XIV.CONFRONTI

XIV.CONFRONTI

Si afferma di ordinario dalle persone che non vogliono darsi la pena di comparare per riflettere ed agire in conformità dei risultati ottenuti dalla comparazione: i confronti sono odiosi. Dovrebbe dirsi invece: i confronti sono dolorosi e vergognosi per coloro che sono costretti a constatare la propria inferiorità e per quanti furono e sono causa della inferiorità stessa.

La comparazione che s’impone quando si è dato il bando all’assoluto è di una indiscutibile utilità nella politica, che vuole essere sperimentale perchè, trovando termini di confronto con dati avvenimenti, si acquistano elementi per una specie di giudizio di appello, ammaestramenti ed indicazioni sulle conseguenze non remote degli avvenimenti comparati a seconda della diversità delle misure adottate di fronte ai medesimi.

Non si deve tacere che nella comparazione e nelle induzioni si deve andare guardinghi, perchè ladiversità delle condizioni tra popolo e popolo ed anche tra periodi diversi nella vita di una stessa nazione, può indurre in errore e far formulare previsioni che non si realizzano generando meraviglia e disillusioni; ma, oltrecchè nella fase presente di evoluzione la diversità delle condizioni è in continua attenuazione tra i popoli europei, è innegabile che la comparazione rimane come il metodo migliore per fare della politica sperimentale, pur facendo riserve sulle indicazioni che somministra e ricorrendo a tutti i temperamenti nell’applicazione, che possono essere suggeriti dalla conoscenza delle più salienti diversità di condizioni.

Convinto della eccellenza di questo metodo, mi pare che non si potrebbe conchiudere più opportunamente questo studio sui tumulti della primavera del 1898 e sulla conseguente reazione se non coi confronti sul rispetto delle leggi e delle costituzioni, sulla libertà lasciata ai cittadini, sulle misure adottate dai vari Stati d’Europa in casi analoghi a quelli italiani.

Se si dovesse prestar fede ai grotteschi apologisti del vigente regime italiano, i quali non esitano ad affermare che in fatto di libertà e di osservanza della costituzione il nostro paese nulla ha da invidiare agli Stati più liberi del mondo, e che arrivano all’impudenza di dire che ne gode una maggiore della Francia, si potrebbe stabilire un contrasto stridente ed umiliante per noi, ponendo il paragone tra l’Italia e la Svizzera, tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America; ma queste vanterie si devono prendere per quello che sono: per ridicolaggini divulgate con serietà o per ignoranza compassionevoleo per insigne e interessata malafede. Perciò rinunzio a qualunque paragone non solo con detti Stati retti a repubblica, ma anche colle monarchie scandinave, dove da anni i tumulti per cause economiche e politiche sono sconosciuti è dove è illimitata la libertà e tutto vi si discute: dal Re alla organizzazione sociale; da questa alle compagine nazionale[114].

I nostri millantatori si avrebbero a male il paragone tra l’Italia, paese a regime rappresentativo, con la Germania o con l’Austria, stati semplicemente costituzionali. Invece sono le due nostre alleate che avrebbero giusto motivo di offendersi del paragone. Il Cancelliere di Ferro, quando volle darsi nelle braccia della reazione, prima contro i cattolici e poscia contro i socialisti, si armò di leggi. Tra noi invece vige da anni, intendiamoci, e non da ieri soltanto, il cosidettopiccolo stato d’assedio, senzache leggi, e nemmeno i famosi decreti-leggi lo abbiano autorizzato. Le leggi talora sono applicate severamente in Germania; ma quando esistono queste leggi, almeno ogni cittadino sa a che cosa attenersi e a quali rischi si espone violandole. Tra noi l’arbitrio sostituito sistematicamente alla legge produce in tutti una incertezza ed un perturbamento, che sono tra le cause maggiori della nostra decadenza politica.

In quanto a libertà di stampa e di riunione, chi legge ilWorwärtse gli altri giornali e riviste dei socialisti, chi ha conoscenza delle conferenze innumerevoli che si tengono in tutte le birrerie di Berlino e della Germania, chi ha seguito l’ultimo congresso socialista di Stuttgart, in cui si affermò la dottrina collettivista da un lato e dall’altro si manifestarono voti aperti per la repubblica e si lanciò una sfida solenne all’Imperatore sulla famosa questione degli scioperi — si convincerà che il confronto non regge.

Non regge neppure coll’Austria, che siamo abituati a considerare come sinonimo di dispotismo. Ha certi freni la stampa e i sequestri qualche volta colpiscono anche le riviste — ad esempio, Die Zeit di Vienna; — ma c’è una misura, vi sono criteri stabili. Non parliamo del diritto di riunione; quando i socialisti austriaci promossero l’agitazione pel suffragio universale a Vienna, si fecero dimostrazioni di venti e quarantamila persone, che procedettero ordinate per lo più.

Qualche volta ci furono colluttazioni, anche gravi, colla forza; avvennero arresti e condanne severe — conformi alle leggi; ma il governo austriaco non pensò di sopprimere il diritto di riunione.

Gravi tumulti in Austria sono avvenuti negli ultimi anni e qualche volta fu proclamato lo Stato di assedio, consentito dalle leggi. Ma nè per la durata, nè per gli episodi che lo contrassegnarono in Boemia per la questione recentissima delle lingue, nè nell’Istria alcuni anni or sono, per l’altra analoga delle tabelle bilingui, si rese odioso come in Italia dal 1894 in poi. Nemmeno il più lontano paragone è possibile per le condanne dei tumultuanti, che furono mitissime anche quando andavano a colpire i cittadini rei di manifestazioni anti-nazionali, come fu il caso nei tumulti per le tabelle bilingui nell’Istria. Chi avrebbe potuto immaginare che l’Austria ci avrebbe dato lezioni di liberalismo e di costituzionalismo?

Il paragone prediletto ai nostri monarchici costituzionali è quello coll’Inghilterra. Essi ci tengono, o meglio ci tenevano[115], a dire che in Italia, in grazia dellalealtàdi Casa Savoja e dell’affetto popolare da cui è circondata, è stato possibile ilgodimento della massima libertà e del più perfetto svolgimento del regime rappresentativo. Nulla, intanto, di più grottescamente falso.

Il paragone, sotto tutti i punti di vista, non regge ora; e non reggeva neppure pei tempi migliori della libertà italiana.

Rimontando a sessant’anni or sono per la libertà di stampa ed a più di settant’anni per il diritto di riunione, per i criteri repressivi, per le condizioni lavoratori, deisi potrebbe trovare qualche somiglianza tra l’Inghilterra di allora e l’Italia odierna. Non più oggi.

Due parole sulla libertà della stampa, che è divenuta la libertà fondamentale: essa sola vale quanto gli articoli più larghi di una carta costituzionale, che possono rimanere lettera morta dove c’è un esercito stanziale numeroso e disciplinato[116]; essa sola sostituisce efficacemente ogni più severo controllo sull’opera politica e morale del governo.

Per dare la misura di questa libertà di stampa in Inghilterra, bisogna leggere la collezione delTruth, delReynold’s News paper, dellaModern Society,dell’Irish Weekly Independent, delLabour Leader, di altre riviste o giornali socialisti, repubblicani, radicali e irlandesi. Indarno si cerca nella storia dei processi da anni ed anni qualche cosa che rassomigli all’applicazione dell’articolo 247 del Codice penale e di altri articoli consimili. Le istituzioni politico-sociali vi sono discusse e attaccate con una violenza di linguaggio inaudita; la Camera dei lords, nell’anno di grazia 1898, dalReynold’s Newspaperviene considerata come un’assemblea di speculatori, di usurai, di ladri.... E non sono meglio trattati la Regina e tutti i membri della famiglia reale. Su i Re tutti d’Inghilterra, da Guglielmo il conquistatore a Vittoria, circola liberamente il libro di I. Morrison Davidson —The New Book of Kings: Il nuovo libro dei Re — di cui si sono fatte parecchie edizioni, e che riporta tutti gli aneddoti più feroci e più scostumati che possano discreditare le persone reali e le istituzioni monarchiche.

Questa non è la libertà che si esercita su coloro che già appartengono alla storia — e che in Italia sono sempresacre ed inviolabili; — ma si esercita piena, illimitata, sui contemporanei. Nel numero del 17 aprile 1898,Gracchusscrive una lettera alReynold’s News papernella quale dimostra il nessun valore politico, intellettuale e morale degli illustri parenti della Regina e della regina dice: «Vittoria ha schivato l’adulterio. E sta bene: l’ammiriamo. E l’ammiriamo in quanto, convinti del dogma della ereditarietà, chiunque avrebbe giurato, che essa avrebbe seguito la grossolana immoralità, che caratterizza i suoi zii particolarmente....».

Ma se la Regina viene risparmiata daGracchus— nessuno risparmia il Principe di Galles, ch’è stato messo alla gogna nei Tribunali, nei giornali, neimeetings— non la è da altri. Così l’Irish Weekly Independentnel febbraio 1898 pubblicò un articolo:Is the Queen mad?— La Regina è pazza? — dove si facevano allusioni agli amorazzi antichi della Regina con un suo prediletto e notissimo servitore, che — si assicura — la confortò dopo la morte del Principe-sposo Alberto. Nel numero del 1º maggio, lo stesso giornale, ch’è illustrato, in prima pagina, sotto il titolo:A Jubilea Idyllsi vedeva la Regina Vittoria, volante come una furia orrida, con la face in mano, portar la guerra dapertutto, mentre intorno e sotto di lei i cannoni che scoppiano producono incendii, rovina e desolazione... In Italia, un giornale fu sequestrato perchè mise in caricatura... gli speroni del generale Pelloux!

Gli emblemi, i motti allegorici, che si portano in processione, i discorsi che si pronunziano neimeetingssono dello stesso genere; e questo genere violento non è escluso dal Parlamento; dove, ad esempio, il Wakley, direttore delLancete deputato di Londra, domandando l’amnistia pei condannati cartisti di Monmouthshire, chiamatraditorii Re e parla diroyal miscreants, diroyal ruffians— canaglie reali, banditi reali...

Questi saggi di massima libertà di linguaggio, che si potrebbero moltiplicare a piacere, rispondono alla sciocca obbiezione che si sente spesso ripetere in Italia: in Inghilterra si può concederla perchè non se ne abusa. Ed a questa obbiezione rispose qualche anno fa Pasquale Villari, senatore, conservatoreed ex ministro del regno, col seguente giudizio: «La stampa più moderata usa in Inghilterra un linguaggio che a noi parrebbe sovversivo, ma che colà è giudicato prova di un vero spirito conservatore.Da noi si direbbe, che questo è un eccitare i tumulti colà si crede che questo sia un conoscere i propri tempi....[117]».

E parliamo di tumulti e di sommosse, ch’è quello che maggiormente importa.

La storia dell’Inghilterra — proprio per ismentire anche su questo quei capi ameni i quali vogliono stabilire certe differenze di trattamento politico in ragione delle differenze di temperamento tra gli italiani e gl’inglesi — è piena di tumulti e di sommosse assai più gravi di quelli che abbiamo deplorato in Italia nella primavera del 1898.

Se ci rifacciamo alla storia del primo quarto di questo secolo, anche al di là della Manica riscontriamo un periodo agitatissimo di fame, di prepotenze, di tumulti, di repressioni, di reazione, che nulla o ben poco ha da invidiare al nostro presente.

È il periodo dell’ultratorismocontrassegnato dal sistema iniquo delle imposte, dalla niuna protezione sociale ai lavoratori, dalla prevalenza megalomaniaca e militaresca, dalla mancanza di libertà politica e di giustizia penale. Fu la vergogna dell’Inghilterra e scomparve più di settant’anni or sono.

Sorpasso sui tumulti del 1829 e accenno appena a quelli che si riferiscono alla prima riforma, perfare comprendere a coloro che non conoscono gli inglesi quale sia laflemmae ilrispettodelle persone e delle leggi di questi famosi anglo-sassoni.

Nel 1831, appena Lord Russell presentò ilbilldi riforma, vi furono luminarie e dimostrazioni di gioia. In Italia gli amici delle riforme si sarebbero contentati di manifestare la propria soddisfazione con degli evviva! In Inghilterra si sentì il bisogno di una vigorosa sassaiuola contro i nemici delbill; e la sassaiuola degenera in gravi tumulti dopo il rigetto da parte dei lords (18 ottobre 1831). Si fanno le elezioni generali sulla questione della riforma e riescono favorevoli albill; e allora, in previsione della opposizione della Seconda Camera, i lords vengono minacciati e scoppiano dappertutto tumulti sanguinosi. Viene bastonato il duca di Newcastle; schiaffeggiato il marchese di Londonderry; gettato da cavallo il duca di Cumberland — un membro della famiglia reale!

Si riesce ad immaginare che cosa avverrebbe in Italia se casi simili si verificassero? Un milione almeno di cittadini sarebbe gettato in galera; della costituzione non rimarrebbe traccia; meno ancora del disegno di legge. Cedere in Italia alla pressione della piazza: vergogna! orrore! Nulla di tutto ciò in Inghilterra. Ilbillebbe il suo corso e ilords, ammoniti a scongiurare bufera più tremenda, non osarono più respingerlo. Non solo: il Re — oh scandalo! — favorevole albill, annunziò che avrebbe licenziato le persone di casa reale, che non si adoperassero pel suo trionfo.

Ancora un dato interessante. Scoppia un altro tumulto in Londra il 13 maggio 1833; un policemanviene ucciso, altri feriti. Ebbene, i giurati mandarono assolto l’uccisore peromicidio giustificato....In Italia, per Decreto reale, sarebbe stata soppressa la giuria. Fermiamoci ai tumulti più caratteristici: a quelli che si riferiscono al movimentocartistadurato dieci anni e più — dal 1837 al 1848. Ci dobbiamo fermare a questi tumulti perchè hanno qualche analogia coi nostri e per questo aneddoto di dolorosa attualità.

Paolo Valera — oggi in carcere e ch’era vissuto parecchi anni in Inghilterra — impressionato degli avvenimenti italiani del 1893-94, volle fare conoscere il movimento cartista in una serie di articoli dellaCritica socialeraccolti in opuscolo con una prefazione di Filippo Turati, nella quale si leggono queste parole:

«Collo studio sul movimento chartista, noi squaderniamo al lettore un brano di storia inglese vecchio di mezzo secolo che varcando la Manica e il Gottardo, si ringiovanisce, diventa quasi dell’attualità. Più ancora:diventa forse ad un dipresso, la storia nostra di domani»[118].

Filippo Turati fu profeta. La storia di 60 anni fa è divenuta la storia di oggi.... peggiorata. Niuno lo sa meglio di lui, che soffre nella tetra cella di Pallanza!

Peggiorata? Vediamo.

In Inghilterra ci furono condanne severissime durante il movimento chartista; Iohn Frost ed alcunialtri furono condannati a morte: la pena fu commutata. Ma queste condanne furono conforme alla legge; non stati di assedio; non Tribunali militari; non processi senza difesa e senza garanzia. Si vide anzi questo caso strano: scambi di cortesia, di parole di stima, di ringraziamenti tra.... giudici e condannati. Cose dell’altro mondo!

Non solo questo; ma le condanne, dal punto di vista della legalità, furono meritate e corrispondevano esattamente ai reati commessi. È facile dimostrarlo perchè i fatti abbondano.

In Inghilterra i tumulti non avvennero improvvisi come in Italia; ma furono voluti e preparati. Quando lacartachiesta dai riformatori venne seppellita legalmente, cominciarono a prevalere i così detticartisti della forza fisica, la cui denominazione dice chiaramente, che la violenza era l’ingrediente principale del loro programma.

Non si trattava di chiacchiere. In quasi tutte le officine d’Inghilterra si lavorava giorno e notte a preparare picche a tre scellini e mezzo per una per la rivoluzione di domani; e i capi volevano che tutti preparassero armi e alle armi si addestrassero. Il reverendo Stephens invitò le moltitudini ad andare aimeetingscon un pugnale nella destra e una face nella sinistra; almeetingsin Ashton-Under Lyne, dopo una furiosa requisitoria contro il Ministero Whig, domandò alla folla:siete armati?Parecchi gli risposero con delle scariche in aria. —Va bene, disse il ministro di Dio.Buona notte!

Questi comizi notturni e con gli intervenuti armati; dovevano allarmare naturalmente il governo,che li proibì. In questa proibizione dimeetingscon esercizi militari illuminati dalle torce si vide un insulto al popolo oppresso e una violazione della costituzione; perciò anche alcuni, che deplorarono le violenze deicartisti della forza fisica, come Feargus O’ Connor, si resero solidali con Stephens.

I motti sulle insegne e i discorsi che si tenevano in questi comizi erano la prova lampante delle intenzioni dei promotori ed organizzatori: erano schiettamente rivoluzionari. Stephens si proclamava rivoluzionariofino al coltelloed alla morte ed insegnava che «riprendere le ricchezze male acquistate» «non è altro che atto di giustizia». Parlando dei padroni delle fabbriche, incitò la folla a coprire di pece e di penne Iones (un padrone) ed a dargli fuoco. Insegnò ai presenti come prendersi del pane: «colla picca sul petto dite ai prestinai che alla prossima volta vi prenderete la pagnotta colla sua punta».... Il farmacista Pott — un altro fanaticocartista— appendeva alle sue finestre palle di piombo dorate con questa scritta:pillole pei tories!

Dalla preparazione si passò all’azione; e bande armate, con un capo — Iohn Frost — con un programma preciso, il 4 Novembre 1839 dettero l’assalto a Newport. Vi fu conflitto con undici morti e molti feriti; e fu questo l’avvenimento che dette luogo nel 1840 alle severe condanne emanate dalla giuria, di cui si fece precedente menzione.

In Italia non si può trovare un solo fatto, che si possa paragonare a questo assalto di Newport; eppure, data la diversità dei Codici, le condanne pei tumulti di Sesto Fiorentino furono infinitamente più severe. Volendo essere generosissimi coi nostrigiudici militari e col governo che li mise a funzionare, i reati maggiori avrebbero qualche lontana, stentata, artificiosa analogia con quelli attribuiti a Stephens. Ebbene, mentre i Rondani, i Turati, i De-Andreis, i Chiesi, i Romussi, per articoli o discorsi scritti e pronunziati alcuni anni prima e che erano infinitamente meno eccitanti di quelli del prete inglese, ebbero dai sedici ai sei anni di reclusione, lo Stephens fu processato a piede libero e non ebbe chediciottomesi di carcere! In Italia, in mancanza della pena di morte, lo avrebbero condannato al massimo della reclusione o della galera e i giudici sarebbero rimasti dolenti di non potergli dare gli anni di vita di Matusalem per appioppargliene novecento...

I tumulti del periodocartistanon durarono un mese o un anno, ma con maggiore o minore intensità si riprodussero per dieci anni: la fame li rese acuti nel 1842, quando si assaltarono e saccheggiarono anche leWorkhouses. Dettero luogo al cosidetto processomostruosodei 59, durante il quale ci fu il discorso lunghissimo, commovente e convincente di O’ Connor, che indusse i giudici a dichiarazioni pubbliche di stima e di simpatia verso gli accusati. Si ebbe la sentenza; ma ne venne sospesa l’esecuzione per un errore di forma: l’Inghilterra non ha una Cassazione disciplinata! Il processo non venne ripreso perchè il governo non se ne occupò più. «I Ministri, dice Valera, avevano fiutata l’opinione del paese contraria a questi processi contro le manifestazioni del pensiero».

La diversità dei criteri di governo, del rispetto per la libertà, per le leggi e per la costituzione tral’Inghilterra e l’Italia, in questi dolorosi casi risulta all’evidenza dalla differenza tra i generali preposti alla repressione. Conosciamo i nostri Bava Beccaris, gloriosi vincitori all’interno; il Valera, e fece bene, ci presentò il generale Napier, che fu mandato a schiacciare ilcartismoin undici contee settentrionali. Il generale Napier fece il suo dovere di soldato; ma quale uomo fosse, si può scorgere dal modo come pensava. Dei tumulti riteneva responsabili i governanti e malediceva coloro ch’erano causa delle guerre civili. Le insurrezioni, egli diceva, non sono provocate dai capi delcartismo, ma dal debito nazionale, dalle leggi sui cereali, dalle nuove leggi sulla carità pubblica. Ilcartismoè il prodotto della ingiustizia dei Tories e della imbecillità dei whigs. Sferzava i magistrati pusillanimi che divenivano leoni dietro le baionette dei soldati. Deplorava che il Parlamento avesse votato 12,000 sterline per le scuderie reali, mentre altrove si moriva di fame. Sconsigliava l’arresto di O’ Connor e voleva che si dasse laCarta. E concludeva:È crudele ed inutile sopprimere la vita per delle idee. Non è giustizia, è barbarie, è vendetta di partito dominante. Magistrati, lords, duchisono tutti assetati di sangue.

Ecco in bocca ad un generale la frase, che doveva procurare sei anni di reclusione a Gustavo Chiesi...

Tutto questo sfata l’umoristica ed accreditata leggenda sul carattere inglese e prova a luce meridiana che gli inglesi abusano più dei latini della libertà di parola; che gl’inglesi tumultuano tanto frequentemente quanto gl’italiani quando soffrono ed hanno fame.

Se le cose procedono diversamente, in ultimo, in Inghilterra e in Italia, egli è che le moltitudini inglesi sanno farsi rispettare e difendono la libertà. Pare che essi abbiano letti i commentarî di Blackstone e vi abbiano imparato che il popolo ha il diritto di manifestare la sua volontà primo colla petizione, secondo colla rimostranza, terzo colle armi. Così il Valera.

Se le moltitudini sono impregnate dallo spirito di Blackstone, i governanti, in generale, da oltre cinquant’anni in qua, sono del pari convinti che il loro dovere è quello di rispettare i diritti del popolo. E rispettandoli, sanno di fare un buon affare nello interesse sociale e delle classi che rappresentano. Se ne dimenticano qualche volta ed avvengono allora perturbamenti gravissimi. Tale quello delladomenica sanguinosa(13 Novembre 1887), quando la polizia volle impedire, la riunione di unmeetingin Trafalgar-Square e il popolo scatenossi come una furia su Londra, provocando conflitti sanguinosi, devastazioni di ogni genere. Così avviene sempre, ogni volta che la polizia interviene per impedire una manifestazione; il suo intervento in Italia come in Inghilterra genera la sommossa. La sua assenza è la migliore garanzia dell’ordine, sia in Italia come in Inghilterra. Roma vide trentamila cittadini protestare pacificamente per l’assassinioFrezzicon tanto ordine e con tanta compostezza, quanta se ne può riscontrare a Londra durante le più ordinate e pacifiche manifestazioni. Mancava la polizia[119].E ci fu in Parlamento chi trovò da rimproverare all’on. Di Rudinì questo atto politico e questo rispetto alla legge e ai diritti dei cittadini!

I nostri monarchici — distinzione, onestamente, non si potrebbe fare fra ladestrae lasinistra— messi colle spalle al muro dalla eloquenza dei fatti, non si danno per vinti e dopo aver blaterato per tanto tempo sulla solidità delle nostre istituzioni e sulla popolarità della nostra monarchia, confessano umiliati che ciò che riesce innocuo in Inghilterra, dove la monarchia ha secolari radici, non si può consentire in Italia, dove le istituzioni vigono appena da mezzo secolo.

L’obbiezione, mentre li umilia, perchè sfronda molte aureole, si mostrerà che è infondata da un altro punto di vista. Ma prima di venire a questa dimostrazione, ce n’è un’altra da fare, ricorrendo alla storia e alla vita politica del Belgio.

La dinastia che regna nel Belgio non vanta la durata della Sabauda: è nata ieri — nel 1830; le istituzioni presenti non godono del benefizio della tradizione come le inglesi. Le condizioni, adunque, vi sono molto rassomiglianti a quelle dell’Italia. Ed ecco che cosa ci apprende la storia e la vita politica del Belgio.

Non discutiamo sul diritto di associazione e di riunione; una sola parola lo qualifica: è illimitato per tutto e per tutti — pei socialisti e pei clericali, pei monarchici e pei repubblicani. Bandiere rosse, fiori e nastri rossi,marsigliese, carmagnola, ecc., sono ingredienti immancabili d’ogni comizio republicano o socialista e nel quale la polizia brilla per la sua assenza: perciò vi mancano del pari i disordini. E si gridaViva la repubblica!nei comizi, come lo si grida alla Camera dei Deputati, dopo che vi entrarono i socialisti.

Altrettanto illimitata è la libertà di stampa. Giornali e riviste pubblicano continuamente articoli contro il Re, contro la famiglia reale, contro l’esercito, contro tutte le istituzioni e contro tutti gli individui dichiarati in Italia sacri, inviolabili, intangibili e che sarebbero tra noi severamente puniti comesovversivi. Là passano inosservati in tempi ordinari; ed anche all’indomani dei gravissimi tumulti del 1886, il De Fuisseaux — unsovversivoper eccellenza — potè pubblicare un giornale, il cui semplice titolo tra noi costituirebbe un reato:La repubblique belge.

La misura vera di questa illimitata libertà di stampa viene data da ciò che si scrive sulla vita pubblica e privata del Re e della famiglia reale.

Non esiste l’ipocrito rispetto alla formola menzognera:il re regna e non governa, e al Re si fanno rimontare le responsabilità tutte che tra noi si preferisce addossare ai ministri responsabili. Ci vorrebbe un volume, per riassumere soltanto ciò che si è scritto nella forma più violenta contro Leopoldo II a proposito del Congo; a lui si fa colpaanche di qualche inezia: De Fuisseaux lo attaccò vivacemente nel celebreCatechismo del popoloperchè venne annullata la decisione del Comune di Lacken, che lo sottoponeva all’imposta come qualunque altro cittadino[120]. Questi attacchi sono divenuti violenti nell’està del 1898 per il progettato porto militare di Bruges, combattuto aspramente alla Camera dei Deputati da Anseele come una impresa di Re Leopoldo. Su questo porto militare un giornale di Bruxelles pubblica un articolo dal titolo caratteristico:Un roi encombrantnel quale riassumeva i pareri assai violenti contro il Re di altri giornali — tra i qualiLa PatrieeLe bien public, monarchici e clericali.

Meno male se il Re lo si attaccasse soltanto come capo dello Stato; ma lo si tratta peggio nella sua vita privata. Così nelPeuple(15 Settembre 98) leggevasi un articolo sulPericolo congolesenel quale lo si consigliava di andarsene nel Congo e costatava con rammarico che eglipreferiva di andare a Parigi per trovarvi Emilia d’Alençon e Cleo de Merode. Il Bertrand aveva già accennato alle relazioni scandalose di Leopoldo II con Madame Ieffries. Al Re non si rinfacciarono soltanto le debolezze per lecocottesparigine, ma gli si rimproverò di essere associato negli utili di unabiscaad Anderme e che stava fondando ad Ostenda un gran Casino da giuoco — uso Montecarlo — insieme al suo amico e protetto Colonnello North.

Ebbene: Leopoldo II non richiese la punizione degli autori di questi scritti pubblicati nel Belgio evendicossi domandandone il sequestro quando vennero riprodotti in Germania dalProletarioe dall’Ecodi Amburge[121]. Chi vuol sapere come vengono trattati i suoi congiunti, legga l’opuscolo di Bertrand:Leopoldo II e la sua famiglia. Vi è detto, ad esempio, che il Conte di Fiandra è un verotipo di degenerato, che gode di un appannaggio di L. 200,000 per la sola ragione ch’è fratello del re; eancora ciò non è provato, perchè nel Belgio la ricerca della paternità è interdetta.

Non mi permetto di riprodurre ciò che si scrive nei manifesti e nei giornali del movimento antimilitarista, perchè, trattandosi di una istituzione che vive e funziona anche tra noi, darebbe occasione al Fisco d’infierire; potrà aversene un’idea leggendo tutta la collezione dellaCasernee delPeupledi Bruxelles.

L’eccitamento all’odio di classe e il discredito delle istituzioni vi sono versati a piene mani. Preferisco arrivare ai tumulti, ai processi ed alle condanne, che hanno analogia con quelli ultimi d’Italia.

Non rievocherò la lotta per il suffragio universale, strappato al governo ed al Parlamento clericale per mezzo di un atto veramente rivoluzionario: lo sciopero generale. Gli animi erano eccitati, lasituazione molto tesa: a Bruxelles e nelle altre città del Belgio migliaia e migliaia di operai in isciopero domandavano minacciosamente il diritto al voto e gridavasi a perdifiato:Viva la repubblica!Non stati di assedio, non arresti, non processo. Fu arrestato uno dei capi ed organizzatori dello sciopero, Emilio Vandervalde; ma per una sola notte!

Mancarono i tumulti, perchè mancò la provocazione e mancò l’intervento della polizia. Ci furono altra volta i tumulti e furono tremendi e dettero occasione a condanne severe: furono quelle dell’Année terribledel Belgio, l’anno 1886.

In quest’année terrible, ripeto, ci furono condanne severe: a vita, a 15 anni di lavori forzati, ecc., per i fatti dei dintorni di Charleroi. Ma tutto per le vie ordinarie, per mezzo dei giurati, senza stato di assedio e senza tribunali militari, non ostante che nel momento della repressione tutti i poteri fossero stati accentrati nelle mani del generale Vandersmissen.

Non ostante queste condanne severe, che suscitarono la generale indignazione, nessuno oserebbe paragonarle a quelle italiane dell’anno 1898, di fronte alle quali risulterebbero assai più miti; e soprattutto giuste.

I tumulti furono cagionati dallo sciopero tra i minatori, cominciato il 25 Marzo a Fleurus.

Si riproducono al vero le scene diGerminale diHappe-Chairee divengono persone vive i tipi dei capolavori di Zola e di Lemonnier. Le bande degli operai gridando:Viva la repubblica!cantando la marsigliese, seguendo le bandiere rosse, percorrono eccitatissime il paese; pregano, minacciano, impongonolo sciopero e dalle miniere di carbone lo comunicano alle vetriere.

Da principio il governo non interviene; ma il suo intervento diviene una vera necessità di ordine sociale. Sono gli scioperanti armati di revolver, i primi a far fuoco a Gilly sulla guardia civica il 27 Marzo. A Roux, poco dopo, la truppa fa fuoco, ma per difendere uno stabilimento, che gli scioperanti si ostinavano a voler prendere per distrurlo.

Di che cosa fossero capaci i tumultuanti, si vide in diversi punti. Vi furono scene dì orrore vero e se ci si attenesse alle descrizioni che ne dettero i monarchici e i clericali, si potrebbe credere alla calunnia suggerita dalla passione di parte; invece sono gli scrittori socialisti che confessano i saccheggi, i ricatti, le distruzioni, gl’incendi vandalici degli scioperanti di Marzo[122]. Ciò che fecero da Baudoux, un industriale odiato per i perfezionamenti introdotti nell’industria vetraria, fu incredibile. Una banda ubbriacata di saccheggio e di distruzione, dicono Vandervelde e Destrèe, incendiò tutto lo stabilimento, e saccheggiò l’abitazione del Baudoux, mentre una folla immensa assisteva indifferente, senza prestare soccorso ed aiuto di sorta. Al seguito degli scioperanti, aggiungono gli stessi scrittori socialisti, sbucarono dalle loro tane oscure tutte le bestie immonde, i vagabondi, i pregiudicati, i malfattori, che si fanno innanzi in ogni movimento sociale (pag. 69 e 70).

Scene analoghe non si videro in Italia; ma ciò che rende veramente caratteristica la differenza fra i tumulti del Belgio e quelli italiani fu sopratutto la causa.

Si sa che la fame fu la grande sobillatrice fra noi. Nel Belgio i minatori soffrivano alquanto; ma non in modo eccezionale da spiegare i barbarici eccessi menzionati. Destrèe e Vandervelde confessano:questo sciopero sembrava che non avesse alcuna ragione particolare; era diretto contro gli speculatori, contro il Governo, contro la Società, contro chiunque...Era una solenne protesta sociale! C’era ignoranza profonda nel popolo sollevato, che non sapeva ciò che voleva....C’era nella sommossa un desiderio brutale, feroce, incosciente di godimento e di ricchezza.

Da particolare a particolare, questo si chiama furto. Ma da classe a classe, da nazione a nazione, ciò cambia carattere e costituisce il preludio delle grandi rivoluzioni sociali (pag. 65 e 66).

E meno male se gli scioperanti fossero stati i soli minatori; ma i vetrai, continuano i due scrittori socialisti, non erano miserabili e non avevano alcuna seria ragione per porsi in isciopero. Forse si sono esagerate le loro buone condizioni; ma ciò non pertanto esse erano soddisfacenti:la maggior parte avevano una casa, dei risparmi, godevano di un certo comfort, erano una specie di aristocrazia nelle classi operaie e avrebbero dovuto rimanere estranei allo sciopero(pag. 67).

A Milano, a Napoli, a Firenze, nessuno dei condannati si trovò nelle condizioni dei saccheggiatori e degli incendiari del Belgio; ma le condanne non furono inferiori. Nel Belgio sembrarono enormi lecondanne di Charleroi, da sei mesi di prigione al disotto, per oggetti rubati negli scioperi e ci fu uno scoppio d’indignazione perchè un Gillet fu condannato adotto giornidi carcere perchè trovato possessore di un pugnale e perchè minacciò un maggiore dell’esercito. In Italia gliotto giornisarebbero divenutiotto annidi reclusione; e nessuno se ne sarebbe sorpreso!

Ma la iniquità delle condanne italiane diventa spaventevole quando si paragonano a quelle inflitte nel Belgio agli elementi intellettuali, ritenuti inspiratori e promotori diretti o indiretti dei tumulti. Alfredo De-Fuisseaux, che col suoCatechismo del Popolo, vendutosi a molte decine di migliaia di copie, aveva certo eccitato moltissimo gli animi, venne condannato asei mesidi prigione dalla Corte di Assise di Bruxelles. Il 4 Giugno, innanzi al giurì di Gand, comparve E. Anseele sotto l’accusa di avere attaccato la forza delle leggi e di avere oltraggiato il Re per un articolo pubblicato nelVooruitnel quale si scongiurarono le madri di scrivere ai loro figli dell’esercito perchè non tirassero sugli operai in isciopero e per un discorso pronunziato in un comizio nel quale, volto agli operai, consigliando la calma, aveva detto: se voi vi esaltate, il governo non domanderebbe di meglio che massacrare;e in questo giorno vi sarebbe festa al palazzo dell’arcivescovo di Malines ed al castello di Leopoldo II,assassino I....Anseele confessò di avere pronunziato queste parole a fine di bene e nel momento dell’eccitamento; venne assolto e condannato asei mesidi prigione per la prima accusa!

Sei mesidi prigione nel Belgio a chi afferma che il capo dello Stato avrebbe fatto festa per il massacro del popolo, a chi chiamaassassinoil Re! li hai ben meritati i tuoidodici annidi reclusione, tu, Filippo Turati, che non pensasti mai d’insultare atrocemente il sovrano d’Italia e che profferisti parole di pace, tali riconosciute dai tuoi avversari!

Non basta. Si assicura già che il governo prenderà l’iniziativa di una legge che dichiarerà nulli i voti dati ai condannati politici.

E nel Belgio? Anseele, proclamato candidato in Bruxelles nell’ottobre 1886, viene messo in libertà, affinchè possa sostenere la campagna elettorale..... Rientra in prigione, perchè non eletto.

Le origini dello sciopero e dei successivi tumulti e gli episodi che li accompagnarono, i processi — tutto contribuisce a stabilire la maggiore gravità dei fatti del Belgio. Eppure non venne proclamato lo stato d’assedio, non sottratti gli accusati ai giudici legittimi, non proposta alcuna misura restrittiva delle libertà di stampa, di associazione, di riunione, non pensata alcuna diminuzione del diritto elettorale.

Appena un mese dopo i tumulti, il 25 e il 26 Aprile, il partito socialista belga potè riunirsi liberamente a congresso a Gand ed una colossale manifestazione in favore dei condannati potè farsi in Agosto a Bruxelles, dove già si era esasperati perchè il borgomastro Buls — senza ingerenza del governo — l’aveva proibita in Giugno; e solenni manifestazioni, punite in Italia, come apologia di reati, si svolsero pacificamente in tutte le città del regno.

Questo avviene nel Belgio, dove la dinastia dei Coburgo regna da sessant’anni appena ed è stranierae non crede di avere speciali benemerenze per la liberazione e per l’unificazione del paese...

In Italia... in Italia, — ricordiamolo, per attenuare l’amarezza che suscita la reazione e l’abbiezione presente, in altri tempi non si procedeva come si procede al giorno d’oggi. Era maggiore il rispetto delle leggi, lo Statuto pareva cosa viva, vi si godeva di unminimumdi libertà indispensabile in uno stato civile contemporaneo. Le radici delle istituzioni non erano e non potevano essere più profonde che oggi non siano e le scosse erano forti; ma la reazione, dopo Aspromonte, dopo il massacro di Torino — allora il Re licenziò il ministro che l’aveva consumato — dopo Mentana, dopo i tentativi insurrezionali e le cospirazioni del periodo 1869-71, non raggiunse mai l’intensità e la sfacciataggine di quella odierna.

Non rievocheremo i ricordi dei tempi delle lune di miele del popolo collo Statuto, quando Didaco Pellegrini, eletto mentre era in prigione per reato politico — 2 Dicembre 1848 — venne convalidato e liberato; ma è bene ricordare questo episodio, che si riferisce al periodo più burrascoso della nostra storia. Si era nel 1867 ed a Firenze, appena conosciuto l’arresto di Garibaldi a Sinalunga, una dimostrazione imponente protesta; e protesta con intendimenti, che non ebbero mai i tumultuanti del 1898 nè a Milano, nè altrove; infatti si disarma il picchetto di Guardia nazionale a Palazzo vecchio e si saccheggiano due botteghe di armaiuoli; un brigadiere di P. S. viene ucciso e diciotto agenti feriti. Nulla seguì che possa paragonarsi alla reazione odierna.

Ma il guasto odierno è immenso e nella speranza di suscitare un salutare risveglio, è necessario che si tracanni sino all’ultima stilla il fiele dei confronti storici.

Faremo l’ultimo, che riuscirà amarissimo ai bigotti della monarchia sabauda e che farà rinnovare l’accusa sciocca di leso patriottismo contro chi lo pone: quello col governo borbonico — colgoverno negazione di Dio.

Nel mezzogiorno, il popolo ha posto già il confronto; e quando certi movimenti della pubblica opinione esistono, il dissimularseli non sarebbe che una ipocrisia, una menzogna pericolosa. Il popolo ha posto tanto il paragone, che deve riuscire la più degradante condanna della presente reazione, che il poeta dialettale notissimo, Ferdinando Russo, la sua canzone per Piedigrotta — per la festa più popolare di Napoli, la festa nella quale si espande l’anima del popolo, la fa seguire dal ritornello:Franceschiello, Franceschiè....

C’è chi s’indigna ed approva il sequestro di una canzonetta, che per bocca di untipo di plebeo sordidamente ignorante si aggira su questo ignobile tema:Si stava meglio sotto il Borbone[123]. Questa indignazione è del tutto inopportuna o va riserbata tutta, intera, contro i governanti, che hanno fatto strazio dell’Italia ed hanno reso possibile il paragone[124].

Ma è proprio possibile questo confronto?

Chi non tiene conto delle mutate condizioni psicologiche, dei progressi politici e intellettuali, dapertutto compiutisi, nega la possibilità di questi confronti, soprattutto perchè non trova oggi in Italia notizia di fucilazioni, che furono tanto frequenti nel regno delle due Sicilie. Costoro non hanno senso storico e dimenticano che Ferdinando II, se oggi governasse ancora a Napoli, non sarebbe quello di sessanta anni fa, anche senza essere stato costretto a trasformarsi da alcuna rivoluzione. I Borboni di Francia, rimessi sul trono dalla Santa Alleanza, non si sognarono mai di potere cancellare la storia — questa stolta idea non albergò che nella mente delRe di Sardegna — e non ostante gli orrori delterrore bianco, nei primi momenti della restaurazione, non credettero mai più di potere riprendere quei diritti assoluti che con Luigi XIV confusero lo Stato colla persona del Re. Dopo l’assassinio del Duca di Berry, i reazionari rovesciarono il Decazes chiamandolo complice di Louvel:il principe, dicevano,è stato pugnalato da una idea liberale. Ma fu cosa transitoria; e durò meno di quella stessa reazione che in termini identici accusò Zanardelli e Cairoli di avere armato il pugnale di Passanante. La ragione dei tempi s’impose, sotto la restaurazione, in guisa che i più convinti monarchici, che altra volta non si scandalizzarono delle Saint Barthelemy e delle Dragonnades, per bocca di Demarcay e di CasimirPerier protestarono fieramente per avere visto i dragoni caricare la folla inoffensiva; questa ragione dei tempi indusse anche i legittimisti a protestare contro la soppressione di un giornale e l’arresto del suo direttore Robert, rese gigante Manuel in Parlamento sotto la restaurazione e mentre assicura la popolarità al mordace Paul Louis Courier, induce i De Remusat, i Thiers a protestare in difesa della libertà della stampa contro le ordinanze di Luglio.

Questa stessa ragione dei tempi, che comincia ad imporsi alla Russia e s’imporrà alla Turchia, non ostante la protezione dell’Imperatore di Germania, avrebbe trasformato Ferdinando II, che si sapeva Re per diritto divino e che nulla credeva dovesse al popolo. Che cosa avrebbe fatto Re Bombase il popolo, colle sue battaglie e coi suoi sacrifizî, lo avesse creato Re d’Italia?

Un parallelo tra le condizioni odierne e quelle del regime borbonico non si può porre in Sicilia, nè prima del 1848. Non in Sicilia, per lo stesso motivo per cui delle istituzioni e della educazione politica inglese non se ne può giudicare vedendole alla prova in Irlanda. Non prima del 1848, perchè il reame di Napoli era vissuto al difuori delle correnti innovatrici europee e della ferocia politica era meno responsabile di quella identica che il governo del Regno di Sardegna spiegò sino a quell’epoca verso laGiovine Italiao verso i liberali del 1821.

Non possono sorprendere anche dopo il 1848 le fucilazioni ch’erano nei codici non solo, ma nella coscienza pubblica. Sarebbero uno spaventevole anacronismo oggi in Italia pei reati politici, quando la pena di morte è stata abolita per gli assassini comuni efferati e pei parricidi.

Comunque, tale quale la consentivano i tempi e le istituzioni politiche, l’azione del governo borbonico dopo il 1848 nel continente napoletano non perde nel paragone con quello del governo italiano nel 1898. Questo insegnano i fatti, che desumo dalle sorgenti più ortodosse per patriottismo o per italianità[125].

Ricordiamo e confrontiamo. L’avvenimento più clamoroso contro i Borboni fu il sangue versato in Napoli il 15 Maggio 1848. Si disse che Ferdinando II per fare sorgere le barricate ed avere pretesto alla repressione, si sia servito di agenti provocatori. L’accusa trova oggi smentita nellaNuova Antologiaper bocca del Masi, e la si deve considerare come una calunniosa fandonia.

Più interessanti sono gli episodi che si svolsero nella triste giornata e che la seguirono.

Il 15 Maggio, in Napoli, si contavano 79 barricate vere — e non uso Milano — con difensori armati, che sparavano ed ammazzavano — difensori che nessuno potè vedere a Milano: la forza non potè acchiapparne uno solo!

Verso le 11 e mezza i primi colpi erano tirati; alla caduta di un granatiere e di un capitano della guardia, il fuoco si accende ben nutrito. Michelangelo Ruberti fa tirare da Sant’Elmo sulla città; maa polvere — i cannoni sparavano a mitraglia nelle strade di Milano. Un maggiore, sei ufficiali e ventuno soldati vennero uccisi; due colonnelli, undici ufficiali, centottantuno soldati feriti con arma da fuoco. Queste sono, del resto, le perdite dei soliSvizzeri; non vi sono comprese quelle della guardia reale e degli altri corpi militari. A Milano un solo soldato fu ucciso; e nessuno può assicurare che lo sia stato dai tumultuanti.

Dalle perdite delle truppe si dovrebbe argomentare che a Napoli gl’insorti — insorti veri — abbiano dovuto avere perdite enormi; e Nisco calcola che i morti siano stati 500, tra cui 19 donne; ma l’esagerazione è evidente. Più ragionevole pare quindi la cifra che altri dà di 132 morti e 600 feriti tra l’una e l’altra parte. Di poco quindi, in una vera battaglia, sarebbero stati superati i caduti di Milano.

D’Hervey Saint-Denis — un borbonico — afferma che durante la lotta nessun cittadino inoffensivo fu colpito se non a caso. A Milano quasi tutti gli uccisi erano cittadini inoffensivi: non ne fu trovato uno solo armato. Mac Farlane scriveva a lord Aberdeen che il Re avesse detto ad un generale che chiedeva istruzioni:risparmiate i miei sudditi, fate prigionieri, non uccidete!Mettiamo in quarantena questa pietà di Re Bomba, perchè affermata da uno straniero — uno scultore — stipendiato dal governo borbonico; mettiamola in quarantena, quantunque siano numerose le prove della sincerità della pietà di Ferdinando II, ma c’è un atto che fa onore al tatto politico di Ferdinando II e che da nessuno è messo in dubbio:800 prigionieri furono lasciati liberiall’indomani del 15 Maggio!Quest’atto non compensa la fucilazione dei 27 prigionieri presi coll’arma alla mano, fatta eseguire dal Conte d’Aquila?[126]Qui manca il termine di paragone per l’Italia... Allora come oggi venne proclamato lo stato di assedio; ma quanta differenza, a disdoro dell’Italia una, libera!

Ecco il decreto del Maresciallo Labrano — il Bava Beccaris del tempo — se si può insultare la memoria di un uomo con questo paragone.

L’art. 1 istituiva una Commissione inquirente.

L’art. 2 diceva: «La Commissione ha l’incarico d’inquisire su tutti i reati contro la sicurezza interna dello Stato e contro l’interesse pubblicoche sono stati commessi dal 1º Maggioin poi e che si potranno commettere fin che dura lo stato d’assedio.

Art. 3. Dopo l’inquisizione, la Commissione rimetterà gli atti alleautorità ordinarie competenti a norma delle leggi di Procedura Penale.

Art. 4. La Commissione avrà facoltà di fare incarcerare le persone per misura preventiva e ritenerle in carcereper un periodo non maggiore di 15 giorni,dopo i quali dovrà rimandarli all’autorità competente per farli giudicare».

Dedichiamo questo decreto a coloro che commemorarono in Napoli il 15 Maggio. In questo decreto, la retroattività era stabilita con data certa e non si aveva, almeno, un processo per reati commessi quattordici anni prima... come in Italia.

Lo stato di assedio in Napoli non durò un mese: venne tolto il 14 Giugno 1848. Ma un mese di stato di assedio intensamente applicato in Napoli avrebbe potuto valere ai servizi della reazione quanto i quattro mesi di Milano. Adagio, non calunniamo... i borboni.

Si potrebbe pensare che durante lo stato di assedio siano stati arrestati e processati tutti i liberali — almeno i capi più noti — punita qualunque manifestazione sovversiva; — così almeno si è fatto in Italia. Nulla di tutto ciò. A Napoli avvennero cose addirittura sbalorditive.

A Napoli laGazzetta Ufficialepubblicava la lista di sottoscrizione in favore... dei liberati dal carcere politico. A Napoli il tenente De Sauget — morto generale del Regno d’Italia — e il tenente di artiglieria Bellelli rifiutarono le onorificenze date loro per la repessione dei moti rivoluzionarï... e non furono molestati[127]. A Napoli si trovò un Procuratoredel Re, De Horatiis, che rifiutossi di sottoscrivere l’ordine di arresto per Silvio Spaventa. Mancano i fatti analoghi nell’Italia nuova e libera.

A Napoli — caso ancora più sbalorditivo — furono imputate 321 persone immediatamente dopo il 15 Maggio; ma solo contro 59 arrestati e 11 contumaci continuò il processo. I capi, i veri promotori del movimento, liberali del resto, non vennero arrestati durante lo stato di assedio — pare impossibile a chi ricorda i recentissimi casi nostri. Ferdinando II, l’odiato e odiosoRe Bomba, non voleva abusare della vittoria; non ne abusò sino a quando non ricominciarono le manifestazioni rivoluzionarie e le cospirazioni. Occhio alle date. Il primo arresto pel processo cosidetto dell’unità italiana, nella persona di Nicola Nisco, avveniva in Novembre del 1848; Silvio Spaventa venne arrestato il 13 Marzo, Settembrini il 23 Giugno, Poerio il 19 luglio, Scialoia il 26 Settembre 1849... Un anno e più mesi dopo le barricate di Maggio! Forse il processo non sarebbe continuato se altri gravi avvenimenti non avessero allarmato il Re; il 16 Settembre 1849 un gruppo di liberali volle turbare la benedizione data dal Papa dalla terrazza del Palazzo Reale, gettando delle vipere; e Faucitano veniva arrestato colle vesti abbruciate e le mani annerite per una bomba, che gli scoppiava in tasca.

E come condotti i processi sotto i borboni! Durò otto mesi il processo cosidetto dei 42; si svolse innanzi ai magistrati ordinari; i migliori avvocati difesero gl’imputati[128]. Gli storici liberalideplorano che si sia prestata fede alle deposizioni dei birri del tempo e che si siano istruiti i processi in base a denunzie anonime.... Sappiamo ciò ch’è avvenuto in Italia![129].

Le condanne? Severe: tra le quali sette di morte, tutte commutate, nel solo processo dei 59.

C’è ancora una statistica più eloquente: quella delle condanne. Mariano D’Ayola, vittima dei borboni, assicura che dal 1815 al 1856, sotto ilgoverno negazione di Dio, ci furono 2067 condanne politiche — inquarant’uno anni![130]In Italia, inpochi mesi, i soli Tribunali militari di Napoli, Firenze e Milano ne condannarono circa 2500!! E non si aggiungono le condanne dei Tribunali ordinari in tutto il resto d’Italia.

Un ultimo confronto: Il trattamento dei detenuti politici. Il governo borbonico si disonorò trattandoli come i detenuti comuni; questo trattamento suscitò l’indignazione di Gladstone. Ma che cosa fa di diverso il governo italiano? Fa qualche cosa di peggio: non concede ai socialisti e ai repubblicani — anche deputati — quella libertà di studio concessa da Ferdinando IIº alle sue vittime: Settembrini traduceva in carcere le opere di Luciano ed a Spaventa si permettevano libri che per quei tempi erano rivoluzionari[131].

Tivaroni, sdegnoso, protesta perchè si rasero barba e capelli ai detenuti politici e fossero stati condannati come rei comuni sotto il borbone; e dice che a quarant’anni di distanza, certe cose sembrano impossibili. Che diranno i posteri, per lo stesso trattamento fatto subire a Barbato, a De Andreis, a De Felice, a Turati, a Romussi, a Chiesi?

Non lo sappiamo. Sappiamo ciò che pensano i contemporanei — tra i popoli civili e liberi. E sappiamo che l’associazione dei giornalisti inglesi si èrivolta al Re, invocando un trattamento umano; e che questo intervento degli stessi giornalisti inglesi, cui sono associati quelli del Belgio, fa discendere l’Italia a livello della Turchia; sappiamo cheOuidain Inghilterra, Mead negli Stati Uniti hanno rievocato il giudizio di Gladstone e lo proclamano a maggior ragione meritato dal governo italiano. Il Mead, anzi, vorrebbe che l’ambasciatore degli Stati Uniti protestasse ufficialmente in nome della lesa umanità. Sappiamo, dunque, cheil liberoregime italiano vienegiudicato alla pari deldispoticoregime dei Borboni[132].

Tutto questo è grave e pericoloso sia per l’Italia che per le sue istituzioni. Credono alcuni, stoltamente, che a garanzia delle medesime stia l’esercito; ma anche i Borboni pensavano lo stesso: fu proprio Silvio Spaventa a constatare, che tutte le cure del governonegazione di Dioerano state rivolte all’esercito e che la reazione che li aveva separati dalla parte morale e intelligente della popolazione, li aveva gettati nelle braccia dei militari. Ma l’esercito non li salvò.

Il Tivaroni, chiudendo il suo studio sul regime borbonico, ricordati i processi, le condanne e i mali trattamenti fatti subire ai detenuti politici, osserva: «con tali mezzi la dinastia borbonica scavava con le sue mani la propria tomba».

Che la dinastia savoiarda possa finire in ugual modo nessuno crede; —honny soit qui mal y pense!— ma è innegabile che alcuni suoi consiglieri mettono dell’impegno per rovinarla. Dopo tutto, se la reazione durerà, sarà la prima volta nella storia, che essa avrà salvato una istituzione ed una dinastia.

Le lezioni della storia, però, non devono essere rammentate soltanto ai conservatori ed agli uomini dell’ordine. La storia insegna pure: «che il quarantotto italiano, compiuto poi nel sessanta, nonfu neppure politico, fu strettamente nazionale e meschinamente unitario e dinastico. L’Italia attende ancora il suo quarantotto politico, che le dia le condizioni essenziali della vita moderna e le permetta di studiare il passo sulla via già percorsa dalle nazioni sorelle».

Questo insegnamento dovrebbero ricordare tutti i democratici italiani; e non dovrebbero dimenticare un solo istante soprattutto i socialisti italiani, che la pacifica ed onesta voluzione economica da loro vagheggiata non sarà possibile senza la preliminare conquista della libertà politica. L’ammonimento viene a loro da Filippo Turati; ma se la voce eloquente del recluso di Pallanza non potesse essere ascoltata, dovrebbe essere inesorabilmente ascoltata quella che vien fuori dagli ultimi tumulti, che somministrarono il pretesto alla presente reazione.


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