SQUADRA. Non con tanto impeto, padrone.
TRASILOGO…. Io lo spaventerò con la guardatura, che non será altrimente bisogno di por mano alla spada….
LAMPRIDIO. Mira che passeggiar altiero, mira che bravura!
SQUADRA. Lasciatelo andar, padrone, ché alla ciera mi par di buono stomaco.
TRASILOGO…. Io gli darò a ber un poco d'acqua di legno, che gli lo sconcierá di sorte che per parecchi giorni non gli verrá voglia di mangiare. Ma será meglio che gli parli prima.—Dimmi un poco, conoscimi tu?
LAMPRIDIO. Io non ti conosco né mi curo di conoscerti. Ma tu conosci me?
TRASILOGO. Non io.
LAMPRIDIO. Orsú, vo' che mi conoschi, perché vogliam fare questione insieme.
TRASILOGO. Poiché io non conosco te né tu me, non accade far questione altrimente.
LAMPRIDIO. Su, poni mano alla spada.
TRASILOGO. Non la vo' ponere se non dove piace a me: vuoimene forzar tu? sei tu padrone delle mie mani? sto io con te che mi comandi?
LAMPRIDIO. Sí, perché ci vogliamo romper la testa insieme.
TRASILOGO. La testa mia io la vo' sana; se la vuoi rotta tu, battila in quel muro.
LAMPRIDIO. Per parlarti piú chiaro, dico che ferendoci tra noi ci vogliamo cavare un poco di sangue.
TRASILOGO. Sangue ah? ne ho poco e buono; se soverchia a te, vattene ad un barbiero che con poca spesa te ne caverá quanto vuoi.
MASTICA. (Uomini che abondano assai di parole mancano assai di fatti).
LAMPRIDIO. Hai paura di me?
TRASILOGO. Ho paura di me, non di te.
LAMPRIDIO. Pecora, asinaccio!
SQUADRA. Rispondetegli, padrone.
TRASILOGO. Il malanno che Dio ti dia, non mi chiamo cosí io!
LAMPRIDIO. Tu fuggi, eh?
TRASILOGO. Io camino presto.
MASTICA. (In cambio di menar le mani mena piedi).
TRASILOGO. Oimè, oimè!
SQUADRA. Ancor non vi ha tócco e voi gridate.
TRASILOGO. Se gridassi dopo, a che mi giovarebbe?
LAMPRIDIO. Mastica, mira se è sciocco: non ha voluto venir all'esperienza dell'armi con me.
MASTICA. Anzi è savio, ché ha voluto prima credere che provare.
LAMPRIDIO. Andiam per i fatti nostri.
MASTICA. Andiamo. Ecco mi vedrò le vene gonfie, i nervi distesi, allisciarsi la pelle della mia pancia che pareva la faccia della bisavola mia.
TRASILOGO. Son partiti, Squadra.
SQUADRA. Sí, sono.
TRASILOGO. Mira bene.
SQUADRA. Non vi è persona, dico.
TRASILOGO. Io non ho voluto porre a rischio un par mio con lui, ché a me ogni minima ferita m'ucciderebbe perché son tutto cuore; ma egli è tutto polmone. Né gli ho voluto rispondere perché non aveva còlera.
SQUADRA. Perché non vi serbate la còlera per lo bisogno?
TRASILOGO. Ma or che la còlera m'è salita al naso e mi fuma il cervello, ti farò conoscere chi son io.—Pecora, asinaccio sei tu. Menti per la gola: questa è mentita data a tempo, non te la torrai da dosso come pensi. Mondo traverso, perché non vieni qua ora? ché ti romperei la testa e ti cavarei col sangue l'anima: tif, taf. Hai paura di me? Fuggi dovunque tu vuoi, ch'io ti troverò e cavarò gli occhi e farò che tu stesso li veggia nelle tue mani.
MASTICA. Camina sicuramente, ché non è uomo che vedendoti con questo ferro al collo, col turbante in testa e con queste vesti, non ti giudichi or ora scampato di man di turchi, ritratto dal naturale.
LAMPRIDIO. Amor, favoriscimi a questo inganno, ché non si può far cosa buona senza l'aiuto tuo.
MASTICA. Hai la catena ne' piedi?
LAMPRIDIO. Vorrei che ti potessero rispondere le mie gambe che appena la ponno trassinare.
MASTICA. Io vado: or vedrai la tua Olimpia desiderata.
LAMPRIDIO. O braccia mie aventurose, dunque voi cingerete il collo della terrena mia dea? o bocca mia, tu bascierai le guancie delicate e gli occhi del mio sole? O Amore, se ti piace ch'io ottenga cosí desiderata felicitá, donami tanta forza che la possa soffrire: ché dubito che vedendomi Olimpia in queste braccia, non mi muoia di contentezza.
MASTICA. Lampridio, tieni le parole a mente. Subito che serai intrato in casa, comanda che si tiri il collo a quante galline ci sono e che mi siano dati dinari per comprar robbe.
LAMPRIDIO. Eccoti dinari, spendi ciò che tu vuoi, non me ne render conto.
PROTODIDASCALO. È stato supervacuo admonircelo, egli lo fa indesinenter; non è oggi il primo giorno che cognovisti eum.
MASTICA. Ricordati dimandar quello che ti ho detto, per mostrar che sei figlio a Teodosio.
LAMPRIDIO. Non me lo dir piú, ché lo so cosí bene che ricordandomelo piú, me lo faresti smenticare.
MASTICA. Tu sei tutto mutato di colore.
LAMPRIDIO. Questa insperata speranza d'allegrezza m'ha tolto fuor di me stesso. Non so che m'abbi: cuor mio, sta' fermo; tu par che non mi capi nel petto, tu dibatti cosí forte come se ne volessi saltar fuori.
MASTICA. Con questo colore tu saresti piuttosto per sconsolarle che rallegrarle con la tua venuta.
LAMPRIDIO. Farò migliore viso se posso. Va' tu presto e recami da vestire.
MASTICA. Lo farò. Io entro prima, darò la buona nuova e le farò uscir fuora a riceverti.—O di casa, allegrezza allegrezza, mancia, buona nuova!
LAMPRIDIO. Protodidascalo, tu stai di mala voglia.
PROTODIDASCALO. Taedet me et misereor del caso dove sei per incidere.
LAMPRIDIO. Se tu avesti pietá di me, me lo mostraresti in altro.
PROTODIDASCALO. Che magior granditudine di cosa si può autumare, che per un tantulo di oblectamento ti poni in pericolo che discoprendosi è per apportarti il maggior dedecore che mai s'ascolti?
LAMPRIDIO. Non si può scoprire se non lo scopriamo noi stessi, ché non ci è altro al mondo che lo sappi.
PROTODIDASCALO. Lo sa Mastica, or l'ará detto a cento: non passará una ebdomada che lo saprá tutto Napoli. Ascolta Virgilio:
Fama, malum quo non aliud velocius ullum, mobilitate viget viresque acquirit eundo.
LAMPRIDIO. Mastica, non lo dirá, perché li terremo la bocca otturata con migliacci e maccheroni che gl'ingozzeranno, né potrá parlar se ben volesse.
PROTODIDASCALO. Un altro li dará da ingurgitar vino, manderá giú quelle polente mileacee suffrixe che tu dici e vomiterá con quella ingluvie quanto saprá di voi. Ma come diresti latinamente i maccheroni? Ascolta: è una certa radicula detta «macheronium», che anticamente si commendava ne' panefici; però quelli pastilli farinacei si direbbono eleganter «macheronei».
LAMPRIDIO. E quando si scoprisse, non saremo uomini da fugir diNapoli, di Roma e tutto il mondo?
PROTODIDASCALO. Il medesimo dicono i malefici e facinorosi, e senza avedersene si trovano il carnefice sugli umeri, alle tergora.
LAMPRIDIO. Se tutti avessimo il gastigo de' peccati che facciamo, non si trovarebbono tante fune per far tanti capestri.
PROTODIDASCALO. Forse a coloro favorisce la sorte. Ma ascolta questo duodecasticon che consta di anapesti, coriambi e proceleusmatici in favor della sorte:
O sors mala….
LAMPRIDIO. Non, no di grazia, non è tempo adesso di queste baie. Non mi turbar la presente allegrezza con questi tuoi amari ricordi, ché l'animo determinato non ave orecchie.
PROTODIDASCALO. Voi gioveni, eccitati dall'illice d'amore, d'ogni cosa volete scapricciarvi, e la voglia v'impiomba cosí l'orecchie che non vi fa animadvertere cosa alcuna. Questa frode che usi per fruir la clavigera del cuor tuo, non è altro che seminar il canape per tesserne un laccio con che il prelibato carnefice ti chiuda la vita. Sai quanto in Napoli s'osserva la giustizia, e tu sei forastiero.
LAMPRIDIO. Taci, vattene vattene; ecco Olimpia mia.
SENNIA vecchia, OLIMPIA, LAMPRIDIO.
SENNIA. O Eugenio pianto e sospirato sí lungo tempo!
LAMPRIDIO. O Sennia madre, ché l'odor del sangue mi ti fa conoscere per madre!
SENNIA. Olimpia, abbraccia il tuo fratello: come stai cosí vergognosa?
LAMPRIDIO. O sorella, dolcissima anima mia!
OLIMPIA. O amato piú che fratello, non conosciuto ancora!
SENNIA. Io tutta ringiovenisco e in avervi cosí subito acquistato, figliuol mio, parmi che t'abbia or partorito. Mira, Olimpia, come nel fronte e negli occhi ti rassomiglia tutto.
OLIMPIA. Il resto dovea assomigliare a suo padre.
SENNIA. Non pigliar a tristo augurio, figliuol mio, ch'io pianga, ché l'allegrezza ch'io sento di tua venuta, tanto piú cara quanto men la sperava, mi fa cader le lacrime dagli occhi.
LAMPRIDIO. O madre, io ancora non posso tenermi: sento il cuor liquefarsi di tenerezza. Raguagliami: è viva Beatrice mia zia di che molto si ricordava Teodosio mio padre?
SENNIA. Vive e si sta maritata in Salerno molto ricca.
LAMPRIDIO. Eunèmone suo fratello come vive?
SENNIA. Son dieci anni che si morio.
LAMPRIDIO. Duolmi di non poterlo veder vivo. Ditemi, mia sorellaOlimpia è maritata?
SENNIA. L'abbiamo giá per maritata e questa sera abbiamo destinata alle sue nozze: aremo doppia allegrezza.
LAMPRIDIO. Poiché non è maritata fin adesso, lasciate che ancor io ne abbi la parte della fatica: me ne informerò di costui, poi informerò bene mia sorella del tutto.
OLIMPIA. Mi contento che mio fratello facci di me ciò che gli piace.
SENNIA. Prima che entriate in altro ragionamento, parmi venghiati a riposarvi, ché per la fatica grande ch'avete sopportata la notte e il giorno stimo che non possiate regervi in piedi.
OLIMPIA. Andiamo, fratel mio.
SENNIA. (Quante carezze ti fa, Olimpia, il tuo fratello).
OLIMPIA. (Oh come è amorevole! deve essere usato in quelle parti della Turchia dove i fratelli e sorelle devono conversare con questa domestichezza).
SENNIA. Vo innanzi, Eugenio figliuol mio.
LAMPRIDIO. Ecco il vostro schiavo in catene che ave esseguito quanto dalla sua divina padrona gli è stato imposto, acciò conosca l'ardentissimo desiderio c'ho di servirla e mostri il simolacro del cor suo qual stia avinto intorno di catene.
OLIMPIA. D'oggi innanzi cominciarò ad avervi in piú stima e gloriarmi di questa mia bellezza, poiché è piaciuta a persona tale che è posta in tanto pericolo per amor mio.
LAMPRIDIO. La contentezza che ho di mirarvi a mio modo e di servirvi, seria stato ben poco se l'avessi comprata con pericoli di mille vite.
OLIMPIA. In me non conosco tal merito, ma ringrazio di ciò il cortese animo vostro.
LAMPRIDIO. Ringraziatene pur colui che vi creò di tal pregio che sforza ognun che vi vede a servirvi e onorarvi.
OLIMPIA. Desidero non essere intesa da' vicini o da quei di casa, e sopra tutto bramo vedervi sciolto da queste catene che temo non v'offendano, ché a questo collo delicato e a questi fianchi ci convengono le braccia di chi vi ama a par dell'anima e della sua vita.
LAMPRIDIO. L'offesa me la fate ben voi, anima mia, con dir che queste m'offendano: che mentre mi stringono appo voi mi fanno piú libero dell'istessa libertade; e che sia vero, ecco che da me stesso son venuto a farmevi prigione. Ma quelle che mi stringono nell'amor vostro, sempre ch'io pensassi disciorle m'allacciarebbono in duri ceppi e in amarissima prigione.
OLIMPIA. Ho tanta speranza ne' meriti dell'amor mio che con mille catene piú dure di queste ci legheremo con nodi d'inseparabil compagnia, né basterá alcun accidente schiodarle se non la morte.
LAMPRIDIO. O Dio, non è questa Olimpia mia? non è questa la sua figura angelica? non la tengo abbracciata io o forse sogno come ho soluto sognarmi altre volte?
OLIMPIA. Sento gente venir di su. Caminate, fratello.
LAMPRIDIO. Andatemi innanzi, sorella.
OLIMPIA. Io vo, fratello carissimo.
LAMPRIDIO. Vi seguo, sorella. O dolcissima conversazione!
MASTICA solo.
MASTICA. Non dubitate, fratelli e sorelle: giá da ora cominciate a far entrare in suspetto Sennia dell'amor vostro. Lo stomaco di Lampridio è come la pignata che bolle: Olimpia standogli intorno gli stuzzica il fuoco; poco potrá tardare che non bolla e non mandi la schiuma fuori. Iddio voglia che perseveri d'andar bene e la cosa resti qui. Io, poiché l'arte del ruffiano m'è riuscita, non dubito morirmi piú di fame. Oh che mercanzia muta, oh che alchimia non conosciuta, dove con poche parole si fanno molti scudi! E poiché son consapevole de' fatti d'Olimpia, la terrò sempre soggetta e la farò fare a voglia mia; e come Lampridio pone la botte a mano, ne faremo bere qualche voltarella da alcuno di tanti assassinati dall'amor suo. A che se ne accorgerá Lampridio? che quanto piú se ne beve piú ce ne resta: è forse la nostra botte della cantina che bevendo vien meno? E se ben si scopre, che potrá farmi Sennia? potrá altro che spogliarmi questi panni che m'ha fatto ella e cacciarmi fuora? Almeno se ho da mostrar le carni nude, le mostrerò grasse e liscie. Fratanto attenderò ad empirmi la pancia ben bene e massime questa sera che, per esser sposi novelli e la prima volta che mangiano insieme, staranno vergognosetti, appena assaggiaranno le vivande con la punta delle dita che le manderanno via. O Dio, potessi allargarmi questo ventre altro tanto per verso, spalancarmi questa bocca, accrescermi un altro filaro di denti, allongarmi questo collo, che se mai fui Mastica ci serò questa sera, che non cessarò di masticar mai finché non toccherò con le dita che son pieno fin alla gola. Lascierò le parole, ché non cenino senza me.
ANASIRA sola.
ANASIRA. Troppo è misera la condizion delle donne, poiché ne bisogna tòr marito a voglia di parenti, col quale abbiamo a vivere fin alla morte. Sia benedetta l'anima di mia madre, che per aver tolto un marito per forza a voglia di suo padre, se ne tolse cinquanta a voglia sua, e a me ne fe' provare prima dieci e poi mi diede l'elezion di tormi qual piú mi piacesse! Lo dico ad effetto, ché se mai mi son rallegrata del ben d'altri, or me ne son rallegrata piú che mai, che uscendo poco fa di casa d'una amica, intesi dir per la strada ch'erano gionti doi cristiani scampati di man di turchi: me ne rallegrai vedendo che le genti lo tengono per vero e Olimpia ottenghi il suo desiderio. Caminando piú avanti, trovai una calca di persone raccolte insieme: dimandai e mi fu risposto che stavano mirando certi che erano stati schiavi di turchi. Desiosa veder questo Lampridio, ché non mi scappi il manto, me lo piglio a due mani, e spingo innanzi finché vedo due persone, una di venti e l'altra di sessanta anni, vestite da turchi con le mani piene di calli e ne' piedi si conosceva il segno del cerchio della catena: niuno di loro mi avea ciera d'innamorato, e mi meraviglio come vogli Lampridio comparir in quel modo innanzi la sua innamorata. Me ne andrò a riposare, ché ho tanto menato le gambe per compir presto il viaggio che par che abbia una fontana di sotto.
TRASILOGO. Che il capitan Trasilogo, sgombrator di campagne, destruttor di belovardi, ruina di muraglie e desolator de cittadi patirá che gli sia fatta cotanta ingiuria?…
SQUADRA. Veramente lo merita questo gastigo.
TRASILOGO…. e che un romano abbia a tormi la sposa promessami?…
SQUADRA. E il peggior è che Olimpia non vi può sentir nominare.
TRASILOGO…. Tagliarò Sennia per mezo; Olimpia la prenderò per lo collo e senza toccar terra la porterò prigione in casa mia; a Mastica ficcherò un spiedo per sotto che gli lo farò uscir per la bocca; a questo romano spezzarò su la schena dieci fasci di bastoni, né lo difenderan dalle mie mani cento muraglie o bastioni….
SQUADRA. Bene!
TRASILOGO…. Se non spianarò questa casa dal basso suolo, non vo' portar piú spada a lato. Onde spero per tale essempio agli occhi di ciascheduno che non aran piú ardimento d'offendermi….
SQUADRA. Benissimo!
TRASILOGO…. Orsú, fatevi inanzi, soldati! olá, Pelabarba,Cacciadiavoli, Rompicollo, Spezzacatene….
SQUADRA. Tutti siam qui apparecchiati.
TRASILOGO…. ponetevi tutti in ordine, perché ne vo' far la rassegna. Fermati tu, dove vai tu? Sta' dritto tu! Che arme è questa? or non avevi altre arme in casa, che venir fuori con una scopa? che mi pari piuttosto un spazzacamino che soldato….
SQUADRA. Buon pensiero, padrone, per nettar il sangue e le cervelle, le braccia, le mani e l'altre membra, che si troncheranno per la scaramuccia.
TRASILOGO…. Tu perché con questo spiedo?
SQUADRA. Per infilzar Mastica, come avete detto, accioché non ingoi piú fegatelli.
TRASILOGO. E Olimpia e Sennia insieme con lui.
SQUADRA. Non tanto male a' poveretti: è troppo gran vendetta.
TRASILOGO. Io per minor cosa di questa rovinai la Capestraria, l'Arcifanfana e la Cuticulindonia.
SQUADRA. Dove sono queste cittá, padrone?
TRASILOGO. Nell'India del Mondo nuovo. Suona il tamburo, Squadra.
SQUADRA. Io non ho né naccheri né tamburi.
TRASILOGO. Suona con la bocca mentre costoro caminano in ordinanza.
SQUADRA.Tup, tup, tup.
TRASILOGO. O bestia incantata, non vedi che guasti l'ordine? Tu, porta queste mani a' fianchi; tu, alza la testa, che mi pari un bufalo o barbagianni; tu, con questa fionda sta' in questo luogo, e se alcuno cavasse la testa fuor dalla finestra o tetto, ferisci con essa e togli le difese; tu, Squadra, fermati innanzi la porta, che hai questo cuoio di dante.
SQUADRA. E questa spada di Petrarca.
TRASILOGO. Con questa spada poniti in portafalcone.
SQUADRA. Io non so se non portagallina.
TRASILOGO. Sai maneggiar questa spada a due mani?
SQUADRA. Meglio assai quella a duo piedi; però seria bene che mi locaste nella retroguarda.
TRASILOGO. Quel loco è del capitano acciò possa soccorrere dove è il bisogno, e dietro questo cantone sosterrò l'impeto della battaglia.
SQUADRA. E voi, savio, vi ponete al sicuro.
TRASILOGO. Questa non è paura ma avertenza di guerra per poter provedere in ogni luoco. Dammi tu questo scudo. Orsú, state in cervello, ch'io vo' dare l'assalto. Alla prima botta col piede farò andar la porta per terra, con le smosse le mura e la casa.
SQUADRA. Tanta avete forza, padrone! TRASILOGO. Io farei scotendo cader la torre di Babilonia: farò piú io solo che gli arieti, le catapulte, bombarde e l'artiglierie.
SQUADRA. Sento genti, signor capitano…. Non è nulla, non è nulla.
TRASILOGO. Taci, codardo! ché avilisci costoro. Su, mano all'armi, calate i ferri, ah capitan Trasilogo, innanzi innanzi!
SQUADRA. Oh come fate bene! dite:—Innanzi innanzi!—e vi fate indietro indietro!
TRASILOGO. Sciagurato, fo come il castrone che si fa indietro per ferir con maggior impeto dinanzi. Ah capitano, innanzi innanzi!
SQUADRA. Padrone, sento piú di mille uomini che calano con arme…. No no, è stata una gatta.
TRASILOGO. Facciamo una bella ritirata, che non è men bella che un forte assalto. Fermatevi!… con ordine, con ordine. O ciel traverso!
LAMPRIDIO. Dove mi cacci? ho il bene in casa e mi meni altrove; se ben mi meni fuori, l'anima resta in casa. Ben è misero colui a cui la troppa abondanza gli è di carestia. A questo modo sarebbe stato assai meglio non avermici fatto entrare.
MASTICA. Ben si dice che le cose simulate poco tempo ponno durare; ché questa mattina per i tuoi poco onesti portamenti se ne sarebbono accorte le pietre, non che le persone che hanno cervello, di questo tuo amore.
LAMPRIDIO. A torto ti duoli di me che in tutti gli atti mi sono mostrato la modestia stessa.
MASTICA. A te pare cosí. Perché sei cieco tu, pensi che tutti gli altri sian ciechi. Tu non stai appresso Olimpia un momento che non ti trasmuti di cento colori; non mai te le distacchi da lato. In tavola stavi sempre come stupido a contemplarla, non mangiavi se non delle cose che mangiava ella, non bevevi se non da quella parte dove ella poneva le sue labra, né ti nettavi la bocca se non col salvietto con che si aveva nettato la sua; poi facevi un menar di piedi sotto la tavola che l'hai fatto scappar la pianella dieci volte; e usavi certe zifoli che li intendevano i cani che rodevano l'osso sotto la tavola. Tu devi avertire che Sennia è vecchia prattica delle cose del mondo, e queste cose le devono esser passate piú volte per le mani: so che non passerá una settimana che se n'accorgeranno le fanti, la famiglia e tutta la casa.
LAMPRIDIO. Che sará dunque bisogno di fare?
MASTICA. O che ella fusse cieca per non veder ciò che fai, o tu stropiato e mutolo per non toccarla e parlar tanto.
LAMPRIDIO. Come non si può volere quel che si vuole? pure se non si può come si vuole, faccisi come si può.
MASTICA. Queste parole mi danno ad intendere che il tuo amore será per scoprirsi tosto; però prima che ciò avenga será bene avisar Sennia che proveda a' fatti suoi.
LAMPRIDIO. Eh Mastica, tu sei troppo crudele.
MASTICA. A te è una pietá esser crudele. Togliti il tuo Lampridio, tornaci il nostro Eugenio e vattene a studiare a Salerno come prima.
LAMPRIDIO. Orsú, il mio caro Mastica, eccoti questi danari per comprar robbe per la cena, e t'impegno la mia fede esser storpiato e mutolo come dici e star proprio in casa come un santo.
MASTICA. Cosí, me ne dái la fede…
LAMPRIDIO. Eccola.
MASTICA…. di non star in casa tutto il giorno?…
LAMPRIDIO. Come vuoi.
MASTICA…. di non parlarle dentro l'orecchie?…
LAMPRIDIO. Sí.
MASTICA…. di non mirarla dalla strada?…
LAMPRIDIO. Bene.
MASTICA…. né mostrar atti onde stimar si possa che tu l'ami? E questo lo dico per tuo bene, accioché per troppo goder del bene nol perdi, over come mosca tanto ti tuffi nel latte che ti anneghi. Quanto piú dura a scoprirsi questo tuo amore tanto piú goderai.—Dove ti volgi? parli meco e non m'ascolti, tu miri alla fenestra sua, non sei ancor sazio di mirarla? Su su, partiamoci.
LAMPRIDIO. Or ora.
MASTICA. Togliti i tuoi danari, che vo' far quanto ho detto.
LAMPRIDIO. Lasciami salutarla; non la vedi per i buchi della gelosia?
MASTICA. Come puoi tu veder tanto?
LAMPRIDIO. Che stella è in cielo che splenda a par degli occhi suoi?
MASTICA. Oh che dura battaglia è contrastar col piacere!
LAMPRIDIO. Ti ubedisco.
MASTICA. Vien Trasilogo e Squadra e parlano in secreto: qualche cosa hanno inteso di questo fatto. Starò se posso ascoltar qualche cosa.
TRASILOGO. Son risoluto i matrimoni non doverli trattar con arme ma con inganni come altri. Squadra, tu pur sei nato tra marioli e truffatori e hai fatto star piú tristi uomini che non son questi: perché manchi a te stesso? Hai dormito fin ora, risvegliati, piglia il tuo ingegno usato: squadra, pensa, fingi, machina qualche cosa.
SQUADRA. Questo qualche cosa non será intento. Io non so che squadrar, che pensar e che fingere, perché l'inganno che han fatto è tanto verisimile che par piú vero della veritá; e una verisimil bugia è piú creduta d'una semplice veritá.
TRASILOGO. Non sconfidarti per questo, ché non è dritto che non abbi il suo riverscio. Chiama in consiglio le tue astuzie, fa' la rassegna delle tue forfanterie. Di cosa nasce cosa, e da un pensiero ne nasce un altro migliore, ché non è inganno che non si vinca con inganno.
SQUADRA. A me duole che quel romano col suo Mastica abbino tanto ben saputo tessere questa trama che gli sia riuscita meglio che desiavano, e voi siate scorto per buffalo; e la metá di questa vergogna è mia che non sappi in questo bisogno aiutarvi. Io son stato gran pezza fantasticando con alcuna trapola scomodar essi e accomodar voi; e non mi soviene cosa a proposito. Giá me ne va una per la fantasia che è la vera contracava del loro inganno, che col medesimo laccio che han preso altri, restino lor presi per la gola.
TRASILOGO. Dimmi l'inganno che hai tu pensato e s'è difficile ad esseguire.
SQUADRA. Ogni cosa è difficile a chi fugge fatica, è bisogno porsi a pericolo chi vuole. Voi vorreste che Olimpia vi fusse portata in camera e vi fusse spogliata e posta in letto, e che un altro vi ponesse…,
MASTICA. (Un capestro alla gola e l'appiccasse!).
SQUADRA…. quasi mel facesti dire.
TRASILOGO. Lascia parlar a me dove bisogna.
SQUADRA. Bisogna por mano a fatti, non a parole, ché i fatti son maschi e le parole femine.
TRASILOGO. Però lascia tante parole: comincia.
SQUADRA. Cominciarò.
TRASILOGO. Se avessi cominciato non aresti tolto questa fatica a dirlo.
SQUADRA. Dammi l'orecchio.
TRASILOGO. Eccoti l'uno e l'altro.
SQUADRA. Poiché questo romano si è finto Eugenio e sotto nome di fratello di Olimpia è intrato in casa di Sennia con dir che Teodosio sia morto dieci anni sono,…
TRASILOGO. Vorresti avisar Sennia di questa trama e scoprire i secreti d'Olimpia.
SQUADRA. I secreti d'Olimpia l'ará scoperti Lampridio.
TRASILOGO. Tu burli.
SQUADRA. E voi non mi lasciate parlare.
TRASILOGO. Pòi.
SQUADRA…. a questo colpo useremo questo rimedio. Troveremo due persone disconosciute, l'una vecchia di sessanta anni e l'altra giovane di venti, conforme all'etá che potrebbe esser stimato Teodosio ed Eugenio; i quali informeremo del fatto benissimo: come a dir che sappino ben fingere di piangere, abbracciare e mostrar tutti quegli atti e passioni che sieno verisimili; in somma siano tali che, dicendoseli il principio, sappino da loro quanto s'abbi a fare. Poi li vestiremo da turchi e li faremo sbarcar in casa di Sennia con dire che sia suo figlio e marito….
TRASILOGO. Questo a che effetto?
SQUADRA…. Voi sapete che un che ha rubbato o fatto qualche mal'opra sta sempre in suspetto, e d'ogni cosa che si ragiona pensa che si dica di lui e pargli d'ora in ora vedersi il boia sopra le spalle….
TRASILOGO. (Buon ladro deve esser costui! lo deve sapere per esperienza).
SQUADRA…. Il romano che ha la coscienza lesa dell'inganno usato, in veder comparir questi, col suo Mastica pensaran subito che sieno i veri, né stimeranno che altri abbino saputo quanto loro o che abbino pensato a quello che essi pensaro prima; per non esser còlti in frode lascieranno l'impresa e fugiranno di Napoli per téma di qualche malanno….
MASTICA. (Che Dio ti dia!).
TRASILOGO. Ben: che n'avverrá per questo?
SQUADRA…. Prima impediremo che la cosa non passi piú inanzi di quello che è adesso; poi i nostri, estimati da Sennia verdadieri, potranno senza altro concedervi Olimpia per moglie; all'ultimo poco importa che si scopra l'inganno che ha sortito buon fine, ché será bisogno Sennia contentarsi di quello che, non contentandosi, non per questo non sará fatto….
TRASILOGO. Questa mi pare una ingegnosa trama, né se ne potrebbe imaginar altra migliore; e piacemi sovra tutto che moiano con le loro armi, che sará doppio morire: cosí chi pensava guadagnare perderá e chi perdere guadagnará.
MASTICA. (Cosí a ponto intravenerá a voi, che pensate guadagnare e perderete).
SQUADRA…. E se non fusse per altro ti vendicherai di Mastica, quel furfante….
MASTICA. (Menti per la gola!).
TRASILOGO. Ben li farò conoscere chi son io! Ma chi seranno costoro che ti potranno servire a questo?
SQUADRA…. Troveremo il Simia vecchio o il Trappola giovine o il Truffa: o che eglino ne serviranno o ne troveranno uomini al proposito.
TRASILOGO. Andiamo a ritrovargli, ché è ben tentare ogni cosa prima che si venghi a por mano alla spada.
SQUADRA. Ecco Mastica.
MASTICA. Ecco questo che mangia pan di ferro, insalate di chiodi, minestre di corazze, beve piombi e li caca acciaio.
TRASILOGO. Mastica, Mastica!
MASTICA. Padron mio, padron mio!
TRASILOGO. Sai che ti dico?…
MASTICA. Non, se nol dite prima.
TRASILOGO…. il meglio che tu possi fare,…
MASTICA. Che cosa?
TRASILOGO…. che compri un capestro…
MASTICA. A che effetto?
TRASILOGO…. e che t'appicchi,…
MASTICA. Se vuoi esser mio compagno lo farò, ché ambiduo ne abbiam ciera.
TRASILOGO…. ché non altrimenti potrai scappare!
MASTICA. Che?
TRASILOGO. Un canchero…
MASTICA. Che Dio non mi dia!
TRASILOGO…. che ti possa venire,…
MASTICA. Per che cagione?
TRASILOGO…. acciò ti spolpe insino all'osse!
MASTICA. Io non v'intendo.
TRASILOGO. Un giorno ti taglierò il capo, ti straparò il naso dalla faccia, con un pugno poi ti farò spuntar denti fuor della bocca; haimi tu inteso o vuoi che te lo dica piú chiaro?
MASTICA. Io v'ho inteso benissimo. Ma un capo meno o piú non importa: lo lascierò in casa quando esco fuori per amor vostro. Ah ah, io so che volete scherzar meco.
TRASILOGO. Pezzo d'asino!
MASTICA. Voi mi lodate, ché sempre mi ho conosciuto asino intiero.
TRASILOGO. Tanto è.
MASTICA. Non è tanto, no: misurate bene che senza cagione volete rompere l'amicizia meco.
TRASILOGO. Dio voglia che non ti rompa la schena insieme con acqua di legno come infranciosato.
MASTICA. Io ti voglio esser servo o che ti piaccia o no: se ben m'uccideste, per l'affezion che vi porto non potrei stare di non venire a casa vostra e mangiarmi in tavola vostra un pasticcio caldo caldo.
TRASILOGO. Un malanno arai tu caldo caldo!
SQUADRA. A te dice, Mastica.
MASTICA. A tutti dui rispondo io, che ve lo cedo.
TRASILOGO. Fa' che non venghi piú a mangiar con me.
MASTICA. Perché?
TRASILOGO. Perché sei come la mosca: mangi con noi e poi ne cavi gli occhi.
MASTICA. Non posso piú soffrire. Venghi il canchero a tanta superbia! Che mi puoi far tu giamai? Stimi da senno ch'io creda queste tue bravarie, o dubito che non mi mandi quei popoli arcinfanfari o uomini maritimi ad uccidermi? Assai fo stima di queste tue minacce!
TRASILOGO. La farai dell'opre, e ben tosto te ne pagherò.
MASTICA. Ho tempo, ché non sète cosí presto pagatore a chi dovete.
TRASILOGO. Fa' che la tavola mia ti paia foco.
MASTICA. Pensi da vero che non possa vivere se non mangio in casa tua? Tu bevi ad un bicchiero cosí picciolo che bevendo par che pigli il siroppo. Due fette di prisciutto; due di formaggio tanto sottili che traspaiono come lanterne, che te ne potresti servir per occhiali; due oncie di carne tanto minutata sottile come se volessi dar a beccarla a losignuoli; pan duro di dieci giorni che ci bisogna la fame di tre settimane per divorarlo. E appena si comincia a mangiare che ti senti dare in capo il «buon pro ti faccia», «abbi pazienza», «fu all'improviso», «l'acconciaremo un'altra volta».
SQUADRA. Non dir questo, Mastica, ché in tavola sua mai ti mancaro né galline né polli.
MASTICA. Si, certi polli che appena aveano la pelle come se avessero avuti tutti i pensieri del mondo o fussero ettici o avessero avuto la quartana dieci anni; o qualche cornacchia vecchia che fattala bollir tutto un giorno non si potea masticare.
TRASILOGO. Taci, ruffianello macro, morto di fame.
MASTICA. Io morto di fame? se mi porrò mano in gola, vomiterò tanta robba che potrò dar a magnare a dieci di pari tuoi.
TRASILOGO. Squadra, porta qua dieci some di bastoni, ché non posso sopportar piú. Poltron, non parlare se non quanto le tue spalle ponno sopportar bastonate.
MASTICA. Non ti mette conto che m'uccidi.
TRASILOGO. Perché?
MASTICA. Perché morto che serò io, tu serai il piú gran poltron del mondo.
SQUADRA. Taci, Mastica. Vuoi tu ucciderti con lui?
MASTICA. Non ci uccideremo, no: poltron con poltrone non si fa male, «corvo con corvo non si cava gli occhi».
TRASILOGO. Partiamci, Squadra, ché non è ben che un par mio stia a contender con lui, né io uso armi con la canaglia: lascio che gli ospedali e i pidocchi faccino la vendetta per me.
MASTICA. E io che la fame la facci per me e che ti strangoli la gola, poiché sempre in casa tua si fa dieta come gli ammalati. Si pensava questo asino che se non mangiava in casa sua che mi morissi di fame: vo' che mi preghi. Será piú quello che butterò questa sera, che quanto egli ha mangiato un anno in casa sua. Avisarò Lampridio e Sennia di questo inganno che voglion fare, acciò quando verranno gli diamo la baia.
TEODOSIO vecchio, EUGENIO suo figlio.
TEODOSIO. O patria dolce, o case tanto desiderate di rivedervi! Oh quanto mi parete piú belle del tempo passato! Che ti par, Eugenio figlio, di questa cittade?
EUGENIO. Piú bella assai di quello mi avete raccontato, padre mio.Populosa cittá e piú d'ogni altra d'ameno sito e di nobilissima aria.E mi sento le carni non so come risentirsi, pensando che sia nel luogodove sia nato.
TEODOSIO. Tu eri appena di duo anni che, tenendoti in braccio e andando a diporto per lo capo di Pausilippo, fummo disavedutamente presi da' corsari. A me parendo aver un pegno dell'amor grande che portava a Sennia mia consorte carissima, mi son ito sempre teco disacerbando la passione che ne soffriva.
EUGENIO. Chi avesse potuto imaginarsi, padre, che cosí facile ne fusse stato lo scampar di man di turchi dove eravamo guardati con tanta custodia, e ancora senza esser usi a vogar il remo la notte e il giorno, e senza mangiar quasi nulla ci siamo sostentati di sorte che quasi poco sentiamo della passata fatica?
TEODOSIO. Figlio, il vederci liberi di man di quei cani e il desiderio di riveder la patria ci soveniva di cibo e di riposo, e sopra tutto il voto fatto di portar sempre questi ferri al collo. E se trovassimo Sennia la tua madre e Olimpia sorella vive, che gioia sarebbe la nostra! O Dio, fa' per pietade che se ebbi trista fortuna in goderle, l'abbia almen buona in ritrovarle vive!
EUGENIO. Io penso che sian morte, ché di tante lettere che l'abbiamo inviate non mai di niuna n'abbiamo ricevuto risposta.
TEODOSIO. Potrebbe essere che le mie con le sue si fussero disperse per lo lungo viaggio; e poi non abbiamo mai avuto persone a cui sicuramente fussero state commesse. Almeno Olimpia ritrovassimo viva, che è giovane e del tuo tempo. Ma andiamo dimandando costoro: forse ne potranno dar qualche ragguaglio.
PROTODIDASCALO solo.
PROTODIDASCALO. O mi Deus, ché per aver molto accelerato il passo non so come non sia cespitato e caduto in qualche scrobe. Il diafragma e l'organo del pulmone sono cosí quassabondi come se si volessero divellere. Io ho visto hisce oculis sbarcar Filastorgo padre di Lampridio, di che un repentino tremore m'invase cosí forte che non sapea se retrogrado dovea rimeare i passi o antigrado fugire.
Obstupui steteruntque comae et vox faucibus haesit.
Vorrei confabular con Lampridio, acciò di quello che l'ho presagito ne veggia properar l'evento piú tosto di quello che pensiculava. Nam—pro «quia, quare, quamobrem»,—perché le ruine quanto meno si sperano piú tosto vengono, e con questo importuno nunzio l'intercida le sue dolcedini. Ma eccolo, mi si fa obvio: fuggirò per questa strada.
FILASTORGO vecchio solo.
FILASTORGO. Oh che magnifica cittá è questa Napoli! non è cosa da lasciarsi di vedere. Oh che bei giardini, oh che amenitá d'aria, oh che bel mare, oh che spiagge, oh che colline! parmi che non assomigli se non a se stessa e che avanzi ogni umana imaginazione. E se non fusse il desiderio che ho di veder Lampridio mio figliuolo, mi vorrei torre un poco di spasso vedendo questi palaggi e ornate chiese. Ma egli mi fa star l'animo non so come suspetto, per esser stato avisato che non attende agli studi altrimente ma si sia dato agli amori; e questa mattina giongendo in Salerno mi fu detto che allora era partito per Napoli. Io senza prender fiato o riposarmi, a scavezzacollo son qui venuto per lo desiderio c'ho di vederlo e che egli medesimamente deve tener di veder me: andrò dimandando per saperne qualche novella.
TRASILOGO. Caminando di su e di giú siamo ornai stanchi. Sará bisogno all'ultimo di ricorrere al Truffa, ch'io non saprei a chi piú sottil barro di lui commettere il fatto in mano.
EUGENIO. Padre, caminiamo senza far nulla.
TEODOSIO. Se mal non mi ricordo, vicino questi archi stava la casa nostra.
EUGENIO. Dimandiamo costoro.
TEODOSIO. Giovani, siete voi di questa contrada?
TRASILOGO. (Squadra, mira: costoro mi paiono al proposito).
SQUADRA. (Non si potriano trovar migliori, l'un vecchio e l'altro giovane, con quelli stracci adosso come se proprio fussero scampati di man di turchi).
TEODOSIO. Di grazia, datene risposta.
SQUADRA. (Lasciate che gli ragioni io). Ditemi, siete voi forestieri?
TEODOSIO. Siamo e or ora sbarcati qui in Napoli.
SQUADRA. (Oh che ventura, padrone!).
TRASILOGO. (Presto! narragli il fatto, fagli capire il negozio, accioché lo sappino ben fingere).
SQUADRA. (Lasciate il carico a me). Volete voi farne un servigio di che non vi saremo discortesi?
TEODOSIO. Che piacere possiamo noi farvi, poveri e forestieri?
SQUADRA. Lo potrete fare agevolmente.
TEODOSIO. Eccomi all'obedire.
SQUADRA. Vo' che tu, vecchio, fingi chiamarti Teodosio, e tu, giovane, Eugenio e che sii suo figlio; e vo' che diciate che siate or ora scampati di man di turchi, e che abbiate rotto la prigionia e siate venuti a Napoli per veder se fusse viva una tua moglie chiamata Sennia e una figliuola Olimpia….
TEODOSIO. A ponto questo?
TRASILOGO. Tacete di grazia, non interrompete: ascoltiate prima, poi rispondete.
SQUADRA. E vo' che entrando in casa diciate, tu, vecchio:—O Sennia, consorte cara, tu sei pur viva?,—e tu, giovane:—O Olimpia, sorella diletta, o madre cara!;—e che vi abbracciate e lasciate cader dagli occhi due lacrimette come per tenerezza, e simili gesti e parole che sogliono farsi a parenti non visti; e bisognando sappiate rispondere a queste cose….
TRASILOGO. Entrati che sarete in casa, vo' che mi diate per isposa Olimpia—quella sua figlia, che tu dirai esser tua sorella e tu tua figlia;—ch'io vi darò tal mancia di questo che non avrete bisogno mentre siete vivi d'andar piú mendicando.
SQUADRA…. E accioché la cosa vada meglio ordinata, arei a caro che consertaste un poco gli atti e le parole, accioché incontrandovi con esse la cosa riesca piú verisimile e naturale.
TRASILOGO. Cominciate su.
SQUADRA. (Come sta attonito!).
TRASILOGO. (Deve pensare come ave a fingere e far il doloroso).Cominciate di grazia.
SQUADRA. (O Dio, falli cominciar tu).
TEODOSIO. Dunque sei pur viva, o Sennia mia consorte cara!
SQUADRA. Buon principio! riesce bene, piú meglio ch'io non pensava.
TEODOSIO. Io veramente son Teodosio padre di Olimpia, e questo è il vero Eugenio mio vero figliuolo!
EUGENIO. E siamo stati venti anni in man di turchi e abbiamo rotta la prigione e siamo venuti a Napoli per saper se fussero ancor vive.
SQUADRA. Oh oh, come risponde quest'altro a tuono, alle consonanze!
TEODOSIO. O Sennia molto amata, o Sennia poco goduta e molto sospirata!
EUGENIO. O sorella Olimpia, quanta bellezza m'ha raccontato il padre, ch'era in te!
TRASILOGO. (Oh che solenne barro, non si potria far meglio! appena ha inteso il fatto che l'ha subito capito e posto in esecuzione. Non ti dissi io che alla ciera mi sentiva di furbo?).
TEODOSIO. O moglie, o figlia, che v'ho stimate morte, poiché di tante lettere che v'ho inviate per saperne qualche novella, non mai ne abbiamo ricevuta risposta.
SQUADRA. (Piú di quello che gli abbiam detto: ci giongono del loro ancora).
TRASILOGO. (Se fussero nati in Grecia? E il buono è che non bisogna altrimente accomodargli di vesti, ché paiono or ora usciti da una galea).
SQUADRA. Non piú, che dite benissimo.
EUGENIO. Io non posso capir tant'allegrezza e par che venghi meno, ché tutte le preghiere che ho fatto a Dio, son state che doppo aver veduta mia madre e il luogo dove sia nato, morrei sodisfattissimo.
SQUADRA. Basta, basta. Vedete voi quella casa? quella è la casa diSennia.
TEODOSIO. Chi t'avesse detto, Teodosio, scampato di man di turchi, venir alla tua patria, trovar la moglie viva e la figliuola?
TRASILOGO. (L'abbiamo pregati che comincino, or sará bisogno strapregarli che taccino).
SQUADRA. Sento venir genti, ed è Mastica e il romano: scostiamci ché non ci veggano e ci prendano per suspetti, e ascoltiamo da canto la riuscita.
TRASILOGO. Meglio sará che ci partiamo, ché potremo dimandargli il successo a bel aggio.
LAMPRIDIO. Chi son questi che stanno dinanzi la porta nostra?
MASTICA. Son poveretti che devono dimandare la elemosina.
TEODOSIO. Olá, o di casa!
MASTICA. Ché batti? vuoi tu spezzar questa porta?
TEODOSIO. È forse tua madre, ché temi che sia battuta?
MASTICA. Non ti morrai di fame tu per non essere importuno e prosontuoso.
TEODOSIO. È importuno e prosontuoso chi batte le porte di casa sua?
MASTICA. È dunque questa la casa tua?
TEODOSIO. Dimmi prima se questa è la casa di Sennia.
MASTICA. Questa è la casa di Sennia: è per questo la tua?
TEODOSIO. Io son Teodosio suo marito che sono stato venti anni in man di turchi, e or scampato la Dio mercé dalle lor mani me ne ritorno a casa mia.
LAMPRIDIO. (Mastica, costoro son quelli che manda il capitano, che poco anzi mi dicesti).
MASTICA. (Quelli sono certissimo, ah ah! non ti accorgesti che subito veggendoci fuggiro via?).
LAMPRIDIO. (Racconta il fatto a Sennia e digli che venghi a tôrsi un poco spasso di fatti loro).
TEODOSIO. O di casa!Tic, toc.
LAMPRIDIO. Fermatevi, non battete, ché or ora verrá qua Sennia tua moglie. (Non posso tener le risa in vedergli cosí ben travestiti. Dal natural certo. Vedrò se sapran fingere come io ho fatto).
TEODOSIO. Rallegrati, Eugenio mio, ch'or vedrai la tua madre e tua sorella. Oh con quant'allegrezza ci riceverá e bacierá! penso si dileguará dall'allegrezza.
EUGENIO. Mi par ogni momento mill'anni d'incontrarci insieme.
SENNIA. Ove è questo mio marito nuovamente resuscitato?
LAMPRIDIO. Eccovi, madre, il bello sposo.
TEODOSIO. O Sennia moglie cara, giá giá vi riconosco alle fattezze se di te non mente il vivo ritratto che n'ho sempre portato nel core; giá ti conosco alla sola vista.
SENNIA. Questo altro giovane chi è?
TEODOSIO. Eugenio vostro e mio figliuolo, che insieme con me fu rapito da' turchi.
LAMPRIDIO. (Quanti Eugeni facesti, o madre?).
SENNIA. (Ah ah, figlio, questi è un altro te. Mi dolea di aver perduto un figlio e in un medemo tempo n'ho racquistati duo).
LAMPRIDIO. (Guardate che viso di ribaldo, che faccia di cuoio! come sta saldo!).
TEODOSIO. Ah Sennia, come non mi raffiguri tu ancora? o forse lo strano abito in che mi vedi o i disaggi sufferti m'hanno talmente mutato il sembiante che non mi riconosci? Poiché sei mia moglie, deh lascia che t'abbracci!
EUGENIO. O madre, ho pur visto chi m'ha generato.
TEODOSIO. Voi vi discostate da me, voi mi schivate, dubitate forse che non mentisca? Non è vivo alcun di nostri parenti? ove è Beatrice mia sorella, ove è Eunèmone mio fratello? forse mi riconosceranno meglio di voi….
LAMPRIDIO. (Non vedete le lacrime che gli cadono dagli occhi? mirate che affezion di piangente, che piangere naturale!).
SENNIA. (Naturalissimo).
TEODOSIO…. Ti sei a torto, Sennia, dimenticata di tanto nostro scambievole amore, ché in quel breve tempo che stemmo insieme non ebbe il mondo duo sposi che s'amassero piú di noi….
SENNIA. (Eugenio, figlio, al mover della bocca e al ragionare fa certi motivi che, se ben mi ricordo, eran propri di mio marito).
TEODOSIO…. Non avete un neo nell'ombelico con certi peluzzi biondi?
SENNIA. (Come, figlio, ha potuto saper questo?).
LAMPRIDIO. (I furbi che vanno a torno per lo mondo, da' nèi che vedono nella faccia, indovinano gli ascosti nella persona: lo sa per questo che v'ha visto nella faccia. Ma diamogli un poco la baia).
SENNIA. Ditemi, quando vi sète riscattati?
TEODOSIO. Avendomo inviato molte lettere per lo riscatto, ha voluto la nostra disgrazia che di niuna ne abbiamo ricevuto risposta; cosí abbiam rotta la prigionia e siamo scampati.
LAMPRIDIO. Voi dovete esser usi a star in prigione; non deve esser questa la prima volta che l'avete rotta.
SENNIA. Come sète venuti a Napoli?
EUGENIO. In poco tempo, vogando il remo la notte e il giorno.
LAMPRIDIO. (N'han ciera da vogar bene: mirate che braccia sode, proprio nate per stare ad una galea!). Che strada avete voi fatta al venir di Turchia?
EUGENIO. Niuna, l'avemo ritrovate fatte.
LAMPRIDIO. Che si fa, che si dice in Turchia?
EUGENIO. Si fan mercanzie, palaggi e navi, e si dicono delle veritadi e delle bugie, come qui ancora.
LAMPRIDIO. Mi risponde da filosofo.
EUGENIO. E tu mi dimandi come se mi volessi dar la baia.
LAMPRIDIO. (Al sicuro ragionar di costoro e a' segni che mostra Sennia, dubito da dovero che questi sieno i veri Teodosio ed Eugenio, e io stesso m'arò dato l'ascia nelle gambe in fargli conoscere Sennia). Ma rispondetemi: quanto avete allogato questi ferri e questi cenci che avete adosso? e quanto v'ha promesso il capitano ché lo vogliate servire a questo effetto?
EUGENIO. Che promesse, che servire, che capitano?
LAMPRIDIO. Ché foste venuti con dir che siate Teodosio ed Eugenio, accioché Olimpia mia sorella gli fusse data per moglie?
TEODOSIO. Io non so che tu dica: io sono il vero Teodosio e questi è il vero Eugenio mio figliuolo.
LAMPRIDIO. Voi fingete cosí, ma non sète quelli che dite. Andate a ritrovare il capitano e ditegli da mia parte che è stato tardi, ché il vero Eugenio è prima gionto del suo falso.
EUGENIO. Chi è questo Eugenio?
LAMPRIDIO. Io son desso.
EUGENIO. Di chi sète figlio?
LAMPRIDIO. Per non tenerti a bada, io son tutto quello che poco anzi costui ha detto che sei tu.
EUGENIO. Voi potete chiamarvi del mio nome ed esser figlio a Teodosio, ma non potete esser me giamai.
LAMPRIDIO. Mirami un poco in viso. Sta' fermo. Non vedi che diventi rosso e che cominci a tremare?
EUGENIO. Vi paio io uomo da tremare se ben sto mezzo nudo?
LAMPRIDIO. Come sei venuto cosí appunto oggi come io? Siamo ancor noi andati per lo mondo e sappiamo di malizia la parte nostra.
EUGENIO. Che volete dir per questo?
LAMPRIDIO. Che non sei Eugenio.
EUGENIO. Che son dunque?
LAMPRIDIO. Un truffator di nomi e delle altrui autoritá.
EUGENIO. Forse con piú veritá si potrebbe dir di te.
LAMPRIDIO. Dici dunque ch'io sia uomo da far truffe?
EUGENIO. Te lo dicono l'opre.
LAMPRIDIO. S'io non facessi torto al boia che ti aspetta, ché ti veggio le forche scolpite negli occhi, ti sfreggiarei cotesta faccia bugiarda, accioché ogni uomo da questo segnale si guardasse non farsi ingannare da te.
SENNIA. Eugenio, figlio, non gli far male; mi paiono di buona ciera.
LAMPRIDIO. Ma sono di cattivo mele.
TEODOSIO. Andiamo, figlio, che difesa possiamo far noi quasi nudi e disarmati?
EUGENIO. Come posso patir questo torto, o padre?
TEODOSIO. Ove è forza, è bisogno che ceda la ragione: ci perderemo la vita.
EUGENIO. Quasi ch'io stimi vita dove si tratta d'onore.
LAMPRIDIO. (Questi sono i verissimi). Su, andate per li fatti vostri.
EUGENIO. Questi sono i fatti nostri, cercar i parenti e la casa nostra.
LAMPRIDIO. Partitevi di qui: andate a gridare al mercato.
EUGENIO. Andremo a gridare dove s'ascolteranno le nostre ragioni e si scopriranno l'altrui vigliaccherie.
LAMPRIDIO. (Se non gli scaccio di qui, non será ben di me tutto oggi).
SENNIA. Lasciategli andare, Eugenio mio, che giá si partono.
TEODOSIO. Ricordati, moglie, che quando mi desti le tue primizie, mi desti il possesso ancora della vita e del tuo core.
SENNIA. Oimè, che questa parola m'ha veramente passato il core, ché giá mi ricordo avergli io detto questa parola in quel tempo, né penso che altra persona l'ha potuto saper giamai che accadette fra noi duo soli. Io non so a chi creder io. Dio mi liberi di qualche sciagura!
FILASTORGO. Son giá fastidito d'andar dimandando, e dubito se non l'incontro a caso, di non averlo a ritrovar giamai; e in cosí populosa cittá è appunto l'andar cercando lui come un ago nella paglia.
LAMPRIDIO. (L'ho cacciati in malora!). Andiamcene su, madre.
SENNIA. Andiamo, ma questo forestiero che or mi par gionto in Napoli, figlio, non ti muove gli occhi da dosso.
FILASTORGO. (Se il desiderio che ho di veder mio figlio non mi fa parer ogni uomo lui, questi è Lampridio mio).
LAMPRIDIO. (Se la rabbia e la còlera non m'hanno offuscati gli occhi insieme col core, questi mi par Filastorgo mio padre).
FILASTORGO. (Egli è certo. Oh come l'ho ritrovato a punto! non l'arei potuto ritrovare a migliore).
LAMPRIDIO. (Oimè ch'egli è certissimo; o Dio, a che ponto viene! in presenza di Sennia! non l'arei potuto incontrare a peggiore: or serò discoverto del tutto).
FILASTORGO. (Non so se debbo salutarlo o se debbo correre e abbracciarlo).
LAMPRIDIO. (Non so che fare, misero me! debbo fuggire oppur fingere di non conoscerlo?).
FILASTORGO. (Lo saluterò, poi con insperato gaudio vo' abbracciarlo).
LAMPRIDIO. (Vo' fingere di non conoscerlo; perché se mi parto, porròSennia in maggior suspetto).
FILASTORGO. O Lampridio, figliuolo carissimo, Iddio ti salvi!
LAMPRIDIO. Oh oh, chi sète voi?
FILASTORGO. Non mi conosci?
LAMPRIDIO. Non mi ricordo avervi giamai visto.
FILASTORGO. Mirami bene in faccia. Che dici ora?
LAMPRIDIO. Né tampoco mi ricordo.
FILASTORGO. Hai fatto la vista cosí corta o forse l'aria di Napoli è cosí grossa che non ti fa veder bene?
LAMPRIDIO. Non ti conosco né mi curo conoscerti.
FILASTORGO. Non sei tu Lampridio?
LAMPRIDIO. Forestiere, m'avete tolto in cambio, perché chiamateLampridio un che si chiama Eugenio.
FILASTORGO. Il nome e i panni t'arai potuto cambiare, ma l'effigie è quella istessa che avevi in casa mia.
LAMPRIDIO. Tu sei troppo fastidioso: vuoi a forza ch'io ti conoschi non conoscendoti.
FILASTORGO. Non conosci tu Filastorgo?
LAMPRIDIO. Non ho inteso nominar tal nome giamai.
FILASTORGO. Che nieghi me non me ne maraviglio: maggior maraviglia sarebbe se, avendo negato te stesso, volessi accettar di conoscer me per padre.
LAMPRIDIO. Che arroganza è la tua far ingiuria a chi non conosci?
FILASTORGO. L'arroganza è pur tua a non rincrescerti della tua perfidia cominciata. Pur aspettava che qualche segno di vergogna lo manifestasse. Tu pur sei Lampridio mio figliuolo che ti ho mandato di Roma per studiare a Salerno.
SENNIA. Costui si dimanda Eugenio ed è mio figlio ed è stato venti anni in Turchia e non attese a studio mai.
FILASTORGO. Che Eugenio, che Turchia, che parole son queste che ascolto?
LAMPRIDIO. Vo' partirmi, ché la tua perfidia cominciata non finirá sí tosto. Andiamo su, madre.
SENNIA. Andiamo.
FILASTORGO. O Dio, che infideltá ho ritrovato in un figlio! negar se stesso, il padre, e finger di non conoscerlo. Ite, padri, affaticatevi in nodrir figli, in allevargli nobili e delicati; ché all'ultimo che dovrebbono con ogni loro sforzo essere il sustentamento della nostra vecchiezza, o stanno annoverando i giorni che finisca il termine della nostra vita, o ne fanno morir di doglia innanzi tempo. Lasciate la robba a quei che desiano piú la nostra morte che la propria lor vita. Oh come m'ha ben ricevuto, oh che bel riposo ha dato alla mia stanchezza del viaggio, oh che consolazione alla mia vecchiezza! Ma perché affligo me stesso? io non lo vo' piú per figlio, poiché egli non mi vuol piú per padre: farò conto di non averlo mai piú generato o che fusse morto duo anni sono. Che figli che figli!
PROTODIDASCALO, LALIO paggio.
PROTODIDASCALO. O Dio, come potrei far cerziore Lampridio dell'advento di suo padre acciò non lo colga all'improviso, e impremeditato non sappia che risponderli; come potrei io vederlo? Ma veggio un puello ludibondo uscir dalle sue edi.
LALIO. Madonna, che mi tira, che mi tira?
PROTODIDASCALO. Alloquar hominem. Heus, puer! «Adesdum; paucis te volo».
LALIO. Chi è costui che vola?
PROTODIDASCALO. Heus, olá, a chi dico io?
LALIO. Se non lo sai tu a chi dici, né tampoco lo so io.
PROTODIDASCALO. «Tibi dico, Pamphile».
LALIO. Parlate con me?
PROTODIDASCALO. Optime quidem, sí bene.
LALIO. Chi sète voi?
PROTODIDASCALO. Ego sum Protodidascalo gimnasiarca, ludimagistro, restitutore e reintegrator del romano eloquio all'antica candiditate «fama super aethera notus».
LALIO. (Questi deve essere qualche pedante, «cuium pecus» che sputa «cuiussi» e parla in «bus» e «bas»). Magister, bonum sero.
PROTODIDASCALO. Et tibi malum cito.
LALIO. Che comandate protomastro, patriarca?
PROTODIDASCALO. «Prius te salvere iubeo».
LALIO. Io non v'intendo.
PROTODIDASCALO. Dico che siate salvo.
LALIO. E voi salvo e contento.
PROTODIDASCALO. Per mostrarvi la mia largitade vi vo' fare un munuscolo di cinquanta vocabuli ciceronei abstrusi e reconditi.
LALIO. Che ceci conditi son questi che mi volete dare, di mele o di zucchero?
PROTODIDASCALO. Dico vocabuli ciceroniani.
LALIO. Questi vocali son buoni da bere?
PROTODIDASCALO. Son cose che quando sarete in etá piú provetta vi faranno onore nella scuola.
LALIO. Io non vo' scola, altrimente…. Che volete da me?
PROTODIDASCALO. Paulo ante vi ho visto uscir da questo ostio.
LALIO. Che «ostia»?
PROTODIDASCALO. Ti allucini, figliuolo, perché «hostia» con «h», aspirazione, viene «ab hostibus», che è un animale che s'immolava dall'imperadore proficiscente alla guerra per impetrar da' celicoli vittoria contro gli osti, cioè nemici. Onde il sulmonese poeta: