II

IIFinalmente lo stupore cessò. Guardai l'orologio; eran passate le cinque, l'ora in cui per solito andavo incontro ad Elena, reduce dalla scuola.Che avrei fatto nel rivederla? Cosa potevo risolvere in preda com'ero d'un orribile turbamento?Frattanto mi avvinse un altro pensiero, al quale non avevo dapprima riflettuto.Se per caso il Duvally m'incontrasse con Elena? Quale non sarebbe in tal frangente la mia ridicola confusione? Bah!... in questo caso — pensai, — gli dirò d'averla incontrata solo pochi giorni prima, o forse gli confesserò con brio, con spigliatezza, il mio piccolo sotterfugio. Da quell'uomo ch'egli era, certo ne avrebbe riso. D'altronde Parigi è grande, com'egli aveva detto, e non ci s'incontra quasi mai.Ora un solo desiderio dominava il mio spirito: quello di apparecchiarmi una sottile vendetta, mostrandole che non m'ero del tutto lasciato ingannare dalle sue menzogne.E per la prima volta conoscevo nell'amore questo acerbo sentimento che si chiama la gelosia del passato, più terribile perchè distante, non precisa, piena d'immaginazioni a cui nulla può dar pace. Non andai a prender Elena quella sera e camminai per le strade a lungo, elaborando il mio disegno. Tornai, senz'averne costrutto alcuno, ma solamente deciso a farla soffrire.Quando rincasai, ella stava seduta nella sala da pranzo vicino alla finestra, e leggeva. Su lei, sul libro cadeva una luce rosea da un paralume di trine.Udendomi entrare, si alzò, mi corse incontro festosa.[pg!182] — Perchè non sei venuto a prendermi? — domandò, serrandomi le braccia intorno al collo. Spargeva intorno a sè un profumo fragrante, che pareva sbocciasse dalla sua persona come da nascosti fiori.— È trascorsa l'ora senza che me ne avvedessi. Perdonami, — le risposi.— È la prima volta, sai! — fece con un rimprovero sorridente.— Ero con altri, con l'Alessi, e mi premeva di stabilire finalmente con lui qualcosa di concreto.Forse la mia voce, forse l'alterazione del mio volto la sorpresero.— Che hai dunque? Mi sembri così concitato... — ella osservò.— Io? Nulla. Credo che t'inganni, Elena!— Eppure.... Mòstrati alla luce.— Ho avuto mal di capo tutto il giorno: ora è passato.Mi teneva sempre le braccia intorno al collo, appoggiava la sua guancia fresca su la mia, poi mi passava la mano su la fronte come per blandirne il dolore.— Non hai proprio nulla?— Ma no....— Allora sei triste... un poco triste... Dimmi il perchè?— Non vedi che rido?— Sì, ridi, ma non come gli altri giorni. Forse hai qualche fastidio?— Eh no! via! Perchè mi torturi così? Sono allegrissimo, ti assicuro!— Oh, come sei brusco! — ella esclamò, sciogliendomi le braccia dal collo.— Via, non irritarti, — la pregai con dolcezza.— No, affatto. Solo mi pareva di darti noia... — E soggiunse: — Pranzeremo in casa?— Come preferisci.Ella se ne andò per dare qualche ordine alla domestica, io mi diressi verso la mia camera per mutar d'abiti. Poco dopo l'intesi picchiare alla porta.[pg!183] — Entra, Elena.— Ah, ti vesti? Esci anche stasera?— Non lo so per certo, ma è probabile che il d'Hermòs mi venga a prendere.— Il d'Hermòs ti conduce sempre via. Scommetto che sei stato con lui anche oggi.— No: ti ho detto che sono stato con l'Alessi.— Hai concluso nulla?— Nulla per ora, perchè non ho voluto ancora prendere un impegno. Però mi ha fatto proposte che ritengo assai vantaggiose.Mentre così discorrevamo, ell'andava disponendo i miei abiti sul letto e mi versava ora nei catini qualche goccia d'Acqua di Lavanda. Vi tuffai la faccia, poi, nello specchio che avevo di fronte, stetti a considerare ogni suo movimento. Era seduta presso il letto, intenta a mettere i bottoni gemelli nei polsini d'una camicia di bucato. Su lo sparato lucido i suoi capelli facevano cadere una vasta ombra.— Che brava donnina sei! — -le dissi gaiamente.— Perchè?— Vedo che prepari le mie cose con una cura tutta particolare.— Non lo faccio dunque ogni giorno?— Sì: ma questa sera ti osservo con maggior tenerezza. Non tutti hanno per valletto una personcina come te!— Guarda, — ella fece, mostrandomi una piccola sfilacciatura del polsino, — questa lavandaia ti rovina tutta la biancheria. Dovrò cercarne un'altra.— È vero; le mie camìce sono tutte sciupate.— Bene, la settimana ventura manderò la biancheria da Charvet. Sta lontano, ma saremo serviti meglio. Solamente Charvet è così caro!— Non bisogna essere avari nelle piccole spese.— Ma, vedi, noi spendiamo già molto, anzi moltissimo per i nostri averi. Mi sono accorta per esempio che anche la domestica non fa i conti esatti.[pg!184] — E non le hai detto nulla?— Sì, le ho detto che d'ora innanzi andrò a fare le provviste io stessa.— Tu? Ma ti pare! Cambiamo la domestica.— Perchè? Ruba un pochino, come fanno tutte, ma del rimanente è una brava donna.— Tu non sarai capace di fare le compere.— Io? Perchè no?— Non mi sembri adatta a far da massaia, a tenere una casa, tu che sei sempre stata un po' zingara....— Bene, vedrai.— Forse ne avresti già fatta la prova?— Non ancora, ma sono certa che riuscirò.— Invece io non ti vedo sotto le spoglie di una piccola borghese, che vada al mercato a comprar cipolle, o si bisticci con il pizzicagnolo per un etto di burro!... Sai per esempio cosa costa un pollo?— E tu lo sai?— Io sì.— Dillo dunque.— No, dillo tu.— Oh, Dio!... due e cinquanta, tre lire, secondo le stagioni, — disse ridendo.— E lo zucchero al chilo?— Lo zucchero è caro; costa due e quaranta.— E le uova? Scommetto che non sai quanto costano le uova, la dozzina.— Bene, le uova, in questi mesi, non costano più di tre soldi l'uno.— Per bacco! Ma tu mi sorprendi!... — E mutando voce: — Non credevo che avessi potuto imparar tante cose in pochi mesi di matrimonio!E detti in uno scoppio di riso, come per uno scherzo innocentissimo. Ella, che stava seduta presso il letto, con i due gomiti su la coltre, il mento raccolto nel palmo delle mani, fu presa da un tremito e impallidì. Gli occhi suoi, che mi fissavano, parvero smisuratamente grandi nella faccia imbiancata![pg!185] — Che vuoi dire? — balbettò, dopo un silenzio.Invece di rispondere, continuai:— È vero che nella casa d'un pastore le cure domestiche s'imparano assai bene!E risi ancora, con più ironica freddezza.— Allora tu sai... — ella osò profferire, guardandomi esterrefatta.Diedi una scrollata di spalle e mi posi davanti allo specchio per fare il nodo della cravatta. Nello specchio la potevo guardare senz'aver l'aria d'interessarmi a lei. Si era levata in piedi, e con le mani contratte, rigida, muta, mi fissava. Su la sua faccia era di nuovo scesa quella fredda e crudele maschera che la faceva parer simile ad un'erma.Poi, d'un tratto, mordendosi con l'orlo dei denti le labbra pallide:— Ecco! per la prima volta ti odio! — inveì con asprezza.Io, non volendo venir meno a quella ironica indifferenza che mi ero prefissa, la guardai con un sorriso leggero, e dissi:— Almeno, tu, che sei tanto falsa nell'amore, sarai sincera nell'odio! — E soggiunsi: — Che ne dite, signora Miller?Ella barcollò un poco, serrando le labbra, quasi avesse una rabida voglia di buttarmisi contro, ma si contenne e rispose:— Tutto questo non ti riguarda! È affar mio. Non ho conti da rendere a te.In quel momento cercavo un fazzoletto bianco, da sera, in una scatola trapunta con ricami verdi e fiori d'oro, — una memoria di Edoarda, che avevo conservata per abitudine. Scelsi un fazzoletto e l'inumidii con alcune gocce di profumo; trassi di tasca l'astuccio delle sigarette, lo riempii. Facevo queste cose lentamente, ostentatamente, per darmi un'apparenza tranquilla. Stetti a pensare qualche attimo, poi dissi:— Allora, se non hai conti da rendermi, lasciamo andare, non parliamone più![pg!186] — Chi ti ha raccontato questo? — ella domandò bruscamente, dopo una pausa.— Oh, mia cara... ecco, a mia volta, un particolare che non ti riguarda!— Bene: qualsiasi cosa tu abbia fatto per saperlo, debbo dirti che non fu certo un'azione da gentiluomo!— Mah!... qualchevolta bisogna pur combattere ad armi uguali, non ti pare? — esclamai con sarcasmo. — Occhio per occhio, dente per dente...— Questa è una grossolanità.— Non faccio che risponderti. Poi, vediamo: il fatto è vero o non è vero?— Verissimo! — ella confermò con forza.— Dunque, perchè dovevo ignorare io quello che altri sanno? Per sembrar ridicolo? No, via, non mi piace!— Ma chi te lo ha detto infine?— Non domandarlo, Elena, perchè sarebbe inutile. Tu hai voluto che fra noi rimanesse un malinteso, un ostacolo perpetuo, e sia. Cerchiamo solamente di non darci noia; rimani tranquilla... Vedi come sono tranquillo io?— Tu simuli! Tu mi vuoi esasperare con la tua indifferenza.— Oh, no! Ci tenevo a dirtelo, te l'ho detto, basta. La sola cosa che rimpiango è di averti lasciato credere, anche per un giorno solo, che le tue menzogne mi avessero convinto.Ora sceglievo attentamente un paio di guanti bianchi e ne scomponevo un gran mazzo, non trovando quelli che mi andassero bene.— Quali menzogne? — ella interrogò.— Quali? Ma tutte, mia cara! Tutte, dalla prima all'ultima, senza una parola di verità!Ella si fece ancor più pallida: forse nella sua mente aveva già immaginato un ripiego, ed ora questi miei avvertimenti ne dimostravano l'inutilità.— Ma non devi credermi uno sciocco per questo, — continuai. — Forse ho avuto un torto solo: quello di volerti collocar più in alto che non lo permettesse la tua anima di avventuriera.[pg!187] — È troppo facile insultare una donna, — ella osservò freddamente.— Insultare? Ma no, Elena, mi comprendi male! Voglio dire che tu hai bisogno di mentire, d'ingannare, anche senza uno scopo, così, per trastullo, forse per difesa, perchè hai nel sangue la paura del dominio altrui. Ma, guarda... — e mi volsi allo specchio per ravviarmi i baffi, — guarda: se anche a Roma tu avevi un amante!...— A Roma?— Sì, quel certo Duval... Duval... come si chiamava? Duvally, ecco! So benissimo che sei stata l'amante sua, in un camerino da cena, per un bicchiere di «Champagne!»— Non è vero! È tutto falso! È tutto falso! — gridò con rabbia.— Non affaticarti a negare. Smetti questa commedia inutile!— Chi te lo ha detto? Lui stesso?— Macchè lui! Non lo conosco nemmeno.— Il d'Hermòs, allora?— Cosa vuoi che ne sappia il d'Hermòs? Lascialo in pace.— Allora che pensi di me? — domandò repentinamente, fissandomi con gli occhi pieni di un'ira contenuta e splendente.— Che penso? Nulla. Solamente, quello che sei, quello che fai, quello che hai fatto, non m'interessa più. Hai avuto il torto di mentirmi... Ecco tutto.In quel momento la domestica picchiò all'uscio per dire che il pranzo era in tavola.— Oh, sentite, Clara, — io feci; — ho scordato di avvertirvi che pranzerò fuori.Vidi Elena fare un gesto repentino di sorpresa.— Ma il pranzo è già servito, signore, — obbiettò la domestica.— Non importa, poichè debbo uscire. Sentite anzi una cosa, Clara. Più tardi, se venisse il signor d'Hermòs, ditegli che mi potrà incontrare verso le nove al «Café de Paris».[pg!188] — Va bene, signor conte.Quand'ella si fu allontanata, feci atto d'indossare il soprabito.— Esci? — domandò Elena con una voce fredda, gelida.— Sì, lo vedi.— E perchè mi lasci sola?— Non so; preferisco non rimanere a casa. Ho i nervi un po' scossi.Cercavo il mio cappello con una specie di concitazione. Ella tese un braccio verso di me, come per trattenermi e disse:— Rimani, ti prego....V'era nella sua voce una preghiera sommessa; io stetti un poco incerto, mentre abbottonavo il soprabito.— Ebbene, che vuoi?— Nulla, ma non lasciarmi sola.— Oh, che idee!...— Rimani, ti prego. Vorrei parlarti.— Parlarmi? Ah, no! Per dirmi altre menzogne? No, grazie. No, grazie! Addio.— Germano, senti!...Ma era tardi; avevo già sospinto l'uscio, ed un attimo dopo ero fuor di casa, tra la folla estranea, sul marciapiede.[pg!189]

IIFinalmente lo stupore cessò. Guardai l'orologio; eran passate le cinque, l'ora in cui per solito andavo incontro ad Elena, reduce dalla scuola.Che avrei fatto nel rivederla? Cosa potevo risolvere in preda com'ero d'un orribile turbamento?Frattanto mi avvinse un altro pensiero, al quale non avevo dapprima riflettuto.Se per caso il Duvally m'incontrasse con Elena? Quale non sarebbe in tal frangente la mia ridicola confusione? Bah!... in questo caso — pensai, — gli dirò d'averla incontrata solo pochi giorni prima, o forse gli confesserò con brio, con spigliatezza, il mio piccolo sotterfugio. Da quell'uomo ch'egli era, certo ne avrebbe riso. D'altronde Parigi è grande, com'egli aveva detto, e non ci s'incontra quasi mai.Ora un solo desiderio dominava il mio spirito: quello di apparecchiarmi una sottile vendetta, mostrandole che non m'ero del tutto lasciato ingannare dalle sue menzogne.E per la prima volta conoscevo nell'amore questo acerbo sentimento che si chiama la gelosia del passato, più terribile perchè distante, non precisa, piena d'immaginazioni a cui nulla può dar pace. Non andai a prender Elena quella sera e camminai per le strade a lungo, elaborando il mio disegno. Tornai, senz'averne costrutto alcuno, ma solamente deciso a farla soffrire.Quando rincasai, ella stava seduta nella sala da pranzo vicino alla finestra, e leggeva. Su lei, sul libro cadeva una luce rosea da un paralume di trine.Udendomi entrare, si alzò, mi corse incontro festosa.[pg!182] — Perchè non sei venuto a prendermi? — domandò, serrandomi le braccia intorno al collo. Spargeva intorno a sè un profumo fragrante, che pareva sbocciasse dalla sua persona come da nascosti fiori.— È trascorsa l'ora senza che me ne avvedessi. Perdonami, — le risposi.— È la prima volta, sai! — fece con un rimprovero sorridente.— Ero con altri, con l'Alessi, e mi premeva di stabilire finalmente con lui qualcosa di concreto.Forse la mia voce, forse l'alterazione del mio volto la sorpresero.— Che hai dunque? Mi sembri così concitato... — ella osservò.— Io? Nulla. Credo che t'inganni, Elena!— Eppure.... Mòstrati alla luce.— Ho avuto mal di capo tutto il giorno: ora è passato.Mi teneva sempre le braccia intorno al collo, appoggiava la sua guancia fresca su la mia, poi mi passava la mano su la fronte come per blandirne il dolore.— Non hai proprio nulla?— Ma no....— Allora sei triste... un poco triste... Dimmi il perchè?— Non vedi che rido?— Sì, ridi, ma non come gli altri giorni. Forse hai qualche fastidio?— Eh no! via! Perchè mi torturi così? Sono allegrissimo, ti assicuro!— Oh, come sei brusco! — ella esclamò, sciogliendomi le braccia dal collo.— Via, non irritarti, — la pregai con dolcezza.— No, affatto. Solo mi pareva di darti noia... — E soggiunse: — Pranzeremo in casa?— Come preferisci.Ella se ne andò per dare qualche ordine alla domestica, io mi diressi verso la mia camera per mutar d'abiti. Poco dopo l'intesi picchiare alla porta.[pg!183] — Entra, Elena.— Ah, ti vesti? Esci anche stasera?— Non lo so per certo, ma è probabile che il d'Hermòs mi venga a prendere.— Il d'Hermòs ti conduce sempre via. Scommetto che sei stato con lui anche oggi.— No: ti ho detto che sono stato con l'Alessi.— Hai concluso nulla?— Nulla per ora, perchè non ho voluto ancora prendere un impegno. Però mi ha fatto proposte che ritengo assai vantaggiose.Mentre così discorrevamo, ell'andava disponendo i miei abiti sul letto e mi versava ora nei catini qualche goccia d'Acqua di Lavanda. Vi tuffai la faccia, poi, nello specchio che avevo di fronte, stetti a considerare ogni suo movimento. Era seduta presso il letto, intenta a mettere i bottoni gemelli nei polsini d'una camicia di bucato. Su lo sparato lucido i suoi capelli facevano cadere una vasta ombra.— Che brava donnina sei! — -le dissi gaiamente.— Perchè?— Vedo che prepari le mie cose con una cura tutta particolare.— Non lo faccio dunque ogni giorno?— Sì: ma questa sera ti osservo con maggior tenerezza. Non tutti hanno per valletto una personcina come te!— Guarda, — ella fece, mostrandomi una piccola sfilacciatura del polsino, — questa lavandaia ti rovina tutta la biancheria. Dovrò cercarne un'altra.— È vero; le mie camìce sono tutte sciupate.— Bene, la settimana ventura manderò la biancheria da Charvet. Sta lontano, ma saremo serviti meglio. Solamente Charvet è così caro!— Non bisogna essere avari nelle piccole spese.— Ma, vedi, noi spendiamo già molto, anzi moltissimo per i nostri averi. Mi sono accorta per esempio che anche la domestica non fa i conti esatti.[pg!184] — E non le hai detto nulla?— Sì, le ho detto che d'ora innanzi andrò a fare le provviste io stessa.— Tu? Ma ti pare! Cambiamo la domestica.— Perchè? Ruba un pochino, come fanno tutte, ma del rimanente è una brava donna.— Tu non sarai capace di fare le compere.— Io? Perchè no?— Non mi sembri adatta a far da massaia, a tenere una casa, tu che sei sempre stata un po' zingara....— Bene, vedrai.— Forse ne avresti già fatta la prova?— Non ancora, ma sono certa che riuscirò.— Invece io non ti vedo sotto le spoglie di una piccola borghese, che vada al mercato a comprar cipolle, o si bisticci con il pizzicagnolo per un etto di burro!... Sai per esempio cosa costa un pollo?— E tu lo sai?— Io sì.— Dillo dunque.— No, dillo tu.— Oh, Dio!... due e cinquanta, tre lire, secondo le stagioni, — disse ridendo.— E lo zucchero al chilo?— Lo zucchero è caro; costa due e quaranta.— E le uova? Scommetto che non sai quanto costano le uova, la dozzina.— Bene, le uova, in questi mesi, non costano più di tre soldi l'uno.— Per bacco! Ma tu mi sorprendi!... — E mutando voce: — Non credevo che avessi potuto imparar tante cose in pochi mesi di matrimonio!E detti in uno scoppio di riso, come per uno scherzo innocentissimo. Ella, che stava seduta presso il letto, con i due gomiti su la coltre, il mento raccolto nel palmo delle mani, fu presa da un tremito e impallidì. Gli occhi suoi, che mi fissavano, parvero smisuratamente grandi nella faccia imbiancata![pg!185] — Che vuoi dire? — balbettò, dopo un silenzio.Invece di rispondere, continuai:— È vero che nella casa d'un pastore le cure domestiche s'imparano assai bene!E risi ancora, con più ironica freddezza.— Allora tu sai... — ella osò profferire, guardandomi esterrefatta.Diedi una scrollata di spalle e mi posi davanti allo specchio per fare il nodo della cravatta. Nello specchio la potevo guardare senz'aver l'aria d'interessarmi a lei. Si era levata in piedi, e con le mani contratte, rigida, muta, mi fissava. Su la sua faccia era di nuovo scesa quella fredda e crudele maschera che la faceva parer simile ad un'erma.Poi, d'un tratto, mordendosi con l'orlo dei denti le labbra pallide:— Ecco! per la prima volta ti odio! — inveì con asprezza.Io, non volendo venir meno a quella ironica indifferenza che mi ero prefissa, la guardai con un sorriso leggero, e dissi:— Almeno, tu, che sei tanto falsa nell'amore, sarai sincera nell'odio! — E soggiunsi: — Che ne dite, signora Miller?Ella barcollò un poco, serrando le labbra, quasi avesse una rabida voglia di buttarmisi contro, ma si contenne e rispose:— Tutto questo non ti riguarda! È affar mio. Non ho conti da rendere a te.In quel momento cercavo un fazzoletto bianco, da sera, in una scatola trapunta con ricami verdi e fiori d'oro, — una memoria di Edoarda, che avevo conservata per abitudine. Scelsi un fazzoletto e l'inumidii con alcune gocce di profumo; trassi di tasca l'astuccio delle sigarette, lo riempii. Facevo queste cose lentamente, ostentatamente, per darmi un'apparenza tranquilla. Stetti a pensare qualche attimo, poi dissi:— Allora, se non hai conti da rendermi, lasciamo andare, non parliamone più![pg!186] — Chi ti ha raccontato questo? — ella domandò bruscamente, dopo una pausa.— Oh, mia cara... ecco, a mia volta, un particolare che non ti riguarda!— Bene: qualsiasi cosa tu abbia fatto per saperlo, debbo dirti che non fu certo un'azione da gentiluomo!— Mah!... qualchevolta bisogna pur combattere ad armi uguali, non ti pare? — esclamai con sarcasmo. — Occhio per occhio, dente per dente...— Questa è una grossolanità.— Non faccio che risponderti. Poi, vediamo: il fatto è vero o non è vero?— Verissimo! — ella confermò con forza.— Dunque, perchè dovevo ignorare io quello che altri sanno? Per sembrar ridicolo? No, via, non mi piace!— Ma chi te lo ha detto infine?— Non domandarlo, Elena, perchè sarebbe inutile. Tu hai voluto che fra noi rimanesse un malinteso, un ostacolo perpetuo, e sia. Cerchiamo solamente di non darci noia; rimani tranquilla... Vedi come sono tranquillo io?— Tu simuli! Tu mi vuoi esasperare con la tua indifferenza.— Oh, no! Ci tenevo a dirtelo, te l'ho detto, basta. La sola cosa che rimpiango è di averti lasciato credere, anche per un giorno solo, che le tue menzogne mi avessero convinto.Ora sceglievo attentamente un paio di guanti bianchi e ne scomponevo un gran mazzo, non trovando quelli che mi andassero bene.— Quali menzogne? — ella interrogò.— Quali? Ma tutte, mia cara! Tutte, dalla prima all'ultima, senza una parola di verità!Ella si fece ancor più pallida: forse nella sua mente aveva già immaginato un ripiego, ed ora questi miei avvertimenti ne dimostravano l'inutilità.— Ma non devi credermi uno sciocco per questo, — continuai. — Forse ho avuto un torto solo: quello di volerti collocar più in alto che non lo permettesse la tua anima di avventuriera.[pg!187] — È troppo facile insultare una donna, — ella osservò freddamente.— Insultare? Ma no, Elena, mi comprendi male! Voglio dire che tu hai bisogno di mentire, d'ingannare, anche senza uno scopo, così, per trastullo, forse per difesa, perchè hai nel sangue la paura del dominio altrui. Ma, guarda... — e mi volsi allo specchio per ravviarmi i baffi, — guarda: se anche a Roma tu avevi un amante!...— A Roma?— Sì, quel certo Duval... Duval... come si chiamava? Duvally, ecco! So benissimo che sei stata l'amante sua, in un camerino da cena, per un bicchiere di «Champagne!»— Non è vero! È tutto falso! È tutto falso! — gridò con rabbia.— Non affaticarti a negare. Smetti questa commedia inutile!— Chi te lo ha detto? Lui stesso?— Macchè lui! Non lo conosco nemmeno.— Il d'Hermòs, allora?— Cosa vuoi che ne sappia il d'Hermòs? Lascialo in pace.— Allora che pensi di me? — domandò repentinamente, fissandomi con gli occhi pieni di un'ira contenuta e splendente.— Che penso? Nulla. Solamente, quello che sei, quello che fai, quello che hai fatto, non m'interessa più. Hai avuto il torto di mentirmi... Ecco tutto.In quel momento la domestica picchiò all'uscio per dire che il pranzo era in tavola.— Oh, sentite, Clara, — io feci; — ho scordato di avvertirvi che pranzerò fuori.Vidi Elena fare un gesto repentino di sorpresa.— Ma il pranzo è già servito, signore, — obbiettò la domestica.— Non importa, poichè debbo uscire. Sentite anzi una cosa, Clara. Più tardi, se venisse il signor d'Hermòs, ditegli che mi potrà incontrare verso le nove al «Café de Paris».[pg!188] — Va bene, signor conte.Quand'ella si fu allontanata, feci atto d'indossare il soprabito.— Esci? — domandò Elena con una voce fredda, gelida.— Sì, lo vedi.— E perchè mi lasci sola?— Non so; preferisco non rimanere a casa. Ho i nervi un po' scossi.Cercavo il mio cappello con una specie di concitazione. Ella tese un braccio verso di me, come per trattenermi e disse:— Rimani, ti prego....V'era nella sua voce una preghiera sommessa; io stetti un poco incerto, mentre abbottonavo il soprabito.— Ebbene, che vuoi?— Nulla, ma non lasciarmi sola.— Oh, che idee!...— Rimani, ti prego. Vorrei parlarti.— Parlarmi? Ah, no! Per dirmi altre menzogne? No, grazie. No, grazie! Addio.— Germano, senti!...Ma era tardi; avevo già sospinto l'uscio, ed un attimo dopo ero fuor di casa, tra la folla estranea, sul marciapiede.[pg!189]

Finalmente lo stupore cessò. Guardai l'orologio; eran passate le cinque, l'ora in cui per solito andavo incontro ad Elena, reduce dalla scuola.

Che avrei fatto nel rivederla? Cosa potevo risolvere in preda com'ero d'un orribile turbamento?

Frattanto mi avvinse un altro pensiero, al quale non avevo dapprima riflettuto.

Se per caso il Duvally m'incontrasse con Elena? Quale non sarebbe in tal frangente la mia ridicola confusione? Bah!... in questo caso — pensai, — gli dirò d'averla incontrata solo pochi giorni prima, o forse gli confesserò con brio, con spigliatezza, il mio piccolo sotterfugio. Da quell'uomo ch'egli era, certo ne avrebbe riso. D'altronde Parigi è grande, com'egli aveva detto, e non ci s'incontra quasi mai.

Ora un solo desiderio dominava il mio spirito: quello di apparecchiarmi una sottile vendetta, mostrandole che non m'ero del tutto lasciato ingannare dalle sue menzogne.

E per la prima volta conoscevo nell'amore questo acerbo sentimento che si chiama la gelosia del passato, più terribile perchè distante, non precisa, piena d'immaginazioni a cui nulla può dar pace. Non andai a prender Elena quella sera e camminai per le strade a lungo, elaborando il mio disegno. Tornai, senz'averne costrutto alcuno, ma solamente deciso a farla soffrire.

Quando rincasai, ella stava seduta nella sala da pranzo vicino alla finestra, e leggeva. Su lei, sul libro cadeva una luce rosea da un paralume di trine.

Udendomi entrare, si alzò, mi corse incontro festosa.

[pg!182] — Perchè non sei venuto a prendermi? — domandò, serrandomi le braccia intorno al collo. Spargeva intorno a sè un profumo fragrante, che pareva sbocciasse dalla sua persona come da nascosti fiori.

— È trascorsa l'ora senza che me ne avvedessi. Perdonami, — le risposi.

— È la prima volta, sai! — fece con un rimprovero sorridente.

— Ero con altri, con l'Alessi, e mi premeva di stabilire finalmente con lui qualcosa di concreto.

Forse la mia voce, forse l'alterazione del mio volto la sorpresero.

— Che hai dunque? Mi sembri così concitato... — ella osservò.

— Io? Nulla. Credo che t'inganni, Elena!

— Eppure.... Mòstrati alla luce.

— Ho avuto mal di capo tutto il giorno: ora è passato.

Mi teneva sempre le braccia intorno al collo, appoggiava la sua guancia fresca su la mia, poi mi passava la mano su la fronte come per blandirne il dolore.

— Non hai proprio nulla?

— Ma no....

— Allora sei triste... un poco triste... Dimmi il perchè?

— Non vedi che rido?

— Sì, ridi, ma non come gli altri giorni. Forse hai qualche fastidio?

— Eh no! via! Perchè mi torturi così? Sono allegrissimo, ti assicuro!

— Oh, come sei brusco! — ella esclamò, sciogliendomi le braccia dal collo.

— Via, non irritarti, — la pregai con dolcezza.

— No, affatto. Solo mi pareva di darti noia... — E soggiunse: — Pranzeremo in casa?

— Come preferisci.

Ella se ne andò per dare qualche ordine alla domestica, io mi diressi verso la mia camera per mutar d'abiti. Poco dopo l'intesi picchiare alla porta.

[pg!183] — Entra, Elena.

— Ah, ti vesti? Esci anche stasera?

— Non lo so per certo, ma è probabile che il d'Hermòs mi venga a prendere.

— Il d'Hermòs ti conduce sempre via. Scommetto che sei stato con lui anche oggi.

— No: ti ho detto che sono stato con l'Alessi.

— Hai concluso nulla?

— Nulla per ora, perchè non ho voluto ancora prendere un impegno. Però mi ha fatto proposte che ritengo assai vantaggiose.

Mentre così discorrevamo, ell'andava disponendo i miei abiti sul letto e mi versava ora nei catini qualche goccia d'Acqua di Lavanda. Vi tuffai la faccia, poi, nello specchio che avevo di fronte, stetti a considerare ogni suo movimento. Era seduta presso il letto, intenta a mettere i bottoni gemelli nei polsini d'una camicia di bucato. Su lo sparato lucido i suoi capelli facevano cadere una vasta ombra.

— Che brava donnina sei! — -le dissi gaiamente.

— Perchè?

— Vedo che prepari le mie cose con una cura tutta particolare.

— Non lo faccio dunque ogni giorno?

— Sì: ma questa sera ti osservo con maggior tenerezza. Non tutti hanno per valletto una personcina come te!

— Guarda, — ella fece, mostrandomi una piccola sfilacciatura del polsino, — questa lavandaia ti rovina tutta la biancheria. Dovrò cercarne un'altra.

— È vero; le mie camìce sono tutte sciupate.

— Bene, la settimana ventura manderò la biancheria da Charvet. Sta lontano, ma saremo serviti meglio. Solamente Charvet è così caro!

— Non bisogna essere avari nelle piccole spese.

— Ma, vedi, noi spendiamo già molto, anzi moltissimo per i nostri averi. Mi sono accorta per esempio che anche la domestica non fa i conti esatti.

[pg!184] — E non le hai detto nulla?

— Sì, le ho detto che d'ora innanzi andrò a fare le provviste io stessa.

— Tu? Ma ti pare! Cambiamo la domestica.

— Perchè? Ruba un pochino, come fanno tutte, ma del rimanente è una brava donna.

— Tu non sarai capace di fare le compere.

— Io? Perchè no?

— Non mi sembri adatta a far da massaia, a tenere una casa, tu che sei sempre stata un po' zingara....

— Bene, vedrai.

— Forse ne avresti già fatta la prova?

— Non ancora, ma sono certa che riuscirò.

— Invece io non ti vedo sotto le spoglie di una piccola borghese, che vada al mercato a comprar cipolle, o si bisticci con il pizzicagnolo per un etto di burro!... Sai per esempio cosa costa un pollo?

— E tu lo sai?

— Io sì.

— Dillo dunque.

— No, dillo tu.

— Oh, Dio!... due e cinquanta, tre lire, secondo le stagioni, — disse ridendo.

— E lo zucchero al chilo?

— Lo zucchero è caro; costa due e quaranta.

— E le uova? Scommetto che non sai quanto costano le uova, la dozzina.

— Bene, le uova, in questi mesi, non costano più di tre soldi l'uno.

— Per bacco! Ma tu mi sorprendi!... — E mutando voce: — Non credevo che avessi potuto imparar tante cose in pochi mesi di matrimonio!

E detti in uno scoppio di riso, come per uno scherzo innocentissimo. Ella, che stava seduta presso il letto, con i due gomiti su la coltre, il mento raccolto nel palmo delle mani, fu presa da un tremito e impallidì. Gli occhi suoi, che mi fissavano, parvero smisuratamente grandi nella faccia imbiancata!

[pg!185] — Che vuoi dire? — balbettò, dopo un silenzio.

Invece di rispondere, continuai:

— È vero che nella casa d'un pastore le cure domestiche s'imparano assai bene!

E risi ancora, con più ironica freddezza.

— Allora tu sai... — ella osò profferire, guardandomi esterrefatta.

Diedi una scrollata di spalle e mi posi davanti allo specchio per fare il nodo della cravatta. Nello specchio la potevo guardare senz'aver l'aria d'interessarmi a lei. Si era levata in piedi, e con le mani contratte, rigida, muta, mi fissava. Su la sua faccia era di nuovo scesa quella fredda e crudele maschera che la faceva parer simile ad un'erma.

Poi, d'un tratto, mordendosi con l'orlo dei denti le labbra pallide:

— Ecco! per la prima volta ti odio! — inveì con asprezza.

Io, non volendo venir meno a quella ironica indifferenza che mi ero prefissa, la guardai con un sorriso leggero, e dissi:

— Almeno, tu, che sei tanto falsa nell'amore, sarai sincera nell'odio! — E soggiunsi: — Che ne dite, signora Miller?

Ella barcollò un poco, serrando le labbra, quasi avesse una rabida voglia di buttarmisi contro, ma si contenne e rispose:

— Tutto questo non ti riguarda! È affar mio. Non ho conti da rendere a te.

In quel momento cercavo un fazzoletto bianco, da sera, in una scatola trapunta con ricami verdi e fiori d'oro, — una memoria di Edoarda, che avevo conservata per abitudine. Scelsi un fazzoletto e l'inumidii con alcune gocce di profumo; trassi di tasca l'astuccio delle sigarette, lo riempii. Facevo queste cose lentamente, ostentatamente, per darmi un'apparenza tranquilla. Stetti a pensare qualche attimo, poi dissi:

— Allora, se non hai conti da rendermi, lasciamo andare, non parliamone più!

[pg!186] — Chi ti ha raccontato questo? — ella domandò bruscamente, dopo una pausa.

— Oh, mia cara... ecco, a mia volta, un particolare che non ti riguarda!

— Bene: qualsiasi cosa tu abbia fatto per saperlo, debbo dirti che non fu certo un'azione da gentiluomo!

— Mah!... qualchevolta bisogna pur combattere ad armi uguali, non ti pare? — esclamai con sarcasmo. — Occhio per occhio, dente per dente...

— Questa è una grossolanità.

— Non faccio che risponderti. Poi, vediamo: il fatto è vero o non è vero?

— Verissimo! — ella confermò con forza.

— Dunque, perchè dovevo ignorare io quello che altri sanno? Per sembrar ridicolo? No, via, non mi piace!

— Ma chi te lo ha detto infine?

— Non domandarlo, Elena, perchè sarebbe inutile. Tu hai voluto che fra noi rimanesse un malinteso, un ostacolo perpetuo, e sia. Cerchiamo solamente di non darci noia; rimani tranquilla... Vedi come sono tranquillo io?

— Tu simuli! Tu mi vuoi esasperare con la tua indifferenza.

— Oh, no! Ci tenevo a dirtelo, te l'ho detto, basta. La sola cosa che rimpiango è di averti lasciato credere, anche per un giorno solo, che le tue menzogne mi avessero convinto.

Ora sceglievo attentamente un paio di guanti bianchi e ne scomponevo un gran mazzo, non trovando quelli che mi andassero bene.

— Quali menzogne? — ella interrogò.

— Quali? Ma tutte, mia cara! Tutte, dalla prima all'ultima, senza una parola di verità!

Ella si fece ancor più pallida: forse nella sua mente aveva già immaginato un ripiego, ed ora questi miei avvertimenti ne dimostravano l'inutilità.

— Ma non devi credermi uno sciocco per questo, — continuai. — Forse ho avuto un torto solo: quello di volerti collocar più in alto che non lo permettesse la tua anima di avventuriera.

[pg!187] — È troppo facile insultare una donna, — ella osservò freddamente.

— Insultare? Ma no, Elena, mi comprendi male! Voglio dire che tu hai bisogno di mentire, d'ingannare, anche senza uno scopo, così, per trastullo, forse per difesa, perchè hai nel sangue la paura del dominio altrui. Ma, guarda... — e mi volsi allo specchio per ravviarmi i baffi, — guarda: se anche a Roma tu avevi un amante!...

— A Roma?

— Sì, quel certo Duval... Duval... come si chiamava? Duvally, ecco! So benissimo che sei stata l'amante sua, in un camerino da cena, per un bicchiere di «Champagne!»

— Non è vero! È tutto falso! È tutto falso! — gridò con rabbia.

— Non affaticarti a negare. Smetti questa commedia inutile!

— Chi te lo ha detto? Lui stesso?

— Macchè lui! Non lo conosco nemmeno.

— Il d'Hermòs, allora?

— Cosa vuoi che ne sappia il d'Hermòs? Lascialo in pace.

— Allora che pensi di me? — domandò repentinamente, fissandomi con gli occhi pieni di un'ira contenuta e splendente.

— Che penso? Nulla. Solamente, quello che sei, quello che fai, quello che hai fatto, non m'interessa più. Hai avuto il torto di mentirmi... Ecco tutto.

In quel momento la domestica picchiò all'uscio per dire che il pranzo era in tavola.

— Oh, sentite, Clara, — io feci; — ho scordato di avvertirvi che pranzerò fuori.

Vidi Elena fare un gesto repentino di sorpresa.

— Ma il pranzo è già servito, signore, — obbiettò la domestica.

— Non importa, poichè debbo uscire. Sentite anzi una cosa, Clara. Più tardi, se venisse il signor d'Hermòs, ditegli che mi potrà incontrare verso le nove al «Café de Paris».

[pg!188] — Va bene, signor conte.

Quand'ella si fu allontanata, feci atto d'indossare il soprabito.

— Esci? — domandò Elena con una voce fredda, gelida.

— Sì, lo vedi.

— E perchè mi lasci sola?

— Non so; preferisco non rimanere a casa. Ho i nervi un po' scossi.

Cercavo il mio cappello con una specie di concitazione. Ella tese un braccio verso di me, come per trattenermi e disse:

— Rimani, ti prego....

V'era nella sua voce una preghiera sommessa; io stetti un poco incerto, mentre abbottonavo il soprabito.

— Ebbene, che vuoi?

— Nulla, ma non lasciarmi sola.

— Oh, che idee!...

— Rimani, ti prego. Vorrei parlarti.

— Parlarmi? Ah, no! Per dirmi altre menzogne? No, grazie. No, grazie! Addio.

— Germano, senti!...

Ma era tardi; avevo già sospinto l'uscio, ed un attimo dopo ero fuor di casa, tra la folla estranea, sul marciapiede.

[pg!189]


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