capo. Così ilCorriere della Sera(N. 130). C’è anche chi afferma, che venne ucciso da un ufficiale perchè negavasi di far fuoco contro i cittadini; ma la voce non è accreditata.
Di più. IlCorrieredà nello stesso numero l’elenco nominativo dei soldati ed ufficiali raccolti negli ospedali militari; tra ventidue feriti,duesoli lo furono per arma da fuoco;treda coltello; gli altri presentano ferite lacero-contuse o semplici leggere contusioni. Le lesioni più gravi sono per rottura dei malleoli per caduta dal cavallo. E chi garantisce che icinquenon feriti da arma contundente non siano vittime dei colpi della forza, che sparava e caricava all’impazzata? C’è da sospettarlo:ilCorriere(N. 132) infatti constata che il soldato Malinverni ferito da arma da tagliolo fu dalla bajonetta di un commilitonecontro il quale urtò accidentalmente nel parapiglia!
Non ci potevano essere, come non ci furono, feriti d’arma da fuoco e da taglio tra i soldati perchè i terribili insorti di Milano — donne e fanciulli in massima parte — possedevano ben curiose e allegre armi. IlCorriere, laPerseveranzae gli altri giornali non videro che cappelli, fazzoletti, bastoni.... e sciabole di legno da bambini. Contro la forza furono scagliati sassi e — inorridite! — un pajo di scarpe.
E che in Milano ci fossero armi più serie lo si vide dal numero dei fucili che vennero portati al Comando Militare quando venne l’ordine del disarmo.
Ma siccome giornali ed autorità parlano con tanta insistenza di colpi di arma da fuoco.... che per tre giorni di seguito in molti punti non ammazzano nè feriscono, bisogna ricorrere ad una curiosa ipotesi: che gl’insorti sparassero a polvere, per intimorire la forza e costringerla a retrocedere amichevolmente. Ma non erano a polvere, però, i colpi di fucili e di cannone sparati dalle truppe; se ne ha la prova dolorosa nella loro micidialità. Intorno al numero dei morti corsero — anche sullaTribuna— delle esagerazioni: si parlò di 800, di 300 morti. Accettiamo la cifra officiale, benchè ancora discussa: circa 80 morti e 450 feriti.
Se gli uccisi, se i feriti fossero stati insorti veri, anche se armati di scarpe o di sciabole di legno, avrebbero meritato la loro sorte; ma invece «alla statistica dei feriti e dei morti hanno dato unastraordinaria percentuale icuriosi, gl’imprudenti, idisgraziati....» Questa la confessione delCorriere della Sera(N. 127). LaLombardia(N. 126) riferì il giudizio di un professionista indignato che nel sobborgo S. Gottardo si fosse sparato non contro bande di rivoltosi, ma contro casiglianiendimanchéscuriosie che non sapevano stare in casa in un giorno di primavera. E le cannonate? Non è vero, dice lo stesso professionista, che quelle a mitraglia siano state precedute da quelle a polvere; o almeno l’intervallo di pochi minuti tra le une e le altre toglieva qualunque significato di avvertimento alle ultime. Che più? È la stessaPerseveranzache riconosce che sparasi contro le finestre dalle quali affacciavansi,curiosi; e aggiunge che a Porta Garibaldi, a Porta Ticinese, a Porta Genova, a Porta Vittoria, specialmente sul corso Loreto, tratto tratto le truppe dovevano far fuocoper disperdere i curiosi! (Numero del giorno 10 Maggio). Laferociadei combattenti di cui ci dettero notizia gli organi del Regio Commissario era tale che....assistevano i soldati caduti. Ce lo fece sapere laPerseveranzadel giorno 8. In Italia, in questo triste quarto d’ora, non è lecito commentare come si dovrebbe l’insieme di queste note sull’insurrezionedi Milano; sarà lecito almeno di rilevare che dalle medesime risulta non essere stato mai in pericolo nel maggio 1898, nè la civiltà, nè le istituzioni; se pericoli corsero, nella peggiore delle ipotesi, l’una e le altre lo devono ai rappresentanti dell’ordine, i quali vollero ed eseguirono una carneficina non necessaria; e in politica niente è così disastroso e deplorevole quanto ciò che è inutile.
In Parlamento e fuori, coloro che difesero l’uccisione di oltre centocinquanta cittadini ed il ferimento di oltre un paio di migliaia, dissero, per attenuare la responsabilità degli omicidi, che lo Stato aveva agito perlegittima difesa; ora, pur essendo generosi, non si può accordare che l’eccesso di difesa, che va sempre punita. La punizione verrà; ma dal Tribunale della Storia.